Insulti ebbasta, ora i fan non sopportano più Sfera

Dopo la tragedia di Corinaldo e la morte di quei sei poveretti che la notte tra il 7 e l’8 dicembre aspettavano in discoteca l’arrivo di Sfera Ebbasta, Sfera Ebbasta è stato scomodato più volte e a caso per i suoi testi anti-educativi da adulti che sanno mettere così bene a fuoco la realtà da azzardare un collegamento morti a causa del panico/canzoni che parlano di droghe o che offendono le donne. Come se invece le rime cuore/amore di una canzone di Laura Pausini – in un caso analogo – potessero annullare il potere urticante dello spray al peperoncino e allargare le uscite di sicurezza.

Nessuno di questi saggi tromboni si era mai degnato di analizzare il fenomeno Sfera Ebbasta e di ascoltare cosa canti, a dimostrazione che chi sa quello che è bene per le nuove generazioni, di solito non sa nulla delle nuove generazioni. Finché un fatto di cronaca non offre una succulenta occasione per pontificare.

I testi cretini delle canzoni di Sfera Ebbasta sono sempre stati la parte più incolpevole della storia. Chi non lo ha capito o è in malafede, o è fuori fuoco o è vecchioebbasta. In queste ultime settimane però sta accadendo un fatto inedito: sono per la prima volta ragazzi e ragazzini a prendersela con il trapper. Ad attribuirgli colpe. E non per i morti, ma perché sembrerebbe esserseli scordati in fretta.

Il teatro della vicenda è Instagram, l’unico canale di comunicazione che Sfera, con i suoi 2,5 milioni di follower, utilizza con regolarità. È lì che il giorno dopo la tragedia alla Lanterna Azzurra il trapper ha scritto il suo pensiero sull’accaduto. Ed è lì che ho capito in quale casino si stesse infilando, quanto lui, con i suoi 25 anni e gli scarsi strumenti culturali che possiede, fosse impreparato. La sua incapacità di gestire una vicenda così complessa era prevedibile a tutti tranne che al suo entourage, evidentemente. Un entourage che, dopo Corinaldo, non ha saputo prendere in mano la situazione, spiegargli quanto sia importante la comunicazione dopo un fatto così enorme e devastante, quanto sia importante essere empatici e lasciar decantare. E non sarebbe stato neppure (solo) un calcolo cinico di facciata e gestione dell’immagine di una star, ma soprattutto di intelligenza e sensibilità. La prima letterina commossa su Instagram del trapper dopo la tragedia era un compitino freddo. Un collage di frasi di circostanza (“sono addolorato”, “per rispetto ai familiari delle vittime in questi giorni annullerò incontri degli store”) con salviniani ringraziamenti a soccorritori che hanno banalmente fatto il loro lavoro e a forze dell’ordine che quella sera, più che mettere i nastri di plastica attorno alla discoteca, non hanno potuto fare.

C’era poi quel monito (“È stupido e pericoloso usare lo spray al peperoncino!”) che arrivava a disastro accaduto. Prima della tragedia, mai mezzo riferimento a questa pericolosa moda sul suo Instagram. Eppure di episodi simili ai suoi concerti ce n’erano stati parecchi, ma forse era meglio tacere, non spaventare il pubblico pagante. Soprattutto le mamme di quel pubblico pagante.

Pochi giorni dopo la letterina commossa, Sfera tornava già col suo primo selfie da rapper alpha, con l’aria compunta e la felpa giusta, e un altro messaggino algido su quanto avesse deciso di tenere privato il suo dispiacere, su quale cattiverie fossero state dette sul suo conto e poi quel finale così, vagamente disturbante: “Il 2018 è stato un anno ricco di emozioni per me, ci vediamo ai concerti in giro per l’Italia!”. Come se la notte di Corinaldo fosse stata una bolla temporale che nulla ha a che fare col 2018. Come se George W. Bush avesse detto: “Mi dispiace per le Torri Gemelle, comunque il 2001 è stato un anno speciale per New York! Ci vediamo a Times Square per i fuochi di Capodanno!”. Ma vabbè, è un ragazzo, mica il presidente degli Stati Uniti, ho pensato. È spaventato, non sa come gestire la cosa, vuole liberarsene il prima possibile. Non vuole diventare quello ai cui concerti muore la gente. Ci sono etichette disgraziate che possono rovinare carriere. Ed è lì che il suo entourage gli avrebbe dovuto spiegare che non funziona così. Che non è tutto così facile. Che niente è perdonato nell’era dei social. Che quello che metti di te sui social è quello che vuoi comunicare e non importa se sia vero o no. Se sia profondità o superficie. Importa quello che arriva. E quello che è arrivato sono i soliti selfie con gnocca e tatuaggi, finché poi, sotto le feste, è passato al cappello rosso di babbo Natale, il dito medio alzato e il messaggio “A te e famiglia”.

Qualcuno ha iniziato fargli notare che per le famiglie di Corinaldo sarebbe stato il primo Natale senza una mamma, senza i figli. Sfera va avanti, posta una foto nelle storie di Instagram, lui in mutande davanti allo specchio e “Ti ho portato un pacco, Merry Xmas”. A quel punto cominci a pensare che sì, è un ragazzo, ma molti di quelli intorno a lui hanno i capelli bianchi e gestiscono un fenomeno in cima a tutte le classifiche possibili, avrebbero il dovere professionale di salvarlo da una comunicazione suicida, anche a costo di fargli hackerare Instagram.

Sul suo account piovono critiche, insulti, commenti di ragazzi della sua età. Non sono i soliti adulti tromboni a sentire che c’è qualcosa che non va nel cazzeggio senza un tempo decente di decompressione. Sono molti dei suoi coetanei. Eppure nulla, la scelta è quella di continuare a far finta di niente. Poi l’ultima foto. Sfera col suo piumino rosso Moncler e il messaggio ai fan: “Tagga un artista che ha spaccato più di me nel 2018!”. Ci risiamo. Che figata questo 2018. Primo posto in classifica, live col pienone, un sacco di dischi venduti e quei sei morti in discoteca. Davvero un anno da incorniciare. Inutile specificare che a quel punto gli insulti sull’account Instagram di Sfera sono diventati così tanti da averlo obbligato a cancellare tutti i commenti e a bloccare la funzione “commenta”.

Ora, nessuno gli chiede di rinchiudersi nel lutto o postare immagini del fiocchettino nero d’ordinanza, ma forse, chi gli vuole bene, dovrebbe spiegargli che “C’è un tempo perfetto per fare silenzio. Guardare il passaggio del sole d’estate… È tempo che sfugge, niente paura, che prima o poi ci riprende”. Lo ha scritto Ivano Fossati, in una delle sue canzoni più belle. C’è tempo per ricominciare a dire che la vita è una gran figata. Nel frattempo, forse, si può trovare un modo più gentile per andare avanti.

Falsi diplomi, bidelli e docenti licenziati in Veneto e Campania

Gli effettidegli accertamenti sui falsi titoli di studio del personale tecnico, amministrativo e ausiliario nelle scuole cominciano a farsi sentire. Le indagini della Guardia di Finanza in Veneto, Campania, Marche e Abruzzo hanno portato ai primi quattro licenziamenti, quelli di tre bidelli salernitani e uno veneto. Ma dovrebbero essere vicine altre revoche di contratti di assunzione di altri candidati che avevano presentato falsi diplomi. Inoltre sono finiti sotto provvedimento disciplinare dell’Ufficio scolastico della Campania tre insegnanti di sostegno sempre salernitani che avrebbe prodotto certificazioni non conformi prese in alcuni istituti privati, finiti anche loro sotto inchiesta. Nel mirino delle Fiamme gialle campane ci sono gli assunti alla fine degli anni Novanta e il reato ipotizzato è di truffa ai danni dello Stato. I licenziati saranno anche denunciati per dichiarazione mendace e presentazione di falsi titoli di studio. Tutto è cominciato da una denuncia arrivata al Provveditorato degli studi della Campania oltre un anno fa. Striscia la notizia aveva anche realizzato un servizio aveva registrato un uomo che “vendeva” requisiti per piazzarsi in alto nelle graduatorie per supplenti a poche migliaia di euro.

Nel cielo di Milano è tornata a bruciare la miccia anarchica

Casa e migranti, diritto all’abitare e lotta contro le nuove politiche sull’immigrazione di stampo salviniano. E poi l’esperienza dei Cie (oggi Cpr, centri per il rimpatrio) che ritorna robusta sempre per decisione del ministro dell’Interno. Regime detentivo che nei primi anni Duemila portò bombe. Quella lotta fu ribattezzata I cieli bruciano.

Programma anarchico di nuovo attuale. Battaglie da trincea ardita. Spartito ritenuto concreto e pericoloso. Oggi più di ieri. A Milano più che in altri luoghi d’Italia. Reti e contatti, temi condivisi, una base dura, un centinaio forse, che ora contamina anche quella dell’autonomia diffusa, i centri sociali per capirci, spinti sotto l’ombrello anarchico da cattivi maestri, legati alle ultime esperienze della lotta armata, e da condizioni sociali critiche e criticabili. La galassia è vasta e ritenuta temibile dagli esperti dell’intelligence nazionale.

Per capire bisogna tornare all’alba dello scorso 13 dicembre quando i carabinieri danno esecuzione a 9 ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere finalizzata all’occupazione abusiva di case popolari. Nessuna ipotesi di lucro, ma un tentativo di raccogliere consenso. La realtà antagonista finisce nel mirino. Gli indagati respingono le accuse. Durante la conferenza stampa “il procuratore di turno” (così sarà bollato il dottor Alberto Nobili in un post di Radiocane) con un lapsus accolto con favore dagli antagonisti parla di “Comitato di liberazione…”. Si correggerà. Il comitato è solo quello degli abitanti di Lorenteggio e Giambellino. Intercettazioni e capi d’imputazione a parte, ciò che resta negli atti è una rete anarchica ben precisa, cresciuta in vista dell’Expo 2015 e rimasta poi sotto traccia. Vengono così evidenziati i rapporti tra i membri del Comitato del Giambellino, e antagonisti di via Gola nella zona dei Navigli. Da qui il primo maggio 2015 partì il blocco nero che poi devastò la città. Altri contatti di rilievo con gli animatori dell’ex Hotel Occupato di via Ruggiero Settimo. Qui, prima e dopo gli scontri del 2015, trovò ospitalità un gruppo di anarchici greci. Figura di riferimento è stato Valerio Ferrandi, figlio di Mario, ex Prima linea, poi pentito. Ferrandi, non indagato nell’inchiesta del Giambellino, è figura di riferimento dell’autonomia diffusa milanese. Dall’Hotel è passato all’Officina occupata di via Carlo Torre poi sgomberata il 2 ottobre scorso. Nel 2008, si legge negli atti dei carabinieri, fu lui, attraverso l’utente Frederic Dubarre, ad aprire il profilo Fb del Comitato abitanti Lorenteggio e Giambellino. Non solo luoghi, anche protagonisti, rimasti fuori dalle cronache successive agli arresti del 13 dicembre.

Tra questi uno dei riferimenti più influenti del centro sociale Conchetta (Cox18), finito indagato nell’inchiesta dei carabinieri per un capo d’imputazione che riguarda un episodio di resistenza anti-sgombero. Da mesi ormai, Conchetta segna una deriva anarchica. Qui il 25 novembre si è tenuta una riunione sulla riapertura del Cpr di via Corelli a Milano. Presenti rappresentanti delle realtà anarchiche più attive a livello nazionale, da Lecce a Torino. Indagato per lo stesso episodio del 21 novembre 2015, anche il figlio di Claudio Latino, ex membro delle nuove Br per il partito comunista politico-militare (Br-Pccm). Latino senior fu condannato nell’inchiesta milanese Tramonto dove cadde per tutti l’accusa di terrorismo. Fu ritenuto il referente della cellula milanese. Lui assieme al figlio frequenta il Comitato autonomo abitanti Barona in viale Faenza. Il 18 aprile 2017 Clelia Contestabile, redattrice di Radiocane e, secondo la Procura, tra i promotori del Comitato Giambellino, è al telefono con Mattia Zanotti. Nel 2014 Zanotti, milanese classe ’84, viene arrestato dalla procura di Torino per l’assalto al cantiere del Tav di Chiomonte del maggio 2013. Con lui altre tre persone. Contestata anche l’accusa di terrorismo poi caduta in Appello. Dalle carte di quell’inchiesta emergono i contatti milanesi di Zanotti. Già allora in rapporti con Clelia Contestabile e con Antonio Budini definito dal giudice “esponente della frangia più radicale dell’anarchismo milanese”. Dai tabulati anche legami con figure del Cox18.

Negli alert di queste ultime settimane a Milano viene poi citata Villa Vegan di via Litta Modignani 66. Centrale anarchica e luogo sotto sgombero, ma sempre rinviato, perché, come svelato dal Fatto il primo dicembre, dopo la diffusione della notizia oltre 50 anarchici da tutto il Nord Italia sono arrivati per presidiare il luogo. Qui a novembre è stato presentato il secondo numero del giornale clandestino Vetriolo. Al suo interno un’intervista ad Alfredo Cospito, appartenente alla Fai, e responsabile della gambizzazione di Roberto Adinolfi, ex ad di Ansaldo nucleare, avvenuta a Genova il 7 maggio 2012. L’intervento, che il Fatto ha potuto leggere, fa esplicito riferimento alla lotta armata. Scrive Cospito: “Solo scontrandosi armi in pugno con il sistema possiamo costruire l’azione”. E ancora: “Bisogna avere il coraggio di opporsi giocandosi la vita”. Conclude: “Il terrorismo è una pratica che gli anarchici hanno sempre usato. Il terrorismo (…) ha tutte le giustificazioni del mondo”. La nostra intelligence tiene in considerazione questi passaggi in chiave di un possibile proselitismo e reclutamento. Da giorni al Viminale c’è una nota riservata specifica sull’articolo pubblicato da Vetriolo.

La donna che sfidòi i Casamonica

L’anno di Roxana Roman si è concluso, a sorpresa, il 29 dicembre scorso, qualche giorno prima dello spumante di Capodanno. Si è concluso con l’arrivo di un telegramma dal Quirinale: Sergio Mattarella ha voluto nominare lei, cittadina romena di 34 anni, Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. Il suo nome, dalla Romanina, estrema periferia romana, è arrivato nelle stanze dell’istituzione più alta dello Stato per una sola ragione: “Per il suo contributo nell’affermazione del valore della legalità”, ha scritto il Presidente. Per il coraggio che questa donna, assieme al marito titolare del Roxy Bar, ha avuto nel denunciare un potere dominante. Quello dei Casamonica.

Il 2018, per Roxana, è stato un anno molto particolare: la sua vita che cambia il primo aprile quando il suo locale – “con mio marito ce lo siamo comprati dopo tanti sacrifici” – viene distrutto da un raid dei Casamonica-Di Silvio. Le bottiglie e bicchieri fatti a mille pezzi per terra, le sigarette e i gratta-e-vinci impossibili ormai da vendere. I danni per le vetrine rotte, i giorni di chiusura “forzata”. La loro “colpa”? Aver raccontato le cinghiate e i calci di Alfredo Di Silvio – incitato, secondo le accuse, da Antonio Casamonica – a una donna, Simona Rossi, disabile, che si era permessa di parlare e ribellarsi alla prepotenza di chi pretendeva di essere servito prima degli altri clienti che si trovavano in quel momento nel bar. “Questi romeni di merda non li sopporto proprio”, dicevano. E Simona aveva risposto: “Se il bar non vi piace andate altrove”. E da lì la fine. Pugni fino a quando non crolla a terra dalla carrozzina, mentre cinque clienti rimangono seduti a giocare ai videopoker, come se nulla fosse. E poi, mezzora dopo, Alfredo Di Silvio, con il parente Vincenzo, torna per la “spedizione punitiva” nei confronti di Marian, il marito di Roxana: perché “qui comandiamo noi, non te lo scordare, questa è zona nostra”. Spaccano la vetrina, rovesciano tavoli e sedie. Marian è terrorizzato, ma Roxana non ci sta. E dopo due giorni di serranda abbassata torna dietro al bancone. E, assieme a Marian, denunciano tutto. Marito, moglie, e Simona, la donna disabile.

“Sono entrati nel mio bar pensando di fare come volevano, hanno distrutto tutto: non devono pagare per le loro colpe?”

“Ho lavorato dietro il bancone fino all’ultimo giorno di gravidanza, ho faticato tanto per ottenere la licenza, sono arrivata dalla Romania a 18 anni e ho sempre lavorato. Dopo che sono entrati nel bar e me l’hanno distrutto, dovevo stare zitta?”, chiedeva Roxana quando i giornalisti l’hanno raggiunta al Roxy Bar. “Non mi sento un’eroina per quello che ho fatto, era una cosa logica. Denunciare era mio dovere”. Eppure tutti gli altri, dentro al suo bar, sono rimasti immobili. Ed è solo grazie al coraggio di Roxana, e di Simona, e alle loro denunce, che la Procura è riuscita a trovare i responsabili dell’aggressione.

Per quello che è passato alla storia come il “raid di Pasqua”, in tre hanno scelto il rito abbreviato, i Di Silvio: nei loro confronti è stata emessa una sentenza che per la prima volta ha riconosciuto ad appartenenti di quella famiglia l’aggravante del metodo mafioso. Antonio Casamonica, invece, ha scelto il rito ordinario. La sua sentenza è attesa per marzo.

Ed è proprio davanti al Tribunale che sta giudicando i Casamonica che Roxana non ha avuto paura di ripetere le sue accuse, di raccontare a voce alta ciò che è successo nel suo bar. In aula è stato convocato anche il marito che sembra avere molta più paura. “Possiamo dare atto che sono passati almeno venti secondi e il teste ha la testa bassa e non risponde…”, dice durante la deposizione di Marian il pm Giovanni Musarò. “E trema anche”, aggiunge il presidente del Tribunale. Roxana no, lei tira dritto. Non c’era durante il raid di Pasqua, ha visto la devastazione del suo locale dalle immagini delle telecamere. E non ha parlato per giorni con il marito, al quale non perdona il non essere intervenuto subito, durante l’aggressione a Simona da parte di Alfredo Di Silvio. Quando lei gli ha chiesto il perché, racconta in aula, “mi ha detto: ‘Non lo so’. Aveva un po’ di timore. Però non è che mi ha dato mai una spiegazione coerente. (…) Sono rimasta malissimo perché non capivo perché non fosse intervenuto… (…) Siamo stati un po’ di giorni quasi senza parlare”. Roman lo descrive come un uomo “che sta sempre attento. (…) Mi ha sempre detto che dobbiamo stare attenti. Abbiamo una famiglia, i ragazzi, mi ha sempre detto… E forse siamo un po’ diversi su sta’ cosa. (…) Voglio educare i miei figli secondo principi diversi, non voglio che crescano nella rassegnazione, come gli abitanti di Romanina”.

Roxana, prima davanti al magistrato e poi in tribunale, ha fatto nomi e riconosciuto volti. Come quello di Antonio Casamonica: “Sì lo conosco, di nome, giusto dopo i fatti – dice la donna in aula -. Ma sapevo che apparteneva alla famiglia Casamonica”. Nel suo bar lo ha visto insieme ai Di Silvio. Antonio “era sempre un po’ coatto, parlava a voce alta”. Però non creava problemi nel locale. I Di Silvio, invece, continua Roxana, avevano un atteggiamento “spavaldo”: “Una volta hanno dato fastidio pure a un vecchietto, in modo pesante. Pure con me, due, tre volte”.

Nella sua testimonianza, finora inedita, tira dritto e ripete tutte le accuse a voce alta. Ma nulla è come prima…

Da quando ha deciso di parlare, confessa, la sua vita è cambiata. In un quartiere abbandonato ai margini della capitale come è la Romanina, Roxana e Marian hanno iniziato a guardarsi le spalle. “All’inizio abbiamo pure cambiato la strada, parcheggiavamo la macchina un po’ più lontana da casa… Vabbè, piano piano, io spero che tutto rientra nel normale”, racconterà Roxana in aula durante la sua deposizione a porte chiuse, protetta, e finora inedita.

Dopo quel raid è cambiato anche il Roxy Bar, con la clientela che è diminuita e le parole di conforto, sempre pronunciate sottovoce: “Una volta che abbiamo aperto, tante persone non sono più venute, perché mi hanno creato praticamente un danno di immagine. (…) Dopo tutto quello che è successo, sono venute tante persone che, guardandosi indietro, alle spalle, mi hanno detto sottovoce, sottobanco: ‘Brava hai fatto bene’. Mai è venuto nessuno a dirmi, a voce alta, oppure così come parlo io. (…) Sempre sottovoce (…) perché penso che comunque la gente un po’ di paura ce l’ha”.

Le intimidazioni per i Roman non terminano con la chiusura del bar. Due giorni dopo, quando il locale viene riaperto, come racconta Roxana in aula, “è venuto il vecchietto. Dopo ho appreso che è il nonno”. E al numero quattro dell’album fotografico riconosce Enrico Di Silvio, non presente durante il raid, ma che ha patteggiato una pena a 3 anni e 2 mesi per violenza privata. Da Roxana va a dirgli che “volevano riparare i danni, se possiamo parlare, io gli ho detto: ‘Che non voglio parlare con lui’”. Lei vuole che “chi ha sbagliato paghi” e così quando gli fa capire che c’è stata una denuncia e che i video delle telecamere del locale sono in mano ai carabinieri, l’uomo “si è arrabbiato e ha detto: ‘Allora vuoi la guerra?’”. Poi davanti al Roxy bar, nei giorni successivi, iniziano a sfrecciare le auto di alcuni Di Silvio. “I ragazzi passavano con la macchina (…) e guardavano”, continua Roxana.

Il giudice Maria Paola Tomaselli, nella sentenza di condanna dei Di Silvio con rito abbreviato, parla della scena del giorno di Pasqua come di uno “stato di guerra”. “È un pestaggio” con una “duplice finalità essendo esso, da un canto, risultato complementare all’operazione punitiva iniziata con l’aggressione della Rossi e, dall’altro, avendo gli imputati, attraverso di esso, ribadito a soggetti, per nazionalità estranei al contesto ambientale, la loro supremazia sul territorio (…) e il conseguenze obbligo di obbedienza e spontanea adesione che ne conseguiva”. È una sentenza che per la prima volta riconosce l’aggravante dell’articolo 7, l’utilizzo del metodo mafioso, per alcuni appartenenti alla famiglia Di Silvio. “Appare evidente – scrive la Tomaselli – che i Casamonica e i Di Silvio siano assurti a ‘padroni’ del territorio, ove insiste il bar in questione e che l’aggressione della Rossi prima e la ‘spedizione punitiva’ nei confronti del Roman con annessa devastazione del bar dopo, abbiano costituito una rivendicazione di tale diritto”.

Roxana in Italia ci vive da 15 anni, anche se non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana: è arrivata nel 2003, a soli 18 anni. Nel 2010 conosce Marian. Si sposano poco dopo e nel 2013 prima prende in gestione e poi compra la licenza e il locale dove si trova il Roxy Bar, con tanti sacrifici. “Il primo anno, lavoravo dalla mattina alla sera, alle 23, pure mezzanotte”. Ed è proprio in nome di quei sacrifici che Roxana non ci ha pensato due volte a chiamare i carabinieri. “Perché mi sento toccata personalmente”. E non si è mai pentita della propria scelta.

A fine anno poi la sorpresa, con l’arrivo del telegramma firmato dal capo di gabinetto di Mattarella: Roxana è tra i 33 “esempi civili” del 2018. Per il coraggio. Per la sua affermazione di legalità. E, per questo, quando finirà il processo ad Antonio Casamonica, potrebbe decidere di iniziare un progetto per raccontare ai ragazzi nelle scuole la sua storia. Perché “i miei figli non devono crescere nella rassegnazione. Vorremmo crescerli da cittadini italiani”.

Pernigotti, sindacati: “È confermato l’interesse di Sperlari”

Si apreuno spiraglio dal sapore dolce per il futuro dei dipendenti dell’azienda dolciaria Pernigotti di Novi Ligure, da due mesi in assemblea permanente contro la proprietà turca Toksoz e che oggi riceveranno la visita del ministro del Lavoro Luigi Di Maio. La Sperlari, altra azienda del settore, ha confermato il suo interesse per l’acquisto o la gestione dei asset produttivi della Pernigotti. È quanto fanno sapere i sindacati reduci dall’incontro di ieri a Milano con i vertici dell’azienda cremonese. La mobilitazione degli operai iniziata il 6 novembre scorso è motivata dalla volontà dei turchi di chiudere lo stabilimento Pernigotti di Novi Ligure e la Toksoz li ha messi in cassa integrazione per cessazione di attività. La protesta li ha spinti persino a passare il Capodanno in fabbrica. Il primo cittadino di Novi Rocchino Muliere è solidale con i lavoratori: “Se la proprietà non cambia idea, chiederemo di prorogare fino a fine gennaio la sospensione della procedura”. Riguardo la visita di Di Maio, “è previsto che il ministro faccia l’intervento in sala mensa. Dovrebbe fermarsi anche a pranzo” dice Tiziano Crocco della Uila Uil.

Beffa Tari, 280 comuni hanno pagato di più

Il caos Tari non è (ancora) finito. Nel 2017, il calcolo sbagliato della tassa sui rifiuti divenne un caso nazionale. Molti comuni furono coinvolti con grandi disagi per i cittadini, che potrebbero continuare. Sono infatti circa 280 i comuni che nel 2018 hanno applicato tariffe non corrette. Sono tutti quelli che hanno approvato la Delibera sul Regolamento Tari oltre il termine perentorio del 31 marzo 2018 e che avrebbero dovuto applicare le tariffe del 2017, anno in cui è emersa la questione della quota variabile.

A confermarlo è il Dipartimento delle finanze del ministero dell’Economia, interrogato dal deputato M5s Giuseppe L’Abbate che ha portato alla luce la vicenda. Come spiega lo stesso ministero, la delibera approvata dopo il 31 marzo non è automaticamente illegittima, ma – in base alla norma (la Finanziaria per il 2007) – non può essere applicata e slitta all’anno successivo. Sempre che il Comune, intanto, non la modifichi ulteriormente.

Nel 2017 L’Abbate scoprì che molti comuni italiani sbagliavano a calcolare la Tari, chiedendo ai cittadini somme non dovute per la quota variabile delle pertinenze (box, garage, cantine, soffitte). La questione risale al 2014, anno di introduzione della Tari. La tassa si compone di una parte fissa e di una variabile. La prima, calcolata in euro al metro quadro, la seconda varia a seconda del numero di persone che compongono il nucleo familiare. L’errore scoperto nel 2017 ha interessato circa il 10% dei comuni italiani e si è creato proprio nel calcolo della parte variabile. Questa avrebbe dovuto basarsi sulla quantità (misurata in chili) di rifiuti indifferenziati annui conferiti. Ma essendo praticamente impossibile per le municipalizzate pesare i rifiuti di ogni nucleo familiare, salvo rari casi, si è scelta una strada diversa. Il calcolo della parte variabile della Tari è stato fatto tenendo conto solo del numero di componenti del nucleo. E qui è nato il problema: in diversi comuni italiani, infatti, si è aggiunto un calcolo “liberamente interpretato” alla quota variabile. Alcuni enti locali hanno cioè computato erroneamente la parte variabile della Tari, sia per le abitazioni che per le pertinenze.

Dopo lo scoppio del caso, migliaia di cittadini hanno chiesto i rimborsi, non sempre con esito positivo. A Milano, ad esempio, 145mila proprietari di box, che per quattro anni (dal 2014) avrebbero pagato la tassa rifiuti in eccesso, sono rimasti a bocca asciutta. Il Consiglio di Stato, a novembre scorso, ha respinto il ricorso e il comune, almeno per ora, non rimborserà 50 milioni di euro.

“Dopo l’errata quantificazione della quota variabile della Tari sulle pertinenze, – spiega L’Abbate – non finiscono i disagi per i cittadini, che sono stati costretti a pagare tariffe non corrette. Ci auguriamo che tutti i comuni italiani si ravvedano e non siano nuovamente fuori legge come lo sono stati lo scorso anno”.

Non è una scuola per disabili. Inaccessibile e senza sostegno

Scuola e accessibilità: il binomio non concorda. A confermarlo sono gli ultimi dati dell’Istat su 56.690 scuole frequentate da 272.167 alunni con un docente di sostegno (il 3,1% del totale degli iscritti): solo il 32% è accessibile dal punto di vista delle barriere fisiche. La situazione è più critica al sud dove solo il 26% per cento è a norma. Una scuola su quattro, inoltre, non ha postazioni informatiche adattate alle esigenze degli alunni con sostegno.

Superato lo scoglio fisico, c’è quello della formazione. Secondo le rilevazioni, gli insegnanti di sostegno in Italia sono circa 156 mila, con un rapporto di 1,5 alunni per ognuno (al Sud si parla di 1,3 alunni per insegnante). Qual è allora il problema? Sono pochi e poco preparati. Il 36% degli insegnanti per il sostegno viene selezionato dalle liste curriculari poiché la graduatoria degli insegnanti specializzati non è sufficiente. Il problema più frequente tra gli alunni, infatti, è la disabilità intellettiva che riguarda il 46 per cento di chi ha il sostegno. Seguono i disturbi dello sviluppo e quelli del linguaggio (rispettivamente 25 e 20 per cento). Molti gli alunni che hanno più di un problema di salute (48 per cento). Gli studenti fruiscono in media di 14 ore settimanali di sostegno. Non abbastanza: circa il 5 per cento delle famiglie ha presentato negli anni un ricorso al Tar per ottenerne l’aumento. Al Sud la percentuale di ricorsi è doppia rispetto al Nord.

Inoltre, la continuità del rapporto tra docente e alunno non è garantita: il 41 per cento degli alunni ha cambiato insegnante rispetto all’anno precedente mentre il 12 per cento lo ha cambiato nel corso dell’anno scolastico. Il motivo è semplice: si usa il sostegno per ottenere il posto nella scuola e poi si chiede il trasferimento su una cattedra ‘normale’.

Il ministero dell’Istruzione sta perciò cercando di correre ai ripari. A inizio dicembre è stato fatto un accordo con l’Osservatorio sull’inclusione scolastica per modificare uno dei decreti delegati della legge 107 (Buona Scuola) sull’inclusione (il 66). Non è quindi diventato operativo dal primo gennaio ma lo sarà a settembre con l’applicazione di alcuni correttivi. Contestato dalle associazioni, non prevedeva nell’identificazione delle ore di sostegno da assicurare agli alunni, il coinvolgimento della famiglia e delle scuole. “Erano analisi slegate dal contesto – spiega al Fatto il sottosegretario all’Istruzione, Salvatore Giuliano (M5s), a cui è stata affidata la delega all’inclusione -. Per stabilire il livello di disabilità di un alunno si deve tener conto del contesto in cui si trova l’alunno”. In pratica, una disabilità può essere gravissima in un contesto (ad esempio in una struttura con barriere architettoniche) e meno in altri. “Secondo il decreto l’assegnazione delle ore era calcolata solo su base documentale, senza coinvolgere chi conosce la storia dell’alunno e contesto”, spiega Giuliano. Via quindi il cosiddetto Git, Gruppo di Inclusione Territoriale e ok al potenziamento del Glho (interno).

La conseguenza è anche una sorta di razionalizzazione e ridistribuzione delle risorse. Nelle scorse settimane il ministero è stato criticato per aver tagliato la spesa scolastica con una drastica riduzione al sostegno (di circa un miliardo) per il biennio 2020-2022. Ad essere colpiti i docenti precari che ogni anno garantiscono la copertura di molti posti. “In Legge di Bilancio abbiamo previsto solo lo stanziamento per l’anno scolastico 2019/2020 – spiega Giuliano – ma è chiaro che le risorse ci saranno anche per i successivi. Semplicemente saranno calcolati di anno in anno. Non lasceremo gli studenti senza docenti di sostegno”. Anche perché, come un mantra, si continua ad annunciare un concorso per 40mila docenti di sostegno che dovranno essere però specializzati. “Sarà fatto – ribadisce Giuliano – quanto prima”. Ma non ci sono ancora date né scadenze.

Il selfie di Gasparri nel pastone del Tg1

In principio c’è l’intervista senza domande: gli operatori dei Tg si radunano attorno al politico di turno, raccolgono le sue dichiarazioni e le inviano in redazione, così come vengono, pulite pulite. La morte del giornalismo. Si cucinano così i “pastoni” nei Tg Rai (e non solo): servizi-polpettone infarciti con le facce e le parole di ministri e parlamentari, distribuiti con il bilancino a seconda del partito d’appartenenza. Ma la professione non è insensibile ai cambiamenti imposti dalla tecnologia. Ecco allora che il Tg1 di Giuseppe Carboni innova e sperimenta: non più interviste senza domande, ma video-selfie girati direttamente dal politico “intervistato”. Come ieri, nel primo servizio del Tg1 delle 13 dedicato alle polemiche sul decreto sicurezza. A un tratto compare Maurizio Gasparri. Qualcosa non va: il faccione del berlusconiano è un po’ troppo vicino. L’inquadratura tradisce il suo braccio allungato: si sta riprendendo da solo. La luce è scura, la mano incerta fa tremare la videocamera: tecnicamente è una ripresa orribile. Ma quel che conta è che la dichiarazione autoconfezionata di Gasparri (13 secondi netti) sia al posto suo: a riempire la fetta di pastone che spetta a Forza Italia. Niente domande, nemmeno a piacere.

Chiude la striscia di Luca e Paolo, il Pd grida alla censura

Il Pdgrida alla censura. Nei giorni in cui Carlo Freccero annuncia la fine dell’editto bulgaro nei confronti di Daniele Luttazzi, il Partito democratico accusa proprio il neo-direttore di voler oscurare Luca e Paolo, il duo comico che oggi occupa la fascia dalle 21 alle 21:20 con “Quelli che…dopo il Tg”. Due giorni fa Freccero aveva infatti annunciato di voler lanciare un programma di approfondimento politica in quell’orario, scalzando le ex Iene. Abbastanza per far gridare il Pd, secondo cui la decisione arriverebbe a seguito delle imitazioni di Luca e Paolo del ministro Toninelli: “Mi spiace che il nuovo-vecchio direttore di Rai2 Freccero abbia cancellato la striscia di Luca e Paolo sul Tg2, – ha scritto Matteo Renzi – dicono che la loro esclusione derivi dal fatto che facessero ironie su Toninelli. Non credo sia questo il motivo: Toninelli fa ridere anche da solo”. Critiche anche dal dem Salvatore Margiotta, secondo cui Freccero “si è guadagnato il nuovo titolo di Epurator”. Luca e Paolo, dal canto loro, ragionano: “Parlare di epurazione mi pare esagerato perché siamo ancora su Rai2 con ‘Quelli che il calcio’. Ma certo ci chiediamo il perché della chiusura di una striscia quotidiana con ascolti in salita e non in discesa”.