Americhe, Europa: la pedofilia scuote la Chiesa

L’anno è nuovo, ma la spina per la Chiesa è sempre la stessa, annosa, secolare: le denunce di pedofilia fioccano in questo scorcio di 2019, dall’America latina al Nord America, mentre in Europa si aprirà, domani, a Lione, il processo a una cardinale accusato di avere coperto un prete pedofilo.

Se le parole del Papa in una lettera inviata ai vescovi Usa giovedì scorso erano consapevoli moniti, quelle dette ieri dall’anziano cardinale tedesco Walter Brandmuller, per il suo 90° compleanno, provano che la coscienza del problema non ha ancora pervaso tutto il clero: secondo Brandmuller, l’indignazione di cui la Chiesa è oggetto per gli scandali di pedofilia denota “un’ipocrisia sociale”, perché “quello che è accaduto nella Chiesa non è diverso da quello che accade nella società” – dove, però, certi crimini godono di scarsa copertura e di zero tolleranza.

Nella lettera ai vescovi Usa, il Papa afferma che gli abusi e le loro coperture minano la credibilità del clero e lancia un appello a una sorta di conversione per combattere gli abusi, mettendo da parte “vittimismi e atteggiamenti difensivi”. A sostegno della posizione papale, l’arcivescovo di Monaco di Baviera, cardinale Reinhard Marx, nell’omelia di Capodanno aveva sollecitato un rinnovamento della Chiesa, proprio alla luce del fallimento su pedofilia e abusi sessuali.

A febbraio, Papa Francesco ha convocato in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali mondiali, proprio per decidere insieme le misure da prendere contro questa piaga, pur tenendo conto del fatto che la geografia degli abusi, almeno di quelli accertati, è molto diversa.

Le cronache sono implacabili. Domani, il processo di Lione vedrà imputato il cardinale Philippe Barbarin, che avrebbe coperto, ignorando le denunce e lasciandolo al suo posto, padre Bernard Preynat, che avrebbe abusato di 70 scouts tra gli Anni 70 e 80.Il cardinale, che ha sempre respinto le accuse, potrebbe conoscere il verdetto della giustizia laica già mercoledì 9.

Ieri, s’è saputo che un prete della diocesi di Talca, in Cile, è stato ridotto allo stato laicale: padre Luis Felipe Egana Baraona, un ex cappellano dei carabinieri, lo aveva espressamente chiesto, essendo finito sotto indagine per accuse di pedofilia a partire dal 1985. Il Papa ha accettato la richiesta “per il bene della Chiesa”. Il Cile è uno dei Paesi più scossi dal problema, con gli Usa, l’Irlanda e l’Australia. E giovedì si era saputo che un vescovo argentino, dimessosi per motivi di salute dalla responsabilità della diocesi nel 2017, ma poi assegnato dal Papa ad altri incarichi in Vaticano, è oggetto d’un’inchiesta: almeno tre sacerdoti lo accusano di abusi sessuali e altri comportamenti scorretti (anche economici). Il vescovo Augusto Zanchetta, 54 anni, è stato sospeso dal lavoro. Ma l’attenzione è alta soprattutto su quanto accade negli Usa, dove l’arcidiocesi di New York sta indagando su un terzo caso di abusi su minore riguardante l’ex arcivescovo di Washington ed ex cardinale Theodore McCarrick. Insieme a Boston e alla Pennsylvania, Washington pare il terzo polo della pedofilia ecclesiale nord-americana, oltre a essere una sorta di porto delle nebbie della Chiesa a stelle e strisce.

Le accuse a McCarrick emersero per la prima volta sei mesi fa: molestie su un ex chierichetto negli Anni 70. Un mese dopo, ecco le accuse di James Grein, il figlio di amici di famiglia del prelato, molestato da quando aveva 11 anni. Poi le accuse di molestie sessuali verso seminaristi adulti. Il terzo caso tre mesi fa: un uomo di circa 40 anni accusò McCarrick di abusi quando era minorenne.

Guerriglia in giallo a Parigi: nel ministero con una ruspa

Poco dopo le 14, circa 4mila Gilet gialli si sono incamminati verso l’Assemblea Nazionale. Sul lungosenna, a Parigi, a poche centinaia di metri dalla sede del Parlamento, alcuni di loro hanno tentato di lasciare il percorso autorizzato e prendere il ponte pedonale Leopold-Sédar-Senghor, al livello del museo d’Orsay. La tensione è salita. Gli agenti hanno fatto uso di lacrimogeni per impedire il passaggio dei manifestanti. Sono scoppiati dei tafferugli. Un barcone ha preso fuoco. In un video che ha fatto il giro del web si vede uno dei manifestanti – vestito di nero e senza gilet giallo – prendere a pugni un gendarme protetto da casco e scudo, poi prenderne violentemente a calci un altro che era a terra. Col piazzale del museo affollato di manifestanti, dei visitatori sono rimasti bloccati all’interno e fatti uscire dalle porte laterali.

Intanto sul boulevard Saint Germain sono state alzate delle barricate e dati alle fiamme scooter e auto. La polizia è intervenuta con i cannoni ad acqua. Più tardi, in rue de Grenelle, mentre i fumi dei lacrimogeni invadevano gli Champs Elysées, una quindicina di persone, non tutte col gilet addosso, hanno tentato di penetrare nel ministero dei Rapporti col Parlamento, sfondando il portone con una ruspa da cantiere, e costretto gli agenti della sicurezza a evacuare Benjamin Griveaux, portavoce del governo, e i suoi collaboratori: “Tramite me hanno attaccato la République”. Poco prima, sui social, il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, aveva dichiarato: “Faccio appello alla resposabilità di tutti e al rispetto del diritto”.

I Gilet gialli sono tornati. Quanti hanno pensato di poter voltare la pagina, con l’anno nuovo, devono ricredersi. Ieri è stata la prima manifestazione del 2019, l’“ottavo atto” della protesta iniziata il 17 novembre contro i rincari delle tasse sul carburante volute da Emmanuel Macron. Circa 300.000 persone – stando ai dati ufficiali delle prefetture – erano scese sugli Champs Elysées e nelle strade di Francia quel giorno, bloccando rotatorie e caselli autostradali. Da allora i Gilet sono tornati ogni sabato a Parigi. E anche se il governo ha preso delle misure contro il carovita, anche se l sono meno numerosi (ieri erano 50 mila), sono sempre lì. Col tempo la lista di rivendicazioni si è fatta più lunga e va molto al di là dello stop alle tasse. Reclamano il ritorno della tassa sul patrimonio per i più ricchi abolita da Macron e chiedono più democrazia, con l’introduzione del referendum di iniziativa popolare.

L’arresto di Eric Drouet, uno dei leader del movimento, fermato due giorni fa a Parigi per aver organizzato una manifestazione non autorizzata, ha contribuito a rilanciare il movimento. Ieri 2 mila Gilet si sono riuniti a Tolosa, più di sabato scorso. Erano circa 5.000 a Bordeaux. A Lione hanno bloccato l’autostrada A7 all’ingresso della città. Hanno manifestato anche presso l’aeroporto di Beauvais, fuori Parigi. Il ritorno dei Gilet ha fatto esultare i partiti dell’estrema destra e sinistra che corteggiano i rappresentanti del movimento in vista delle Europee. “È iniziata la stagione 2 della rivoluzione cittadina”, ha detto Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise. “Il popolo francese in piedi, Macron ko”, ha detto Florian Philippot, ex braccio destro di Marine Le Pen e alla testa del partito Les Patriotes. Nel suo discorso del 31 dicembre Macron, primo bersaglio dei Gilet gialli che vogliono le sue dimissioni, ha promesso che scriverà ai francesi. La lettera, un tentativo di riconquistare l’opinione pubblica, finirà sui social a metà gennaio. Un “grande dibattito nazionale” su fiscalità, potere d’acquisto, vita democratica, transazione ecologica, si sta preparando. Le fasce più radicali del movimento lo boicotteranno. I Gilet più moderati invece lo aspettano e si stanno preparando. Per Jacline Mouraud, uno dei volti della protesta, è tempo di “trasformare la rabbia in azione costruttiva”: vuole lanciare un partito “senza etichette”, non per le Europee, ma per contare nel dibattito pubblico.

“Non era uno sprovveduto: abbiamo attivato canali paralleli”

“La Farnesina si sta muovendo giustamente con la cautela dell’ufficialità. Ma anche noi dobbiamo darci da fare in maniera parallela per riportare a casa Edith e Luca. No, per il momento non andremo in Burkina Faso, ma abbiamo avviato molti contatti…”. L’ingegnere Nunzio Tacchetto, padovano, è un professionista abituato ad affrontare e risolvere i problemi. Lo ha fatto anche quando è stato sindaco di Vigonza. Ma adesso si trova di fronte alla sfida più grande per un padre, ritrovare il figlio scomparso.

Cosa intende per canale parallelo?

Laggiù è pieno di Ong, missionari, suore, volontari laici. Abbiamo cominciato a interessarli, perché a questo punto, dopo quasi tre settimane, due bianchi e un’auto, in un paese di africani, avrebbero dovuto trovarli.

L’ultima traccia?

Luca ci ha chiamati a mezzanotte del 15 dicembre da Bobo-Dioulasso, la seconda città del Paese. A pranzo erano andati a casa di un francese che ha sposato una ragazza locale. Quella sera erano andati a un concerto e ci ha spedito anche un breve filmato. Poi più niente. Bisognerebbe partire da quel francese, dal luogo dove ha dormito. Poi, l’indomani, sarebbero dovuti andare nella capitale Ouagadougou, per ottenere il visto per il Togo.

Un percorso difficile?

No, 300 chilometri, poco rispetto al tragitto precedente. Erano partiti con una Renault Scenic messa a punto per il viaggio. Luca non è uno sprovveduto. Parla 4 lingue. Aveva pianificato tutto. Tappa per tappa. Dormiva negli alberghi o anche da amici. Si sono mossi sempre via terra. A Tolosa aveva salutato la sorella, poi ha guidato in Spagna e in Marocco. È entrato in Mauritania lungo la strada litoranea. Qualche problema lo hanno avuto lì, anche alla frontiera con il Mali. Ma erano problemi legati alla percorribilità delle strade e al modo di guidare degli africani o alle attese. Si sentiva ormai quasi arrivato…

Luca, Edith e le ultime 24 ore: a Bobo con l’uomo dei misteri

Una foto e un video. L’ultima traccia dell’architetto trentenne padovano Luca Tacchetto e della sua amica canadese Edith Blais, di 34 anni, misteriosamente scomparsi in Burkina Faso, è costituita da quelle immagini. Nella prima, i due viaggiatori sono seduti a un tavolo da pranzo (è mezzogiorno), in una vasta sala di una casa di Bobo-Dioulasso, ospiti di una coppia mista, un cittadino francese, di qualche anno più anziano di loro, e la moglie, originaria del luogo. Sono sereni, sembra scomparsa la fatica e la tensione del viaggio in auto che dall’Italia li ha condotti fin lì, ultima tappa prima del Togo, dove li attende il volontariato. Il video, una ventina di secondi, è stato invece girato il 15 dicembre, poco prima di mezzanotte, dal cellulare di Luca, all’interno del locale “Le bois d’ebene”, molto conosciuto a Bobo per la musica dal vivo.

Lì Tacchetto e Blais scompaiono, o perlomeno è quello l’ultimo luogo in cui sono stati visti. “Bisogna partire da quella coppia da cui hanno pranzato, li stiamo cercando, per capire che cosa è successo”, dice il padre di Luca. A Bobo-Dioulasso si vocifera che la “l’uomo del mistero” sarebbe il proprietario di una maison d’hôtes (del resto, non è così usuale lì una casa con i soffitti “a volte della Nubia”). Mentre l’unità di crisi della Farnesina è al lavoro, a Vigonza, nel Padovano, da dove la coppia era partita a fine di novembre: si cercano canali per spiegare quella che ha tutta l’apparenza di una brutta avventura, in un Paese entrato da alcuni anni entrato nelle mire del jihadismo, che scende dal Mali e dal Niger. Può essere accaduto di tutto: dal rapimento all’incidente, dalla rapina fino alle ipotesi più drammatiche. Ma sono passate tre settimane dall’ultimo contatto avvenuto il 15 dicembre e più passa il tempo, più si accavallano ipotesi negative. La Procura di Roma non ha aperto un fascicolo per sequestro di persona, perché da allora non è arrivata alcuna richiesta di riscatto. Ma se ci fosse stato un incidente, probabilmente sarebbe stata quantomeno ritrovata la Megane che ha percorso novemila chilometri prima di arrivare in Burkina Faso.

L’ultima frontiera attraversata dalla coppia (si erano conosciuti in Canada, con il progetto Erasmus due anni fa) è quella con il Mali, avvenuta quel giorno stesso dopo una lunga attesa a posto di polizia. Jocelyne Bergeron, la madre di Édith Blais, si affida a voci rimbalzate dall’Africa. “So che hanno avuto difficoltà a ottenere il visto per entrare nel Paese. Mi aggrappo un po’ a questo… E mi chiedo se ci possa essere un legame tra la scomparsa e il fatto che due giorni prima avessero dato un passaggio a un uomo che faceva autostop. Che abbiano avuto problemi con la polizia per lui?”. E guardando alla méta finale, aggiunge: “Ho parlato con l’uomo che avrebbe dovuto accoglierli in Togo, per la costruzione di un villaggio. Mi ha raccontato che nel passato uno dei suoi volontari era stato arrestato e sequestrato dalla polizia del Burkina Faso, senza modi per contattare l’esterno. Come si fa a verificare questo tipo d’informazione?”.

È quello che stanno cercando di fare le autorità diplomatiche italiane. Ma la ricerca non può prescindere da ciò che hanno fatto una volta giunti a Bobo. Dovevano raggiungere la capitale del Burkina, il giorno successivo, per ottenere il visto per il Togo. Quando e se sono ripartiti? Chi c’era con loro? Cosa sa l’amico francese? La loro meta era davvero la capitale o si sono addentrati in altre zone, magari più pericolose? Secondo un giornale canadese, Luca ed Edith potrebbero aver programmato di entrare in Togo dal Ghana, per evitare il confine con il Burkina Faso considerato a rischio. Sono ipotesi che la polizia dovrà chiarire.

La razionalità del reale ovvero Google e le sue tasse

Il bello delle feste sono le tradizioni, si sa. E così dopo l’albero, i regali, il cenone, il festone, e in attesa della Befana, giovedì c’è stata la tradizionale rivelazione che Google porta molti dei suoi profitti extra-Usa alle Bermuda in modo da non pagarci le tasse: nel bilancio 2017, ci ha informato la stampa olandese, sono volati via dall’Europa 20 miliardi di euro, quattro più del 2016 e dell’anno ancora prima. Il meccanismo, perfettamente legale, è noto come “Double Irish with a Dutch Sandwich”: ricavi che passano dall’Irlanda in Olanda e poi volano al sole delle Bermuda non prima di un altro passaggio sulle verdi colline. Affascinante, ma meno della sorpresa di media e commentatori: d’altra parte, non ci fosse il panino di cui sopra, ci sarebbero le centinaia di accordi di tax ruling (trattamento fiscale concordato) che le multinazionali hanno firmato nella sola Ue. Un report di R&S Mediobanca ha calcolato che nel 2017 circa 2/3 dell’utile pre-tasse di 21 multinazionali del web esaminate è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata – Irlanda, Lussemburgo, Olanda… – con un risparmio di 12,1 miliardi. E si parla solo del web. Questo però non è un malfunzionamento del sistema, è il sistema come dev’essere in regime di completa mobilità dei capitali, un mondo in cui agli Stati è lasciata la libertà di competere tra loro a chi si cala più le braghe per l’elemosina dei padroni del cielo. C’è pure il caso che a qualcuno piaccia sinceramente indignarsi sulla cosa una o due volte all’anno: nel caso, quel peso inspiegabile sulla cervicale è la sveglia al collo.

Perché il governo odia gli immigrati e difende i ricchi

C’è una nota stonata nella canzone del conflitto cantata dal governo gialloverde. Negli stornelli improvvisati da Matteo Salvini – e accompagnati dal coro a bocca chiusa di Luigi Di Maio e dei suoi – essi si battono per i poveri, non meglio identificati. Però il conto della redistribuzione di ricchezza non viene presentato ai ricchi ma a improbabili caste di privilegiati quali i pensionati, gli immigrati con le loro pacchie, i dipendenti pubblici, i centri sociali e il settore non profit. Esempio: Salvini non ha mai speso una parola sulla scandalosa rendita autostradale dei Benetton, lasciando alla sua criptoalleata Roma-centrica Giorgia Meloni il compito di associare la parola “pacchia” alla famiglia del nord-est.

I grandi imprenditori e i loro fedeli e strapagati manager non si toccano. In perfetta continuità con la retorica dei governi precedenti (nessuno escluso), anche Lega e M5S si prostrano grati davanti a coloro che “creano i posti di lavoro”. A parte che non è neppure vero, visto che oggi in Italia di posti di lavoro ne mancano sei milioni, fa impressione l’assoggettamento di maggioranza e opposizione al vecchio paternalismo che ti fa togliere il cappello davanti al padrone, anche se sei un ministro. Ma ormai il principio è chiaro. Se uno ha mille dipendenti e ne licenzia la metà il governo italiano (oggi come ieri) corre a ringraziarlo per aver salvato i 500 posti residui.

La dimostrazione di come siamo messi male è la totale assenza di reazioni politiche ai dati sugli stipendi dei grandi manager diffusi nei giorni di Capodanno (mentre i nostri eroi erano a sciare) non da un centro sociale, non dalla Cgil, non da un economista sovranista, ma dal Centro Studi di Mediobanca. Ebbene, nel 2017 i 224 consigli d’amministrazione delle società italiane quotate al listino principale della Borsa di Milano sono costati 667 milioni. Se ai 3.300 beneficiari delle prebende consiliari si potesse chiedere un sacrificio del 15 per cento degli emolumenti, si farebbero gli stessi soldi che la manovra recentemente approvata ha “trovato” con i tagli alle pensioni cosiddette d’oro. Ma ovviamente il sacrificio non si può chiedere, perché i pensionati prendono quello che il governo decide di dare, mentre i manager si servono direttamente alla cassa delle aziende che governano.

E infatti i 224 amministratori delegati hanno guadagnato in media 952 mila euro. Vi chiederete se sono tanti o pochi, meritati o rubati. C’è un criterio di valutazione infallibile: gli ad maschi in media prendono 1 milione, le femmine 428 mila euro. Quindi i casi sono due: o le donne in quanto esseri difettosi meritano la metà degli uomini, oppure queste retribuzioni vengono decise in modo arbitrario da una casta di maschi. Ovviamente è la seconda che ho detto, infatti non è tanto la media di 952 mila euro a colpire, quanto il fatto che nel 2017, anno non certo sfolgorante per l’economia italiana, lorsignori si sono assegnati un aumento del 14,5 per cento rispetto agli 831 mila euro medi del 2016. Solo di aumento si sono messi in tasca 121 mila euro a testa, di cui 99 mila euro di premio per i risultati conseguiti e 22 mila per la cosiddetta parte fissa. Lorsignori hanno così deciso di meritarsi un aumento dello stipendio base, quello che ti danno solo per andare in ufficio indipendentemente dai risultati, pari a quanto un lavoratore italiano medio guadagna in tutto l’anno. Se vi chiedete come sia possibile che il “governo del cambiamento”, di fronte a un simile fenomeno, veda la pacchia negli smodati cedimenti al piacere degli immigrati in crociera sui barconi, la risposta è semplice: come i predecessori, hanno paura dei ricchi e credono che la loro benevolenza li aiuterà a durare. Come Matteo Renzi con i Farinetti, i Serra e i De Benedetti, si illudono.

 

L’Epifania dei lontani: I Magi rappresentano chi si avvicina alla fede

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, così è scritto per mezzo del profeta: ‘E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele’”. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt 2,1-12).

Nella memoria di molti, la narrazione della manifestazione (epifanìa) del Signore vive solamente come la vicenda dei tre Magi che, secondo la profezia di Isaia (60,3.6), vengono ad adorare il Dio d’Israele portando doni regali. Non si tratta di capire quale posto abbiano i sovrani del mondo nel vangelo di Gesù. Piuttosto è la festa dei lontani, dei cercatori di Dio che si mettono in cammino verso la buona Notizia di Gesù Cristo. Il Messia dell’Antico Testamento è detto “stella di Giacobbe” (Nm 24,17), come nella 2^ lettera di Pietro (1,19) e nell’Apocalisse (22,16). Interessante il riferimento astronomico, ma nulla di mondano sul Messia Gesù: Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti per adorarlo. I Magi, dei quali non è dato sapere se conoscono la Rivelazione Antica, si mettono in strada con la speranza di trovare, né si scandalizzano delle incerte, errate informazioni o della povertà che troveranno. Guidati dalla stella a Gerusalemme s’informano, ma capi e sacerdoti, porzione qualificata di praticanti ed esperti nelle profezie, sembrano avere una speranza inaridita, una fede oppressa dal culto. Li orientano a Betlemme ma non s’incamminano con loro. Solo l’astuto e sanguinario Erode vive la promessa messianica nel timore che il pastore del popolo d’Israele gli contenda il dispotico regno; perciò inganna i Magi circa il loro ritorno.

Sopra Gerusalemme la stella doveva acquistare luminosità, provocare un’esplosione di esultanza perché destinata ad annunciare il compiersi delle aspettative dei Padri. Nessuno offre ospitalità alla famiglia di Gesù, mentre pastori, pagani, persone in ricerca lo trovano e riconoscono. Qui incomincia l’avvicinamento a Gesù dei lontani da Dio! Da qui, nella vita pubblica, l’incontro col centurione (Mt 8,5-13), la supplica della donna siro-fenicia (Mc 7,24-30), la richiesta di alcuni Greci di vederlo (Gv 12,20-28).

L’annuncio è che ogni attesa si compie in Gesù, ieri come oggi. Le aspettative del mondo sono chiamate a “conversione”, si tratta di un Dio incarnato che dà la vita perché il mondo viva! Coloro che cercano e si lasciano cercare divengono i destinatari di una gioia indefettibile. Matteo racchiude la vita di Gesù tra due grandi atti di adorazione: questo dei Magi nella casa presso il Bambino con sua Madre e quello degli Undici che, sul monte in Galilea, nonostante il dubbio, si prostrarono innanzi a Gesù Risorto (Mt 28,17).

I Magi, illuminati e gioiosi, ritornano allo sconosciuto paese per strada diversa dal suggerimento del malvagio Erode. I discepoli, ancora dubbiosi circa la risurrezione, verranno guariti dall’incredulità, che abita nel cuore dell’uomo, col loro invio in missione dal Signore stesso: Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni (Mt 28,19).

*Arcivescovo emerito di Camerino-San Severino Marche

Il cambiamento porta molte pene

Il cambiamento, dopo tanti tumulti di parole e di mani, è avvenuto. Per esempio, tutti gli immigrati perderanno protezione, ospedali, scuole e persino luoghi per vivere. Lo prescrive la nuova legge detta “sicurezza” che trasformerà in vagabondi decine di migliaia di adulti e bambini. Se non vi va bene, siete dei “traditori”, dice il ministro dell’Interno ai sindaci che dissentono. L’accusa entra per la prima volta in un dibattito politico italiano in tempo di pace. Ma non è tempo di pace. È il Paese dove la mafia spara e l’immigrato sconta la pena, o perché buttato sulla strada o perché i porti chiusi dal nuovo governo (Salvini decide, Di Maio conferma per restare in gara) respingono in mare, anche con maltempo feroce, chi è stato salvato da quei “traditori” dei volontari. È stata proclamata la fine della povertà ma non si sa chi sono i poveri. Quelli di Rosarno, che di giorno muoiono nei campi di pomodori e di notte nei roghi? I bambini digiuni delle scuole di Lodi che non possono pagare il pasto degli altri bambini? In quale lista di poveri saranno? Quella di Di Battista, che pur avendo vissuto un anno nella giungla con famiglia a carico, sa tutto, tramite Steve Bannon, su un ex presidente dell’Honduras che gli assicura che Obama ha le mani sporche di sangue; o Di Maio, che sarebbe il vicepremier che ha tassato con pesantezza il volontariato, e ora promette che basteranno dieci anni (poco fa erano cinque) agli stranieri per avere il reddito di cittadinanza? Ma, come abbiamo detto, non siamo in tempo di pace. I nostri porti sono chiusi, dunque siamo in stato di emergenza. Noi siamo chiusi a tutti, e tutti sono chiusi a noi, grossomodo questo è il cambiamento. E questo è il sovranismo.

Ma non dimentichiamo che il cambiamento è anche lo smontaggio di un’Italia messa insieme da un Risorgimento voluto probabilmente da poteri forti, banche e Soros. Le regioni ricche vogliono sganciarsi e tenersi i soldi, creando un sovranismo nel sovranismo. Comunque, è la prima disintegrazione di una Paese incoraggiata dal governo centrale, come se Madrid incitasse la Catalogna. Ma ci sono altri tratti che distinguono la nuova epoca. Uno: non dici più “questo lo facciamo perché ce lo ha chiesto l’Europa”. Adesso tutti sanno che lo facciamo perché all’Europa, dopo lunga contrattazione, lo abbiamo chiesto noi. Due: non c’è più austerità. C’è l’aria cupa e inflessibile di giudici sempre in camera di consiglio. Espellono anche se stessi. Vi viene in mente qualcosa di allegro in un Paese che ha come garante un comico? Vi viene in mente qualcosa di certo (qualcosa che non sarà cambiato, discusso, negato fra poco) nel Paese in cui il comico garante è garantito da un quasi scienziato? Se qualcuno protesta, Salvini risponde senza imbarazzo, per esempio al Procuratore della Repubblica di Torino, che, se vuoi criticare, prima devi farti eleggere. E se chi protesta è già eletto, allora prima si deve dimettere. Cerchiamo di riassumere i caratteri del tempo che stiamo vivendo. Primo, bisognerà tagliare gli stipendi dei deputati. L’economia del Paese non lo noterà, ma è un bel simbolo per la prossima campagna elettorale. Secondo: bisogna tagliare il numero dei deputati e senatori. Bastano la metà. Bastano anche meno. Nelle votazioni della legge di bilancio, la consegna era non fare niente. Chi voleva poteva gridare ma non sentire qualcuno in grado di spiegare qualcosa. Spiegare che cosa? Una volta messa a tacere Radio Radicale, con la sua ossessione per il diritto alla conoscenza (vedi alla voce Marco Pannella) non c’è bisogno di perdere tutto quel tempo e tutti quei soldi a discutere a vuoto cose che sono state già decise. I soldi servono e serviranno a Di Maio e Salvini.

L’imprecisione grandiosa e sfuocata dei loro due progetti (caos della povertà e caos delle pensioni) faranno gonfiare quelle somme con il rischio evidente di restare sempre fuori obiettivo. Terzo: ma chi ha dato il segnale di questo cambiamento caotico? Non il popolo. Non aveva immaginato che, sotto un tappeto di promesse, ci fosse una botola. Non i nuovi partiti che si sono trovati in un reggimento, con gli ufficiali già nominati. Sì, lo so, questo è il destino dei Cinque Stelle, che possono solo ubbidire o li cacciano. Ma per la vecchia Lega, dove niente è nuovo salvo la cattiveria, che dire? Si ritrovano un capo direttamente connesso con legami internazionali di cui non sanno (non sappiamo) nulla, e nulla ci viene detto. Però, dal momento che l’Italia è nel caos ma resta una grande ricchezza, qualcuno sta decidendo per noi. Ma chi, e che cosa, visto che da noi si vive solo una politica semplice, crudele, inutile, scriteriata, senza pace e senza lavoro?

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Col ritorno della satira in Rai vince la libertà di pensiero

Daniele Luttazzi non mi è mai piaciuto, ma la notizia che ritornerà sui canali Rai mi ha fatto comunque esplodere di gioia. Un po’ perché la mitica puntata di Satyricon con Travaglio è diventata un punto fermo nella mia crescita etica, un po’ perché è una vittoria per tutti. Di fronte alla libertà di pensiero la censura è una sciocca soluzione. Luttazzi non è soltanto Satyricon, ma anche Mai dire gol e altri programmi, i suoi romanzi e i suoi spettacoli. Limitarlo su uno di questi mezzi ne fa risaltare la mancanza. L’uso che Berlusconi ha fatto della tv pubblica, pagata con i soldi di tutti è stato un uso criminoso. Credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza, come anche di tutti i cittadini, non permettere mai più che questo avvenga.

G.C.

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo del 4 gennaio “Tor Vergata: 60enne, ricoverato per una polmonite, cade da una barella e poco dopo muore”, il Policlinico Tor Vergata precisa che il paziente O.F., di anni 67, è giunto presso il nostro Pronto Soccorso in codice rosso per le complesse patologie cardiopolmonari che ne hanno reso necessario il ricovero immediato in sala Emergenze – l’area del Pronto Soccorso dotata di attrezzature ed assistenza paragonabili ad una Terapia Intensiva (Sala Rossa). Le sue condizioni cliniche sono subito apparse particolarmente gravi. Il paziente è stato sottoposto a numerosi accertamenti diagnostici ed ha iniziato i trattamenti terapeutici necessari per le patologie presenti al momento dell’ingresso (monitorizzato in ventilazione assistita e sottoposto a terapia infusionale). Alle 02.00 del 25 dicembre, nella sala Emergenze, il paziente, posizionato su un lettino di Pronto Soccorso, mantenuto in posizione di sicurezza con spondine laterali alzate, si è repentinamente spostato nell’intenzione di mettersi in piedi nonostante fosse in ventilazione assistita ma le gravi condizioni di fragilità e debolezza hanno determinato una caduta repentina. Il personale ha prontamente prestato soccorso al paziente. Tre giorni dopo, le condizioni del paziente, inizialmente stabili, sono divenute critiche nelle prime ore del 28 dicembre a causa di una emorragia cerebrale. Il paziente è stato sottoposto a intervento neurochirurgico e successivamente ricoverato in Terapia Intensiva, il paziente è deceduto il giorno 3 gennaio. Sono in corso le indagini della Procura ed è stato chiesto il riscontro autoptico. Il Policlinico Tor Vergata sottolinea che il paziente non è stato mai “lasciato nel corridoio del pronto soccorso”, bensì assistito all’interno della sala Emergenze del PS dove sono state somministrate le cure e sono stati eseguiti tutti gli accertamenti diagnostici necessari, come riportato in cartella clinica.

Maria Rosa Loria Policlinico Tor Vergata

 

L’articolo ha riportato le risultanze dell’indagine della procura di Roma. Gli inquirenti hanno accertato che il paziente era monitorato dal personale e aveva trascorso diversi giorni in una barella, in pronto soccorso. Al momento non sono state riscontrate responsabilità, ma i pm hanno appurato che i sanitari sono stati costretti ad affrontare una situazione emergenziale, accogliendo pazienti in barelle anche per diversi giorni.

Andrea Ossino

 

L’articolo del 3 gennaio “Il Pd in Piemonte: obiettivo delusi (di Forza Italia)”, basandosi su un infelice titolo di una intervista a La Repubblica, mi attribuisce l’intenzione di voler recuperare elettori delusi di Forza Italia ignorando gli elettori delusi della sinistra. Si tratta di una semplificazione del mio pensiero. In primo luogo, commentatori e elettori hanno percepito, per i contenuti che ho sollevato, la mia candidatura come “di sinistra”, o addirittura tale da “spostare l’asse del Pd a sinistra”. La mia mozione ha tentato di portare al centro del Pd la prospettiva e lo sguardo dei precari, dei lavoratori fragili, degli sfruttati, di coloro che devono emigrare per vedersi riconosciute qualifiche e competenze. Penso che il Pd debba rendersi conto che, se gli elettori lo hanno abbandonato, è perché molti cittadini, a torto o a ragione, lo hanno percepito distante o supponente nei confronti delle ansie e delle paure che hanno espresso. Di qui, in secondo luogo, l’esigenza di recuperare terreno. Gli elettori vanno riconquistati attraverso il rilancio di una proposta politica credibile, affidabile, rinnovata. Se, come è avvenuto con l’intervista a Repubblica, il giornalista chiede “anche con gli elettori delusi da Forza Italia”, mi pare giusto rispondere che il Pd si deve rivolgere a tutti gli elettori. Perché gli elettori non sono delle pedine che si spostano con sulla fronte appiccicato il marchio del partito che votano. Sono cittadini che possono cambiare idea. Con una proposta politica più attenta alle esigenze espresse dal mondo del lavoro e dai soggetti sociali, il Pd può recuperare fiducia, anche alla luce degli scarsissimi risultati concreti dell’azione del Governo.

Paolo Furia, Segretario regionale PD Piemonte

Il calcio non deve salvare il mondo, ma gli incassi sì

“Solo al calcio, invece, è assegnato da sempre il compito di salvare il mondo. In questo trovo molta ipocrisia”.

Barbara Berlusconi, lettera al Fatto Quotidiano

 

Gentile Barbara, nella sua lettera la parola chiave è “ipocrisia”. Un antico flagello che nel nostro impagabile Paese ha trovato il terreno giusto per infestare con la sua utile doppiezza qualsiasi causa buona e giusta. E se davvero al calcio è stato assegnato il compito di salvare il mondo, beh di peggio, al mondo, non poteva capitare. Parafrasando (indegnamente) Papa Francesco che ha detto “meglio atei che cristiani ipocriti”, vorrei proporre un slogan che dovrebbe adornare i palazzi del calcio: meglio avidi che ipocriti. Esemplare è appunto quanto sta per accadere a Jeddah, in Arabia Saudita con la disputa, il 16 gennaio, della finale della Supercoppa italiana tra Juventus e Milan. A cui, come tutti sanno, le donne potranno assistere solo in settori familiari divise dagli uomini. A questa discriminazione ha fatto da degno pendant un comunicato della Lega Serie A, firmato e sottoscritto dal presidente Gaetano Miccichè. Un capolavoro di tartufaggine pallonara di cui ci duole estrapolare appena un paio di passaggi. Il primo: “Il caso Khashoggi, avvenuto lo scorso ottobre, dunque mesi dopo la definizione dell’accordo, ha posto la scelta dell’Arabia Saudita sotto i riflettori e doverosamente la Lega Serie A si è interrogata su cosa fosse giusto fare”. Fantastico. Un giornalista viene assassinato nella sede diplomatica araba a Istanbul e il sinedrio della Serie A dopo essersi “interrogato”, chissà, sulle modalità dell’esecuzione e se il corpo del poveretto sia stato tagliato a pezzi oppure sciolto nell’acido, decide con innegabile pragmatismo che cosa fatta capo ha. Essendo l’inconveniente successivo all’accordo definito e, probabilmente, all’emolumento incamerato (sette milioni di euro). Esemplare dimostrazione di altruismo e sensibilità umana che tuttavia nulla ha a che vedere con la discriminazione della donna e con la violazione dei diritti umani in quei Paesi, seccature di sicuro antecedenti alla nascita del gioco del calcio. Ecco però che nel periodo successivo la verità vera comincia a completarsi. “Il calcio fa parte del sistema culturale ed economico italiano e non può avere logiche, soprattutto nelle relazioni internazionali, diverse da quelle del Paese a cui appartiene” (mah). E ancora: “L’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale grazie a decine di importanti aziende italiane che esportano e operano in loco”, ecc ecc. Il Miccichè pensiero non fa una grinza: tagliare a pezzi o sciogliere nell’acido i giornalisti non si fa, ed è innegabile che le donne laggiù non sono trattate benissimo; ma chi siamo noi per interferire nelle “relazioni internazionali dell’Italia”, e per rifiutare un assegno piuttosto cicciotto? Insomma, business is business: applicato ai diritti delle donne un ragionamento da voltastomaco che ha il pregio della sincerità. E che rende non più tollerabili le pagliacciate “in difesa della donna” a cui frequentemente assistiamo: il segno di rossetto sulle guance di giocatori e allenatori che sfilano in tv, o gli striscioni con frasi edificanti sbandierati in campo nella disattenzione generale. No, gentile Barbara, al calcio non viene chiesto di salvare il mondo ma gli incassi sì. E quindi mi permetto di proporre a lei, a Cristiana Capotondi da poco vicepresidente della Lega Pro, al ct della nazionale femminile Milena Bertolini e a tutte le donne che vivono questo sport con passione e impegno, di condividere una piccola variante nelle sacrosante manifestazioni a sostegno della dignità femminile. Che la prossima volta siano i presidenti a sfilare davanti alle telecamere con il segno di rossetto sulla guancia. E sia una bella “”. Come euro.