È stata rubricataal reato di omicidio colposo l’indagine sulla morte di Thilakawathie Dissianayake, la signora cingalese di 70 anni filmata, due mesi prima di morire, mentre era in coma vigile e con il tubo della tracheotomia sommerso dalle formiche durante il ricovero all’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. La signora si è spenta il 29 dicembre nell’Ospedale del Mare, dove era stata trasferita da pochi giorni per l’aggravarsi delle sue numerose patologie. Il fascicolo è iscritto al modello 44, contro ignoti. Ieri la Procura di Napoli ha provveduto al conferimento degli incarichi per l’autopsia del 9 gennaio. Se ne occuperanno il medico legale Pietro Tarsitano, il cardiochirurgo Carlo Vasa, l’anatomopatologo Antonio Mirabella e il dottor Franco Paradiso, direttore sanitario aziendale. La famiglia della signora ha ricevuto la notifica attraverso il proprio avvocato, Hillary Sedu, che lancia un appello: “I miei assistiti non possono permettersi di nominare un proprio perito, cerchiamo un anatomopatologo che sia disposto a lavorare per noi solo nell’interesse della ricerca della verità”.
Arbitro aggredito a San Basilio, arrestato un trentaquattrenne
“Da qua oggi non uscite”. Prima le contestazioni, poi le minacce e infine l’aggressione. L’11 novembre scorso, a Roma, gli spogliatoi del campo da calcio di San Basilio si erano trasformati in un ring costato sessanta giorni di prognosi a un giovane arbitro.
E ieri, per quei fatti, una persona è stata arrestata perché accusata di lesioni aggravate e minacce. Si tratta di uno dei portieri della squadra di casa, la Virtus Olympia Roma San Basilio. Simone Di Pio, classe 1984, in occasione della partita sfociata in rissa non era neanche sceso in campo, ma aveva assistito all’incontro dagli spalti.
“Ha agito per le decisioni prese dall’arbitro di gara: con la sua furia incontenibile – scrive il gip Giulia Proto nell’ordinanza di arresto – lungi dalla sportività che deve caratterizzare una partita di calcio, ha cagionato al direttore di gara le gravi lesioni (…) senza contare che quell’impatto della testa, conseguenza dei colpi sul viso, avrebbe potuto cagionare la morte di un uomo. E tutto per una partita di calcio”.
Durante l’incontro del campionato di Promozione le minacce non erano mancate: “Non ti salvano nemmeno le guardie, ti ammazzo”, avrebbe detto l’indagato. Frasi minacciose sarebbero state pronunciate anche da alcuni giocatori espulsi per insulti al direttore di gara: “Tanto aspetterete qui con noi fino alle tre”.
Le promesse erano state mantenute. E al termine dell’incontro Simone Di Pio, con tre complici ancora da identificare, aveva scavalcato la recinzione che permette di entrare nella zona riservata agli addetti ai lavori. Poi, insieme a un altro ragazzo aveva colpito la vittima facendole perdere i sensi. A soccorrerlo, è stato un dirigente della squadra ospite che precedentemente era stato espulso: l’unico segnale di una sportività perduta.
Hanno combattuto tra i curdi contro l’Isis: sorveglianza speciale per cinque antagonisti
Sono stati nel Nord della Siria a combattere al fianco delle milizie curde contro lo Stato islamico. Sul fronte mediorientale, nel Rojava, tra le file dell’Unità di protezione popolare (Ypg), avrebbero imparato a maneggiare le armi. Per questa ragione il sostituto procuratore di Torino Manuela Pedrotta, su istanza della Digos, ha chiesto al tribunale che disponga la sorveglianza speciale di due anni e il divieto di soggiorno nei confronti di cinque esponenti di Askatasuna e altri centri sociali torinesi. I cinque dovranno partecipare a un’udienza della sezione “Misure di prevenzione” il 23 gennaio prossimo. Tra di loro ci sono due militanti anarchici, Fabrizio Maniero e Paolo “Pachino” Andolina. Quest’ultimo, dopo una prima esperienza in Siria, a marzo era tornato sul fronte. Per farlo, però, aveva violato una misura cautelare, l’obbligo di firma, ragione per cui una volta rientrato in Italia si è presentato in questura per essere arrestato. C’è poi una donna, una delle poche se non addirittura l’unica italiana partita a combattere coi curdi e contro l’Isis.
Si chiama Maria Edgarda Marcucci, per gli amici “Eddi”, già “nota” poiché nel luglio 2016 il regista Paolo Virzì, padre di una sua amica, le aveva scritto una lettera aperta su La Stampa chiedendole dove fosse: la ragazza, dopo un’operazione contro i No Tav, era diventata irreperibile. Nel 2017 la giovane, vicina ad Askatasuna, è entrata nella brigata femminile, l’Unità di Difesa delle Donne (Ypj). Nel mirino della Procura altri due militanti del centro sociale, Jacopo Bindi, ricercatore di fisica al Politecnico di Torino, e Davide Grasso, ex studente di filosofia: “Nelle carte fa riferimento al procedimento avviato a Cagliari”, ha detto ieri a Radio Onda D’Urto. Qui la procura ha indagato per associazione finalizzata al terrorismo internazionale tre sardi partiti per combattere con i curdi.
Ancora un dramma sulla neve: muore una bimba di 8 anni. Era sullo slittino con la mamma
Ancora nevemacchiata di sangue. Una bambina di otto anni è morta intorno alle 13 di ieri quando lo slittino su cui stava andando con la madre è finito contro un albero. La piccola ha perso la vita sul colpo, la madre ha riportato diversi traumi ed è stata portata intubata all’ospedale di Bolzano con l’elisoccorso Aiut Alpin Dolomites e versa in gravi condizioni. È successo sulle piste da sci di un comprensorio frequentato principalmente da famiglie in località Corno del Renon, nelle Alpi Sarentine. Madre e figlia, di Reggio Emilia, stavano scendendo da una stazione a 270 metri, mentre il marito e l’altro figlio erano a piedi, e per errore hanno preso una pista nera, quindi con una pendenza superiore al 40%. Con la velocità, la madre ha perso il controllo dello slittino che si è andato a schiantare.
Solo mercoledì 2 gennaio, una bambina romana di 9 anni, Camilla Compagnucci, aveva perso la vita dopo aver sbattuto contro una barriera frangivento sulla pista “Imbuto” a Sauze d’Oulx, in Piemonte. La piccola, che stava scendendo con il padre, ha probabilmente perso il controllo degli sci finendo fuori pista e cadendo per un pendio per circa 50 metri, finendo contro una barriera. Nell’impatto aveva subìto un forte trauma toracico che le ha causato un arresto cardiocircolatorio che ha reso inutili i tentativi di rianimarla. Da ieri per questa vicenda sono indagate con l’accusa di omicidio colposo quattro persone: l’amministratore delegato e altri tre tra tecnici ed ex dirigenti della Sestriere Spa, società che gestisce gli impianti. Inoltre, dopo i sopralluoghi per gli accertamenti dei carabinieri, sono state messe sotto sequestro quattro piste del comprensorio Via Lattea. Si tratta delle piste “Imbuto”, “27 alta”, “27 bis” e “Cresta”. I quattro della Sestriere Spa erano già stati iscritti nel registro degli indagati per la morte di Giovanni Bonaventura, che ha perso la vita nel gennaio 2018 sempre nel comprensorio Via Lattea.
“Brutto ricchione, adesso ti ammazziamo”: pestato in cortile (e il condominio fa il tifo)
Torino, case popolari alla periferia della città. Mercoledì sera Leonardo Ranieri, 53enne, e il suo compagno vengono aggrediti, verbalmente e fisicamente, da alcuni giovani condomini nel cortile del loro stabile. Tentano di mettersi al riparo, ma due aggressori li seguono fino al pianerottolo davanti al loro appartamento. “Brutto ricchione, ti ammazziamo”, gli dicono mentre gli sfilano il borsello con le chiavi di casa. Tutto questo per aver detto di non avere una sigaretta da offrire a un ragazzo del gruppo. Il risultato sono ferite, lividi e il setto nasale rotto. All’ospedale Molinette gli dicono che dovrebbe cavarsela in trenta giorni, ma la ferita interiore è ben più grave. Raineri riferisce che mentre veniva aggredito gli inquilini dello stabile dell’Atc (in cui abita da nove anni) chiudevano le imposte, altri gridavano che “la gente come voi va bruciata”.
Intervistato da Gaynews.it, primo giornale a dare notizia del fatto, il 53enne ha affermato di sentirsi sotto shock ed essersi barricato in casa: “Gli attacchi di panico mi stanno attanagliando. Come se non bastasse, ieri una decina di persone, per lo più madri e familiari dei miei aggressori, hanno iniziato a urlare nel cortile dello stabile: ‘Ricchione, scendi. Te la facciamo vedere noi’. Un incubo che spero possa presto terminare”. Non è la prima volta che a Torino si sente un racconto di inquilini gay aggrediti dagli altri condomini. Era già successo nella primavera 2016 nel quartiere San Donato, quando una coppia fu aggredita da alcuni abitanti di un palazzo di via Paravia. In quel caso, però, le tensioni tra gli inquilini erano molte accese, mentre in quello che riguarda Raineri no. Subito è scattata la solidarietà delle istituzioni e delle associazioni Lgbt. “La Polizia Municipale, tramite il comandante Bezzon e i funzionari Cirio e Righetti del Nucleo di Prossimità, ha raccolto la denuncia per quanto è successo – riepiloga in un post su Facebook l’assessore comunale alle Pari opportunità Marco Giusta –. Visto che il condominio non può più essere considerato per la coppia uno spazio sicuro, il presidente di Atc Marcello Mazzù, come sempre attento e disponibile, ha dato indicazione per avviare la procedura per il cambio di alloggio. Nel tempo necessario a completare l’iter per questo passaggio, grazie all’interessamento di Alessandro Battaglia, le due persone verranno probabilmente ospitate presso la struttura di To-Housing recentemente aperta”.
L’assessora regionale Monica Cerutti, inoltre, ha messo “a disposizione il Fondo regionale antidiscriminazioni nell’iter giudiziario a difesa della vittima”.
Il Coordinamento Torino Pride non è stupito dalla gravità dell’episodio: “S’inserisce perfettamente nel clima di violenza non solo accettato, ma nutrito in modo intenzionale e colpevole dall’attualità politica”. “L’attuale clima politico nazionale – aggiunge Arcigay Torino – legittima violenze di questo tipo”. Il segretario nazionale di GayLib, Daniele Priori, chiede che “il Governo convochi un tavolo tra associazioni, Oscad (Osservatorio contro gli atti discriminatori) e il ministro degli Interni per chiarire le intenzioni dell’esecutivo sulla tutela della comunità Lgbt”.
Salvini in divisa non rispetta la Polizia di Stato
“Vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio…l’abito non fa il monaco”. (Da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni)
Commetterebbe un grossolano errore quel magistrato della Repubblica che – Codice penale alla mano – impugnasse l’articolo 498 per contestare al vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini l’“usurpazione di titoli e onori”, come prevede la stessa norma a carico di chiunque indossi abusivamente una divisa o perfino l’abito ecclesiastico. In primo luogo, perché dal 1999 il reato è stato depenalizzato ed è diventato un illecito amministrativo, punito con una sanzione da 154 a 929 euro: spiccioli per chi deve restituire allo Stato 49 milioni di rimborsi elettorali in comode rate, senza interessi, per ottant’anni. Ma soprattutto perché quel magistrato canonizzerebbe San Matteo II, protettore della Padania, trasformandolo in una vittima della “giustizia ingiusta”, delle “toghe rosse”, della “persecuzione giudiziaria”. E forse, sul piano mediatico, rischiamo di sbagliare anche noi a parlarne se non fosse per un aspetto particolare che finora è stato offuscato dall’esibizionismo comunicativo del vicepremier leghista e su cui non si può far finta di niente.
Questo non trascurabile dettaglio riguarda i comizi, le riunioni e le manifestazioni di partito a cui Salvini si presenta con indosso la divisa o le insegne della Polizia, regolarmente ripreso dai fotografi e dalle tv. Non c’è alcun dubbio, in tal caso, che si tratta di un abuso, di una “usurpazione” come dice il Codice penale. La Polizia, infatti, è un corpo dello Stato e in quanto tale appartiene a tutti i cittadini, anche a quelli che non votano per il Carroccio o non votano affatto. Non può essere strumentalizzata a fini di parte, né tantomeno per la propaganda di un leader politico. E ciò vale, naturalmente, per tutte le altre forze dell’ordine, chiamate a garantire la pubblica sicurezza.
Quando Salvini indossa la divisa della Polizia, dunque, si appropria indebitamente di un simbolo e di un’autorità dello Stato, per identificarsi – o meglio, per essere identificato – con il potere dell’istituzione che quella uniforme rappresenta. Il suo è un travestimento politico, come se usasse una maschera o un costume di Carnevale per accreditare la propria immagine pubblica. Questa è, in primo luogo, una mancanza di rispetto nei confronti di tutti i funzionari e gli agenti che fanno ogni giorno il proprio lavoro a tutela dell’ordine pubblico e dei cittadini: tant’è che i sindacati di Polizia sono già insorti e anche gli alpini hanno protestato per l’uso della loro maglietta da parte del vicepremier.
È chiaro ormai che si tratta di una strategia di comunicazione, più o meno subliminale. Quando Salvini si “traveste” da poliziotto, da carabiniere o da vigile del fuoco, vuole lanciare un messaggio ai suoi supporter e a tutti gli elettori, per trasmettere un’idea di “Uomo forte” e incutere rispetto o timore. Ma l’abito, come si sa, non fa il monaco. E comunque, la Polizia resta e i ministri passano.
Senza farne una questione più grande di quello che è, se non altro perché alimenterebbe il vittimismo di Salvini e si tradurrebbe a suo favore, si può dire quantomeno che c’è poco di democratico in questa “moda” teatrale del vicepremier. In genere, sono i dittatori – di destra o di sinistra – che indossano in pubblico le divise: da Fidel Castro a Saddam, da Stalin a Hitler e Mussolini. E perciò sarebbe tanto più rassicurante se il nostro ministro dell’Interno rinunciasse a reprimere le proteste degli studenti, degli anti-razzisti o di qualche casalinga che per strada gli grida “Buffone, buffone!”.
Il dolore abita in noi e ci serve a vivere meglio
Per la prossima Pasqua verrà pubblicato dall’editore Cantagalli un libro dedicato a Joseph Ratzinger che contiene molte delle sue omelie fra le quali è particolarmente interessante quella che tenne nel 1978 a Unterwossen in Germania. Ratzinger, a parer mio, è stato il più spirituale degli ultimi tre Pontefici. Wojtyla è stato un Papa soprattutto politico e troppo immerso nella mondanità e nella modernità, di cui usava con grande disinvoltura, e direi spregiudicatezza, i mezzi (TV, jet, viaggi spettacolari, creazione di “eventi”, concerti, gesti pubblicitari, “papamobile”, “papaboys”) fino a confondersi con essa.
Noi non abbiamo bisogno di una mondanità che ci circonda da tutte le parti, che ci esce sin dalle orecchie, di questa mondanità ne abbiamo fin sopra i capelli, abbiamo bisogno di qualcosa che dia un senso alla nostra vita che poi sarebbe la ragione in ditta della Chiesa, che sembra però aver smarrito anch’essa, nella enorme confusione portata dalla modernità, la via maestra. In quanto a Papa Bergoglio, non meno narcisista, esibizionista e superbo di Giovanni Paolo secondo (basta pensare al nome che si è scelto, Francesco, il più grande santo che Madre Chiesa abbia espresso, pauperista ad onta degli adoratori dell’unico dio rimasto all’Occidente, il Dio Quattrino) nella sua smania di voler piacere a tutti finisce per non convincere nessuno.
Ne parlo in partibus infidelium, da non credente. Ma non è da pensare che in chi non crede sia assente il sentimento che l’uomo non sia fatto soltanto di materia ma anche di spirito, sia pure uno spirito che non si immortala com’è invece il credo di tutte le religioni monoteiste.
Ratzinger afferma in sostanza, all’interno di una complessa cosmogonia che ha comunque al suo centro la divinità, che il dolore è necessario all’essere umano proprio per conservarsi tale. È un’aporia, che come molte altre aporie, era ben presente nel greco e laico Eraclito, che dice: “È la malattia che rende dolce la salute, la fame rende piacevole la sazietà, la fatica il riposo”. Prendiamone un’altra di queste aporie. La morte è necessaria alla vita, non ne è solo la conclusione inevitabile, ne è la precondizione. Senza la morte non ci sarebbe nemmeno la vita.
Sono concetti elementari questi. Che però l’Illuminismo, osando proclamare un diritto alla ricerca della felicità, che poi l’edonismo straccione contemporaneo ha declinato tout court in un diritto alla felicità, rendendo così, ipso facto, l’uomo infelice, è andato via via perdendo per strada. Non esiste alcun diritto alla felicità. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità. Non un suo diritto. E di questi diritti impossibili è piena la nostra società e la nostra testa.
Il dolore è quindi consustanziale all’uomo, per volere divino secondo Ratzinger. Ma non c’è bisogno di scomodar Dio. Il dolore fa parte della struttura psicologica profonda dell’uomo, questo essere tragico leopardianamente incapace di trovar quiete, il solo animale del Creato lucidamente consapevole della propria fine. Ma il dolore ha anche un’altra connotazione. Per usar Nietzsche e le sue parole: “Ogni malattia che non uccide il malato è feconda”. Non si tratta però di andarsi masochisticamente a cercare il dolore, proprio o altrui, in una sorta di gioco di specchi e controspecchi, alla Madre Teresa di Calcutta. Non ce n’è alcun bisogno. Abita già in noi.
Il tabù del dialogo tra Pd e Movimento
La politica non è una scienza esatta e tuttavia risponde a una sua logica. Prima o poi, nonostante la riluttanza di entrambi, Pd e 5 Stelle saranno costretti ad avviare un dialogo. Non è difficile spiegare perché, sin qui, sia stato un tabù. Solo per titoli: perché si scontano anni di reciproci anatemi; perché Renzi li ha sempre considerati come il proprio avversario privilegiato e sistemico (anziché la destra); perché, rispettivamente, la narrazione “rivoluzionaria” dei 5 Stelle ha eletto il Pd a partito dell’establishment di ieri da abbattere; perché Di Maio ha tutto scommesso sul rapporto con la Lega e non dispone di alternative né di un secondo colpo in canna; perché i candidati stessi alla guida del Pd – i congressi, per definizione, esaltano l’orgoglio autonomistico/identitario – non osano sfidare il sentimento di reciproca ostilità tra i rispettivi attivisti ed elettori lievitato a dismisura negli anni alle nostre spalle. Risultato: la cruciale questione delle alleanze è esorcizzata o dissimulata tatticamente nel confronto congressuale. Eppure è di palmare evidenza che il Pd non possa più praticare la velleità della vocazione maggioritaria intesa, veltronianamente e renzianamente, come presuntuosa autosufficienza, sia per ragioni di numeri (il suo 17%), sia per una legge elettorale proporzionale. Sarebbe ridicolo. Se, per avventura, cadesse il governo Conte e si precipitasse verso nuove elezioni che, a parole, il Pd invoca, potrebbe esso, in campagna elettorale, millantare la propria autosufficienza, tacere circa la maggiore o minore distanza dai competitor in campo? Potrebbe andare al voto a cuor leggero nella perfetta consapevolezza dei suoi stessi elettori che si consegnerebbe il Paese alla destra di Salvini incontrastato premier, dato per sicuro da tutti i sondaggi (vedi le simulazioni di D’Alimonte)?
Si spiega, dicevo, tale reticenza, ma non si giustifica. Provo ad argomentarlo. Tutti gli osservatori convengono circa la problematica assenza di alternative all’attuale, litigiosa maggioranza di governo e che ciò non è cosa buona. Ma il presupposto di tale assunto è appunto quello che non si dia la possibilità di un dialogo tra 5 Stelle e Pd, che, pur sonoramente sconfitto, sortì dalle urne come il secondo partito. Quand’anche così stessero le cose nell’attuale parlamento, ci si può rassegnare a questo impasse anche in futuro? A un sistema politico connotato da due grandi anomalie. La prima: una destra nazionalista a trazione Salvini, di dimensioni senza eguali in Europa, priva di sostanziali alternative ovvero una maggioranza, a detta di tutti, compresi i due attuali partner di governo, anomala, contingente, unita (si fa per dire…) non da una visione comune ma da un contratto privatistico, sommamente generico e ambiguo per ciò che vi sta scritto ed evasivo per ciò che scritto nel contratto non è. La seconda anomalia di carattere sistemico: una polarità non già fisiologica e tuttora dominante nelle democrazie occidentali sull’asse destra-sinistra, ma sul crinale populisti-“resto del mondo”. Un’anomalia che già ora “accredita” l’Italia politica come un problema in Europa. Nel mentre tutti gli analisti, che pure mettono in conto una crescita dei partiti populisti e sovranisti alle prossime elezioni europee, tuttavia danno per certa una maggioranza nel parlamento Ue ancora imperniata sui partiti storicamente europeisti: popolari e socialisti, verdi e liberali.
Davvero una sinistra responsabile può essere così indifferente a uno sviluppo (o regressione?) del sistema politico che conosca solo due possibili approdi: quello di una estrema destra egemone e priva di alternative o quello attuale di un conflittuale ma maggioritario fronte comune populista? Approdi entrambi contraddistinti dalla sostanziale irrilevanza della sinistra.
So bene che rappresentare i 5 Stelle come una “costola della sinistra” (metafora sfortunata!) è improprio, ma lo è ancor più considerarli come una destra estremista o comunque assolutamente equiparabile a Salvini. Più esattamente essi sono privi di una identità politica definita, sono un movimento articolato e polimorfo e proprio per questo suscettibile di essere condizionato da chi con esso interloquisce con intelligenza e iniziativa politica. Come dimostra, in senso opposto, la relativa assimilazione/subalternità di Di Maio a Salvini (ma i 5 Stelle non si risolvono in Di Maio!). Anche perché la Lega, al contrario, vanta una identità politica (di destra) sin troppo connotata, un consolidato radicato nel territorio, amministratori e classe dirigente sperimentati.
Non posso credere che la sinistra, nonostante se stessa, sia così priva di fiducia nelle proprie risorse, di cultura politica e di ambizione da rassegnarsi alla propria irrilevanza.
Mail box
Amos Oz credeva nella politica che sconfigge l’estremismo
Negli ultimi giorni dell’anno appena passato è morto Amos Oz, scrittore e saggista ebreo, sostenitore inascoltato della tesi dei due Stati indipendenti per mettere fine a mezzo secolo di scontri territoriali tra palestinesi e israeliani. Oltre a questo, Oz era convinto che solo la politica, laicamente intesa, è in grado di sconfiggere gli estremisti di ogni tipo, sia religiosi sia politici. La politica deve avvicinare a sé gli individui migliori intellettualmente ed eticamente, deve avvicinare i cittadini alla partecipazione politica. Tutti coloro che aspirano a vedere un destino diverso per i loro figli devono cominciare ad occuparsi di politica, partendo dai propri bisogni per uno sviluppo che metta uomini e ambiente in armonia e sostenibilità.
Paolo De Gregorio
Meglio ateo che ipocrita? Per me il Papa ha sbagliato
Molti non credenti (nonché uomini e donne di sinistra) hanno accolto con entusiasmo le parole in cui papa Francesco ha detto che è “meglio vivere come un ateo anziché dare una contro-testimonianza dell’essere cristiani”.
Per il sottoscritto, che nutre un grande rispetto per la figura di questo pontefice, le sue parole sono suonate invece molto male. E il rilancio, da parte di molti non credenti e uomini e donne di sinistra, di questa frase come elemento di progresso è apparso come un ulteriore elemento di confusione per questo nostro popolo appunto di sinistra. Come pensare infatti a un elemento di progresso nell’espressione di Francesco quando il pontefice, per ammonire la maggior parte delle persone che si dicono cristiane per la loro ipocrisia dilagante, deve prendere come elemento di paragone un ateo.
Peraltro io non lo sono. Non mi sento un ateo, ma non ritengo che sia giusto essere preso come punto di riferimento per rimarcare la condotta negativa di un cristiano. Mi dispiace per il buon Francesco, che è sicuramente un uomo di pace, ma dalle sue parole traspare una incapacità (propria di molti cristiani) di vedere l’altro da sé come portatore di un valore positivo in se stesso.
Giuseppe Cappello
Felice del ritorno di Montanari uomo colto con passione civile
In un paese come l’Italia, in cui la storia dell’arte è una Cenerentola più che trascurata, non posso fare a meno di essere felice che il professor Tomaso Montanari collabori con questo giornale. Una persona non solo molto esperta in materia, ma che ha una visione sociale e politica allargata del problema e – lo si capisce – un’autentica passione civile. Suggerirei, per quanto possibile, di allargare il campo di suggerimenti di mostre e pubblicazioni sull’arte. Sarà vero che come diceva qualcuno tempo fa che con la cultura non si mangia, ma di bellezza si può vivere invece. E questo Montanari, ma non solo lui, lo sa.
Bianca Maria Rizzoli
I “ribelli” al decreto sicurezza fanno parte del “sistema”
Forse non era prevedibile che alcuni sindaci disobbedissero a una legge dello Stato, ma che la sinistra “disobbedisse” in qualche modo era quasi scontato. Il “sistema” non permette così facilmente il cambiamento e questo potrebbe avere effetti sull’informazione. Per “sistema” intendo quella sinistra dei Carlo de Benedetti e di Matteo Renzi che vuole tornare a “Itaca”, cioè al governo come se niente fosse. “Ne vedremo delle belle” ha concluso Salvini il suo messaggio di fine anno. E oltre che belle credo anche inevitabili perché se si vorrà davvero cambiare dobbiamo tenerci pronti.
Vittorio Colavitto
Le élite si rassegnino: il 4 marzo ha vinto il popolo
Aldo Cazzullo sul Corriere della sera ha definito la linea del messaggio di fine anno del presidente Mattarella alternativa a quella di Salvini. E su Repubblica Sebastiano Messina ha osservato come sia difficile credere che l’attuale capo dello Stato coesista con un governo guidato da Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Salvini. Sono giudizi legittimi, ma gli italiani nelle cabine elettorali hanno espresso delle scelte che hanno indotto l’inquilino del Colle ad affidare il governo del Paese a Lega e Movimento 5 Stelle. Non si è trattato di un complotto né come accadeva anni fa in un’epoca forse rimpianta da qualcuno (non certo la maggioranza dei cittadini) quando nel Belpaese le élite nostrane, anche i giornalisti, ed europee, contavano più del popolo. È la democrazia!
Pietro Mancini
Contro la Mafia “nera” al Sud perché non usare i militari?
Ho letto con sgomento sul Fatto quotidiano del 3 gennaio gli articoli a pagine 16 e 17, a firma di V. Iurillo con dovizia di particolari. E mi sono chiesto: ma qualcuno riporterà al governo e al ministro dell’Interno i fatti narrati dai bravi cronisti? Allora lancio una proposta. Si faccia in modo che i ministri competenti, sotto la guida del presidente del Consiglio, richiamino 800 valorosi militari che possono essere utilizzati, nella zona dove opera questa mafia, per fare tabula rasa della occupazione territoriale della malavitosa organizzazione così bene e dettagliatamente descritta negli articoli pubblicati. Per liberare il territorio nazionale dal degradante gioco imposto con la forza di occupazione criminale.
Bruno D’Alba
Insetti in corsia. De Luca dovrebbe finirla con gli slogan e cominciare la “rivoluzione”
È sconvolgente leggere che di nuovo in un famoso ospedale di Napoli ci sono dei pazienti sommersi dalle formiche durante il ricovero. Sono un cittadino milanese e posso dire che qui, da quanto ne so, cose del genere non sono mai successe. Ma come mai, nel 2019, nel Sud Italia – dove pure ci sono situazioni di eccellenze – possono esserci queste gravissime disattenzioni che mettono a rischio l’igiene e la salute di persone che sono già in una situazione di difficoltà? Solo menefreghismo “antropologico” o c’è qualcosa di più grande sotto? Ed è possibile che il governatore dem De Luca non intervenga rivoltando da capo a piedi quei nosocomi privi di qualunque regola igienica?
Filippo Magalli
Caro Filippo, lei non ha letto con attenzione le cronache locali settentrionali, ma le rinfresco una notizia di fine maggio: succede anche al Nord che chiudano pezzi di ospedale perché invasi dagli insetti. È accaduto ad esempio a fine maggio nell’ospedale di Broni-Stradella, dell’azienda sanitaria di Pavia, dove è stato necessario disinfestare le sale operatorie dopo le segnalazioni di diversi utenti sulla presenza di piccoli animali simili a blatte, e la conseguente cancellazione di interventi chirurgici già programmati. A Pavia. In Lombardia. La Regione governata dal leghista Attilio Fontana. Questo per dirle che il problema non ha connotazioni territoriali, né tantomeno politiche. Poi, sono d’accordo con lei, una formica napoletana fa molto più notizia di uno scarafaggio pavese, ed è certamente molto più grave vedere gli insetti che camminano sui pazienti. Questo per dirle che non c’è menefreghismo antropologico ma altro. Un complotto, come dice il governatore Pd De Luca che fa ironia sulle formiche a zero gradi? La ritorsione per alcune azioni contro i parcheggiatori abusivi di fronte al San Giovanni Bosco, come afferma il manager Asl Mario Forlenza? La frenetica corsa al massimo ribasso degli appalti per la pulizia negli ospedali a scapito della qualità del servizio?
Resta l’indecente vergogna per la signora cingalese in coma vigile col volto sommerso dagli insetti. Sarebbe bastata la presenza a intervalli regolari di un infermiere per evitare questo scempio. Ed un management sanitario in grado di assicurare queste piccole cose. Da qui dovrebbe cominciare la rivoluzione di De Luca, finora solo uno slogan nei suoi monologhi televisivi.
Vincenzo Iurillo