I 49 ancora bloccati in mare. Salvini: “Qui non vengono”

Mentre la Commissione europea “sta consumando i telefoni” per trovare una soluzione politica, i 49 migranti a bordo delle navi di Sea Watch e Sea Eye sono ormai “allo stremo”. Così ha definito le loro condizioni Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch: “Le persone resistono, anche se le condizioni meteorologiche sono in peggioramento e molti sono allo stremo delle forze”. Nel frattempo – fanno sapere ancora dalla Ong tedesca, con un tweet – l’acqua a bordo è razionata e alcuni migranti hanno iniziato a rifiutare il cibo per protesta. Il pericolo – scrive Sea Watch – è che si scateni una crisi da un momento all’altro, visto che “il loro stato psicologico e di salute può peggiorare sensibilmente”.

Nessun Paese europeo ha ancora autorizzato lo sbarco delle due navi, che sono ormai bloccate nel Mediterraneo, a largo delle coste maltesi, da 17 giorni (la Sea Watch) e 9 giorni (la Sea Eye). L’Unione europea annuncia di aver preso in mano le redini della trattativa (“Stiamo consumando i telefoni”); Olanda, Germania e Francia hanno dato la disponibilità a prendere una parte dei migranti, ma solo “nell’ambito di un’azione condivisa” (come dichiarano da Berlino). Il governo italiano invece è ancora diviso tra le dichiarazioni dei suoi interpreti. Il vicepremier Luigi Di Maio aveva aperto all’arrivo in Italia (dopo lo sbarco a Malta) di donne e bambini. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha fatto un annuncio diverso in un’intervista al Corriere della Sera: “Ne prenderemo 15 su 49, e prenderemo anche i mariti perché non siamo gente che smembra le famiglie”. Poi c’è l’altro vicepremier Matteo Salvini, che non si muove: “Non arriveranno in Italia. Sarebbe un segnale di cedimento che fa dire agli scafisti ‘continuiamo ad andare a prenderli perché tanto prima o poi in Italia ci arrivano’”, ha detto ieri sera a Quarta Repubblica, su Rete 4. Aggiungendo: “Le due Ong sono imbarcazioni di furbetti che cambiano bandiera ed equipaggio. Sono in acque maltesi, una tedesca e una olandese, cosa c’entra l’Italia?”.

“Saldo e stralcio”, ecco il condono che taglia le cartelle

“Saldo e Stralcio” ai blocchi di partenza. Arriva il condono “taglia cartelle”, riducendo l’importo da pagare al 16, 20 o 35%, ma solo per chi è in difficoltà economica, con un Isee sotto i 20.000 euro o con una procedura di liquidazione da sovraindebitamento in corso. L’Agenzia delle Entrate ha messo a punto il modulo per l’adesione alla sanatoria. I contribuenti che non rientrano nei limiti possono aderire alla nuova rottamazione, la “ter”, che consente di pagare l’intero importo delle cartelle, senza sanzioni, diluito in 5 anni. Si può regolarizzare l’omesso di imposte relative alle dichiarazioni di redditi o ai contributi dovuti alla previdenza. Possibile anche rientrare in questa sanatoria se non si è perfezionato completamente o si è fuori tempo con i pagamenti delle passate rottamazioni. Sarà possibile regolarizzare la cartella pagando il 16% a titolo di capitale e interessi con Isee familiare sotto gli 8.500 euro, il 20% con Isee tra 8.500 e 12.500, il 35% tra 12.500 e 20.000 euro. Il 10% per chi rientra perchè ha in corso la procedura di liquidazione per sovraindebitamento. Il modello va presentato entro il 30 aprile, ed entro il 31 ottobre l’Agenzia delle Entrate comunicherà le somme dovute o la mancanza di requisiti.

Il via libera non si può riesaminare

Ieri il governatore della Puglia, Michele Emiliano (Pd), ha sostenuto che il ministero dell’Ambiente non era obbligato a concedere i permessi. La tesi è che il governo e l’amministrazione , in cosiddetta “autotutela”, avrebbero potuto disporre il riesame della Via, la Valutazione
di Impatto Ambientale. L’esponente dei Verdi, Angelo Bonelli, ha poi sostenuto di poter mostrare “un atto della Regione Puglia che ha dichiarato il parere negativo su quelle opere dal punto di vista dell’impatto ambientale. Di quelle cose non si è tenuto conto e per questo ci rivolgeremo alla Procura di Roma”.

“Si tratta però di pareri purtroppo non vincolanti – spiega Augusto De Sanctis, del forum H20,
le cui posizioni sono da sempre contrarie alle trivellazioni in mare – La Via può essere riesaminata solo se ci sono state novità dall’ultimo rilascio, i cosiddetti impatti
non previsti”. In pratica Costa potrebbe pure rimandare il parere della Puglia alla Commissione Via, ma questa direbbe di averlo già analizzato

Trivelle, il sì ambientale nel 2017. Perché non sono state fermate

Chiusa la voce manovra, sul governo gialloverde plana la grana trivelle. Il fatto c’è: l’anno si è aperto con l’autorizzazione da parte degli uffici del ministero dello Sviluppo economico (Mise) di una serie di via libera a trivellazioni, ricerche e coltivazione di idrocarburi.

La polemica. A fare più scalpore, i tre permessi rilasciati per le ricerche nel mar Ionio che hanno generato le opposizioni dei comitati no Triv, del portavoce dei Verdi, Angelo Bonelli, e dello stesso governatore della Puglia, Michele Emiliano. Per le ricerche è previsto l’uso dell’Air Gun, una pratica controversa che utilizza l’aria compressa per ispezionare i fondali. La difesa dei ministri dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e dell’Ambiente, Sergio Costa (entrambi M5S), è che si tratta di provvedimenti avviati sotto i precedenti ministeri e che non fosse possibile fermarli. Ieri i comitati, che avrebbero dovuto incontrare oggi ministri e sottosegretari (incontro fissato prima delle polemiche), hanno deciso di non presentarsi in attesa che il clima si distenda e che, soprattutto, si faccia chiarezza tra le diverse spiegazioni e responsabilità.

I permessi. Il ministero dell’Ambiente risponde al Fatto in relazione ai permessi di ricerca di idrocarburi in mare (il Mise, invece, che ha formalmente emanato le autorizzazioni, ha completamente ignorato le nostre domande). Riguardano tre aree nello Ionio. Nel dettaglio: una al largo della costa calabra e due al largo delle coste pugliesi. Tutti i permessi sono stati rilasciati alla società Global Med LLC e riguardano le prospezioni geofisiche con air gun. Tutte sono state assoggettate a valutazione d’impatto ambientale che, però, sono arrivate nel 2017 (26 settembre, 31 agosto e il 28 settembre).

I tempi. La pratica era rimasta ferma al Mise fino alla firma del dirigente responsabile. “Si tratta – spiegano dal ministero – comunque di procedimenti amministrativi, quindi non connessi al succedersi dei governi”. L’altra spiegazione è che il perdurare dell’inerzia da parte del Mise avrebbe comportato la possibile denuncia per omissione di atti di ufficio da parte del proponente mentre, in caso di formale diniego, in mancanza dei necessari presupposti, il possibile ricorso al Tar e la richiesta di danni. In pratica, essendo tutto corretto per legge, non avrebbero potuto negare i permessi senza il rischio di ricorsi.

Blocchi. Sia Di Maio che il sottosegretario del Mise, Davide Crippa, sostengono di aver bloccato sette istanze nel canale di Sicilia. Il cosituzionalista Enzo Di Salvatore (No Triv) e Bonelli (Verdi) hanno sostenuto che in caso di rigetto ci sarebbe dovuto essere notizia nei bollettini sugli idrocarburi pubblicati in questi mesi. Sulla questione ha risposto, il sottosegretario Crippa: “Ritengo utile precisare che quando scrivo che è stato dato seguito all’iter di rigetto, non vuol dire che il rigetto è stato già pubblicato. Il rigetto è frutto di un percorso formale di corrispondenza tra le parti che può portare, dopo tempistiche obbligate per le controdeduzioni, all’emanazione del rigetto. Ribadisco pertanto che l’iter di rigetto è avviato per 7 permessi in Adriatico e nel Canale di Sicilia”.

Carisio. Insieme alla sua dichiarazione, Crippa pubblica un decreto di dicembre che annuncia la decadenza del permesso di ricerca “Carisio” in provincia di Novara. Decadenza motivata dalla “retromarcia” di Eni che a gennaio del 2017 ha lasciato il 52,5 per cento delle quote rendendo la ricerca competenza esclusiva di Petroceltic, il partner irlandese di Eni che aveva già smobilitato la presenza in Italia. Il Mise ha messo la pietra tombale “per rinuncia dell’operatore principale e decadenza del titolare rimanente”.

La norma. Intanto ora l’idea è introdurre una norma nel decreto semplificazioni che blocchi le richieste di 40 permessi pendenti di cui ha parlato il Mise. Mentre al ministero dell’Ambiente lavorano all’abrogazione dell’articolo 38 dello Sblocca italia, il cosiddetto Sblocca Trivelle, che però da solo non basta. Dovrebbe infatti essere modificata la legge che regola permessi e concessioni, che è la Legge 9 del 1991. “Perché la norma annunciata non è stata presentata in finanziaria? – ha chiesto ieri Bonelli – É vero che ci sono stati disguidi che non hanno consentito la presentazione della norma in finanziaria per problemi di comunicazione? O i motivi sono altri?”. Fonti ministeriali sostengono che non ci sia stato nessun problema di comunicazione: l’intenzione era fare una norma più completa. Al massimo, spiegano, c’è stata una sottovalutazione dei tempi.

Wwf. Il Wwf ieri ha chiesto al governo una “moratoria generalizzato” come quella che c’è in Francia dal 2016 con un piano di “progressive dismissioni delle piattaforme già autorizzate e di stop a quelle nuove”.

Antimafia, tra i nuovi criteri per le liste c’è la “spazzacorrotti”

Oggi la commissione parlamentare antimafia si riunisce a Palazzo San Macuto per discutere le nuove linee guida per le candidature nelle prossime elezioni. Ovvero i criteri per individuare i cosiddetti “impresentabili”: i politici che per la loro condizione giuridica dovrebbero essere esclusi dalle liste dei partiti. È il primo atto fondamentale della nuova commissione guidata dal 5Stelle Nicola Morra, dopo la legislatura in cui la presidenza era stata affidata a Rosy Bindi. A quanto risulta all’Ansa, che ha visionato la prima bozza del nuovo codice di autoregolamentazione delle candidature, i criteri che definiscono gli “impresentabili” sono destinati a cambiare e ad essere ampliati: saranno comprese le condanne per reati contro la pubblica amministrazione e reati societari, purché siano passate in giudicato. Il documento che sarà discusso oggi dalla commissione riprende quindi la linea della norma “spazzacorrotti” contenuta nella legge Anticorruzione che porta la firma del Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, approvata in via definitiva a dicembre.

L’ultrà rimane in cella: “È omertoso”

La regola è: rispettare la regola della curva Nord. Non parlare, non inguaiare i tuoi fratelli. Prima di tutto, questo. Marco Piovella, capo ultrà e capo del gruppo Boys San dell’Inter, alla regola si attiene in modo rigoroso. Il giudice Guido Salvini la definisce “omertà”.

Ieri con un’ordinanza di due pagine ha confermato il carcere per Piovella detto il Rosso, accusato di essere una delle menti che ha organizzato l’agguato di Santo Stefano contro i tifosi napoletani in trasferta a Milano. A domanda, l’ultrà risponde: io rispetto la regola della curva. Scrive il giudice Salvini: “Piovella si è limitato a confessare la sua presenza all’attacco rifiutandosi di dare spiegazioni sull’organizzazione, senza fornire qualsiasi ricostruzione della dinamica che aveva visto l’approntamento anticipato in via Fratelli Zoia delle armi e il confluire di 30 francesi del Nizza”. Un atteggiamento che “ostacola le indagini”.

Il Rosso resta in carcere. Una pena alternativa, come i domiciliari concessi sabato a Luca Da Ros, ultrà reo confesso e collaborante, infatti, “rafforzerebbe l’omertà che caratterizza l’ambiente di cui Piovella fa parte in modo carismatico” e “costituirebbe un messaggio a rispettare le regole”. Messaggio già arrivato viste “le numerose minacce nei confronti di Da Ros”.

Piovella non pare l’unico a seguire la regola della Nord. Nino Ciccarelli, capo del gruppo Viking, sentito in Questura giorni fa, ha detto sì di essere stato presente alla guerriglia ma ha poi spiegato: “Passavo da via Zoia per caso, ho notato gli interisti e mi sono fermato con loro”. Per la cronaca, Ciccarelli uscirà malconcio dagli scontri. Insomma, la regola dell’omertà, nel mondo ultrà, prevale su tutto. E così se da un lato il Rosso ha mostrato “rammarico per la morte dell’amico (Dede Belardinelli, ndr), dovuta a fatti che egli stesso ha contribuito in modo importante a generare”, dall’altro “non ha avuto alcun cenno di riflessione critica sulle sue condotte”. Il 25 dicembre, inaspettatamente, Piovella si presenterà a casa di Belardinelli. L’ipotesi dei pm è che ci sia andato per mettere a punto i particolari per il 26.

Quello del “Rosso” viene giudicato un atteggiamento pericoloso perché “fatti del genere possono più facilmente ripetersi, con un rischio acuito dalla volontà di rappresaglie”. Tanta è stata la chiusura del capo ultrà che si è anche “rifiutato di dire chi fosse intorno a lui in quei momenti”, persone che magari meglio di lui possono aver visto l’investimento di Dede, avvenuto appena gli ultrà hanno occupato via Novara. Il corpo è stato trovato dieci metri dopo l’incrocio di via Zoia. Occupava tutta la carreggiata di via Novara. Difficile non vederlo.

I napoletani alla guida delle auto, interrogati, hanno però spiegato che gli scontri sono iniziati dopo il loro passaggio, che un’auto poi si è fermata davanti a un benzinaio, e qualcuno è sceso. Davanti a loro c’era una volante che, appena iniziati gli scontri, è partita a sirene accese. Gli indagati per omicidio volontario sono otto. Oggi sarà sequestrata una seconda auto delle quattro che stavano davanti al corteo dei van.

Neofascisti di Forza Nuova pestano due giornalisti

Per omaggiare i loro “caduti” i neofascisti pensano bene di usare le maniere tradizionali: l’aggressione squadrista e l’intimidazione. Due giornalisti dell’Espresso, Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti, hanno subìto calci, schiaffi e si sono visti prendere cellulari e portafogli per essere identificati e cancellare foto e video della manifestazione.

Tutto sotto lo sguardo delle forze di polizia che si sono fatte attendere prima di intervenire. Forse era così importante cancellare foto e video perché in quei fotogrammi appare Giuliano Castellino, il coordinatoreromano di Forza Nuova (nella foto), che però è sottoposto a regime di sorveglianza speciale. Nonostante questo provvedimento, era libero di muoversi tra i militanti nostalgici, che si erano dati appuntamento al cimitero Verano per la commemorazione delle vittime, due attivisti del Fronte della gioventù, della strage di Acca Larentia uccisi 41 anni fa. Sarebbe stato proprio Castellino, da poco uscito dai domiciliari dopo una condanna per una truffa da 1,3 milioni di euro ai danni del Servizio sanitario nazionale, ad aggredire Marconi afferrandolo per il collo e a “perquisire” il cronista prendendogli cellulare e portafoglio insieme a un militante di Avanguardia nazionale al grido di battaglia “L’Espresso è peggio delle guardie”. Il grande punto interrogativo è: se Castellino è sorvegliato speciale, perché era lì a muoversi impunemente? Sui social esponenti politici, cittadini e giornalisti chiedono l’intervento del ministro dell’Interno Salvini che risponde all’appello: “Il posto giusto per chi aggredisce è la galera. Uno di loro era sottoposto a sorveglianza speciale? Chiederemo perché era in libertà, a giorni saranno disponibili mille braccialetti elettronici per sorvegliare persone che non devono andare in giro”. Ma non si è espresso sulla matrice politica dell’accaduto.

I cori non sono razzismo: no alle partite sospese

I napoletani, offesi ogni domenica negli stadi di mezza Italia, possono mettersi l’anima in pace. E probabilmente pure i giocatori di colore, discriminati con ululati e buu come successo a Kalidou Koulibaly durante l’ultimo Inter-Napoli. Le partite del campionato di Serie A (e categorie inferiori) non saranno più sospese: parola di Matteo Salvini: “Sul razzismo è troppo difficile trovare criteri oggettivi”.

È l’unico risultato del grande “tavolo sugli stadi sicuri” convocato dopo i fatti del 26 dicembre (la morte dell’ultrà Belardinelli fuori da San Siro, i cori contro Koulibaly dentro). Partecipanti tanti (pure troppi, quasi 30 fra istituzioni e forze dell’ordine), idee qualcuna (ancora in fase embrionale), proposte concrete quasi nessuna. In compenso, con un paio di dichiarazioni perentorie, il “Capitano” ha di fatto abrogato l’articolo 62 delle Noif della FederCalcio, quello che prevede (o prevedeva?) la possibilità di “non iniziare o sospendere la gara” in caso di episodi discriminatori.

E pensare che il presidente della Figc, Gabriele Gravina, si era presentato con la proposta di inasprire il protocollo: invece che tre fasi (richiamo all’altoparlante, raduno delle squadre a centrocampo e poi rientro negli spogliatoi), saltare direttamente alle ultime due. Chiedeva però che la responsabilità non ricadesse sull’arbitro, visto che le norme la rimettono al “responsabile dell’ordine pubblico designato dal Ministero”. Ed è proprio questo il punto: con l’ultima parola al Viminale, succederà il contrario. “È molto scivoloso il tema della sospensione delle partite in caso di cori offensivi: rischiamo di mettere in mano a pochi il destino di tanti”, ha tagliato corto Salvini, per cui si tratta più che altro di una “questione di buon gusto, di educazione”.

La direttiva che arriva dall’alto è chiara. “Con un’indicazione del genere, scordiamoci partite sospese”, ammettono gli addetti ai lavori. La norma della Figc resta ma quanti tecnici ministeriali andranno contro il loro capo? Sicuramente le gare non saranno mai interrotte in caso di cori antinapoletani o in generale di matrice territoriale (“Quello è campanilismo, l’ordine pubblico è un’altra cosa”, il parere Salvini). Il dubbio potrebbe porsi per episodi eclatanti di discriminazione verso calciatori di colore, ma anche in questo caso il margine si riduce. Restano infine le sanzioni a posteriori del giudice sportivo, e comunque il ministro ha ribadito di essere contrario alla chiusura delle curve.

Insomma, sul razzismo partita chiusa. Quanto alla sicurezza, vero oggetto della riunione di ieri, siamo ancora ai propositi generici. La Figc ha portato una serie di idee: la più interessante, rendere più efficace il Daspo prevedendo l’obbligo di firma prima e dopo la partita, in modo che i soggetti sottoposti alla misura non possano trovarsi nemmeno a ridosso degli stadi in occasione dei match partite (ormai la maggioranza degli scontri avviene all’esterno). La Lega Dilettanti chiede un giro di pattuglia prima delle partite delle sue categorie, così da almeno scoraggiare i facinorosi.

Il Ministero prende nota. Studia delle modifiche normative per dare più potere agli steward e introdurre aggravanti per i reati in manifestazioni sportive. Pensa al ritorno delle trasferte collettive (i cosiddetti “treni-trasferta”). Parla di telecamere e celle di sicurezze negli stadi di proprietà (quando questi non esistono). Tutto rimandato a provvedimenti futuri. Su una cosa il ministro può intervenire subito: “Le partite a rischio si devono giocare solo alla luce del sole”, ha concluso Salvini, citando già Milan-Genoa del 21 gennaio alla ripresa del campionato. Significa che d’ora in avanti i calendari saranno decisi (anche) dal governo. Ma anticipi e posticipi, la miniera d’oro delle pay-tv, sono stati fissati fino a metà marzo da Sky e Dazn, che per quei big match in notturna hanno sborsato centinaia di milioni. Nel calcio italiano sta per scatenarsi anche questa guerra.

L’europa aspetta l’onda lunga “sovranista”: che governo avrà?

Mancano meno di cinque mesi al voto per l’Europarlamento, che si terrà in 27 Paesi dell’Unione tra giovedì 23 (in Olanda) e domenica 26 maggio (nella maggior parte dei Paesi, tra cui l’Italia). Si eleggeranno 705 deputati europei in rappresentanza di oltre mezzo miliardo di cittadini e le novità sono molte. Socialisti e Popolari – le famiglie europee che da almeno tre legislature governano l’Unione in forma di Grande Coalizione formato Ue – dovrebbero uscire ridimensionati rendendo così meno probabile il mantenimento dell’assetto attuale. Inoltre causa Brexit, l’uscita dei deputati britannici avrà effetti immediati su almeno tre diversi gruppi parlamentari. Coinvolti inevitabilmente gli equilibri politici interni di ciascun Paese. Anche in l’Italia, unico delle grandi nazioni guidate da una coalizione di governo a trazione sovranista, dove la competizione elettorale si ripercuote sull’alleanza M5S-Lega. Con il rischio, in caso di forte squilibrio in favore di quest’ultima, di mandare in pezzi la coalizione. Le incognite maggiori arrivano dallo schieramento euroscettico, anti-establishment e nazionalista, oggi diviso tra i due gruppi più piccoli gruppi dell’Europarlamento e i Conservatori e Riformisti (Ecr). Quanti seggi in più conquisteranno col voto di maggio? Riusciranno a unirsi in un solo raggruppamento o a formare una coalizione? E nel caso avessero un forte balzo in avanti, potrebbero mai ambire alla maggioranza dei seggi o comunque a condizionarne fortemente la formazione di una nuova? “Stando ai sondaggi, le famiglie tradizionali dovrebbero scendere dall’attuale 62% di seggi a non meno del 55%. Non certo il terremoto che gli euroscettici si attendono”, osserva Antonio Villafranca, responsabile del programma Europa dell’Ispi di Milano. “È pur vero che con i mutati equilibri parlamentari potrebbero verificarsi attriti con i governi al momento della nomina della Commissione”. “Anche se è plausibile che il fronte populista abbia al massimo il 20%, ci saranno delle conseguenze da non trascurare. Così è accaduto in Italia quando nel 2013 M5S ha terremotato il sistema prendendo circa il 25%”, aggiunge Giovanni Orsina, direttore della Luiss School of Government di Roma. “I partiti tradizionali in calo, vorranno davvero ripetere l’esperienza della Grosse Koalition in salsa europea? La crescita del fronte euroscettico avrà come effetto quello di rendere più faticosa la composizione di una maggioranza”.

 

Partito Popolare (PPE): attualmente 218 seggi. Proiezione 7 gennaio (Politico.eu): 177

Il gruppo di maggioranza relativa a Strasburgo, raggruppa i democratici cristiani tedeschi (Cdu) di Angela Merkel e i cristiano sociali bavaresi (Csu) del suo ministro degli Interni Horst Seehofer, insieme agli spagnoli dell’ex premier Rajoy. Al momento esprime non solo l’attuale presidente della Commissione, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ma anche il presidente dell’assemblea, il forzista Antonio Tajani e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Angela Merkel ha candidato l’attuale capogruppo a Strasburgo, Manfred Weber (Csu) alla presidenza della Commissione, anche per ragioni di equilibrio interno tra Berlino e Monaco. Normalizzata l’anomalia Berlusconi, oggi il Ppe ha al suo interno non solo il cancelliere ultraconservatore austriaco Sebastian Kurz, ma soprattutto il premier Viktor Orbán, grande rivale proprio della Cancelliera. Per il 2019 si prevede una tenuta in Germania e Polonia, un cattivo risultato in Spagna e Italia. Orbán è ingombrante, ma sotto elezioni, uno come lui che a Budapest farà il pieno di voti, è difficile buttarlo fuori.

 

Socialisti e Democratici (S&D): 189 seggi. Proiezione: 133

Nel 2014, il gruppo cambiò nome, aggiungendo al termine socialista quello di democratico. Non solo una questione terminologica: i democratici italiani di Matteo Renzi avevano eletto 31 eurodeputati, rappresentando così la più nutrita delegazione nazionale di tutto il Parlamento. Dopo 5 anni, il quadro è tutt’altro che roseo. Partito democratico italiano a parte, i francesi, che nel 2014 esprimevano 10 eurodeputati, sono ai minimi termini, svuotati nel frattempo dal progetto centrista dell’attuale presidente francese Emmanuel Macron. L’Spd tedesca non sembra navigare in buone acque, anche se dovrebbe evitare il tracollo, mentre la Spagna dell’attuale premier Pedro Sanchez è ancora un’incognita. Poco aiuteranno i buoni risultati attesi in Portogallo e in alcuni Paesi dell’Est.

La beffa viene da Londra: i laburisti dell’era Corbyn hanno il vento in poppa. Peccato che nella nuova Unione a 27, non occuperanno più alcun seggio a Strasburgo. La sinistra democratica ha espresso nell’ultima legislatura non solo il presidente del Parlamento, il tedesco Martin Schulz (fino all’inizio del 2017), ma anche tra vicepresidenti: l’Alto Rappresentante per la Politica Estera Federica Mogherini, lo slovacco Maros Sefcovic e l’olandese Frans Timmemans, nominato un mese fa Spitzenkandidat della sinistra democratica.

 

LiberalDemocratici (Alde) 68 seggi. Proiezione: 70

Guidati dal belga Guy Verhofstadt, i liberali hanno a lungo rappresentato il terzo gruppo dopo i più grandi. Il fattore decisivo per il loro successo potrebbe essere la scelta di Emmanuel Macron (oggi i sondaggi attribuiscono a En Marche! 19 europarlamentari), ancora indeciso se fondare un nuovo gruppo oppure portare i suoi nell’Alde. In favore di questa ipotesi c’è non solo l’accordo siglato tra il presidente francese e il premier liberale olandese Mark Rutte, ma soprattutto la scelta dell’Alde di non nominare alcun Spitzenkandidat. Una concessione proprio a Macron che conterebbe sui suoi alleati in Consiglio per nominare un presidente della Commissione di fiducia, scavalcando così il Parlamento (e il popolare Weber, prescelto da Merkel).

 

Conservatori e Riformisti (Ecr): 73 seggi. Proiezione: 51

Nato da una scissione dal Ppe dei Tories di David Cameron nel 2009 e arrivato a essere terzo gruppo in questa legislatura, con la Brexit Ecr perderà i britannici, rimanendo così feudo degli ultraconservatori polacchi del Pis (Diritto e Giustizia) di Jaroslaw Kakzynski. Matteo Salvini, che incontrerà proprio il leader polacco domani a Varsavia nell’atteso vertice fondativo dell’alleanza euroscettica, è interessato a scalare questo gruppo, portandosi magari dietro anche una parte dei sovranisti attualmente nella compagine voluta da Marine Le Pen? (vedi sotto: Europa delle Nazioni e delle Libertà, Enl).

 

Verdi e Sinistra europea (Gue/Ngl): 52 e 51 seggi. Proiezione: 46 e 55

Si tratta di due gruppi molto compositi al loro interno, che sono stati all’opposizione della Grossa Coalizione formato Ue. Dopo la forte affermazione in Germania, Belgio e Lussemburgo, gli ecologisti sono rinfrancati, ma difficilmente i numeri a Strasburgo cambieranno molto rispetto a oggi. L’incognita riguarda piuttosto la sinistra, al cui interno furono eletti nel 2014 i tre eurodeputati italiani della Lista Tsipras (Curzio Maltese, Barbara Spinelli ed Eleonora Forenza). In questo gruppo siedono infatti sia i 6 esponenti del partito greco Syriza che i 10 di Podemos: il successo del gruppo dipenderà anche e soprattutto dal risultato di questi partiti. In Italia, ad esempio, se Potere al Popolo confermasse le cifre dei sondaggi (2,5%), non potrebbe eleggere nessun eurodeputato. L’affiliazione al gruppo europeo sarebbe poi tutta da vedere – esattamente come accadrà per il progetto di sinistra promosso dall’ex ministro greco dell’Economia Yanis Varoufakis, leader del movimento paneuropeo Diem25.

 

Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (Efdd): 43 seggi. Proiezione: 45

Con il voto del 2014, l’Ukip di Nigel Farage ebbe uno straordinario risultato, portando a Strasburgo 24 eurodeputati: 11 in più che nella legislatura precedente, dove però non era riuscito a formare un gruppo parlamentare. Anche il Movimento 5 Stelle aveva eletto, per la prima volta nella sua storia, 17 “portavoce” in Europa, ai quali si presentava il problema: allearsi per incidere nei processi decisionali, oppure mantenere l’isolamento finendo però nei non iscritti? Tra consultazioni online e qualche mal di pancia, la delegazione grillina scelse allora di formare un nuovo gruppo insieme al leader nazionalista britannico. Oggi, quando sarà passato un anno di governo, i pentastellati potrebbero ottenere un risultato anche migliore del 2014. Ma dato che Ukip non ci sarà più, che succederà all’alleanza forgiata dalla strana coppia Grillo-Farage? Si andrà verso una riedizione del raggruppamento attuale, un’affiliazione (poco probabile) magari all’Alde o ai Verdi?

 

Europa delle Nazioni e della Libertà (Enl): 35 seggi. Proiezione: 60

Per anni Marine Le Pen – non amata da Farage, che non l’ha voluta nel suo gruppo – è stata tra i non iscritti: una paria di lusso a Strasburgo, rispettata per la sua aura di estremista di classe, ma comunque isolata. La svolta arriva nel 2015, quando dopo numerosi tentativi, la leader francese riesce a coagulare attorno a sé le delegazioni dei partiti più euroscettici e nazionalisti. Si va dall’olandese Pvv di Geert Wilders al belga Vlaams Belang, dall’austriaco Fpo ai Democratici svedesi. Nella foto ricordo del battesimo a Bruxelles anche la Lega Nord dell’attuale vicepremier e già eurodeputato Matteo Salvini. Per tutti questi partiti, si aspetta l’esplosione alle Europee, addirittura il raddoppio dei numeri a Strasburgo. Nel più ottimistico degli scenari, il piccolo Enl potrebbe diventare il perno di una nuova alleanza anti-establishment. Oppure, al contrario, convergere o essere assorbito nell’Ecr dominato dai polacchi sovranisti di Kakzynski? (vedi sopra: Conservatori e Riformisti, Ecr). Le Pen forse non gradirebbe, ma magari all’ombra del federatore Steve Bannon, Salvini deciderà che Varsavia vale per lui una messa, ben più di Parigi.

I Vigili del fuoco a Salvini: “Togliti la nostra giacca”

Salvini, sei abusivo. Il fuoco amico – mai definizione fu più calzante – arriva da una categoria che in teoria dovrebbe essere vicina al ministro dell’Interno, quella dei pompieri. Ieri il sindacato di base dei Vigili del fuoco ha attaccato il capo della Lega per l’abitudine di indossare maglie e giacche delle forze dell’ordine. Scrive l’Usb: “Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 497-ter, abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico (…) è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 154 a euro 929”. La polemica dei pompieri non è mossa solo da nobili ragioni ideali, ma da questioni economiche: “È sotto gli occhi di tutti che soprattutto noi vigili del fuoco, amati da tutti, usciamo dall’ultima Finanziaria senza l’ombra di un soldino in tasca”. Il “vezzo” di Salvini è stato criticato anche da Roberto Saviano, che ha definito “gravissimo” il fatto che il ministro strumentalizzi le forze dell’ordine. Pronta la replica del leghista: “Sono orgoglioso di aver ricevuto in dono in questi mesi giacche, magliette, cappellini e distintivi di tutte le Forze dell’ordine, doni che ripago con il mio lavoro quotidiano e provvedimenti concreti”.