Rinaldi-Pasquinelli, che coppia!

Ognuno ha i gilet gialli che si merita. Quelli che si apprestano a calare su Roma – l’appuntamento è per sabato 18 gennaio – troveranno un comitato d’accoglienza di tutto rispetto. A organizzare la missione capitolina di Veronique Rouille e Yvan Yonnet (due dei volti noti della sollevazione transalpina) sono stati alcuni protagonisti un po’ più marginali, diciamo, del dibattito pubblico nostrano. Il primo è Antonio Maria Rinaldi, esemplare pregiato della fauna degli economisti da salotti tv; sovranista da talk show, fustigatore dei globalisti verbalmente aggressivo e televisivamente ubiquo. Il secondo organizzatore della manifestazione è Moreno Pasquinelli. Anche lui ha un curriculum oggettivamente straordinario: una vita da marxista trozkista, da Potere Operaio a Quarta Internazionale, da l Gruppo bolscevico leninista al Gruppo operaio rivoluzionario a Direzione 17. Organizzatore per anni del Campo antimperialista di Assisi, dove transitavano un po’ tutti: palestinesi, baschi, curdi amici di Ocalan, e iracheni compagni di scuola di Saddam, black block ed estremisti di destra. L’ultima sua invenzione è il Movimento popolare di Liberazione e della Sinistra sovranista. Non bastassero Rinaldi e Pasquinelli, ad accogliere i francesi c’è pure Mariano Ferro. Ve li ricordate “I Forconi”? Roma già trema.

“No al reddito senza i soldi per i disabili”

L’ultima di Matteo Salvini alza lo stato di tensione nella maggioranza a livelli raramente sperimentati in questi 6 mesi di convivenza: senza i fondi per la disabilità la Lega non è disposta a votare il decreto legge sul reddito di cittadinanza. Come a dire: se il Movimento Cinque Stelle non cambia il testo, la legge bandiera di Di Maio e i suoi finisce gambe all’aria. E con lei il contratto, il governo, il cambiamento e tutto il resto.

La mina scoppia in serata, culmine del clima post natalizio e pre elettorale. In questi giorni gialli e verdi si stanno provocando su tutto: la questione migranti e i 49 parcheggiati da giorni sulle navi a largo di Malta; il taglio degli stipendi dei parlamentari; il referendum propositivo da introdurre in Costituzione e il relativo quorum per convalidarlo; le autonomie regionali e la legittima difesa.

Stavolta però Salvini minaccia le fondamenta del programma grillino: quel reddito di cittadinanza promesso, annunciato, festeggiato sul balcone, limato faticosamente e infine scritto nero su bianco (ieri ha visto la luce il testo del decreto: i fondi per il 2019 sono scesi a 5,9 miliardi, con il taglio di qualche altro centinaio di milioni anche negli anni successivi).

Salvini, insomma, mette in discussione la base stessa del patto con Di Maio. Un’aggressività che fino a ieri era rimasta solo latente. Lo strappo si manifesta prima con una serie di veline dettate dal suo ufficio stampa: “Nel testo del reddito non c’è nemmeno un euro per i disabili”; “Se non ci sono davvero i soldi per disabili e famiglie, la Lega non lo vota”. E poi con la dichiarazione del “capitano” in diretta Facebook: “Io conto che nel reddito ci sia tutto quello è previsto. Cioè i sostegni ai disabili e alle famiglie numerose”. Altrimenti…

A voler leggere tra le righe, sulla bandiera politica del Movimento Cinque Stelle, la Lega vuole issare a sua volta una propria bandierina di partito. I fondi per la disabilità sono una crociata del ministro Lorenzo Fontana, oltre che dello stesso Salvini. I due rivendicano una promessa che sarebbe stata strappata ai Cinque Stelle durante la trattativa su reddito e pensioni di cittadinanza: l’aumento delle prestazioni in favore degli invalidi e delle famiglie numerose. In realtà i criteri di accesso al reddito di cittadinanza – come si legge nel testo del decreto – sono scritti tenendo in considerazione le agevolazioni fiscali che premiano i nuclei familiari più ampi e la presenza di componenti con disabilità. Ma non è quello che si aspettavano i leghisti.

Fontana si è detto addirittura “sbigottito”: “Nella bozza di decreto sul reddito e pensioni di cittadinanza presentata alla riunione di preconsiglio di questo pomeriggio non sono previsti interventi diretti per l’innalzamento delle pensioni di inabilità né adeguati aiuti alle famiglie con disabili e numerose”. E ha confermato: “Senza risposte concrete alle richieste del mondo della disabilità e delle famiglie questa bozza non avrà il nostro supporto”. La Lega ipotizza pure un ultimatum: si aspettano cambiamenti entro il prossimo consiglio dei ministri. Cioè entro domani.

Di Maio però non ci sta. Una fonte vicina al vicepremier commenta così: “I disabili che vivono al di sotto della soglia di povertà vedranno aumentate le loro pensioni a 780 euro. È una misura che aiuta anche le famiglie. La Lega l’ha sempre saputo e glielo ribadiremo”.

L’ennesima mediazione tocca ancora al premier. Giuseppe Conte, ospite di Porta a Porta, fa di nuovo da scudo umano: “Nel reddito di cittadinanza c’è già un’attenzione ai disabili, ma se ci sono suggerimenti ci metteremo intorno a un tavolo e anche questa volta risolveremo la situazione”. Ma intanto le battaglie si intrecciano. Sui migranti il premier si concede una battuta più velenosa del solito: “Se Salvini non fa sbarcare gli immigrati, li vado a prendere io in aereo e li porto in Italia”. E il ministro dell’Interno replica con l’ennesimo post su Facebook. Si rivolge direttamente a Conte, e gli dedica la sua perplessità: “Mah….. Finché non si bloccano gli scafisti e chi li aiuta, continueranno a partire e morire migliaia di persone. Io non cambio idea”.

Conte protegge il governo e tiene il filo con l’Eliseo

Che Luigi Di Maio parli da “capo politico” del Movimento 5 Stelle aprendo ai gilet gialli francesi per Giuseppe Conte è ovvio. La mossa del vicepremier è servita per occupare un posizionamento politico sul piano europeo, in vista della campagna elettorale di maggio, e per smarcarsi dal suo alleato, Matteo Salvini.

L’operazione, ora, riceve il riconoscimento dal presidente del Consiglio, che ieri sera, a Porta a Porta, ha dichiarato che “quando Di Maio fa affermazioni” come quella sui gilet gialli francesi “le fa come leader del M5S più che come vicepremier, e compie due operazioni. Da un lato rafforza il ruolo dello stesso Di Maio, non facendogli ombra in nessun modo e dall’altro mette al riparo il governo da possibile polemiche. Anche internazionali.

Ieri il caso “gilet gialli” si è caricato anche di risvolti diplomatici con l’Eliseo che ha bollato, in una nota riservata, le frasi di Di Maio come “comunicazione a fini elettorali interni”, precisando che l’interlocutore naturale del presidente della Repubblica, francese, è il presidente Giuseppe Conte: “È con lui che Macron lavora dal primo giorno. E mi pare che il signor Conte non abbia fatto alcun commento”.

Nel pomeriggio, poi, c’è stato un colloquio informale tra la ministra agli Affari europei francese Nathalie Loiseau e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, entrambi presenti al Consiglio Affari generali a Bruxelles. In giornata si è diffusa anche la notizia che l’intervento dell’Unione europea sull’acquisizione da parte di Fincantieri di Stx France, ora Chantiers de l’Atlantique, come “operazione che potrebbe nuocere in misura significativa alla concorrenza nel settore della costruzione navale”, fosse una ritorsione della stessa Francia. Ipotesi smentita seccamente da Parigi.

Conte ha dovuto così calmare le acque delle relazioni amichevoli tra i due Paesi. La mossa M5S è stata ben notata dai principali giornali francesi. In particolare Le Monde, nella edizione pomeridiana, ha messo in risalto come quella dichiarazione “contravviene a tutti gli usi dell’Unione europea: mai, a memoria della diplomazia, si è assistito allo spettacolo di un dirigente di un Paese membro che sostiene apertamente un movimento il quale punta a rovesciare il governo di uno dei suoi alleati”. Va anche detto, come nota però Mediapart, che anche Macron, nel caso della nave Aquarius, non si era certamente limitato alle carezze nei confronti del governo italiano.

In ogni caso, Conte ha messo al riparo il governo, tirandosi fuori dalla polemica e consegnando l’operazione al suo significato politico, il progetto di un alleato alle elezioni con il quale farsi spazio sulla scena europea. Solo che il M5S ha bisogno di trovare interlocutori affidabili e occorre che questi si manifestino in termini elettorali. E qui le cose non saranno semplici.

Finora solo una esponente del movimento francese ha manifestato l’intenzione di fondare un partito. Ma Jacline Mouraud, nota per il video anti-tassa carburante da 6 milioni di visualizzazioni, ieri si è presentata per dire “no alle ingerenze di Di Maio”. “Se devo dirla tutta – ha detto in una intervista all’Ansa – penso che l’Italia sia l’Italia e la Francia sia la Francia: non siamo lo stesso popolo, penso che quella del vostro vicepremier sia un’ingerenza negli affari interni del nostro Paese”.

Le mosse di Mouraud sono abbastanza misteriose al momento. Intervistata dal quotidiano francese Le Figaro, la militante in gilet si è scagliata contro una delle richieste più diffuse del movimento, il Referendum di iniziativa civica: “Non sosterremo un referendum che permettesse di destituire il governo” ha precisato con un tono molto responsabile. Ha poi rivendicato il sostegno di diversi “eletti” di vari partiti, ma non di quelli “alle estreme” (France Insoumis e Rassemblement national) a cui punta a rubare i voti. Però, aggiunge, non alle Europee, sarebbe troppo presto. Insomma, su questo fronte c’è molto da lavorare. A quanto risulta al Fatto non ci sarebbero legami di nessun tipo, ancora, tra M5S e gilet gialli e infatti lo stesso Di Maio prende tempo prima di avviare altre iniziative. Però il sasso è stato lanciato nello stagno europeo e le acque si sono increspate.

“Gruppo con polacchi, finlandesi e croati e voglio i Gilet gialli”

“Eccomi, proviamo a parlare”. Nel tardo pomeriggio, Luigi Di Maio risponde da Bruxelles. In città è andato ieri mattina, a definire accordi per il nuovo gruppo europeo. Incontri blindati, quindi lontano dal Parlamento europeo. Da Roma, l’eco della vicenda Carige. Dalla Francia, l’Eliseo che morde: “Quello di Di Maio sui Gilet gialli non è un commento gradevole, pare comunicazione elettorale a fini interni”.

Ha aperto ai Gilet gialli per distogliere dai problemi italiani?

No. Sto formando un gruppo per le Europee. E nei prossimi giorni incontrerò anche alcuni dei Gilet gialli.

Quando? E soprattutto chi?

Non dico quando e con chi. Stiamo organizzando un contatto, di certo con la parte che crede nell’impegno politico non violento. Se vogliono candidarsi alle Europee, io intendo spiegare loro che gruppo vogliamo creare. Non capisco però: Macron può lavorare ad alleanze in Europa, mentre io facendolo commetterei lesa maestà?

Non è certo solo questo: da lei sono arrivati duri attacchi al leader di un altro governo eletto.

È stato Macron a dare inizio alle danze, visto che il giorno dopo il nostro insediamento al governo ha cominciato a parlare di “populisti vomitevoli” e di “lebbra”.

Ma i Gilet li incontrerà assieme ad Alessandro Di Battista?

Dipenderà dai rispettivi impegni, vedremo se potrà. Di certo Alessandro sarà con me durante tutta la campagna. E anche Davide Casaleggio ci supporterà mettendo a disposizione Rousseau.

Un vostro senatore, Gianluigi Paragone, ha dichiarato: “Il caso Carige non può finire come tutti i casi trattati dai governi precedenti, se vogliamo evitare l’autogol facciamo i gilet gialli”. Vi invita a non perdere l’anima?

Gianluigi ha ragione, dobbiamo sempre stare molto attenti. Ma quella di Carige non è un salvataggio, è una nazionalizzazione. La regola è una: se lo Stato mette i soldi in una banca, quella banca diventa dello Stato. Lo abbiamo sempre sostenuto. E comunque per ora non ci abbiamo messo un euro. Di certo non la ripuliremo per venderla, e non faremo favori a qualche azionista che si è rifiutato di ricapitalizzare.

La vostra base però è molto disorientata, anche a leggere i social. “Avete fatto come il Pd”, dicono.

Se raccontano che abbiamo salvato una banca quando non ci abbiamo messo un euro è ovvio che la gente sia disorientata. Ma la verità è quello che conta: la nostra operazione non c’entra nulla con processi di salvataggio del passato. Non faremo perdere soldi ad azionisti e correntisti. Qualcuno vuole rifarsi una verginità, ma le responsabilità dei precedenti governi su Etruria e Venete sono chiare.

Chi ha incontrato a Bruxelles?

Abbiamo visto i polacchi del Kukiz’15, guidati da una rockstar, Pawel Kukiz. Poi i croati di Zivi zid (considerati populisti, ndr), che sembrano quasi noi, con un leader nato nel 1990, e i finlandesi di Liike Nyt (che Casaleggio aveva visto a novembre, ndr).

A che punto sono le trattative?

Con polacchi e croati abbiamo quasi chiuso, mentre con i finlandesi contiamo di farlo in dieci giorni. Ma aspettiamo una risposta dai Gilet gialli, e ci sono un altro paio di forze politiche con cui trattiamo.

Come si gestisce un gruppo con posizioni così diverse? I polacchi del Kukiz’15 sono considerati di destra.

No, non direi. Non siamo d’accordo con i polacchi su diritti civili e aborto, mentre i finlandesi sono molto liberali, quindi su alcune cose non la vediamo nello stesso modo. Invece i croati non credono nell’euro, mentre per noi non si esce dalla moneta unica. Ma tutti assieme vogliamo essere l’ago della bilancia in Europa, partendo dai punti in comune. Nel gruppo ci sarà libertà di voto, e comunque non condividiamo tutto con questi partiti.

Sono differenze importanti.

Questo non intaccherà i dieci punti del manifesto.

Sta dicendo che sottoscriverlo sarà come firmare un contratto?

Sì, e lo firmeremo entro metà febbraio a Roma. Il primo punto sarà la democrazia diretta, che è anche la prima rivendicazione dei gilet gialli. Vogliamo creare la grande famiglia europea della democrazia diretta. E al centro del manifesto ci saranno i diritti sociali. Inoltre, vogliamo tutti tagliare i privilegi di pochi e gli sprechi in Europa.

E sui migranti? I partiti del manifesto condividono la vostra linea, ossia la ripartizione per quote?

Il concetto della solidarietà dovrà tornare di moda, bisognerà intervenire come Europa unita. Ma va fatta un’attenta riflessione sulle politiche colonialiste di alcuni Paesi che hanno causato ondate migratorie. E tra questi c’è di certo la Francia.

È vero che inserirete esterni nelle liste dei 5Stelle?

È una decisione che non ho ancora preso. Dipenderà anche dalle interlocuzioni in Europa.

Brigate Gialle

Avviso ai lettori: se per caso dovesse scapparvi una piccola simpatia per i gilet gialli che contestano le politiche affamatrici di Macron (parlandone da vivo) che piacciono alla gente che piace di tutta Europa fuorché ai francesi, non fatevi sentire da Stefano Folli di Repubblica e Massimo Franco del Corriere. Altrimenti sono guai seri. L’altroieri è bastato che Di Maio ne azzeccasse una, solidarizzando con gli esclusi francesi, contestatori post-ideologici e trasversali dell’establishment parigino ed europeo e dunque molto simili alla base pentastellata, prendendo per una volta in contropiede Salvini e costringendolo a inseguire, per causare uno stranguglione ai due pompierini nostrani. Che si sono subito stretti a coorte della versione 2.0 di Maria Antonietta, barricata da mesi all’Eliseo senza poterne uscire. Franco, il più prudente, è “perplesso” perché una frangia dei gilet gialli ha compiuto atti violenti e il movimento avrebbe “contorni ambigui e destabilizzanti”: dunque paventa “una gaffe internazionale a doppio taglio” che potrebbe irritare le mitiche “cancellerie europee”, “alimentare tensioni inutili” e “sospingere il nostro Paese nel girone degli inaffidabili” (decidono le cancellerie chi lo è e chi no).

Folli, invece, è agitatissimo: l’uscita di Giggino gli ha mandato di traverso il riportino, manco gli avesse toccato la mamma. “Forse non si era mai visto in Europa – tuona tutto sudato, con toni più veementi di quelli usati dallo stesso Eliseo – in tempi moderni un uomo di governo capace di usare questi toni e argomenti per incoraggiare un movimento dai tratti eversivi” (tipo le Brigate rosse, per dire), che per giunta “agisce in un Paese vicino il cui nome oltretutto è Francia”. Ecco, si chiamasse magari Svizzera o Austria, pazienza. Ma la Francia guai a chi gliela tocca: e, se Di Maio si azzarda, la sua è nell’ordine: una “bizzarra uscita”, una “mossa moto goffa, quasi disperata”, un “tentativo maldestro di sviare l’attenzione dopo il via libera alle trivelle”. Ecco, uno autorizza le trivelle e poi di solito che fa? O invade la Polonia o si mette coi gilet gialli. C’è anche la possibilità che Di Maio, come ogni leader, faccia politica in vista delle elezioni europee e cerchi sponde per non farsi schiacciare fra i decadenti partitoni mainstream (Ppe e Pse) e le destre salvin-lepeniste. Ma neppure questo garba al fustigatore Folli: “l’obiettivo di rosicchiare un po’ di voti alla Lega è un calcolo sbagliato” perché Salvini – idolo inconfessato di Repubblica, che lo usa come il babau per riportare all’ovile gli elettori di sinistra – “è un estremista ma non uno sprovveduto”.

Infatti – furbo, Lui – “non è caduto nella trappola”: Lui, così allergico alle maniere forti, come dimostrano gli abbracci e i selfie con i pendagli da forca e da stadio, non dà “nessun avallo, nemmeno indiretto, alle violenze, per ragioni che è difficile spiegare a Di Maio se non le comprende da solo”. Bravo Capitano, avanti così. Invece i 5Stelle, con la loro “grave impreparazione”, “non si rendono conto di avere oltrepassato il limite della politica estera”. E quale sarebbe il limite? Non si offendono i Paesi vicini, men che meno se si chiamano Francia, e non si “attacca addirittura il ministro dell’Interno di Parigi nella speranza di mettere in difficoltà l’alleato” (sempre il povero Salvini). Questo significa “senso delle istituzioni zero”. Invece i francesi ne hanno a iosa.

L’altroieri, mentre diceva che “la Francia si guarda bene dal dare lezioni all’Italia”, la ministra macronista degli Affari europei Nathalie Loiseau intimava ai nostri due vicepremier di “fare pulizia in casa loro”. Un po’ come quando il commissario europeo Pierre Moscovici, francese, all’indomani delle elezioni italiane, ci spiegava che “sugli orientamenti europei e le decisioni da prendere sulla zona euro c’è una convergenza di vedute molto chiara con Gentiloni, Padoan e il governo” (quello purtroppo appena sconfitto) e dava dei “piccoli Mussolini” a chi si era permesso di vincere le elezioni. O quando Lars Feld, consigliere della Merkel, definiva il voto degli italiani “una catastrofe” e il governo fra i due vincitori “lo scenario peggiore che può fare grandi danni e creare un enorme problema”. O quando il tedesco Günther Oettinger, commissario Ue al Bilancio, minacciava: “I mercati insegneranno agli italiani a non votare più i populisti”. O quando Gabriel Attal, portavoce del partito di Macron, definiva “vomitevole la linea del governo italiano sui migranti”. O quando lo stesso Macron paragonava i vincitori delle elezioni italiane a “una lebbra che cresce un po’ ovunque in Europa, anche in Paesi in cui credevamo fosse impossibile”. E dava dei “bugiardi” ai nostri governanti sulla crisi migratoria. Intanto ordinava migliaia di respingimenti di migranti a Ventimiglia. Teneva ben chiusi i porti francesi alle navi delle Ong. Mandava la Gendarmerie a sconfinare nottetempo in Italia per deportare alla chetichella i profughi a Claviere e per incriminare chi osava soccorrere donne africane incinte. Infatti perfino la socialista Martine Aubry chiese a Macron “come osa dare lezioni agli altri” e gli ricordò che “la Francia è uno dei Paesi che ha fatto meno per i rifugiati”. A proposito di chi deve fare le pulizie di casa. Ma tutto questo Folli non lo sa, o finge. Lui ama Macron più di Brigitte e di Benalla e al cuore non si comanda. Per lui gli insulti dei governanti francesi sono attestati di buon vicinato. Invece l’incoraggiamento ai gilet gialli è un’ingerenza “mai vista in Europa”. Per giunta, a sostegno di “un movimento dai tratti eversivi”. A proposito: secondo voi qual è il Paese che dà asilo da anni a decine di terroristi e assassini di uno Stato confinante e alleato, da Pietrostefani a Battisti, aiutandoli a sottrarsi alla giustizia?

James e il folk agrodolce: dalla fame alla fama

Una sensibilità acuta unita alla capacità di raccontare storie intime e personali mettendole in musica hanno reso il misconosciuto Graeme James uno dei songwriter più interessanti del panorama attuale. Radicato nella ricca tradizione narrativa e musicale popolare, James elabora paesaggi sonori dinamicamente stratificati che lo vedono suonare – in uno stile da one man band – tutti gli strumenti presenti nel disco. The Long Way Home è il titolo del suo nuovo album, un folk moderno e ricco di suggestioni composto da 11 brani i cui testi, ha detto James, “sono il tentativo di catturare l’emozione agrodolce che senti quando guardi indietro e rifletti sui cambiamenti avvenuti sia dentro che intorno a te”. Quasi tutte le canzoni (consigliate The Times Are Changing e To Be Found By Love), mettono in connessione luoghi geografici e sentimenti: un disco niente male considerando che, fino a qualche tempo fa, James era costretto a vivere in auto e a soffrire la fame. Del resto si sa che si crea meglio a stomaco vuoto.

Max Gazzè, altro che un solo argomento

Per esempio, non è vero che poi ci dilunghiamo spesso su un solo argomento. Ne trattiamo molti, anche quando parliamo di un unico artista. Perché impigliare Max Gazzè dentro a un “solo argomento”, – che so, il cantautorato – rilsuterebbe riduttivo e fuorviante. Sono passati solamente pochi mesi dall’Alchemaya Tour e il Max romano di nascita, mezzo siculo di origini e belga di studi si è rimesso in cammino, un lungo cammino attraverso l’Europa e l’Italia (10, 11 e 12 gennaio a Reggio Emilia, 17, 18 e 19 a Roncade, 24, 25 e 26 a Livorno, 31 gennaio, 1 e 2 febbraio a Teramo), per celebrare i vent’anni di uno dei suoi album più rappresentativi. Il primo che ha visto la preziosa collaborazione ai testi di suo fratello Francesco: La favola di Adamo ed Eva. Vent’anni e non sentirli, a differenza dei lavori di alcun suoi colleghi ormai datati. Nella prima parte del concerto, che vede l’accompagnamento della sua band storica – Max “Dedo” Di Domenico ai fiati, Clemente Ferrari alle tastiere e sintetizzatori, Adriano Viterbini alla chitarra elettrica e Cristiano Micalizi alla batteria –, la scaletta segue la tracklist dell’album, che tra sperimentazione, filosofia, religione, amore poetico e ironia già nel 1998 conteneva il frutto di tutti i lavori che sarebbero venuti dopo. “Il futuro fa le fusa/si addormenta seduto su una puntata di Quark” canta Gazzè in Come si conviene, seguito da un pubblico che conosce bene la sua produzione più famosa – Vento d’estate, Cara Valentina –, ma lo segue anche nei brani più eclettici – Nel verde, Colloquium Vitae. E poi, la seconda parte del concerto, dedicata alle hit che fanno ballare tutti sotto il palco – Una musica può fare, Ti sembra normale, La vita com’è – o fanno abbracciare i fidanzati – Il timido ubriaco, Mentre dormi. Scherza, Gazzè, con il suo pubblico, asciugandosi l’auricolare con un fazzoletto lanciato dalla platea e specificando che non è cerume, ma sudore. Rispetta, Gazzè, quando si ferma a firmare autografi, rimasto solo sul palco. Gioca, quando scende e cerca voci per il suo Cara Valentina, che diventa un coro inesauribile. Perché per esempio, non è vero che poi si dilunga spesso su un solo argomento.

Jovanotti chi? Ora è tempo di trap. Ebbasta

Se Sfera Ebbasta sorpassa Laura Pausini, Jovanotti ed Eros Ramazzotti è segno che il ricambio generazionale è avvenuto.

Per chi suona la campana? Negramaro, Giorgia, Cremonini, Vasco Rossi sono artisti i cui numeri oscillavano sempre tra le 200.000 e le 300.000 copie. Oggi è un miracolo se ottengono un disco di platino (50.000 copie combinate tra supporti fisici, digitale e streaming). Con Salmo con il fiato sul collo (è l’album più venduto all’inizio del 2018 e ha già superato le 100.000 copie) e tantissimi nomi nuovi (Irama, Maneskin, TheGiornalisti, Capo Plaza, Ultimo, Gemitaiz, Tedua, Noyz Narcos, Carl Brave, Ermal Meta, Boomdabash) capaci di generare numeri importanti, assistiamo al tramonto di molte ex star.

Per l’industria dei discografici (Fimi) è Rockstar l’album dell’anno di Sfera Ebbasta, con quattro dischi di platino, oltre 200.000 copie. Segue Plume di Irama con oltre 100.000, Laura Pausini (ben al di sotto delle previsioni), l’outsider Salmo, in ascesa con Playlist e Il ballo della vita dei Maneskin, entrambi sopra i due dischi di platino: è il dato più eloquente del cambiamento di clima in vetta.

“Otto su dieci artisti nella top ten hanno meno di trent’anni”, commenta il Ceo della Fimi, Enzo Mazza. Capo Plaza è al sesto posto – a sorpresa – scavalcando quelli che sulla carta dovevano essere i big dell’anno. Parliamo di Eros Ramazzotti (22°), Negramaro (23°), Jovanotti (11°), Emma (15°), Cremonini (16°). Artisti i cui singoli sono introvabili nelle classifiche di Spotify, ma che continuano ad avere un inspiegabile seguito dalle radio e da quel che resta degli uffici marketing delle major discografiche.

Noyz Narcos e Carl Brave scavalcano Giorgia, Ermal Meta e Vasco Rossi; meritevole il piazzamento dell’album Love per TheGiornalisti. Tra i singoli domina Amore e Capoeira di Takagi & Ketra feat. Giusy Ferreri & Sean Kingston, al terzo Cupido di Sfera, al quarto Tesla di Capo Plaza. Assenti completamente le vecchie guardie.

Nei vinili sono i dischi cosiddetti di catalogo a dominare, in testa i Pink Floyd con l’eterno The Dark Side Of The Moon; il primo artista italiano è al terzo posto ed è Noyz Narcos con Enemy. Le radio nel 2018 hanno premiato Non ti dico no di Boomdabash & Loredana Bertè. Rispetto a un anno fa i grandi network hanno aperto in modo considerevole ai nuovi artisti – compatibilmente con i testi cantati – ma le resistenze sono ancora molto alte.

Infine i dati di Spotify: in Italia l’artista più ascoltato è Sfera Ebbasta, seguito da Capo Plaza, Gemitaiz, Gue Pequeno e Salmo. L’album con più streaming è Rockstar di Sfera, ma è tra i singoli che la lotta è stata senza pietà: stravince Tesla di Capo Plaza feat. Sfera Ebbasta e DrefGold. Salmo ha battuto il record con più brani contemporaneamente nella top ten scavalcando Sfera Ebbasta. Nei primi cinquanta della classifica attuale non c’è nessun over 40. Sipario.

Non tutti i Globes vengono per gli Oscar

Golden Globes, Bohemian Rhapsody non è l’unico a cantare vittoria. Prima di vedere i premiati, però, tocca fare chiarezza: tradizionalmente considerati “l’anticamera” degli Oscar, se non altro perché precedono gli Academy Awards (nomination il prossimo 22 gennaio, cerimonia il 24 febbraio), i riconoscimenti della stampa estera accreditata a Hollywood (Hollywood Foreign Press Association) sono in realtà radicalmente differenti. Se all’attribuzione delle più celebri statuette concorrono gli oltre ottomila votanti dell’Academy, che peraltro fanno parte a vario titolo del mondo dello spettacolo, i Golden Globes sono espressione di appena 93 (novantatré) giornalisti di spettacolo, ovvero cinema e televisione: stante la diversità di numero e status, voler estendere ai primi le scelte dei secondi, si capisce, è oltremodo fuorviante. Dunque, bisserà Bohemian Rhapsody, il biopic di Freddie Mercury e i suoi Queen, il 24 febbraio? Nì, anzi, con buona probabilità no. Troppa grazia già la vittoria quale miglior film drammatico e con il miglior attore drammatico, il protagonista Rami Malek, ai Globi? L’impressione è che da buoni cronisti i membri della HFPA abbiano cavalcato l’onda mediatica, più che assecondato il gusto critico: in pole position con sei nomination, il ben più valido Vice – L’uomo nell’ombra di Adam McKay è uscito con le ossa rotte, ovvero il solo riconoscimento al protagonista Christian Bale nella categoria commedia o musical.

Capite bene, ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere: il musicale Bohemian Rhapsody candidato e vincente nella categoria film drammatici, e il drammatico Vice, al massimo etichettabile quale dramedy, candidato e mazziato nella categoria musical e commedie. Se agli Oscar è sovente discutibile o addirittura sanzionabile la distinzione tra interprete protagonista e non, quest’anno i Golden Globes hanno calpestato la soglia del ridicolo: già la divaricazione dramma/musical e commedia è da intendersi quale mera duplicazione, onde avere sul palco del Beverly Hilton Hotel un maggior numero di talent, che almeno la si assecondi.

Tornando a Bohemian Rhapsody, le ragioni quantitative a suffragio del duplice alloro non mancano: costato 52 milioni di dollari, ne ha rastrellati quasi 194 nei soli Stati Uniti, per un totale nel mondo di 744 milioni. Ancor più giustificata la scelta dell’HFPA sarà parsa alle nostre latitudini: arrivato a oltre 23 milioni di euro al botteghino, è il primo incasso in Italia del 2018, e non accenna a fermarsi, giacché nel weekend dell’Epifania s’è piazzato ancora al quarto posto della classifica Cinetel. Il lungometraggio diretto ma non completato dal reietto Bryan Singer – assente alla cerimonia e “dimenticato” negli acceptance speech di Malek & Co. – ha tenuto banco anche nei commenti social alla 76esima edizione dei Globi d’Oro: terzo hashtag dopo A Star Is Born e Roma, l’acclamazione quale Best Motion Picture – Drama è stato il momento più twittato.

Ecco, seppur non totalmente snobbato come Cold War o Senza lasciare traccia di Debra Granik, il musicale A Star Is Born è uno dei grandi sconfitti della serata: correva – si ride anche qui – nella categoria Drama quale miglior film, con l’attore e regista Bradley Cooper e con l’attrice Lady Gaga, ha vinto unicamente per la canzone Shallow, e chissà che gli Oscar, almeno in questo caso, non possano allinearsi, al contempo restituendo il “maltolto” a Vice. Viceversa, a completare il podio dei Globes sono Green Book di Peter Farrelly, distinto per la sceneggiatura, il non protagonista Mahershala Ali e quale migliore musical o commedia, e Roma. Il Leone d’Oro di Alfonso Cuarón ha trasformato due delle tre nomination, laureandosi miglior film in lingua straniera e per la regia: sono i riconoscimenti a cui punta, ovvio, anche agli Oscar, dove a differenza dei Globes potrà essere, e sarà, candidato nella categoria miglior film tout court. Premi che sommati ai due della serie Il metodo Kominsky, miglior musical o commedia e Michael Douglas protagonista, fanno di Netflix il vero trionfatore dei 76esimi Golden Globes.

Nota di merito, infine, per Sandra Oh, una e bina. Conduttrice della cerimonia – la prima asiatica host di un simile evento in America – con Andy Samberg e vincitrice per la serie drammatica Killing Eve, l’indimenticata Cristina Yang di Grey’s Anatomy ha profferito un emozionato ed emozionante peana alla diversità, elogiando “tutti questi volti del cambiamento” presenti in platea. Certo, gli astanti (quasi) tutti in total black dell’anno scorso – per manifestare in favore dell’equità di genere e contro le molestie sessuali – erano un altro colpo d’occhio.

Al Sisi, l’Isis e il patto segreto con gli israeliani

Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi conferma che Israele sta aiutando l’Egitto a combattere gli integralisti del sedicente Stato islamico, cioè gli islamisti suoi oppositori, con raid aerei segreti nel Sinai. Poi, dopo avere lanciato il sasso nello stagno, cerca di ritrarre la mano e chiede alla Cbs, una delle tre grandi tv generaliste americane, di non mandare in onda l’intervista in cui fa l’ammissione, scomoda sul piano interno. Ma la Cbs, l’antenna che fu per 24 anni di Dan Rather, non ci pensa neppure a dargli retta e manda in onda domenica scorsa il colloquio con Scott Pelly, nel programma 60 Minutes.

È stata forse l’ultima decisione cui ha dato il suo avallo David Rhodes, presidente di Cbs News dal 2011, avvicendato ieri al vertice della tv da Susan Zirinski, prima donna a ricoprire l’incarico. È la più recente delle molte novità nel team dirigenziale, da quando Joe Ianniello è divenuto presidente della Cbs e amministratore delegato facente funzioni dopo l’uscita di Leslie Moonves, travolto dalle accuse di molestie sessuali nel ciclone #MeToo e allontanato dalla società. Le dichiarazioni di al-Sisi, l’ex generale divenuto presidente dopo il colpo di Stato che nel 2013 rovesciò Mohamed Morsi, il candidato dei Fratelli Musulmani, confermano indiscrezioni già pubblicate dal New York Times e dalla stampa israeliana: il Sinai è un focolaio d’opposizione ad al-Sisi ed è spesso teatro o punto di partenza di azioni terroristiche.

Alla domanda della Cbs se la cooperazione con l’ex nemico Israele sia più stretta che mai, al-Sisi risponde: “È corretto… abbiamo un ampio spettro di cooperazione con gli israeliani”, confermando che militari egiziani lavorano “con Israele contro i terroristi nel nord del Sinai”. Inoltre, il presidente, che continua a coprire i responsabili dell’omicidio di Giulio Regeni, tre anni or sono, nega che in Egitto vi siano detenuti politici e svicola su chi ordinò il massacro di Rabaa, una strage di piazza perpetrata nel 2013 subito dopo la sua ascesa al potere e costata la vita – si calcola – a 800 oppositori.

È stata l’ambasciata d’Egitto – racconta al Jazeera – a chiedere alla Cbs di non dare l’intervista, senza però indicare quali fossero le dichiarazioni che imbarazzavano il presidente, apparso – riferisce chi lo conosce – a disagio durante il colloquio televisivo.

La penisola del Sinai, desertica, è formalmente demilitarizzata dal 1979, in forza del trattato di pace tra Israele e l’Egitto mediato dagli Stati Uniti. Nel 1967 nella Guerra dei Sei Giorni, gli israeliani avevano militarmente occupato l’area, mantenendone poi il controllo. L’ammissione politicamente scomoda di al-Sisi arriva mentre la diplomazia americana è molto presente in Medio Oriente, anche per spiegare le decisioni sulla Siria del presidente Trump, che vuole ritirare le truppe Usa in un lasso di tempo non ben definito (ora si parla di quattro mesi).

L’intenzione del presidente, per di più controverse, hanno già condotto alle dimissioni del segretario alla Difesa, James Mattis, e del suo capo di gabinetto, Kevin Sweeney.

Il segretario di Stato Mike Pompeo intraprende un lungo giro con tappe in Giordania, Egitto, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman e Kuwait; il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton viaggia tra Turchia e Israele.