Come droga e ludopatia: la vita distrutta dei porno-dipendenti

“All’inizio è così per tutti, penso. Come resistere a una sega ogni tanto? Che c’è di male in una sega, ti chiedi. Niente, di male. Ma poi diventano sei, dieci, venti al giorno”. Max, operaio, protagonista del romanzo Uomini fuori posto (Il Seme Bianco), scritto da Attilio Folegatti, è affetto da Web Sex Addiction (o cyber addiction). Una dipendenza dalla masturbazione ossessiva, che deteriora tutti i suoi rapporti sociali e azzera ogni progetto di vita. È sufficiente anche un’immagine – “il culo di Beyoncé” – a scatenare la compulsione. Ma bastano anche “occhi chiusi e cervello aperto”, pronti a captare come un’antenna tutte le scene immagazzinate nel corso di una vita, per spingere verso un autoerotismo così assillante da provocare intenso dolore.

Nel romanzo a un certo punto Max viene convogliato verso un lavoro operaio, perché qualcuno gli spiega che solo il “concreto” potrà guarirlo. Così finisce a fare tappi antisofisticazione per liquori pregiati, a ciclo continuo. Sta in fabbrica tutto il giorno, ma è diventato uno “zombie”. E resta una persona malata, perché, come scrive l’autore, “chi ha praticato la propria compulsione fino a dimenticarsi di esistere” può guarire solo attraverso due cose che il protagonista chiede senza ricevere: l’ascolto e l’amore.

E infatti chi cura la cybersex addiction, patologia in continua ascesa – le associazioni sostengono sia la più diffusa –, lo sa: alla base c’è sempre un ancestrale buco di affetto mai rimarginato. Ed è falso pensare che la pornodipendenza sia meno grave della ludopatia o della droga, perché le conseguenze sono tragiche: effetti devastanti sulla vita sociale e lavorativa (come il licenziamento), ansia e depressione, insonnia, agitazione, ossessioni, impotenza, lesioni dell’apparato sessuale.

“Il problema della pornodipendenza – spiega la psicoterapeuta Florinda Maione, presidente della Siipac (Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive) Lazio – è che, a differenza delle tossicodipendenze, l’accesso al porno è facilissimo, visto che basta una connessione. E proprio come le altre dipendenze, anche questa è caratterizzata da tre fenomeni: il craving, ovvero l’impossibilità di resistere all’impulso che spinge verso l’oggetto della dipendenza; la tolleranza, ossia la necessità drammatica di aumentare sempre le dosi e infine l’astinenza, cioè il fatto che le persone dipendenti se non soddisfano il loro impulso stanno malissimo”.

Ma la pornodipendenza è paradossalmente anche più difficile da trattare. “Si cura come le altre attraverso la psicoterapia, soprattutto di gruppo, in assoluto la più efficace – continua Maione – ma rispetto alle altre non possiamo avere come obiettivo l’astinenza, perché parliamo di un comportamento che va reintegrato all’interno della vita quotidiana. In altri termini, bisogna ricostruire una sessualità sana in persone che oggi sono bombardate da immagini. Ed è per questo che, forse, possiamo dire che la pornodipendenza è davvero la malattia del nostro tempo”.

L’America del giovane Terzani che oggi sembra irriconoscibile

Angela Staude Terzani segue e assiste con tenerezza e precisione il grande lascito di Tiziano Terzani, il lavoro di tutta la vita di un giornalista mai dimenticato, che di Angela è stato l’amato compagno e il grande amico. Questa volta ha avuto l’idea di recuperare materiale degli anni americani (1965-1967), Terzani giovane al tempo del master alla Columbia University, che poteva restare dimenticato a favore della grande avventura asiatica. Oppure sembrare superato dalla radicale trasformazione avvenuta in quella America, che ora appare irriconoscibile. Eppure l’idea del libro americano di un Tiziano Terzani reporter giovane e non ancora (ma solo in apparenza) annunciatore di cose che non si vedono ma stanno per accadere, si rivela molto di più che un nitido e affettuoso ricordo.

Se cominciate a frequentare le pagine di Tiziano Terzani in America, Cronache da un mondo in rivolta (Longanesi Editore) notate subito tre fatti che sono buone ragioni per occuparsi di questo libro. Il primo è che Angela Staude non è solo una moglie affettuosa e colta che ricorda. Nelle pagine della introduzione, si rivela ancora una volta una scrittrice che, con la sua memoria, la sua presenza, e un suo giudizio sulla storia, guida alle quattrocento pagine di reporting americano di Tiziano (quasi tutte pubblicate, a quel tempo, sulla rivista L’Astolabio), ma ci danno un di più di narrazione e di documento, come una serie di straordinarie fotografie sull’attività di un artista mentre lavora e cambia.

Il secondo tratto importante (unico rispetto a tante collezioni e biografie), è la famiglia. In questo libro c’è quasi solo il “prima”, i Terzani sono giovani, ma da Angela dovete aspettarvi che anche i “bambini” saranno chiamati alla ribalta di una vita coraggiosa e pericolosamente spensierata, anche mentre nascono e prima ancora che diventino compagni di viaggio. Ma poi irrompe un’America che oggi appare filmata e sognata, ma a quel tempo (per coloro che, come Terzani, vivevano negli Usa) era la vita di tutti i giorni, con la sua maledizione (la guerra nel Vietnam) e la sua meraviglia di una massa di giovani e giovanissimi che volevano e, alla fine, impongono pace.

Ma il diario Staude-Terzani non è solo il libro di chi c’era. È il libro di chi ha seguito, partecipato moralmente, visto da lontano (televisione e cinema), ha sognato, e ricorda. Dunque di molti, specialmente ai nostri strani giorni, colmi di incredulità e nostalgia.

Basta bar, tabacchi e negozi enormi. La politica riporti in città le librerie

Emergenza librerie, “chiudiamo tutti” dice Paolo Ambrosini, presidente dell’Associazione italiana Librai, in un’intervista di Silvia D’Onghia, giovedì scorso, sul nostro giornale.

“Le librerie – spiega Ambrosini – dovrebbero tornare a essere un punto di riferimento per ogni quartiere, un luogo di aggregazione sociale prima ancora che culturale”.

Emergenza sociale, dunque. Il grido d’allarme del presidente dei librai italiani sveglia all’urgenza quando l’intero spazio urbano, in qualunque parte del territorio nazionale, sta diventando un’unica desolata periferia orbata dei necessari presidii di accoglienza, ovvero le fondamentali agorà quali sono le librerie, le sale cinematografiche e i teatri, dove ciascuno sperimenta la socialità e la crescita.

La libreria, infatti, è un presidio, un appuntamento con l’altro da sé. Come pure la sala cinematografica e così il teatro, tutti e tre – tre luoghi – evaporati dal nostro orizzonte urbanistico anche a prescindere dalla “centralità” se si pensa che giusto davanti e intorno Montecitorio, la sede del Parlamento, se ne sono andate via, cancellate peggio che una rivendita di cotton-fioc, due librerie storiche quali la Herder e la Arion. E così, appena dietro la Camera dei Deputati, è sparita anche la Fandango, uno spazio spesso adibito a incontri pubblici. Certo, presso la Galleria Colonna c’è una Feltrinelli ma tutto è quella vetrina eccetto che quell’idea di luogo dove attardarsi, informarsi e confrontarsi (tanto è un copia e incolla del canone unico fabiofazista, giusto per intendersi).

Il presidio è una caserma, un pronto soccorso, una canonica o un circolo delle bocce. E presidii sono anche tutti gli edifici dove ogni quartiere, ogni paese, ogni transito offre riparo alla fantasia, all’immaginazione e alla cultura che non teme di proporsi sotto forma d’intrattenimento e dunque, nel veicolare suggestioni, parole e ragionamenti, forgiare una bellissima opportunità anche eversiva.

Si chiama spirito critico e solo con gli spettacoli, con i romanzi, con i sogni e con il via vai di ricerca, scienza e polemica l’agorà – lo spazio politico voluto dai nostri padri d’Ellade – i quartieri, i paesi e ogni transito possono veicolare le libertà, gli urti e la necessaria tensione di volontà.

Anche a costo di pagarne pegno, e cioè di allevare oppositori invece che sostenitori, la politica deve farsi carico della tutela dei suddetti luoghi, cancellare il paesaggio urbano fatto solo di bar e tabacchini (e di centri commerciali sulle tangenziali), e spargere il più possibile librerie, sale cinematografiche e teatri a maggior ragione dove sembra impossibile che la gente voglia sfogliare pagine, godersi film in compagnia invece che dal divano di casa e sbalordirsi nello scoprire – come con Ficarra & Picone in scena con Le Rane – quanto sia attuale ed eversivo ancora oggi Aristofane.

Post scriptum.
C’è un solo sano statalismo, un’unica semplice legittima difesa: lo Stato garante di scaffali, schermi e sipari. Vale sempre il monito di Gesualdo Bufalino: per debellare la Mafia serve solo un esercito di maestri di scuola elementare.

Mio marito vuole rifarsi. “Lui non me lo dice e allora faccio finta di nulla, ma lo so”

Cara Selvaggia, ti racconto questa cosa che non saprei se definire triste o esilarante e che non posso raccontare a nessuno perché riguarda una persona che pensavo di conoscere da 26 anni: mio marito. Premetto che lui è un uomo colto ed equilibrato, ha un bel lavoro, è adorato dalla sua unica figlia ora in Portogallo per l’Erasmus.

Quando ci siamo sposati era un ragazzone di 96 chili allergico allo sport e irresistibilmente attratto dai sandwich a sei strati. Si fece fare il vestito su misura a un mese dal matrimonio e non gli entró perché in quel mese nel frattempo aveva messo su 4 chili. Questo è per inquadrarti il contesto. Cinque anni fa, raggiunti i 112 chili, mio marito decide che basta, è ora di arrestare la sua graduale trasformazione in obeso serio e si mette a dieta. Compra un tapis roulant. Va a correre. All’inizio penso che abbia un’amante ma i suoi due telefoni passano indenni i miei controlli incrociati. In cinque anni perde 30 chili, ora pesa 82 chili circa, sta bene, è fiero di sè. O almeno credevo.

Tre mesi fa mi dice che deve andare in Sicilia dal fratello per aiutarlo a traslocare. Che starà via tre giorni. Io devo lavorare, rimango a Roma, dove viviamo. La mattina dopo il suo arrivo sparisce per qualche ora e quando riappare mi dice che durante il trasloco gli è caduta una mensola sulla faccia, che è andato in ospedale e gli hanno messo dei punti. Molti punti. Mi preoccupo ma lui dice che è tutto ok, per fortuna non è finita sugli occhi. Torna a casa e mi trovo davanti un uomo con una fila di punti su entrambe le palpebre. Capisco subito che la mensola si chiama blefaroplastica. Si è dato una ringiovanita allo sguardo e non me lo voleva dire. Decido di fare finta di nulla, lo assecondo. Non gli dico neppure, una settimana dopo, che gli sono venuti gli occhi a palla come a Susan Sarandon.

Mi fa tenerezza per la sua ingenuità. Perché ora che si sentiva magro, comincia ad invecchiare. L’altra sera a cena mi ha detto che deve tornare in Sicilia, il fratello ha ancora bisogno di lui. Io ho detto “ok” sorridendo mentre lavavo i piatti. Con la coda dell’occhio ho visto che si toccava la pancia.

Questa volta credo che la mensola si chiamerà addominoplastica (la sua pancia è effettivamente rilassata per la dieta). E che ancora una volta farò finta di nulla. Sbaglio?
Giovanna

 

Cara Giovanna, direi che finché non torna con una terza coppa c, puoi serenamente assecondare il suo pudore.

 

La solita indignazione online contro la povera Balivo
Cara Selvaggia, scusa il tema frivolo ma sono giorni che mi interrogo su una cosa che non ho visto in tv in diretta ma che poi ho recuperato sui soliti social. Ho letto titoloni sul web indignato perché Caterina Balivo, che io conosco per essere una bella donna e mia concittadina, durante un’intervista non ricordo a chi, ha detto “buon anno a Fabrizio Frizzi!”. Vedendo il video si capisce che è stato un modo un po’ goffo per ricordarlo con affetto, per salutarlo ovunque esso sia, come quando diciamo “Ciao mamma” guardando il cielo perché mamma non c’è più (io a capodanno lo faccio sempre). Insomma, mica Caterina ha detto “ciao scemo”. Gli ha augurato buon anno. D’accordo, Frizzi è morto, ma se proprio vogliamo entrare nel dettaglio, chi è credente può pure pensare che Frizzi abbia sentito, dalla felice dimensione in cui si trova, e abbia ringraziato con la sua risata contagiosa. Resta comunque il fatto che l’indignazione nei confronti della Balivo mi pare surreale. Che ha fatto di male questa donna? Perché mortificarla come se avesse mancato di rispetto a un defunto? Possibile che non ci sia giorno senza che sul web qualcuno non si alzi di scatto dalla sedia urlando “scandalo! Che schifo! Sono indignato!”?
Giancarlo

Caro Giancarlo, è esattamente come dici tu. Le è solo uscito male un tributo. Anche perché diciamolo, solo un kamikaze potrebbe pensare di offendere la memoria del buon Frizzi senza subire una pubblica lapidazione. Sono in India e posso garantirti che il Mahatma Gandhi è idolatrato un po’ meno di lui.

 

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il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com

Se qui il “decoro” è quello leghista allora viva l’Italia che resiste

Caro Leonardo, c’è un’Italia che fa veramente schifo, e ha pure i suoi rappresentanti istituzionali. Prendi quel tale, Paolo Polidori, vicesindaco di Trieste. Raccoglie per strada quattro stracci di un “barbone”, un povero cristo che vive per strada e che lui, l’eroico leghista salviniano, considera un rifiuto umano, e le butta nel cassonetto della monnezza. Lo fa e se ne vanta pure su Facebook. “Ho difeso il decoro della mia Trieste”. Decoro è sottrarre le povere cose (le uniche che possiede) ad un disgraziato che non ha il minimo per difendersi dal gelo, un giaccone, qualche coperta, e buttarle. Lui, il Polidori di “prima gli italiani”, protetto dalle sue certezze (una casa bella calda, un lavoro, soldi, una posizione di potere, una famiglia con l’albero di Natale e le lucette) vince la sua guerra contro un essere umano che ha meno di nulla.

È l’Italia dei peggiori. Dei cattivisti. L’Italia che ha smarrito l’anima, che ha capitalizzato la malvagità trasformandola in voti, consensi, potere. L’Italia che mi (ci) fa ribrezzo e che dobbiamo combattere. Altri giustificheranno Salvini, altri (quelli che volevano cambiare il mondo e che si son fatti fagocitare da un bulletto padano) si sono alleati con lui portandolo al governo del Paese, a noi tocca contrastarlo in ogni modo. È una battaglia di civiltà. Di libertà. Di democrazia. E allora viva i sindaci che non applicano il decreto sicurezza, viva i preti che accolgono, viva i tanti Mimmo Lucano della disobbedienza civile. Viva chi per le strade di Roma, Milano, Firenze e delle mille altre città solidali, porta coperte, pasti caldi, carezze a chi vive per strada. Sono loro i veri e unici difensori del “decoro” dell’Italia. E lei, signor vicesindaco di Trieste, rimanga aggrappato ai suoi egoismi e al suo concetto di “decoro”, ma sappia che un giorno, e non so quanto lontano, l’Italia della solidarietà caccerà lei e i suoi sodali relegandovi nell’unico luogo che meritate. Le fogne della storia.

Svizzera, modello di efficienza che nasconde i suoi scheletri

Nel Terzo uomo, l’enigmatico Orson Welles si rivolge a Joseph Cotten, l’eroe “buono”: “Sai cosa diceva quel tale? In Italia, sotto i Borgia, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo Da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. Beh, non solo quelli. Anche banche compiacenti e assai discrete dove gli italiani hanno ripreso a nascondere i soldi evasi al fisco. Ma pure, caro Enrico, un’organizzazione inimmaginabile in Italia, figuriamoci nella Padania alcolica: si chiama Nez Rouge, Naso Rosso, chiara allusione al naso dei beoni. Il suo nobile scopo è migliorare la sicurezza stradale riaccompagnando a casa chi non è sobrio abbastanza da guidare. A Capodanno, 1.661 volontari (uno ogni 5mila abitanti!), hanno riportato a casa 8.856 svizzeri sbronzi (uno ogni 950), e ben 35.113 durante le feste.

Un’altra Svizzera assai meno virtuosa – egoista, imperdonabile – l’ha invece rievocata Liliana Segre. Il 10 dicembre del 1943 lei, suo padre e due cugini cercarono scampo a Lugano. Le autorità negarono l’asilo. Il giorno dopo i Segre furono arrestati a Selvetta di Viggiù. Finirono nei campi di sterminio. Liliana fu l’unica a sopravvivere. Una memoria sgradevole, che ha suscitato nuove polemiche e riaperto vecchie ferite. Come l’odiosa legge varata da Berna che non garantiva lo statuto di rifugiati politici a chi scappava dalle persecuzioni razziali. Il governo svizzero voleva arginare il crescente numero di chi reclamava asilo, ed in particolare gli ebrei in fuga dal nazismo: “Qui da noi, come altrove, non è auspicabile che la popolazione ebrea superi una certa proporzione…” (25-26 settembre 1942). Un solo politico elvetico si è scusato con la Segre, per conto del Ticino. Il socialista Manuele Bertoli, consigliere di Stato, ha ammesso l’ingiustizia: “È stata vittima di leggi sbagliate, anche le nostre”.

I gesuiti di Bergoglio vs. i sovranisti: “Il populismo è la morte della fede”

Lo spettro di un nuovo partito cattolico continua a ossessionare i media clerical-salviniani e anche i semplici retroscenisti di Palazzo. E così un giorno sì e l’altro pure si dà per certa la nascita di una formazione centrista modello Dc con a capo questo o quel cattolico (l’ultimo potenziale leader indicato è il sindacalista Marco Bentivogli).

È l’ennesimo modo riduttivo e sciatto per “leggere” le iniziative della Chiesa di Bergoglio dopo un lustro di neutralità politica in Italia, necessario per depurare la Curia dalle scorie del bertonismo, tragico epigono dell’invasiva dottrina ruiniana dopo la fine della Dc. Al contrario, l’interventismo della Cei di Bassetti (il capo dei vescovi) e il dibattito di Avvenire sull’impegno dei credenti per il bene comune segnalano il ritorno di quel cattolicesimo democratico osteggiato per gran parte del pontificato di Giovanni Paolo II e per l’intero regno di Benedetto XVI.

La conferma più evidente è la ritrovata centralità della Civiltà Cattolica, il quindicinale dei gesuiti, la Compagnia da cui proviene papa Bergoglio. Dopo anni di marginalità, il direttore della rivista, padre Antonio Spadaro, e il suo principale analista politico, padre Francesco Occhetta, sono diventati il punto di riferimento della linea francescana. E sarebbe sbagliato tradurre in termini politicisti l’ultimo scritto di Spadaro che fissa in sette parole la “reazione” a questi cupi tempi sovranisti: paura, ordine, migrazioni, popolo, democrazia, partecipazione e lavoro.

In particolare, la critica di padre Spadaro (da Trump al nostrano Salvini) al populismo è densa e coerente: con la “coesione etnica” perseguita dai sovranisti e che si pone “al di sopra della persona” viene a mancare ogni “baluardo al totalitarismo politico”.

Un illiberalismo, si badi bene, che è l’humus ideale per le “attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo”. Di qui “la morte della fede” perché la religione finirebbe per diventare un’ideologia politica. Un “appartenere senza credere”. Una critica lucidissima al network clericale anti-bergogliano che sostiene la Lega. E che ha sullo sfondo un altro precedente funesto, Mussolini “cattolico e anticristiano”.

Vittime di malasanità costrette a pagare

Una giustizia kafkiana ha imposto alle famiglie delle vittime delle valvole cardiache difettose – impiantate a 34 pazienti quasi 17 anni fa al centro cardiochirurgico Gallucci di Padova, provocando due morti – di restituire il risarcimento che l’azienda ospedaliera aveva anticipato loro (come stabilito in primo grado). Ma la Regione Veneto non è rimasta con gli occhi chiusi. I primi di dicembre il Consiglio regionale ha approvato un emendamento della Giunta di Luca Zaia alla legge finanziaria 2019 che stanzia un equo indennizzo del valore di 850mila euro (500mila quest’anno e altri 350mila nel 2020) per il danno subito. Un gesto di solidarietà sociale non indifferente. Anche se, stando ai conti fatti dall’avvocato Alvise Fontanin, che difende buona parte di queste famiglie, la somma non basta: “I parenti tra capitale, spese legali e interessi, dovranno rendere 1,5 milioni di euro”. Le stesse valvole killer, prodotte dall’azienda brasiliana Tri-tech, erano state utilizzate anche all’ospedale Molinette di Torino. Qui, come a Padova, i medici hanno ricevuto delle tangenti dall’importatore. Ma i giudici di Torino, diversamente dai veneti, li hanno giudicati colpevoli.

Banche venete, e banchette del 2015: gli indennizzi sono davvero per tutti

Grosse novità nella Legge di Bilancio per il 2019 appena approvata per i titoli delle due famigerate banche venete, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, e le quattro saltate nel 2015: Etruria, Marche, Cariferrara e Carichieti. Si tratta dell’estensione degli indennizzi a chi aveva obbligazioni subordinate e la rinuncia in generale alla pretesa che il singolo investitore dimostri di essere stato ingannato direttamente dalla banca emittente.

La legge di Bilancio fa infatti riferimento esplicito al “dovere di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito” e a “violazioni massive degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza”. Il che è un’ammissione implicita che la responsabilità dei danni subiti dai risparmiatori va cercata pure nell’inefficienza o peggio di vari organi di vigilanza e controllo: Banca d’Italia, Consob ecc. Anche per tutto questo, nonché per modifiche retroattive della normativa sui titoli subordinati, gli obbligazionisti si sono trovati con un pugno di mosche. Non certo perché privi della fantomatica educazione finanziaria.

Sono stati vittime d’inganno pure i risparmiatori che hanno comprato obbligazioni già in circolazione, alcune fra l’altro con tagli piccoli, da mille fino a 200 euro. Anch’essi possono accedere agli indennizzi, finalmente chiamati col loro nome e non più col ridicolo termine di ristori.

Manca ancora il decreto ministeriale atteso per fine gennaio 2019, ma l’impianto del costituendo Fondo indennizzo risparmiatori (Fir) è già delineato. Resta sconcertante solo il divieto di farsi pagare l’assistenza prestata a risparmiatori nelle pratiche per l’indennizzo, divieto per giunta solo per i legali e non per commercialisti o consulenti finanziari.

Interessante poi quanto riferisce l’avvocato Matteo Moschini, uno degli attivi rappresentanti delle associazioni nelle trattative col governo. Cioè che, rispetto alla soluzione preferita dalla Lega, ha prevalso quella, senz’altro migliore, propugnata dal Movimento Cinque Stelle e in particolare dal sottosegretario Alessio Villarosa. Il quale, nella tutela dei risparmiatori, ha voluto non sfigurare rispetto a Giulio Tremonti, che nel 2009 aveva rimborsato azionisti e obbligazionisti di Alitalia in maniera nel complesso paragonabile, cioè al 50% dell’ultima quotazione per le azioni e al 71% scarso del valore nominale per le obbligazioni. Ora sono invece rispettivamente il 30% e il 95%, riferiti più correttamente al prezzo d’acquisto opportunamente rettificato, e ugualmente col limite di 100 mila euro a testa.

 

Sanatoria, multe e bollette: le novità fiscali per le famiglie

Anno nuovo con la stessa certezza: anche il 2019 si porta dietro un carico di novità fiscali che riguardano i contribuenti. A iniziare da oggi: vengono scongelati, e messi in consegna, i quasi 268mila atti dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, sospesi – come al solito – nelle due settimane natalizie. Vediamo cosa ci aspetterà.

Addizionali. Dopo due anni di blocco delle aliquote, comuni e Regioni potranno tornare ad aumentare i tributi locali. In altre parole, buste paga e pensioni potrebbero risentire in negativo della maggiorazioni delle addizionali Irpef decise dagli enti locali (i Comuni possono aumentare l’aliquota fino allo 0,8%, le Regioni fino al 3,33%). Con possibili aumenti anche per l’Imu sulle seconde case e Tari. Ma nei Comuni che hanno già applicato l’aliquota Imu massima non cambia niente; negli altri c’è la possibilità di portarla fino al 10,6%. I potenziali aumenti si conosceranno il 28 febbraio, quando i Comuni approveranno le aliquote insieme al bilancio.

Bollette. Le famiglie non sono più obbligate a pagare le fatture del gas inviate a distanza di tempo. La riduzione della prescrizione da 5 a 2 anni, che si aggiunge a quella già scattata a marzo per la luce, serve a risolvere la questione dei maxi-conguagli inviati a causa di ritardi o di mancate letture dei contatori. Sul fronte della spesa, l’Arera ha calcolato che per le bollette di gas e luce, tra aprile 2018 e il marzo 2019, una famiglia spenderà 560,2 euro, al lordo delle tasse, (+25 euro rispetto ai 12 mesi precedenti) e 1.150 euro (+105 euro) per il gas.

Canone Rai.Per non pagare l’odiato balzello da 90 euro, spalmato in bolletta in 10 rate annuali, chi non possiede la tv deve presentare entro il 31 gennaio la dichiarazione di non detenzione, che ha validità annuale, all’Agenzia delle Entrate.

Redditi.Nel modello 730 debuttano bonus giardini, sconti per le polizze assicurative contro le calamità e il credito d’imposta per l’anticipo pensionistico (Ape). Tornano le detrazioni sugli abbonamenti bus e treni. Entro il 2 maggio 2019 i contribuenti che utilizzano il 730 precompilato possono modificare, integrare, accettare o trasmettere la dichiarazione dei redditi, mentre la scadenza si sposta all’8 luglio per chi si avvale del sostituto d’imposta e al 23 luglio per chi si rivolge a Caf e professionisti abilitati.

Fai-da-te. É scattata l’auto verifica per l’addio alle cartelle esattoriali fino a mille euro intestate a 5 milioni di contribuenti. Le Entrate, senza che il contribuente abbia compiuto alcun adempimento, ha infatti gettato al macero oltre 12 milioni di posizioni debitorie non pagate (vecchie multe, bolli auto o tasse) tra il 2000 e il 2010. Ma dopo lo stralcio della cartella, ora spetta al contribuente collegarsi al sito della ex Equitalia, per verificare tutto.

Fattura elettronica.Tra proteste e disguidi, è entrato in vigore l’obbligo della fatturazione verso i privati. Il popolo delle partite Iva più piccole appare in difficoltà per l’adeguamento tecnologico necessario che, però, non coinvolge i nuovi regimi forfettari (flat tax al 15% per chi ha redditi fino a 65mila euro). Sono 2,8 milioni le e-fatture emesse nei primi quattro giorni dell’anno da parte di oltre 120 mila operatori.

Iva. Nessun aumento per l’anno in corso, scatteranno dal 2020 con l’Iva ordinaria che passa al 25,2%, per poi salire al 26,5% nel 2021, e l’Iva ridotta che sale dal 10 al 13%. Per sminare gli aumenti servono 23 miliardi nel 2020 e quasi 29 nel 2021.

Libretti al portatore. Chi non li ha estinti entro il 31 dicembre può ancora ottenere le somme depositate, ma rischia una multa da 250 a 500 euro.

Money transfer. Per i trasferimenti fuori dall’Ue oltre i 10 euro, in sostanza le rimesse degli immigrati, si pagherà l’1,5%.

Multe stradali. Gli automobilisti devono fare i conti con un rincaro del 2,2% dovuto all’adeguamento biennale delle sanzioni all’inflazione. Così il divieto di sosta passa da 41 a 42 euro, le violazioni alle Ztl e alle corsie bus da 81 a 83 euro, l’uso del cellulare alla guida da 161 a 165 euro, l’omessa revisione da 169 a 173 euro, l’eccesso di velocità non oltre 10 km/h rispetto al limite da 41 a 42 euro, quello fra 40 e 60 km/h da 532 a 545 euro e quello dai 60 km/h oltre il limite da 829 a 849 euro.

Rottamazione. Arriva l’ultima versione, la ter, della rottamazione delle cartelle. Ora si potrà pagare senza sanzioni e interessi con 10 rate da versare in 5 anni.

Sanatoria. La pace fiscale è riservata ai contribuenti con un Isee inferiore ai 20 mila euro: possono estinguere i debiti con il Fisco relativi tra il 2000 e il 2017 pagando con tre diverse percentuali: il 16% con Isee entro 8.500 euro, il 20% con Isee fino a 12.500 euro e 35% con Isee fino a 20mila euro. Il debito può essere pagato senza sanzioni e interessi, in un’unica soluzione, entro il 30 novembre del 2019 o in 5 rate.