Muro con il Messico, lo show di Trump: “Meglio d’acciaio”

L’ultima trovata, almeno per il momento, perché ce n’è una al giorno, è quella di costruire il muro al confine con il Messico in acciaio: così, tanto per strizzare l’occhio ai siderurgici del MidWest e dei Grandi Laghi, che con i loro voti lo hanno portato alla Casa Bianca nel 2016. Il presidente Usa Donald Trump tiene il punto del muro, nel braccio di ferro con il Congresso per il finanziamento delle installazioni di sicurezza lungo la frontiera: giovedì, visiterà il confine lungo il Rio Grande e vedrà “coloro che sono in prima linea sul fronte della sicurezza nazionale e della crisi umanitaria”.

Lo shutdown, cioè la serrata dell’amministrazione federale, entra nella terza settimana, la prima d’attività al 100%, dopo quelle di Natale e di Capodanno.

Nancy Pelosi, neo-speaker della Camera, leader democratica, commenta così la minaccia di Trump di andare avanti con lo shutdown fin che il Congresso non gli finanzierà il muro: “Se il presidente degli Stati Uniti è contro il governo e se non gli importa se le esigenze della gente non sono soddisfatte o che i dipendenti pubblici non siano pagati, allora abbiamo un problema e dobbiamo portarlo davanti al popolo americano”. Trump parla di negoziati con il Congresso “produttivi”, ma ripete che, se i deputati e i senatori non gli danno i cinque miliardi per il muro, di mattoni o d’acciaio che sia, lui potrebbe proclamare l’emergenza nazionale e procurarsi i fondi sottraendoli ad altri capitoli di spesa federale, mossa che esperti di diritto giudicano illegale.

La politica statunitense sembra incartarsi, in una giornata in cui i temi s’intrecciano: a Pechino, partono i negoziati tra Cina e Usa per sventare la ‘guerra dei dazi’; ed emissari della Casa Bianca viaggiano in Medio Oriente per spiegare le scelte più recenti dell’Amministrazione americana. E intanto prosegue la fuga degli insofferenti dalla squadra di Trump, che riunisce l’ultimo quadrato dei suoi fedelissimi a Camp David per incominciare a preparare il discorso sullo stato dell’Unione che farà il 29 gennaio. I colloqui di Pechino sono il primo round tra le due parti dopo la tregua di 90 giorni proclamata dai presidenti Trump e Xi Jinping il 1° dicembre, dopo il G20 di Buenos Aires. La delegazione Usa, guidata dal vice-rappresentante sul commercio Jeffrey D. Gerrish, discute con quella cinese sul riequilibrio dell’interscambio e sulle tensioni sul trasferimento di tecnologie e l’accesso ai mercati.

Nell’imminenza dei colloqui sia Trump che Xi hanno lanciato segnali positivi, peraltro apprezzati dai mercati azionari: il magnate ha parlato di “grandi progessi” e della volontà di Pechino di trovare un accordo, mentre Xi ha citato la “collaborazione” tra i due Paesi come unica opzione possibile.

Sui fronti internazionali, Washington prepara un secondo incontro tra Trump e Kim Jong-Un, proseguendo nel turismo della diplomazia dell’apparenza – dopo Singapore, i due potrebbero vedersi in Vietnam, ad Hanoi -. Ma il presidente deve fare i conti con la fronda interna, forte, soprattutto, fra i militari, che non digeriscono le decisioni di ritiro, non concordate con il Pentagono, dalla Siria e dall’Afghanistan.

Le dimissioni, o l’allontanamento – le versioni sono contrastanti – di Kevin Sweeney, che è stato per due anni capo di gabinetto del segretario alla Difesa uscente James Mattis, non hanno creato sorpresa a Washington: “Ho deciso che è il momento di tornare al settore privato”. Sweeney, contrammiraglio, a riposo dal 2014, era contrario, come molti generali, al ritiro delle truppe. Se ne va mentre il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton va ad Ankara a spiegare che quello che ha detto Trump non è vero, che gli Usa non se ne vanno dalla Siria da un giorno all’altro, che ci vorrà tempo, almeno quattro mesi. E a chiedere che i turchi non ne profittino per massacrare i curdi.

 

Sahel, ultima frontiera jihadista

Luca Tacchetto ed Edith Blais, i due italiani scomparsi tra il Mali e il Burkina Faso alla fine di dicembre, potrebbero essere stati rapiti da qualche banda armata. La zona occidentale del Sahel, da tempo è infestata da islamici di vario genere (che fanno riferimento ad al Qaeda o all’Isis) e predoni che con la crisi economica sono diventati sempre più aggressivi.

Luca ed Edith sono partiti in auto dal Veneto e dopo aver lasciato l’Europa hanno superato il Marocco e la Mauritania. Sono entrati in Mali e diretti verso il Burkina Faso. Forse hanno passato la frontiera. Dal 15 dicembre (qualcuno dice dal 22) di loro non si sa più nulla. Scomparsi.

In Mauritania, proprio al confine a cavallo con il Mali, il 18 dicembre 2009, era stata rapita dai predoni una coppia di italiani che con un minibus era diretta anch’essa in Burkina. Di Sergio Cicala e la moglie, Philomen Kabouree non si seppe più nulla per una decina di giorni. Poi il 28 dicembre il sequestro venne rivendicato da al Qaeda per il Maghreb islamico. Furono liberati il 16 aprile successivo. In un’intervista a Ouagadougou un paio d’anni dopo, Sergio Cicala mi raccontò che i rapitori, criminali comuni, li avevano ceduti agli islamici.

I gruppi fondamentalisti attivi nel Sahel, operano in due ambiti: politico e criminale. Quest’ultimo, per finanziare il terrorismo, riguarda non solo il rapimento di occidentali a scopo di riscatto, ma anche il traffico di droga. Nel novembre 2009 un Boing Cargo 737 colombiano proveniente dal Venezuela carico di cocaina era atterrato sulla sabbia in Mali. Una volta scaricato l’aereo era stato incendiato, perché non sarebbe potuto più ripartire. Il valore del carico era enormemente superiore a quello del vecchio jet. È probabile che gli italiani tenteranno di utilizzare per le trattative un vecchio notabile della tribù babariché, Baba Olud Choueckh. È lui che aveva trattato la liberazione dei Cicala.

La situazione difficile e pericolosa di allora oggi è diventata esplosiva. Il 31 dicembre il governo del Burkina, ha dichiarato lo stato di emergenza in diverse province del Paese, dopo il massacro di dieci gendarmi rivendicato dal raggruppamento terrorista Jama’at Nasr al-Islam wa al-Muslimin (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), formato dall’unificazione di diverse formazioni armate.

Il raggruppamento, creato nel marzo 2017, è capeggiato da Iyad Ag-Ghali, alleato con al Qaeda e i talebani afghani. Nel Burkina negli ultimi anni si sono susseguiti tre attacchi nella capitale Ougadougou: nel 2016 contro l’Hotel Splendid e il caffè-ristorante “Cappuccino”, nell’estate del 2017 attentato al ristorante Aziz Istanbul e nel marzo 2018 assalite l’ambasciata francese e lo Stato maggiore dell’esercito. Bilancio almeno una sessantina di morti, compresi parecchi stranieri.

Nel Sahel i francesi sono presenti con l’operazione Barkhane (oltre quattromila uomini). Il Burkina – insieme a Niger, Mali, Mauritania e Ciad – è membro dell’alleanza G5 Sahel che ha creato un contingente tutto africano (Force G5 Sahel), che però stenta ancora a decollare. In Mali la situazione non è certo migliore. L’11 dicembre i miliziani hanno ucciso 47 civili tuareg tra l’11 e il 12 dicembre in diverse località. Gli attacchi sono stati rivendicati dal Movimento per la Salute dell’Azawad (MSA), nato da una scissione dal Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad (CMA). L’ MSA è vicino al gruppo filogovernativo Gatia (Gruppo di autodifesa tuareg Imgad e alleati).

Nel Sahel sono ancora diversi gli ostaggi occidentali in mano ai jihadisti. Tra loro anche Sophie Pétronin, ora 73enne, cittadina francese, rapita a Gao la vigilia di Natale del 2016. Il 28 giugno il Consiglio di Sicurezza ha rinnovato il mandato della Missione multidimensionale integrata dell’Onu per la stabilizzazione nel Mali (MINUSMA), 13.289 militari sul campo e 1.920 forze di polizia. Malgrado tutte le forze internazionali in campo, MINUSMA e i francesi gli attacchi dei jihadisti non si placano.

La Force G5 Sahel, è stata elogiata dal ministro della Difesa francese, Florence Parly, per la sua partecipazione ad un’operazione congiunta in Niger, tra soldati nigerini e francesi di Barkane. Lo stato maggiore di Parigi ha fatto sapere che il 30 dicembre sono stati uccisi una quindicina di jihadisti, presumibilmente appartenenti al gruppo terrorista Etat islamique dans le Grand Sahara(EIGS). Una goccia d’acqua in un mare di violenza.

Sposo fuggiasco, mistero sul cadavere carbonizzato

È ancora in attesa di soluzione il mistero attorno al cadavere carbonizzato trovato sabato nella zona di Piano dei Rizzi a Salemi, in provincia di Trapani. Il corpo era all’interno di un’auto bruciata, una Mercedes C, che apparteneva a Francesco Ciaravolo, un uomo di 48 anni che lo scorso 29 dicembre non si è presentato all’altare per il matrimonio con l’ex compagna. Sebbene ci siano pochi dubbi sull’identità del cadavere, si attende l’esito dell’autopsia e dell’esame del Dna per dare un volto e un nome alla vittima. Di Ciaravolo, che viveva con l’anziana madre, non si hanno più notizie proprio dal giorno dell’incidente. Sabato 29 dicembre doveva sposarsi con un’infermiera di Castelvetrano ma non si è presentato. La notizia ha fatto il giro d’Italia, prima come curiosità, poi come caso di cronaca nera. Già a settembre lo stesso Ciaravolo sarebbe dovuto convolare a nozze con la fidanzata, ma anche in quel caso fece saltare tutto all’ultimo. Oltre all’identità vanno stabilite le cause della morte: non è esclusa l’ipotesi che possa essersi trattato di un suicidio.

“Ditemi perché non hanno separato i bimbi”

“Ancora non sappiamo nulla, aspettiamo l’esito dell’autopsia”. Simona è la mamma di Nicole, la prima neonata ad aver perso la vita nel reparto di terapia intensiva neonatale degli Spedali Civili di Brescia.

Signora Simona, che idea vi siete fatti?

Pur sapendo che la nostra bambina era a rischio mi ero convinta ormai di aver scongiurato il pericolo morte. Quando è successo pensavo ad una fatalità. E invece…

E invece nello stesso reparto sono morti altri tre neonati.

La morte di Marco, il bimbo nato ad inizio dicembre, ha cambiato il nostro pensiero. Abbiamo parlato con la madre del bambino e con mio marito ci siamo detti: “I nostri dubbi non erano campati in aria”. Dopo aver saputo delle altri morti ci siamo convinti che qualcosa in reparto non ha funzionato. Non credo ad un’epidemia, ma ad altro.

Che può essere successo?

Tre neonati che erano nella stessa stanza e sono morti e allora mi chiedo: mia figlia è stata la seconda ad ammalarsi, perché non sono stati allontanati i bambini sani ? Continuo a chiedermelo in questi giorni di immenso dolore. Nicole era la nostra seconda figlia, l’abbiamo desiderata tanto. Noi non potevamo tenere in braccio Nicole, solo il personale dell’ospedale poteva toccarla. Non possiamo aver trasmesso l’infezione da fuori. Se potessi tornare indietro non tornerei in quell’ospedale. Forse un giorno vivrò un’altra gravidanza, ma non torno più lì.

I medici degli Spedali Civili però sostengono che i casi siano tutti diversi tra loro.

Può essere, ma per quello che so l’iter è stato lo stesso: enterocolite, infezione e poi morte. Non siamo medici, ma noi genitori abbiamo vissuto settimane terribili uno a fianco all’altro. Cristian, il bambino straniero che si è ammalto per prima e che da più tempo era ricoverato era stato operato al pancino, mentre la mia bambina non ha fatto in tempo perché troppo debole.

Quanto pesava sua figlia alla nascita?

Nicole era nata il nove dicembre alla 27esima settimana. Pesava poco più di un chilo, poi era arrivata a pesare 800 grammi, ma nell’ultimo periodo era aumentata fino al chilo e 80 grammi. Pochi certo, ma sembrava aver intrapreso la strada giusta. Respirava con l’ossigeno, ma sembrava star meglio. Poi improvvisamente mi hanno detto che dovevano intubarla ed è finito tutto. Il 29 si è ammalata ed il 30 è morta. Ci hanno chiamato la notte dicendoci che non c’era più nulla da fare. Abbiamo battezzato la piccola e poi il suo cuore ha smesso di battere. Il 31 dicembre è stata effettuata l’autopsia e ora spettiamo l’esito. Tutto è precipitato in 24 ore.

La Procura indaga per omicidio colposo. Cosa chiede?

La verità. Ci dicano come è stata contratta l’infezione e perchè. Ripeto, sapevamo del rischio, ma è sembrato tutto molto strano. Anche noi adesso ci uniamo alle altre famiglie che chiedono lo stesso. Per noi, che abbiamo perso i figli, e per tutti quei genitori che hanno i loro bambini ancora ricoverati nel reparto di terapia intensiva neonatale.

Brescia, sono 4 i neonati morti in una settimana

Nicole, Cristian e Marco erano compagni di stanza. Neonati ricoverati nel reparto di terapia intensiva neonatale degli Spedali civili di Brescia. Le loro famiglie hanno vissuto lo stesso dramma: la nascita prematura e un quadro clinico complesso, le condizioni che sembrano migliorare, poi il crollo, l’infezione e la morte. Ugualmente tragica anche l’esperienza di un’altra famiglia, la quarta, che ha visto il proprio bimbo nascere e morire in pochissime ore sabato scorso. Quattro decessi in sette giorni. E sulla vicenda, dopo il ministero della Salute e la Regione Lombardia, vuole vederci chiaro ora anche la Procura di Brescia, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo.

L’ospedale prova a minimizzare: “I decessi non sono riconducibili a una medesima causa e non sono la conseguenza di un focolaio epidemico”, ripetono dalla direzione. La magistratura indaga, con il sostituto procuratore Corinna Carrara, solo su tre casi. Non è stato ritenuto di interesse investigativo l’ultimo decesso: le condizioni del piccolo alla nascita erano già compromesse. “È deceduto poco più di due ore dopo il parto, per una gravissima malformazione congenita delle vie aeree superiori”, è la ricostruzione dei medici. Il bimbo, senza trachea, non sarebbe mai riuscito a sopravvivere.

Tutte da chiarire invece le morti dei tre piccoli pazienti che hanno condiviso una delle stanze del reparto di terapia intensiva neonatale, già chiuso l’estate scorsa per il batterio della serratio marcens che allora aveva ucciso un neonato, risparmiando invece il fratellino gemello (alcuni bambini che avevano contratto quell’infezione l’estate sono ancora attualmente ricoverati). “Vogliamo sapere” si sfoga la mamma di Marco, nato il 4 dicembre, alla 30° settimana, e che ha contratto uno shock settico al 25° giorno di vita: un’infezione che i medici non sarebbero riusciti a identificare. L’autopsia, inizialmente fissata ieri, è stata spostata a oggi, su intervento della Procura che nominerà i proprio consulenti. L’esame autoptico sarà effettuato anche sul corpicino di Cristian, nato da famiglia straniera, il primo bambino ad ammalarsi, e l’unico ad essere stato sottoposto a intervento chirurgico (deceduto nella notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana).

Nella cartella clinica sequestrata dai carabinieri dei Nas, così come quelle degli altri piccoli pazienti coinvolti, si legge: “Trasferito in reparto per enterocolite necrotizzante con perforazione intestinale, è morto per una grave insufficienza respiratoria, nonostante gli interventi chirurgici e il trattamento intensivo a cui è stato sottoposto”.

È già invece stata eseguita l’autopsia sulla prima vittima accertata nel reparto di terapia intensiva. È il caso di Nicole, nata alla 27° settimana e morta il 30 dicembre “a causa di una enterocolite necrotizzante insorta dopo circa 20 giorni dalla nascita e che, nell’arco di meno di 48 ore, ha portato la piccola alla morte”, è la ricostruzione dei medici bresciani. Chi ha operato in reparto sarà ascoltato nelle prossime ore dalla Commissione d’inchiesta voluta dalla Regione. Da un lato si valuta la gestione clinica dei tre casi sospetti, dall’altro il funzionamento generale di un reparto che, nella bufera, incassa la “totale fiducia” della direzione strategica aziendale degli Spedali Civili di Brescia.

Caso Occhionero, i giudici: “Imponente rete di dossieraggio”

Grazie alla sua attività di cyber spionaggio Giulio Occhionero aveva accesso a un database che “conteneva un elenco di 18.327 username univoci, 1.793 dei quali correlati da password, catalogati in 122 categorie denominate Nick, che indicano la tipologia di target (politica, affari, altro). Molti account contenuti nel database appartenevano ad enti istituzionali, (…) imprenditori e studi legali”. È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado con la quale il giudice Antonella Bencivinni lo scorso 17 luglio ha condannato l’ingegnere nucleare e la sorella Francesca Maria rispettivamente a 5 e 4 anni di reclusione per accesso abusivo a un sistema informatico: i due, secondo il giudice, avevano messo in piedi un’attività di cyber spionaggio. Tentativi di inserirsi nelle caselle di posta elettronica, secondo i pm, c’erano stati anche ai danni degli ex premier Matteo Renzi e Mario Monti. Lo strumento utilizzato dai fratelli Occhionero, come ricostruito dalle indagini, era un malware inviato tramite un messaggio email. Così gli Occhionero “hanno accumulato una mole di dati e documenti riservati, sempre più imponente e variegata, creando una vera e propria rete di dossieraggio”.

Butta coperte nel bidone sbagliato. Multa al vicesindaco anticlochard

Ceausescu e la Lega. “Ero scappato dalla Romania ai tempi del dittatore Ceausescu”, parla Mesej Mihaj, il clochard romeno cui il vicesindaco di Trieste ha buttato nella spazzatura i vestiti e le coperte. Una storia raccontata dal quotidiano Il Piccolo, che Paolo Polidori (Lega) aveva addirittura postato sui social “con soddisfazione”. Aveva scritto il vicesindaco: “Sono passato in via Carducci, ho visto un ammasso di stracci buttati a terra, coperte, giacche, un piumino e altro. Non c’era nessuno, quindi presumo fossero abbandonati. Così, da normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città, li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto… Tolleranza zero”. Nonostante il freddo pungente e il vento di questi giorni. Anzi, Polidori aveva aggiunto: “Quell’uomo è un romeno con precedenti penali”. Un elemento che non avrebbe trovato riscontri.

Il clochard, in Italia da anni, era stato recentemente cacciato da un centro di accoglienza.

Mihaj, però, ha ottenuto la solidarietà di molti triestini che gli hanno regalato giacche e coperte nuove. Intanto è ospite di un albergo in provincia di Trieste a spese della comunità romena.

A rischiare adesso è il vicesindaco Polidori, perché avrebbe gettato i vestiti del clochard nel contenitore dei rifiuti sbagliato. A provarlo potrebbero essere le stesse foto che il leghista ha postato sui social. La Polizia municipale, riportano le cronache triestine, starebbe per inviare al numero due del Comune una sanzione che potrebbe arrivare a 450 euro. Sempre che, ipotizza qualcuno, Mihaj non quereli il vice-sindaco per avergli dato del pregiudicato.

Del resto quella di Trieste non è l’unica giunta di centrodestra che ha scelto il pugno duro contro i senza fissa dimora. Una strategia analoga sta seguendo Genova dove l’assessore alla Sicurezza è il leghista Stefano Garassino.

Cinquantenne italiano morto in Siria al confine turco: combatteva al fianco dei curdi

La milizia curdo-siriana Ypg (Unità per la protezione dei popoli) che combatte l’Isis in Siria, ha diffuso ieri la notizia della morte di Giovanni Francesco Asperti, un proprio combattente. La morte sarebbe avvenuta lo scorso 7 dicembre a Derik, centro del governatorato di al-Hasakah nell’estremo nord-est della Siria al confine con Turchia ed Iraq. Asperti, 50 anni, originario della provincia di Bergamo, stando a quanto confermato da fonti curde, non sarebbe morto durante uno scontro a fuoco, ma a causa di un incidente stradale mentre era in servizio: “Il nostro compagno e il nostro martire Hiwa Bosco (Speranza, il nome di battaglia di Asperti, ndr) è stato martirizzato in un incidente stradale”, si legge nel sito ufficiale Ypg. La decisione di rendere pubblica la notizia a un mese esatto dai fatti è legata soprattutto alla necessità di informare i familiari dell’accaduto con largo anticipo. il sito pubblica la foto di Asperti in divisa da battaglia assieme a quella di un altro combattente curdo, stavolta originario di Kobane, morto in battaglia nei pressi di Deir Ezzor, la città siriana in pieno deserto al confine con l’Iraq. In queste due zone i curdi sono impegnati su più fronti. Nel Rojave sono opposti alle ultime offensive del Daesh e all’esercito turco che, dopo aver conquistato l’enclave curda di Afrin (a nord di Aleppo e al confine con la regione turca di Kilis e Gaziantep), sta spingendo il Ypg oltre l’Eufrate. L’obiettivo di Ankara è eliminare il suo vero nemico, esterno e interno, i curdi e per questo attraverso varie operazioni militari, l’ultima è denominata ‘Ramoscello d’ulivo’, hanno imposto ai vertici del Ypg di chiedere supporto direttamente ad Assad per scongiurare l’offensiva turca. A Deir Ezzor è attiva la coalizione curdo-araba del Sdf (Syrian democratic front) con il sostegno degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi la procura di Torino ha chiesto la sorveglianza speciale per cinque antagonisti tornati dalla Siria.

Vendetta per un complimento social: tre ragazzini feriscono gravemente un coetaneo

Aveva fatto un apprezzamento su Facebook a un’amica che usciva col loro gruppo e per questo si sono vendicati: prima lo hanno convinto a vedersi nella pineta di Marina di Massa e poi lo hanno aggredito pestandolo a sangue e ferendolo con un taglierino alla gola. Per questo ieri la Squadra mobile di Massa ha arrestato tre ragazzini, due minorenni e un neo diciottenne, con l’accusa di tentato omicidio. Due sono ai domiciliari mentre il terzo, l’autore materiale del taglio, è stato trasferito nel carcere minorile di Torino. Il fatto è accaduto alla vigilia di Natale: secondo la ricostruzione degli investigatori di Massa, la vittima di 16 anni aveva più volte mostrato interesse nei confronti della ragazza sul famoso social network e così i tre hanno deciso di dargli una lezione organizzando una spedizione punitiva. Lo hanno contattato sui social per darsi appuntamento nel parco vicino al centro di Marina di Massa e quando si sono incontrati lo hanno insultato prima di iniziare a picchiarlo con pugni e calci alla testa.

Una volta a terra, uno dei tre aggressori gli ha inferto anche un profondo taglio alla gola di dieci centimetri con un taglierino tascabile lasciandolo esanime. A quel punto il ragazzo è solo riuscito a chiamare i genitori che si sono subito accorti della gravità del fatto e lo hanno raggiunto prima di portarlo al pronto soccorso: adesso il sedicenne si trova nell’ospedale di Massa in prognosi riservata. Gli uomini della Squadra mobile guidati dal dottor Antonio Corcione sono riusciti a ricostruire il fatto grazie alla visione delle immagini delle telecamere di sorveglianza di un esercizio commerciale vicino e in base a quelle hanno fermato i tre malviventi. Dalle prime indagini della polizia è emerso che i tre aggressori avevano alle spalle famiglie con disagi sociali e che si conoscevano solo di vista perché frequentavano la stessa scuola superiore.

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne”, prima o poi, ci sarà una colata di cemento

“All’ombra dei condomini e dentro l’urne” Chissà se Ugo Foscolo oggi avrebbe scritto così. Perché su Villa Franchetti, dove nacque l’idea di scrivere i Sepolcri, rischia di arrivare una colata di cemento di mezzo milione di metri cubi. Decine di palazzi nei campi accanto alla villa fatta costruire dalle famiglie Albrizzi e Franchetti. Sì, proprio quella di Isabella Teotochi Albrizzi che nel suo circolo letterario aveva accolto Foscolo. Succede che la Villa, proprietà della Provincia di Treviso, sia stata affidata in comodato alla fondazione Cassamarca. La stessa che ha comprato i terreni agricoli accanto alla storica costruzione. La strategia: ottenere l’edificabilità dei terreni e costruirci sopra un nuovo quartiere. Ma perché realizzare una colata di cemento proprio accanto a un edificio così pregiato? “C’è assoluto bisogno di introiti per mantenere la struttura, pagare il personale e ridurre il debito” raccontano fonti della fondazione Cassamarca alla Tribuna di Treviso, “perché entro fine 2020 vanno trovati 75 milioni per dimezzare il maxi-debito con Unicredit più altri 5 per estinguere il resto”.

Così ecco che si riparte con quel progetto oggetto di polemiche furiose: “È assurdo costruire mezzo milione di metri cubi accanto a uno dei nostri tesori”, si oppone Paolo Galeano (Pd), sindaco di Preganziol. Aggiunge: “Capisco che la fondazione abbia bisogno di introiti, ma non possiamo per questo rovinare la nostra villa e i suoi campi. Quella è una terra che ha una storia e ha mantenuto fortissimi legami con chi la lavorava”.

Ma sono anni che la fondazione ci ha messo gli occhi sopra. All’epoca Preganziol era in mano alla Lega ed era stato siglato un accordo di programma tra comune, provincia, regione (tutti del Carroccio) e fondazione. Arrivarono i piani di Paolo Portoghesi e di Renzo Piano, poi quello della Kcity di Milano dove si parla di “valorizzazione”, di sviluppo “fast”, ma anche “slow”.

Il punto, al di là delle parole, è il cemento: “Dal 2014 a oggi la villa è stata aperta per iniziative pubbliche soltanto una decina di giorni”, racconta Galeano, “Si era tentato di portare qui le università, ma l’idea non è andata in porto. Ma ci sono altre strade prima di riversare sulla campagna una colata di cemento. E comunque qualsiasi progetto deve ruotare intorno alla villa, non può essere il contrario”. Ma tra pochi mesi si vota. La Lega sta conquistando tutto il Veneto. Basterebbe una firma per togliere l’ultimo ostacolo al progetto.

In una regione, il Veneto, dove dal Duemila il nuovo cemento non è certo mancato: soltanto tra il 2001 e il 2006 sono state rilasciate concessioni per 94 milioni di metri cubi di nuove costruzioni. Abbastanza per dare alloggio a 748mila persone, ma i nuovi abitanti in quel periodo sono stati appena 244mila. Risultato: interi paesi nuovi rimasti vuoti. Eppure si vuole costruire accanto alla villa dove passarono Foscolo e, pare, anche Johann Wolfgang von Goethe. Lo scrittore tedesco proprio vedendo le decorazioni dedicate ai giochi nel salone sud di Villa Franchetti avrebbe scritto: “L’uomo può meglio conoscersi nel gioco, giacché le sue passioni vi si mostrano evidenti come in uno specchio”.