“Ci hanno condotti in Italia”: nelle carte la verità su Malta

La “guerra” sui migranti ha sprofondato l’Europa in un abisso d’umanità. Al fondo ci sono imaltesi. A dimostrarlo, gli atti del Tribunale dei ministri sul caso Diciotti, il pattugliatore italiano che nell’agosto scorso salvò 190 persone da un naufragio imminente in acque maltesi e poi, in Italia, attese 5 giorni prima di ottenere l’autorizzazione allo sbarco. I documenti – rivelati ieri da AdnKronos – raccontano la disumanità di Malta in quelle ore. Il racconto del superstite Aphem Fishea non ha bisogno di commenti.

“I maltesi – racconta – hanno detto che non ci avrebbero condotto a Malta. Hanno aggiunto che avevamo sbagliato posto… e ci avrebbero fatto vedere la direzione … per andare in Italia… il mare era agitato, eravamo spaventati… quando i maltesi si sono avvicinati… eravamo contenti… immaginavamo che ci avrebbero soccorso, volevamo essere salvati… a bordo c’erano persone che non stavano bene… erano malate e tutto questo è stato detto ai maltesi… gli abbiamo detto che a bordo c’erano dei bambini… ci hanno detto di seguirli perché ci avrebbero condotti in Italia… Abbiamo seguito la nave maltese per 24 ore… poi di notte, siamo stati abbandonati … il mare era molto agitato, la nostra barca di legno imbarcava molta acqua… temevamo di affondare… trascorso poco tempo siamo stati avvicinati da una nave italiana che, senza chiederci nulla, ci ha salvati”. Le parole di Ephem sono anche la migliore risposta alle dichiarazioni rilasciate in quelle ore da Salvini: “Non ho capito perché una nave italiana sia andata in acque maltesi, già Malta si volta dall’altra parte dicendo di andare in Italia. Che le navi italiani controllino le nostre acque”. Se lo avessero fatto conteremmo 190 vittime in più.

Alle 2.45 del 16 agosto i marinai italiani sono già certi che la situazione stia precipitando. Alle 2.55 invitano Malta a intervenire. Niente da fare. Alle 3.07 la Guardia Costiera riceve la richiesta di Sos dei migranti e ordina l’intervento alle proprie motovedette. Chiede a Malta di fornire – come previsto – le indicazioni di coordinamento e la designazione di un POS. Riceve la “imbarazzante risposta di ‘attendere messaggi formali’. Non resta altra scelta che effettuare il provvidenziale intervento e salvare i 190 migranti da un naufragio certo”.

La relazione di servizio della Guardia Costiera è drammatica. Nel barcone il livello dell’acqua “raggiungeva già la linea di basamento del motore”. I marinai dopo il salvataggio scappano letteralmente dal barcone. Che affonderà circa un’ora dopo. Il comandante della Capitaneria di porto di Lampedusa, Leandro Tringali, viene registrato mentre commenta: “… i maltesi sono ancora lì…me l’ha detto il Diciotti… infami…”. E ancora: “Qui è guerra con Malta!”. Eccola, la guerra europea sui migranti. Una sventagliata di fandonie sulla pelle di 190 persone. Alle 5.36 la Capitaneria di porto chiede ancora a Malta l’indicazione di un porto. I maltesi rispondono di aver “assistito il barcone” ma i naufraghi hanno “rifiutato ogni forma di assistenza”. Non basta. Accusano la Capitaneria di porto di aver “compiuto l’intercettazione di un’imbarcazione che stava esercitando il diritto di navigare in sicurezza e senza pericoli”. Alle 7.20 l’ammiraglio Sergio Liardo riceve un messaggio dal capo di gabinetto del Viminale, Matteo Piantedosi: “Mi dicono che sono stati trasbordati in acque Sar maltesi. Ma proprio non si poteva insistere con i maltesi visto che li seguivano?”. Liardo risponde: “Stiamo approfondendo. Appena avremo un quadro chiaro sarà mia cura informarla”. Due ore dopo Piantedosi insiste: “… occorre chiedere a Malta di farsi carico dello sbarco”. Liardo: “Ci proviamo”.

La manfrina di La Valletta prosegue fino alle 21.02 del 16 agosto quando accusa “le autorità italiane di aver violato le convenzioni” per aver “cercato deliberatamente di impedire approdi sul territorio italiano”. Lo stallo con Malta prosegue fino al 20 agosto quando il governo italiano decide di far ormeggiare il Diciotti a Catania. Ma senza consentire lo sbarco. Che avverrà soltanto il 25, dopo l’accordo raggiunto con Albania e Irlanda sulla redistribuzione dei migranti.

Il tribunale esclude qualsiasi ipotesi di reato per Salvini – non solo quindi il sequestro di persona – dal momento del soccorso fino all’ormeggio a Catania. La Procura di Catania ha chiesto la sua archiviazione per i fatti successivi fino allo sbarco. Il Tribunale dei ministri sottolinea che le motovedette italiane sono state “costrette a intervenire in zona Sar Maltese” per le “gravi e plurime violazioni” commesse da Malta. “Dalle prove acquisite – scrive il Tribunale – risulta chiaro che il comportamento illecito e irresponsabile dell’autorità maltese” è “dipeso dall’intenzionale proposito di spingere forzosamente il barcone nelle acque italiane per scaricare sullo stato italiano la responsabilità primaria dell’evento”.

Sea Watch ancora ferma: “Non siamo un hotspot”

Mentre la politica è impegnata con gli annunci e il rimpallo delle responsabilità, non cambia la situazione dei 49 migranti fermi davanti alle coste di Malta: a bordo della “Sea Watch 3” e della “Professor Albrecht Penck”, alcuni da 14 giorni, quasi cinquanta persone aspettano che qualcuno li accolga.

Tra loro ci sono una decina, tra donne e bambini, che Malta continua a non far entrare, nonostante l’Italia con Luigi Di Maio abbia ribadito la disponibilità ad accoglierli. Per gli altri, il governo italiano non intende fare eccezioni alla linea dura dei “porti chiusi” inaugurata dal ministro Salvini l’estate scorsa: nessuno sbarca sul nostro suolo se non c’è una ripartizione europea dei profughi. Finora, il resto dei paesi Ue è rimasto zitto. Ieri, uno spiraglio (seppur minimo) è arrivato dalla Germania: secondo alcuni media locali, ci sarebbe la disponibilità ad accogliere i migranti delle due navi, ma nell’ambito di una “distribuzione bilanciata” per arrivare ad una “veloce soluzione” della vicenda nel quadro della responsabilità e solidarietà europea.

Insomma, è la posizione di Berlino, ognuno deve fare la propria parte: Italia, Malta e le altre nazioni. Difficile, al momento, vedere la soluzione. Bruxelles finora non si è dimostrata in grado di trovare risposte condivise. Nell’attesa, a bordo delle due navi si resiste, con la terra ad un passo. Sono 14 giorni per la “Sea Watch 3”, sette per la “Penck”. “Stiamo ancora aspettando un accordo politico”, fa sapere l’ong Sea Eye, che ironizza sulle manifestazioni di sostegno che le arrivano dal nostro Paese: “Amiamo l’Italia perché non è Salvinia”.

Ma il tempo passa e Sea Watch “non è un hotspot galleggiante – riferisce l’altra ong – ma una nave di soccorso. È necessario procedere alla sbarco immediato di tutti i 32 ospiti soccorsi da 2 settimane”. E parte anche un attacco a Di Maio che “dopo 14 giorni di rifiuto di un porto sicuro si rende conto che almeno donne e bambini potrebbero avere diritti umani e chiama l’offerta di prendere solo loro una ‘lezione di umanità’ per l’Ue”. E così, ancora oggi, gli annunci restano annunci e le navi restano in mare.

Ultimo fango a Rai2

Hai capito Freccero? L’avevamo sempre considerato un fottuto e folle genio. Ora scopriamo che è un coglione patentato. Pensate: a 71 anni, anziché godersi la pensione in santa pace, accetta di tornare a dirigere Rai2. Gratis. E perché lo fa? Perché vuole epurare Luca e Paolo chiudendo la loro striscia quotidiana Quelli che dopo il Tg, condotta insieme a Mia Ceran dalle 21 alle 21.20. E perché li vuole epurare? Perché prendono per i fondelli il ministro Toninelli (come se non si prendesse già abbastanza in giro da solo). Così lui vuole sputtanare 50 anni di carriera di artigiano di una tv libera, scapigliata, polifonica e politicamente scorretta, dunque di recordman delle epurazioni subìte, per fare un favore ai 5Stelle. Poi, per essere proprio sicuro che nella sua Rai2 nessuno si permetterà più di perculare un solo esponente giallo-verde, che fa? Si precipita a Valencia, dove vive dimenticato da tutti (fuorché dal pubblico) Daniele Luttazzi, il satirista più irriverente, feroce, eccessivo e censurato della tv italiana degli ultimi 25 anni, per riportarlo su Rai2, ben sapendo che quello, se mai accetterà, sposterà il mirino delle sue frecce avvelenate dai governi di centrodestra e centrosinistra a quello grillo-leghista. Così poi, alla prima puntata, si dovrà epurare anche lui.

Se non ci credete, vuol dire che non avete letto i giornali di ieri, che prendevano per buone le panzane twittate dalla solita combriccola di scioperati e cazzari renziani sul nuovo editto bulgaro emanato da Freccero contro Luca e Paolo per ordine di Toninelli. Diciamo subito che il triplo Toninelli dei due comici genovesi e di Ubaldo Pantani è strepitoso, coma quasi ogni loro gag. E infatti i tre continueranno a sbeffeggiare Toninelli e chi altro vorranno ogni domenica a Quelli che il calcio. La chiusura della striscia serale nasce dalla scelta di potenziare la scarsa informazione Rai con uno spazio fisso di approfondimento giornalistico dopo il Tg2, come Rai1 faceva ai tempi di Biagi e come fanno tuttora Rete4 con Stasera Italia e La7 con Otto e mezzo. Cosa c’entri Toninelli non è dato sapere, visto che non risultano lamentele sue né dei 5Stelle contro la parodia di Luca e Paolo (i quali peraltro prendono in giro anche altri politici, che con la stessa logica distorta potrebbero essere additati come mandanti dell’epurazione). Perché allora molti gridano alla censura? Perché i partiti e la stampa mainstream non possono ammettere che questa maggioranza, dipinta come autoritaria e liberticida, ha mille difetti e fa mille errori, ma con la Rai s’è finora comportata meglio o meno peggio delle precedenti.

Ha nominato al vertice un manager competente e apolitico, Fabrizio Salini, che ha garantito nelle tre reti e nei tre tg una discreta polifonia (alcuni direttori sono vicini alla maggioranza, altri alla vecchia sinistra) e valorizzato le risorse interne. Nulla di simile alle occupazioni berlusconiane e a quella (ancor peggiore) renziana. E nessuna censura. Anzi, si sono rivisti in Rai Corrado e Sabina Guzzanti alla Tv delle ragazze e ora potrebbe tornare Luttazzi, che manca da 17 anni dopo che B. l’aveva fatto cacciare e il centrosinistra si era ben guardato dal revocare il suo editto bulgaro, anzi l’aveva confermato aggiungendone altri contro Gabanelli, Giannini e Giletti. Ci voleva il ritorno di Freccero, per il controeditto. Che poi è solo il minimo sindacale della normalità.

Per negare questa evidenza, riconosciuto sul Fatto anche da Sabina Guzzanti, tutt’altro che filogovernativa, bisogna prima sminuire o ridicolizzare il ritorno di Luttazzi (“solo la peggiore sinistra si ricorda chi è”, scrive sul Foglio Massimo Bordin, sedicente “liberale” coi soldi pubblici di Radio Radicale). E poi inventare censure inesistenti. Fino a prendere sul serio Renzi e la sua corte di poveracci che, dopo aver chiuso Ballarò e L’Arena e manganellato Report, il Tg3 della Berlinguer, Dimartedì e chiunque altro non cantasse le lodi del renzismo, ora strillano all’epurazione di Luca e Paolo. Ai quali va la massima solidarietà per l’“abbraccio” del figlio di Tiziano, di Anzaldi, di Andrea Romano e della Morani per qualcosa che non è mai avvenuto: non lo meritavano. Poi ci sono il Giornale e Repubblica, nuova coppia di fatto in edicola. Il Giornale blatera di “oscuramento” e “siluramento”. Repubblica addirittura di “fatwa sovranista”, di nuovo “editto” dell’“Epurator Freccero”. Ma se il Giornale riconosce che Luca e Paolo restano su Rai2 la domenica, dove Freccero li ha invitati a continuare la parodia di Toninelli, Repubblica riesce a scrivere che “il direttore in quota 5Stelle (sic, ndr) ha deciso di farli fuori dal servizio pubblico” e racconta la balla la loro “eliminazione dai palinsesti Rai”. Purtroppo non può citare una sola frase di Toninelli, o di Conte e Casalino (altri bersagli dei due comici) o dei 5Stelle contro il programma, simili a quelle dei berlusconiani e dei renziani contro le trasmissioni sgradite. E allora inventa: “Toninelli tirerà un sospiro di sollievo… Immaginate la reazione dell’establishment pentastellato, notoriamente poco dotato di sense of humour”, diversamente da quello berlusconiano e renziano. Purtroppo due anni fa, quando i renziani partirono all’assalto di Report per un’inchiesta sulle reazioni avverse a certi vaccini e sui conflitti d’interessi di Pessina costruttore ed editore dell’Unità, Repubblica si scordò di difendere l’indipendenza della Rai. Anzi, unì i suoi fuciletti ai manganelli, chiedendo la testa del conduttore Sigfrido Ranucci con l’accusa di aver tradito la lezione di Milena Gabanelli (che l’aveva scelto come braccio destro e poi come successore) e di abbaiare come un cane col “sinistro latrato degli spacciatori di bufale”. La famosa fatwa degli epurator di Repubblica.

Un anno di addii. Fine del “Trono”: tocca a “Catch-22”

Il 2019 si annuncia come un anno di addii per gli amanti delle serie tv. Il più doloroso e nello stesso tempo il più atteso sarà quello al Trono di Spade, la saga tratta dalle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin che ad aprile si concluderà con l’ottava stagione (in onda su Sky Atlantic in contemporanea con gli Stati Uniti). Dopo gli ultimi sei episodi, i fan si potranno consolare con gli spin-off – la Hbo sta lavorando ad almeno quattro progetti – e con la serie di NetflixNightflyers, basata su un altro racconto di Martin. Se l’ultima stagione del Trono sarà l’evento dell’anno, ci sono altri titoli molto amati destinati a finire.

Il 28 gennaio su Joi comincia la stagione conclusiva di The Big Bang Theory, la sitcom più seguita degli ultimi anni. Bisognerà invece aspettare l’estate per scoprire che fine faranno Carrie Mathison, l’agente della Cia protagonista di Homeland, e le carcerate di Orange is The New Black. L’elenco degli addii prosegue con Mr. Robot, The Affair, Veep e Unbreakable Kimmy Schmidt. Alcune storie finiscono, altre continuano. La prima in ordine di tempo è True Detective, su Sky dal 14 gennaio. È prevista per quest’anno anche la seconda stagione di Big Little Lies, la serie più premiata del 2017 (quattro Golden Globe e cinque Emmy). New entry Meryl Streep, nel ruolo della madre di Perry, che affiancherà Nicole Kidman e Reese Witherspoon in un cast già stellare.

Anche gli abbonati a Netflix possono stare tranquilli. Il 4 luglio verrà distribuita la terza stagione di Stranger Things, ambientata nel 1985, poi sarà il turno del secondo capitolo di Mindhunter e del terzo di The Crown, con Olivia Colman che prenderà il posto di Claire Foy nei panni della regina Elisabetta e Helena Bonham Carter nella parte della principessa Margaret. Il 2019 dovrebbe essere anche l’anno della terza stagione di The Handsmaid’s Tale, trasmessa in Italia da TimVision, e di The New Pope di Paolo Sorrentino, con John Malkovich.

Fra i titoli nuovi il più atteso è forseCatch-22, miniserie in sei episodi che arriverà su Sky in primavera. È l’adattamento di un romanzo del 1961 di Joseph Heller, ambientato in Italia durante la Seconda guerra mondiale: fra gli attori George Clooney, che è anche co-regista e produttore, Hugh Laurie, Kyle Chandler e Giancarlo Giannini. Cast eccellenti anche per due serie fantasy previste su Amazon Prime Video nei primi mesi del 2019. Sono Good Omens con Michael Sheen e Jon Hamm, il Don Draper di Mad Men, e Carnival Row con Orlando Bloom e Cara Delevingne.

Grandi aspettative circondano The Gilded Age, il nuovo drama in costume del creatore di Downton Abbey Julian Fellowes: si svolgerà nella New York di fine Ottocento e avrà come protagonista una ricca ereditiera. Sempre ambientata nella Grande Mela, ma negli anni Ottanta del Novecento, Pose racconta l’ascesa degli yuppie, il fermento culturale di quegli anni e la “ball culture”. È stato uno dei titoli più apprezzati negli Usa nel 2018 – ha due nomination per i Golden Globe: la premiazione è in programma domenica notte – e il 31 gennaio arriverà anche in Italia, su Netflix. Da seguire anche The Act, una serie antologica basata su crimini realmente accaduti: protagonista della prima stagione, che parte da un articolo di Buzzfeed, è una madre morbosa interpretata da Patricia Arquette.

E in Italia? Il ritorno più atteso è quello di Gomorra, che in aprile arriva su Sky con il quarto capitolo. Marco D’Amore, dopo la morte a sorpresa del suo personaggio Ciro Di Marzio, si è spostato dietro la macchina da presa. Dalla malavita napoletana a quella romana, dal 22 febbraio sarà su Netflix la seconda stagione di Suburra, basata sull’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo.

Mentre la Rai, dopo il successo de L’amica geniale, punta ancora sulle grandi coproduzioni internazionali: il 18 febbraio al via Il nome della Rosa, con regia di Giacomo Battiato, protagonisti John Turturro e Rupert Everett.

Pellicole cinematografiche e serie tv in arrivo nel 2019

Al cinema o seduti sul divano, in questa e nella pagina accanto. Abbiamo selezionato alcuni dei titoli che vedremo nel 2019 appena iniziato. Tra stranieri e italiani, ecco gli appuntamenti più attesi.

Dal Re Leone in live action al duplex stellare Scorsese e Tarantino, passando per il traditore Buscetta: blockbuster, autori internazionali e italiani per un 2019 di grande cinema.

Blockbuster. Una teoria di sequel e trasformazioni di stato, dal cartoon agli attori, con la Casa di Topolino sugli scudi.

Dumbo di Tim Burton. Remake con Colin Farrell ed Eva Green dell’animazione Disney del 1941, il trailer fa ben sperare: dal 28 marzo.

Avengers: Endgame di Joe e Anthony Russo. Zeppo di star, il round finale tra Thanos e i “buoni” – quanti ne rimarranno a terra? – chiude la Fase 3 del Marvel Cinematic Universe. Dal 25 aprile.

Aladdin di Guy Ritchie. A dare anima e corpo all’adattamento del cartoon del ’92 sono il Genio Will Smith e Mena Massoud per Aladdin: dal 23 maggio.

The Lion King di Jon Favreau. Negli Usa il 19 luglio, da noi il 22 agosto, Favreau ha già rifatto in live action e con successo Il libro della giungla nel 2016: Donald Glover (Simba) e Beyoncé (Nala) nel cast vocale, box office ruggente.

It: Chapter Two di Andy Muschietti. Libro che vince si divide in due film, e vale anche per Stephen King. Trent’anni dopo i piccoli hanno le fattezze di Jessica Chastain e James McAvoy, e stavolta il Pennywise di Bill Skarsgård rischia grosso. Dal 5 settembre.

Downton Abbey di Michael Engler. Il 24 ottobre, con un mese di ritardo sugli Usa, la serie si fa lungometraggio, trasferendo dallo Yorkshire alla sala Hugh Bonneville e Michelle Dockery. Lo showrunner Julian Fellowes produce.

Un film su Terminator di Tim Miller. Non si conosce il titolo, ma arriverà il 31 ottobre: dirige il regista di Deadpool, produce James Cameron, ritornano Arnold Schwarzenegger e Linda Hamilton. Reboot, s’appiglia ai primi due film della saga: l’ultima volta di Sarah Connor.

Frozen 2 di Chris Buck e Jennifer Lee. Dopo 1.276 milioni di dollari incassati nel 2013, Elsa e Anna tornano per le tasche dei grandi e la gioia dei piccini: il 12 dicembre in Italia, a maggior gloria del merchandising.

Star Wars: Episodio IX di J. J. Abrams. Dal 18 dicembre, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaac, John Boyega e Lupita Nyong’o per coronare la trilogia sequel. Supplice richiesta dei fan a J. J.: ritornare sulla filologica via, dopo la sterzata di Rian Johnson.

Rambo 5 di Adrian Grunberg. Last Blood per sottotitolo, il quasi 73enne Sylvester Stallone per tutto il resto. Contro un cartello della droga messicano, è l’estrema avventura di John Rambo: dal 19 dicembre.

Grandi autori. Scorsese targato Netflix, Brad Pitt e Di Caprio per Tarantino, l’imperituro Eastwood: fuori i secondi.

Il corriere – The Mule di Clint Eastwood. Novantenne veterano di guerra e orticoltore viene beccato a trasportare cocaina del valore di tre milioni di dollari per un cartello messicano: il quasi 89enne Eastwood si dirige e prenota il quinto, e più, Oscar. Dal 7 febbraio.

The Beach Bum di Harmony Korine. L’avrebbe voluto Barbera a Venezia, sarà la sorpresa della stagione: l’ex enfant terrible dirige lo strafatto e ribelle Matthew McConaughey. C’è anche Snoop Dogg, il 22 marzo negli Usa.

Dolor y gloria di Pedro Almodóvar. Voltaggio autobiografico e metacinematografico – un regista riflette su vita e opere –, Penélope Cruz e Antonio Banderas per interpreti, dal 22 marzo in Spagna e poi a Cannes.

Once Upon a Time In Hollywood di Quentin Tarantino. Probabile anteprima a Cannes, uscita americana il 26 luglio, il decimo film (separando il dittico Kill Bill) di Tarantino appiccica agli omicidi della Manson Family (1969) il passo a due di un aspirante attore e il suo stuntman. Cast da stropicciarsi gli occhi: Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino e Dakota Fanning.

Joker di Todd Phillips. Nel cast Zazie Beetz e De Niro, quello del “Clown Prince of Crime” è ruolo segnante: le prime immagini di Joaquin Phoenix inquietano di normalità. Dal 3 ottobre.

Little Women di Greta Gerwig. Dopo Ladybird, Gerwig rilegge – tra le righe il #MeToo? – la Alcott con Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Meryl Streep, Laura Dern e i maschietti Timothée Chalamet e Louis Garrel. A Natale in America.

The Irishman di Martin Scorsese. Chi ha ucciso Jimmy Hoffa? È “Il” film del 2019, nel cast De Niro, Pacino, Joe Pesci e Harvey Keitel, produce e distribuisce – come, quando, dove? – Netflix. E se aprisse la 76. Mostra di Venezia?

Italiani. Il Pinocchio di Matteo Garrone, Tre piani di Nanni Moretti e L’amico di scorta di Checco Zalone: sul set entro l’anno, difficilmente anche in sala. Dunque, su chi puntare?

Il traditore di Marco Bellocchio. Mafioso e collaboratore di giustizia, Tommaso Buscetta ha il volto di Pierfrancesco Favino – gli toccherà anche Bettino Craxi in Hammamet di Amelio – e il tocco antropologico di Bellocchio. Cannes o Venezia?

Freaks Out di Gabriele Mainetti. Lo chiamavano Jeeg Robot, e mo’? L’opera seconda più attesa, e difficoltosa, del nostro cinema: Mainetti ritrova Claudio Santamaria e si prova nel film in costume. O la va o si spacca.

 

I dati di Merkel e centinaia di politici finiscono su Twitter

Girano su Internet da dicembre, ma gli interessati l’hanno saputo solo ieri l’altro: un migliaio di dati personali di centinaia di politici e personaggi famosi in Germania sono stati hackerati e pubblicati su Twitter da uno sconosciuto che ha usato un account di Amburgo. Anche la cancelliera Angela Merkel e il presidente Frank Walter Steinmeier sono finiti nel mirino dell’hacker che ha rivelato numeri di telefono, fax, carte di credito, indirizzi mail, lettere, chat private, contratti d’affitto e conti in banca. La cancelleria ha fatto sapere che “a prima vista si ritiene non siano state divulgate informazioni sensibili”. Le prime notizie parlavano di un indirizzo di posta elettronica, un numero di fax e della corrispondenza della Merkel. Sono scattate le indagini degli 007. Tutto il gabinetto Merkel è finito sotto tiro dell’attacco durato fino a fine ottobre (non si sa quando è iniziato). Colpiti deputati del Bundestag, eurodeputati, esponenti delle assemblee regionali e comunali, di tutti i partiti tedeschi, fatta eccezione dell’ultradestra di Afd: coinvolti 410 esponenti dell’Unione (Cdu-Csu), 230 socialdemocratici, 105 Verdi, decine di esponenti della Linke e 80 dell’Fdp. Oltre ai politici, coinvolti i giornalisti satirici Jan Boehmermann e Oliver Welke, e i reporter televisivi di Ard e Zdf. Nella lista anche l’attore Till Schweiger.

Senza più utero, è entrata anche Sasikala: ancora scontri in India

Una terza donna ha fatto il suo ingresso nel tempio induista di Sabarimala, nello stato indiano Kerala, luogo di culto tradizionalmente vietato alle devote in età fertile, riaccendendo gli scontri che in queste ore già infiammavano la regione. Centinaia i feriti, oltre 700 persone fermate e quasi 1.000 arresti: numeri senza precedenti per lo stato dell’India meridionale che hanno messo in difficoltà il primo ministro del Kerala, Pinarayi Vijayan, tra gli aperti sostenitori delle due battagliere donne, Bindu e Kanaka, entrate – prime nella Storia – nel tempio sacro lo scorso 2 gennaio (e che da due giorni vivono in località protetta). Complici le elezioni generali alle porte, Vijayan è stato criticato dai partiti d’opposizione (nonché i due principali attori politici a livello nazionale): il nazionalista-induista Bhartiya Janata Party (Bjp) del primo ministro Narendra Modi e il partito del Congress, i cui seguaci sono subito scesi in strada, dichiarando il primato della loro tradizione religiosa.

Ieri mattina, mentre in strada la situazione sembrava essere tornata alla calma, il primo ministro e la polizia si sono trovati a confermare che una terza donna, Sasikala, 47enne induista e proveniente dallo Sri Lanka, era entrata nel tempio verso le undici della sera prima. La donna ha dichiarato di essere reduce dai 41 giorni di digiuno e penitenza prescritti dalla tradizione. Ma, soprattutto, le sarebbe stato rimosso l’utero: niente mestruazioni, quindi niente “impurità”, motivazione ufficiale dell’esclusione delle donne dal tempio. Dalle colonne del quotidiano The Hindu, un editoriale parlava esplicitamente di una concezione da superare. Ma i più conservatori ribattono che non è questione di parità, bensì di libertà religiosa. Tra sangue mestruale, strategie politiche e richieste di parità, con queste premesse le prossime elezioni in Kerala saranno senza esclusione di colpi.

Trump fa l’ottimista, ma non basta

Comincia con la sfida dei democratici al presidente Trump la nuova legislatura del Congresso Usa, il più diverso di sempre per genere, etnia, religione e il più femminile che mai: terreno di confronto è lo shutdown, cioè la serrata dell’Amministrazione federale, che va avanti da due settimane senza che se ne intravveda la fine. Trump cerca di scansare la trappole dei democratici spostando la palla: un gioco che sa fare bene. Così il presidente assicura che non cederà sul muro al confine con il Messico, accusa i democratici di minacciarlo d’impeachment sul Russiagate perché sanno di non poterlo battere nel 2020 e fa girare la voce di pensare a Jim Webb, 72 anni, ex senatore democratico ed ex ministro della Marina nell’Amministrazione Reagan, come successore di James Mattis alla guida del Pentagono.

Secondo il New York Times, Webb, che si oppose alla guerra in Iraq, e che fece una comparsata nelle primarie democratiche per Usa 2016, sarebbe d’accordo con Trump sul ritiro delle truppe dalla Siria e dall’Afghanistan. La mossa potrebbe creare imbarazzo fra i democratici e spiazzare tutti i “falchi” repubblicani che aspirano alla carica di segretario alla Difesa.

Il presidente, poi, saluta con entusiasmo i dati sul mercato del lavoro (312 mila posti creati nell’ultima settimana, con il tasso di disoccupazione salito dal 3,7 al 3,9%) e manda Larry Kudlow, il suo consigliere economico, un fedelissimo – finché dura -, a cercare di tranquillizzare i mercati, nervosi per i rapporti con la Cina: l’economia – dice Kudlow alla Bloomberg – cresce, la recessione non è alle viste, il presidente è ottimista sulle trattative con Pechino, che riprenderanno lunedì.

Rompe un po’ le uova nel paniere dell’ottimismo il presidente della Federal Reserve Jerome Powell: Kudlow giudica “utile” un incontro “franco” tra Trump e Powell, ma il presidente della Fed dice che non è previsto e che non intende dimettersi, neppure se Trump, che l’ha nominato solo dieci mesi or sono, glielo chiedesse. Il magnate rimprovera al banchiere l’aumento dei tassi d’interesse, che a suo dire raffredda la crescita.

Come primo atto della nuova legislatura, la Camera a maggioranza democratica approva una legge di bilancio per superare lo stallo dello shutdown e per fare ripartire il governo federale, paralizzato per metà dalla mancanza di fondi. Il documento, passato democratici contro repubblicani, non stanzia, però, i 5 miliardi per il muro al confine con il Messico, senza i quali il presidente porrà il veto su qualunque legge di bilancio. Ma non si arriverà a quel punto: al Senato, la maggioranza repubblicana voterà solo una legge sostenuta dalla Casa Bianca. E, quindi, lo stallo pare destinato a protrarsi.

Per i democratici, è un momento d’euforia; Nancy Pelosi, 77 anni, deputata della California, è di nuovo speaker della Camera e va allo scontro.

In Senato, per i repubblicani, c’è una fronda contro il presidente, guidata dal neo-senatore dello Utah, e candidato 2012 alla Casa Bianca, Mitt Romney, che giudica Trump “inadeguato”; e ce n’è una, ricorrente, contro il leader della maggioranza Mitch McConnell, sotto pressione per arrivare a un compromesso. Cory Gardner, senatore del Colorado, è stato il primo a chiedere la fine dello shutdown, che lascia senza stipendio 800 mila dipendenti federali, con o senza il finanziamento del muro.

Purga di Bolsonaro: “Via i comunisti dai ministeri”

Rio de Janeiro

Cinque giorni dopo avere assunto la carica di presidente della Repubblica del Brasile (si è insediato il primo gennaio), l’ex capitano Jair Bolsonaro ha ordinato alla sua amministrazione di procedere ad una purga dei dipendenti ministeriali con contratti a termine: licenzierà, quindi, tutti coloro che hanno idee di sinistra. Il governo “ripulirà l’amministrazione”, ha annunciato il ministro della “Casa Civil”, Onyx Lorenzoni, dopo il primo incontro di gabinetto con il presidente, il leader del neo eletto governo di estrema destra brasiliano. “È l’unico modo per far le cose rispettando le nostre idee e i nostri concetti e di portare avanti ciò che la maggioranza della società brasiliana ha deciso”, ha affermato il ministro.

Lorenzoni ha precisato che 300 lavoratori del suo ministero saranno licenziati, aggiungendo che potrebbero essere riassunti se passassero una “valutazione” delle loro idee. L’epurazione colpirà i dipendenti a contratto considerati vicini ai partiti centristi e di sinistra. I partiti, cioè, che hanno guidato la nazione per la gran parte degli anni successivi alla dittatura militare, finita nel 1985. Bolsonaro e i suoi alleati identificano quelle formazioni politiche, in particolare il Partito dei lavoratori (Pt) che ha governato tra 2003 e 2016, come “socialisti” o “comunisti”. Bolsonaro è un nostalgico della dittatura e accusa “l’ideologia” di sinistra dei problemi economici e commerciali del Paese, ha promesso passi indietro sulla protezione ambientale e delle minoranze, di rendere più facile l’accesso alle armi, di privatizzare e aumentare gli investimenti.

Le prime mosse del governo Bolsonaro preoccupano anche i rappresentanti delle Organizzazioni non governative: l’ex militare ha disposto che il potere esecutivo controlli le attività delle organizzazioni e degli organismi internazionali, una iniziativa denunciata come illegale da molte Ong e associazione presenti in Brasile. Bolsonaro ha affidato questo incarico a Carlos Alberto Cruz, un generale in pensione, specificando che fra le sue funzioni ci sarà quella di “sorvegliare, coordinare, monitorare ed accompagnare le azioni ed attività degli organismi internazionali e delle organizzazioni non governative nel territorio nazionale”. Mauri Cruz, responsabile dell’Associazione brasiliana che rappresenta le Ong (Abong) ha affermato che questa iniziativa “preoccupa molto” e che chiederà al governo un cambio di rotta, avvertendo che se la richiesta non sarà accolta “valuteremo la possibilità di presentare un ricorso di constituzionalità al Supremo Tribunale Federale”.

Da parte sua Bruno Brandao, direttore locale di Transparency International, ha sottolineato che “la Costituzione è chiara in materia di garanzie per la libertà di associazione”, perché insieme alla “libertà di stampa e all’attivismo dei cittadini sono temi cruciali per qualsiasi Paese che intenda affrontare in modo sostenibile la piaga della corruzione”. Questo perché durante la sua campagna elettorale, Bolsonaro ha criticato le Ong e “gli attivisti”, sostenendo che sono strumentalizzate dalla politica e corrotte. Accusa rilanciata due giorni fa su Twitter: le comunità indigene sono “sfruttate e manipolate dalle Ong”, ha scritto. Bolsonaro non esclude che saranno riviste le assegnazioni di terre alle comunità indigene e “Quilombolas”.

Per quanto riguarda la politica estera, Bolsonaro si è detto “preoccupato” dalla crescente presenza militare russa in Venezuela, e non ha escluso che in futuro il suo Paese possa accogliere basi militari degli Stati Uniti. Una presenza militare russa in America del Sud, ha aggiunto, potrebbe compromettere l’equilibrio della sicurezza regionale, in un subcontinente nel quale il Brasile resta la forza principale: “Non vogliamo avere una superpotenza ‘nemica’qui in America Latina, dobbiamo mantenere la supremazia militare”, ha concluso il presidente.

Cina, la Via della Seta è l’unica

Manca un mese al 5 febbraio, il Capodanno del Dragone, ma in migliaia di aziende cinesi gli operai sono già in ferie anticipate per mancanza di commesse. Il fatturato delle imprese a novembre 2018 è calato per la prima volta negli ultimi tre anni. L’economia rallenta, e per il 2019 il tasso di crescita sarà il più basso degli ultimi 29 anni, anche a causa delle ostilità commerciali e tecnologiche con gli Usa. Eppure – a 40 anni da quel 18 dicembre 1978, in cui davanti all’assemblea del Partito comunista Deng Xiaoping annunciava la grande rivoluzione commerciale della Cina – l’attuale presidente Xi Jinping, nel suo discorso celebrativo dell’anniversario, è tornato a ribadire “la centralità” del paese sul “palcoscenico globale”. A proposito di globalizzazione, Jinping ha giurato che anche nel 2019 “la diplomazia cinese si concentrerà nel promuovere ulteriormente il progetto economico d’integrazione della Nuova Via della Seta, per sostenere i processi di globalizzazione e costruzione di una comunità globale con unico destino”. Qualunque cosa significhi quest’ultimo passaggio, dall’Asia agli Usa all’Europa e in tutto il Mediterraneo, il discorso di Jinping si legge “Belt and Road Initiative” ed è il più grande e ambizioso progetto infrastrutturale del mondo nonché uno dei progetti pubblici più importanti del XXI secolo. Lanciato dallo stesso presidente appena salito al potere nel 2013, il Piano di Sviluppo per la connessione e la collaborazione tra la Cina e l’Europa prevede la creazione di una rete di comunicazione e di trasporto attraverso 65 paesi e ha avviato la collaborazione con 70 paesi dello spazio eurasiatico. Così la Nuova Via della Seta dovrebbe consentire al paese, entro il 2022, di intensificare le proprie rotte commerciali già avviate nel triennio 2014-2017 per cui sono stati investiti 70 miliardi di dollari in 1400 progetti a cui si aggiungeranno da qui al 2022 ulteriori investimenti per altri 30 miliardi di dollari. Sulla falsariga della vecchia Via della seta, le direttrici principali previste da Pechino per la Bri sono due: quella di mare e quella di terra. Quest’ultima, la Silk Road Economic Belt collegherà non solo i centri produttivi della Cina meridionale ai mercati di consumo europei tramite la ferrovia che passa per l’Asia Centrale (Kazakistan), ma anche la Russia alla Turchia, passando per Pakistan e Iran, e l’India, tramite il Sud Est Asiatico (Thailandia e Myanmar). La rotta vedrà il potenziamento di sei corridoi: il nuovo ponte eurasiatico, una ferrovia che collegherà la provincia cinese dello Jiangsu a Rotterdam; il corridoio Cina-Mongolia-Russia e la costruzione di un collegamento Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale dalla provincia cinese dello Xinjiang fino alle coste del Mediterraneo e alla penisola arabica; il corridoio Cina-Penisola Indocinese che unirà il paese a Singapore. Saranno poi realizzati i corridoi Cina-Pakistan e Bangladesh-Cina-India-Myanmar.

Quella più interessante per l’Europa in realtà è la direttrice marittima, la cosiddetta Maritime Silk Road che consentirà alle merci di raggiungere il Mediterraneo passando per Suez – allungandosi fino alle coste dell’Africa Orientale (Gibuti, Kenya e Tanzania) e al Magreb – e il resto dell’Asia tramite il Mar cinese meridionale. Nel monumentale progetto nel 2018 la Repubblica Popolare ha investito 12 miliardi di dollari, il 6,4% in più del 2017, ma a puntare sulla Bri sono state anche – crescita o no – le aziende cinesi, soprattutto colossi logistici come Cosco e China Merchants Group, già da decenni impegnati in investimenti nel Mediterraneo. Il primo, con il 67% delle quote di mercato della società, controlla il porto greco del Pireo considerato “la porta del Mediterraneo”, il secondo ha aperto un centro di ricerca a Ravenna e sarebbe interessato a investire nel porto di Trieste.

L’attracco italiano in realtà rientra nel progetto dei 5 porti del Nord Adriatico cofinanziato a partire dal 2014 dal governo italiano e dal fondo cinese per la via della seta per un costo stimato di 2,2 miliardi di euro. Oltre a Trieste e Ravenna interesserà i porti di Venezia, Capodistria (Slovenia) e Fiume (Croazia). Attraverso questa rotta l’Italia dovrebbe competere con la Grecia e la Turchia, offrendo alle navi cinesi un percorso alternativo a quello che dai porti del sud del Mediterraneo passa per i Balcani. Ma la seta non si ferma qui. Nell’augurio di Xi Jinping nascerà un’altra via: quella della Seta Polare che dovrebbe passare lungo tre nuove rotte. Una a nord-est (Russia), una centrale e uno a nord-ovest (Canada). E l’anno del maiale non è ancora iniziato.