Afine 2019 l’auto europea rallenterà la sua crescita: gli analisti concordano nel quantificarla più o meno tra l’1 e l’1,5%. Cerchiamo di capire perché. Innanzitutto, siamo alla fine di un ciclo economico abbastanza virtuoso che dura da 4-5 anni, seguito alla crisi piuttosto pronunciata che aveva avuto origine nel 2007 -2008. Ai guadagni accumulati in quest’ultimo periodo, farà dunque seguito un periodo di stasi (flat, come dicono gli economisti), che nel caso dell’auto verrà nondimeno alimentato da diverse incertezze. La prima riguarda la questione delle tariffe sull’importazione di veicoli negli Usa, che andrebbero a colpire maggiormente il più grande mercato europeo dell’auto: la Germania. Poi c’è la questione Brexit: il 29 marzo si avvicina, ma Gran Bretagna e Ue non hanno trovato alcun accordo. E le aziende stanno già ridimensionando i loro investimenti Oltremanica, temendo un addio hard. Più tecnica, ma non meno importante, l’introduzione lo scorso settembre del nuovo ciclo di omologazione Wltp: diversi costruttori impreparati e impatti negativi sui numeri di fine anno e su quelli del primo semestre 2019. Dulcis in fundo, l’incertezza su uno dei mercati continentali più importanti: l’Italia. Parco auto tra i più vetusti e inquinanti d’Europa, Ecotassa alle porte con prevedibile contrazione delle vendite (e mancati introiti Iva per lo Stato), aumenti delle tariffe autostradali che potrebbero essere “scongelati” nel secondo semestre, economia nell’insieme fragile. Un quadro a tinte sbiadite, che non fa bene a noi nè all’Europa.
Mercato 2018 giù del 3%. Panda la più venduta
È stato un 2018 difficile per il mercato dell’auto, che ha dovuto tenere botta su diversi fronti, a cominciare dalle nuove norme di omologazione per le emissioni. A settembre l’arrivo del ciclo Wltp ha sorpreso nel sonno molti costruttori, che non hanno saputo rispondere tempestivamente alle nuove regole europee. Questo aveva causato in agosto un boom di immatricolazioni di veicoli (+9,46% sullo stesso periodo del 2017) che il mese successivo sarebbero diventati fuorilegge: all’impennata è poi seguito il tracollo per i successivi settembre (-25,2%), ottobre e novembre. I dati dell’UNRAE dichiarano 1,91 milioni di autovetture vendute contro gli 1,97 del 2017, il che significa un calo del 3,1%. È andata peggio al diesel: a dicembre la sua quota è scesa del 19%, mentre sull’intero anno il decremento è stato del 12,3%. Asserire che il gasolio stia recitando il suo ultimo atto è ancora prematuro, ma è chiaro che tutte le politiche intraprese negli ultimi mesi ne stanno minando le potenzialità commerciali. Intanto, però, FCA ha conquistato le prime posizioni della top ten di vendite, eccezion fatta per la medaglia d’argento, andata a Renault Clio. Fiat Panda è stata l’auto più venduta con 124.266 unità, mentre la 500 X ha ricevuto il bronzo con 49.931 immatricolazioni. Quarte e quinte Lancia Ypsilon (48.555 unità) e Jeep Renegade (41.960 unità), mentre più giù, nona, l’iconica 500, con 39.985 unità. Buoni i risultati della Tipo, che ha parzialmente ereditato l’identità di auto affidabile e a buon mercato della Punto, uscita per l’ultima volta dallo stabilimento di Melfi lo scorso agosto.
Compatte o suv, si scelga. Molti modelli in arrivo per l’estate
“L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà”, cantava il grande Lucio Dalla. Il 2019 è già iniziato: pertanto i costruttori si stanno preparando e queste sono le novità, per tutte le tasche. Iniziamo da quelle più amate dagli italiani, le compatte con lunghezza compresa fra 4 e 4,5 metri: vedranno la luce le nuove edizioni di best-seller come Peugeot 208 e Opel Corsa, che condivideranno la medesima meccanica (dal 2017 Opel è di proprietà di PSA). A competere con loro, verso fine 2019, ci saranno la nuova Renault Clio e la Toyota Yaris che, ancora una volta, sposerà la causa dell’ibrido.
Fra le hatchback la scena sarà tutta per l’ottava generazione della Volkswagen Golf, che esordirà a fine anno con nuovi motori mild- hybrid e inedite tecnologie di bordo. Più votata al rapporto qualità/prezzo la Skoda Scala, che arriverà in concessionaria a maggio. A cementare ulteriormente la presenza del gruppo Volkswagen in questo segmento ci saranno Audi A3 e Seat Leon, che condivideranno buona parte della meccanica. Rivoluzione epocale per la BMW Serie 1: la terza generazione avrà la trazione anteriore. Alternative alle tedesche? Due, dal Giappone: la nuova Mazda3, che punta su un innovativo motore a benzina che funziona quasi come un diesel e la nuova Toyota Corolla con tecnologia ibrida. Fra le berline con la coda figurano l’iconica BMW Serie 3 o l’atletica Mercedes CLA, con profilo da coupé (fine 2019). E poi una pioggia di suv: dalle piccole come la Nissan Juke (antesignana del segmento) alla best-seller Renault Captur, pronta per l’estate. Più grandi la Mercedes GLB, progettata a partire dalla nuova Classe A, e la C-Suv della Kia. Mentre l’Audi Q4 avrà un aspetto da coupé a quattro porte, come la nuova BMW X6 che dall’autunno dovrà fronteggiare l’inedita Porsche Cayenne Coupé. Tra le outsider a ruote alte una fuoristrada dura e pura come la Land Rover Defender e la Aston Martin DBX, primo sport utility nella storia del brand preferito da James Bond.
Quattro le novità green a zero emissioni: la Volkswagen I.D., che costerà come una Golf e avrà autonomia compresa fra 330 a 550 km in base alla versione (dopo l’estate). Medesime ambizioni di successo per la Honda Urban EV: lunga 3,9 metri, avrà un’autonomia di circa 250 km. A fine anno vedremo pure la nuova crossover elettrica di Ford, ispirata alla celebre Mustang. A mettere i bastoni tra le ruote di Tesla penserà la Porsche Taycan (fine anno): a spingere la cavallina tedesca due motori per 600 Cv complessivi di potenza. Col 4×4 promette uno 0-100 km/h da 3,5 secondi. Inoltre, con le colonnine a 350 kW basterà un quarto d’ora per fare l’80% del pieno.
“Addio al calcio? Zero rimpianti. Meglio asado, vino e rock’n’roll”
C’è un rito, durante la cena prima del concerto. “Birretta, sigaretta e un bicchiere di vino”. Così si canta meglio? “Speriamo”. Da due anni ha cambiato vita: da calciatore stra-milionario dei top club italiani (Fiorentina, Roma, Juventus, Inter) a cantante dei Barrio Viejo, band con base in Argentina che in questi giorni è in tour in Italia (prima data al Pocoloco di Paganica, frazione dell’Aquila, sold out). Pablo Daniel Osvaldo ha mollato tutto a 30 anni, nell’età in cui molti suoi colleghi fiutano l’ultimo contratto nel calcio che conta prima di lasciarsi tentare da sceicchi e colossi cinesi. Nonostante tutto, Dani non si è pentito. Almeno a guardarlo, sembra sincero.
Osvaldo, intanto come sta?
Benissimo, mi diverto da morire a suonare. Mi sento più libero, più rilassato, riesco finalmente a stare a contatto con la gente.
Beh, però era da calciatore che la gente la osannava.
Ma quando fai il calciatore vivi in una nuvola, per questo stavo impazzendo prima del ritiro. Un po’ è l’ambiente che ti porta a starci, un po’ ti ci tengono. Ma quello non è il mondo vero, la maggior parte della gente non vive così e io voglio esser vicino alla maggior parte della gente, non a quella nuvola. In confronto ad allora, oggi non mi caga nessuno. Meglio così.
Quindi nessun rimpianto per avere cambiato vita?
Per niente. Anzi, sono molto felice e fiero della scelta che ho fatto. Asado tutti i giorni, vino: ci guadagno in salute.
Ma ci perde in soldi. Alla sua età i giocatori iniziano a pensare a qualche esilio dorato: Arabia, Cina, Stati Uniti…
Non ci vado neanche per tutto l’oro del mondo, preferisco stare nel mio quartiere in Argentina, coi miei amici e la mia famiglia.
Ma offerte gliene sono arrivate?
Sì sì, aivoja (l’accento romano, giura, è colpa di Daniele De Rossi, nda). Non più in Italia, perché ormai sono fermo da un paio d’anni, ma due mesi fa mi hanno chiamato dalla Cina e dagli Stati Uniti. Ma non ne ho più voglia, non mi passa neanche per la testa. Sono troppo felice con la band.
Da quella parti piovono contratti da 5-6 milioni di euro.
Sì, ma che ci fai dopo? Sono 5-6 milioni di problemi in più, preferisco non averli.
Basta col calcio, allora?
Gioco ancora, ma solo insieme ai miei amici.
Troppo comodo così. Le piace vincere facile.
Non ti credere: mi massacrano di botte. Ho dolori da tutte le parti.
Viene spesso in Italia?
Certo, quando torno qua mi sento a casa, da giocatore ho girato tutta Italia e mi sono sempre trovato benissimo.
Ora è in tour. Ci sono Milano, Roma e Bergamo (18, 19 e 24 gennaio) ma anche tante date nei locali di provincia, come a Paganica o Trofarello (1 febbraio). Una scelta precisa?
Sì, abbiamo molto rispetto per quello che facciamo, non voglio andare in giro per discoteche a fare il pagliaccio mettendo il mio nome davanti alla musica. Voglio andare nei posti dove la gente viene a sentire il blues e il rock n roll. Il giorno che dovessimo suonare in un posto grande sarà perché ci siamo arrivati grazie alla musica, altrimenti continueremo nei piccoli locali.
Rivedi ancora qualche ragazzo con cui hai giocato?
A Roma mi vedo con Danielino (De Rossi, nda), Francesco (Totti, nda), Florenzi. Ogni tanto sento anche Andrea Pirlo, con cui ho giocato alla Juve e in Nazionale. E poi c’è Carlitos Tevez che per me è un fratello.
Tutti stupiti della scelta che ha fatto?
Ci sta, li capisco. Un po’ di tempo fa ci siamo visti con Leo Messi e anche lui mi ha detto: “Davvero hai cambiato completamente vita? Ma te sei matto”.
Segue ancora il campionato italiano?
No, poco, se capita in televisione la guardo, ma altrimenti non mi interessa. Anche perché siamo sempre impegnatissimi col gruppo, proviamo tutti i giorni e a marzo uscirà il nuovo album.
I Barrio Viejo.
Significa “quartiere vecchio”, è il titolo di una canzone dei La 25, miei amici cantanti argentini. Portavo spesso la loro maglia sotto a quella delle mie squadre in Italia e ogni volta che sentivo quella canzone mi ricordava casa.
Allora ci arrendiamo? Il suo futuro è proprio soltanto la musica?
Vorrei tanto. È normale che ancora la gente mi associ al calcio, ma in Argentina a volte mi è capitato che qualche ragazzo mi chiedesse la foto perché conosce la band e non per il mio passato da giocatore. E questo mi emoziona.
Juve-Milan: omaggi ai sauditi e morti live
Mancano 10 giorni alla Supercoppa Juventus-Milan del 16 gennaio a Gedda (Arabia Saudita) e le pretestuose polemiche che hanno infiammato le ultime ore paiono affievolirsi. In un summit svoltosi ieri in gran segreto, in teleconferenza, tra il principe ereditario arabo Mohammed bin Salman, il presidente della Lega Calcio Gaetano Miccichè, il presidente della Rai Marcello Foa e i presidenti di Juve e Milan Andrea Agnelli e Paolo Scaroni, sono stati messi a punto i dettagli dell’attesissimo evento.
SESSO Poichè in Arabia le donne possono andare allo stadio solo accompagnate, il telecronista Rai Lollobrigida dovrà scegliersi un accompagnatore a patto che non sia Marianella (Sky). Quanto a Gigio e Antonio Donnarumma, il Milan ha già avviato l’iter burocratico per trasformare il loro cognome in Uomorumma, mentre Paola Ferrari, conduttrice Rai, presenterà il post-partita con un velo griffato “LB” (Laura Boldrini), già a ruba nelle migliori boutiques di Gedda.
RELIGIONE Dal momento che la sola religione ammessa in Arabia è l’Islam, ai calciatori che prima del fischio d’inizio verranno sorpresi a farsi il segno della croce saranno amputate le mani (ai portieri, i piedi). Si dice anche che la Juve abbia chiesto una speciale deroga per schierare tra i pali, per l’occasione, Gianluigi Buffon, noto bestemmiatore dell’Altissimo e da sempre ben visto in tutto il Medio Oriente.
CALCI DA FERMO Per compiacere il principe ereditario arabo, che com’è noto è sospettato di essere il mandante dell’assassinio di Jamal Khashoggi, l’arbitro potrà decretare tre tipi di punizioni: la punizione a due, la punizione diretta e la punizione capitale (per decapitazione). Chiellini si è detto comunque sereno.
DIRITTI Prima del match, Miccichè e Foa, presidenti di Lega e Rai, leggeranno un messaggio di amicizia e di fratellanza. “C’è chi sostiene che in Arabia non ci siano i diritti, – diranno – ma non è vero: oggi noi abbiamo introdotto i diritti televisivi”. Poi prenderà la parola il principe ereditario bin Salman per dire che sì, è vero, forse in Arabia c’è violazione dei diritti umani, ma in Italia c’è quella del regolamento del calcio e del protocollo Var e insomma chi è senza abusi scagli la prima pietra.
CERIMONIA Molto attesa, all’intervallo, la consegna della cittadinanza araba a Mino Raiola e Jorge Mendes che hanno deciso di trasferire a Gedda la sede dei propri uffici dopo aver appreso che l’Arabia Saudita è il terzo paese al mondo per traffico di esseri umani. Cittadinanza onoraria anche per Luciano Moggi, che per l’occasione si convertirà all’Islam e si farà chiamare Moshoggi.
QUIRINALE Prima della diretta su RaiUno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella diffonderà un discorso a reti unificate per ringraziare lo sport italiano che nel ‘76 omaggiò Pinochet andando a giocare la Coppa Davis in Cile; nel ‘78 Videla, andando a giocare i mondiali in Argentina; e oggi Mohammed bin Salman, andando a giocare la Supercoppa in Arabia Saudita. “Peccato essere nato nel ‘41, – dirà Mattarella – cinque anni prima e avrei potuto assistere all’omaggio a Hitler alle Olimpiadi di Berlino 36”.
Buona Supercoppa a tutti!
La figlia delle “boat people”: “Gli Usa son io, non Trump”
Manette o pallottole. È quello che spetta ai migranti che si lasciano violenza e patrie alle spalle, quando tentano di varcare il confine della terra a stelle strisce. Nell’America di oggi i minori fermati in Texas vengono perfino chiusi nelle gabbie. È un’epoca di muri che si alzano e frontiere filospinate questa, ma l’America oggi è anche Lauren Vuong, 46 anni, procuratore di una importante compagnia assicurativa, e la sua straordinaria storia. Dal Vietnam, dalla fame, dalla persecuzione di suo padre, agli Stati Uniti via mare, in condizioni oltre il limite del sopportabile. E c’è anche un nazista in questa storia che sembra un film di Steven Spielberg.
Lauren è fuggita dal Vietnam nel 1980 imbarcandosi su un peschereccio di legno. Aveva appena 7 anni. Donald Trump neppure vuole nominarlo, preferisce parlare “del miglior presidente americano di sempre: Jimmy Carter. Quando Saigon è caduta nel 1970, centinaia di migliaia di vietnamiti took to the sea, e almeno 200 mila morirono annegati per assenza di soccorsi. Carter, presidente dal ’77 al 1981, ordinò alla Settima Flotta della Marina americana di salvare i vietnamiti ovunque si trovassero. Obbligò così a smettere di ignorarci”.
Erano state 120 le navi che non si erano fermate a soccorrere il peschereccio di legno che su cui era partita Lauren nel giugno ’80 dalle coste insanguinate del Vietnam. “Il mare di notte assomigliava solo a una cosa: morte. Piangevano i vecchi, piangevano i giovani. Stavano tutti morendo. Non mangiavano e non bevevano da 10 giorni. A bordo in tutto eravamo in trentuno”. Tra loro c’era la famiglia Vuong, tre bambini con mamma e papà. Lauren aveva paura: “Le mie labbra erano così secche che sanguinavano. Pensavo: il sangue è liquido, se me le succhio uscirà più sangue e non sarò più assetata”. La disperazione di suo padre e sua madre era uguale a quella di altre migliaia di vietnamiti in fuga da una guerra che partorì un’ondata umana di persone: guardavano il mare e decidevano di attraversarlo per scappare. Cominciarono a chiamarli boat people, persone delle barche. Quella di Lauren dopo giorni di navigazione finì la benzina e cominciò ad andare alla deriva. “All’alba del 19 giugno 1980, quando pensavamo di essere già annientati dalle onde, nel mare cinese meridionale, la salvezza arrivò con le sembianze di un imponente cargo, con la scritta Lng Virgo sulla pancia di ferro. Mamma piangeva e rideva allo stesso tempo, mi disse: continueremo a vivere”, ricorda Lauren. Il mercantile che stava trasportando gas dall’Indonesia al Giappone si fermò per ordine del capitano.
Per molti anni non ha saputo raccontare questa storia senza piangere. In Vietnam la vita era buchi allo stomaco, un pugno di riso al mese, ma per Lauren, figlia di un dissidente politico, la povertà era più nera che per gli altri. Dopo la salvezza in mare, è cominciata una battaglia sulla terra ferma d’America: “Eravamo poveri, mio padre aveva 15 dollari in tasca e i miei hanno venduto le loro fedi per mangiare. Quello che volevo appena ho messo piede nella new land, la nuova terra, era molto semplice: volevo i vestiti degli altri bambini e non quelli della scatola donazioni; un materasso senza sagoma di chi ci aveva dormito sopra prima di me, quando lo abbiamo comprato al negozio dell’usato; un divano senza buchi. Poi volevo diventare un diplomatico per evitare che un’altra bambina di 7 anni salpasse verso l’ignoto, per fermare le crisi prima che scoppino. Ma questi sono i sogni che fai a 14 anni, ora a quasi 50 ho un marito cinese”.
Dal Vietnam erano partiti quando Mai Tran, sua madre, moglie di Thiem Vuong, decise che rischiare la morte in mare, insieme, era meglio che continuare la vita a terra separati. “Non ci sono ricordi della traversata, ma memorie, sensazioni. Gli odori: ce ne sono alcuni che mi fanno rabbrividire ancora oggi. Odori della barca, della fame, della sete. Prima di partire siamo stati sedati da uomini che facevano finta di essere pescatori, ci avevano nascosti nella stiva. Quell’odore di pesce morto, vomito e urina a volte lo sento ancora oggi. È qualcosa che rimane dentro, come il colore degli occhi, non lo puoi cambiare”.
I ricordi riaffiorano spesso a New York: quel mare, quella sete, quella fame. E quel capitano che decise di gettare l’ancora del cargo nel mare meridionale cinese in quell’estate di 38 anni fa e che Lauren ha deciso di cercare. E lo ha ritrovato, ma troppo tardi. Si chiamava Hartmann Schonn. Il capitano è morto 19 anni fa, ma Lauren ha chiesto alla moglie chi fosse l’uomo a cui deve la vita. E, colpo di scena, il capitano Schonn era un nazista. Un nazista pentito. La bambina vietnamita era scappata dalla sua infanzia, il marinaio tedesco dalla sua giovinezza: entrambi dalla loro Patria e dal passato. A 14 anni Schonn finì arruolato nella gioventù hitleriana, a 16 anni rimase dietro il mitragliatore dell’artiglieria antiaerea ad uccidere i piloti nemici per abbastanza tempo da capire che non avrebbe mai più voluto indossare una divisa, né tolto mai più la vita a qualcuno. E dalla Germania salpò anche lui: con una compagnia di Amburgo verso quell’America aveva abbattuto Adolf Hitler. Dopo Lauren, il capitano salvò altri 300 vietnamiti e, alla fine della sua vita, tornò in Europa, dove è morto. “La vedova del comandante, Karin Schonn mi ha raccontato – spiega Lauren – che il capitano cominciò ad andare spesso in missione di ricognizione per cercare le boat people all’orizzonte”.
“La compagnia per cui navigava con i suoi marinai, ricorda Joseph Cuneo – ex collaboratore di Schonn – non si oppose”. Quando l’equipaggio della Virgo e i migranti di quel giugno 1980 si sono incontrati tutti a New York due anni fa, la vedova di Schonn ha dato a Lauren due cose: il conto delle spese del soccorso della sua barca, che il capitano mandò al governo americano, e una lettera che scrisse alla sua compagnia. È un foglio che Lauren mostra a pochi, dove c’è scritto perché i rifugiati vanno salvati: “Rischiano tutta la loro vita per averla: che cosa sia davvero la libertà, lo sanno davvero solo i profughi”. Dal nazista pentito al presidente Trump è comunque Lauren il volto dell’America di oggi.
Tra gli 87 mila di Zaatari, città siriana in Giordania
La guerra, in Siria, è agli sgoccioli. I negoziati sono in stallo, sì: ma perché sostanzialmente Assad ha vinto. Il 31 luglio l’esercito ha riconquistato anche Daraa, la città da cui è iniziata la rivoluzione. E a ottobre la frontiera con la Giordania, che è a poca distanza, è stata riaperta per consentire il rientro dei profughi. Che qui sono 1,2 milioni.
Ogni fine settimana, una lunga fila di auto è in coda all’al-Nasib, il principale passaggio di confine. Ma sono tutti giordani: approfittano dei prezzi più bassi per un po’ di shopping in Siria. Sono un’illusione ottica. Come le statistiche. Nel corso del 2017, sono tornati a casa 721mila siriani, 655mila sfollati, tornati da altre aree del paese, e 66mila rifugiati. Ma per ogni siriano che è tornato, tre sono andati via.
Con i suoi 87mila abitanti, Zaatari, in Giordania, è il settimo campo profughi al mondo. Ma, a sei anni dalla sua fondazione, non ha più niente della sterminata distesa di tende e lamiere degli inizi: quando aveva 150mila abitanti, e i bambini ti fissavano stravolti, masticando cartone per spegnere la fame. Oggi ha 5 cliniche e 24 scuole, e anche una sua rivista, e i suoi 3mila negozi generano un giro d’affari di 13 milioni di dollari al mese. La via principale è un susseguirsi di panettieri, fruttivendoli, barbieri, falegnami, elettricisti, pasticcieri: i siriani l’hanno ribattezzata Shams-Élysées: in arabo, Shams è il nome della Siria. Ed è facile girare per ore, tra un caffè e un dolce e una chiacchierata su Ronaldo alla Juventus. È facile distrarsi con le vetrine delle sartorie di abiti da sposa: e dimenticare che il 44 percento di quelle spose saranno spose bambine. Spesso vendute per povertà ai ricchi del Golfo. Ogni container ha la sua antenna satellitare sul tetto: su un tetto pieno di pietre, però, perché altrimenti al vento vola via. La conquista, qui, è stato il wc chimico in casa.
In una delle scuole gestite impeccabilmente dal Norwegian Refugee Council, tre ragazzine di 14 anni aspettano l’inizio della lezione di inglese. Sembrano avere 10 anni, in realtà, non di più, sono magre, minute: l’effetto di una vita di miseria e privazioni. Perché poi, anche se sono come tutte le ragazzine del mondo, una che sogna di studiare astronomia, un’altra medicina, un’altra letteratura, ti richiamano subito alla verità. Di Zaatari ti dicono: “Si sta bene, ma ti ammali sempre”. Ahmed ha 23 anni, una cicatrice alla tempia, e anche se evita prudentemente di dirlo, è uno dei ragazzi della rivoluzione. Viene da Homs, lavorava come operaio in Libano: è rientrato in Siria nel 2011. Viene dalla generazione di piazza Tahrir, che ha scardinato il Medio Oriente con forza e coraggio: e ora invece ti sta davanti a testa bassa. E di Zaatari ti dice solo: “Si sta bene. Qui non ti spara nessuno”. Come se a 23 anni, questo fosse tutto quello che chiedi alla vita. Non essere ucciso.
La Giordania è il paese che tratta meglio i siriani. E non solo. Perché i rifugiati, qui, sono il 10% della popolazione: prima dei siriani sono arrivati gli iracheni, e prima degli iracheni, i palestinesi. I rifugiati, con tutto il giro delle Ong e delle agenzie dell’Onu, sono ossigeno per l’economia. Matteo Paoltroni dell’Unione europea, spiega che “questo è uno di quei casi in cui l’artificiosità delle frontiere del Medio Oriente ha un ruolo positivo; tra Siria del sud e Giordania del nord, non solo sono tutti arabi: sono tutti fratelli e cugini”.
Durante l’ultima offensiva, quella con cui Assad ha riconquistato Daraa, la Giordania aveva chiuso il confine. Un po’ perché temeva infiltrazioni jihadiste, un po’ perché temeva altri profughi e per i siriani, spende già 2,5 miliardi di dollari l’anno. Nonostante gli aiuti internazionali, il suo debito pubblico è raddoppiato. E la domanda di acqua è aumentata del 40%. E gli affitti, con l’83% dei siriani che abitano non nei campi profughi ma in città, sono aumentati del 300%. Il governo temeva il collasso. Ma i giordani hanno chiesto di riaprire il confine. “Non importa se siamo poveri”, hanno detto. “Condivideremo il poco che abbiamo”.
Ma per i siriani è dura anche qui. Abdul Kareem vive con la moglie e i tre figli a Beit Ras, a ridosso del confine, in due stanze tutte scalcinate il cui intero arredamento consiste in un vecchio televisore, un vecchio armadio e un vecchio frigorifero. Per terra, dei tappeti che in realtà sono delle coperte tutte lise. Ricevono 100 dollari al mese dal World Food Program, racconta. Nient’altro. Abdul non sa dove sarà fra cinque anni, l’unica cosa che sa, è che non si pente della rivoluzione: “Qui non è vita, ma non era vita neppure in Siria”.
Nessuno ha la minima intenzione di tornare. E non perché c’è la guerra: perché c’è Assad. E quindi, mentre la comunità internazionale assicura che le condizioni, in Siria, migliorano, le Ong lavorano all’integrazione dei siriani. Qui, per esempio, sono tutte concentrate sulla loro regolarizzazione. Sui documenti. A cominciare dal certificato di matrimonio, che in Siria non si usa: ma senza in Giordania i figli non possono avere un certificato di nascita. Iscriversi a scuola. Essere vaccinati. Niente. Mercy Corps ha creato una pagina su Facebook con tutte le informazioni necessarie. E con un avvocato che risponde a ogni altra domanda. Il minimo dei costi, con il massimo dei risultati.
Ismail e Mohammed sono qui per dei documenti, e sono uno cristiano, l’altro musulmano, differenza che non gli impedisce di essere amici: e di detestare entrambi Assad. Sono stati entrambi in carcere. Negli uffici delle Ong, dell’Onu, dell’Ue, sono tutti obbligati a misurare le parole, ma non c’è verso di girarci intorno. Anche perché il diritto internazionale non parla genericamente di ritorno, ma di “dignified return”. Un ritorno in dignità. E in Siria invece non solo mancano le infrastrutture di base: ma tanti temono vendette e rappresaglie. Per tornare, prima che attraverso una frontiera si passa per una commissione di riconciliazione: rientra solo chi si impegna a non opporsi più ad Assad. E potrebbe non bastare. Il generale Issam Zahreddine, morto nel 2017, disse chiaramente: “L’esercito non dimenticherà né perdonerà”.
Il futuro della Siria dipende dalla sfida tra Istanbul e Riad
La riapertura dell’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti a Damasco segna una svolta politica nella guerra siriana. Le potenze regionali (e non solo) che si erano scontrate durante il lungo conflitto stanno cercando una via di uscita dalla crisi che si estende in tutta l’area. Nelle stesse ore l’annuncio del presidente Donald Trump sull’interesse saudita a investire nella ricostruzione del paese distrutto dal conflitto rafforza questa impressione, soprattutto se unita alla decisione Usa di ritirare le truppe che ancora difendono l’area controllata dai curdi del Ypg, legati al Pkk.
Tutto si sta muovendo nella zona dopo anni in cui le parti erano bloccate sulle loro posizioni: da una parte il presidente siriano Bashar al-Assad e i suoi alleati Russia, Iran e Hezbollah; dall’altra l’Occidente, gli Usa e i paesi del Golfo che finanziavano a vario titolo parte della ribellione armata anti-regime. A muovere per prima è stata certamente la Turchia, una volta acerrimo nemico di Assad ed ora, dopo una serie di sterzate, partner di Russia e Iran nella ricerca di una sistemazione finale del Paese. Tutti si muovono su questo scacchiere geopolitico, tranne l’Europa, presa dai suoi problemi interni.
I ribaltamenti emiratino e (prossimamente) saudita devono molto ad alcuni recenti rovesci o gravi errori, come l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul o l’impossibilità di una vittoria nella guerra dello Yemen che ha condotto al parziale cessate il fuoco sul porto di Hodeida negoziato dall’Onu in Svezia. Le ambizioni del saudita Mohammed Bin Salman si sono dovute riorientare e in questo senso gli Emirati paiono giocare un ruolo di avanscoperta.
L’Arabia Saudita (con i suoi più stretti alleati nel Golfo) pratica da tempo una politica a tutto campo, molto più intraprendente del passato. Sono ormai note le aspirazioni saudite in Africa sub-sahariana dove alla fase della propaganda wahabita, in atto da decenni, ne segue una politico-economica ancor più aggressiva. La penetrazione attraverso il Corno raggiunge anche la parte australe del continente e le sue risorse minerarie e alimentari. Vigilando da vicino ciò che i cinesi vi stanno realizzando (porti, infrastrutture, logistica e trasporti), i sauditi non lesinano in aiuti allo sviluppo e sono presenti in varie aree di crisi o di nuova industrializzazione. C’è poi un’attività sempre accorta da parte di Riad in Medio Oriente e uno scivolamento nei rapporti con i Paesi europei, una volta visti come partner ma oggi solo come mercati. Inoltre il recente rimpasto di governo ha dato la dimensione della resilienza del giovane leader saudita.
Resta da vedere come evolverà la concorrenza inter-sunnita con Ankara su quale sia il miglior modello “islamista” da esportazione: wahabiti/salafiti o fratelli musulmani? La crisi con il Qatar dipende da tale nodo ancora da sciogliere, anche se le tensioni si stanno abbassando. Dal canto suo l’America di Trump mantiene le sue promesse: essere imprevedibile su ogni quadrante. L’improvvisa scelta di ritirare i militari dalla Siria, abbandonando i kurdi siriani anche a costo di perdere il generale Jim Mattis, ormai ex segretario alla Difesa, prelude ad una fase di riavvicinamento con Ankara, già in atto dopo le liti degli ultimi anni che avevano raffreddato le relazioni tra i due Paesi.
Ogni mossa americana è concordata con la Russia, ma soprattutto con Israele, attiva in tutti i campi sia per la tradizionale politica di sicurezza ma anche per cogliere nuove opportunità, come appunto i recenti nuovi legami con il Golfo. Resta irrisolto per ora il grande tema iraniano, principale preoccupazione israeliana e un punto interrogativo per tutti. Sarà Assad a trovare il modo di “ringraziare” i suoi alleati più scomodi rimandandoli a casa o servirà qualche ulteriore pressione? Damasco stessa è incerta tra lo sbarazzarsene o continuare a giocare uno contro l’altro i suoi alleati (tra cui uno nuovo: la Turchia). Gli americani contano sui russi per allontanare definitivamente la presenza di Teheran dalle frontiere con Israele (ora le loro basi in Siria sono a circa 80 km) ben sapendo che le sole sanzioni e la fine dell’accordo sul nucleare non saranno sufficienti.
Anche se qualcuno a Washington prevede uno showdown militare, sembra che la soluzione verrà piuttosto da una progressiva alchimia di posizioni. D’altronde Mosca può a giusto titolo affermare di aver visto giusto e di aver vinto la sua sfida: dell’opposizione armata siriana non restano che pochi spezzoni il cui destino è nelle mani di Ankara. Tuttavia il presidente russo Vladimir Putin deve ancora riuscire a “vincere la pace”: stabilizzare l’intera area e ottenere gli aiuti per la ricostruzione della Siria. Il primo obiettivo necessita la rassicurazione degli interessi di tutti i protagonisti mediante la creazione di un nuovo quadro siriano di cui non si vedono ancora i contorni. Per il secondo scopo servono davvero tanti denari: il Paese è a terra. Mosca non può che rivolgersi a chi ha le risorse: ai Paesi del Golfo e agli occidentali, in particolare agli europei. È forse la residua possibilità per questi ultimi di “contare” qualcosa nella crisi siriana, cercando di ottenere almeno un parziale cambiamento del regime.
Antonella Napoli, la giornalista del Fatto fermata: “Per i miei video”
La reporter, collaboratrice del Fatto Quotidiano, Antonella Napoli è stata fermata dalla polizia e rilasciata dopo alcune ore a Khartum, in Sudan, dove si trova per seguire le proteste contro il presidente Omar al-Bashir, che si susseguono da fine novembre e in cui sono morte decine di persone. A dare l’allarme era stato il portavoce di Amnesty International in Italia, Riccardo Noury. Su Twitter ha scritto che Napoli è stata “fermata intorno alle 10.30 da persone qualificatesi come agenti di polizia”. Poche ore dopo la Farnesina ha fatto sapere che la giornalista è stata rilasciata. All’origine del fermo ci sarebbero le riprese di obiettivi sensibili: “Stavo facendo delle immagini, probabilmente ho ripreso qualcosa che non dovevo e mi hanno fermata – racconta la Napoli – Mi hanno fatto capire che erano dei servizi di sicurezza, non erano della polizia, erano in borghese. Mi hanno portato in una stanza anonima, non era un posto polizia, ma non mi hanno arrestata, mi hanno fermata. Mi hanno fatto tante domande e hanno voluto controllare tutto quello che avevo filmato, mi hanno detto che avrei potuto rischiare l’espulsione. Il problema è che in quel momento non avevo il passaporto perché oggi vado in Darfour e la persona con cui sto lavorando qui aveva il passaporto per fare i permessi necessari”. Così la giornalista è stata rilasciata: “Alla fine si è risolto tutto cancellando le cose che avevo filmato e con la promessa che non avrei più ripreso. Ma, ribadisco, la notizia non sono io e lo dico anche per rispetto ai tanti colleghi che hanno perso la vita, che sono stati ammazzati. La notizia deve essere il Sudan”. Sabato la Napoli aveva pubblicato su Twitter l’immagine di un articolo pubblicato lo stesso giorno sul Fatto in cui raccontava racconta la repressione governativa nei confronti delle proteste.
È una depandance della ’ndrangheta: la porta della droga
C’è una villa che guarda il porto di Gioia Tauro dall’alto. Lo guarda da una collinetta a poche centinaia di metri dall’ingresso del più importante scalo del Mediterraneo. La chiamano la villa della “famiglia”. Da queste parti non c’è nemmeno la necessità di pronunciare il cognome Piromalli per capire chi ci abitava prima che venisse confiscata dalla Dda di Reggio Calabria.
Le inchieste giudiziarie hanno dimostrato come, al netto di tutte le belle parole sullo sviluppo che poteva portare all’intero territorio calabrese, il porto di Gioia Tauro è ritenuto una depandance della ’ndrangheta, una delle porte di ingresso in Europa della cocaina proveniente dal sud e centro America.
Quello che non è mai riuscita a fare la politica, e cioè guardare dall’alto in basso i colossi del mare che operano all’interno del porto, i Piromalli lo hanno fatto sin dall’inizio. Resterà nella storia la frase intercettata negli anni Novanta e finita nell’inchiesta che ha portato al processo “Porto” istruito dal pm Roberto Pennisi, oggi alla Direzione nazionale antimafia: “Diamo noi le garanzie” aveva pronunciato queste parole l’11 novembre 1996 Domenico Pepe, l’esponente delle cosche Piromalli e Bellocco mentre parlava con uno dei vertici della MedCenter: “Comandiamo tutto. Chiediamo un dollaro e mezzo a container. Noi siamo il presente, il passato e il futuro”.
Aveva ragione Domenico Pepe: le indagini degli ultimi 25 anni hanno confermato come sono i Piromalli a dettare legge dentro e fuori lo scalo il cui sviluppo – è scritto nelle carte dell’inchiesta “Porto” – “è nato da un accordo tra un privato, Angelo Ravano (l’ex presidente della Contship oggi deceduto), e la mafia di Gioia Tauro, sul quale si è poi innestato l’intervento del governo italiano attraverso un altro accordo col privato”.
Dal passato non si scappa e che il porto sia figlio della cosca Piromalli lo dimostrano i fatti: non solo le vecchie inchieste ma anche quelle degli ultimi anni sul narcotraffico internazionale, coordinate dall’allora procuratore aggiunto di Reggio Nicola Gratteri, oggi alla guida della Procura di Catanzaro.
O come l’indagine “Cento anni di storia” del pm Roberto Di Palma che ha dimostrato come i Piromalli e le altre cosche della Piana erano infiltrate in alcune società che lavorano dentro lo scalo.
Più recentemente, con l’operazione “Maestro” sono emersi “l’esistenza e il funzionamento – è scritto in una nota della guardia di finanza – di complessi meccanismi di infiltrazione nelle maglie più intime della vita imprenditoriale, con riferimento particolare a quello relativo al porto di Gioia Tauro, ai traffici che vi giungono ed all’articolato mondo della logistica, ivi comprendendo lo stoccaggio e il trasporto delle merci”.
Ecco perché – è sempre la guardia di finanza che scrive – “le attività imprenditoriali che costituiscono l’indotto del porto di Gioia Tauro, più che presentare un’infiltrazione da parte della ’ndrangheta, ne costituiscono in realtà un’espressione vera e propria”.