Il Papa chiama i leader europei: “Dimostrate concreta solidarietà”

Dopo i vescovi, è arrivato ieri direttamente da Papa Francesco l’appello a far sbarcare i 49 migranti che da giorni sono a bordo delle navi delle ong Sea Watch e Professor Albrecht Penck. “Rivolgo un accorato appello ai leader europei, perché dimostrino concreta solidarietà nei confronti di queste persone”, ha detto Papa Bergoglio. Quello del pontefice è stato una sorta di Sos lanciato urbi et orbi per smuovere una situazione pesante e di sostanziale stallo. Il testo che il Papa ha preparato per l’Angelus è un concentrato di allegorie che rimandano alle cronache di questi giorni, in particolare alla via Crucis che misurano ogni giorno i migranti in fuga, alla ricerca di un avvenire migliore in Europa. “Ben diversa – ha detto ieri il Papa – è l’esperienza dei Magi. Venuti dall’Oriente, essi rappresentano tutti i popoli lontani dalla fede ebraica tradizionale. Eppure, si lasciano guidare dalla stella e affrontano un viaggio lungo e rischioso pur di approdare alla meta e conoscere la verità sul Messia. Erano aperti alla novità, e a loro si svela la più grande e sorprendente novità della storia: Dio fatto uomo”._

Medico, mense scolastiche e lavoro: i diritti negati ai richiedenti asilo senza residenza

“È nata una nuova categoria di persone: i semi-regolari”. E a generarla – afferma l’avvocato Guido Savio dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) – è stato il decreto legge sicurezza voluto da Matteo Salvini. Il punto è l’impossibilità, per i richiedenti asilo, di iscriversi all’anagrafe e accedere in via diretta ai tanti servizi alla residenza.

“I richiedenti asilo senza residenza anagrafica – continua Savio – non saranno degli irregolari ma dei regolari a metà. Pur essendo regolari hanno meno diritti e maggiori difficoltà ad accedere a una serie di servizi”. Quali? Il Fatto ha raccolto i pareri di associazioni e istituzioni e stilato un elenco di servizi che vedranno discriminati i richiedenti asilo. In alcuni casi non esiste una visione univoca. Di sicuro c’è che il decreto ha già provocato un caos interpretativo.

Lavoro e conti correnti L’accesso al lavoro per un richiedente asilo senza iscrizione all’anagrafe rischia di diventare impossibile. Diventa infatti molto difficile entrare nelle liste delle agenzie interinali che, infatti, richiedono il certificato di residenza. “Anche qualora fosse superato questo primo ostacolo, che potrebbe risultare insormontabile – spiegano fonti Cgil – resta un altro problema”. Le aziende infatti non possono pagare in contanti. Devono tracciare il pagamento. “Il datore di lavoro – continua la Cgil – richiede l’Iban per versare lo stipendio. Per avere l’Iban è necessario il conto corrente bancario. E per aprire un conto corrente è necessaria la residenza, peraltro necessaria anche per l’iscrizione a un centro per l’impiego”. Della stessa opinione l’Asgi: “Impedire di fatto l’iscrizione ai centri per l’impiego o l’apertura di un conto, finisce col diventare una forma di discriminazione ideologica nei confronti dei soli richiedenti asilo che non ha nulla a che vedere con la sicurezza”. Una soluzione potrebbe essere avere una carta Postepay. In più di un ufficio della Cgil in questi giorni si sono presentati richiedenti asilo, privi di iscrizione all’anagrafe, che, pur avendo ricevuto proposte di lavoro, non hanno potuto accettarle per l’impossibilità di avere un conto su cui versare lo stipendio.

Il medico di baseL’assessore ai servizi sociali del comune di Bari, Francesca Bottalico, è certa che anche se continueranno a essere garantite le urgenze attraverso i pronto soccorso, resta il problema dell’accesso diretto a un medico di medicina generale: “I richiedenti asilo non più iscritti all’anagrafe comunale perderanno questo diritto”. Ma non v’è ancora chiarezza. “Sul tema – continua l’assessore – abbiamo presentato un’interrogazione alla Asl per chiedere spiegazioni sugli effetti concreti del decreto”. Perplessità condivise dalla Onlus Progetto Arca che accoglie migranti nelle sue strutture: senza residenza anagrafica c’è il rischio che non sia possibile farsi prescrivere farmaci per cui è necessaria una prescrizione medica.

Mensa scolastica e asili Per questi servizi entra in ballo l’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), necessario da compilare, se si vuole beneficiare delle detrazioni. “Senza iscrizione anagrafica – spiega l’assessore barese Bottalico – non sarà possibile compilare questo indicatore. Di conseguenza, tutti i servizi a esso collegati, inclusi mense e asili nido, potranno essere erogati, sì, ma senza detrazioni. E quindi pagando il massimo della spesa”. Il che equivale, nella maggior parte dei casi, a non permettere l’accesso a mense e asili.

Borsa lavoro Tra i servizi finanziati dai Comuni ci sono anche le borse lavoro, i progetti di integrazione e inclusione sociale dei richiedenti asilo. Secondo la onlus Progetto Arca questo servizio, che è un requisito fondamentale e necessario per entrare nel mondo del lavoro, è “fortemente a rischio”.

Sar libica: le panzane maltesi, la furbizia italiana, l’ipocrisia Ue

“Se si fosse accettato di far sbarcare le navi delle due Ong sin dall’inizio senza chiarimenti, i bulli avrebbero vinto, mentre i paesi come Malta, che rispettano le leggi e salvano vite, sarebbero finiti per essere le vittime”. Parola del primo ministro maltese Joseph Muscat al 16esimo giorno di stallo per le navi Sea Eye e Sea Watch 3 e i 49 naufraghi a bordo. Pura propaganda. In realtà, sulla loro pelle si sta giocando l’ennesima battaglia sull’immigrazione irregolare – e sul consenso per le elezioni europee – ingaggiata in Europa e in Italia. Muscat, Salvini, Di Maio: ognuno ha la sua partita. Bruxelles inclusa. E ed è per questo che, da ben 17 notti, 39 maschi adulti e 10 tra donne e bambini restano in mare. Un anno fa sarebbe andata diversamente. A innescare questa situazione è stata l’Italia.

La zona Sar libica

La Libia ha dichiarato la propria zona di soccorso e recupero (zona Sar) nel giugno 2018. Che accade se un barcone viene soccorso in acque sar libiche? In base al trattato di Amburgo si chiede all’autorità nordafricana di coordinare i soccorsi e fornire un posto sicuro per lo sbarco dei naufraghi. La Libia – peraltro nelle attuali condizioni d’instabilità – non avrebbe potuto rivendicare una zona Sar se l’Italia non le avesse fornito, con il governo Gentiloni, motovedette e addestramento. È stato questo il modo in cui l’Italia è riuscita a obbligare chi presta i soccorsi a riportare i naufraghi in Libia.

Il porto insicuro

Da quando esiste la sua zona Sar, sosteniamo che la Libia è in condizioni di offrire un “porto sicuro”. L’ipocrisia delle formule burocratiche non può però modificare la realtà: non può offrire alcun porto sicuro perché non è un luogo sicuro. La Libia versa in condizioni di pericolosa instabilità, con ripetute violazioni dei diritti umani, inclusi stupri, torture e sequestri per i migranti, che si sottopongono a tutto questo per racimolare i soldi utili a raggiungere l’Ue. La verità è che l’Ue – con il grande aiuto dell’Italia – ha deciso che i migranti debbano essere restituiti ai loro aguzzini.

Ti affondo per salvarti

Con zona Sar e possibilità di indicare un porto sicuro, chi soccorre i migranti in acque Sar libiche ora deve coordinarsi con la Guardia Costiera nordafricana e consegnarli a Tripoli. E se la Guarda costiera libica individua un natante, oppure riceve un sos – quasi impossibile che accada, visto che i migranti scappano – invia le sue motovedette. Il Fatto ha rivelato quali sono, molto spesso, le modalità di salvataggio utilizzate dai marinai libici: poiché i migranti non hanno alcuna intenzione di ripiombare tra torture e stupri, si rifiutano di salire sulle motovedette. I libici a quel punto le affondano, trasbordando i migranti direttamente dal mare. A volte però tra le onde resta qualche cadavere: nel luglio 2018, oltre la sopravvissuta Josefa, che era moribonda, la Ong Proactiva recuperò il cadavere di una donna e un bambino. Sono questi i motivi per i quali Ong e migranti si rifiutano di coordinarsi con la Libia e si allontanano dalla sua area Sar dopo i soccorsi.

Questione politica

Il rifiuto di coordinarsi con la Libia sradica il soccorso dalle leggi del mare e lo porta nel territorio delle scelte politiche. L’obbligo della Ong era chiedere un porto alla Libia. E la Libia era obbligata a fornirlo. Nessun altro Stato ha l’obbligo di indicare un porto sicuro. La questione si sposta così sulla scelta che ogni singolo stato Ue – legittimamente – può operare in materia di immigrazione e sicurezza. E qui entra in ballo la propaganda.

Le menzogne di Malta

I maltesi sostengono che Sea Watch 3 e Sea Eye abbiano soccorso – anzi solo trasbordato – i migranti in acque più vicine all’Italia che a La Valletta. È falso. Il Fatto ieri ha pubblicato atti che dimostrano qualcosa di peggio: nell’agosto scorso Malta s’è rifiutata di soccorrere 190 naufraghi, nelle sue acque Sar, indirizzandoli all’Italia. Fu la nostra Guardia Costiera a salvarli da un naufragio certo in acque sar maltesi.

La guerra giallo-verde

Sulla pelle dei 49 naufraghi fermi da 17 giorni si consuma anche la guerra di governo tra Lega e M5S. Di Maio, strizzando l’occhio all’elettorato di sinistra, propone di accogliere solo donne e bambini – dieci persone – e Salvini nessuno. Posto che sarebbe disumano separare nuclei familiari, 10 persone sul piano della realtà non fanno la differenza, ma sul piano della propaganda sì. La pelle di questi 49 naufraghi è già il territorio della campagna elettorale europea.

La “guerra” Ue

Se la redistribuzione dei naufraghi su base europea fosse operativa, e si superasse il trattato di Dublino, che prevede la permanenza dei migranti nei luoghi di sbarco, la situazione muterebbe. Le principali coste d’approdo sono infatti quelle italiane e maltesi alle quali, prima della zona Sar libica, le convenzioni consentivano di richiedere il coordinamento dei soccorsi. La “guerra” sugli sbarchi nasce anche da questo: Bruxelles non è meno ipocrita e disumana di Roma o La Valletta.

Salvini tira dritto contro M5S. “Di migranti ne prendo zero”

Prima gli italiani. Anzi, prima lui, Matteo Salvini, e la sua voglia di stravincere le elezioni europee. Nel giorno dell’Epifania, il leader della Lega alza di nuovo la voce con l’Europa ma soprattutto con i coinquilini di governo, i Cinque Stelle, facendo leva innanzitutto sui 49 migranti ancora intrappolati su due navi davanti Malta. “Ne prendiamo zero, abbiamo già dato” scandisce in una diretta su Facebook nel tardo pomeriggio.

E tanti saluti a Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che vorrebbero accogliere almeno donne e bambini, e poi redistribuire gli altri migranti tra i vari Paesi europei. E che già oggi potrebbero convocare l’ambasciatrice di Malta in Italia, come segnale rumoroso. Perché ieri il premier e Di Maio si sono sentiti più volte. Però poi c’è lui, Salvini, deciso a spezzare l’asse di governo tra 5Stelle. “Sui migranti decido io, qui non arriva nessuno” aveva già fatto sapere il ministro dell’Interno in mattinata, in un colloquio con Il Messaggero. E infatti poche ore dopo Di Maio aveva provato a frenarlo, a tenere il punto: “Sulle navi decide tutto il governo. Io sono per la linea dell’esecutivo sull’immigrazione, dico solo che donne e bambini li prendiamo”. E invece no: “zero” giura Salvini nella mezz’ora di diretta dal ministero dell’Interno, “perché se cediamo il 6 gennaio, il 7 gennaio siamo da capo. E poi le ong continuano ad aiutare i trafficanti di esseri umani”. Ergo è muro totale, annunciato senza avvertire prima nè di Maio e tanto meno Conte: silente da giorni, ma attivo con il suo consigliere diplomatico per convincere altri Paesi a ospitare i migranti al largo di Malta.

E d’altronde il ministro dell’Interno non è in giornata di mediazioni. La linea è seminare colpi ai 5Stelle. Lo prova anche una frase al curaro rilasciata al Messaggero su Alessandro Di Battista: “Sono contento che sia tornato dalla sua vacanza, così ci dà una mano”. E lo conferma la stilettata sul referendum propositivo proposto dal M5S, che piazza in giornata in un’intervista al Tg3: “Coinvolgere i cittadini è fondamentale, però un minimo di quorum bisogna metterlo altrimenti qui si alzano in dieci la mattina e decidono cosa fare”. E non a caso il padre delle riforme a 5Stelle, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, gli risponde subito: “Il contratto di governo prevede espressamente di cancellare il quorum, proprio per incentivare la partecipazione attiva. E comunque sulle riforme costituzionali la centralità spetta al Parlamento e non al governo. Saranno le Camere, non Salvini né Fraccaro, a deliberare in merito”.

Però gli stracci continuano a volare. Perché su Facebook Salvini ricorda ai contraenti che devono fare i bravi: “Io ringrazio i Cinque stelle con cui cercano di farci litigare ma con me non attacca, basta che si rispettano gli impegni. Certo, siamo solo agli inizi: sono sicuro che lo stesso impegno ci sarà sulla legittima difesa e non ci saranno scherzi in Parlamento…”.

E il messaggio è chiaro: controllate i possibili dissidenti. Pochi, ad occhio, ma nervosi. Ma fonti vicine a Di Maio al Fatto rispondono così: “Non ci saranno scherzi sulla legittima difesa, ma ci aspettiamo la stessa lealtà su altri punti del contratto, ossia sul referedum propositivo e sul taglio agli stipendi dei parlamentari”. Poi c’è la pancia del M5S, dove lo ripetono in diversi: “Salvini ha iniziato la campagna elettorale per le Europee”. Però in mezzo ai cattivi pensieri resta il dato di un governo che nella sera del 6 gennaio va in ordine sparso, innanzitutto sui migranti. “Possono fare appelli, Fabio Fazio, il vescovo, il cantante, il calciatore, ma io rispondo a 60milioni di italiani che hanno diritto a un Paese in cui si entra se si ha il diritto” ripete Salvini.

E anche il passaggio sui vescovi segna un’altra differenza con Di Maio e Conte, che sentono e soffrono lo sguardo critico, della Chiesa. Solo nell’attacco alle Ong e all’Europa che si gira dall’altra parte i gialloverdi ritrovano unità. E del resto, argomenta un big del M5S, “se la Ue continua così non fa che rafforzarlo Salvini”. Ma ora che si fa? “Serve Conte” sospirano dal Movimento. Il premier che dalla trattativa con l’Europa è uscito molto più forte, e che ormai è visto come l’unico, vero frangiflutti per arginare Salvini.

Intanto i dannati della Sea Watch e della Sea Eye rimangono dov’erano. “Il tempo peggiorerà, mandare una nave dall’Italia ora sarebbe difficile” spiegava ieri una fonte di governo. Convinta che “ormai Malta dovrà rassegnarsi a farli sbarcare”.

Ma mi faccia il piacere

Gelosone. “Un’altra velina ingrata. Come la mamma. Silvio tradito da Barbara. Dopo la lettera di Veronica a Repubblica, la figlia del Cav scrive a Travaglio” (Renato Farina, Libero, 6.1). Dai, su, Betulla, non fare così: se la smetti di fare la spia, magari Barbara scrive anche a te.

Senti chi pirla/1. “’Così curo l’anima dei miei concittadini. Nel paese dove il sindaco vieta la cattiveria. A Luzzara, provincia di Reggio Emilia, una nuova ordinanza punisce ‘le manifestazioni di rabbia e rancore’. Gli abitanti: ‘Bella iniziativa’. Il sindaco Andrea Costa (Pd): ‘Dovevamo dare un segnale. La rabbia è dappertutto. Ci circonda. Voglio prendermi cura anche dell’anima dei miei concittadini. Era da un po’ che ci stavo pensando. Volevo scrivere qualcosa contro la cattiveria. Sono preoccupato dell’aria che tira. Basta aprire un social. Basta assistere a un qualsiasi dibattito televisivo. La prevaricazione è diventata la cifra del nostro tempo. Si è persa qualsiasi empatia…” (La Stampa, 6.1.2019). “@matteosalvinimi @luigidimaio @giuseppeconte pericolosi pagliacci” (Andrea Costa, sindaco di Luzzara e segretario Pd Reggio Emilia, Twitter, 23.12). “È abbastanza semplice da dire: al Ministero degli Interni c’è un coglione pericoloso” (Andrea Costa, Twitter, 26.12). “Ormai è chiaro, il pagliaccio ministro degli Interni @matteosalvinimi punta alla infermità mentale per uno sconto di pena. Non accadrà: dovrai rendere conto delle tue boiate senza attenuanti” (Andrea Costa, Twitter, 27.12). E noi già ci sentiamo tutti buoni.

Senti chi pirla/2. “Se i sindaci disobbedissero si arriverebbe all’anarchia. Sarebbe un messaggiuo devastante per le istituzioni e i cittadini” (Maria Elisabetta Alberti Casellati, FI, presidente del Senato, Corriere della sera, 6.1). Tipo una parlamentare, una a caso, la Casellati, che manifesta davanti al Tribunale di Milano contro i processi a Berlusconi.

Sobborghi. “Il taglio agli stipendi dei parlamentari nel contratto non c’è. In politica servono i migliori, non gli scappati di casa” (Claudio Borghi. Lega, presidente commissione Bilancio della Camera, Repubblica, 3.1). E tu allora che ci fai lì?

Tutto d’un prezzo.“Io non sono come gli altri: se gli italiani diranno No, prendo la borsettina e torno a casa” (Matteo Renzi, Pd, Quinta colonna, Rete4, 25.1.2016).
“Se mi va male, vado via subito e non mi vedrete più” (Renzi, 20.3.2016). “Se perdo il referendum, io non solo vado a casa, ma smetto di far politica” (Renzi, Repubblica tv, 18.11.2016). “Al governo ci posso anche tornare: sono molto fiero e contento delle cose che ho fatto” (Renzi, Oggi, 2.1).

Una vita in vuotanza. “Come reagire alla ‘vuotanza’?… Combatto una battaglia culturale. Ho storie gonfie di fantasia da raccontare” (Renzi, Il Foglio, 3.1). Mangiato pesante anche a Capodanno, eh?

L’ultimo giapponese. “Attorno a Renzi si è creato un clima di odio che prescinde dai suoi demeriti e dai suoi meriti” (Aldo Cazzullo, Corriere, 4.1). Tranquillo, Aldo, Lui lo sa che almeno tu gli vuoi tanto bene.

La supercazzola brematurata. “I Criceti di Satana col loro globalismo irenico promuovono il tribalismo malthusiano omicida mirando a pulizie etniche su scala mondiale per assecondare i bisogni edonistici di élite sociopatiche” (Luciano Barra Caracciolo, Lega, sottosegretario Affari Europei, Twitter, 23.12). Con scappellamento a destra.

Ballusti. “Freccero è riuscito alla sua veneranda età… a prendere per i fondelli, ben pagato, Di Maio e Salvini” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 6.1). Infatti lavora gratis.

Fake Inps. “Inps e Inail, si preparano i commissari” (Corriere della Sera, 5.1).“Reddito, il governo non si fida: un commissario per Inps e Inail” (Repubblica, 5.1). “Via Boeri, per Inps e Inail arrivano due commissari” (Messaggero, 5.1). “Inps e Inail verso il commissariamento” (La Stampa, 5.1). “Le mani su Inps e Inail. I gialloverdi pronti a inviare i commissari” (il Giornale, 5.1). La nuova legge di Murphy: quando leggete la stessa notizia su questi cinque giornali, è falsa.

Fake Dibba. “Di Maio vuole arruolare Di Battista: commissario Ue o braccio destro di Conte” (La Stampa, 30.12). “La folle idea dei grillini: piazzare Di Battista al ministero degli Esteri. Si parla anche di un ruolo all’Ue” (il Giornale, 31.12). Ma anche solo su questi due.

I titoli della settimana. “La rivolta dei gilet azzurri” (il Giornale, 30.12). “Forza Italia indossa il gilet: in piazza il 26-27 gennaio” (il Giornale, 3.1). Che tristezza: sembra ieri che era gradito il tubino nero.

La tombola, una vera arte quasi scomparsa

Era abitudine napoletana trascorrere la notte fra la Vigilia e il Natale giuocando a tombola. Ciascun convitato al cenone “di magro” (con ricchi piatti di pesce, e l’anguilla fritta detta capitone) aveva una cartella con quindici numeri. Il croupier li estraeva da un panierino. La tombola era vinta da chi avesse conseguito sei punti; a differenza del lotto, onde deriva, nel quale il punteggio massimo è la cinquina; in napoletano, lingua latineggiante, denominata quintina.

La tombola era praticata anche di là dalla santa notte. La riffa (dallo spagnuolo rifar, sorteggiare) si giuocava di continuo nei bassi, i terranei della plebe, dotati d’una sola apertura, la porta. L’animatore del giuoco era per tradizione un femmeniello, un travestito. Nell’antica Napoli i femmenielli erano considerati portatori di buon augurio, e non dovevano mancare, spandenti il loro auspicio, a ogni festa di matrimonio. Arcaicissmo residuo pagano: una delle più venerate divinità trapiantatesi in Italia era Cibele, la Magna Mater d’origine anatolica. Il suo culto era celebrato dai Galli, sacerdoti eunuchi, i quali l’accompagnavano con strepito festivo. I loro strumenti erano il crotalum, che oggi chiamiamo le nacchere, e il sistro, la bacchetta bronzea o lignea alla quale sono attaccati campanelli, che diventerà il tamburello. Sono quelli della Tarantella, e accompagnano le danze della Piedigrotta, altra festa che, prima di essere della Madonna, era dionisiaca e priapica. Allo steso modo le progenitrici della Madonna sono Iside e Cibele.

Il lotto venne istituito a Genova nel Cinquecento, ma dev’essere anch’esso arcaico. Soprattutto per il simbolismo numerico che ne è alla base, risalente alla civiltà babilonese. Ogni numero ha molti significati, ed esprime oggetti materiali, personaggi, concetti. I sogni vanno interpretati; specialisti nell’interpretazione erano monaci mendicanti, come il Giuseppe Vella, protagonista del Consiglio d’Egitto di Sciascia. Il rapporto fra cosa sognata e numero è in tale mitologia complesso ma effettivo: la Smorfia, il vocabolo napoletano designante l’interpretazione, deriva dal dio dei sogni, Morfeo; e l’arte interpretativa è detta Cabbala: la parola ebraica, indicante una numerologia segreta delle Scritture, significa anche in italiano un imbroglio, una congiura, oltre che la lettura simbolica dei numeri. Lotto deriva dall’etimo germanico Lot, la sorte.

I femmenielli non solo conoscevano profondamente la Smorfia; sapevano tessere complicate storie durante l’estrazione, collegando significato a significato con ponti narrativi. Il numero estratto non veniva mai pronunciato, ma simbolicamente designato. Faccio un esempio, pur traducendolo. “Una donna brutta (49) incontra per strada un bellissimo ragazzo (24) a braccetto di una bella giovane (21), ne prova enorme invidia (89) e lancia loro la malasorte (18)”. Tutto questo alla velocità di una mitragliatrice, e con altri interludi narrativi estemporanei… I partecipanti, intesi della dottrina, dovevano fulmineamente cogliere tutto. I numeri favoriti di quest’epopea sono, ovviamente, quelli attinenti all’eros: il cazzo (29), il culo (16), la vagina (6), le palle (30), nei loro infiniti sinonimi…

Quest’arte è quasi scomparsa. Un attore geniale e intraprendente, Gino Curcione, si veste da donna e recita (al Teatro Sannazaro) La scostumatissima tombola napoletana. Va avanti per ore, canta, fa cantare, e coinvolge fra risate il pubblico per ore. Vivente archeologia.

 

Quanti italiani ha portato in libreria la serie “Geniale”?

Capita di sentir dire “Ah, L’Amica Geniale? Ho visto la serie. Sai che dopo ci hanno fatto anche il libro?”. E così il successo sullo schermo annulla la consequenzialità, anche se il libro in questione è stato pubblicato sette anni prima ed è già stato un caso editoriale. L’ultimo episodio della prima stagione de L’Amica Geniale è stato trasmesso su Rai Uno a metà dicembre. Il primo, il 27 novembre. In mezzo, centinaia di migliaia di copie vendute e un dato: la tv, se ben fatta, può portare le persone in libreria.

Sette milioni di italiani ne hanno seguito gli otto episodi (costati 3 milioni di euro), ragazzi e ragazze si sono legati alla Rai come a Netflix. Non accadeva da tempo (il confronto, in Rai, è solo con Montalbano e, quindi, Camilleri) che un’opera letteraria italiana e di alta qualità arrivasse in tv e coinvolgesse un così vasto pubblico. Anche perché non si tratta di Cinquanta sfumature di grigio né di Harry Potter (che comunque hanno avuto la loro fortuna visual prima sul grande schermo) ma di una storia di donne, di una città del Sud, dell’Italia e del suo passato. E soprattutto, di un talento italiano contemporaneo di scrittura che ha superato i confini per diventare un best seller mondiale.

La curiosità, allora, è la seguente: quanto ha influito la trasposizione in serie tv de L’Amica Geniale sulla vendita dell’opera di Elena Ferrante (di cui non si conosce l’identità) in Italia, il paese dove sei abitanti su dieci non leggono neanche un libro l’anno? La serie, la Rai, sono riuscite a portare il grande pubblico in libreria? A guardare i dati, pare di sì. Il primo volume della quadrilogia – che si intitola proprio L’Amica Geniale – a inizio novembre, quando la serie era ormai reduce dal successo della Mostra del Cinema di Venezia e dei primi due episodi proiettati in alcune sale cinematografiche d’Italia, ha venduto circa 4.121 copie (numeri Nielsen, che escludono la grande distribuzione, quindi Autogrill e supermercati). Da quel momento, più si parlava dell’arrivo degli episodi in Rai, previsti per il 27 novembre, più copie venivano vendute. Nella settimana tra l’11 e il 17 novembre in libreria vengono vendute 4.325 copie, in quella successiva si raggiunge quota 5.046. Il 27 novembre, poi, viene trasmesso finalmente il primo episodio: le vendite del volume schizzano a oltre 10mila copie, doppiando il traguardo precedente. Nella stessa settimana del 2017, le vendite si erano fermate a 1.062.

Di episodio in episodio, l’escalation: in pieno dicembre, 15mila copie, poi 24mila. Nella settimana di Natale, complici i regali, L’Amica Geniale vende poco più di 51mila copie (e doppia di fatto Cleopatra, l’ultimo libro di Alberto Angela), 26mila quella successiva. Nel 2017 si era fermata rispettivamente a 8.969 e 3.479 copie. Il totale è impressionante: nel solo mese di dicembre, il titolo ha venduto almeno 141.939 copie. Anche se con numeri minori, il primo episodio della saga ha spinto anche le vendite degli altri volumi. Se nelle prime settimane di novembre le copie erano in linea con le vendite del 2017, il secondo volume Storia del nuovo cognome nella settimana che precede la messa in onda passa da 1.895 copie a 3.386.

In quella della messa in onda sale ancora a 4.496, poi a 8.257. A Natale il secondo volume della Ferrante (il costo medio di ogni libro è circa 18 euro) vende 22.203 copie, quella successiva 12.330 (erano 1.441 nel 2017). Storia di chi fugge e chi resta, invece, è il terzo libro della serie. Nello stesso periodo del 2017 aveva venduto in media mille copie. Parallelamente alla messa in onda in tv i numeri salgono fino a 10.688 copie del periodo natalizio e alle 7.484 della settimana successiva. Simile l’andamento dell’ultimo volume, Storia della bambina perduta: 9.010 copie a Natale e 6.109 la settimana dopo (è ipotizzabile che questi due numeri indichino chi abbia scelto e avuto la possibilità di regalare e acquistare tutti e quattro i volumi). Insomma, un successo editoriale: l’insieme dei volumi, tra novembre e dicembre, ha fatto stampare e diffondere alla casa editrice E/O 256.798 copie della quadrilogia. E sull’intero anno, il dato, può solo aumentare. D’altronde, prima ancora della trasposizione televisiva, la Ferrante era già un’autrice da più di 10 milioni di copie nel mondo.

Tra l’orrore nazista o negli Usa in crisi: l’anno che leggeremo

Sul numero di ieri vi abbiamo proposto le uscite cinematografiche e le serie tv da vedere in questo 2019 appena cominciato. Oggi vi offriamo qualche spunto di (buona) lettura.

Se fra i propositi di capodanno avete inserito la lettura, una carrellata delle più importanti uscite del 2019 potrebbe esservi utile. Si comincia con Michel Houellebecq. La Nave di Teseo pubblica Serotonina il 10 gennaio: romanzo tossico nel quale, grazie alle pillole di Captorix, Florent-Claude Labrouste, 46enne funzionario del ministero dell’Agricoltura, riesce a troncare una torbida relazione e ad affrontare la vita, la crisi dell’industria agricola francese, la deriva della classe media. Quella piccola compressa bianca “ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente”.

A fine gennaio risponde Rizzoli con Il viaggiatore di Ulrich Boschwitz, romanzo scritto nel 1938 e pubblicato in Germania per la prima volta l’anno scorso: Otto Silbermann, ebreo vittima delle prime persecuzioni naziste si mette su un treno con una valigia piena di soldi, nella speranza di rimanere invisibile. Un testo in presa diretta di una situazione di emergenza, fra la compassione dei pochi e il disinteresse delle masse.

Sul fronte teutonico punta anche Sellerio, con Il mondo migliore di Uwe Timm, insignito lo scorso anno dallo Schillerpreis. Siamo nel 1945, i giorni di maggio della fine della guerra, dove si piange sulle macerie e si sogna della ricostruzione.

Guerra e nazismo rivestono un ruolo centrale anche nella proposta di Nutrimenti a marzo: Miljenko Jergovic, uno dei maggiori autori di area slava, nel suo Ruta Tannenbaum s’ispira alla vicenda di Lea Deutsch, la Shirley Temple dei Balcani, morta a 16 anni mentre veniva deportata ad Auschwitz.

In primavera NNE propone Jesmyn Ward, con Canta, spirito, canta, National Book Award del 2017 e libro dell’anno per Time e New York Times, seconda puntanta della trilogia di Bois Sauvage.

Anche Sur punta ad aprile su un giovane scrittore americano: il 27enne Nana Adjei-Brenyah sta scalando le classifiche del New Tork Times con Friday Black, ritratto distopico degli Stati Uniti, dove la diseguaglianza di classe e il consumismo vengono portati alle conseguenze più estreme.

Uno spaccato della società americana dalla prospettiva di uno dei suoi protagonisti più carismatici e autentici lo fornisce Jonathan Eig in Ali, la vita, che 66th&2nd pubblicherà a maggio: molto più che una biografia di un campione di boxe.

Feltrinelli attende giugno per giocare il carico (per lo meno della narrativa straniera): Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh racconta la storia grottesca e agrodolce di una donna coinvolta in un esperimento di ibernazione narcotica, nelle grinfie di un pessimo psichiatra.

A settembre LaNuovaFrontiera ripropone Valeria Luiselli, con Lost Children Archive, due percorsi di viaggio, uno da New York verso sud e l’altro dal Messico verso gli Usa, che finiranno per intrecciarsi.

Suscita curiosità una nuova collana che Joe Lansdale curerà per Giulio Perrone Editore, con i ripescaggi dei romanzi americani di Barrett jr, Shiner, Wortham. E la proposta australiana della neonata Jimenez Edizioni: La grande occasione di Martin Sparrow, di Peter Cochrane.

E per una volta, dopo gli italiani. La narrativa nostrana prevede qualche solito noto molto atteso e alcune possibili sorprese. Fra i primi il tris di Einaudi: Gianrico Carofiglio, Michela Marzano, Marco Missiroli. L’ultimo parrebbe quello con la domanda tematica più forte nel suo Fedeltà: basta resistere a una tentazione per essere fedeli o quella rinuncia tradisce noi stessi?

Pronta per la classifica la flotta Sellerio. A gennaio esce Antonio Manzini con Rien ne va plus, protagonista sempre Schiavone, che si confronta non soltanto con una rapina e un omicidio, ma con un inconfessabile segreto. A seguire Alessandro Robecchi a marzo, Marco Malvaldi ad aprile e doppio Andrea Camilleri a marzo e fine maggio.

Classifica abbastanza scontata anche per Chiara Gamberale, con L’isola dell’abbandono (Feltrinelli), in uscita a febbraio.

Fra le sorprese si potrebbe scommettere su gli esordienti Fabio Bacà, Benevolenza cosmica (Adelphi), Emanuele Altissimo, Luce rubata al giorno (Bompiani) e Pier Paolo Giannubilo, Il risolutore (Rizzoli) – che viene lanciato sulla falsa riga di Carrère; sull’oriundo Adrian Bravi, L’idioma perduto (Exorma); Andrea Zandomeneghi, Il giorno della nutria (Tunué); Andrea Biscaro, Lady Peg (Graphe.it); Francesco Cantù, Solo un fiume a separarci (minimum

fax).

Per gli intenditori alcuni nomi garantiti: Cristiano Cavina, Ottanta rose mezz’ora (Marcos y marcos); Claudia Durastanti, La straniera (Nave di Teseo); Chiara Marchelli, La memoria della cenere (NNE); Francesca Capossele, Nel caso non mi riconoscessi (Playground), Arturo Belluardo, Calafiore (Nutrimenti) e Mimmo Gangemi, Marzo per gli agnelli (Piemme).

“Convinsi Brando a girare. Allen è una persona rara ma devo tutto a Bernardo”

La luce con Vittorio Storaro non avvolge e illumina solo i film; la luce con lui diventa un’esperienza filosofica, una ricerca religiosa (“A Kathmandu con Bertolucci ho pensato: ‘Qui possiamo comprendere il senso della nostra vita. E siamo pure pagati’”), una crescita artistica, con Caravaggio protagonista (“Quando ho scoperto la sua opera, la mia vita è cambiata. Volevo smettere di girare”), o il confronto con gli dei del cinema (“La scena ombra e luce di Apocalypse now è nata insieme a Brando dopo alcuni giorni di crisi. Solo lui poteva girarla così”). E la luce lo ha illuminato sul palco degli Oscar, ben tre come miglior fotografia, il primo proprio con Apocalypse Now, poi Reds e L’ultimo imperatore. È il maestro, come dicono a Hollywood (e non solo lì), e tutto dopo essere partito “da una famiglia modesta; come dice mia moglie, ‘ci siamo sposati giusto con lo spazzolino da denti’”.

Origini modeste, dice.

Meglio dire “povere”: quando ho iniziato a studiare fotografia, la mattina la passavo sulla teoria, mentre il pomeriggio, per potermi mantenere, lavoravo dentro un laboratorio fotografico. Però alla fine sono anche entrato al Centro Sperimentale.

Primi contatti con il cinema da giovanissimo.

A 21 anni Marco Scarpelli (storico direttore della fotografia) iniziò a propormi qualche lavoro. Rifiutavo. Non mi sentivo pronto.

Come si è avvicinato al suo mondo?

Anche grazie a mio padre, proiezionista alla Lux.

Il suo esordio.

Dopo anni di esperienza da operatore, il debutto come autore della fotografia arriva nel 1968 grazie a Giovinezza giovinezza di Franco Rossi, e lì in qualche modo mi sentivo tranquillo, sicuro di quanto avevo studiato e appreso dal vivo; ed è stato meraviglioso, tanto che due giorni prima della “fine riprese”, sono scoppiato a piangere. Mi vede l’aiuto regista: “Cos’hai?”. “Tra poco sarà tutto finito ”. “Tranquillo, è il cinema”.

Nel tempo ha riprovato quelle sensazioni?

All’epoca non credevo, poi mi ha chiamato Bernardo (Bertolucci) e offerto gli stimoli giusti, in particolare con Il conformista, negli anni diventato il film più studiato al mondo, specialmente nelle università americane. Anche per Francis Coppola è una pellicola centrale.

Lei con Coppola ha vinto il primo Oscar.

Appunto, grazie a Il conformista: lo vide a New York, poi pretese una copia in sedici millimetri; lo proiettava nei momenti di cattivo umore, a colleghi e amici; poi mi ha chiamato.

Bertolucci.

L’ho visto all’opera nel 1964, e appena conosciuto rimasi sconvolto: scriveva con la macchina da presa, era incredibile ammirarlo sul set, come si muoveva, i tempi, la gestualità. Rimasi scioccato. E per anni rifiutai di debuttare nella direzione della fotografia: prima volevo raggiungere quel livello.

Era il set di “Prima della rivoluzione”…

Ingaggiato come operatore di macchina: film arrivato dopo un lungo periodo a casa durante il quale ho studiato, poi un amico chiama: “C’è un giovane regista, molto bravo, e tra poco inizia le riprese”. Accettai, dovevo guadagnare.

L’incontro chiave…

Sempre Bernardo, a lui devo tutto, e come dicevo, le sue qualità le ho intuite subito, e piano piano abbiamo affinato la nostra complicità: lui metteva in scena in modo cosciente e suggeriva in modo inconscio; allo stesso tempo, io tramutavo in luce e in ombra le sue indicazioni; il tutto molto naturalmente, e dopo attenta psicoanalisi.

Bertolucci subì attacchi per la scena del burro in “Ultimo tango a Parigi”.

Un anno fa mi chiamano delle persone: “Hai visto che ha combinato il tuo amico Bernardo?”, “Cosa?”. “Ha incitato Brando a stuprare davvero in scena Maria Schneider”.

E lei?

Ho risposto e rispondo che non è possibile: io ero lì, e quella sequenza è nel copione: tutti sapevano.

Compresa la Schneider.

Consapevole di quel tipo di percorso e ricordo esattamente quella mattina, ogni attimo da quando sono arrivato per preparare le luci del set.

Un giorno particolare…

Perché Brando preferiva una sola inquadratura, non amava ripetere due volte la scena con differenti angolature; quindi Bernardo puntava la cinepresa sui due attori, mentre la secondaria, con il primo piano di lei, era sulle mie spalle. Ero a un metro e mezzo da loro. E Marlon non si è mai sbottonato i pantaloni.

Recitazione pura.

Se crediamo a tutto quello che vediamo sullo schermo, allora Brando è morto su un terrazzo di Parigi nel 1972.

Il rapporto tra Brando e Bertolucci.

Marlon in quel periodo aveva sbagliato un paio di film e Il padrino doveva uscire. Era in difficoltà. Anche Bernardo aveva perso Trintignant, troppo impegnato. Insieme passano due settimane a Los Angeles, si parlano, guardano Il conformista, alla fine Marlon accetta, a una condizione: “Aspetta sei mesi, ho alcuni problemi familiari”. Tutto slitta da metà agosto a metà gennaio, e per me è una fortuna: potevo affiancare la luce artificiale a quella naturale.

Sì, ma loro due?

Tutti i giorni, prima di girare, si incontravano per sviluppare il personaggio. Era un perenne confronto, limavano.

Bertolucci come reagì alle polemiche?

Ha avuto il pudore di non andare a Cannes per il restauro di Ultimo tango a Parigi, temeva domande stupide.

Lei ultimamente lavora con Woody Allen, anche lui entrato nel giro delle accuse.

Ci ho girato tre film, lo conosco molto bene…

E…

Tempo fa una giornalista di Variety gli chiede un giudizio su Weinstein, lui risponde con “non so cosa sia successo, se è vero è molto grave. Temo solo per sua moglie, i figli e una possibile caccia alle streghe”. Termina la frase, la giornalista sentenzia: “Non andrò a vedere il suo film, non ne parlerò, inviterò tutti a evitarlo e so che deve andare a Parigi: ci resti con Polanski”.

Condannato a priori.

Amazon blocca la distribuzione di A rainy day in New York già pronto per l’uscita, nessuna promozione, non entra nelle nomination nonostante ne avesse le possibilità. Non solo: Woody gira un film l’anno ma gli hanno consigliato di fermarsi perché le attrici potrebbero rifiutarsi di stare su un set con lui, temono attacchi dalle colleghe. Il prossimo film, già scritto, lo gireremo in Europa..

Lei è sconfortato.

Hanno rallentato un’industria.

C’è separazione tra uomo e artista?

Ognuno è ciò che è a seconda di come si esprime. Comunque 20 anni fa Woody non lo frequentavo, ma c’è un dato: ha subìto due processi, sempre giudicato innocente; e gli esami medici della ragazzina che lo accusava hanno testimoniato che era illibata.

Come ha lavorato con Allen?

Gli ultimi film di Woody non erano tanto suoi, ma solo diretti: molto simili tra loro; così quando mi hanno contattato per la prima volta, ho chiesto una sinossi, meglio una sceneggiatura, per capire se la storia mi riguardava.

Risposta?

“Quando chiama Allen non si pongono richieste”. E io: “Devo capire se ho un’idea, non vado sui set ad accendere lampadine del soffitto”.

Finale?

Allen è stato delizioso e mi ha dato il copione: è una persona rara.

Con la sua preparazione ha mai messo in difficoltà il regista?

Se accade c’è un errore, e basta leggere la mia filmografia per capire con chi mi sono trovato bene, e con chi ho lasciato perdere; ai registi posso suggerire alcuni passaggi, proporre delle inquadrature. La luce è solo mia.

Con “Caravaggio oltre la luce” di Longoni ha preso altra forma.

La folgorazione è arrivata dopo essere entrato dentro la chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, e aver ammirato la Vocazione di San Matteo: quando l’ho visto, ho pensato di non aver capito un cavolo fino ad allora. Caravaggio, con un’immagine, ti costruisce un ragionamento universale. Dissi a mia moglie: “Mi fermo e studio di nuovo”.

Quanti anni aveva?

32 e nel curriculum Ultimo tango.

Risposta di sua moglie?

“Caro Vittorio, ci siamo sposati solo con uno spazzolino in mano, stiamo crescendo, abbiamo una casetta, una figlia di quattro anni, il piccolo uno, vai a lavorare”.

Pragmatica.

Da quel giorno ho capito che la mia scuola era il cinema: ogni film un motivo di crescita e un modo per approfondire; se giravamo su Giordano Bruno, studiavo; ogni set un mondo nuovo da scoprire, mi sento un eterno studente.

Con Caravaggio scinde l’uomo dall’artista?

È stato poco in armonia con se stesso: da ragazzo abbandonato e abusato, poi con la malaria addosso; quando arriva a Roma, si ferma davanti a Porta San Sebastiano e non ha il coraggio di entrare, così si piazza sull’Appia Antica e dorme dentro una tomba, e ciò ha due significati: il volere tornare nel ventre della madre terra e un senso di morte prematura; ma quel tipo di carattere e di esperienze hanno creato la magia.

Le è entrato dentro.

Se vede Giordano Bruno o Apocalypse now ci sono zampate di Caravaggio: allora non me ne accorgevo, oggi sì.

In “Apocalypse now” Brando è caravaggesco.

Su quel set faraonico e funestato da avversità, Marlon arrivò a due terzi della lavorazione e avvolto da dubbi legittimi: doveva entrare nella parte, ed è complicato riuscirci quando si è così avanti.

Quindi?

Si ferma tutto. Gelo, o panico, tra i presenti. Poi un giorno vado da Coppola e lo trovo sdraiato e sconfortato, accanto a lui solo la moglie: “Vittorio sono stanco, non so più come fare con Marlon. Forse ho sbagliato”. Vado da Marlon, gli parlo, gli mostro la mia idea di visualizzarne il volto lentamente tra luce e ombra per la sua prima e tanto attesa entrata in scena, e lui all’improvviso si placa. E inizia la magia. Coppola era stupefatto…

Una delle scene topiche del cinema.

Un attore normale non avrebbe compreso. Lui aveva capito di doversi rivelare come fosse un mosaico.

Oltre Caravaggio, chi l’ha influenzata?

Nel 1975 sono a Parma, preparo Novecento con Bernardo: una domenica decido di andare a Milano per Il Cenacolo; lì davanti resto scioccato dalla perfezione della prospettiva; mi informo e scopro che è esattamente una volta per due (due volte la base per una d’altezza). Geniale. Semplice e perfetto. Così ho iniziato a lasciare dei segni sulla macchina da presa: le informazioni importanti della pellicola devono restare all’interno.

La prima volta che è salito per prendere l’Oscar.

Mai l’avrei creduto.

E al momento della proclamazione?

Non riuscivo ad alzarmi dalla poltrona, ho sentito una sorta di lama trafiggermi: è stata mia moglie a spronarmi.

Stessa scena con “Reds”.

Lì non avrei mai creduto di vincere con un film su un comunista statunitense, e invece quando mi hanno chiamato hanno suonato L’internazionale e un po’ sorridevo…

Lei non era comunista.

Simpatizzante, non dichiarato come Bernardo.

Terzo Oscar: “L’ultimo imperatore”.

Bernardo era in crisi per alcuni film non andati bene, Luna era stato giudicato incestuoso: quando sono arrivato all’Oscar ero più nervoso delle volte precedenti, quella chiamata sul palco è stata una liberazione.

Ha lavorato anche in teatro.

Con Ronconi volevo studiare le immagini senza filtri, volevo capire se i vari passaggi necessari alla pellicola, alterano o meno il mio lavoro.

Alla fine…

I filtri completano la mia espressione, sono parte del lavoro; però uno dei piaceri più grandi è stato illuminare il Campidoglio in occasione dei Mondiali del ’90, e pochi anni fa i Fori Imperiali, con 35mila persone ad attendere. Oggi mi dispiace solo di quanto sta accadendo a Firenze…

Cosa?

Un progetto meraviglioso studiato con mia figlia per il Battistero e poi bloccato, senza che nessuno dia una spiegazione valida. Eppure credo di meritarla.

Alla fine, tutta la sua carriera, da dove viene?

Da mio padre che per anni ha proiettato immagini, ha sempre sognato di farne parte. E il suo sogno è diventato il mio.