Per nominare l’uomo di Tria devono aggirare la Severino

Al Consiglio di Stato la fretta è tale che il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (Cpga), organo di autogoverno dei magistrati amministrativi, ha rinviato la nomina del presidente aggiunto per affrontare subito la questione ritenuta più urgente: concedere il fuori ruolo a Luigi Carbone per permettergli di ricoprire l’incarico di nuovo capo di gabinetto del ministero dell’Economia. Ruolo finora ricoperto da Roberto Garofoli, anch’egli consigliere di Stato, dimessosi dopo le pressioni del premier Giuseppe Conte in seguito alle polemiche su una serie di conflitti d’interesse.

Sulla decisione pesa un macigno all’apparenza insormontabile: la legge anticorruzione del 2012 (Legge Severino) vieta ai magistrati di andare fuori ruolo per oltre dieci anni complessivi, e Carbone ha superato il tetto. Ma a Palazzo Spada non si perdono d’animo e studiano il modo di aggirare la legge. La vicenda è complessa e illumina quel microcosmo di alti burocrati perennemente fuori ruolo: circa la metà dei consiglieri di Stato da anni non indossa la toga e (mantenendo il loro posto) popola il fitto sottobosco di esperti alla testa di gabinetti dei ministeri, authority ed enti.

Tria ha deciso di sostituire Garofoli pescando sempre al Consiglio di Stato. Carbone – napoletano, poco più che cinquantenne– è figlio dell’ex primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, condannato a marzo a due anni per abuso d’ufficio nell’inchiesta sulla P3. Presidente alla sesta sezione (ormai un terzo dei consiglieri sono presidenti di sezione), è considerato un grande esperto di semplificazione amministrativa, anche perciò ha trascorso molto tempo fuori da Palazzo Spada. Dal 2011 al 2015 componente – nominato dal governo Berlusconi – dell’Arera, Autorità per l’energia, e nei 5 anni precedenti vicesegretario generale di Palazzo Chigi. Prima ancora è stato capo di gabinetto del ministero della semplificazione col leghista Calderoli, e consigliere giuridico di Giuliano Amato, Franco Bassanini e Sabino Cassese.

Questo cursus honorum è un problema. La Severino prevede che i magistrati “non possono essere collocati in posizione fuori ruolo per un tempo che, nell’arco del loro servizio, superi complessivamente 10 anni, anche continuativi”. Esclusi solo “membri di Governo, cariche elettive, anche presso gli organi di autogoverno ecomponenti delle Corti internazionali”. La legge è chiara: Carbone non può ottenere il via libera.

Al Consiglio di Stato sembrano però pensarla diversamente. Il neo presidente Patroni Griffi, per beffa del destino coautore con Paola Severino della legge che adesso deve aggirare, ha evitato di concedere d’urgenza il fuori ruolo e demandato al plenum del Cpga, che si pronuncerà venerdì. Per istruire la pratica oggi si riuniranno prima e quarta commissione, quest’ultima presieduta da Oberdan Forlenza, a quanto risulta il più attivo nel cercare una soluzione. Le ipotesi studiate sono ardite. La prima si spingerebbe a considerare il ruolo di commissario in Arera come una “carica elettiva”, quindi fuori dal computo dei 10 anni. La seconda è considerare la Severino non applicabile retroattivamente, facendo decorrere il calcolo da dopo il 2012, anche se la legge lo vieta (“si applica agli incarichi in corso”).

Più della legge conta la politica. A favore di Carbone pesa l’appoggio di molti colleghi, tra i quali lo stesso Patroni Griffi che prima della mossa di Tria aveva pensato a lui come presidente aggiunto a Palazzo Spada. Forti i rapporti politici, non solo con Tria ma anche con la Lega: a ottobre ha parlato del peso della burocrazia a un evento del partito di Salvini, che ha apprezzato. Vanta un legame con la viceministra M5s all’Economia Laura Castelli, anche se non tutti nel Movimento apprezzano la nomina. Qualcuno ricorda i trascorsi vicini al Giglio magico renziano: Maria Elena Boschi da sottosegretaria voleva promuoverlo alla guida del Dipartimento affari giuridici e legislativi (Dagl) di Palazzo Chigi. E poi c’è la sua firma in calce al parere favorevole del Consiglio di Stato alla riforma Madia, bocciata dalla Consulta.

Reddito d’inclusione per il boss in carcere, il sindaco ferma tutto

La moglie del capomafia di Corleone Rosario Lo Bue, Maria Maniscalco, il 23 novembre ha presentato domanda al Comune per accedere al reddito di inclusione, che prevede un sostegno per le famiglie con Isee inferiore a 6 mila euro. Il servizio Politiche sociali ha dato il via libera all’Inps. Lo scrive Repubblica-Palermo, che spiega d’aver chiesto notizie sul caso al neo sindaco Nicolò Nicolosi, che, dopo aver verificato, ha scoperto che “qualcuno dal Servizio sociale del Comune ha addirittura telefonato alla signora Lo Bue per informarla che la domanda non era corretta, perché era stato inserito nel nucleo familiare il marito, attualmente detenuto. Così la signora ha presentato una seconda istanza”. Il sindaco ha bloccato la procedura e annuncia l’apertura di un’indagine interna. “Sorge spontaneo il dubbio che la famiglia di un mafioso non sia proprio nullatenente”, afferma Nicolosi. Lo Bue (condannato a 15 anni in appello per mafia), fratello di Calogero Giuseppe, uno dei vivandieri che proteggeva la latitanza di Bernardo Provenzano, è considerato il capomafia di Corleone. In passato la figlia di Totò Riina aveva chiesto il bonus bebè ai commissari del Comune di Corleone, sciolto per mafia: risposero di no.

Puglia, i gilet arancioni contro i gialloverdi

Centocinquanta trattori e tremila gilet arancioni per raccontare la disperazione del comparto agricolo pugliese. Agricoltori e olivicoltori hanno invocato interventi concreti da parte del governo e della Regione per il rilancio del settore. Si sono dati appuntamento nel piazzale dello stadio barese con 150 trattori per sfilare nel centro del capoluogo pugliese fino a piazza Libertà, dinanzi alla Prefettura e poi sul lungomare dove ha sede la Regione Puglia.

Lo stallo produttivo dopo le gelate di febbraio di 2018 e la xylella che – dal basso Salento – ha raggiunto ormai le campagne baresi, unito all’attesa dell’attuazione del piano di sviluppo rurale, sono le ragioni della protesta. Gli agricoltori raccontano di novantamila ettari di terreno danneggiati nelle province di Bari-Bat e Foggia. Una situazione che rischia di mettere in ginocchio tutto il settore agricolo.

I Gilet arancioni chiedono quindi il riconoscimento dello stato di calamità oltre a una serie di agevolazioni per aziende e lavoratori nei territori colpiti da calamità già ufficialmente riconosciute. Risposte immediate alla Regione Puglia sono state chieste anche sui danni arrecati dalla siccità nell’anno appena trascorso.

La sfilata dei trattori a Bari non ha dimenticato la questione xylella che ormai minaccia anche le campagne baresi e della provincia. Ad accompagnare la protesta pacifica, c’è l’amarezza di non essere stati ascoltati quando si chiedeva di attivare, a livello comunitario, un Piano Olivo Puglia con risorse importanti e dedicate esclusivamente alla eliminazione del batterio.

I gilet arancioni ora vogliono una norma che permetta l’eradicazione delle piante irrimediabilmente attaccate dal batterio e che tutte le fasi relative alla xylella vengano affidate alle Organizzazioni di Produttori Olivicoli.

Il mea culpa arriva da Giuseppe L’Abbate e Gianpaolo Cassese, i deputati pentastellati che hanno partecipato alla manifestazione insieme ai colleghi leghisti Sasso e Marti: “Ci abbiamo provato in tutti i modi ad introdurre la deroga per le gelate ma è stata stralciata dalla legge di bilancio. Chiediamo scusa per non esserci riusciti”.“Lo stesso emendamento stralciato dalla finanziaria per la deroga sullo stato di calamità relativo alle gelate del febbraio 2018 – hanno detto – lo hanno ripresentato perché sia inserito nel decreto Semplificazione e sarà discusso e approvato dal Senato entro la prossima settimana”.

Non è dello stesso avviso Saverio De Bonis, il senatore lucano molto vicino al mondo agricolo, espulso dal Movimento Cinque Stelle qualche settimana fa. “Sono Michele Emiliano e l’assessore all’Agricoltura Leonardo Di Gioia che devono chiedere scusa. Se quella di Bari fosse stata una manifestazione utile, gli agricoltori avrebbero dovuto chiedere le dimissioni di Di Gioia”.

“All’epoca in cui è stata rilevata la gelata non erano ancora stati emessi dal Governo quei provvedimenti prodromici per poter chiedere e fare le assicurazioni”, ha spiegato il governatore pugliese che promette una soluzione, ma non risparmia il governo gialloverde: “È una lotta difficile perché al Nord come al solito, quando succede qualche cosa, sono sempre pronti a intervenire. Mentre quando siamo noi a chiedere delle cose, tutto diventa più complicato”.

Carige, si muove il governo: garanzia statale per i bond

L’operazione salvataggio è partita. Ieri i commissari di Carige (Pietro Modiano, Fabio Innocenzi e Raffaele Lener) hanno incontrato in mattinata il ministro dell’Economia Giovanni Tria e nel pomeriggio il presidente del Fondo interbancario Salvatore Maccarone. In serata, si è riunito il Consiglio dei ministri che ha varato un decreto salvabanche per permettere a Carige di accedere a forme di sostegno pubblico: concessione della garanzia dello Stato su bond di nuova emissione e su finanziamenti d’emergenza di Bankitalia. Potrà anche chiedere una ricapitalizzazione statale “precauzionale”, come accaduto col Montepaschi.

Intanto parte il piano di ripulitura della banca genovese dai crediti deteriorati, che ora sono 2,8 miliardi (erano 4,4 al 30 settembre 2018). Interlocutore privilegiato sarà la Sga, Società per la Gestione di Attività, specializzata nella gestione del credito deteriorato e detenuta dal ministero dell’Economia. Se comprasse in blocco (e senza gara) gli incagli di Carige, la banca potrebbe cominciare a guardarsi intorno con più tranquillità per cercare un compratore non a prezzi di saldo. Anche perché una società pubblica potrebbe concedere condizioni d’acquisto degli incagli più favorevoli di quelle del mercato, che pretende un margine di rendimento attorno al 15 per cento. Sga potrebbe scendere sotto il 10, realizzando comunque un’operazione di mercato, senza contravvenire alla regola che sta tanto a cuore al governo Conte e ai Cinquestelle: “Niente soldi dello Stato alle banche”. Ma allora il problema è: con quali risorse la Sga potrebbe portare a casa l’intero pacchetto di crediti deteriorati e incagli? Sorpresa: c’è un comma della legge di bilancio 2019 approvata il 30 dicembre che sembra fatta su misura per Carige. È il numero 35 dell’articolo 18. Dice che “il ministero dell’Economia è autorizzato ad apportare, con propri decreti, per l’anno finanziario 2019, variazioni compensative tra le spese per la partecipazione italiana a banche, fondi e organismi internazionali” e “le spese connesse con l’intervento diretto di società partecipate dal ministero all’interno del sistema economico, anche attraverso la loro capitalizzazione”. Insomma, i soldi già stanziati per le banche, per proteggere il sistema finanziario potranno essere spostati per capitalizzare società partecipate dal ministero dell’Economia: la Sga, dunque (più che la Cassa depositi e prestiti), che avrà nuove risorse per comprare i crediti cattivi di Carige.

Sga, nata nel 1997 come bad bank del Banco di Napoli e poi finita nel gruppo Intesa Sanpaolo, è stata venduta nel 2016 al ministero dell’Economia. Nel 2017 ha acquistato i crediti deteriorati (valore nominale 18 miliardi) di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. In quel caso Sga non ha pagato un prezzo, ma si è impegnata a rimettere agli amministratori della liquidazione coatta delle due banche venete i proventi di quanto recuperato dai crediti, fatta salva la loro commissione. L’operazione era stata finanziata da Intesa con 5 miliardi, interamente garantiti dallo Stato. Sga è già intervenuta in Carige, partecipando con 30 milioni all’aumento di capitale lanciato nel 2018 dall’allora amministratore delegato Paolo Fiorentino.

Insulti sui muri della sede della Lega: “Razzisti di m…”

Ancora un messaggio anti leghista sui muri di via Bellerio a Milano, di fronte alla sede del partito di Matteo Salvini. La scritta è apparsa nella notte tra domenica e lunedì. In spray rosso e blu, recita: “Il popolo non è razzista. Lega di m…. razzisti”. Il fatto è stato denunciato su Facebook dal deputato lombardo salviniano Paolo Grimoldi, che parla di un “brutto clima intimidatorio di cui gran parte della sinistra non si accorge o forse preferisce non accorgersi”. A Grimoldi ha risposto Vinicio Peluffo, segretario lombardo del Pd, che ha espresso solidarietà nei confronti dei rivali politici, ma ha ricordato che “il clima di insofferenza e rabbia di parte del Paese è anche alimentato dalle dichiarazioni violente” e ha consigliato a Grimoldi e ai suoi compagni di partito – riferendosi evidentemente a Matteo Salvini “più cautela verbale e attenzione a quello che postano in Rete”. È intervenuto anche il presidente della regione Lombardia, il leghista Attilio Fontana: “È l’ennesimo, inaccettabile episodio di una lunga serie. Rinnovo il mio appello ad abbassare i toni e a riportare il confronto nei binari della democrazia”.

Ricorso alla Consulta, si muovono le Regioni di centrosinistra

Umbria, Toscana ed Emilia Romagna hanno deliberato per ricorrere alla Corte costituzionale contro il decreto sicurezza: la norma sarà impugnata per sospetta “incostituzionalità”. Partita da un gruppo di sindaci, la battaglia si è spostata alle Regioni che a differenza dei comuni possono ricorrere direttamente alla Consulta, senza passare prima da un giudice. Secondo i governatori, l’eliminazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari e del diritto di residenza ai richiedenti asilo sta creando ‘caos’ applicativo su materie di competenza regionale quali salute, assistenza sociale, diritto allo studio, formazione professionale, edilizia residenziale pubblica. Anche Piemonte, Lazio, Sardegna e Basilicata sono al lavoro. “Ho avuto conferma che esistono le condizioni giuridiche per il ricorso: il decreto, impedendo il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari, avrà ripercussioni sulla gestione dei servizi sanitari e assistenziali di nostra competenza”, annuncia Sergio Chiamparino. “Stiamo valutando il ricorso alla Consulta – aggiunge Nicola Zingaretti – che deve però essere solido e motivato. E nella legge regionale di bilancio abbiamo stanziato 1,2 milioni di euro per non far chiudere gli Sprar”

Storie drammatiche: i tre casi

 

Aquarius. È il giugno scorso quando inizia l’odissea di 629 migranti: la Guardia costiera recupera, dai mercantili Jolly Vanadio, Vos Thalassa ed Everest, i 405 naufraghi, che poi verranno trasbordati sulla Aquarius, la nave dell’Ong “Sos Mediterranée, che già ha a bordo altri 224 migranti. Con i porti italiani e maltesi chiusi, vaga fino al 17 giugno, quando arriva in Spagna.

 

Diciotti. La vicenda riguarda 190 migranti salvati in acque maltesi dal pattugliatore italiano nell’agosto scorso. Per 11 giorni i migranti restano sulla nave, prima davanti a Lampedusa e poi nel porto di Catania. Qui si consente lo sbarco solo il 25 agosto. Da questa vicenda scaturisce un’inchiesta per sequestro di persona nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Indagine archiviata: il Tribunale dei ministri ha escluso qualsiasi ipotesi di reato.

 

Sea Watch 3. È da 18 giorni che 49 migranti sono in acque maltesi a bordo di “Sea Watch 3” e “Professor Albrecht Penck”, entrambe di Ong tedesche con bandiera olandesi. Malta non vuole far sbarcare neanche donne e bambini, mentre in Italia la vicenda crea uno scontro nel governo. Salvini mantiene la linea dura: “Niente sbarco”, mentre Di Maio ha annunciato di poter accogliere donne e bambini. Sulla vicenda è intervenuto anche il premier Conte che ha annunciato di voler accogliere 15 persone.

Caso Diciotti: in Albania non è arrivato più nessuno

Migranti sì, migranti no, migranti qui, migranti lì. Si tratta. E duramente. C’è chi dalle navi ridossate a Malta ne accoglierebbe 15 (il premier Giuseppe Conte), chi solo donne e bambini (il vicepremier Luigi Di Maio), chi zero (il collega Matteo Salvini). E finché la diplomazia non raggiunge il suo obiettivo – la redistribuzione nei Paesi Ue – i 49 naufraghi attendono di trascorrere la 18esima notte consecutiva in mezzo al mare di Malta. Ma tutte queste trattative – con le sofferenze annesse dei naufraghi bloccati a bordo – portano davvero a qualcosa? Vediamo.

Ad avviare la pratica è l’Italia, il 14 luglio scorso, quando lascia in rada a Pozzallo due pattugliatori con 450 persone a bordo. La situazione si sblocca il 15 luglio: “Anche la Spagna e il Portogallo prenderanno 50 migranti ciascuno – annuncia Conte – come già hanno fatto Francia, Germania e Malta”. Il 16 luglio, dopo 48 ore di attesa, viene autorizzato lo sbarco. Salvini esulta: “È una vittoria politica”. Sicuro? Il 20 agosto arriva a Catania la nave Diciotti con 177 naufraghi recuperati in acque maltesi. E lì restano 5 giorni: il Viminale non autorizza lo sbarco. Salvini riassume la “vittoria politica”: “La Germania ne ha presi zero. Il Portogallo, zero. La Spagna, zero. L’Irlanda, zero. Malta, zero”. Solo la Francia ha mantenuto l’impegno.

E quindi, con la Diciotti, che si fa? Si cerca ancora una volta, prima di autorizzare lo sbarco, di organizzare la redistribuzione. Il 25 arrivano le rassicurazioni di Irlanda e Albania: s’impegnano ad accogliere tra i 20 e i 25 naufraghi ciascuno. Circa un centinaio saranno accolti dalla Cei nelle strutture italiane. Com’è finita? In Albania non è mai arrivato nessuno: non essendo uno stato Ue, i migranti potevano essere trasferiti soltanto con il loro assenso, ed evidentemente l’hanno negato. L’Irlanda ne ha accolti 16. E il resto dei 177 affidati alla Cei? Oggi se ne contano tre. Degli altri – molti hanno tentato di andar via – non si sa nulla.

Indagine Aquarius: l’ipotesi è omissione di un atto d’ufficio

Se rifiutare un porto sicuro è reato, il corso impartito dal governo gialloverde sulle politiche migratorie è destinato a cambiare, salvo che Matteo Salvini e il Viminale imbraccino la disobbedienza al codice penale. Se invece risulterà lecito, la loro scelta ne uscirà rafforzata. A stabilirlo sarà la procura di Roma che – proprio per il rifiuto di fornire un porto sicuro alla nave Aquarius, la nave dell’Ong “Sos Mediterranée” – indaga per il reato di omissione in atti di ufficio. Il fascicolo, curato dal pm Sergio Colaiocco, per il momento non conta alcun indagato.

Il caso risale a giugno scorso, quando la Aquarius vaga per nove giorni, con 629 migranti a bordo, tra i porti chiusi di Malta e Italia, riuscendo infine a sbarcare in Spagna. Gli investigatori adesso devono capire se le modalità con le quali è stata gestita questa vicenda costituiscano un reato. E, se così fosse, si stabilirebbe che la scelta operata dal governo è illegale. A chiedere di fare chiarezza – con un esposto presentato mesi fa – sono tra gli altri, l’ex parlamentare, ora leader di Possibile, Pippo Civati e l’europarlamentare Barbara Spinelli, con un pool di avvocati, tra i quali Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni.

Il caso Aquarius, rispetto alle altre vicende, rappresenta peraltro un’eccezione: fu la Guardia Costiera, infatti, a chiedere l’intervento dell’Ong. In sostanza, pur contattata e coordinata dai nostri marinai – che dipendono dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli – la Aquarius si vide prima concedere, e poi negare, la possibilità di sbarcare in Italia.

Tutto comincia quindi il 9 giugno scorso quando la Guardia Costiera recupera, dai mercantili Jolly Vanadio, Vos Thalassa ed Everest, i 405 naufraghi che i tre comandanti hanno salvato. Una volta recuperati a bordo delle proprie motovedette, la Guardia Costiera contatta la Aquarius per trasbordarli sull’imbarcazione della Ong. Le 405 persone trasbordate dalle motovedette della Guardia Costiera si aggiungono ad altri 224 naufraghi che l’Aquarius aveva già a bordo. E da quel momento inizia l’odissea di 629 persone in giro per il Mediterraneo.

In un primo momento – si legge nella denuncia – la Guardia Costiera, dopo essersi raccordata secondo le norme con il Viminale, indica alla Aquarius il porto sicuro di Messina. In poche ore però tutto cambia. Arriva il “no” della politica. E il governo in quel momento è in piena sintonia. In un comunicato congiunto, i ministri Danilo Toninelli e Matteo Salvini – dal quale dipende il dipartimento che fornisce il porto sicuro – puntano il dito contro Malta “che non può voltarsi dall’altra parte”.

Pur non accennando alla chiusura dei porti, da Facebook, il titolare del Viminale ribadisce: “Da oggi anche l’Italia comincia a dire no”. Alle 18.11 Salvini pubblica su twitter la sua foto a braccia incrociate con l’hastag #chiudiamoiporti. In realtà nessun provvedimento per la chiusura dei porti pare sia mai stato emanato.

I denuncianti adesso chiedono alla Procura di “accertare l’esistenza e la comunicazione di divieti ministeriali circa la possibilità di approdare in Italia ovvero di ‘chiusura dei porti’”.

Il fatto certo è che alla fine il porto sicuro è stato trovato in Spagna, mentre l’Italia decide di mettere a disposizione due navi, una della Marina e una delle capitanerie di porto, per assistere il viaggio dell’Aquarius fino a Valencia, dividendosi i migranti a bordo. E così l’odissea finisce solo il 17 giugno.

I denuncianti non puntano il dito solo contro i due ministri – Salvini e Toninelli – ma anche contro la Guardia costiera.

Nell’esposto si elencano le norme internazionali che sarebbero state violate nel momento in cui il porto di Messina non è stato più reso disponibile. A cominciare dall’articolo “98 della Convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982” e il conseguente “obbligo del comandante di una nave di assistere… e prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo”. Si fa anche riferimento alla presunta “violazione dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e l’articolo 4 del quarto protocollo della Convenzione europea dei diritti umani, dai quali discende il principio di non refoulement…” che “si traduce nell’obbligo di consentire un accesso e una protezione temporanei (…), nei confronti di chi chiede ospitalità per preservare la propria integrità fisica e la propria libertà”.

Nell’esposto si chiede alla Procura anche di acquisire gli atti dal Viminale e “accertare le comunicazioni intercorse tra ministero degli Interni e il ministero dei Trasporti e delle Mrcc in riferimento al divieto di sbarcare in Italia”, incluse le comunicazioni tra la centrale di soccorso della Guardia costiera italiana, Malta e la nave Aquarius.

“La Chiesa tutela l’umanità, chi specula non è un cristiano”

Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, è fra i principali consiglieri di Jorge Mario Bergoglio.

L’appello di papa Francesco per lo sbarco di 49 migranti è rimasto inascoltato, perché?

Riscuotere un immediato risultato politico non è tra le competenze del Pontefice. Il Papa non fa politica, predica il Vangelo e tenta di ispirare i politici. Ha dato voce a un sentimento di umanità, adesso tocca agire a chi riveste cariche istituzionali.

Francesco ha parlato all’Europa, non all’Italia: una scelta di opportunità per non provocare uno scontro diretto?

No, è la sua coerenza. La Chiesa non ha intenzione di intromettersi negli affari dei singoli Paesi, ma invoca un comportamento multilaterale per la gestione di un “nodo politico globale”, così ha definito Francesco la migrazione due anni fa e la situazione non mi pare mutata. Il Papa pensa all’Europa e pure alla Colombia, al Messico e via elencando.

Il multilateralismo, però, si configura in una chiusura ermetica degli stati al fenomeno mondiale delle migrazioni con accenti simili proprio dall’America all’Europa.

È vero, perché la migrazione ha generato una polarizzazione molto forte, un approccio nazionalista, populista in senso negativo, per usare le ultime espressioni di Francesco nell’udienza col corpo diplomatico del Vaticano. Francesco si è rivolto ai leader europei per aiutare 49 “persone” in mare. Persone, sottolineo. Le persone vengono sempre prima di ogni altra categoria. E non solo donne e bambini come se fossimo in uno scenario di guerra. E gli uomini? E le famiglie? Le partenze dalle coste del Mediterraneo, cioè dalla porta di fronte alle nostre case, si sono ridotte e non si può speculare sul linguaggio dell’odio e della paura. Per un semplice motivo: chi lo fa non è un cristiano.

I politici rivendicano l’investitura popolare e l’interesse nazionale.

E la Chiesa rispetta la democrazia, ci mancherebbe. Chi se la prende col Papa perché difende i poveri, gli ultimi, gli scarti della società, se la prende col Vangelo.

In un articolo su Civiltà Cattolica ha individuato sette parole per il 2019. La prima è “paura”. Dice: “Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico”.

Mi sembra possa descrivere appieno l’atteggiamento politico nei confronti dei migranti. Capisco non sia facile sradicare una convinzione – il timore verso lo sconosciuto – instillata nel tempo profittando di una crisi economica lunga e per molti insostenibile, ma la Chiesa ha il dovere di tutelare l’umanità che rientra anche fra le tradizioni italiane, come ha ricordato il presidente Sergio Mattarella nel discorso di fine anno.

Queste sette parole sono anche un manifesto politico.

La Chiesa non fa partiti. Semmai i cattolici – come dice Francesco – hanno il dovere di impegnarsi in politica e nella vita pubblica dialogando con tutti i partiti in maniera trasversale e alimentando un dibattito. Anche con decisioni significative e profetiche.

Il Quirinale sembra l’interlocutore italiano privilegiato del Vaticano e di Francesco.

Sì, per tanti motivi, ma la Chiesa è aperta a tutti anche in momenti di divergenza come sul caso dei migranti.

Paura e poi ordine, migrazioni, popolo, democrazia, partecipazione, lavoro. Anche la Chiesa ha bisogno di riavvicinarsi alla gente.

La Chiesa mondiale e la Chiesa italiana hanno sempre ascoltato la gente, la base e il territorio attraverso le parrocchie, i sacerdoti, le associazioni, ma adesso è richiesto uno sforzo maggiore per incentivare un dialogo – in forma sinodale, camminando insieme – dentro e fuori la comunità cattolica per rispondere ai grandi temi del mondo. Dobbiamo lasciare i caminetti e le riflessioni autoriferite, quel senso di élite che allontana il popolo, e inoltrarci nella realtà con la bussola del Vangelo.