Musti e Romanelli, il Consiglio di Stato boccia la linea del Csm

In soli 4 giorni il Consiglio di Stato (Cds) ha annullato due nomine di magistrati deliberate dal vecchio Csm. Ieri, la Quinta sezione del Cds, presieduta da Giuseppe Severini, ha dato ragione, per la terza volta, a Paolo Giovagnoli, annullando la nomina a procuratore di Modena di Lucia Musti, finita al centro di infuocate cronache politico-giudiziarie dopo aver deposto al Csm sul caso Consip. Venerdì, invece, il Cds aveva annullato, per la seconda volta, la nomina del procuratore aggiunto della Dna Maurizio Romanelli, dando ragione a Maria Vittoria De Simone, pm della stessa Dna. Il “braccio di ferro” sul caso Musti comincia un anno fa, quando il Cds accoglie il ricorso di Giovagnoli che, da procuratore di Rimini per ben 8 anni si era visto scavalcare dalla collega, aggiunto a Modena. Il Csm, imperterrito, ha confermato Musti sia a marzo sia a luglio. Ieri, il Cds ha scritto che il Csm “ha in parte aggravato profili di difetto di motivazione e di violazione di legge”. Respinta la richiesta di nominare un Commissario ad acta per “costringere” il Csm a ottemperare. Un “segnale di fiducia” nel cambio di passo del nuovo Consiglio, che ha già recepito decisioni del Cds.

La Banca d’Italia commissaria Sorgente, la società di Mainetti

La Banca d’Italia, con un provvedimento del 18 dicembre scorso, ha disposto lo scioglimento degli organi di amministrazione e di controllo della Sorgente Sgr spa e l’ha sottoposta alla procedura di amministrazione straordinaria “per gravi violazioni normative e irregolarità nell’amministrazione”. È quanto si legge in una nota sul sito del gruppo immobiliare che fa riferimento a SorgenteGroup, controllato da Valter Mainetti (nella foto), editore del Foglio, nella quale si precisa che Elisabetta Spitz è stata nominata commissario straordinario e Maria Teresa Bianchi, Giustino Di Cecco e Dino Donato Abate componenti del Comitato di sorveglianza. Il provvedimento sarebbe legato allo scontro legale che da mesi vedeva opposta Sorgente all’ente previdenziale Enasarco.

Kamasutra giuridico per far andare Carbone al Tesoro

Per consentire al consigliere di Stato Luigi Carbone di fare il capo di gabinetto al ministero dell’Economia, il Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa (Cpga) ha messo a punto una delle più spettacolari posizioni di sempre del kamasutra giuridico. Secondo le commissioni Prima e Quarta del Cpga – che ieri hanno istruito la pratica di autorizzazione al collocamento “fuori ruolo” di Carbone per il plenum del Cpga di dopodomani – i cinque anni di mandato di Carbone come membro dell’Authority per l’energia (Arera) sono assimilabili a una “carica elettiva”. La decisione è stata presa a maggioranza, sei voti contro tre, con voto contrario del presidente della quarta commissione Oberdan Forlenza.

Serve una spiegazione per consentire ai non giuristi di comprendere l’importanza della questione. La cosiddetta legge Severino, scritta nel 2012 a quattro mani dall’allora ministro della Giustizia e dal ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi (oggi presidente del Consiglio di Stato e del Cpga), dice all’articolo 1, comma 68: “I magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, gli avvocati e procuratori dello Stato non possono essere collocati in posizione di fuori ruolo per un tempo che, nell’arco del loro servizio, superi complessivamente dieci anni”.

Da qui l’apparente impossibilità per il Cpga di accontentare il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che ha chiesto il “prestito” di Carbone al posto di un altro consigliere di Stato, Roberto Garofoli, dimissionario su richiesta del premier Giuseppe Conte dopo le polemiche sui suoi conflitti d’interessi. Carbone, infatti, è già stato “fuori ruolo” per oltre dieci anni.

Qui si innesta la creatività giuridica con cui è stato predisposto il parere favorevole per il plenum di venerdì. I cinque anni trascorsi da Carbone all’Arera (dal febbraio 2011 al gennaio 2016) sono stati classificati come “carica elettiva”. A questo proposito la legge Severino (articolo 1, comma 70) specifica che il tetto dei dieci anni non si applica “ai membri di governo, alle cariche elettive, anche presso gli organi di autogoverno, e ai componenti delle Corti internazionali comunque denominate”. Il riferimento agli organi di autogoverno tutela il diritto di un magistrato di andare fuori ruolo – se eletto dai colleghi al Csm – senza che scatti il contatore dei dieci anni. Il tetto infatti serve evitare che un magistrato stazioni nelle stanze dei ministeri vita natural durante. Non a caso la legge 190 del 2012 (vulgo legge Severino) è intitolata “per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”, tema molto sentito anche dallo stesso Consiglio di Stato.

Come possa un posto da commissario di un’authority indipendente essere assimilato a una carica elettiva lo potrà ben spiegare al plenum Patroni Griffi che, avendo partecipato da protagonista alla scrittura della legge Severino, dispone più di ogni altro delle conoscenze sulla ratio e sui detti e non detti della norma. La legge istitutiva dell’Arera, la 481 del 1995, al comma 8 dell’articolo 2, stabilisce che i membri vengono “nominati con decreto del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri su proposta del Ministro competente”. A quanto trapela dalla riunione di ieri, l’architrave della innovativa linea interpretativa poggia sul fatto che sui nominati è richiesto un parere vincolante del Parlamento, e questo voto conferirebbe il crisma di “carica elettiva”. La Costituzione cita le “cariche elettive” in tre articoli: c’è il 117 che prescrive la parità tra donne e uomini nei consigli regionali, c’è quello che vieta le cariche elettive ai Savoia, e c’è soprattutto l’articolo 51 secondo cui “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”. Non sembra il caso dell’Arera dove i membri vengono secondo la legge “scelti (non eletti, ndr) fra persone dotate di alta e riconosciuta professionalità e competenza nel settore”, e neppure ci si può candidare. Lo stesso art. 51 prescrive “pari opportunità”, e all’Arera ci sono quattro maschi e una femmina: se è carica elettiva, la Costituzione è violata.

Sullo sfondo c’è la pressione fortissima di Tria e dei due partiti della maggioranza gialloverde per avere Carbone in plancia al ministero dell’Economia prima possibile. Il rispetto della legge appare un intralcio, tutt’al più una esigenza secondaria.

Per i salvataggi spesi 31 miliardi in tre anni e tre governi

Il primo decreto “salva-banche” risale al novembre del 2015 e porta la firma dell’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Due anni dopo tocca a Paolo Gentiloni rimettere mano ai salvataggi delle banche in crisi, varando nel luglio del 2017 un piano di intervento a favore di due istituti veneti, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. In mezzo, sempre il governo Gentiloni ha proceduto al salvataggio del Monte dei Paschi sull’orlo del collasso. L’ultima tappa è di poche ore fa. Per salvare complessivamente sette istituti di credito in difficoltà sono serviti, nel corso di poco più di tre anni, oltre 31 miliardi di euro. A quella cifra si arriva partendo proprio da oltre tre anni fa, dal decreto del governo Renzi: 5,3 miliardi tra Fondo di risoluzione e i soldi versati da obbligazionisti e azionisti dei singoli istituti (il cosiddetto bail-in). Più imponente il salvataggio di Mps che costrinse il Tesoro a creare un maxi-fondo da 20 miliardi. Il Tesoro però detiene il 70% del capitale della banca senese. Operazioni diverse furono quelle utilizzate per il salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza rilevate per un euro da Intesa Sanpaolo che ottenne 5 miliardi di sostegno al capitale.

I dem: “Voltafaccia”. Di Maio e Salvini difendono il testo

Attaccano con forza dal Partito democratico dopo il decreto “salva Carige”, contro l’esecutivo gialloverde che stanzai 4 miliardi per l’ombrello pubblico alla banca lidure, rinfacciandogli quando il Movimento 5 stelle sosteneva che il Pd avesse usato i soldi degli italiani per salvare Mps e le banche venete. Il Pd ligure dà un giudizio positivo sul decreto ovviamente ma aggiunge: “Paradossale che analoghi interventi a tutela dei risparmiatori facevano gridare allo scandalo chi era all’opposizione e ora si trova al governo”. Anche Matteo Renzi punta il dito sul “fango che ci hanno tirato addosso per cinque anni. Nella vita è normale cambiare idea, il vero problema è chi nega la realtà e prende in giro gli italiani”. Anche Maria Elena Boschi tira la sua stoccata: “Di Maio non sa come dire agli elettori che ha fatto copia e incolla”. Dall’altra parte della barricata, Salvini dribbla la polemica diretta: “Abbiamo messo in sicurezza i risparmiatori, non gli amici degli amici come in passato”. Di Maio liquida gli attacchi con un deciso: “Balle! Non abbiamo dato un euro alle banche”.

Pd, FI e Curia: tra trombati e pessimi affari il disastro bipartisan della Cassa ligure

“La Bce ha chiesto un’alleanza, Carige ha bisogno di un aiuto, di consolidarsi, di rafforzarsi. Il capitalismo familiare italiano è fallito”. All’assemblea Carige di settembre Guido Alpa intervenne per sostenere la lista Pop12 guidata dal finanziere d’assalto Raffaele Mincione, da Gabriele Volpi (diventato miliardario con il petrolio nigeriano e indagato dalla Procura di Genova in un’inchiesta per evasione fiscale) e da Aldo Spinelli, terminalista genovese già legato al centrosinistra e oggi passato con il governatore Giovanni Toti. Un intervento pesante: Alpa oltre a essere un noto professore di diritto è il nume tutelare di Giuseppe Conte. E Alpa già in passato ha ricoperto ruoli di spicco nella banca genovese: sedeva (anche ai tempi di Giovanni Berneschi che, però, contribuì a destituire) nei cda di banca, Fondazione e assicurazioni controllate. Seguire la linea Bce, portare Carige verso una fusione o, più probabilmente, un’incorporazione (Unicredit?) e sottrarla ai principali azionisti, cioè la famiglia Malacalza (27%): a settembre la versione di Alpa venne bocciata in assemblea. Ma oggi pare prevalere. Suscitando le critiche dell’opposizione sull’affacciarsi del potere pentastellato nelle vicende bancarie. Un ricorrere di nomi che qualcuno aveva già notato quando a giugno emerse un’intercettazione dell’inchiesta sullo stadio della Roma: il costruttore Luca Parnasi parlava con l’allora ad di Carige (Paolo Fiorentino, sostenuto da Alpa, nessuno dei due è indagato) chiedendo che la banca concedesse una consulenza a Luca Lanzalone, avvocato genovese vicino alla giunta di Virginia Raggi. Non se ne fece nulla, così come venne stoppato il finanziamento a Parnasi (arrestato in quelle ore).

Oggi il Pd punta il dito contro Alpa e Conte. Ma nella vicenda Carige nessuno può scagliare la prima pietra. Non il Pd o il centrodestra, né la Curia di Angelo Bagnasco. Accanto a Berneschi si sono avvicendati tutti: dal fratello di Claudio Scajola, Alessandro, che aveva anche il consuocero nella Fondazione. In quest’ultima c’era Flavio Repetto, industriale fedele ai cardinali Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco. Vicepresidente della Fondazione era Pierluigi Vinai, scajoliano (poi renziano) e sostenuto dalla Curia. C’era anche Luca Bonsignore, figlio dell’europarlamentare Vito (Udc poi Pdl). Il Pd aveva piazzato ex assessori trombati. L’allora governatore Claudio Burlando (Pd) aveva offerto un posto in fondazione alla Curia.

E dalla banca uscirono centinaia di milioni per finanziare progetti sponsorizzati dalla politica. Come Erzelli che richiese ben 250 milioni. Parliamo della collina sopra l’aeroporto che doveva diventare polo tecnologico. Un’operazione voluta dal centrosinistra, a cominciare dall’allora presidente Giorgio Napolitano. È andata diversamente: i cantieri per realizzare centinaia di migliaia di metri cubi arrancano da anni e la cubatura residenziale è aumentata. Per puntellare il progetto privato si prevedono centinaia di milioni (c’è chi dice 300) pubblici: arriveranno l’università e un ospedale. Un’emorragia per le casse Carige. Non è stata la sola. C’è anche la vicenda di Andrea Nucera. Le sue società ricevettero da Carisa (Cassa di Risparmio di Savona) e dalla controllante Carige finanziamenti per 70 milioni. Ne è nata un’inchiesta dei pm di Savona: Nucera è latitante a Dubai con la moglie. I maligni ricordano che tra il 2006 e il 2013 nel cda Carisa sedeva Franco Vazio, poi diventato onorevole Pd, che in passato è stato avvocato della moglie di Nucera. “Ho dismesso l’incarico e non ho avuto ruolo nella concessione dei finanziamenti”, giura Vazio, mai toccato dall’inchiesta. L’avvocato storico di Andrea Nucera in passato fu Enrico Nan – prima onorevole del centrodestra, poi Futuro e Libertà e infine uscito di scena – che è stato vicepresidente di Carisa.

Azionisti già azzerati, obbligazionisti salvi: i paragoni col passato

Una differenza c’è: nessun piccolo obbligazionista di Carige pagherà per le colpe dei manager, della Vigilanza e delle autorità di regolazione. Il motivo è semplice: l’unico bond junior sul mercato è quello da 320 milioni in mano al Fondo interbancario, cioè alle altre banche italiane, emesso di recente; gli altri sono stati convertiti in senior – sicuri, fatta l’ovvia eccezione del fallimento della banca – alla fine del 2017.

Questo differenzia, almeno negli effetti, il decreto appena approvato dal suo vero precedente, quello per Monte dei Paschi (estate 2017), caso in cui i subordinati hanno invece pagato assai. Quanto agli azionisti, quelli di società quotate come Mps e Carige non possono essere salvati. I circa 55mila piccoli soci dell’istituto ligure, che se la passa male da qualche anno, erano peraltro già stati “azzerati” dal mercato: il titolo, che valeva circa 5 euro nel 2014, era a 0,0015 prima del commissariamento.

E ora veniamo ai paragoni col passato che vanno di moda in queste ore. Intanto va ricordato che tutta la questione banche soggiace alla direttiva europea Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) che gli Stati Ue s’erano impegnati – citiamo Bankitalia – ad “applicare a decorrere dal 1° gennaio 2015, ad eccezione delle disposizioni relative ad alcune procedure (il cosiddetto bail-in) che devono essere applicate non più tardi del 1° gennaio 2016”. La normativa europea – che arriva dopo i grandi salvataggi bancari nell’Unione – è tutta orientata a gestire le eventuali crisi senza l’intervento dello Stato, scelta ideologica che è costata moltissimo al nostro sistema del credito. Il bail in, in particolare, esclude ogni intervento pubblico in caso di crac se prima non abbiano pagato azionisti, obbligazionisti (prima junior e poi senior) e persino correntisti oltre i 100mila euro. L’obiettivo è evitare i famigerati “aiuti di Stato” che perturbano l’altrettanto famigerata “concorrenza di mercato”.

Il kamasutra tra Italia e Ue sul sistema bancario inizia all’alba del 2014 quando – gentilmente “consigliata” da Ignazio Visco e soci – Popolare di Bari si carica la disastrata Tercas con l’aiuto del Fondo Interbancario: il ministero dell’Economia benedice e poi passa due anni a trattare con Bruxelles attorno al concetto se i soldi del Fitd (che sono delle banche) siano da considerarsi statali. L’Ue alla fine stabilirà che sì, lo sono, e allora Pier Carlo Padoan cambierà una parola (contributo “volontario” anziché “obbligatorio”) e li farà tornare privati per la gioia della Direzione Concorrenza di Bruxelles.

Nel 2014 e 2015, però, altri membri del governo erano invece affaccendati in imbarazzanti incontri per provare a salvare banche nei cui cda sedevano loro parenti: conflitto d’interessi (e coda di paglia) che mise il governo di Matteo Renzi in una posizione di sudditanza rispetto a Bankitalia, di cui seguirà in modo pedissequo gli ordini a partire da riforma delle banche popolari (inizio 2015) e di quelle di credito cooperativo (inizio 2016) passando per il capolavoro del novembre 2015, la risoluzione per decreto di Banca Marche, Popolare Etruria, Carichieti (poi vendute “ripulite” a 1 euro a Ubi Banca) e Carife (passata a Bper allo stesso prezzo).

Questo passaggio – che segna anche la mai digerita sconfitta della ministra Boschi in cerca aiuto tra regolatori e banchieri – è il vero punto di non ritorno: nel crac vengono tosati azionisti e risparmiatori subordinati (ne è seguito il balletto, non ancora concluso, sui rimborsi) applicando il bail-in in anticipo rispetto alla sua entrata in vigore obbligatoria, ma soprattutto fissando per decreto il “prezzo” dei crediti deteriorati sul nascente mercato italiano (Bankitalia, peraltro, prima stabilì che valevano il 17,6%, cioè che ogni 100 euro di prestito se ne potevano recuperare solo 17,6, e poi scoprì che era il 22%). Da allora – grazie agli “inviti” a liberarsene in fretta della Bce – le banche italiane svendono le loro “sofferenze” a prezzi di saldo aprendo buchi nei loro bilanci, invece i fondi specializzati che le comprano ci fanno bei soldi col recupero crediti.

Il “liberi tutti” di Etruria e delle altre “banchette”, comunque, lasciò nella burrasca le pencolanti Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Monte dei Paschi, la cui situazione fu lasciata incancrenire per un anno onde non turbare gli italiani prima del referendum costituzionale: finirono male sia la “soluzione di sistema” del Fondo Atlante in Veneto (con relativo bagno per banche e fondazioni) che quella “di mercato” per il “bell’affare” Mps (Jp Morgan, poi il fondo del Qatar, poi nessuno…).

Alla fine, siamo quasi a Natale 2016, il neo premier Paolo Gentiloni è costretto a stanziare 20 miliardi per le banche. Le due venete, via liquidazione coatta amministrativa, finiscono nella primavera 2017 a Intesa Sanpaolo per il solito euro insieme a oltre 5 miliardi pubblici cash e ancor di più in garanzie: obbligazionisti e azionisti perdono tutto. Per Mps, in estate, si decide per l’ingresso dello Stato nella proprietà, ma a tempo (fino al 2021 concede l’Ue): oggi ha quasi il 70%, i piccoli obbligazionisti hanno perso almeno la metà.

Il decreto in pillole

 

Stanziati 4 miliardi. Garanzia statale sulla liquidità.
Il Tesoro potrà stanziare fino a 3 miliardi per garantire nuovi bond della banca ed evitare crisi di liquidità. La garanzia vale anche per la liquidità di emergenza fornita da Bankitalia e sarà onerosa.

Il possibile ingresso dello Stato Carige potrà richiedere allo Stato una “ricapitalizzazione precauzionale”. Il Tesoro potrà acquistare nuove azioni fino a 1 miliardo di euro (avrebbe oltre il 70% dell’istituto). Ipotesi considerata dal governo “residuale”.

Serve l’ok dell’Ue Sia la garanzia sui bond sia l’ingresso statale devono essere autorizzati da Bruxelles. Nel secondo caso serve prima ripartire le perdite con azionisti e obbligazionisti. I primi hanno già perso quasi tutto. I bond subordinati verrebbero invece convertiti in azioni. In circolazione c’è solo quello da 320 milioni sottoscritto dal fondo interbancario, cioè da tutte le banche italiane.

Piano di ristrutturazione in 2 mesiCarige dovrà presentare un piano di ristrutturazione per confermare che la banca riesca a stare in piedi a lungo termine senza il sostegno pubblico.

Carige, i gialloverdi copiano il modello Mps di Gentiloni

Il Consiglio dei ministri convocato d’urgenza nel pomeriggio di lunedì, ha impiegato otto minuti otto per approvare il decreto che salva la banca Carige. Il tempo di licenziare un testo identico per forma e, soprattutto, sostanza a quello varato dal governo Gentiloni nel dicembre 2016: 23 articoli anziché 28, stesso linguaggio, stessa procedura, stesse intenzioni. Un copia-incolla dal ministro Pier Carlo Padoan al ministro Giovanni Tria e dal premier Paolo Gentiloni al premier Giuseppe Conte: “Al fine di evitare o porre rimedio a una grave perturbazione dell’economia e preservare la stabilità finanziaria, ai sensi dell’articolo 18 del decreto legislativo 16 novembre 2015…”. E il cambiamento consiste nel ricalibrare le date per l’entrata in vigore dell’ombrello pubblico, aperto stavolta su Carige.

Allora il decreto era costruito per Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza e Veneto Banca e impegnava 20 miliardi pubblici e adesso riflette le dimensioni più piccine di Carige e assicura un massimo di 3 miliardi di euro per garantire le obbligazioni emesse dalla banca ligure e non esclude un intervento nel capitale dell’istituto che può valere fino a un miliardo. Per la precisione, va sottolineata una differenza col recente passato, specie con i casi di Etruria & C.: per Carige i piccoli risparmiatori non rischiano di finire “azzerati” perché la banca è ormai priva delle famigerate obbligazioni subordinate (eccetto quelle sottoscritte dal fondo interbancario). Il Partito democratico, affossato dalle vicende delle popolari (leggi, Etruria e le polemiche sul ruolo di papà Boschi), imputa a Conte un conflitto di interessi: il mentore Guido Alpa, collega avvocato, è stato nel Cda di Carige dal 2009 al 2013 e poi –per un paio di mesi – nel Cda della Fondazione Carige. Conte ha fornito, invece, una consulenza a una società presieduta da Raffaele Mincione, socio di minoranza di Carige. “Conflitto di interessi inesistente, assurdo contestarlo”, replica il premier.

Così nel dibattito politico si invertono le parti in commedia: il centrosinistra protesta per il decreto prodotto in fretta e i gialloverdi di M5S e Lega rivendicano il sostegno agli italiani col conto in Carige e agli oltre 4.500 dipendenti.

Il vicepremier Luigi Di Maio, per esempio, è intervenuto più volte contro il decreto di Gentiloni: “Il Parlamento, a maggioranza assoluta, ha dato il via libera alla possibilità di indebitarci di altri 20 miliardi. Tutti uniti, in un grande patto del Nazareno, per ‘salvare’ la banca del Pd (Mps) e altre banche come la popolare di Vicenza e Veneto Banca”. In aula a Montecitorio, rivolgendosi a Gentiloni, Di Maio è stato ancora più severo: “Poi è arrivato lei, presidente. Il suo primo atto politico? Un decreto per trasferire 20 miliardi di euro alle banche italiane. Dopo 4 anni passati a dirci che non c’erano soldi per il reddito di cittadinanza, per le forze dell’ordine, per le imprese italiane, per il fondo per le disabilità, ha cacciato fuori dal cilindro 20 miliardi. Complimenti!”. Di Maio era in sintonia con Alessandro Di Battista che, alla Camera nel luglio 2017, ha definito il decreto di Gentiloni “un regalo statale alle banche private”.

In realtà, la posizione del Movimento era più sfumata e coerente con la scelta di lunedì, come dimostra un comunicato del gruppo dei senatori pentastellati all’indomani del decreto per Mps & C: “Il piano di salvataggio privato non funzionerà perché i risparmiatori non hanno più fiducia in un governo disastroso che ha dimostrato di non avere alcun piano di medio termine sul sistema bancario nazionale. Il governo Renzi-Padoan ha rinviato a più riprese l’unica soluzione sostenibile per le banche e per i risparmiatori: l’investimento pubblico e la nazionalizzazione dell’istituto senese”. Nel M5s c’è però molto malumore. I senatori Elio Lannutti e Gianlugi Paragone, per dire, chiedono di “non dare aiuti pubblici senza indagare le colpe di Bankitalia nel disastro”.

Le strategie per curare una banca restano sempre due: o lo Stato le soccorre con denaro pubblico nei limiti dei vincoli europei o le lascia fallire con le relative conseguenze. Oltre la propaganda politica, i Cinque Stelle hanno sempre optato per la prima ipotesi. Come del resto la Lega, tant’è che Matteo Salvini ha usato il decreto Mps soltanto per litigare con Forza Italia accusandola di “inciucio” con i dem.

Il governo ha iniziato l’anno con il commissariamento di Carige, ma già durante le vacanze, in diverse riunioni politiche a Chigi, s’era discusso dell’esigenza di stanziare dei soldi per la banca. Il consenso nel governo era trasversale e lunedì, dunque, otto minuti sono sembrati pure troppi.

L’idea di Beppe Grillo: “Fedina penale degli eletti sul web”

Pubblicare online il casellario giudiziario di tutti gli eletti in Parlamento, in modo che sia liberamente consultabile dai cittadini. Lo propone Beppe Grillo sul suo blog: “Il casellario giudiziale è uno schedario che conserva gli estratti dei provvedimenti, in modo tale che sia sempre possibile conoscere l’elenco dei precedenti penali e civili”, spiega. Se fosse pubblico, almeno per quel che riguarda i parlamentari, “i cittadini sicuramente ringrazierebbero”. L’idea in realtà non è del fondatore del Movimento 5 stelle: Grillo si è ispirato a una proposta lanciata in campagna elettorale da Macron, però poi disattesa. “In Francia l’obbligo del casellario giudiziario per gli eletti in Parlamento era una delle misure di punta del progetto di legge per la trasparenza del governo Macron. Tuttavia è risultato essere assente dal testo promulgato dal presidente il 15 settembre 2017”. Tanto che alcuni giornalisti e attivisti hanno lanciato un progetto parallelo (sul sito Politics Watch) in cui monitorano i procedimenti giudiziari a carico degli eletti. “Perché non realizzare lo stesso strumento in Italia, però ufficiale?”, conclude.