Un soggiorno di 24 anni costa circa 2 milioni. È la cartella esattoriale che Riscossione Sicilia ha presentato alla famiglia di Totò Riina per la sua permanenza in carcere al 41 bis dal 1993 fino alla sua morte, il 17 novembre 2017. Sarebbe stato il carcere di Parma, l’ultimo istituto penitenziario dove è stato detenuto l’ex padrino di Cosa Nostra, a mettere in moto la procedura di recupero delle spese per il mantenimento in carcere di Riina. Infatti l’articolo 188 del codice penale prevede che “il condannato è obbligato a rimborsare all’erario dello Stato le spese per il suo mantenimento negli stabilimenti di pena e risponde di tale obbligazione con tutti i suoi beni mobili e immobili, presenti e futuri, a norma delle leggi civili”. Ma gli eredi del defunto capomafia non restano zitti di fronte alla richiesta milionaria. Il legale della famiglia, Luca Cianferino, definisce la cartella “una boutade” e spiega: “La legge esclude espressamente che il rimborso per le spese di mantenimento in carcere si estenda agli eredi del condannato”. In effetti, il secondo comma dell’articolo 188 recita: “L’obbligazione non si estende alla persona civilmente responsabile e non si trasmette agli eredi del condannato”.
Grillo, un “report” su come votano gli scienziati rimossi
Un report di cinque pagine con informazioni personali, compreso l’orientamento politico, su ognuno dei trenta membri del Consiglio superiore della sanità (Css), l’organo di consulenza tecnica e scientifica del ministero della Salute. Una “schedatura”, gridano le opposizioni. Una semplice nota informativa secondo invece la ministra Giulia Grillo, che ieri ha replicato all’articolo su Repubblica che ha denunciato il caso.
I fatti risalgono a qualche settimana fa, quando la ministra 5 Stelle ha azzerato il consiglio giustificando la decisione con la volontà di imprimere un cambiamento e “aprire le porte ad altre personalità meritevoli”. Quella scelta, secondo Repubblica, era stata anticipata dal dossier fatto preparare dalla Grillo e circolato su una chat privata del Movimento. Per ciascun membro del consiglio è specificato brevemente il curriculum e annotato se abbia avuto trascorsi politici. A volte, come nel caso di Giuseppe Segreto, deputato Psi in Sicilia dal 2001 al 2006, l’appartenenza partitica è più evidente; in altri casi il collegamento è ardito: sul vicepresidente Adelfio Elio Cardinale, per esempio, viene scritto che è “sposato con magistrato Palma, precedentemente direttrice di gabinetto dell’ex ministro Schifani”.
Su queste basi il Pd ha chiesto le dimissioni delle ministra, firmando un’interrogazione urgente per chiedere “se gli esiti dell’indagine sul Consiglio superiore della Sanità abbiano influenzato la scelta di rimuovere i suoi componenti due anni prima della naturale scadenza”. Il problema, secondo la Grillo, non si pone: “Non è stato un rapporto sollecitato prima di decidere la revoca delle nomine – ha spiegato ieri in una diretta Facebook – ma costituisce un appunto del tutto informale che ho chiesto in chat ai miei colleghi dopo aver sciolto la commissione”. Il motivo? “Da più parti si chiedeva di agire separando la politica dalla scienza e ho chiesto ai colleghi se avevano notizie di attività politica da parte degli ormai ex membri. Visto che alcuni avrebbero potuto essere rinominati, mi interessava avere qualche informazione”.
Intanto ieri la Grillo ha anche nominato il commissario dell’Istituto superiore di sanità, l’ente pubblico di ricerca in materia di salute pubblica da cui, a fine dicembre, si era dimesso il presidente Walter Ricciardi. In attesa del nuovo corso all’istituto, dell’Iss si occuperà Silvio Brusaferro, professore ordinario di Igiene e Medicina preventiva e direttore del dipartimento Area medica all’Università di Udine. Cattolico, senza tessere di partito, in passato era stato in lizza per l’assessorato alla Salute del Friuli Venezia Giulia sia durante la presidenza Pd di Debora Serracchiani sia con la nuova giunta leghista di Massimiliano Fedriga.
Walter Ricciardi – che ieri a Presadiretta ha criticato la Grillo per il “dossier”, parlando di “un comportamento gravissimo” – lavorerà invece per il Lazio: il governatore Nicola Zingaretti lo ha indicato come consigliere per la Ricerca e l’Innovazione della Regione.
Mail Box
I politici “forti” con i deboli poi corrono a nascondersi
Fanno dichiarazioni razziste e gli sbruffoni con i soggetti più deboli della scala sociale come i senzatetto, ma poi quando vengono beccati e criticati dalla società civile, diventano degli agnellini trovando scuse vigliacche. Il comportamento del vicesindaco di Trieste, Polidori, ne è l’esempio più classico. Fa parte di quella classe politica che apostrofa chi si comporta civilmente verso le persone più deboli come “buonisti”. Questo signore (si fa per dire), ha buttato nel cassonetto dell’immondizia coperte e altre povere cose di un senzatetto, trovate in angolo della città, poi se n’è vantato in un post su Facebook scrivendo: “Ho visto un ammasso di stracci buttati per terra, non c’era nessuno, quindi presumo fossero abbandonati, li ho raccolti e li ho buttati: ora il posto è decente! Il segnale è: tolleranza zero! Trieste la voglio pulita”. Il prode padano ha dichiarato guerra ai rifiuti? La sua tolleranza zero, visto che lui si difende dicendo che credeva che quelli stracci non avessero padrone, è verso le immondizie? Poi c’è l’altro prode padano, assessore alla Sicurezza del Comune di Monfalcone, Massimo Asquini, che scrive sempre su Fb frasi sugli immigrati indegne per una persona mediamente civile. Forse dirà che era un gioco, che lui non è xenofobo, ma un cittadino a cui piace scherzare. Questi sono dei leoni sdentati che ruggiscono, ma appena qualcuno li affronta si imbarazzano e scappano.
Anilo Castellarin
Tirando la volata a Salvini si annulla il cambiamento
Forse sono io che sono ingenuo, ma perché si sta facendo di tutto perché Salvini arrivi al voto di marzo per le Europee con oltre il 40 % di consensi che avrebbero conseguenze nel rapporto col Movimento 5 Stelle? A chi giova veramente e quali sono i veri obiettivi che si propongono gli “oppositori” al governo gialloverde, le vere forze e interessi economici finanziari che stanno veramente dietro il Partito democratico e affini? Il vero obiettivo da colpire sono i Cinqustelle, il vero granello di sabbia nell’ingranaggio oliato da sempre. Se Salvini vincesse superando di molto il Movimento ridurrebbe Di Maio a una anatra zoppa per poi poterlo scaricare alla prima occasione. A parte le apparenze e i proclami, la Lega è perfettamente integrata con chi fino a qualche anno fa dominava il Paese con governi non eletti e senza nessun legittimazione popolare. Il Tg3 di ieri annunciava che Di Maio difende la legge promulgata dal Parlamento sul decreto Sicurezza, in pratica costringono Di Maio ad allinearsi con Salvini, che non avrebbe mai voluto fare nulla né sul decreto Anticorruzione né sul reddito ai più poveri. E così ritorneremo al vecchio establishment di sinistra e destra.
Michele Lenti
Noi, trentenni inascoltati conserviamo un po’ di utopia
Sono un ragazzo di 32 anni della provincia di Modena e da un po’ mi addentro meno nel mondo dell’informazione. Non perché non sia interessato, ma perché sembra si parli di tutto tranne quello che mi preme. Il più delle volte è un problema di lessico: io appartengo a quella generazione scolarizzata, europeista e ad alto potenziale che viene chiamata ora “i giovani”, ora “millennials” e ora “choosy” (quando ci vogliono criticare). Emerge il ritratto di un paese in cui sono presenti due istanze non in grado di parlarsi, capirsi. Noi 30enni non desideriamo altro che cose normali come la stabilità economica, un posto di lavoro sicuro e comprensione. Dico comprensione perché oltretutto faccio parte di quella minoranza che sono gli umanisti, essendo un laureato in Storia, e mi sento dire che se non trovo lavoro è perché me la sono cercata o che gli storici non servono a nulla tanto c’è Wikipedia: da qui una perenne sensazione di essere fuori posto in questo mondo.
Certo potrei andare all’estero, ma servono condizioni favorevoli e sarebbe semplicemente ridicolo lasciare l’Italia perché con quello ha che può dare lavoro a intere generazioni di storici, studiosi d’arte, linguisti. Ma siamo un paese che non sa valorizzare nulla. Vi lascio un aneddoto: mentre il Titanic affondava un violinista, Wallace Hartley, continuava a suonare. L’ho preso in simpatia perché rappresenta quella speranza velata di utopia che è il nostro cruccio: quando sarebbe forse più semplice arrendersi c’è qualcosa nell’animo umano che ti costringe ad andare avanti.
Matteo Di Legge
DIRITTO DI REPLICA
Gentile direttore, ti chiedo di correggere un passaggio dell’intervista pubblicata il 7 gennaio sul tuo giornale. Alla risposta sul ruolo della Corte costituzionale si fa riferimento alla possibilità del Comitato promotore di “appellarsi alla Consulta se il progetto di legge del Parlamento non è in linea con il suo”. La richiesta del Comitato promotore riguarda invece il suo progetto e interviene prima della presentazione alle Camere. Da qui la mia risposta, che ha evidenziato come il giudizio anticipato che si vuole introdurre è criticabile, perché interviene prima della presentazione della proposta di legge alle Camere, su un testo dunque non ancora definito. È per questo che il sindacato sull’ammissibilità della Consulta sarebbe privo di valore e in contrasto con la logica stessa dei “giudizi” che intervengono solo su atti definitivi.
Gaetano Azzariti
Vitalizi. E se i parlamentari fossero trattati come ogni altro lavoratore in aspettativa?
Come esperto in materia previdenziale seguo con interesse i dibattiti televisivi in materia pensionistica. In questi ultimi tempi, i politici vogliono eliminare i privilegi di alcune categorie ma nessuno, né i giornalisti in studio né i politici, parla dei privilegi pensionistici dei parlamentari che beneficiano di due pensioni. Uno a carico dello Stato, il parlamentare che accede alla politica prosegue nella sua carriera pubblica automaticamente e lo Stato versa i contributi. L’esempio è Scalfaro, che per circa un anno ha svolto la funzione di magistrato e ha beneficiato della pensione di magistrato della Corte di Cassazione cumulandola con quella parlamentare. L’altro è l’assegno vitalizio, generosità negata agli altri cittadini. Nessuno ne parla ma la soluzione sarebbe facile: estendere ai parlamentari la disciplina in vigore per i “comuni mortali”, col versamento presso l’ente previdenziale a cui sono iscritti quando sono eletti, calcolando la contribuzione in base agli emolumenti percepiti come parlamentari o in base all’ultimo reddito che hanno dichiarato.
Leonardo Carbone
Caro Leonardo, su questo punto siamo pienamente d’accordo. Nel privilegio di cui beneficiano i parlamentari, il vitalizio – nato sull’ipotesi che esercitando una carica pubblica si potesse poi rischiare di non avere mai lavoro nella vita, ipotesi oggi piuttosto superata –, c’è in effetti la soluzione al problema. Chi scrive ha già provato ad affrontare il problema anche sul piano legislativo – avendo svolto un incarico parlamentare. Parlo della proposta di legge presentata alla Camera il 21 maggio 2007, mai discussa, in cui si proponeva sia il taglio della retribuzione dei parlamentari – dimezzando l’aggancio alla retribuzione dei magistrati di Cassazione previsto dalla legge 31 ottobre 1965 – sia il taglio dei vitalizi, riportando lo status del parlamentare all’interno delle leggi vigenti che regolano il rapporto con le casse previdenziali di appartenenza (o nella gestione separata). Sarebbe sufficiente che gli eletti al Parlamento fossero collocati in aspettativa non retribuita, come prevede l’attuale normativa, con il versamento di contributi figurativi a carico dell’amministrazione parlamentare come prevede la legge 300/1970. Senza nessun altro vitalizio aggiuntivo. Uno “spirito protestante” che, per molti, costituirebbe un depotenziamento del ruolo del parlamentare, ma che invece servirebbe un bene più alto: la valorizzazione della politica.
Salvatore Cannavò
I “Delitti del Bar Lume”: indagine sulla commedia all’italiana
I due nuovi episodi dei Delitti del Bar Lume che Sky Cinema1 propone, puntuale, a Natale e a Capodanno, sono un piccolo caso editoriale. Non parliamo di un serial a cadenza annuale, sono proprio film “vecchio stile” dove si sperimenta l’osmosi tra cinema e la serialità letteraria oggi dominante (anzi, prevaricante). I romanzi di Marco Malvaldi non sono più trasposti fedelmente, scenario, personaggi e dinamiche vengono espiantati in contesti sempre più vari. In Hasta pronto Viviani i quattro “bimbi” al bar di Pineta si ritrovano catapultati in una zingarata coatta, fuori tempo massimo e fuori portata, addirittura nella Pampa argentina, dove il Viviani (Filippo Timi) pare finito in grossi guai. Cosa non si farebbe per il proprio barista di provincia, dove il piatto della noia piange senza sosta; dopo i settanta, ormai al posto della mamma c’è lui. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso, mentre a Pineta il commissario Fusco (Lucia Mascino) si occupa di un caso parallelo? Il vero mistero su cui si indaga nei Delitti del Bar Lume è la scomparsa della commedia all’italiana, freddata dal dolorismo e dal politicamente corretto. È dura, ma bisogna ammettere che quelli della Palomar ce la stanno mettendo tutta per riportarla in vita: barlumi di Amici miei, di cinepanettone (tipo Natale in Argentina), di Spaghetti Western… perfino Corrado Guzzanti arruolato stabilmente nel ruolo freudiano di un assicuratore. Basterà? La vera suspense è tutta lì.
“C’è un veto politico sulla sua persona”. Così la Rai mi cacciò
A me va bene tutto. Mi sarebbe piaciuto però che nelle recenti rievocazioni delle censure perpetrate in Rai durante il ventennio berlusconiano, innescate dalla speranza che i 5Stelle riescano a spazzar via il regime partitocratico e familista che regna nella Tv pubblica dalla fine dell’epoca Bernabei, un cenno, almeno di sfuggita, fosse stato dedicato a quella che ho subìto io. Va da sé che le emarginazioni di Luttazzi, di Freccero, di Biagi, di Santoro e di altri protagonisti dello star system televisivo, sono molto più importanti per la notorietà di quei personaggi, ma la mia, dal punto di vista qualitativo, è la più grave.
Perché non è stata una censura a un programma, ai suoi contenuti, ma a una persona in quanto tale, a prescindere. Una censura ‘antropologica’. Tanto che nel suo Regime Gomez e Travaglio le dedicarono il primo capitolo intitolato, appunto, “Massimo Fini, censura antropologica”. Cercherò qui di raccontare quegli antichi fatti, che hanno anche dei risvolti esilaranti.
Siamo agli inizi dell’autunno 2003. Un regista e produttore, Eduardo Fiorillo, direttore di una notevole struttura musicale, Match Music, propone al direttore di Rai2, Antonio Marano, in quota Lega, un programma di costume che intende intitolare Cyrano, inspirato più a quello di Guccini che a Rostand. Conduttrice sarà Francesca Roveda, a me spetterà di cucire il filo fra i vari spezzoni del programma. Marano accetta: Cyrano andrà in onda in terza serata. Facciamo le prove negli studi Rai di corso Sempione a Milano. La prima puntata è pronta, ma deve essere ancora montata. Non è presente nessun dirigente o funzionario Rai. Insomma nessuno l’ha vista, tranne noi. In serata Fiorillo riceve una telefonata di Marano, da Roma. “Ci sono dei problemi” dice. “Sul programma?” chiede Fiorillo. “No, su un nome. Quello di Massimo Fini. Devi toglierlo di mezzo”. Fiorillo è basito. Conosce il mondo, anche nei suoi lati pericolosi e borderline, ma a violenze di questo tipo non è abituato. In fondo si è sempre occupato di musica. Comunque si rifiuta: “No, io una cosa del genere non mi sento di farla. Oltretutto il programma è centrato proprio su Fini”. Marano propone un incontro chiarificatore a tre (lui, Fiorillo e io) per il lunedì pomeriggio, il giorno prima che il programma, ampiamente pubblicizzato dalla stessa Rai e anche dai giornali, incuriositi, vada in onda. In fondo la cosa dispiace anche a lui. In epoca di reality show dar una patina un po’ più culturale alla sua rete gli conviene. Nessuno dei due, né Fiorillo né Marano, si è reso conto di aver messo il piede su una merda. Io e Fiorillo ci portiamo dietro un registratore, di nascosto. Non si sa mai. Marano, nella sua parte di Don Abbondio, è a suo modo onesto: “A questo punto la puntata l’ho vista. Potrei dirle che non funziona, che lei non ‘buca il video’. Ma non me la sento. Perché non è così. È che su di lei c’è un veto politico aziendale”. E mi propone di sparire dal video e retrocedere ad autore. A parte che io non sono affatto autore del Cyrano, che è opera di Fiorillo, ritengo la proposta inammissibile e la rifiuto. “Non so se vi rendete conto della violenza che mi state usando. Perché mi avete avvicinato voi, mi avete contrattualizzato. Erano 15 puntate, ho dovuto modificare i miei programmi, per esempio lasciare quella poca roba che avevo su Odeon tv con Funari e cancellare un calendario di presentazioni di un mio libro Il vizio oscuro dell’Occidente. E ora mi si dice: no, tu non puoi lavorare. Cioè, io non posso lavorare in questo Paese?”. Marano, quasi scandalizzato, farfuglia che non è così. “Diciamo allora che ci sono lavori che io non posso fare”. Marano: “Ecco, questo è più preciso”. “Va bene, dunque ci sono dei lavori che io non posso fare. Anche nel ’38 c’erano lavori che gli ebrei non potevano fare. Mi metterò una stella gialla sul petto”. Il programma va poi in onda con una settimana di ritardo e un nuovo titolo, Borderline, senza di me. La vicenda suscita un po’ di scalpore, non tanto, il ‘minimo sindacale’.
La questione finisce davanti alla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai presieduta dal ds Claudio Petruccioli. E Petruccioli compie un autentico capolavoro: si fa inviare da me la cassetta con la registrazione, ne dà notizia in Commissione, ma non la fa ascoltare. I consiglieri leghisti (Davide Caparini), gli ex missini di An (Alessio Butti, ora Fratelli d’Italia) e il forzista Giorgio Lainati si scatenano contro di me: vogliono che sia denunciato alla Magistratura per violazione della privacy e radiato dall’Ordine. Da vittima divento il colpevole. Cornuto e mazziato (e pensare che ero stato uno dei pochissimi intellettuali a difendere la prima Lega di Bossi quand’era trattata peggio delle Br, un po’ come oggi i ‘populisti’ grillini, e l’unico, insieme a Mughini, a difendere il diritto di cittadinanza politica dei missini contro la truffa dell’‘arco costituzionale’).
Un altro exploit lo fece Marcello Veneziani, uno dei leader di quella ‘nuova destra’ che pure, a suo tempo, avevo difeso, che scrisse sul Giornale: “Visto che Fini è tanto bravo e così necessario al video, come mai la Rai dell’Ulivo non aveva pensato a offrirgli un programma?”. Insomma in Rai non potevo lavorare né se comandava la destra né se comandava la sinistra. Non potevo lavorare e basta. Ero (e sono rimasto) un meteco.
La mancata audizione della registrazione permise a Marano (che tuttora sverna in Rai) di cambiare completamente le carte in tavola, nonostante contro le sue menzogne ci fosse anche la testimonianza di Fiorillo: ero un incapace, uno che “non buca il video” e se non me lo aveva detto in faccia era solo per delicatezza.
Naturalmente non fui denunciato alla Magistratura, tantomeno da Marano, né radiato dall’Ordine. Sarò io a far causa alla Rai per i danni materiali e quelli morali portati alla mia immagine. E la vincerò. Ma il Tribunale riconobbe solo i danni materiali, non quelli morali con la singolare motivazione che ero stato io stesso a danneggiare la mia immagine parlando dell’accaduto con i giornali. Sarebbe come se una ragazza stuprata non venisse risarcita perché ha denunciato la violenza.
Ma come a volte avviene da un male può nascere un bene. Fiorillo decise di portare il Cyrano a teatro, ma non quello che avevamo immaginato per la Rai bensì centrato sul ‘Fini pensiero’ antimodernista. “Non ce la puoi fare, Edo” gli dissi. “Ne verrà fuori un polpettone indigeribile”. Invece Fiorillo, usando gli strumenti dello spettacolo non per distrarre gli spettatori dal ‘polpettone’ ma per supportarlo, mise in piedi una pièce che ha ottenuto un grande successo in teatri importanti come il Ciak di Milano, il Celebrazioni di Bologna, lo splendido Storchi di Modena, una piccola Scala, con i palchi, riempita fino all’inverosimile. E io ho ottenuto la mia rivincita personale. Altro che “non bucare il video”. Perché, caro Marano, a teatro, con il pubblico davanti a te, a differenza della tv o dallo scranno di un ufficio, non si può mentire.
I nuovi precari del lavoro “in affitto”
Breve storia personale niente affatto personale. Un amico, dopo un periodo difficile, ha finalmente trovato un lavoro. Con due figli, un bel respiro di sollievo. Che lavoro? Impiegato in una grande azienda nazionale (qualche centinaio di dipendenti). Una sicurezza. Ma con quale contratto? Somministrazione: 6 mesi attraverso un’agenzia interinale. Ah. Mi incuriosisco e mi faccio raccontare com’è andata.
Si era già rivolto a questa agenzia ma senza successo: “Profilo troppo alto” gli avevano detto. Poi era riuscito ad avere un colloquio direttamente con l’azienda: “Lei ci piace, è perfetto nell’ufficio Tale. La assumeremmo subito, se non fosse che… sa com’è, questo decreto Dignità ha messo tali paletti… ci ha portato indietro di 40 anni…” (Nota a margine: 40 anni fa c’erano ancora tutti i diritti dello Statuto dei Lavoratori, pure l’art. 18). “Facciamo così: la prendiamo con un’agenzia interinale per 6 mesi. Ma stia tranquillo, a scadenza la assumiamo”. Ora, io capisco l’imprenditore/commerciante che in un determinato momento – che so, Natale, saldi… – ha bisogno di lavoratori temporanei perché lavora di più e quindi si rivolge a un’agenzia che ha a disposizione manodopera selezionata. Ma perché una grande azienda, dopo aver effettuato direttamente la selezione del personale – personale peraltro chiamato a svolgere un lavoro non legato a un periodo particolare o a un improvviso aumento di produttività – deve rivolgersi a un’agenzia solo per la stipula del contratto? Provo a rispondere: ma perché gli conviene! Paga un po’ di più che se lo facesse in prima persona, ma ottiene un bel po’ di vantaggi. L’azienda, eh, non il lavoratore.
Per esempio Gi-Group – “prima multinazionale italiana del lavoro, nonché una delle principali realtà, a livello mondiale, nei servizi dedicati allo sviluppo del mercato del lavoro. Nel 2017 ha servito più di 20 mila aziende, con un fatturato di 2 mld di euro nel mondo” – lo spiega bene nel suo sito: “Seppur il decreto Dignità introduca alcune rigidità nel rapporto di lavoro, la somministrazione continua a rimanere uno strumento vantaggioso rispetto al contratto a tempo determinato”. Cosa garantisce? Innanzitutto “maggiore flessibilità” e “minori rischi in capo all’azienda utilizzatrice in caso di contenzioso”. Tradotto: se vieni licenziato, l’eventuale causa se la becca l’agenzia. Poi un maggior numero di contratti temporanei consentiti: il limite del 20% di contratti a tempo determinato sul totale dei lavoratori a tempo indeterminato sale al 30% per i contratti di somministrazione a termine. Più proroghe (6 invece delle 4 dei contratti determinati), senza “Stop & Go” (intervallo temporale tra un contratto e l’altro), nessuna “computabilità dei lavoratori somministrati sull’organico dell’azienda, salvo in materia di salute e sicurezza del lavoro” e “nessun obbligo di precedenza sull’assunzione a tempo indeterminato” (diritto che invece spetta ai lavoratori a tempo determinato).
Come diceva il proverbio? Fatta la legge… eccetera. Di fronte ai vincoli (sacrosanti) del decreto Dignità, molti imprenditori – mica tutti, per carità – hanno trovato un modo per aggirarli, ricorrendo ad agenzie private (moderni supplenti dei Centri per l’impiego) e al lavoro “in affitto”. E la (sacrosanta) lotta alla precarietà ha prodotto altri precari, rispetto ai quali quelli di prima (a tempo determinato) quasi quasi possono sentirsi dei privilegiati.
Ps. A marzo scade il contratto del mio amico. Lo assumeranno in pianta stabile o lo prorogheranno per altri 6 mesi? Io faccio il tifo per la prima, ma – ahimé – si accettano scommesse.
Gli inutili cinguettii di Crudelia De Mon, alias Alessia Morani
Alessia Morani, indomita Crudelia De Mon del renzismo, non smette di farci sognare. Ogni suo tweet è come un apostrofo rosa tra le parole “che” e “cazzata”. Quattro giorni fa Ella ha cinguettato: “Il buongiorno di #Freccero: epurati Luca e Paolo per leso #Toninelli e leso #Casalino, sfrattato Costantino della Gherardesca che faceva ascolti, smembrato #Nemo. Calata la scure sovranista su #RaiDue”. Toni analoghi sono stati usati da Salvatore Margiotta (che non so chi sia, pare un senatore M5S), Andrea Romano (totemico dispensatore di baci della morte politici) e il noto libertario Michele Anzaldi.
Come sempre, con poche parole e ancor meno pensieri, la Morani è riuscita a sbagliare tutto. 1. Se c’è qualcuno che non può parlare di libertà di pensiero in tivù, sono i renziani: nessuno è stato efferato come loro. Chiedere per conferma a Giletti, Floris, Giannini, Gabanelli, Mercalli eccetera (in quell’“eccetera” c’è anche il Fatto, compreso chi vi scrive). 2. Freccero è persona libera e competente come pochi, non ha cacciato nessuno e una delle sue prime mosse – inventarsi uno speciale su Celentano a costo zero – ha fatto il boom di ascolti. 3. Luca e Paolo non sono stati epurati, infatti Quelli che il calcio andrà avanti serenamente. 4. Freccero è così libero e (inspiegabilmente) magnanimo da non avere minimamente “sfrattato” Costantino della Gherardesca, parente moscio del Conte Ugolino, assiduo frequentatore di Leopolde nonché commovente interprete di epiche colonscopie (non è una battuta: il programma si chiamava Secondo Costa e fu trasmesso per pochi intimi su RaiDue nel gennaio 2017). Simile scienziato, celebre (?) per avere augurato la morte ai 5 Stelle (“Sono disposto a ingrassare un chilo per ogni parlamentare morto”) e per avere scritto l’8 marzo 2018 sul Foglio (quindi sempre per pochi intimi) che “bastava guardare i vestiti degli elettori per prevedere il disastro elettorale”, teoria ancor più granitica se sostenuta da uno che suole agghindarsi come un fagiolo altolocato, è partito ieri con un nuovo programma. Su RaiDue. Alla faccia dello “sfratto”. 5. Luca e Paolo, che quando vogliono sono bravi, non fanno male e paura a nessuno: per scelta. Ogni loro battuta nasce volutamente disinnescata, proprio per tutelarli da qualsivoglia “epurazione”: infatti li trovi ovunque, pure da Bolle o a Sanremo Giovani. Riuscivano a essere innocui persino quando facevano Gaber a teatro e vanno così bene a tutti che Luca (Bizzarri) è stato nominato presidente della Fondazione di Palazzo Ducale dalle giunte – a trazione leghista – di Genova e Liguria. La loro striscia era “scomoda” quanto può esserlo Fabio Fazio, con cui non a caso i due artisti condividono lo stesso potentissimo manager. 6. Epurare chicchessia per difendere Toninelli sarebbe da deficienti: Toninelli non si difende neanche da solo, essendo un mitologico renziano involontario. Quindi un collega della Morani. 7. Freccero avrebbe fatto tutto questo casino pro-Salvimaio per ridare visibilità a Luttazzi, un satirico (vero) che dieci anni fa votava il comunista trotzkista Ferrando e che oggi immagino voterebbe Potere al Popolo. Luttazzi odia Salvini e detesta i 5 Stelle, e se riapproderà in Rai demolirà – oltre a quel che resta dell’opposizione – anzitutto questo governo. Un suo ritorno in Rai non sarebbe solo una bella notizia a prescindere, e lo scrive uno che con Daniele si è scontrato parecchio: sarebbe pure, nell’ottica deviata dei tifosi renziani, qualcosa a loro “utile”. Ma questo, le Morani & gli Anzaldi, non possono capirlo. Altrimenti non sarebbero le Morani & gli Anzaldi.
Chi ha paura dei Gilet gialli
Quella dei Gilet gialli, in Francia, è una sollevazione che viene da lontano: dalle periferie, innanzitutto, dalla provincia e dalle campagne che da sempre custodiscono l’identità profonda di San Luigi, della Pulzella e degli irriducibili galli. Una cosa è la Republique, un’altra è la Francia. Sono le due distinte facce di uno stesso destino. E una cosa è quel che deriva dalla Rivoluzione francese, e ben altro è la Francia in rivolta.
Nazione e istituzione, infatti, non coincidono se i francesi – per la prima volta nella loro storia – vedono insorgere, per sopravanzare perfino, una delle due remote identità: accanto alla Marianna giacobina c’è pur sempre, pronta al tumulto, Giovanna d’Arco.
È come un nuovo albo di Goscinny e Uderzo il racconto dei roventi giorni parigini. Asterix e la provincia dei tartassati potrebbe dirsi, anche se la vicenda del caro carburante è stato un pretesto, tanto è in cottura – tra vampe che vanno a far cenere di liberté, egalité e fraternité – la rabbia popolare.
La Crise, il film di Coline Serreau è infatti del 1992 e già lì, il personaggio di Micheau, in larghissimo anticipo ha ben chiaro il passaggio alla vera partita doppia della rivendicazione sociale di oggi: da un lato il popolo, dall’altro l’élite. Il miserrimo Micheau di Saint Denis, interpretato da Patrick Timsit, insofferente rispetto agli ideali della Republique si ritrova a essere rintuzzato dai benestanti di Neuilly: “Quello che lei non capisce è che l’essere razzista non sistemerà i suoi problemi personali”.
Da un lato l’élite, dall’altro il popolo, appunto, Micheau: “Ah beh, sì, ma quello che capisco è che tre quarti del pianeta stanno nella merda, allora cercano di piazzarsi dove c’è meno merda, cioè qui da noi e poi, una volta qui, bisogna che qualcuno si stringa per farli sopravvivere, è ovvio…”.
Il sazio non capisce il digiuno perché ancora una volta, l’élite, redarguisce il povero Micheau – “Vabbè, appunto…” – che comunque, mosso da rabbia, una risposta la trova: “Ah sì, ma finora chi si è stretto per fargli posto sono quelli di Saint Denis, mica quelli di Neuilly”.
È un copione del 1992, sembra la cronaca del 2019. Nel frattempo, rispetto al film, è cambiato il fantasma di Le Pen. Non è Jean Marie quello di oggi, ma neppure è Marine – sebbene i sondaggi indichino una marea intorno a lei –, il Convitato che indossa i gilet gialli per assillare i Don Giovanni dell’élite rivendica il primato della politica su qualunque obbligo ideologico.
Quel che è stato impossibile fino ad adesso – la dismissione delle categorie di destra e di sinistra – è a portata di mano. Non potrà essere l’onda blu di Marine a farsi carico della rivolta in atto, per la sua biografia personale – per l’inciampo ideologico – e quel che i Gilet gialli incontrano sul proprio cammino è appunto il senso della storia: la Francia che regola i conti con se stessa.
“L’asse verticale popolo-élite”, per dirla con Alain de Benoist – giusto ieri su La Verità – “sostituisce l’asse orizzontale destra-sinistra”. E a nulla vale l’anatema dell’establishment che persevera nella triplice esclusione dei dissidenti – sociale, culturale, politica – per mostrificarli, i Gilet, e chiunque scenda in piazza con loro, alla stregua di pupazzi al soldo di Vladimir Putin laddove ogni diversa veduta rispetto all’Eliseo è declassata al rango infimo delle fake news.
Al solito, non avendo cura di fronteggiare la realtà, risulta più comodo l’esorcismo. Un rituale – è questo delle trame del Cremlino – già rodato con la Brexit, con la vittoria di Trump negli Usa, con la sconfitta di Renzi al referendum perfino.
Non sapendo spiegarsi il perché delle cose che cambiano si ricorre alla criminalizzazione. Questo è il format con cui il liberismo se la racconta la nostra epoca, giusto per consolarsi. Non può che avere sbagliato, il popolo, a votare i populisti in Italia. Non possono che essere manovrati dai russi, i Gilet gialli, ma la Francia che pure insegnò la “rivoluzione” agli americani – per non tacere della continuità intuita dagli storici del calibro di Luciano Canfora tra il giacobinismo e il bolscevismo – fa oggi i conti con se stessa, restituendosi a ciò che non se n’è mai andato via nonostante la “laicità” totalizzante.
Ed è la viva pienezza di una sovranità “abitata” nelle periferie, nella provincia e nella campagna. I luoghi, questi, giammai diventati – com’è successo e come continua ad accadere in Italia – “periferia”, ovvero posti senza un “avvenire”. Un abitare che “avviene” è questo dell’albo Asterix e la provincia dei tartassati. Un abitare, da sempre, nella volontà politica di farsi largo “ora e sempre” – direbbe Obelix scagliandosi addosso ai nemici – contro l’invasore. Sia quando questi arriva con gli allori di Cesare, sia – ancora peggio – con le stellucce della bandieruccia europea.
Quorum referendum dopo i veti, prove di accordo Lega-M5S
Sembra avvicinarsi un accordo tra M5S e Lega sulla riforma costituzionale che introduce il referendum propositivo: alla scadenza del termine per presentare in Commissione Affari costituzionali della Camera gli emendamenti al testo base, il partito di Salvini ha evitato di presentare la propria proposta che introduce il quorum, in risposta alla disponibilità del M5S ad affrontare il tema, dopo il “niet” delle precedenti settimane. Ma il quorum non è l’unico nodo e le opposizioni sono pronte a far sentire la propria voce. Il 18 dicembre, la relatrice Fabiana Dadone (M5s) aveva presentato un testo base che correggeva leggermente il ddl firmato dai due capigruppo di maggioranza, Francesco D’Uva (M5s) e Riccardo Molinari (Lega), mantenendone l’impianto. Si prevede che una proposta di legge di iniziativa popolare, se appoggiata da 500 mila firme, debba essere esaminata dal Parlamento entro 18 mesi. Se le Camere approvano un testo modificato, il Comitato promotore può decidere se ritenersi soddisfatto o chiedere un referendum senza quorum tra i due testi. La Lega voleva proporre l’adozione di un quorum del 30%, ma ieri non ha presentato emendamenti. Sono 270 quelli presentati dalle opposizioni.