Appendino e gli altri sindaci grillini: dubbi sulla manovra

Ci sono dubbi sulla Finanziaria, ma anche la disponibilità a valutare qualche correzione. Ieri al ministero dell’Economia si è tenuto un incontro tra la sottosegretaria Laura Castelli e alcuni sindaci del Movimento 5 Stelle, tra cui la prima cittadina di Roma, Virginia Raggi, e quella di Torino, Chiara Appendino. Nel corso dell’appuntamento gli amministratori hanno voluto sottolineare le difficoltà provocate dai tagli, previsti nella manovra, agli stanziamenti per le città. In particolare Torino verrebbe danneggiata dalla riduzione del fondo per “risarcire” le città penalizzate dal passaggio da Imu a Tasi. Torino è stata la prima amministrazione pentastellata ad aver firmato con Milano, Genova e Bologna una lettera contro i tagli agli enti locali. Castelli ha dato la sua disponibilità a valutare alcuni correttivi a favore di tutti i comuni. L’incontro di ieri precede quello del Comitato direttivo dell’Anci per valutare la legge di Bilancio e il decreto Sicurezza, che è convocato a Roma giovedì mattina.

Figli di Macron e dei social, l’obiettivo è il Referendum

L’esercizio di collocare i Gilet gialli a destra o a sinistra è cominciato con la loro comparsa. E non finirà a breve. La collocazione è difficile, se non impossibile, non già per una sedicente voglia di dichiararsi “né di destra, né di sinistra”, ché in Francia non si usa, quanto per la scoloritura dei due soggetti.

Nessuno può dire oggi dove porterà l’annuncio di voler fondare un partito, confermato ieri da Jaclin Mouraud che ha lanciato Les Emergents. Non è il partito del movimento anche perché è difficile parlare di un solo movimento.

Mouraud è divenuta celebre dopo il video con cui si sgolava contro l’aumento del carburante: 6 milioni di visualizzazioni su Facebook. Ma anche la petizione di Priscillia Ludosky ha avuto un milione di firme. Il social caratterizza i movimenti del Duemila: è successo con Occupy Wall Street, si ripete con i Gilet gialli. Ne amplifica le dinamiche dispersive, ma arriva a tutti. E poi, come le piazze degli Indignados, anche i Gilet gialli hanno le loro agorà, luoghi di aggregazione e organizzazione come i blocchi ai ronds-points, che hanno ispirato i reportage di Le Monde.

Mouraud e Ludosky sono due dei sei nomi che il settimanale Le Nouvel Observateur ha elencato per descrivere alcuni dei volti principali della protesta. La Mouraud non ha un passato politico, che invece hanno sia Benjamin Cauchy, ex eletto tra i gollisti, sia Franck Buhler, addirittura espulso dal Front national per… razzismo. Ma allo stesso tempo Eric Drouet, arrestato sugli Champs Elysée e accusato da molti commentatori di essere un elettore di Marine Le Pen si è affrettato a smentire la notizia. E poi è stato omaggiato dal leader della sinistra, Jean Luc Mélenchon che lo ha paragonato al “Drouet della Rivoluzione francese che ha riconosciuto re Luigi XVI in fuga sulla strada di Varennes”. La rivoluzione, i giacobini, la France Insoumise di Mélenchon.

Il cerchio delle diverse inclinazioni politiche si chiude in un mosaico di volti, anche se buona parte della sinistra più estrema guarda con attenzione al movimento. Lo fa il giornale online Mediapart che con il suo direttore, Edwy Plenel, ha suggerito alla sinistra politica di avere più coraggio, lo fa con diversi intellettuali, come Christiane Laval e François Dardot, lo fa con l’italiano Toni Negri che invita a guardare la composizione sociale del movimento, costituita essenzialmente da “salariati” che ripropongono il tema della “valorizzazione del lavoro”. Lo fa meno il movimento operaio tradizionale che finora non è stato capace di intessere un dialogo e un legame stretto, anzi il sindacato più a sinistra, la Cgt, si è diviso al suo interno.

La categoria che viene così riscoperta, dalla destra e dalla sinistra, in particolare quella populista, è l’opposizione basso/alto con i Gilet gialli che rappresentano il “popolo” con il carico costituente che questo significa in Francia ed Emmanuel Macron a rappresentare il “Re”. Da spodestare e abbattere. Da qui il grido di battaglia che attraversa i cortei, “Macron demissiòn” e la proposta politica che forse potrebbe unificare tutti, quel referendum di iniziativa cittadina (Ric) che vorrebbe far irrompere la democrazia di base nelle istituzioni della V Repubblica. La Costituzione francese prevede solo il referendum a disposizione del presidente (art. 11) e anche questa è una contrapposizione simbolica evidente oltre a rappresentare un contatto chiaro con il M5S.

Proprio come il Re, il vertice dello Stato rilancia la repressione. Ieri sera il premier Eduard Philippe ha proposto una legge contro i “manifestanti non dichiarati e i casseurs”: “Faremo come con gli hooligan”, ha detto in diretta tv, un modo per ridurre la questione a semplice ordine pubblico.

Così non farà che accrescere la haine, l’odio verso Macron evidenziandone le difficoltà, presenti anche nella replica stizzita che la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau, ha dato a Luigi Di Maio: “La Francia si guarda bene dal dare lezioni all’Italia. Salvini e Di Maio imparino a fare pulizia in casa loro”, è il commento via Twitter.

Il paradosso è che è stato proprio Macron ad aver alimentato un “populismo dall’alto” contro i vecchi partiti, promettendo di fare piazza pulita e poi applicando il solito vecchio ultra-liberismo. E così le attese si sono tramutate in protesta.

E per capire meglio cosa vuole questa protesta ormai politica, è forse utile guardare il video che sta avendo molta fortuna e che vede rappresentate delle donne – altra novità, la metà dei manifestanti circa – cantare una canzoncina accattivante: “I buoni e i cattivi”. I buoni? “Quelli che prendono il taxi”. I cattivi? “Quelli che pagano il carburante”. I buoni? “Quelli dell’Europa a tutti i costi”. I cattivi? “Quelli che devono dare da mangiare ai figli”. “Sembra lo spettacolo del Grand Guignol, tutti ridono ma nessuno ci crede più”.

Bruxelles, la Lega incontra i nazisti ciprioti ed estoni

Matteo Salvini domani sarà in Polonia, per incontrare Jaroslaw Kaczynski, capo e fondatore del Pis (Partito legge e giustizia), nazionalista ed euroscettico che – insieme ai conservatori inglesi, che non faranno parte del nuovo Parlamento europeo – è il soggetto politico più importante dell’Ecr, il gruppo dei Conservatori e Riformisti a Strasburgo. Contemporaneamente, il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, da sabato è a Bruxelles per incontrare una serie di delegazioni e costruire una piattaforma comune in vista delle Europee, insieme a Paolo Borchia, coordinatore della Lega nel mondo. Oggi l’Ecr e l’Enf (Europa delle Nazioni e delle Libertà), gruppo di cui fa parte la Lega, contano rispettivamente 71 e 36 parlamentari. L’obiettivo dei leader del Carroccio è di arrivare a un unico gruppo di 150-200 europarlamentari, che sia il secondo a Strasburgo, magari dopo un Ppe portato sempre più a destra da Viktor Orban. Cosicché siano gli euroscettici a fare sponda con i Popolari (e non i Socialisti).

Nell’Enf siedono oggi, oltre ai leghisti, il Rassemblement National della Le Pen, l’FPÖ austriaco, l’Interesse fiammingo belga, il tedesco Alternative für Deutschland, il Partito per la Libertà dei Paesi Bassi, il Congresso della nuova destra polacco, oltre a due indipendenti (una uscita dall’Ukip e un rumeno). Tutte formazioni di estrema destra, per adesso minoritaria, da dopo il voto pronte a cambiare gli assetti dell’Europa. Tanto è vero che Fontana sta anche lavorando a una serie di dossier programmatici: migranti, commercio internazionale e superamento del Trattato di Maastricht.

Il ministro (che la Lega già vede Commissario europeo) sta cercando pure di costruire una squadra di funzionari e di burocrati. Vari i potenziali alleati incontrati tra ieri e oggi. Ci sono i ciprioti di Elam (per adesso non presenti in Parlamento), i gemelli neonazisti di Alba Dorata, che ce l’hanno con gli immigrati e vorrebbero l’unificazione con Atene.

Poi, gli estoni di Ekre (anche loro ancora non presenti a Strasburgo), nazionalisti, sovranisti, in ascesa in patria. Il loro numero due, Jaak Madison, si spinse a lodare il nazismo dal punto di vista economico. Sono anti russi, ma la Lega è pronta a giurare che nonostante il loro “inseguimento” di Putin, questo non sarà un problema. Tra gli incontri, anche quelli con due gruppi che ora siedono nell’Ecr. I Veri finlandesi, usciti dal governo in patria, dopo l’elezione come loro leader Jussi Halla-aho, che, oltre a volere l’uscita di Helsinki dalla Ue, nel 2012 fu condannato dalla Corte suprema finlandese per aver collegato, in alcuni post, l’Islam alla pedofilia e aver stigmatizzato i somali. E poi, il Partito popolare danese, che è arrivato a proporre la deportazione dei migranti non desiderati in una piccola isola fuori mano.

Tra i desiderata di Salvini c’è poi quello di allearsi anche con Vox, partito spagnolo con il vento in poppa. Lì c’è qualche problema, visto che la Lega per anni ha corteggiato (peraltro con pessimi risultati) gli indipendentisti catalani, loro acerrimi nemici. Centrale la visita del leader leghista in Polonia. La preparazione dura da mesi: più volte l’ha preceduto Guglielmo Picchi, Sottosegretario agli Esteri, che ha incontrato il ministro della Giustizia polacco. E poi ci hanno lavorato direttamente dal Viminale: il consigliere diplomatico di Salvini, Stefano Beltrame, l’ambasciatore italiano in Polonia, Aldo Amati (che prima stava a Varsavia), l’ex eurodeputato, Adam Bielan. Salvini spera si imposti un’alleanza in vista delle elezioni di maggio.

M5S, Di Maio e Di Battista si infilano il gilet giallo

La corsa per arginare il vero nemico, cioè Matteo Salvini, parte con una lettera pubblica e una foto. Inizia con un post su Facebook che offre la piattaforma web Rousseau ai Gilet gialli, per aggredire alla gola Macron ma soprattutto per provare a mettere una bandierina sul magma che si muove in Francia, e nel contempo convincere tanti partiti senza casa che il M5S può essere il loro porto in Europa. E prosegue su Instagram, dove Di Maio mostra il suo gabinetto di guerra per le Europee. E a sorridere nella foto c’è il capo dell’azienda che vuole tirare ancora i fili, Davide Casaleggio. Però c’è anche e soprattutto la carta per le piazze e i talk show, Alessandro Di Battista, che la prossima settimana presenterà la campagna di primavera assieme a Di Maio, in una conferenza stampa fuori dall’Italia (forse a Strasburgo). Ma contribuirà anche a scrivere il programma, a pensare le tappe e se necessario a fare l’anti-Salvini. Perché la parola d’ordine sarà contropiede, cioè rispondere al Carroccio con i temi forti del M5S.

Insomma, eccola la campagna dei 5Stelle. Immaginata anche assieme a Paola Taverna: entrata dopo alla riunione, ma necessaria come Di Battista per ricucire con la base delusa. Per questo lei e l’ex deputato romano batteranno i territori assieme a Di Maio. Ma verranno coinvolti anche i ministri, in un tour per recuperare “lo spirito originario del Movimento”. Perché le giravolte su Tap e Muos, assieme ai cedimenti da contratto alla Lega, hanno lasciato cicatrici dentro il M5S. Mentre ancora non si è parlato di un ruolo per Beppe Grillo. Strategie, discusse mentre Salvini seminava sul web un’icona con la sua faccia e l’hashtag identitario, #primaglitaliani.

Invece Di Maio si ricorda anche dei francesi. “Non mollate” scrive ai Gilet gialli, ed è lo stesso capo politico che nel novembre 2017 sul blog vergava una lettera a Emmanuel Macron, citando la Francia come fonte di ispirazione ed elencando analogie tra il M5S e il suo movimento En Marche!. Ma pare un secolo fa. Adesso Di Maio vuole fare di Macron il simbolo dell’Europa sbagliata, erigerlo a nemico “imperialista”, come direbbe Di Battista. Così prova perfino a prendersi i suoi nemici, i Gilet gialli, ed ecco il post: “Il grido che si alza dalle piazze francesi è ‘fateci partecipare!’. È lo stesso spirito che ha animato il M5S dalla sua nascita”. E le violenze e gli assalti? Il vicepremier sorvola: “Condanniamo chi ha causato violenze durante le manifestazioni, ma sappiamo che il vostro movimento è pacifico”.

E rilancia: “Il Movimento è pronto a darvi sostegno, mettendovi a disposizione alcune funzioni del nostro sistema operativo per la democrazia diretta, Rousseau”. Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri, dice al Fatto: “Per ora i Gilet gialli sono tutto e niente, quando hanno parlato di darsi un profilo politico si sono spaccati. Ma vogliamo vedere se riusciranno a diventare qualcosa”. E c’è anche altro. “C’è la volontà di creare una nuova famiglia europea, oltre la destra e la sinistra” aggiunge Di Stefano. Ossia, la lettera è anche un segnale a tanti partiti di vari Paesi che il M5S vorrebbe portare in un nuovo gruppo europeo a guida 5Stelle. Da Bruxelles raccontano che alcune trattative siano a un punto avanzato. Tanto che da qui a poche ore in città arriverà Di Maio per chiudere qualche accordo. “Vogliamo diventare l’ago della bilancia in Europa, dove si decide tutto con maggioranze variabili” racconta una fonte.

Tradotto: sull’ambiente il M5S del futuro potrà votare assieme a Socialisti e sinistre varie, come successo in questa legislatura. Mentre sui temi economici potrebbe fare sponda anche con i sovranisti. L’importante sarà contare: e fermare Salvini. “In Europa vogliono costruirgli attorno un cordone sanitario, isolarlo con la Le Pen e l’estrema destra” sibilano dai 5Stelle. E forse il leghista non ha preso bene la mossa di Di Maio, a leggere la nota sui Gilet gialli: “Sostegno ai cittadini perbene che protestano contro un presidente che governa contro il suo popolo, ma totale condanna di ogni episodio di violenza”. Sillabe che il M5S legge come un lieve distinguo.

E d’altronde c’è sempre la distanza sui migranti. Con l’europarlamentare dei 5Stelle Laura Ferrara che dice: “Salvare vite nel Mediterraneo è un dovere, ma è tempo che nella Ue tutti facciano la loro parte con la ricollocazione dei migranti”. Ed è una linea diversa, ricordano, da quella del muro totale di Salvini. L’avversario.

Achtung referendum

Se i 5Stelle vogliono fare un danno a se stessi e soprattutto all’Italia, non hanno che da tirare diritto con la riforma costituzionale sul referendum propositivo senza quorum. Così qualunque lobby spalleggiata dai soliti giornaloni potrà cancellare leggi sgradite, approvarne di gradite e spacciare quell’arbitrio per democrazia diretta. Il ddl costituzionale del ministro Riccardo Fraccaro, purtroppo previsto dal contratto di governo e in aula alla Camera dal 16 gennaio, funziona così: chi raccoglie almeno 500 mila firme può chiedere un referendum non solo per abrogare una legge, ma anche per proporne una. Per evitare il voto, il Parlamento dovrà approvare la legge tale e quale entro 18 mesi, sennò la parola passerà alle urne. E lì i cittadini dovranno dire sì o no alla proposta referendaria se il Parlamento l’avrà ignorata; oppure, se l’avrà approvata modificandola anche solo di una virgola, dovranno scegliere fra la versione originaria e quella emendata, in una sorta di ballottaggio. E, fin qui, tutto bene. Ma oggi il referendum è valido solo se va a votare almeno il 50% più uno degli aventi diritto, mentre in futuro lo sarebbe sempre, anche se alle urne andasse un solo elettore. E questo è assurdo. Come ha spiegato il costituzionalista Gaetano Azzariti ieri al Fatto, è un’ottima idea coinvolgere i cittadini nella vita democratica non solo con le elezioni tradizionali e rivitalizzare i due istituti di democrazia diretta previsti dalla Costituzione.

Uno è il referendum, ormai sfinito e svuotato dalla pletora di quesiti, spesso astrusi e poco coinvolgenti (tipo molti di quelli radicali), e dallo sbarramento del 50% (pensato dai costituenti nel 1948, quando votavano quasi tutti, mentre oggi l’astensione si avvicina paurosamente alla metà degli elettori, e in molte amministrative come nei referendum già la supera). L’altro sono le proposte di legge di iniziativa popolare, finora regolarmente ignorate dal Parlamento (dal 1979 ne sono state presentate 242, di cui solo 3 approvate e ben 151 mai neppure discusse): sarebbero assorbite nel referendum propositivo, anche se vedrebbero decuplicato il numero delle firme in cambio della garanzia assoluta di non vederle ammuffire nei cassetti delle due Camere. Nella storia repubblicana, i referendum abrogativi sono stati 67, di cui 39 riusciti e 28 falliti per mancato quorum. E la tempistica è indicativa: dal 1974 (l’anno del primo, quello sul divorzio) al 1995 (legge elettorale dei comuni e antitrust tv), la maggioranza ha sempre votato, eccetto nel 1980 (caccia e fitofarmaci); dal 1997 a oggi è sempre rimasta a casa o è andata al mare, eccetto nel 2011.

Ma allora i temi dell’acqua pubblica, del nucleare e del legittimo impedimento pro B. erano temi caldissimi. Quindi il problema del quorum esiste, ma non si risolve abolendolo: la Lega proponeva di abbassarlo al 33% dell’intero elettorato, poi ha ritirato l’emendamento per quieto vivere; altri suggeriscono di lasciare il 50%, ma non sul totale degli aventi diritto, bensì dei votanti effettivi alle ultime elezioni parlamentari. In ogni caso un quorum ci vuole, per evitare che piccole minoranze si autoproclamino popolo e impongano le loro leggi particolari, quasi private, alla stragrande maggioranza. E nessuno dovrebbe capirlo meglio dei 5Stelle, nati e sempre vissuti nel più assoluto isolamento, avendo contro tutti i poteri, le lobby e i media. I quali si coalizzerebbero per sfruttare quell’isolamento nelle urne e ribaltare leggi scomode e imporre norme a proprio uso e consumo “cammellando” le piccole minoranze di elettori che riescono a controllare. E potrebbero farlo in quasi tutte le materie, visto che la proposta Fraccaro non impone limiti se non quello dei “principi fondamentali della Costituzione e i vincoli europei e internazionali”, mentre ora la Carta esclude i referendum su “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali” e, ovviamente, su norme costituzionali. Esempio: se l’analisi costi-benefici del Tav Torino-Lione darà esito negativo e il governo annullerà finalmente quell’opera assurda, basterebbero un pugno di madamine, umarell e galoppini del partito degli affari, opportunamente mobilitati dalla stampa di regime a suon di balle, per metter su un referendum e ripristinare quell’enorme spreco di denaro pubblico nell’indifferenza del resto d’Italia (convinta, grazie alle fake news dei giornaloni, che si tratti di un magnifico treno passeggeri anziché di un inutile treno merci). Perciò i 5Stelle farebbero bene a tener conto di alcune obiezioni della Lega e delle opposizioni: almeno quelle serie. Non lo è invece il timore di molti che, nel derby popolo-Parlamento, quest’ultimo esca “delegittimato” se viene bocciata la sua versione di una legge referendaria e approvata quella dei promotori. Il Parlamento rappresenta il “popolo sovrano”, dunque i rappresentati prevalgono sui rappresentanti. Anzi, un referendum propositivo col quorum ridotto avrebbe la funzione “legittimante” di una verifica periodica della rispondenza del Parlamento al volere dei suoi datori di lavoro: un salutare “recall” per tenere i parlamentari sulla graticola ed evitare che si sentano onnipotenti e sciolti dagli obblighi con chi li ha mandati lì. E il recall, già previsto in alcuni Paesi d’Europa, sarebbe un ottimo rimedio anche contro i voltagabbana venduti e non: per garantire la coerenza degli eletti con gli impegni assunti dinanzi agli elettori non c’è bisogno di multe, espulsioni, o vincoli di mandato. Basta prevedere che chi trasloca dalla maggioranza all’opposizione e viceversa si dimetta da parlamentare o si rimetta al voto dei cittadini (senza quorum, come nelle elezioni parlamentari): decideranno se lasciarlo lì o mandarlo a casa.

Si canta: viva Fiorello e il Karaoke

Il popolo ritorna a scendere in piazza, non per fare la rivoluzione, ma per partecipare al Karaoke, la vera rivoluzione dei nostri tempi, grazie alla quale la gente, finalmente, diventa protagonista dalle grandi città ai piccoli centri. Piazza Garibaldi è strapiena, la folla smania per salire su quel palco. In questo momento Ladispoli è il centro del mondo, è come stare in televisione, come ai tempi di Lascia o Raddoppia. Dai balconcini delle case vicine si affacciano famiglie intere, curiosissime e compiaciute. Anche io sono con mia zia Franca su un terrazzino proprio davanti al palco del Karaoke. Lei ogni anno affitta una casa a Ladispoli perché è convinta che sia il mare più bello del mondo. Guai a dirle il contrario! Sul palco sta cantando una specie di sgorbio che urlando come un’aquila cerca di intonare “Prendi una matita tutta colorata”, disinteressandosi del tutto della base che invece suona “Il Piave”, famosissima canzone della prima guerra mondiale, insopportabile e inascoltabile. A questo punto mi accorgo che la voce che percepisco non è una, bensì due, come in stereo, mi volto di scatto e vedo mia zia che come rapita in un’estasi irrefrenabile, tenta di cantare a voce spiegata la stessa canzone dello sgorbio sul palco. Cerco di fermarla, ma non c’è verso, le lacrime le scendono sul viso copiose, alterna ai tentativi di intonare la canzone urla beduine come “Fiorello ti amo, il mio numero è 3456789, fammi tua!”. Il tutto agitandosi freneticamente e muovendo ritmicamente il bacino come una baccante. Che sia un effetto dello iodio o del salmastro molto presente nelle città di mare? No, è ben altro. È che per la prima volta zia Franca si è resa conto di essere una potenziale protagonista, ma il mondo purtroppo non l’ha capita. Viva Fiorello, viva il Karaoke, viva l’Italia! Da piazza Garibaldi Ladispoli è tutto.

 

Gemelli: niente più amicizie poco serie. Sagittario, concediti qualche peccato

ARIETE – Con Sabrina (Coconino) è finita, ma poco male: “Un sacco di gente è capace di trasformare il proprio dolore in qualcosa di positivo. Magari sei destinato a un qualche impiego nelle forze dell’ordine”. Bonne chance! Anche da parte di Nick Drnaso.

TORO – “Ti fai un punto d’onore nel volerti situare al di fuori del consesso umano ma, come nelle sabbie mobili, più cerchi di tirarti fuori, più sprofondi”: lo snobismo sul lavoro non è da te. Ridimensionati o finirai conciato ad Arte come Yasmina Reza (Adelphi).

GEMELLI – Angela Lombardo spiega come rendere La vita dolce (DeA Planeta) con “15 esercizi epicurei”, tipo “dedicare un angolino ai post-it d’amore o aprire una pagina Instagram”. Magari funziona, ma ti è molto più utile fare ordine mentale sulle tue nuove, poco serie, amicizie.

CANCRO – Paolo Ciampi è L’ambasciatore delle foreste (Arkadia): “Un uomo – ha assicurato Thoreau – è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno”. Se non l’hai già fatto, sei ancora in tempo a buttare dalla finestra lettere e oggetti dell’ex.

LEONE – Oltre a raccontare Gli uomini con il triangolo rosa (Sonda), Heinz Heger stigmatizza la società contemporanea, “che valuta l’atto sessuale come ‘prestazione’ e prodezza di cui ci si può vantare”. Ma la vanità sotto le lenzuola ti attirerà solo gelosie ingestibili.

VERGINE – Ricorda Hans Joachim Schädlich (Guanda): “Ci picchiavano solo di tanto in tanto, quando si annoiavano”: Prima del buio, assicurati di essere circondato da brave persone, non come quelle che ti ostini a frequentare agli aperitivi.

BILANCIA – Hai vissuto, come Rosie Walsh (Longanesi), Sette giorni perfetti, ma ancora non hai avuto il coraggio di scrivere all’amante: “Hai ragione. Non è stata solo un’avventura. E non è stata neanche una settimana sola; è stata una vita intera”. Che aspetti? Spicciati a dichiararti.

SCORPIONE – Resoconto di Rachel Cusk (Einaudi): “Ci aspettiamo dalla vita ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dai libri; ma io non voglio più saperne”. Brava, fai come lei: dimenticati i romanzi, rosa soprattutto, e non risparmiarti più in amore e altri disastri.

SAGITTARIO – “Ogni volta che il palato assapora il dolce che preferiamo, col cuore facciamo un salto nell’infanzia”: per Heinz Beck (Piemme), la Passione pura passa dalla gola, e per te? Coltiva il senso – o il peccato – che ti fa stare meglio. Per disintossicarti c’è tempo.

CAPRICORNO – Nell’Atlante dei luoghi misteriosi (Bompiani), Bongiorni e Polidoro descrivono una villa di Taranto dove “i fantasmi della contessa e del maggiordomo tornano a manifestarsi”. Tra i due occorse una segreta passione, finita male, si capisce. Come la mettiamo con la tua?

ACQUARIO – Il mio cuore le restò sulle labbra, canta Fabrizio De André e trascrive Tommaso Guerrieri (Clichy), a dieci anni dalla scomparsa del cantautore. E il tuo cuore dove è rimasto impigliato? Sveglia, che l’anno nuovo è appena cominciato: non restare già indietro coi flirt.

PESCI – Nell’abisso del lager (Interlinea) Giovanni Tesio ha la forza di ripescare tutte le “voci poetiche sulla Shoah”, da Primo Levi a Paul Celan. È il compito che ti attende in famiglia: immergerti nello stagno di un rapporto logoro e riemergere col tesoro sepolto anni fa.

Facce di casta

 

Bocciati

Come negarlo: li valgono tutti Claudio Borghi ha spiegato in un’intervista perchè la Lega sia contraria al taglio degli stipendi dei parlamentari, rilanciato proprio in questi giorni da Di Maio e Di Battista come buon proposito per il nuovo anno: “È ovvio che se io prendo uno scappato di casa e lo candido, il nostro stipendio può sembrare stellare: per un disoccupato è tantissimo, mi rendo conto. Ma le Camere scrivono le leggi, decidono il destino del Paese: se noi vogliamo le eccellenze dobbiamo pagarle”. Visto l’inoppugnabile livello d’eccellenza che illumina gli scranni in questa Terza Repubblica… come dargli torto.

voto 4

A volte potrebbero anche ritornare Matteo Renzi in un’intervista al settimanale Oggi ha comunicato, con sommo sollievo degli italiani (gli stessi che gli chiedevano con foga le riforme), che, come il celebre album di Califano, non esclude il ritorno. In politica, s’intende. Precisato questo, l’ex segretario del Pd, di fronte alla domanda su quale sia stato l’errore commesso, c’ha tenuto a cimentarsi con l’ennesima analisi della sconfitta, suo ormai celebre cavallo di battaglia post 4 marzo: “Penso di aver sbagliato a sottovalutare la vergognosa mole di fake news, fango e bugie che ci hanno buttato addosso. Era qualcosa da combattere in modo professionale. Detto questo sono molto soddisfatto e molto tranquillo”. Vero, anche tutti noi siamo molto tranquilli nello scoprire che l’arrivo del nuovo anno non l’ha cambiato nemmeno di una virgola.

voto 4

Reddito? è Di Maio contro Di Maio Luigi Di Maio si è incartato sul reddito di cittadinanza agli stranieri: se nel Documento di Bilancio approvato ad Ottobre è scritto che il reddito andrà a coloro che risiedono in Italia da almeno cinque anni, il vicepremier, spaventato dalle reazioni dell’alleato di governo e dalla probabile irritazione di quelli che fanno dello slogan “Prima gli italiani” il proprio mantra, ha fatto retromarcia. È vero che il reddito di cittadinanza è stata una delle misure più contestate di questa manovra e che portarla a compimento per il Movimento 5 Stelle è stata l’impresa più ardua, ed è altrettanto vero che i pentastellati non hanno certo bisogno di altre polemiche su un tema già così discusso, ma che dal punto di vista ideologico Di Maio non sia d’accordo con se stesso lo dimostra l’improbabilità dell’argomentazione con cui ha accompagnato la rettifica: “L’obiettivo è darlo agli italiani e ai lungo soggiornanti che abbiano dato un grande contributo al nostro Paese”. E questo esattamente che significa? Come si valuta chi è che ha dato un grande contributo all’Italia? Bisogna allegare alla domanda un curriculum con la descrizione delle propria gesta, accanto all’Isee? Sarà l’Inps ad assegnare un punteggio ad ogni gesto per stabilire se si tratti o meno di un grosso contributo? Se Luigi potesse parlare direbbe “A Di Ma’, ma che stai a dì?”

voto 5

Alexa, la tecnologia del futuro costretta a fare le puzzette

Quando inizi a sentirti anziana rispetto a una figlia adolescente e a un figlio piccolo nativo digitale (con rispetto parlando), a Natale non puoi fare niente di meglio che rifugiarti nella tecnologia. Il messaggio subliminale è “ora vi dimostro quanto sono smart – con loro butto sempre lì qualche termine “moderno” a caso, e non solo con loro –, ma la verità è che non mi è venuto in mente un regalo. E così, bombardata dai pop-up prima del black friday, mi sono piegata al futuro: ho comprato Alexa.
Anzi, quello che tecnicamente si definisce “Echo”, o “Echo Dot”, ma che si fa chiamare solo “Alexa” dagli amici.

Ora, per chi non lo sapesse, Alexa non è un robot da cucina, non fa le pulizie e non è tantomeno una sexy bambola. Non ha nemmeno le sembianze umane. È un oggetto prodotto da Amazon di piccole dimensioni (almeno il modello base, quello che ho preso io), a forma cilindrica ma molto schiacciato. Si collega alla rete wi-fi e pure al cellulare e consente di effettuare operazioni soltanto con l’uso della voce. Dalle telefonate ai messaggi scritti, dalle previsioni del tempo alla playlist di qualsiasi genere musicale, dall’impostazione della sveglia alla creazione di una lista per la spesa, Amazon – che l’ha lanciata nel 2014 ma l’ha portata in Italia lo scorso anno – la definisce una “assistente personale intelligente”.

Ed è pure figlia di una citazione cinematografica: la voce computerizzata e il sistema di conversazione riprendono quelli a bordo della Enterprise nella saga di Star Trek. I modelli più avanzati sono persino in grado di interagire con il sistema di automazione domestica, nel caso di abitazioni dotate di robotica. Alexa ascolta la tua voce, capisce quello che dici (che non è poco), esegue i tuoi ordini e risponde alle tue domande. Bello, bellissimo, sembra il futuro, non è vero?

Verissimo. Peccato che a casa mia Alexa abbia ormai tutt’altro utilizzo. L’altro giorno ho beccato, nascosto in camera della sorella, mio figlio (sempre quello di cinque anni) che stava litigando con Alexa.

La poverina continuava a snocciolare barzellette un po’ sceme che evidentemente lui non gradiva più di tanto. “Alexa, raccontamente una bella!”, e giù invece con Pierino. A un certo punto, quasi a volerla punire per il suo comportamento, il cucciolo di iena (che sarei io, ovvio) le ha chiesto addirittura di “fare una puzzetta”. Quando poi la sorella si accorge che qualcuno sta giocando con Alexa, come per vendicarsi ci fa sorbire la musica di Alvaro Soler per tutto il pomeriggio. E hai voglia a tentare l’agguato – “Alexa, metti Niccolò Fabi” –, appena lei se ne accorge esclude il microfono del dispositivo.

Per non parlare di tutte le domande poste a caso: dal “chi è Francesco Totti?” (che purtroppo non risulta essere, almeno per il momento, l’ottavo re di Roma) al “cosa sono le tette?” (Alexa, nell’occasione, è costretta a citare la “Fontana delle tette” di Treviso).

Ma è stato quando la sveglia è suonata a mezzanotte di un giorno festivo che ho capito davvero di aver fatto una cazzata: per il prossimo Natale, maglioni per tutti.

La Settimana Incom

 

Bocciati

Aziendalismo formato Rai Il mondo dello spettacolo è “lupo mangia lupo”, diceva Woody Allen. Difficile trovare solidarietà tra colleghi, ma è altrettanto raro imbattersi in sgambetti dialettici a microfono aperto, o peggio in piena diretta tv. E invece Rai Uno non si è fatta mancare niente per chiudere il 2018. Tiberio Timperi, conduttore della Vita in Diretta, si è congedato dal suo pubblico ricordando a modo suo l’appuntamento con Amadeus, presentatore dello show notturno del 31: “Vi ricordo Capodanno con Amadeus, io lo metto in sottofondo e mi addormento, mi abbiocco che è una bellezza”. Beh, con un lancio pubblicitario così…

Ma che c’entra il povero Frizzi? Altro giro, altra gaffe in casa Rai. A Vieni da Me, su Rai1, Elisabetta Gregoracci si confida con Caterina Balivo, ricordando Fabrizio Frizzi: “Fabrizio che è stata per tutti noi una persona meravigliosa, mi sono emozionata nel rivedere il filmato”. Mentre pronuncia queste parole, interviene la Balivo a tutto volume e con tono scanzonato: “Buon anno Frizzi!”. Per carità, niente di grave e tutto in buona fede. Ma l’omaggio non è riuscito benissimo.

Cronache italiane dall’anno 1919 Grande scandalo del Regno d’Italia, anno 1919. La televisione di Stato – si perdoni l’anacronismo – manda in onda una fiction in cui si vede un bacio. Per di più, si tratta di un bacio tra uomini, personaggi di Wine to love – I colori dell’amore. Una simile oscenità, alle porte degli anni 20 del XX secolo, non è tollerabile. E infatti ci ha pensato Mario Adinolfi, presidente del Popolo della famiglia, a alzare la voce per nome del buon gusto: “Sarebbe questa la Rai del cambiamento nel 2019, quella in cui le porcherie si spostano da Rai3 a Rai1 in prima serata? Non siamo sessuofobici, ma come Popolo della Famiglia crediamo che la bellezza del sesso viva di intimità, pudore, nascondimento”.
Vero, non sono sessuofobici. Però chissà perché un bacio “omo” fa scandalo, uno etero no. Almeno da una sessantina d’anni.

 

Promossi

Filo diretto Puglia-India Kabir Bedi, l’indimenticato Sandokan, racconta al Giornale la sua avventura sul set di Un medico in famiglia, al fianco di Lino Banfi: “Ero curioso di lavorare con lui, ha uno stile opposto al mio. Poi forse non tutti sanno che Lino improvvisa e io non capisco niente di quella sua parlata. Perciò gli ho imposto un patto. Lui può dire quello che vuole ma non deve cambiare le ultime parole, così posso proseguire”. Quando la diplomazia Italia-India funziona. Altro che Marò.

Dateci bolle tutte le sere Quattro milioni e mezzo di spettatori, più che doppiata Canale 5. Anche nel 2019, Roberto Bolle è il perfetto protagonista della prima serata dell’anno, facendo felici Rai Uno e il pubblico con il suo “Danza con me”. Dove si firma per altre 364 sere così?