Al Consiglio di Stato la fretta è tale che il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (Cpga), organo di autogoverno dei magistrati amministrativi, ha rinviato la nomina del presidente aggiunto per affrontare subito la questione ritenuta più urgente: concedere il fuori ruolo a Luigi Carbone per permettergli di ricoprire l’incarico di nuovo capo di gabinetto del ministero dell’Economia. Ruolo finora ricoperto da Roberto Garofoli, anch’egli consigliere di Stato, dimessosi dopo le pressioni del premier Giuseppe Conte in seguito alle polemiche su una serie di conflitti d’interesse.
Sulla decisione pesa un macigno all’apparenza insormontabile: la legge anticorruzione del 2012 (Legge Severino) vieta ai magistrati di andare fuori ruolo per oltre dieci anni complessivi, e Carbone ha superato il tetto. Ma a Palazzo Spada non si perdono d’animo e studiano il modo di aggirare la legge. La vicenda è complessa e illumina quel microcosmo di alti burocrati perennemente fuori ruolo: circa la metà dei consiglieri di Stato da anni non indossa la toga e (mantenendo il loro posto) popola il fitto sottobosco di esperti alla testa di gabinetti dei ministeri, authority ed enti.
Tria ha deciso di sostituire Garofoli pescando sempre al Consiglio di Stato. Carbone – napoletano, poco più che cinquantenne– è figlio dell’ex primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, condannato a marzo a due anni per abuso d’ufficio nell’inchiesta sulla P3. Presidente alla sesta sezione (ormai un terzo dei consiglieri sono presidenti di sezione), è considerato un grande esperto di semplificazione amministrativa, anche perciò ha trascorso molto tempo fuori da Palazzo Spada. Dal 2011 al 2015 componente – nominato dal governo Berlusconi – dell’Arera, Autorità per l’energia, e nei 5 anni precedenti vicesegretario generale di Palazzo Chigi. Prima ancora è stato capo di gabinetto del ministero della semplificazione col leghista Calderoli, e consigliere giuridico di Giuliano Amato, Franco Bassanini e Sabino Cassese.
Questo cursus honorum è un problema. La Severino prevede che i magistrati “non possono essere collocati in posizione fuori ruolo per un tempo che, nell’arco del loro servizio, superi complessivamente 10 anni, anche continuativi”. Esclusi solo “membri di Governo, cariche elettive, anche presso gli organi di autogoverno ecomponenti delle Corti internazionali”. La legge è chiara: Carbone non può ottenere il via libera.
Al Consiglio di Stato sembrano però pensarla diversamente. Il neo presidente Patroni Griffi, per beffa del destino coautore con Paola Severino della legge che adesso deve aggirare, ha evitato di concedere d’urgenza il fuori ruolo e demandato al plenum del Cpga, che si pronuncerà venerdì. Per istruire la pratica oggi si riuniranno prima e quarta commissione, quest’ultima presieduta da Oberdan Forlenza, a quanto risulta il più attivo nel cercare una soluzione. Le ipotesi studiate sono ardite. La prima si spingerebbe a considerare il ruolo di commissario in Arera come una “carica elettiva”, quindi fuori dal computo dei 10 anni. La seconda è considerare la Severino non applicabile retroattivamente, facendo decorrere il calcolo da dopo il 2012, anche se la legge lo vieta (“si applica agli incarichi in corso”).
Più della legge conta la politica. A favore di Carbone pesa l’appoggio di molti colleghi, tra i quali lo stesso Patroni Griffi che prima della mossa di Tria aveva pensato a lui come presidente aggiunto a Palazzo Spada. Forti i rapporti politici, non solo con Tria ma anche con la Lega: a ottobre ha parlato del peso della burocrazia a un evento del partito di Salvini, che ha apprezzato. Vanta un legame con la viceministra M5s all’Economia Laura Castelli, anche se non tutti nel Movimento apprezzano la nomina. Qualcuno ricorda i trascorsi vicini al Giglio magico renziano: Maria Elena Boschi da sottosegretaria voleva promuoverlo alla guida del Dipartimento affari giuridici e legislativi (Dagl) di Palazzo Chigi. E poi c’è la sua firma in calce al parere favorevole del Consiglio di Stato alla riforma Madia, bocciata dalla Consulta.