Di Maio sr, il Comune: “3 manufatti su 4 andranno abbattuti”

È stata emessa l’ordinanza di abbattimento per tre dei quattro manufatti di cui è comproprietario Antonio Di Maio, padre del vicepremier Luigi, ritenuti abusivi dal comune di Mariglianella (Napoli). I proprietari, Antonio e la sorella, hanno ora 90 giorni di tempo per ottemperare al provvedimento comunale. L’ufficio tecnico, infatti, ha rigettato parte delle controdeduzioni presentate dal padre del ministro del Lavoro, ritenendo che solo uno dei manufatti sia stato realizzato prima del 1967, quando è entrata in vigore la legge sull’edilizia. Nelle controdeduzioni Antonio Di Maio avrebbe ammesso l’abuso edilizio di quella che un tempo era una stalla poi resa abitabile. Avrebbe invece ritenuto, nelle controdeduzioni presentate al Comune, che gli altri tre manufatti in pietra e lamiera potessero essere sanati sottolineando come fossero stati realizzati prima del 1967. Ma secondo l’Utc questo dato non è vero. “Trascorsi i 90 giorni – ha spiegato il sindaco Felice Di Maiolo – si provvederà a verificare che l’ordinanza è stata ottemperata, ed in caso contrario si procederà con l’iter burocratico”.

Ecco la censura Freccero: Luca e Paolo in Rai (come prima)

Tranquilli appassionati di satira e parodia, nessuno ha epurato Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu: “Ho chiesto loro di fare la parodia di Toninelli in diretta Quelli che il calcio” ha detto Carlo Freccero ad AdnKronos. “Ho chiesto anche di salutarmi in diretta Michele Anzaldi” ha aggiunto il neo-direttore di Rai2. Quando Freccero ha presentato il nuovo palinsesto per la rete e ha comunicato che Quelli che… dopo il TG – la striscia satirica del duo comico, Ubaldo Pantani e la conduttrice Mia Ceran dove i tre la sera del 3 ottobre avevano dato vita allo sketch “Tre Ninelli” – sarebbe stato sostituito un approfondimento di 20 minuti dopo il telegiornale della sera, dal Partito Democratico si erano levate grida di censura. Andrea Romano ha twitatto “Violento editto Freccero”, Alessia Morani ha parlato di “scure sovranista” e il sempre attento segretario della Commissione di vigilanza Rai Michele Anzaldi ha accusato di “tagliare la satira contro il governo per dare altro spazio alla propaganda governativa del Tg2, trasformato in TgLega da Sangiuliano”.

Da parte del duo comico nessun commento fino all’altroieri, quando è Kessisoglu ha smorzato la polemica, seppure con una punta di delusione: “Ci chiediamo il perché della chiusura di una striscia quotidiana con ascolti in salita”. Nella polemica s’inserisce il comico Maurizio Battista che non usa toni accomodanti: “Non li ho mai visti censurati. Li vedo dappertutto. Non so, forse vorrebbero un canale tutto per loro?”.

Il direttore di Rai2, a suo dire, intende aumentare lo spazio dell’informazione quotidiana, non limitare il divertimento. Così spiega la sua linea, nelle intenzioni in netto contrasto con quanto successo in tempi recenti a partire dall’“editto bulgaro” dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal “pensionamento” di Ballarò nel 2016, quando a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi.

Trivelle: stesse concessioni del passato

Anno nuovo, governo del cambiamento ma stesse concessioni: sul fronte delle trivelle sembra che ben poco sia cambiato. Per ora, nessuna delle novità attese dai comitati e da chi da anni si batte per lo stop delle trivellazioni in mare a determinate condizioni. Nei giorni scorsi è stata infatti pubblicata sul sito del Ministero dello sviluppo economico una serie di via libera alle concessioni di coltivazione degli idrocarburi in mare e sulla terra ferma. Per la precisione, una concessione di coltivazione su terraferma, tre permessi di ricerca di gas e petrolio in mare e la proroga di una concessione già scaduta da anni.

La nuova concessione, denominata “Bagnacavallo”, è in provincia di Ravenna ed è stata rilasciata alla società Aleanna Italia per la durata di 20 anni. Il progetto estrattivo prevede la realizzazione e la messa in produzione di cinque pozzi (due esistenti e tre nuovi). La concessione di coltivazione “San Potito”, scaduta da anni, è stata prorogata invece per 15 anni alla Società Padana Energia Spa, sempre nel Ravennate. Si tratta di una concessione contigua all’altra. Anche in questo caso, il programma dei lavori prevede la realizzazione e la messa in produzione di cinque pozzi (due esistenti e tre nuovi).

I tre permessi di ricerca interessano invece il mar Ionio e sono stati rilasciati in favore della Società Global Med: si tratta dei permessi da 729 chilometri quadrati, 744 e 749,1. Prevedono che la ricerca sia effettuata con la tecnica dell’airgun, una pratica controversa: per ispezionare i fondali marini e capire cosa contiene il sottosuolo, si spara aria compressa a intervalli regolari e, attraverso l’analisi delle onde riflesse, si cerca di capire se sotto il livello del mare ci siano formazioni che contengono petrolio o gas. Ambientalisti, accademici e diversi enti pubblici l’hanno considerata dannosa per la fauna marina: il rumore generato dall’emissione può provocare danni ed alterazioni comportamentali in particolare per i cetacei e i grandi mammiferi, dalle balene ai delfini. Il problema è che i ricorsi contro le ricerche in mare con questa tecnica sono stati più volte bocciati sia dal Tar che dal Consiglio di Stato, anche perché a rincuorare i giudici c’era il fatto che, secondo le valutazioni del ministero, la tecnologia della Airgun viene condotta sotto la vigilanza di biologi ed esperti di cetacei incaricati di fermare tutto se ci dovessero essere delfini e balene nei paraggi delle navi.

“Per ben sei mesi il Governo non ha autorizzato alcuna ricerca petrolifera né alcuna (nuova) attività estrattiva – ha detto Enzo Di Salvatore, costituzionalista e ormai riferimento dei comitati No Triv -. Ora ha ceduto. Tutto ciò che si opponeva ai governi precedenti è riproposto dal governo attualmente in carica”. Non sono state proposte norme per cambiare la situazione, nonostante in passato proprio il M5s aveva proposto che l’uso dell’ Airgun fosse reato. Inoltre, il limite massimo dei 750 chilometri quadrati di superficie delle richieste viene molto spesso aggirato “se si accordano ad una stessa multinazionale due permessi contigui, ciascuno non superiore ai 750 chilometri quadrati, ma la cui somma fa quasi 1.500” conclude Di Salvatore. Dal ministero dell’Ambiente, che rilascia di fatto le Valutazioni di impatto ambientale e che riconduce quest’ultime al precedente governo, fanno sapere che martedì incontreranno il coordinamento No triv e alcuni comitati locali per ascoltare le istanze dei territori.

Tmb e furbetti del badge nel dossier rifiuti di Raggi

Domani, alla ripresa delle lezioni dopo le festività natalizie, gli alunni delle circa 3 mila scuole di Roma andranno in classe tra cumuli di sacchetti della spazzatura che da quasi un mese si accumulano in diverse strade cittadine. A lanciare l’allarme di una possibile chiusura dei plessi (che spetterebbe comunque a ministero e Comune), l’Associazione Nazionale Presidi del Lazio, con una lettera inviata alla sindaca Virginia Raggi, in cui viene menzionato un pericolo di ordine sanitario “soprattutto per le scuole dell’infanzia ed elementari la cui popolazione è composta da bambini molto piccoli”.

È solo l’ultimo effetto negativo in ordine di tempo del rogo che l’11 dicembre scorso ha messo fuori uso il Tmb Salario, rendendo ancora più evidente la fragilità del ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti della Capitale. Le due settimane di festività infatti hanno messo a nudo le falle della nuova distribuzione studiata da Campidoglio e Regione Lazio della spazzatura indifferenziata prima destinata al Salario, con conferimenti negli impianti di Viterbo e Aprilia.

Il nuovo assetto, per ora, sembra non tenere nei giorni di maggiore produzione di immondizia – nei festivi si sono registrate fino a 100 tonnellate in più al giorno – visti anche i trasporti più lunghi rispetto a prima.

L’Ama, l’azienda del Campidoglio che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti, sta cercando di correre ai ripari e parla di “attenzione massima” attorno agli istituti scolastici con “interventi mirati in aree come quelle in prossimità di scuole ed altri edifici pubblici”. E annuncia un’attività di “monitoraggio e pulizia” che proseguirà anche nei prossimi giorni. Ma la sensazione resta quella che, in assenza di correttivi strutturali nel ciclo di smaltimento, i sacchetti di rifiuti che si accumulano attorno ai cassonetti siano destinati a riproporsi ciclicamente, come accade già da un mese.

I tre Tmb rimasti, infatti, sono a malapena in grado di smaltire le 3 mila tonnellate quotidiane di rifiuti indifferenziati prodotte da romani e turisti e al primo inconveniente il pattume resta ad accumularsi fuori dai bidoni. Virginia Raggi finora è rimasta in silenzio sulla questione, ma a breve la sindaca porterà alla Procura di Roma un dossier – non un esposto – che sta completando in questi giorni relativo ad una serie di vicende che riguardano sia Ama sia la filiera di smaltimento.

Tra gli elementi al centro dei materiali raccolti dalla sindaca l’incendio al Tmb Salario, su cui la Procura sta indagando per disastro colposo, con l’impianto di videosorveglianza del sito di lavorazione dei rifiuti che è risultato inattivo da quattro giorni prima del rogo. La Raggi si soffermerà anche sull’elevato numero di cassonetti, circa 300 (80 solo a dicembre) andati a fuoco nel corso del 2018, per chiedere chiarimenti su una possibile natura dolosa dietro ad una parte dei roghi.

Tra le carte potrebbero esserci anche degli accertamenti interni compiuti da Ama su casi di sospetto assenteismo tra i dipendenti dell’azienda.

Non la aiuta la sua maggioranza, quantomeno come tempismo comunicativo. La prossima settimana, alla ripresa dei lavori in Assemblea Capitolina, è stato calendarizzato un provvedimento a firma di quattro consiglieri M5s che nella revisione delle linee di indirizzo del regolamento in materia di rifiuti prevede che negozianti e cittadini con attività commerciali o appartamenti a piano strada vengano “coinvolti” nello spazzamento dei marciapiedi o degli spazi antistanti fino alla congiunzione con la sede stradale. Una misura pensata per facilitare l’operato degli spazzini, parte del recepimento di una normativa nazionale del 2015, che però nel contesto di una città invasa dai rifiuti suona come una beffa per molti romani.

I 5 attivisti pro curdi diventano un fumetto di Zerocalcare

Sono andati in Siria tra il 2016 e il 2018, per unirsi alle milizie curde del Rojava nella lotta contro il terrorismo islamico. Ma per questo sono considerati dalla Procura “socialmente pericolosi”, in quanto potrebbero sfruttare le loro conoscenze in materia di armi e strategie militari per compiere delitti contro la persona con “conseguenze più gravi”: la vicenda di 5 attivisti dei centri sociali torinesi, sottoposti a una misura di prevenzione di “sorveglianza speciale” per i loro trascorsi, diventa una striscia di Zerocalcare. “Tutti si riempiono la bocca di lotta al terrorismo – ha dichiarato il fumettista – poi però criminalizziamo chi si unisce a chi lo combatte.” In segno di solidarietà l’artista romano ha così pensato di dedicare loro una striscia, postata ieri sul sul suo profilo Facebook. Già autore del libro “Kobane calling”, Zerocalcare è stato personalmente nel centro di Mehser, al confine turco-siriano, insieme a un gruppo di volontari per supportare la resistenza curda e raccontare il conflitto attraverso i suoi disegni.

L’ultrà morto: si è spezzato il muro dell’omertà

Dodici ore di interrogatorio ieri a Napoli per l’investimento del tifoso interista Daniele Belardinelli. Otto gli indagati per omicidio volontario. I quattro che stavano sulla Volvo V40 e quattro, compreso un minore, individuati su un’altra macchina. Ma, ha spiegato in serata l’avvocato Emilio Coppola che difende due persone della prima auto sequestrata, gli indagati napoletani potrebbero salire ad almeno trenta. Altri avvisi di garanzia potrebbero riguardare gli interisti. E altre auto potrebbero essere messe sotto sequestro. Secondo le indagini, la Volvo ha investito il tifoso del gruppo neonazi varesino Blood and Honor quando era già a terra. L’auto al rientro a Napoli è stata poi ripulita. La Volvo è stata individuata una settimana fa. In questo tempo chi era a bordo ha sempre detto di non essere presente a Milano. Intanto emergono particolari sull’organizzazione dell’agguato. Nel verbale del 28 dicembre Luca Da Ros, ieri scarcerato, spiega: “Sono arrivato al Cartoons Pub ma non sono entrato. I capi erano al primo piano. Qui gli autisti hanno preso informazioni sul luogo. Poi sono scesi e hanno urlato: andiamo”. La carovana parte verso via Fratelli Zoia. Alle 19:20 del 26 dicembre inizieranno gli scontri con i tifosi del Napoli. Queste le parole di Da Ros nel primo verbale davanti al giudice Guido Salvini. Sempre l’ultras davanti ai pm ha fatto otto nomi di capi presenti in via Novara riconoscendoli da un album di 34 fotografie. Tra loro Nino Ceccarelli capo dei Viking. Ieri Da Ros, arrestato il 27 dicembre, è stato messo ai domiciliari. In questi giorni è stato oggetto di minacce.

Ancora ieri sul proprio profilo Fb un noto ultras dell’Inter legato al gruppo degli Irriducibili e a CasaPound, già arrestato nel 2007 per gli scontri dopo la morte del tifoso della Lazio Gabriele Sandri, ha postato una foto della curva con lo striscione: “Io piuttosto di tradirla morirei”. Il 28 dicembre Da Ros aveva confessato la sua presenza e fatto i nomi di due capi che avevano comandato gli scontri. Non vi è dubbio che quello striscione è riferito a lui. I commenti successivi lo confermano: “Condanna a morte”. Poi: “Agli infami il peggio dei mali”. Minacce chiare, come scritto dal giudice Salvini nell’ordinanza di scarcerazione, arrivate anche nel carcere di San Vittore. Qualcuno passando davanti alla sua cella ha urlato: “Infame!”. La collaborazione di Da Ros ha convinto il giudice. “La sua scelta – scrive Salvini – è stata certamente non facile in ragione della pressione che i gruppi ultras sono in grado di esercitare sui loro singoli componenti”. Una scelta che però “testimonia un concreto distacco da quelle regole di omertà”. Da Ros ha poi detto che “in curva ci sono posizioni che non tutti conoscono”. “Da Ros – ha spiegato il suo legale – non aveva informazioni particolari, gli ultrà accedono alle notizie man mano che salgono la scala gerarchica della curva”. Una scala che la Questura sta ricostruendo, tornando indietro almeno fino al 23 dicembre.

Afragola, 7 bombe in 10 giorni Racket figlio del vuoto dei clan

“Non ho mai visto niente di simile in trent’anni di carriera”. Chi parla è un investigatore con pochi capelli corti in testa ed il pelo lungo sullo stomaco, abituato ad affrontare le realtà complicate dei tanti paesi del vesuviano. Ma a sua memoria l’escalation criminale di Afragola (Napoli), sette bombe di racket in 10 giorni, non ha precedenti. “È il frutto – sostiene – del vuoto di potere creato dalle ultime ordinanze che hanno sgominato i clan storici di Afragola, un vuoto che qualche ‘emergente’ vuole riempire così, seminando ordigni in giro per far capire chi comanda ora”.

Lo ribadisce alla deputata M5S del territorio, Iolanda Di Stasio, che lo incontra accompagnata dal padre, un sottufficiale dei carabinieri, due giorni dopo una visita della parlamentare in Prefettura. Afragola è rappresentata anche nel governo, qui vive e da qui proviene la sottosegretaria leghista al Sud Pina Castiello, che a mezzo stampa annuncia un imminente rinforzo dell’organico del commissariato di Polizia, circa 60 agenti, attribuendolo ai meriti del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Invece sono già arrivati, preceduti da una visita del comandante provinciale dell’Arma Ubaldo Del Monaco, cinque carabinieri della compagnia del reggimento Campania. In una stazione con soli 20 militari (dovrebbero essere 23), è un innesto importante. Si affronta un’emergenza iniziata la notte tra il 26 e il 27 dicembre. Due persone coperte da un ombrello per non farsi riconoscere dalle telecamere hanno piazzato un ordigno davanti alla vetrina del negozio “Il Bello dell’Intimo”, discount di articoli per la casa, causando 15mila euro di danni. La notte dopo sono andati a colpire un altro negozio con lo stesso nome, gestito dal padre ma specializzato in calzini e biancheria.

Finiti sotto attacco anche una pizzeria, un negozio di ceramiche, un punto giocattoli, un supermercato alimentare, un negozio di telefonia. Uguale per tutti il modus operandi, come confermano all’unanimità le vittime nei verbali: la bomba non è stata preceduta da nessun avvertimento o invito a pagare il pizzo. Lasciando al commerciante colpito, oltre al danno, la beffa di arrovellarsi nel dubbio se “informarsi” autonomamente o meno su chi sia stato e perché.

Spalanca le braccia Marco Cataneo, 35enne titolare de “Il Bello dell’Intimo”: “Io non sono preoccupato, al limite dovrebbe preoccuparsi chi non ha ancora avuto la bomba. Sì, nessuno è venuto a minacciarmi prima e non mi interessa sapere chi è stato. Se arrivasse qualcuno ora? Gli direi che non pago. Ma siamo sicuri che è racket? Chi fa estorsioni non dovrebbe prima fare danni”. Ma sulla matrice estorsiva degli attentati, gli inquirenti nutrono pochi dubbi. Nessun dubbio sull’impronta camorristica: infatti la patata bollente di Afragola è già sul tavolo del capo della Dda Napoli Giuseppe Borrelli. “Ci stiamo lavorando”, è il commento laconico del magistrato. La prima retata nel quartiere Salicelle, conglomerato di case popolari i cui cortili sono piazze di spaccio h24 e dove imperano i capiclan. Hanno trovato pistole, coltelli e droga. Roba forse collegata alle estorsioni. Carabinieri e poliziotti ora studiano la mappa delle recenti scarcerazioni per capire se tra questi possano annidarsi mandanti e autori dei raid. Fanno quel che possono con gli organici che hanno.

L’emergenza non è ordinaria. La sola stazione dell’Arma raccoglie quasi 500 denunce al mese e affronta quasi 5.000 deleghe all’anno per attività di polizia giudiziaria. Tra una bomba e l’altra i carabinieri riescono a risolvere il caso del furto di un’auto d’epoca, una Fiat 128 verde del 1970. Il verbale di restituzione al proprietario viene scritto in fretta e furia “perché dobbiamo correre a recuperare un’altra auto rubata, un’Audi”. Ad Afragola si vive così. E un tabaccaio, Maurizio Invigorito, che ha subito 12 rapine in due anni, da obiettore di coscienza che ripudia le armi è arrivato a dire: “Capisco i commercianti che vogliono prendersi una pistola, se lo Stato non ci protegge è giusto che ognuno reagisca come crede. E forse sarò costretto ad amarmi anche io”.

Fusione o rilancio, il destino di Carige si decide in sei mesi

Domani, lunedì 7 gennaio, Pietro Modiano e Fabio Innocenzi incontreranno a Roma il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Il presidente e l’amministratore delegato di Carige, ora che sono diventati commissari per volere della Banca centrale europea, si sono sottratti al controllo (e alle bizze) del principale azionista dell’istituto, Vittorio Malacalza, e hanno almeno sei mesi per portare Carige fuori dalle secche. Si mostrano ottimisti, anche se il lavoro da fare è tanto e il traguardo non è garantito: ma la situazione patrimoniale non è disperata, il lavoro di ripulitura dai crediti deteriorati è già avviato e la banca ha una buona presenza in una regione ricca come la Liguria, tanto da sperare di poter diventare, una volta liberata dalla zavorra, un buon partito per convolare a nozze con qualche baldo pretendente. Certo, nei giorni del passaggio dal 2018 al 2019 la situazione sembrava disperata, dopo che l’annunciato aumento di capitale da 400 milioni era evaporato. Poi la Bce ha fatto ciò che non era mai successo prima, commissariare una banca italiana, confermando però la fiducia ai due manager che la stavano gestendo, Modiano e Innocenzi, a cui hanno aggiunto l’avvocato romano Raffaele Lener.

Ora i commissari hanno tre mesi poi prorogabili, dunque almeno un semestre, per vendere i crediti deteriorati, già passati dai 4,4 miliardi del 30 settembre 2018 ai 2,8 miliardi di oggi. L’obiettivo è di portare, per la semestrale di giugno, la percentuale dei crediti incerti, oggi al 20 per cento dei crediti totali, sotto la soglia del 5 per cento, attorno a quota 1 miliardo. Obiettivo non difficile, ritengono Modiano e Innocenzi, visto che il mercato dei bad loans oggi è florido. Sanno che semmai la fatica da fare sarà quella di portare a casa un prezzo migliore di quello che viene comunemente praticato, con un 15 per cento di sconto sul valore stimato del pacco dono mollato ai compratori. Nei prossimi mesi si vedrà se sarà preferibile vendere “a pezzi” i crediti cattivi, oppure se converrà costituire una bad bank da vendere in blocco, lasciando la good bank libera dalle zavorre e pronta per un eventuale matrimonio, d’amore e non combinato dalle famiglie.

La seconda trattativa che i commissari inizieranno già da domani sarà con i responsabili del Fondo interbancario, per farsi abbassare gli interessi sul prestito di 320 milioni che lo schema volontario del Fondo aveva concesso a novembre, subordinato a un aumento di capitale di 400 milioni che l’assemblea dei soci Carige avrebbe dovuto approvare nell’assemblea del 22 dicembre. Con l’aumento di capitale, il bond da 320 milioni si sarebbe convertito in azioni. Saltata l’operazione per decisione della famiglia Malacalza, il tasso d’interesse del bond è schizzato al 16 per cento, che vuol dire per Carige un costo di 51,2 milioni l’anno. Pesante, per una banca che sta cercando di risollevarsi. Il presidente del Fondo interbancario, Salvatore Maccarone, ha annunciato nei giorni scorsi la sua disponibilità a dialogare sul punto con la banca.

Ma come si è arrivati al commissariamento europeo e alla prima crisi bancaria del governo Cinquestelle-Lega? Si è giocato tutto nelle ore precedenti all’assemblea del 22 dicembre. Modiano e Innocenzi erano convinti di portare a casa il risultato. Avevano avuto da Malacalza l’assicurazione che la sua famiglia avrebbe messo 200 milioni per un aumento di capitale che avrebbe messo in sicurezza la banca. Poi però avevano trovato un ulteriore buco di 200 milioni, frutto di accantonamenti chiesti dalla Bce e non fatti dalla gestione precedente (presidente Giuseppe Tesauro, amministratore delegato Paolo Fiorentino). L’ispezione della banca europea, del resto, era terminata il 3 agosto, il giorno stesso dell’assemblea che avrebbe dovuto decidere gli accantonamenti. Ma una volta rilevato il problema, i 200 milioni di Malacalza non bastavano più, ne occorrevano 400. A questo punto, sollecitato da Modiano, entra in scena lo schema volontario del Fondo interbancario, che mette sul piatto il bond da 320 milioni che, sommato ai 200 promessi dai Malacalza, avrebbe permesso l’aumento di capitale e il salvataggio della banca.

Fino alla sera prima dell’assemblea del 22 dicembre sembrava che l’operazione potesse andare in porto. Poi la ragionevolezza di Davide Malacalza è stata sommersa dallo tsunami del fratello Mattia e del padre Vittorio. Nella banca, la famiglia ha già messo negli anni tante palanche, più di 400 milioni, per arrivare a controllare un 27,55 per cento che oggi non ne vale più di 20. Con l’aumento di capitale e la conversione in azioni dei 320 milioni del Fondo interbancario, la quota dei Malacalza si sarebbe diluita fino quasi a sparire. Ecco dunque che il 22 dicembre la famiglia decide di astenersi, lamentando l’assenza di un piano industriale. Blocca così la strada che avrebbe portato in primavera all’aumento di capitale. È a questo punto che interviene, a sorpresa, la Bce con un commissariamento in continuità con la gestione dell’istituto. L’effetto ottenuto è che ora Modiano e Innocenzi potranno continuare a lavorare senza la presenza ingombrante dei Malacalza, abituati a comandare a tal punto da fissare loro riunioni con i responsabili delle filiali.

Ora cominciano i sei mesi di passione. I commissari, oltre a trattare l’abbassamento del tasso d’interesse con Maccarone e il prezzo dei crediti cattivi con i compratori, incontreranno già nei prossimi giorni i sindacati, che proveranno a rassicurare spiegando che si prefiggono di portare in un semestre la banca al riparo, in un porto che magari non sarà quello di Genova. Finora però nessun pretendente, tra i tanti evocati (Unicredit, Intesa, Ubi, Montepaschi…) si è fatto avanti, né con i commissari, né con l’advisor Ubs. Aspettano tutti di capire come si evolve la situazione. Intanto domani Modiano e Innocenzi cominceranno a parlare con il ministro Tria. Sapendo che la linea del governo – e soprattutto della componente Cinquestelle – è “non un soldo per le banche”. I commissari fanno mostra di non averne bisogno. Racconteranno i loro programmi al ministro e ricorderanno che il collasso costerebbe allo Stato almeno 7 miliardi (per garantire i depositi sotto i 100 mila euro), mentre se il risanamento procederà, la banca si ritroverà con risorse ora nascoste di almeno 2 miliardi (crediti fiscali e alleggerimento dei carichi finanziari). Una bella dote da portare a chi la chiederà in sposa. Ma il traguardo è ancora lontano.

Bimbo di 3 anni esce da solo dall’auto e viene investito

Un bambino di 3 anni è morto investito da un’auto, mentre cercava di attraversare la strada forse per raggiungere il padre. È successo venerdì pomeriggio, attorno alle 18, nel Cesenate. Secondo quanto si apprende, padre e figlio si trovavano in auto sulla provinciale che collega Cagnona a Palmezzano, a San Mauro Pascoli, a più o meno un chilometro dal centro commerciale del Romagna Shopping Valley, quando l’uomo, un 40enne di origine senegalese, ha accostato l’auto per ragioni ancora non chiare. A quel punto il piccolo si è liberato dal seggiolino posto sul sedile posteriore della macchina, è sceso e ha attraversato da solo la strada. Di lì a poco, la tragedia. Un’auto sarebbe riuscita a evitarlo, ma la seconda macchina in transito lungo la strada l’ha investito. Il bimbo è morto all’ospedale Bufalini di Cesena. Sul caso indagano i carabinieri, impegnati a ricostruire la dinamica dell’accaduto. Il padre, appresa la notizia della morte del piccolo, ha avuto un malore. Poi l’uomo è stato sentito dai carabinieri. Tra i punti da accertare, anche la regolarità del seggiolino.

Dodici mesi dopo le promesse del cinquantesimo anniversario la valle del Belice aspetta ancora

Subito dopo il terremoto del 1968 una foto nei paesi del Belice era già diventata storia: su un muro dilaniato dal sisma campeggiava la scritta “La burocrazia uccide più del terremoto”. La commemorazione del cinquantennale il 14 gennaio 2018, arrivata dopo anni di silenzi, aveva però acceso una piccola speranza di riavere finalmente una nuova casa (vera) tra i reduci e i sopravvissuti.

Le promesse erano arrivate direttamente dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in visita nella sua Sicilia aveva esplicitamente denunciato le falle della ricostruzione post-terremoto. Quella foto, tuttavia, ritorna inesorabilmente attuale: i sindaci del Belice, a 12 mesi di distanza, ancora attendono i fondi destinati alla ricostruzione nell’ultima finanziaria approvata dallo scorso Governo.

A rivolgersi al presidente della Repubblica è il sindaco del paese tra i più colpiti dei 21 che hanno usufruito (e abusato) dei fondi: Santa Margherita di Belice, dove un quartiere necessita ancora di opere di urbanizzazione e dove esistono ancora 84 unità abitative da costruire. Il primo cittadino Franco Valenti ha vissuto da giovane quegli anni e lo scorso anno per protesta ha dormito in tenda nel giorno dell’anniversario: “La nostra comunità ha sperato a seguito della sua gradita visita – si legge nella lettera a Mattarella – che il Governo potesse mettere in agenda la questione Belice. Purtroppo così non è stato. La nuova Finanziaria non ha previsto alcuna somma per il completamento della ricostruzione, mortificando ancora una volta le legittime aspettative dei miei concittadini”. Per protestare ancora una volta contro questo silenzio, il 15 gennaio 2019, l’intero consiglio comunale di Santa Margherita di Belice si riunirà a Roma in piazza Montecitorio. “Cercheremo in quella sede i motivi della nostra presenza – si legge ancora nella lettera – e si tenterà di far comprendere all’opinione pubblica la vera storia del terremoto del Belice”.