Capodanno si festeggia anche cantando una canzone neomelodica in onore dei camorristi in carcere, con tanto di dedica a uno di loro, e sparando un colpo di pistola (si spera a salve) per concludere l’“esibizione”. È quanto ha fatto un bambino la cui età potrebbe essere intorno ai 10 anni, che è stato filmato e il video è stato caricato su Facebook. Ha collezionato 123 mila visualizzazioni, più di mille condivisioni e centinaia di commenti tra cui molti di apprezzamento ed esaltazione prima che il social bloccasse i commenti e la visualizzazione del contenuto. “Girava anche su gruppi chiusi come ‘Arresti domiciliari’ e ‘o’ Sistema, dove si fa l’apologia dei clan’” spiega Francesco Emilio Borrelli, il consigliere dei Verdi della Regione Campania che ha denunciato il video alla Polizia postale. Borrelli segnala che il fenomeno dei criminali giovanissimi sta avendo un’impennata: “I camorristi fanno figli perché gli serve manovalanza. Le uniche cose che questi bambini imparano già a pochi anni sono come delinquere, come guidare lo scooter e che loro non sono imputabili”. “Bisogna togliere la patria potestà ai criminali, altrimenti alleveranno figli delinquenti” prosegue Borrelli “e va abbassata l’età a cui sono imputabili” i ragazzini.
“Ho colpito con tutta la forza che avevo”. Sedicenne confessa l’omicidio: “Voleva stuprarmi”
Ha provato a stuprarla nella casa che condividevano da anni e lei l’ha ucciso con un coltello da cucina. L’omicidio è avvenuto venerdì notte a Castelnuovo Scalo, piccola frazione di Asciano in provincia di Siena, e a confessarlo è stata proprio la ragazzina di 16 anni di origini senegalesi che adesso è in stato di fermo in un centro di accoglienza per minori di Firenze. L’allarme è stato dato venerdì notte da un vicino di casa che si era preoccupato per le urla provenienti dall’appartamento a fianco. Una volta giunti sul posto, i carabinieri di Siena hanno trovato una scena dell’orrore sulla porta di casa: l’uomo, marocchino di 63 anni molto conosciuto in paese, è stato trovato completamente nudo con almeno sette coltellate sulla schiena e sul volto. A quel punto i carabinieri hanno interrogato la giovane che però ha fornito versioni diverse: prima ha negato tutto, poi ha accusato il vicino di casa e alla fine è crollata confessando di essere stata lei ad ucciderlo. “Ha provato a stuprarmi – ha detto la ragazza in lacrime – e io l’ho colpito con tutta la forza che avevo”.
Secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri di Siena, l’appartamento era in dotazione agli operai di una fornace vicina dove lavoravano sia il padre della minorenne che la vittima e per questo vivevano insieme da anni. Venerdì sera, approfittando dell’assenza di entrambi i genitori, l’uomo avrebbe raggiunto la giovane in cucina mentre preparava la cena per le due sorelline di 2 anni e 5 mesi e poi l’avrebbe trascinata nel suo letto tentando la violenza sessuale. A quel punto la ragazza sarebbe riuscita a divincolarsi, afferrare un lungo coltello da cucina e colpire l’uomo con violenza. Il coinquilino avrebbe poi tentato di fuggire prima di crollare esanime davanti alla porta di casa. Secondo i carabinieri ,nell’ultimo anno “c’erano già stati degli approcci più soft” da parte dell’uomo nei confronti della ragazza ma mai così violenti. Per questo la giovane minorenne si è fatta giustizia da sola.
Lo stopper Francesco e il ri(s)catto del Pantalla calcio
Calcio orizzantale contro calcio verticale. Da una parte il fair play finanziario, i contratti milionari, le plusvalenze. Dall’altra il mito del calcio minore, la poesia del mondo dilettantistico, dove l’unica cosa che conta è stare insieme e divertirsi. Forse su Marte va così, qui no. Qui, scendendo per li rami, il prestito con diritto di riscatto, a volte, si perde una “s”.
È la storia di Francesco Pazzaglia, 43 anni, centrale difensivo di Collazzone (Perugia). Una specie di Bonucci in 64esimo, una carriera iniziata a 6 anni e mai interrotta: “Sono arrivato a giocare con il Montecastello Vibio, il Quadrelli, il Fratta Todina, insomma mi sono preso le mie belle soddisfazioni”. Che non saranno il Real o il Liverpool, ma va bene così. Le ultime quattro stagioni le passa al Sant’Amanzio Pantalla, a due passi da casa, un paio di allenamenti a settimana, di sera, in seconda categoria. Praticamente l’ultima, essendoci dopo solo le sfide scapoli ammogliati.
In estate l’Olimpia Pantalla, che sta una categoria più in alto, chiede ai “cugini” poveri di fondersi in un’unica società, per risparmiare soldi e tempo, con la promessa condivisa “di mantenere lo stesso spirito della seconda categoria”. Dicono tutti di sì, compreso Francesco, che inizia la stagione da capitano.
Poche settimane bastano per rendersi conto che l’impegno, per lui, è troppo gravoso. Tre allenamenti invece di due, il lavoro, la famiglia, meglio riscendere di categoria, per non appendere le scarpe al chiodo. Tanto più che è ancora un uomo mercato (si vabbè). No, non lo cercano Psg e Bayern, ma Papiano e Collepepe (che avrà la meglio). “Quando lo comunico alla società, la risposta è: per svincolarti devi darci 500 euro”.
Una clausola di rescissione che, se a Barcellona ha un senso, a Pantalla un po’ meno. Nei dilettanti, all’ingrosso, funziona così: dopo i 25 anni, il “contratto” è annuale, la “firma” per una sola stagione, al termine della quale ciascuno può rinnovare o accasarsi altrove.
Va precisato: sia al Sant’Amanzio e sia all’Olimpia Pantalla, lo stipendio dei calciatori è zero euri, al netto di qualche cena in gruppo, ogni tanto.
Non solo. Negli ultimi due anni, su 60 gare, Francesco ne ha giocate 58, cure o visite mediche, ovviamente, a proprio carico. Il consigli direttivo della società, anche se non all’unanimità, ha però stabilito la “nuova linea guida”: “monetizzare” quello che è stato vissuto evidentemente come un “inaccettabile ripensamento”.
Insieme agli altri tre calciatori che hanno chiesto di andarsene, hanno dovuto aspettare la finestra di mercato invernale (giuro, esiste anche qui) dal 1 al 15 dicembre: “Finché i 500 euro non sono stati messi sul tavolo, il cartellino lo hanno tenuto in tasca”.
Gli è stato chiesto anche di riconsegnare il materiale sportivo che gli era stato dato in donazione due anni fa (fratino, tuta, k-way e borsa, nemmeno le scarpe ) “anche lasciandolo al bar di ritrovo”.
Francesco ha scritto una lettera aperta ad un sito di calcio dilettantistico, gli sono arrivate cento telefonate di solidarietà e di comprensione, visto che non è un caso unico. Anzi. Altri gli hanno tolto il saluto. Ma se davvero il calcio, ad ogni livello, è solo business: in questa assurda vicenda, alla fine, chi ci ha guadagnato?
“Fate delle rubriche storiche stile Montanelli sui potenti”
Cari lettori, le vostre richieste di abbonamenti nuovi o rinnovati continuano, insieme ai vostri auspici, osservazioni, critiche, incoraggiamenti, complimenti e suggerimenti sul Fatto che c’è e su quello che vorreste in futuro per il decimo compleanno del nostro giornale. Perciò continuiamo a pubblicare quelli che ci paiono i più interessanti. Nei limiti del possibile, cercheremo di venire incontro a ciascuno per dare a tutti un prodotto più ricco e più rispondente ai desideri della nostra comunità. Voi continuate ad abbonarvi, ad acquistare il Fatto e a consigliarci, noi proveremo ad accontentarvi. Grazie e ancora buon decimo compleanno a tutti noi!
Marco Travaglio
Un giorno mio figlio, un consulente informatico trasferitosi per lavoro prima a Milano ora residente a Barcellona (Spagna), mi disse: “mamma voglio farti un regalo, un abbonamento al Fatto Quotidiano. Conoscevo Marco Travaglio attraverso i suoi libri, e i suoi interventi in tv che apprezzavo tanto e quindi fui contenta di poter leggere un giornale dove scriveva anche Travaglio.
Raffaele, mio figlio, precisò che io avevo bisogno di leggere un giornale libero che non fosse asservito ad alcun padrone. E da allora, era il 2010, che leggo quotidianamente il vostro magnifico Fatto, cartaceo, che ritiro tutti i giorni in edicola. È una dolce abitudine: scendere di casa al mattino, ritirare il Fatto e poi al bar, col mio ginseng, comincio la lettura del mio insostituibile giornale. Grazie a lui tutti i giorni sono informata dal vostro giornale.
Marisa Cardone
Il mio nome è Biagio Palmiro Garofalo. Ho letto il vostro editoriale del 31 dicembre non senza un minimo di commozione. Anche per me è stato “innamoramento e amore” alla prima lettura. C’è un sottile filo che ci accomuna e spiegherò il perché. Ho contribuito con convinzione acquistando sempre la mia copia del Fatto da quando siete nati fino al 2015, anno in cui ho perso il lavoro. Ho 57 anni, il mio ISEE non me lo permetteva più, mia figlia Sara è all’università. A marzo del 2018 mia sorella e mio nipote Giovanni mi dicono che vogliono aprire un’edicola, io ci penso e dico: “Siete pazzi”. Lauropoli, dove è ubicata l’edicola, è una frazione di Cassano allo Jonio in provincia di Cosenza di 6/7mila anime. “È una follia”, ripeto, “chiuderete entro un anno”. Poi ci rifletto meglio e mi convinco “mal che vada leggerò il Fatto gratuitamente”. Ringraziamo la nostra cugina Aurora, più pazza di noi, che ci ha creduto subito. Ad oggi è il nostro maggiore sponsor ed azionista. Siamo aperti da quasi un mese e non si fanno bilanci, ci mancherebbe. Nella nostra edicola vendiamo tre copie del Fatto, mia sorella Rosina lo compra e mette i soldi in cassa, io vi leggo gratis.
Biagio Palmiro Garofalo
Gentilissimi, se fosse possibile, desidererei approfondire, anche solo con una piccola rubrica ad hoc, la storia politica italiana, dal Secondo Dopoguerra in poi, con una focalizzazione sui protagonisti che ne hanno segnato i principali eventi: il tutto possibilmente nello stile travagliano. Ovvero con un occhio alla loro fedina penale, e in omaggio anche al magistero di Indro Montanelli. Grazie di tutto e lunga vita al Fatto!
Antonio Ruggiero
Dieci anni fa acquistai, per curiosità, il numero 2 del giornale; appena vidi le firme sotto gli articoli, quelle di giornalisti controcorrente e invisi ai padroni del vapore, mi precipitai a cercare il numero 1, e da allora non ho perso più una copia. Dopo la condanna nella causa con papà Renzi ho acquistato per un mese tre copie e le ho date in giro. Siete un punto di riferimento per tutti quelli che pensano che il giornalismo sia quello vostro e non quello dei pennivendoli di regime: continuate così. Vorrei suggerire di commemorare le vittime della mafia e della politica anche con la pubblicazione di documenti che sputtanino i responsabili morali: ad esempio commemorare Dalla Chiesa con la pubblicazione dei nomi di chi, nel consiglio dei ministri, non approvò il conferimento dei poteri speciali promessi all’atto della nomina a prefetto in Sicilia; oppure commemorare Falcone con l’elenco dei nomi di chi, al CSM, gli votò contro, prima per la nomina a capo dell’Ufficio Istruzione e poi a membro dello stesso CSM. Insomma una specie di “damnatio memoriae” al contrario, in modo che , a ogni anniversario, venga rinnovato il doveroso sputtanamento. Come sapete, la gente ha la memoria corta e non è male rinfrescargliela con regolarità.
Luciano Sapora
Volevo chiedere quale fosse il criterio con cui pubblicavate gli articoli , ovvero se vi fosse la possibilità che vi venissero inviati dei pezzi che, dopo l’ovvio esame da parte vostra, fossero meritevoli di essere pubblicati. Il tutto prendendo spunto dalla lettura di molte analisi/riflessioni che trovo sul vostro giornale, fatte da persone che, evidentemente, non sono giornalisti di professione nè apparentemente persone di notorietà specifica, cosa decisamente interessante perchè vuol dire anche aprire la strada a pensieri di persone “comuni” o comunque non del settore (a prescindere che alcune siano realmente interessanti ed altre decisamente meno).
Stefano Cereghino
Sono un lettore del Fatto, non per mera fedeltà ma per necessità: il vostro giornale mi aiuta ad orientarmi nella valutazione degli avvenimenti, in un periodo sempre più confuso, carico di contraddizioni, per non cedere all’astensionismo informativo. Cosa auspico, come lettore: che la sua linea pur articolata, possa ridurre le differenze tra i punti di vista al suo interno. Quel che potrebbe disorientare non è la pubblicazione di commenti esterni, dichiaratamente non in linea col giornale, ma posizioni interne non coerenti con la linea del giornale, che dovrebbe essere rappresentata, non solo per convenzione, dal direttore. Credo, in ogni caso, che il merito del Fatto sia quello di contribuire alla costruzioni di opinioni con la conoscenza dei fatti. L’ultimo esempio è l’articolo di Travaglio relativo al decreto sicurezza e alla reazione dei sindaci ribelli. Un contributo alla conoscenza più approfondita delle questioni, da cui può discendere un giudizio meno approssimativo e meno propagandistico e più ragionato per capire la realtà politica. Un esempio di “funzione civica e civile” del Fatto!
Salvatore Giannetti
Suggerirei, e non capisco perché non ci sia, un approfondimento di alcune tematiche sportive, il calcio innanzitutto. Manca completamente un approfondimento alle giornate di serie A. Gli appassionati e i tifosi si sentono snobbati dal vostro giornale. Con stima
Elisabetta Bossone
(3 – continua)
Un sistema unico per i “pass invalidi”: multe sbagliate addio
Un servizioper mettere in condivisione tra i 23 comuni del Veneto dotati di zona a traffico limitato i pass di 115mila persone affette da disabilità consentirà alle amministrazioni del territorio di risparmiare circa 500mila euro di contenziosi ogni anno. Perché nel 75% dei casi, quando il disabile registrato in un comune riceve una multa per essere entrato nella zona a traffico limitato di un altro e ricorre contro la contravvenzione, è il cittadino che la spunta. “Zetatielle Network”, la piattaforma presentata il 4 gennaio dal governatore Luca Zaia e realizzata da Direzione Ict e Agenda digitale della Regione è costata 40mila euro e mette in rete tutte le autorizzazioni ai disabili per entrare nelle Ztl, così il pass blu può essere accettato ovunque. Fino ad ora, se un disabile residente a Venezia entra nella ztl di Treviso, al varco viene “beccato” perché la targa non viene riconosciuta e gli arriva la multa. I controlli ai varchi Ztl in Veneto sono 10 milioni ogni anno e portano a 250mila multe, anche a cittadini disabili. Sempre ogni anno, sui Comuni piovono 6.000 ricorsi contro queste sanzioni, la maggior parte delle volte vinte dai ricorrenti. Da adesso si risparmia.
Tre governi, un dicastero, ma restiamo all’anno zero
Nemmeno il governo gialloverde, che ha istituito il ministero per la Famiglia e le Disabilità, è riuscito fino ad ora a emanare le linee guida del decreto legislativo 151 (Jobs Act) che ha riformato la legge sui collocamenti mirati. Tutto è lettera morta da quasi tre anni, compresi l’istituzione in ogni luogo di lavoro pubblico e privato di un responsabile delle assunzioni dei disabili e la realizzazione di una banca dati nazionale, sempre promessa e mai arrivata, a dispetto delle interrogazioni parlamentari.
Né Matteo Renzi né Paolo Gentiloni né ora il governo Conte hanno messo mano a un provvedimento che avrebbe dovuto essere approvato entro 180 giorni dal decreto, in vigore dal 24 settembre del 2015. “Il primo inadempiente è proprio lo Stato”, dice Nazaro Pagano, presidente nazionale dell’Anmic, l’associazione mutilati e invalidi civili. “Emarginazione e sfiducia stanno crescendo”, prosegue Pagano. “Oggi una persona che ha una invalidità pari o superiore al 74%, con un reddito che non supera i 5.500 euro all’anno, percepisce una pensione di circa 282 euro al mese. Una somma che al disabile non serve praticamente a nulla e che lo fa gravare sulla collettività. Due anni fa abbiamo aperto uno sportello contro le discriminazioni, ed è emerso che è proprio nell’accesso al lavoro che queste si manifestano con più frequenza”.
Ma lo staff del ministro della Famiglia e delle Disabilità Lorenzo Fontana scarica la questione sul ministero del Lavoro (ovvero su Luigi Di Maio): “Il compito spetta a loro, e interferire sarebbe uno sgarbo istituzionale”, ci fanno sapere.
Peccato che le associazioni dei disabili siano ancora in attesa. “Più volte abbiamo chiesto al ministro di intervenire”, spiega Vincenzo Falabella, presidente di Fish, Federazione italiana per il superamento dell’handicap. “Fino ad ora non abbiamo ottenuto risposte”.
Noi familiari, contro ogni “invisibilità”
Caro Direttore,
vorrei dare voce, con rammarico ed amarezza, ad una deplorevole ed inaccettabile condotta, che mi indigna non solo come madre, ma come cittadina che non si rassegna all’inciviltà ed alla prepotenza delle istituzioni, e che intende far rispettare i diritti di tutti noi, soprattutto di quanti debbono convivere con una disabilità.
Vivo nella città di Macerata e sono la mamma di Nitu, una bambina di 11 anni, cieca dalla nascita, titolare di un contrassegno disabili (rilasciato dal Comune), che autorizza la circolazione e la sosta dei veicoli a servizio delle persone con disabilità, mettendole, al contempo, al riparo da “improprie”, oltre che incivili contestazioni o verbalizzazioni di infrazioni, quali quelle che sto collezionando da qualche tempo, persino davanti alla mia abitazione. Il Comune di Macerata, con una delibera del 2017 – sicuramente non pervasa da senso civico né sensibilità, ma tesa solo a “fare cassa” – ha stabilito, in deroga all’art 188 CdS (che prevede importanti agevolazioni per i disabili e per la loro mobilità), che anche il possessore di contrassegno, il quale parcheggi l’auto in uno spazio delimitato dalle strisce blu, è obbligato al pagamento: peccato che tutti i parchimetri sparsi per la città di Macerata si trovino su marciapiedi dissestati e privi di scivoli antibarriere architettoniche. Poiché ritenevo oltre che incivili, comunque illegittime, le sanzioni, e poiché sono avvocato, abbiamo deciso di impugnarle: ben tre Giudici di Pace, all’unisono, hanno condannato il Comune. Ma a oggi nessun ravvedimento è stato posto in essere, anzi, continuano a fioccare multe.
Favorire l’accesso delle persone disabili nella vita reale non consiste solo nell’eliminazione di barriere ambientali e culturali, ma si sviluppa in tutta una serie di ambiti, che dovrebbero agevolare la piena ed effettiva partecipazione alla società civile, a partire da quello forse più importante: il diritto allo studio, che culmina in quello all’inserimento nel lavoro. La scuola appare, salvo rare eccezioni, strategicamente e didatticamente poco organizzata, soprattutto per quanto riguarda la formazione di insegnanti di sostegno e l’utilizzo di appositi sussidi didattici. Una formazione carente limita e pregiudica anche il diritto all’inserimento al lavoro, aggiungendo difficoltà a difficoltà: non basta riservare pietisticamente posti di lavoro. Il nostro sistema legislativo viene spesso disatteso, con pesanti ripercussioni sulla vita reale e pratica delle persone disabili, così da creare un enorme abisso tra la brillante situazione teorica e la pratica.
Auspico che le istituzioni a tutti i livelli e le Associazioni rappresentative dei disabili, cooperino fattivamente, ma questo, per quanto mi consta, ancora non avviene.
Disabili e quote lavoro: ministeri fuorilegge – Noi familiari, contro ogni “invisibilità”
Giacomo Di Foggia ha 33 anni e vive a Roma, una patologia neurologica lo costringe sulla sedia a rotelle da quando ne aveva 21. Con una laurea e un dottorato al Dams, da tre anni è iscritto alle liste del collocamento obbligatorio del Centro per l’impiego della capitale. “In tre anni sono stato chiamato una volta sola per un colloquio alla Rai, e poi non ho saputo più nulla: la verità è che siamo di fronte a una normativa di facciata”. La legge che impone l’assunzione di disabili e categorie protette è la 68 del 1999, riformata dal Jobs Act. Sulla carta, tutto dovrebbe filare liscio come l’olio: le aziende pubbliche o private dai 15 dipendenti in su inviano ai Centri per l’impiego i prospettivi informativi sui propri livelli occupazionali, scatta il termine di 60 giorni per procedere alle assunzioni e, alla scadenza, partono per gli inadempienti i controlli e le sanzioni.
Nella realtà, nulla (o quasi) funziona. Manca una banca dati nazionale per rilevare l’applicazione della normativa. I controlli e le verifiche sono praticamente inesistenti. Persino i ministeri, dai quali ci si aspetterebbe il classico buon esempio, prendono tempo, ricorrendo sempre di più alle convenzioni con i Centri per l’impiego: lecite, sia chiaro, ma servono soprattutto a posticipare le assunzioni, diluendole su più anni.
La Presidenza del Consiglio dei ministri (1.171 dipendenti) ha denunciato al Centro per l’impiego di Roma, alla fine del 2017, una scopertura di 48 unità (le scoperture indicano il numero dei posti che devono essere assegnati agli invalidi): grazie a una convenzione potrà però procedere con il piano di assunzioni entro la fine del 2019 “o al massimo nei primi mesi del 2020”, come precisa lo staff di Conte. Analoga convenzione l’ha firmata la Farnesina (2.521 addetti), che dal 2016 si è presa tre anni di tempo per frazionare il reclutamento di 33 disabili. A sua volta il ministero dell’Economia (9.164 dipendenti) per sanare 98 scoperture ha avviato sì selezioni pubbliche, ma ha anche fatto ricorso a un’altra convenzione: e tutto slitta al prossimo 31 dicembre. La Difesa? Per regolarizzare le sue 47 scoperture avrà tempo fino alla fine del 2019.
E dire che la legge sembrava all’avanguardia: almeno 1 disabile nelle aziende che hanno da 15 a 35 lavoratori; 2, dove i dipendenti oscillano tra i 36 e i 50; una quota fissa del 7% di disabili nei casi in cui vengano superati i 50 addetti. “Ma i Centri per l’impiego, svuotati di risorse e personale, sono nel caos e se imponi sanzioni devi essere in grado di vigilare, il che non avviene quasi mai”, dice Nina Daita, responsabile nazionale disabilità e lavoro della Cgil.
Gli ultimi dati disponibili sul collocamento mirato risalgono al 2014 e al 2015, vale a dire gli anni presi in esame dalla relazione al Parlamento presentata il 28 febbraio scorso, a riprova di come un monitoraggio capace di rendere efficaci anche i controlli sia un miraggio (specie se la raccolta è frammentata, affidata alle amministrazioni periferiche che spesso non rispondono). In questo scenario, gli iscritti alle liste – costituiti per il 95% da invalidi civili – risultano essere più di 775mila. Quasi l’85% è in stato di disoccupazione. Situazione di fronte alla quale nemmeno il governo accelera le procedure. “Certo, paghiamo anche le conseguenze degli scandali sui falsi invalidi – dice Andrea Silvestrini, vice presidente di Aniep, associazione per la promozione e la difesa dei diritti dei disabili –, ma il fatto è che né le aziende private né quelle pubbliche hanno interesse ad assumere un invalido: devono abbattere le barriere architettoniche, avere i bagni adeguati. E persiste il pregiudizio culturale che fa del disabile un dipendente improduttivo”. Che le verifiche siano quasi inesistenti lo dimostrano i numeri dell’Ispettorato del Lavoro. L’anno scorso le aziende controllate e sanzionate sono state 183, per multe, effettivamente riscosse, pari a quasi 835mila euro. Nel 2017 furono anche meno: 155. E in Italia le sole imprese private sono più di 6 milioni.
È così che i disabili restano inchiodati alla disoccupazione. Ed è così che non viene asciugata la spesa pubblica per le pensioni di invalidità, che insieme alle indennità di accompagnamento pesa per ben 12,5 miliardi sui nostri conti pubblici.
James denuncia: “Fermato dalla polizia solo perché nero”
Fermato dalla polizia, pistola in pugno, solo per il colore della pelle. A lanciare l’accusa è Mike James, ventottenne cestita di Portland e playmaker dell’AX Armani Exchange Milano, squadra capolista del campionato italiano di Serie A di basket che ha raccontato su Twitter la vicenda, accaduta “appena fuori dal mio appartamento”, che lo ha visto protagonista. “La polizia ha fermato me e i miei due amici in mezzo a 50 persone mentre stavamo camminando”, ha spiegato James. “Sono usciti dall’auto con le pistole in mano dicendoci di mostrare le carte d’identità. Ho risposto che non lo avrei fatto fino a quando non avessero messo via le pistole”. “Hanno detto di stare calmi, che, è normale. Ma non è per niente normale – ha proseguito James – saltare fuori da una macchina puntando una pistola a delle persone”. Ad un utente che gli scrive “Suppongo che ti abbiano guardato con sospetto perché sei nero”, il cestista ha risposto “Sì, lo so”. L’episodio sarebbe avvenuto a City Life a Milano vicino all’abitazione del cestista.
Renzi, i figli e la legione dei troll
Nel mondo parallelo dei social, ormai diuturnamente occupato dai politici pocofacenti e dai loro sgherri, una legione di troll e insultatori capitanati dal politico multiforme (diciamo così) e renzistissimo Andrea Romano ha sottoposto la sottoscritta a un linciaggio tanto più allucinante quanto più basato sul nulla, o meglio sulla manipolazione del senso di un articolo che venerdì abbiamo dedicato alla sapida intervista dell’ex potente Matteo Renzi su Oggi. Forse al fine di contrastare i temibilissimi hacker russi grilloleghisti, ultimamente i politici del Pd per difendersi dalle critiche – non potendo opporre ad esse la benché minima credibilità personale e politica – si avvalgono dello sguinzagliamento ad opera delle seconde file come Romano di azzannanti regolatori di conti, molti dei quali si identificano sotto l’hashtag #facciamorete col quale i perdenti alle elezioni hanno voluto segnalare una svolta rispetto alla garrula strategia dei popcorn. In quell’articolo, di cui qualunque persona sana di mente e non in malafede ha capito benissimo il senso, stigmatizzavamo la tendenza di Renzi a tirare fuori i suoi figli nei momenti di crisi comunicativa, con preferenza per la già più volte citata, instagrammata e fotografata figlia tredicenne, sul cui carattere e i cui gusti il papà – premettendo di non volerne parlare per privacy – si dilunga con dovizia di particolari, tanto da metterci a parte pure del divieto che le fa di indossare minigonne ammettendo al massimo i jeans strappati. Nulla di nuovo: Renzi ha sempre esposto i figli senza troppi scrupoli, come Salvini e ora anche Di Battista. Di tutti pensiamo la stessa cosa: i figli non sono un argomento politico, e se i leader investono tutto sulla comunicazione personale è nostro diritto criticare e se è ancora lecito ironizzare su questa tendenza patetica. Andrea Romano, ex Scelta Civica e altre cose trascurabili (tra cui direttore del giornale che ha seppellito L’Unità), poco noto fuori da Twitter ma un vero asso della comunicazione social (aveva appena gridato allo scandalo per la falsa epurazione di due comici dalla Rai2 di Freccero), ha chiesto ai suoi numerosi follower (si trasformassero tutti in voti!) “cosa spinge una giornalista (donna, forse madre) ad attaccare i figli adolescenti di un politico #barbarie”. Romano, che peraltro ha involontariamente (?) sfrenato proprio i più bassi istinti dei violenti del web additando loro una giornalista donna forse madre, si tranquillizzi sulla nostra eventuale prole: semmai, dobbiamo difenderla dagli effetti materiali e immateriali della politica che lui e il Pd hanno finora incarnato stando al governo e all’opposizione. Ma lui sa benissimo che non abbiamo attaccato i figli di Renzi, verso i quali semmai sentiamo un moto di protezione. Tutto quel che sappiamo sulla famiglia Renzi lo abbiamo appreso da lui o dalle inchieste dei magistrati. E ai fiancheggiatori che ci accusano di fare “gossip” (da cui siamo “fogna”, “miserabili”, “schifosi”, “veyeuristi”, “fascisti”, “vomito” e altre carinerie) notifichiamo che non ci siamo recati a Rignano sull’Arno a fare un’inchiesta sugli outfit della figlia di Renzi; semplicemente, abbiamo riportato le esatte parole del babbo, chiedendoci a quale strategia politica possa rispondere questa morbosa e caricaturale rappresentazione dei propri pargoli. Non sappiamo per quale strana alchimia se Renzi usa i figli, persino sottolineandone la puberale vanità e fisicità, e tu fai notare che Renzi usa i figli, allora per gli esaltati di Twitter sei tu che usi i figli di Renzi. Sospettiamo sia uno dei frutti dello spudorato ribaltamento del senso con cui lo statista di “se vince il Sì tutti i malati di cancro avranno gli stessi farmaci indipendentemente dalla Regione” e di “se perdo il referendum vado a casa” ha impestato il discorso pubblico.