Chiamparino sale sul Tav: oscura i dem e punta sul Sì

Sergio Chiamparino sa che il “suo” Pd, oggi, può soltanto farlo perdere. La prima sconfitta (dopo quella del 1994, “anno berlusconiano”, quando alle elezioni politiche Alessandro Meluzzi di Forza Italia lo disarcionò nel quartiere operaio di Mirafiori Sud) per l’ex sindaco più amato d’Italia che a questo punto, in primavera, rischierebbe di non essere riconfermato come governatore del Piemonte. Così, sondaggi alla mano (“Oggi come oggi, ho solo un terzo delle possibilità di recuperare”) e alla soglia dei 71 anni, Chiamparino ha deciso di rincorrere, con una buona dose di coraggio, la lepre del centrodestra (non ha ancora un candidato, ma è in netto vantaggio) saltando su un treno ad alta velocità e innalzando la bandiera della lista civica.

Lo farà a cominciare da sabato prossimo, 12 gennaio, alle 11,30 a Torino: in un flash mob che, in piazza Castello, cercherà di replicare la manifestazione del 10 novembre scorso, quando le “sette madamin”, le lobby degli industriali piemontesi e l’amico di Gianni Letta, Mino Giachino, radunarono 20-25 mila manifestanti per dire sì, appunto, al collegamento Tav tra Torino e Lione. Questa volta, Chiamparino ci sarà (due mesi fa era a Biella per la visita di Sergio Mattarella) e non nasconde che quell’evento sarà di fatto l’inizio della sua campagna elettorale. Tutta impostata, prima ancora che sui programmi del Pd, su uno slogan che fa del “sì” una password da opporre a chiunque dice no (il M5S in primis, la sindaca Chiara Appendino, il governo gialloverde) all’Alta velocità, al bis delle Olimpiadi invernali e, comunque, allo sviluppo del Nord Ovest, schiacciato da un asse leghista che, dal Ticino, arriva sino a Trieste.

L’idea è precisa e aveva già avuto una prova generale nelle urne regionali del 2014, quando a sostenere il governatore del Pd scese in campo anche una piccola lista civica che aveva come simbolo il Monviso. Questa volta, Chiamparino pensa molto più in grande: la nuova formazione civica, “Sì per il Piemonte del Sì”, dovrebbe essere quella dominante per il “listino” candidato al di fuori della coalizione e comparire, si augura il governatore, anche nei simboli tradizionali.

Un’ammissione, ma anche una speranza: che tutto questo serva a recuperare la terribile difficoltà elettorale del Pd.

Una bad company che Chiamparino medita dunque di mettere da parte? Lui nega (“Semmai, tutto questo può aiutare il Pd ad aprirsi, ad essere inclusivo, a raccogliere chi in Piemonte non si sente più rappresentato”) e appare comunque convincente, visto che sarebbe impossibile una sua candidatura senza una lista del Pd. Ma ciò che ha in testa è altrettanto chiaro: solo il suo prestigio personale e solo una forte carica civica possono infatti invertire la rotta. E se tutto questo dovesse realizzarsi, anche questa è una riflessione implicita di Chiamparino, il peso dei consiglieri civici nella futura maggioranza assicurerebbe al governatore un’indipendenza dal suo vecchio partito che è sempre stata una sua prassi: quando era sindaco di Torino e quando, con il collega di Venezia Massimo Cacciari e dopo la vittoria di Berlusconi nel 2008, sognava di fondare un Pd del Nord, federato a quello nazionale.

La “speculazione civica” del governatore uscente è esplicita e punta sull’isolamento dei Cinquestelle nella contesa regionale; sull’ingombrante imbarazzo di Salvini e della Lega (il partito che traina nei sondaggi piemontesi il centrodestra) rispetto all’Alta velocità e al verdetto sul rapporto costi-benefici della Torino Lione; sul malumore di Forza Italia che ha caldeggiato e promosso la piazza Sì-Tav del 10 novembre scorso. In una gara ad acchiappare incerti e senza-partito che proprio nel “sì” ha il suo perno e che però non appare per nulla scontata, visto che se la lista civica di Chiamparino si chiamerà “Sì per il Piemonte del sì”, il forzaitaliota Giachino usa da tempo “Sì Tav, sì lavoro” (in una città che, nel 2018, ha registrato un meno 40 per cento nella produzione della Fiat Mirafiori) e le “sette madamin” (al cui interno i giochi tra la destra e la sinistra sono molto ambigui e ancora tutti da decidere) hanno invece per le mani un “Sì, Torino va avanti”.

Ce la farà il piè veloce Chiamparino nella sua rincorsa e nel suo nascondere il più possibile il simbolo del Pd? Giusi La Ganga, ex delfino di Bettino Craxi nel Psi e oggi “grande elettore” per la sinistra del Pd del neo segretario regionale Paolo Furia, ipotizza il possibile scenario “dell’anatra zoppa”. “Chiamparino può diventare presidente per una manciata di voti, mentre sempre per pochissimi seggi il centrodestra potrebbe prendersi il Consiglio regionale. A quel punto, credo che Sergio saprebbe trovare una maggioranza, anche grazie proprio alla sua nuova dimensione più civica che di uomo di partito”.

La Uil: “La misura favorirà il sommerso senza creare posti”

Il provvedimentodel Governo sul Reddito di cittadinanza “rischia di favorire chi lavora in nero” e di non creare lavoro se non quello di chi sarà assunto dagli uffici per l’impiego. A dirlo all’Ansa è il numero uno della Uil, Carmelo Barbagallo. Ha chiesto al Governo di aprire un confronto. “Se non si crea lavoro – ha detto – le proposte a chi prende il reddito non arriveranno”- Sottolinea poi il bisogno di mettere paletti che siano giusti. Critico verso la possibilità di chiedere fino a otto ore di lavoro alla settimana da parte dei comuni al beneficiario del reddito di cittadinanza. “Non abbiamo ancora finito di stabilizzare i vecchi Lsu – dice – e ricominciamo con i lavori di pubblica utilità? Chiedo al Governo di incontrarci. Mi auguro che si possano togliere le incongruenze che portano danni al Paese”. Insiste sulla necessità di favorire gli investimenti pubblici e privati. “Bisogna creare lavoro – sottolinea – . Il problema più grande è l’evasione fiscale e il sommerso. Bisogna aggredire quello. Questo provvedimento rischia di favorire chi lavora in nero. Ci saranno i furbi che lo chiederanno e l’economia non riprenderà”.

Duri controlli e sanzioni per chi imbroglia, ma difficili da applicare

Sono così i tante le condizioni da rispettare per ricevere il reddito di cittadinanza che diventa difficile immaginare quale famiglia possa evitare di infrangere qualche regola. Da tempo i Cinque Stelle sono ossessionati dai critici che preconizzano orde di evasori, parassiti e nullafacenti all’assalto dei 780 euro al mese. E così la bozza del decreto si concentra molto più su di loro che sui poveri onesti.

A leggere il testo mandato dal ministero del Lavoro a palazzo Chigi (sarà discusso in Consiglio dei ministri la prossima settimana) si scopre una lista quasi infinita di casi di esclusione o decadenza del beneficio. Per esempio comprare una moto nuova di cilindrata sopra 250 nei sei mesi precedenti la domanda (se invece è usata, chissà perché, va bene). Basta poi che in una famiglia uno dei componenti presenti dimissioni volontarie dal lavoro e tutti i membri perdono il diritto al reddito di cittadinanza per dodici mesi.

Chi imbroglia nella dichiarazione Isee sulla situazione economica e viene scoperto rischia da uno a sei anni di carcere e perde l’accesso al reddito per dieci anni. La stessa sanzione colpisce la famiglia in cui uno dei componenti della famiglia svolga lavori in nero mentre prende il sussidio. Dettaglio curioso, qui si ritrova il concetto di evasione di sopravvivenza, evocato spesso anche dai solitamente legalitari Cinque Stelle: la sanzione scatta soltanto se il reddito maturato in nero, se dichiarato, avrebbe comportato la perdita del sussidio. In bocca al lupo a chi dovrà stabilirlo, visto che, per definizione, un reddito in nero non lascia tracce. In compenso non si possono prelevare più di 100 euro al mese con la card su cui viene caricato il reddito e c’è il divieto “del consumo di beni e servizi provenienti dal gioco d’azzardo e che portano alla ludopatia”

Non partecipare alle attività di formazione, alla ricerca attiva del lavoro o non rispettare gli impegni presi con gli assistenti sociali (per chi viene indirizzato a loro) comporta poi perdite di varie mensilità di sussidio fino alla perdita del diritto a riceverlo.

Lo scopo di questa lunga casistica è deterrente. Non è molto chiaro se e come funzionerà l’apparato dei controlli. Gran parte delle irregolarità contemplate si può scoprire incrociando le banche dati, ma molto altro no (per esempio il lavoro nero). E da alcuni indizi si capisce che il governo pensa che un monitoraggio caso per caso sia di fatto impossibile. L’Isee, per esempio, viene aggiornato una volta all’anno e poiché vale per il futuro, a differenza della dichiarazione dei redditi che riguarda il passato, non c’è il rischio che al mutare della condizione economica del beneficiario questi si trovi a dover dare indietro i soldi ricevuti, come è successo – con grande disappunto dei contribuenti coinvolti – con gli 80 euro del governo Renzi. Tradotto: se Tizio presenta un Isee da povero a gennaio e vince la lotteria a marzo, continuerà a ricevere il reddito di cittadinanza fino alla presentazione dell’Isee per l’anno successivo.

Più lineari le condizioni poste alle aziende che ricevono un incentivo pari ad almeno cinque mensilità di sussidio se assumono uno dei beneficiari: il contratto deve essere a tempo indeterminato, il neo-assunto non può essere licenziato per due anni senza giusta causa e l’impresa deve impegnarsi a investire sulla sua formazione stipulando un accordo con il centro per l’impiego pubblico. Un’aggiunta importante nel testo del decreto, che mancava nei documenti di lavoro precedenti, è che per ricevere l’incentivo il datore di lavoro deve dimostrare “un incremento netto del numero di dipendenti a tempo indeterminato” oppure – e qui è un gioco di sponda con quota 100 per il pensionamento – il disoccupato non vada a sostituire un pre-pensionato. Questo vincolo dovrebbe evitare che le aziende si liberino di qualche dipendente poco qualificato per sostituirlo con un disoccupato che riceve il reddito di cittadinanza. Ma per un’impresa è un salto nel buio prendersi a tempo indeterminato e senza neppure un periodo di prova qualcuno che magari è stato fuori dal mercato del lavoro per anni e che è così disperato da aver dovuto chiedere il reddito di cittadinanza.

In questo campominato di requisiti e sanzioni ci sono però poche righe sui veri poveri, quelli che non sono neppure in condizione di lavorare perché tossicodipendenti o con disturbi psichici. Chi deve prendersi cura dei familiari non ha l’obbligo di accettare le offerte di lavoro lontane e di formarsi. Ma per tutti quelli bisognosi di aiuto diverso dalla formazione professionale non c’è un solo euro aggiuntivo: i servizi sociali dei Comuni, già sotto organico, rischiano di vedersi indirizzare migliaia di nuovi soggetti da seguire senza risorse per nuove assunzioni o investimenti. L’urgenza di sanzionare gli imbroglioni ha fatto perdere di vista i più deboli.

Reddito, servono 10 anni di residenza continua

Dopo mesi di indiscrezioni, ora c’è la bozza del decreto legge su reddito di cittadinanza e pensioni trasmessa dal capo dell’ufficio legislativo del ministero del Lavoro, Antonio Sabella, a palazzo Chigi il 4 gennaio. E arriva la risposta a uno dei temi più discussi degli ultimi giorni: il reddito di cittadinanza andrà anche agli stranieri? Il primo articolo del decreto stabilisce di sì, ma con requisiti così stringenti che penalizzano anche alcuni italiani.

Per poter chiedere il sussidio serve la cittadinanza italiana o di Paesi Ue (gli stranieri comunitari saranno trattati alla pari degli italiani), il diritto di soggiorno permanente oppure un “permesso di soggiorno di lungo periodo”. Ma è nel secondo comma il vero limite: il beneficiario del reddito deve essere “residente in Italia in via continuativa da almeno 10 anni al momento della presentazione della domanda”. Questa è una stretta notevole rispetto al Reddito di inclusione, la versione attuale di quello di cittadinanza, varato nel 2017 dal governo Gentiloni, che prevedeva una permanenza continuativa in Italia di 2 anni. Non si hanno notizie di abusi da parte di immigrati, mentre l’Istat certifica che l’incidenza della povertà assoluta che è al 5 per cento tra le famiglie di soli italiani sale al 29 per cento in quelle di soli stranieri che sono dunque i più bisognosi di strumenti anti-povertà.

Questo vincolo così stringente esclude di fatto dalla possibilità di richiedere il reddito di cittadinanza anche i tanti italiani che hanno cancellato la residenza in Italia perché hanno tentato fortuna all’estero: nel solo 2017 sono stati 155.000. Se tornassero, non potrebbero chiedere il sussidio.

La bozza di decreto regola anche le pensioni a “quota 100”. Intanto viene ribadito che si tratta di un intervento “in via sperimentale” per gli anni 2019-2021. Dopo, con le norme attuali, torna in pieno vigore la legge Fornero con i suoi paletti. Anche per questa misura si trovano vincoli più stretti di quelli attesi. I dipendenti pubblici che maturano i requisiti per la pensione (38 anni di contributi e 62 di età) entro il 31 marzo possono ricevere la pensione solo dal primo luglio, per ragioni di cassa al Tesoro. E quelli che maturano i requisiti dopo dovranno comunque aspettare altri sei mesi prima di ricevere l’assegno. Meglio porsi il problema subito, però, perché “la domanda di collocamento a riposo deve essere presentata all’amministrazione di appartenenza con un preavviso di sei mesi dalla data di maturazione dei requisiti”.

Nel settore privato, chi ha i requisiti al 31 dicembre 2018 può andare in pensione dal primo aprile 2019.

Non poteva mancare il condono, la “pace contributiva”. Cioè la possibilità di “riscattare” periodi di contribuzione non coperti in 60 rate mensili, anche pagate dall’azienda che così manda in pensione il lavoratore anziano e costoso e, si spera ma non è affatto detto, ne assume uno più giovane.

Il comitato per il No al referendum ora sta con i Comuni

Il decreto sicurezza è “incostituzionale” e per questo i sindaci fanno bene a non applicarlo. Il Coordinamento per la Democrazia costituzionale si schiera a difesa degli amministratori che si rifiutano di obbedire alla legge voluta dal ministro Salvini. Un provvedimento che secondo loro rischia di lasciare in strada come irregolari migliaia di immigrati. In una nota a firma di Massimo Villone, Silvia Manderino e Alfiero Grandi, già promotori dell’ex Comitato per il No nel referendum costituzionale del dicembre 2016, si esprime pieno appoggio ai sindaci. “Le decisioni del governo e in particolare parti significative della normativa sicurezza contrastano con i valori che la Costituzione ha inscindibilmente inserito nell’ordinamento giuridico”, spiegano i firmatari, ricordando anche “l’eccezionale gravità” del caso della Sea Watch, che vaga da oltre due settimane nel Mediterraneo senza che sia riconosciuta ai passeggeri la possibilità di sbarcare. “Nella legalità costituzionale non c’è posto per norme disumane e criminogene che ricordano le leggi razziali”.

Ad appellarsi alla Consulta sarà il migrante discriminato

Sarà un richiedente asilo ad attivare la Corte Costituzionale. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) è già operativa. “Sono in corso iniziative volte a portare davanti alla magistratura la questione, con richiesta di rinvio alla Consulta, che confidiamo sarà presto chiamata a pronunciarsi sul punto”.

Il punto è l’articolo 13 del decreto che dispone, per i richiedenti asilo, l’impossibilità di iscriversi all’anagrafe e quindi di accedere alla residenza. “Riteniamo – continua l’Asgi – che non sussista alcuna ragione giustificatrice di una diversità di trattamento nell’iscrizione anagrafica che colpisce una sola categoria di stranieri legalmente soggiornanti”. Nel frattempo – dopo l’annuncio dei sindaci di Palermo e Napoli – la Regione Toscana è la prima istituzione a muoversi: lunedì la giunta regionale – ha annunciato il governatore Enrico Rossi – approverà la delibera sul ricorso da presentare alla Corte costituzionale. Mentre il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino ha dichiarato: “Stiamo valutando se esistono i fondamenti giuridici per un ricorso alla Consulta. Se ci sono, non perderemo tempo”. Ma ci sono le condizioni giuridiche? Non è per nulla certo. Il soggetto deputato per legge ad adire la consulta, infatti, è proprio il richiedente asilo. L’iter è il seguente: il richiedente asilo che si vede rifiutare l’iscrizione all’anagrafe può presentare ricorso in tribunale e, contestualmente, chiedere che sia adita la Consulta perché ritiene la norma lesiva dei diritti garantiti dalla Costituzione. Se il giudice non ritiene manifestamente infondata la richiesta la Consulta sarà investita della questione. Per i sindaci la questione è leggermente diversa. Se disapplicano il decreto, e il prefetto dispone la sua applicazione, possono anche in questo caso ricorrere a un giudice e, incidentalmente, chiedere il ricorso alla Consulta.

“Disobbedire al dl sicurezza è solo un favore a Salvini”

“Questo decreto rappresenta un errore catastrofico da parte di un governo neo-autoritario, ma disapplicare la legge sarebbe solo un favore a Matteo Salvini”. Il governatore della Puglia Michele Emiliano assicura di “condividere totalmente l’indignazione dei sindaci italiani”, ma respinge la linea della disobbedienza al decreto sicurezza annunciata da Leoluca Orlando e Luigi de Magistris. “Forse – sorride – anche per la mia forma mentis di magistrato”. Piuttosto, consiglia di fare ricorso. E rigetta ogni possibile dialogo con i Cinque Stelle: “Ora non è possibile parlare con loro, sono in trance”.

Perché il decreto sarebbe così sbagliato?

Perché fa saltare il sistema della seconda accoglienza, quello affidato agli Sprar, che era molto flessibile, ossia adattabile ai vari contesti territoriali. Non incentivava nuovi arrivi e integrava le persone, con l’insegnamento della lingua italiana e dando loro lavoro, soprattutto nell’agricoltura. E poi aveva ripopolato tante zone del Paese.

Però costava troppo, secondo Salvini. E in effetti sui migranti tanti hanno lucrato.

Non ho mai avuto l’impressione che quel sistema costasse troppo. E poi metà di quei soldi rimanevano sui territori. Ma soprattutto ora i costi verranno scaricati sui Comuni, perché svariate migliaia di persone, da anni in Italia, verranno gettate nell’illegalità. E chi si dovrà occupare di loro? I sindaci, con il loro welfare. Per questo sono tutti preoccupati.

Il premier Giuseppe Conte ha promesso che incontrerà l’Associazione nazionale dei Comuni. Si aspetta miglioramenti al testo?

Spero che Salvini prenda atto di aver preso una cantonata.

Ci sono contatti in corso con l’Anci?

Mah, i contatti questo governo li tiene con i post e le dirette su Facebook. Siamo alla finzione della politica.

E allora i sindaci che vogliono disobbedire potrebbero avere ragione.

Va ricordato ai sindaci dei piccoli Comuni che disapplicare la legge può configurare un reato. E che il sospetto di incostituzionalità di una norma può essere sollevato solo nel corso di un processo. Poi dovrà essere il giudice a rimettere eventualmente la questione alla Consulta. Non ci sono alternative per agli amministratori. Quindi neppure l’obiezione di coscienza, di cui ho pure sentito parlare. La legge la prevede solo per determinate fattispecie.

Quindi solo ricorsi?

Sì, basta provocare un giudizio tramite un cittadino o un’associazione. E comunque bisogna comportarsi in modo diverso da Salvini, che chiude i porti e decide chi salvare o no. Non dobbiamo metterci sul suo piano. La legalità è una sola.

La Toscana farà ricorso contro il decreto per conflitto di attribuzione.

Per ora non riesco a individuare la materia di esclusiva competenza della Regione che verrebbe lesa dal provvedimento. Le materie di cui si discute, dalla sicurezza all’integrazione, sono tutte di competenza perlomeno concorrente tra Stato e Regioni.

Allora strada sbarrata?

Una via può essere la legge La Loggia, che consente alle Regioni di fare ricorso per tutelare le materie di esclusiva competenza dei Comuni. Tagliando i fondi agli Sprar il decreto incide sull’assistenza diretta, che spetta ai sindaci.

Intanto il governo si è detto pronto ad accogliere donne e bambini a bordo della Sea Watch e della Sea Eye. E ha attaccato le Ong.

Questa storia delle Ong è una barzelletta. Come in tutti i settori ci sarà qualcuno che non si comporta bene, ma la maggior parte dei volontari opera per fini umanitari. Dopodiché esiste un diritto del naufrago ad essere accolto, nonostante quello che dice Salvini e chi governa con lui.

Ecco, il governo. Conte fa il mediatore, il leghista il falco e Di Maio pare barcamenarsi.

È un gioco delle parti. Uno fa il poliziotto cattivo, un altro il buono.

Lei aveva auspicato un accordo di governo tra Pd e M5S. E ora tanti glielo rinfacciano: “Pensate se avessimo fatto come consigliava Emiliano”.

È una stupidaggine, detta per coprire un grave errore. Stringendo l’accordo di governo la Lega ha raddoppiato i consensi, mentre i 5Stelle appaiono come dei pasticcioni e crollano nei sondaggi. Salvini sta distruggendo il Movimento, portandolo a una brutta deriva. Invece il Pd avrebbe potuto condurlo su un’altra rotta, recuperando punti. Se avessimo fatto l’accordo, i consensi li avremmo raddoppiati noi.

Magari il M5S aveva contraddizioni dentro di sé, prevedibili.

Non so cosa sia capitato ai 5Stelle. Sono assolutamente indignato dalla decisione di Di Maio di autorizzare nuove trivellazioni petrolifere nel golfo di Taranto. Da questo momento si dovranno aspettare da me ciò che ha patito il governo Renzi. Impugneremo in ogni sede il provvedimento di autorizzazione.

Il prossimo segretario del Pd dovrebbe comunque provare a parlare con il M5S? E lei chi sosterrà nel congresso?

In questa fase è impossibile ragionare con loro. Dopodiché io non posso svolgere attività di partito (non ha rinnovato la tessera del Pd per una sentenza della Consulta, secondo cui i magistrati possono candidarsi ma non possono partecipare alla vita dei partiti, ndr) ma voterò per Nicola Zingaretti. È l’unico che assicura la fine del renzismo.

 

I selfie del capitano e la vita vera

Matteo Salvini ed il suo staff ci regalano un’altra lezione di vita: basta buonismo e falsi problemi, pensiamo alla vita vera. Come fa lui, in giro a farsi foto con i suoi fan mentre il Paese si perde in chiacchiere sui migranti ed altre frivolezze. “Mentre nel semivuoto Twitter i sinistri passano le giornate a frustrarsi nel loro odio anti-Salvini, il Capitano ha già fatto almeno cento selfie a Chieti (prima di dieci tappe abruzzesi), tra una folla festante, e sotto la neve”, ha scritto l’altro giorno l’esperto di comunicazione Luca Morisi, suo personale social media manager (ma a libro paga del Ministero dell’Interno), rendicontando una delle tante uscite pubbliche del ministro. Per poi concludere: “Vita vera contro bolla!”. Eh già, perché l’odissea dei passeggeri della Sea Watch (49 disperati che vagano per il Mediterraneo da oltre due settimane senza avere il permesso di sbarcare), gli effetti del decreto sicurezza sulla vita di migliaia di persone, contro cui sono in rivolta decine di amministratori locali sono tutte stupidaggini, care solo ai benpensanti del web. Per fortuna c’è il Capitano che continua ad occuparsi dei problemi veri del Paese: i suoi selfie.

Vicesindaco leghista butta le coperte di un senzatetto

Prima ha rubato e buttato via le coperte di un clochard, poi se ne è vantato su Facebook. A Trieste è bufera sul vicesindaco leghista, Paolo Polidori, che per sua stessa ammissione ha gettato “con grande soddisfazione” dei vestiti lasciati in strada, che sarebbero serviti a un barbone per ripararsi dal freddo. “Non ce l’ho con lui ma con la situazione. Più volte questa persona è stata invitata ad andare in una struttura di accoglienza e ha rifiutato”, ha poi precisato. Intanto, però, è scoppiata la polemica: “Vigliacco”, ha scritto Matteo Renzi, “gesto vile, lascia senza parole”, il commento di Stefano Patuanelli, capogruppo M5S al Senato. In molti chiedono le dimissioni. E a pochi chilometri l’assessore alla Sicurezza di Monfalcone, Massimo Asquini, ha pubblicato su Facebook una filastrocca razzista: “Il migrante vien di notte con le scarpe tutte rotte.” Anche qui proteste dell’opposizione.

L’assist di Fico a Di Maio (che torna a fare il duro). Conte media da solo

Finora si era mosso dietro le quinte, esercitando quella moral suasion con cui da tempo prova ad arginare gli sbandamenti a destra del suo Movimento. Ieri, invece, Roberto Fico è uscito allo scoperto: “I governi aiutino i più deboli, senza paura”, dice all’Europa incapace di trovare un posto per i 49 migranti che dal 22 dicembre vagano per il Mediterraneo. E però, quando parla di paura, non manca di avvertire anche i suoi colleghi Cinque Stelle che siedono a palazzo Chigi: in particolare, quel Luigi Di Maio che un giorno si smarca da Matteo Salvini e il giorno dopo riparte all’attacco delle Ong che quei migranti hanno caricato a bordo delle navi Sea Watch 3 e Professor Albrecht Penck.

Perché se da una parte Fico dice di essere “contento” della disponibilità ad accogliere donne e bambini che due giorni fa Di Maio ha offerto a nome dell’Italia, dall’altra ricorda che non si può “permettere che vengano lasciati in condizioni inaccettabili degli esseri umani che fuggono da dolore, morte e sofferenza”.

Non esattamente lo stesso concetto espresso da Di Maio, che ieri è ritornato sulla linea dura dicendo che c’è bisogno di “accertamenti per sapere dove queste ong abbiamo prelevato queste persone, se gliele ha portate qualche scafista o se hanno fatto un vero salvataggio. Su questo non arretriamo come governo”.

È un tira e molla necessario, obbligatorio. Perché il premier Giuseppe Conte insiste sulla via della mediazione e attiva i canali diplomatici per ottenere la ripartizione europea dei profughi attraverso il suo consigliere diplomatico, l’ambasciatore Pietro Benassi. Mentre Di Maio e Salvini giocano una partita che è tutta politica. E se nel caso del leader della Lega il tracciato è chiaro (“Crollano gli sbarchi, crollano i permessi umanitari. Volere è potere, io non mollo di un millimetro, avanti tutta! #stopinvasione”), a casa del leader Cinque Stelle si cammina sui pezzi di vetro. E bisogna stare attenti a non tirare la corda con i “ribelli” che ancora garantiscono la maggioranza al Senato; e si deve spostare l’attenzione dai sindaci grillini che bussano a palazzo Chigi per chiedere come risolvere i problemi lasciati aperti dal decreto Sicurezza; e c’è da rassicurare l’elettorato preoccupato dalla deriva salvinista; e pure evitare che il salvinismo si porti via quelli che alla copia preferiscono l’originale.

L’equilibrismo di Di Maio è messo a dura prova. Ed è lo stesso ministro dell’Interno ad inchiodarlo, non senza ferocia, alle sue responsabilità: “Riconosco ai miei compagni di governo serietà e coerenza – ha detto ieri Salvini -. Io da solo non sarei riuscito a fare sull’immigrazione quello che stiamo facendo insieme”.

Non fa distinguo tra i due alleati di governo nemmeno la Cei, che ieri è intervenuta per voce del responsabile della fondazione Migrantes, monsignor Guerino Di Tora: “Di fronte a situazioni umanitarie che richiamano scenari di morte – ha detto – non ci si può tirare indietro e sentirsi ugualmente con la coscienza a posto”.

Un’accusa, quella di mancanza di “umanità”, che i gialloverdi rigirano dritta al resto dei paesi europei, immobili di fronte all’emergenza. E che sarà il leitmotiv della campagna elettorale che sta per cominciare: “Un’Europa che nasconde sempre di più la testa sotto la sabbia non mi piace per nulla – ha ribadito ieri Di Maio -. La cambieremo con le elezioni Europee”. Già questa settimana il vicepremier 5 Stelle dovrebbe volare a Bruxelles per seguire la partita delle alleanze, alla ricerca di gruppi europei disposti a fare asse con il Movimento. Salvini, invece, è pronto a partire per la Polonia per incontrare l’ex premier ultranazionalista Jarosław Kaczynski e stringere il patto elettorale per le elezioni di maggio anche con le destre europee. Quelli, in sostanza, che a “fare la loro parte” con i profughi che arrivano nel Mediterraneo non ci pensano nemmeno.