Addio Gioia Tauro: i padroni del porto investono a Cipro

L’a ’ndrangheta da una parte, una “guerra” sotterranea tra i colossi Contship Italia e Msc, soci di Mct nella gestione del terminal, dall’altra. La politica fa il resto, sfruttando da anni la situazione con promesse da campagna elettorale sulle spalle dei lavoratori che tra la cassa integrazione e il fallimento dell’Agenzia del lavoro portuale, voluta dal governo Gentiloni, sono perennemente tra l’incudine e il martello. Sono lontani i tempi in cui si pensava al porto di Gioia Tauro come a una delle pochissime chiavi che avrebbe portato allo sviluppo della Calabria, la regione più povera d’Italia. Tra licenziamenti poi annullati dal Tribunale del lavoro di Palmi, riduzione dei volumi di traffico e mancati investimenti, ogni giorno lo scalo merci più importante del Mediterraneo perde pezzi.

Già nel 2017, infatti, Gioia Tauro ha registrato l’11% in meno nella movimentazione dei container rispetto al 2016 e il trend del 2018 (-6% nei primi 9 mesi) è anche peggiore. Nell’ultimo periodo solo 28mila container a settimana, quasi 8mila in meno rispetto a un anno e mezzo fa, quando il terminalista ha dichiarato l’esubero e mandato a casa circa 377 portuali buona parte dei quali, adesso, dovranno essere reintegrati. Con questi numeri non è difficile pensare che, tra poco, Mct mandi a casa altri lavoratori con la scusa della diminuzione dei volumi. Sulle teste dei portuali continua il braccio di ferro sul porto calabrese che, dopo i fasti degli anni 90, nel 2017 ha pure perso il primato italiano della movimentazione container a favore del porto di Genova. Le ragioni sono tutte dietro lo scontro tra i due soci della Med Center Container Terminal (Mct) che, nel luglio 2016, avevano firmato un accordo al Ministro dei Trasporti per una serie di investimenti di rilancio del porto di Gioia Tauro. Solo parole. Come quelle del presidente di Msc Gianluigi Aponte che nell’aprile scorso aveva assicurato: “Intendiamo fare investimenti”. Il problema, a suo dire, però sarebbe Contship che detiene il 50% di Mct: “I nostri soci non sono molto d’accordo e adesso vedremo – erano state le parole di Aponte che è anche l’armatore del porto –. Se saranno d’accordo saremo lieti di andare avanti con loro, in caso contrario vedremo come si sviluppa la situazione. Se si dovesse presentare l’occasione non escludo un’acquisizione del 100% ma non credo che i nostri soci siano disposti a cedere le loro partecipazioni”. Secondo Aponte, Msc (che è anche l’armatore del porto) sarebbe in grado di fare aumentare da subito i volumi. Consthip avrebbe risposto: “Porta i volumi che noi investiamo”. E alla fine non sono arrivati né i volumi di traffico né gli investimenti che, però, il gruppo Eurogate, azionista di maggioranza di Contship Italia, ha fatto arrivare a Cipro dove nei mesi scorsi ha investito 200 milioni di euro nel porto di Limassol in cui verranno istallate anche due gru post panamax, una coppia di giganti d’acciaio alti 90 metri. In sostanza, le più grandi gru mai concepite finiranno a Cipro mentre al porto di Gioia Tauro gli investimenti restano al palo con gli operai costretti a lavorare con gru e carrelli che scricchiolano.

In barba agli accordi presi davanti all’ex ministro Graziano Delrio nel 2016, l’anno che si è appena chiuso è stato caratterizzato dai battibecchi tra Aponte che denuncia l’impossibilità di fare arrivare le grandi navi perché i servizi offerti da Mct non sono all’altezza e Contship, suo socio, che non sostituisce le gru non funzionanti e i carrelli vecchi (gli straddle carrier che spostano i container nel terminal) perché è disposta a fare investimenti solo davanti alla certezza dell’arrivo dei volumi promessi da Msc.

Dietro tutto questo potrebbe esserci il tentativo dei due colossi di scalzare l’altro nella governance del porto. L’aver spostato il traffico da parte di Msc verso altri porti, infatti, potrebbe avere un duplice scopo: o quello di “ammazzare” Gioia Tauro prima di abbandonarlo definitivamente o quello di scalzare Contship e il suo patron tedesco Thomas Eckelmann e diventare l’unico soggetto nella gestione del porto.

Intanto, i portuali assistono senza poter far nulla. L’unica cosa che hanno strappato dopo i licenziamenti, nell’accordo di programma quadro del 2016, è un “Agenzia per il lavoro portuale”, una sorta di ammortizzatore sociale ma anche uno strumento che avrebbe dovuto somministrare manodopera ricollocando i 377 lavoratori in esubero licenziati da Mct. Il condizionale è d’obbligo perché il primo obiettivo è stato raggiunto: per 18 mesi il Ministero dei Trasporti ha garantito, con soldi pubblici, un’indennità di mancato avviamento di mille euro al mese che ha consentito ai portuali licenziati di sopravvivere. Sul fronte del lavoro, invece, è stato un completo fallimento: un solo portuale è stato ricollocato mentre, chi non ha fatto ricorso al Tribunale del lavoro (o lo ha perso), al termine dei 36 mesi sarà mandato a casa mentre il porto di Gioia Tauro sembra destinato al collasso.

“I movimenti sono al minimo storico” denuncia Domenico Macrì, sindacalista di Orsa Porti. “La situazione è incerta perché nessuno dei due soci ha detto cosa vogliono fare del porto – aggiunge –. Dovevano fare investimenti, comprare gru e carrelli nuovi e non lo hanno fatto”. Della stessa opinione è Nino Costantino, della Cgil, secondo cui “gli investimenti dell’Autorità portuale ci sono stati. Mancano quelli dei privati. Senza gru potenziate non si possono portare più navi, diminuiranno i volumi e ci saranno sempre meno occupati. Una sola cosa avevamo in Calabria e la nostra classe dirigente non è riuscita a farla sviluppare. Poteva essere una leva per tutto il Mezzogiorno”.

Per non parlare del retroporto che, a Gioia Tauro, praticamente non esiste. Uscendo da Rosarno, prima di arrivare allo scalo, infatti, non c’è nulla a parte una distesa di capannoni vuoti che, negli anni, sono stati costruiti solo per intascare i contributi della legge 488. Nella zona che, impropriamente, viene definita industriale, da anni campeggia la baraccopoli dei migranti. Tra protocolli inattuati, minacce di sgombero e nuove tende del ministero dell’Interno, le istituzioni non riescono a trovare una soluzione abitativa per gli stagionali che arrivano per la raccolta delle arance. Alcuni, piuttosto, addossano alla presenza dei migranti il mancato decollo del porto di Gioia Tauro non vedendo invece che sono altri i “prenditori” che, in Calabria, fanno il bello e il cattivo tempo. “Il terminal deve essere collegato con il territorio – continua il sindacalista dell’Orsa Porti – con una piattaforma logistica senza la quale il porto sarà sempre condizionato alla volontà delle navi e quindi dei colossi come Msc e Contship. Hai presente la stazione Termini a Roma? Il porto di Gioia è lo stesso: arrivi, entri, scendi e riparti. Ma non lasci nulla per il territorio”. Se il bacino di carenaggio è ancora in alto mare, un passo in avanti è stato fatto con la realizzazione del gateway ferroviario. “Ma non basta – aggiunge Macrì – se da qui possono partire i treni da 750 metri e poi, dopo 5 chilometri, si devono fermare a Rosarno perché fino a Battipaglia c’è una linea che ha una capacità ferroviaria per treni di 450 metri”.

Un problema che il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha promesso di risolvere: “Ho già sentito i miei uffici – ha assicurato –. Stanno lavorando così risolveremo il problema e finalmente partiranno dei treni di grande portata e potranno andare non solo al Nord Italia ma anche nel sud dell’Europa”.

Dopo aver visitato lo scalo e ascoltato le preoccupazioni dei sindacati, in occasione della sua visita del 18 dicembre in Calabria, Toninelli ha fatto la voce grossa contro Contship e Msc: “La situazione del porto di Gioia Tauro va presa per i capelli. È un disastro. Non si può andare avanti in questa maniera. Ci sono delle responsabilità. Nella convenzione che è stata stipulata c’erano degli impegni di investimenti che non sono stati fatti. Abbiamo dato l’ultimatum di un mese. Ci devono dare delle risposte chiare in termini di investimenti. Risposte che se non arriveranno, significa che dobbiamo intervenire con una revoca graduale delle concessioni. Non c’è alternativa. Abbiamo già investitori che bussano alla porta del governo”.

Le minacce di Toninelli probabilmente non preoccupano nessuno. Il giorno dopo “le compagnie di navigazione Maersk Line e Mediterranean Shipping Company (Msc) – denuncia la Cgil –, hanno annunciato significative variazioni a partire dal mese di marzo dei propri servizi fra l’Asia e il Mediterraneo europeo. Il porto di Gioia Tauro sarà servito da una sola linea rispetto alle due precedenti”.

Detto in soldoni: ancora meno volumi di traffico. L’ultimatum, adesso, sta per scadere e il governo dovrà decidere se partecipare al braccio di ferro tra Contship ed Msc costringendole a mantenere le promesse fatte a Roma. O se assistere soltanto a quello che il ministro Toninelli ha già definito “un disastro”.

Da Milano al Messico, alla ricerca della verità sui ragazzi scomparsi

L’aveva giurato un pomeriggio di alcuni anni fa: “Voglio passare la vita a occuparmi di queste cose”. Aveva appena ascoltato a un seminario all’Università di Milano Yolanda Moran, madre di un desaparecido messicano. Solenne, senza lacrime, la foto del figlio sul petto, Yolanda aveva raccontato la sua storia di donna in cerca di giustizia, mescolata a quella di migliaia di familiari, si calcola siano 35mila i desaparecidos messicani. Dietro, teneva le foto dei cinque nipoti con la stessa domanda: donde està mi papà?

Raccontò che ai familiari tocca perfino di farsi le indagini, raccontò la corruzione, i silenzi, l’utilità di trovare ascolto in un’università italiana. Si era formato un clima da brivido, irreale, quanto reale era stato il mondo disvelato a tutti. Una giovane avvocatessa calabrese andò verso la donna, la abbracciò per lunghissimi minuti. Thomas era lì accanto, era venuto a sentirla perché sul Messico ci aveva fatto la tesi di laurea. Si commosse, capì l’infamia del mondo, e disse quella frase.

Ed è stato di parola. Da allora il Messico è la sua vita. Fatta di libri, di viaggi, di solidarietà, di conoscenze, di impegno civile. Vuole aiutare quell’umanità dolente e abbandonata. Perché per l’opinione pubblica il Messico è aztechi, è Acapulco e per i più impegnati è il Chiapas. Per lui no. Per questo volò un paio d’anni fa a Città del Messico per il 10 di maggio, festa della mamma, simbolicamente assunto a giorno della domanda di giustizia, o anche solo di un corpo da seppellire.

Ora è appena tornato da un soggiorno di quattro mesi. Dal piccolo comune di Bussero, Naviglio Martesana, se ne è andato oltre Atlantico, nel Coahuila, proprio lo Stato di Yolanda, uno dei più pericolosi, a fare un lavoro di interviste ai familiari, per osservare le loro associazioni, quanti sono, di che discutono, perché hanno scelto di non avere paura nei luoghi del terrore.

La prima volta che provò il dottorato di ricerca lo bocciarono. Quando espose il suo progetto gli dissero severi che quelli dei familiari messicani sono movimenti solo “espressivi”. Per dire: fanno le fotografie con i cartelli e basta. Una fesseria: ora l’ha pure visto, ottengono leggi, provvedimenti, scuotono coscienze. Per fortuna, diversamente da Regeni, viene consigliato.

Si è mosso solo di giorno, solo su certe autostrade, non sui pullman, che possono essere fermati dai narcos. Sulle lunghe distanze gli hanno suggerito l’aereo. Ha dormito in case altrui. Ha cercato sempre di accompagnarsi a qualcuno. Ha avuto l’appoggio dell’Accademia Interamericana per i diritti umani dell’Università Autonoma del Coahuila, e del Centro Diocesano per i diritti umani Fray Juan de Larios. Ha partecipato a tutti i coordinamenti di Fuundec-M (associazioni dei familiari), a manifestazioni, riunioni private del collettivo, riunioni con il governatore del Coahuila, riunioni con altri funzionari, revisioni dei casi di sparizione dei familiari del collettivo, con polizie statali e federali, pubblici ministeri, personale della Commissione Nazionale per i diritti umani; perfino a una esumazione a cui i collettivi del Coahuila possono partecipare grazie ad una legge da loro voluta.

Anche se “gringo”, si è fatto benvolere. Ha perfino potuto partecipare alla ricognizione di fosse comuni. Ha riempito un lungo quaderno di appunti e 40 pagine word. Racconta di corpi smembrati trovati per le strade, dell’esiguità numerica di familiari che si battono come leoni, cifre infime rispetto all’umanità colpita. Racconta le timide speranze in Obrador, il nuovo presidente. E pensa a come tornare lì, sembra a volte che non pensi ad altro.

Ricorda Lulù, madre di Brandon Esteban Acosta Herrera, sparito a 8 anni con il padre Esteban Acosta Rodríguez e i suoi due zii Gerardo e Gualberto Acosta Rodríguez, il 29 agosto del 2009, a Ramos Arizpe, Coahuila. Il marito di Lulù era a capo delle guardie carcerarie del carcere di Saltillo durante l’epoca dei Los Zetas, e cercava di svolgere onestamente il suo lavoro. Nessuno è mai più stato trovato.

I dottorati di ricerca vengono a volte usati per affinare le capacità di gareggiare in accademia, ripiegati su biblioteche senz’anima e con la saccenza tipica dei giovani studiosi. Thomas Aureliani lo ha messo al servizio degli altri. Lo aveva ben detto che del Messico stuprato voleva occuparsene “per tutta la vita”. Chissà se alla fine manterrà questo proposito. Ma è bello pensare che ci riesca.

Il verde pubblico martoriato

“Le città italiane sono le più povere di verde pubblico d’Europa: e i parchi storici scampati alle lottizzazioni sono in condizioni pietose. Un esempio è il parco di Monza, di 680 ettari, creato da Napoleone nel 1805 (progettisti Luigi Canonica e Luigi Villoresi) capolavoro di competenza botanica e paesistica, unico grandioso polmone verde nella congestionata area metropolitana milanese settentrionale. Ma da noi il verde non è considerato altro che un ripostiglio dove relegare quel che non si sa dove mettere: così il gran parco è per oltre la metà privatizzato da corpi estranei: allevamento di cani e cavalli, golf, ippodromo e, peggiore di tutti, l’autodromo”. Così scriveva nel 1987, su l’Espresso, Antonio Cederna: oggi, trentuno anni dopo, non solo la battaglia per allontanare l’autodromo sembra persa per sempre, ma la privatizzazione è avanzata a grandi passi, fino a travolgere la stessa Villa Reale.

Ripercorrere la storia tormentata di questo straordinario monumento significa misurare l’inarrestabile decadenza che l’idea stessa di bene comune ha dovuto subire in questi trent’anni. Nel 1996 la Villa venne sdemanializzata e passata in proprietà dei Comuni di Milano e di Monza: così finiva l’idea stessa di un “monumento nazionale”, e a causa del contemporaneo massacro della finanza degli enti locali, quel monumento veniva condannato a una vita di stenti. Nel 2008 è stato costituito un Consorzio Villa Reale e Parco di Monza cui affidare il compito di valorizzare il bene: cioè in pratica di piazzarlo, in qualche modo, sul mercato. Detto fatto: nel 2010 un raggruppamento di imprese private for profit denominato Nuova Villa Reale spa si è aggiudicata la gestione ventennale del monumento. Contro tutto questo si oppose Legambiente, presentando un ricorso che fu rigettato dal Tar, che in sentenza affermò che l’attività del gestore sarebbe stata condizionata da paletti irremovibili, come la destinazione della Villa ad attività compatibili con il suo carattere storico-artistico e come la necessità di garantirne la fruizione pubblica: come peraltro dispone il Codice dei Beni culturali.

Oggi possiamo dire che aveva ragione Legambiente: e possiamo dirlo grazie ad un comitato di cittadini nato per vegliare sul parco e sulla Villa e che si è voluto intitolare proprio ad Antonio Cederna, sorta di nume tutelare del bene più prezioso di Monza. Il comitato ha denunciato in tutte le sedi un fatto clamoroso, che costituisce un triste primato anche nel martoriato mondo dei beni culturali italiani. La Villa è stata chiusa al pubblico per la bellezza di un mese (dal 1° novembre al 1° dicembre del 2018) perché Luxottica ha affittato gli Appartamenti Reali e parte del giardino al prezzo (da saldo stracciatissimo) di 25.000 euro. Non si trattava di un evento culturale: ma semplicemente della possibilità di utilizzare una location strepitosa per il proprio business. Una destinazione puramente commerciale inconciliabile con il carattere storico e artistico della Villa. In più, per questo lunghissimo periodo nessun cittadino italiano, pur mantenendo il monumento con le proprie tasse, è potuto entrarci: nella più radicale negazione di ogni fruizione pubblica.

Subito dopo aver portato a casa questo capolavoro di valorizzazione, il concessionario ha chiesto formalmente al Consorzio di poter cambiare le condizioni di gestione chiudendo la Villa non solo il lunedì (tradizionale giorno di riposo), ma anche il martedì e il mercoledì, cioè per un terzo del tempo di visita che per contratto è tenuto a garantire. Sarà la magistratura ad accertare se la vicenda di Luxottica è stata corretta sul piano legale e sarà il Consorzio a decidere se accettare o meno il parziale disarmo della Villa. Ma comunque finiscano queste due vicende sul piano formale, la sostanza è chiarissima: ed è che il declino iniziato con l’uscita dal Demanio dello Stato e con l’ingresso nella proprietà degli enti locali ha portato ad una privatizzazione oggi insostenibile per lo stesso privato, costretto o a tener chiuso o far quattrini in modi che umiliano il monumento e ne negano il senso profondo. Se fossimo un Paese serio, il Ministero per i Beni culturali dovrebbe raccogliere e pubblicare i dati che permettano di conoscere e valutare l’esito dei numerosissimi percorsi, del tutto analoghi, che altri monumenti pubblici capitali hanno dovuto compiere nello stesso numero di anni. Si scoprirebbe così che il disastro è diffuso, e forse si potrebbe avere la forza di tornare indietro, prendendo atto della realtà. Che è la seguente: nessun privato riesce a ricavare profitto dai grandi monumenti, se non a condizione di “violentarli”. Ed anche essendo disposti a farlo, i risultati sono modesti e in ultima analisi non tali da sostenere l’operazione. Bisogna avere il coraggio di prendere atto che in nessun luogo il patrimonio culturale si automantiene né tantomeno genera reddito (se non in senso indiretto). Come ben sanno i loro direttori, i grandi musei americani non incrementano, ma piuttosto “consumano”, i frutti dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari che li sostengono: e lo fanno per produrre “cultura”. Come ben sanno i cittadini di Monza, la Villa e il Parco possono rendere: ma in termini di umanità, felicità, coesione sociale. Se lo Stato tornasse ad essere interessato a questo tipo di dividendi, potrebbe decidere di investirci. Per secoli l’abbiamo fatto: il risultato si chiama Italia. O forse, così si chiamava.

Oggi riparte PresaDiretta, prima puntata sull’energia

Parte stasera, su Rai3, PresaDiretta, il programma di inchieste diretto e condotto da Riccardo Iacona.

La stagione si apre con un approfondimento sulle energie meno pulite: Fossile, il lungo addio. “Petrolio, gas e carbone tra i principali responsabili della produzione di CO2 e del cambiamento climatico, costano alle casse dello Stato circa 14 miliardi di euro l’anno in incentivi diretti e indiretti”, spiegano dalla trasmissione Rai. Le telecamere di PresaDiretta hanno viaggiato da nord a sud per scoprire le contraddizioni nelle scelte energetiche e le occasioni mancate per dotare il paese di una più ampia rete di produzione di energia pulita.

L’altro lato della medaglia seguirà poco dopo con “il punto sullo stato di salute delle energie rinnovabili, sulla ricerca e l’innovazione in questo campo e lo straordinario esempio delle ‘comunità energetiche’ che fanno del cittadino non solo un consumatore ma anche un produttore di energia pulita. Si tratta di microreti che producono e gestiscono in modo intelligente energia rinnovabile. Il risultato è un modello virtuoso: energia pulita e bollette sempre più leggere”, spiegano.

Ospite della prima puntata, Walter Ricciardi, ex presidente dell’istituto Superiore di Sanità (ente pubblico che si occupa di ricerca e controllo in ambito sanitario) che verrà intervistato da Iacona. Dimessosi il 19 dicembre scorso, Ricciardi (di cui Il Fatto Quotidiano ha già notato l’evidente conflitto di interesse essendo stato in rapporti con case farmaceutiche prima e durante il suo incarico) parlerà dei rapporti con il Governo e dei motivi che lo hanno spinto a lasciare l’Iss.

La seconda puntata intitolata “Bari, giustizia al capolinea”, si racconterà la situazione Tribunale del capoluogo pugliese che dalla scorsa estate è stato dichiarato inagibile. Da quel momento tutte le udienze si sono tenute, tra molte difficoltà, in alcune tende della Protezione Civile. Il risultato sono “migliaia di notifiche da rifare, appelli e sentenze rimandati”.

Ryder Cup, i soldi pubblici per rifare il club della Biagiotti

Le ragnatele agli angoli delle pareti, i calcinacci cadenti, le insegne demodè: oggi il Marco Simone Golf & Country club è un rinomato circolo della Capitale, che dimostra tutto il peso dei suoi anni e vive soprattutto di ricordi e del cognome illustre dei suoi proprietari, la famiglia Biagiotti. Fra un paio d’anni sarà uno dei club più importanti d’Europa, nuovo di zecca, con infrastrutture all’avanguardia e un futuro roseo davanti, grazie al torneo che ospiterà nel 2022 e soprattutto ai 10 milioni di euro di contributi (anche) pubblici che riceverà per questo. Miracoli della Ryder Cup.

Guidonia Montecelio: al chilometro 15 della via Nomentana che esce da Roma sorge il Marco Simone di Lavinia Biagiotti, figlia della stilista Laura. Qui nel settembre del 2022 si giocherà la Ryder Cup, torneo di golf tra le più importanti manifestazioni sportive del pianeta. Per la prima volta, finalmente, in Italia, grazie agli sforzi del presidente della FederGolf, Franco Chimenti. E ad un’offerta faraonica: nel 2016 il governo aveva stanziato 60 milioni di euro, più altri 100 a garanzia. “Stanziato” è un parolone: l’esecutivo a guida Pd (c’era Matteo Renzi, insieme al fedelissimo Luca Lotti come ministro dello Sport) aveva più che altro nascosto in una tabella della manovra i ricchi contributi. Dopo un polverone che aveva messo a rischio il torneo, il governo se l’era cavata approvando la garanzia a colpi di maggioranza e assicurando che neanche un centesimo sarebbe finito ai privati.

A due anni di distanza le cose non stanno proprio così, come hanno potuto constatare gli appassionati durante il primo “Open day” della Ryder, subito prima di Natale. Oltre 700 presenze (dal vivo sembravano meno), tanti golfisti provetti, i soliti amici degli amici, qualche avventore che prova ad avvicinarsi al golf come negli auspici della Federazione. C’eravamo anche noi del Fatto. Erba spelacchiata, campo stravolto tra cumuli di terra e recinzioni per i lavori già iniziati. Casolari fatiscenti e scoloriti, gli interni tirati a lucido per l’occasione ma neanche troppo. Gli unici spazi presentabili, guarda caso, sono quelli al piano inferiore del “Biagiotti store”, zeppo di prodotti griffati da acquistare. Qualcuno potrebbe affermare che il Marco Simone cade a pezzi, ma forse urterebbe l’orgoglio della signora Lavinia. Diciamo che semplicemente non è pronto: c’è molto da fare perché sia all’altezza del grande evento nel 2022. Ma i proprietari non sono spaventati: un po’ perché tutto procede da tabella di marcia (dev’essere pronto per fine 2020, nel 2021 ci sarà la prova generale con l’Open d’Italia), un po’ perché hanno già trovato i finanziamenti.

La ristrutturazione costerà circa 11 milioni di euro, e ricadrà anche sullo Stato nonostante le promesse. Formalmente i fondi governativi servono per aumentare il montepremi dell’Open (condizione imposta da Ryder Cup Europe). Di fatto, però, con la scusa di un canone di affitto del campo in vista del torneo, la Federgolf paga anche il suo restyling: il contratto di servizio è già partito, nel 2018 in cambio di un open day, un paio di uffici e una manciata di eventi con sponsor, dirigenti o studenti, la Fig ha sborsato un milione e mezzo. È un ente privato, ma sotto il controllo del Coni che contribuisce al bilancio per quasi il 50%: anche questi sono in un certo senso soldi pubblici. La cifra di qui al 2027 arriverà a 9,5 milioni di euro, ciò che serve per dotare il circolo di un avveniristico percorso di buche. Per completare l’opera mancano un paio di milioni da investire sulla club house, questi in capo ai proprietari: ancora non si sono visti.

A tali condizioni la Ryder sarebbe la fortuna di qualsiasi circolo. La farà solo del Marco Simone. Senza nessun bando o gara pubblica: la vulgata vuole che siano stati gli inglesi ad indicarlo, perché unico ad offrire “le caratteristiche idonee e la vista suggestiva di San Pietro”, ma loro hanno smentito. La sede è stata proposta dalla Federazione, sulla base di una ricerca dell’advisor IMG: il campo federale di Sutri era lontano, costruirne uno nuovo era rischioso (per tempi e costi), a Roma e dintorni non è che ci fossero grandi alternative. Sta di fatto che la scelta è caduta proprio sul club di Lavinia Biagiotti, inseritissima nel jet set (sua madre Laura era buona amica anche del n.1 del Coni, Giovanni Malagò). Per la Federazione è uno dei tanti mezzi giustificati dal fine, la Ryder Cup, il sogno del presidente Chimenti, il grande evento che dovrebbe rilanciare il movimento (e magari i conti federali, oggi in rosso proprio per le tante spese legate alla manifestazione). Per il Marco Simone e la Biagiotti, che potrà rifarsi il club di famiglia praticamente a costo zero, è come vincere alla lotteria.

Il Divo che commise il reato di associazione con la mafia

Subito dopo la morte di Falcone e Borsellino ho chiesto il trasferimento a Palermo. Ho avuto l’onore di guidare la procura di questa città per quasi sette anni. Nel contrasto all’ala militare di Cosa nostra i risultati sono stati imponenti: basti ricordare gli innumerevoli processi contro mafiosi “doc” conclusi con condanne per 650 ergastoli e un’infinità di anni di reclusione. Ma la mafia (tutti son bravi a dirlo, pochi a trarne le conseguenze sul piano investigativo) non è solo “coppola e lupara”. È anche complicità e collusioni assicurate da “colletti bianchi”. Ecco quindi vari processi contro imputati “eccellenti”. Fra gli altri Marcello Dell’Utri e Giulio Andreotti. Del primo (condannato in via definitiva a sette anni di reclusione) non si parla, se non quando vengon fuori i suoi problemi di salute. Del secondo è stata calpestata e fatta a pezzi la verità che emerge chiara dagli atti.

In primo grado c’è stata assoluzione, sia pure per insufficienza di prove. In Appello (mentre per i fatti successivi è stata confermata tale assoluzione) fino alla primavera del 1980 l’imputato è stato dichiarato colpevole, per aver commesso (sic!) il reato di associazione a delinquere con Cosa nostra. Il reato commesso è stato dichiarato prescritto, ma resta ovviamente commesso. La Cassazione ha confermato la sentenza d’appello e quindi anche la penale responsabilità dell’imputato fino al 1980. Processualmente è questa la verità definitiva ed irrevocabile. Ed è evidente che chi parla di “assoluzione” è fuori della realtà. Non esiste in natura, è una bestemmia la formula “assolto per aver commesso il reato”.

La corte d’Appello si è basata su prove sicure e riscontrate. Ad esempio, ha ritenuto provati due incontri del senatore con il “capo dei capi” di allora , Stefano Bontade, per discutere il caso di Pier Santi Mattarella, integerrimo capo della Dc siciliana, che pagò con la vita il coraggio di essersi opposto a Cosa nostra. La corte sottolinea tra l’altro che l’imputato ha “omesso di denunziare elementi utili a far luce [sull’omicidio] di cui era venuto a conoscenza in dipendenza dei suoi diretti contatti con i mafiosi”. Secondo la corte d’Appello, Andreotti ha contribuito “al rafforzamento della organizzazione criminale , inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale. Così realizzando “una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa apprezzabilmente protrattasi nel tempo”.

Chi ha nascosto o stravolto la verità – oltre a truffare il popolo italiano in nome del quale si pronunziano le sentenze – non ha voluto elaborare la memoria di ciò che è stato, perché teme il giudizio storico su come in una certa fase, almeno parzialmente, si è formato il consenso nel nostro Paese. Ma in questo modo si rende un pessimo servizio alla qualità della democrazia. Perché si finisce per legittimare (ieri, oggi e domani) la politica che ha rapporti con la mafia.

Il segno di Belzebù indelebile sul Paese

Come le mani disegnate in rosso sulle parete delle caverne ci dicono che l’uomo del Pleistocene passò da lì, così la gobba di Giulio Andreotti incisa sul cuoio della sua sedia al Senato ci ricorda che in un tempo remoto della Repubblica siamo stati tutti democristiani – volenti o nolenti, eretti o quadrumani – lungo un’era che gli archeologi del nostro tempo chiamano per l’appunto Andreottiana.

Il capostipite era più alto di quanto oggi si possa immaginare. Aveva un pallore da sagrestia su un volto senza labbra, le orecchie aguzze, il passo veloce e scivoloso. Dormiva poco. Usciva ogni mattina all’alba per la Messa. Faceva l’elemosina ai mendicanti raccolti sul sagrato. Mangiava in bianco. Vestiva oscuri completi Caraceni col panciotto. Soffriva di emicrania e di persistente disincanto. Nel raro tempo libero giocava a gin-rummy e collezionava campanelli. Nell’ampio tempo del lavoro accumulava nemici e segreti.

I nemici li ha seppelliti quasi tutti. I segreti invece sono diventati la nostra storia e il suo leggendario archivio, nutrito per molto più di mezzo secolo, da quando la sua giovinezza fu rinvenuta tra le mura vaticane da Alcide De Gasperi, futuro plenipotenziario della Democrazia Cristiana, più o meno mentre le bombe degli angloamericani violavano il sacro suolo di Roma città aperta, estate 1943, impolverando la stola di papa Pio XII.

A 24 anni Giulio stava già nel posto giusto, tra gli inchiostri dell’eterno potere e al cospetto della grande Storia, intraprendendone da allora i cospicui labirinti che lo condussero, tra maldicenze e applausi, a indossare 27 volte i panni di ministro, 7 volte la corona di presidente del Consiglio.

Per poi passare, a intermittenza, dalle luci dello statista alle ombre del grande vecchio, 27 volte inquisito dalla magistratura e 27 volte salvato dalle Camere che a maggioranza negavano l’autorizzazione a procedere. Salvo soffriggere, udienza dopo udienza, sul banco degli imputati del tribunale di Palermo, anno 1995, per il celebre bacio a Totò Riina, e poi su quello di Perugia, dove era accusato di essere il mandante dei quattro colpi di pistola con cui venne cancellato il giornalista romano Mino Pecorelli, suo acerrimo nemico, le sue imminenti rivelazioni sul caso Moro e su certi assegni finiti tra i velluti e i sughi della sua corrente, detta anche lei andreottiana.

Inciampi giudiziari mai davvero prescritti e che hanno nutrito la sua leggenda nera – passata per Piazza Fontana, i Servizi deviati, lo scandalo petroli, il Banco Ambrosiano, Gladio, la morte solitaria del generale Dalla Chiesa sull’asfalto di Palermo – ma anche il suo fatalismo romanesco di eterno sopravvissuto al suo stesso danno: “Preferisco tirare a campare che tirare le cuoia” come recitava la sua massima preferita, che poi era anche il cuore della sua politica, talmente malleabile da rendersi disponibile a destra e a sinistra, purché immobile sotto l’ombrello angloamericano e in cambio di un costante incasso elettorale che gli garantivano, guarda caso, i collegi del Lazio e della Sicilia. Oltre naturalmente alla benevolenza della Chiesa, i sette papi che conobbe in vita, lasciandosi ispirare da una fede mai troppo intransigente, disponibile all’umano peccato purché con l’Avemaria sempre incorporata. “Quando andavano insieme in chiesa – scrisse Montanelli – De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il prete”.

La zia, i libri, la chiesa e la proposta al cimitero

A dispetto del molto che avrebbe intrapreso, Giulio nasce fragile il 14 gennaio del 1919. Orfano di padre, cresce cagionevole aiutato da una vecchia zia e dalla piccola pensione della madre. Fa il chierichetto e lo studente modello. Si laurea in Giurisprudenza. Alla visita militare il medico lo scarta e gli pronostica sei mesi di vita. Racconterà: “Quando diventai la prima volta ministro gli telefonai per dirgli che ero ancora vivo, ma era morto lui”.

Diventa sottosegretario con De Gasperi nel 1947, entra in Parlamento l’anno dopo. Ci rimarrà per sempre. Sotto ai suoi governi è nata la Riforma sanitaria, è stato legalizzato l’aborto, firmato il Trattato di Maastricht. E dentro alla sua ombra l’Italia è diventata un Paese industriale, alfabetizzato, un po’ più europeo, un po’ meno cialtrone, al netto del clamoroso debito pubblico e delle quattro mafie.

A trent’anni si sposa, dichiarandosi a Donna Livia “mentre passeggiavamo in un cimitero”. Avrà quattro figli. Una sola segretaria, la mitica Enea. Una sola vocazione: “Non ama le vacanze – dirà la figlia Serena – non ama il mare, non ama le passeggiate. La verità è che se non fa politica si annoia”.

Amici scomodi e nemici uccisi sempre col sorriso

Diventandone il prototipo incorpora tutti i pregi e i difetti dei democristiani. Conosce la pazienza e la prudenza. Uccide gli avversari con estrema gentilezza e sorride per buona educazione. È in confidenza con Kissinger e ammira Arafat. Si commuove alla morte di Paolo VI e a quella di Alberto Sordi, che poi sarebbero il sacro e il profano della sua esistenza. Maneggia il potere in silenzio, come un gioco di prestigio. E i cattivi come fossero i buoni. Tra i banchieri d’avventura predilige il piduista Michele Sindona, quello del crack della Banca Privata, a cui aveva appena conferito il titolo di “salvatore della lira”, per poi guardarne imperturbabile il naufragio dentro a un caffè avvelenato, nella cella singola di San Vittore, detenuto per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Non ha amici, ma soci momentanei di cordata, mai Fanfani e De Mita, qualche volta Forlani, più spesso Cossiga che lo nominerà senatore a vita. Educa Gianni Letta a fargli da scudiero per poi affidargli il giovane pupillo piduista Luigi Bisignani. Tutti i suoi sottocapi sono tipi da prendere con le molle: Vittorio Sbardella, detto “lo squalo” mastica per lui il Lazio. Ciarrapico è il re del saluto romano, delle acque minerali e degli impicci da sbrogliare. Franco Evangelisti è il faccendiere di “A Fra’ chette serve?”. Cirino Pomicino, detto “’O ministro” digerirà a suo nome 42 processi e 40 assoluzioni. E naturalmente Salvo Lima, il suo alter ego in Sicilia, morto sparato tra i cassonetti di Mondello per ordine dei corleonesi, la mattina del 12 marzo 1992, alba della stagione delle stragi.

Esecuzione che cancellò il suo unico sogno inconcluso, quello di salire al Quirinale, indossare finalmente i panni di presidente della Repubblica e (forse) sistemare gli scheletri del suo notevole armadio. Cominciando dallo scandalo fondante, anno 1963, il tentato golpe di un certo generale De Lorenzo, capo dei servizi segreti, e la scomparsa dei fascicoli che aveva accumulato sui protagonisti della vita pubblica italiana. Archivio quanto mai avvelenato e formidabile arma di ricatto che proprio Andreotti, all’epoca ministro della Difesa, era incaricato di distruggere. E che invece sarebbe riemerso nelle molte nebbie future e persino nei dossier di Licio Gelli, il finto o vero titolare della loggia massonica P2, forse a fondamento di un suo potere sussidiario esercitato per conto (proprio) di chi li aveva maneggiati per primo.

Da Moro agli anni di B.: è lui il capo dei diavoli

“Livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria”, gli avrebbe scritto Aldo Moro dalla prigione brigatista, colmo di rancore e di rassegnazione per il nulla che il governo di solidarietà nazionale riuscì a fabbricare nei 55 giorni impiegati da Mario Moretti a eseguire la sentenza.

Bettino Craxi lo battezzo Belzebù, il capo dei diavoli. Lo temeva e forse lo ammirava, ma non imparò nulla dalla sua quieta imperturbabilità nelle aule di Giustizia e una volta inquisito da Mani pulite, strillò così tanto, da dichiararsi colpevole, pretendere l’impunità e finire latitante.

A differenza di quasi tutti, Andreotti non si lasciò sfiorare dalla volgarità delle tangenti, che lasciò volentieri alle mandibole dei suoi. Né dall’incantesimo delle notti romane. Una sola volta una nobildonna provò a trascinarlo sulla pista da ballo: “Non ho mai danzato con un presidente del Consiglio”, gli disse lei leziosa. “Neanch’io” rispose lui secco, allontanandosi.

Non capì il bianco e nero di Berlinguer e non prese mai sul serio i troppi colori di Berlusconi. Sopravvisse alla morte della Dc e di due repubbliche. Scrisse migliaia di pagine senza mai rivelare un segreto. Sembrava eterno. Sembrava un destino. Invece anche lui, uscendo di scena a 94 anni, incollato alla sedia e in piena luce, è diventato un altro anniversario del nostro buio.

“Referendum propositivi: l’idea è buona, la riforma no”

“Una buona idea mal realizzata”. La sintesi è di Gaetano Azzariti, professore ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma, perplesso dalla prima riforma costituzionale proposta dal governo gialloverde. Approderà in Parlamento il 16 gennaio e prevede –come da antica battaglia del ministro per i Rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, che conta convincere gli alleati – di istituire un referendum propositivo con ampi poteri: 500mila firme per lanciare la consultazione su una legge, se il Parlamento non la accoglie entro 18 mesi si va a referendum senza quorum, se invece le Camere legiferano cambiando – anche in minima parte – l’idea dei promotori, allora si torna alle urne per scegliere tra il testo originale e quello vagliato da deputati e senatori. Un modo per sollecitare la partecipazione, dice Fraccaro. Un tentativo di svuotare la democrazia rappresentativa, secondo chi contesta la riforma. E ieri, a conferma dei dubbi della Lega, è arrivato anche l’alt di Matteo Salvini al Tg3: “Coinvolgere i cittadini è fondamentale, ma un minimo di quorum bisogna metterlo altrimenti si alzano in 10 la mattina e decidono cosa fare”.

Professore Azzariti, lei che idea si è fatto della riforma voluta dal Movimento 5 Stelle?

Risponde a un’esigenza sentita, ovvero quella di una partecipazione più attiva degli elettori, ma deve essere ben perseguita, altrimenti si parte per ottenere qualcosa e si finisce per peggiorare la situazione.

Che cosa non va nella proposta?

Lo stesso Fraccaro ha detto che non c’è la volontà di contrapporre democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Bene, ma allora la legge così com’è non va. Per prima cosa c’è il problema del quorum.

Impossibile eliminarlo?

Io capisco che si voglia evitare, come avviene per i referendum abrogativi, che vinca sempre l’astensione. Ma qui non si tratta di abrogare una legge – dove male che vada rimane tutto com’è – ma di proporne una, non è una generica partecipazione popolare, ma la somma dimostrazione di sovranità. E non possiamo metterla nelle mani di esigue minoranze, che poi spesso sarebbero lobby o poteri forti.

Quindi il quorum deve restare.

Può essere ridotto – non di troppo, mi auguro – ma non deve essere abolito. Al di là di eventuali ragioni tecniche costituzionali, dovrebbe suggerirlo il buon senso.

Come valuta l’idea di contrapporre due testi, uno “popolare” e un parlamentare?

Questo è un altro problema. Ci metteremmo nelle mani dei promotori e sarebbe insopportabile. Non vedo come una situazione del genere si concili con le parole del ministro sulla mancata contrapposizione tra Camere e democrazia diretta.

Però il Parlamento potrebbe stravolgere la proposta originale, rendendola vana.

Si potrebbe individuare un organo terzo, come accade per i referendum abrogativi. Un giudice di Cassazione o, per esempio, della Consulta che stabilisce se il Parlamento ha stravolto malamente la proposta originale – e in quel caso si vota sul testo dei promotori – altrimenti si resta con quello. Anche perché un governo delegittimato dalle urne dovrebbe dimettersi: se in diciotto mesi si discutono dieci leggi popolari rischiamo la paralisi.

Così si ingolferebbe anche l’attività parlamentare?

Già oggi il Parlamento non fa altro che rispondere al governo, tra leggi delega, ratifica di trattati internazionali e decreti legge, che sono l’80 per cento dell’attività delle Camere. Se poi ci mettiamo una quantità eccessiva di leggi popolari da discutere si peggiorano le cose. Ma qui la soluzione è semplice: suggerirei di stabilire un numero massimo di proposte da discutere nei 18 mesi.

La riforma indica alcune materie su cui non si può proporre un referendum. Un limite necessario?

Serviranno miglioramenti. Sono limiti troppo generici: che vuol dire “rispettare i principi fondamentali della Costituzione?”. Persino la giurisprudenza interpreta diversamente alcuni articoli, figuriamoci la confusione che ne scaturirebbe.

Ci potrebbe pensare la Corte Costituzionale.

In questa riforma il ruolo della Corte va ripensato. È previsto che il comitato promotore possa appellarsi alla Consulta se il progetto di legge del Parlamento non è in linea col suo. Non ha senso: la Corte esprime giudizi su atti finali.

Un’altra legge che potrebbe arrivare in Parlamento entro pochi mesi è quella sulle autonomie regionali. Veneto, Lombardia e Emilia sono a buon punto. Il progetto non mina la solidarietà nazionale voluta dalla Costituzione?

Certamente andrà a scapito della solidarietà. Aspettiamo i testi definitivi, ma dare più soldi alle Regioni del Nord per funzioni fondamentali come scuola, sanità e ambiente crea uno scompenso nel Paese.

La Costituzione però permette percorsi di autonomia.

Sì, ma solo se sono compensati da un surplus di solidarietà, per non venir meno all’articolo 117.

Crede che alla fine questo surplus non ci sarà?

Sono accordi tra lo Stato e le singole Regioni autonomiste, non sarà previsto. Eppure lo Stato, quando tratta con Lombardia o Veneto, dovrebbe farlo anche per conto di tutte le altre Regioni.

Una secessione dei ricchi, quindi?

Che causerà un effetto ancor peggiore, ovvero una guerra tra poveri. Perché ogni Regione, non solo quelle del Nord, a quel punto chiederà qualcosa per sé, per far fronte allo squilibrio creato dalle autonomie.

Costa:“Trivelle, solo obblighi per scelte del governo di prima”

Sono di nuovo le trivelle a far infuriare attivisti a 5Stelle ed ambientalisti. Tutto nasce dalla pubblicazione, sul sito del ministero retto da Luigi Di Maio, del Bollettino degli idrocarburi che prorogava diverse concessioni. Potranno essere prelevate risorse a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, e nella vicina San Potito. A Sud hanno avuto luce verde tre permessi di ricerca in mare: due presso Santa Maria di Leuca, l’altro a Crotone. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa punta il dito contro il suo predecessore e spiega che l’ok del Mise sarebbe stato un “compimento amministrativo obbligato di un sí dato dal ministero dell’Ambiente del precedente governo”. “Quello che potevamo bloccare abbiamo bloccato”, ha detto Costa, il quale promette che non firmerà alcuna trivellazione. “Mi si accusa di aver autorizzato trivelle nel mar Ionio, ma è una bugia”, spiega lo stesso Di Maio, aggiungendo che “le ricerche di idrocarburi non sono trivellazioni, ed erano state autorizzate dal Governo precedente, e in particolare dal ministero dell’Ambiente del ministro Galletti”. Intanto il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano promette che impugnerà le nuove autorizzazioni rilasciate dal Mise.