Satyricon e altre censure: ecco il Re Mida dei bavagli

Avete presente Re Mida, quello che trasformava in oro tutto ciò che toccava? Daniele Luttazzi quando mette piede in tv fa la stessa cosa, solo che quello che tocca lo trasforma in censura. Il caso Satyricon e la presentazione deL’odore dei soldi con Marco Travaglio è solo l’esempio più eclatante. Si era, a quei tempi, in piena èra berlusconiana, B. sosteneva che il controllo di cinque televisioni nazionali su sei non portasse alcun consenso politico, la sinistra doveva essere d’accordo, altrimenti si sarebbe inventata una legge decente sul conflitto di interessi; infatti poco dopo Berlusconi invocò la cacciata di Luttazzi (con Biagi e Santoro) dalla televisione di Stato con il celebre editto bulgaro.

Dopo l’editto, per questo autore che continua a riempire i teatri si crea il deserto, ma per il Re Mida delle forbici (altrui) il bello viene adesso. Qualche ardito si fa vivo tra le dune; prima Antonio Albanese, poi Giorgio Panariello gli chiedono di partecipare ai loro programmi. Estrema libertà, a una sola condizione: che resti muto. Lui invece parla: “Preferisco di no”. Poco dopo si fa vivo anche Paolo Bonolis, appena passato a Rai1. “Voglio rivoluzionare Domenica in”, dichiara, e per rivoluzionare chi meglio di Luttazzi? Lo vuole addirittura alla prima puntata: “Parlo io, tu stai lì in silenzio, poi esci. Non devi dire nulla”. La famosa rivoluzione silenziosa. L’idea non è delle più originali, obietta Luttazzi: “Io non posso lavorare in tv perché ho detto certe cose e fatto certe domande. Se torno, parlo. In un programma di sei ore potrò farlo per almeno cinque minuti, no?”. Bonolis appare colto di sorpresa: “Ah, beh, se si considera la cosa da questo punto di vista…”

Rivoluzione rimandata.

Poco dopo, siamo a novembre del 2002, lo chiama anche Pippo Baudo, conduttore su Rai3 di Cinquanta, un programma dedicato al mezzo secolo del servizio pubblico. Sua Pippità lo vuole per la puntata dedicata alla censura, siamo decisamente sulla notizia, e Luttazzi non solo ci va, ma siccome è un noto perfezionista, si fa anche censurare. Le battute su Bossi e la Chiesa, su Gasparri, su Tremonti e i riferimenti all’intervista fatta a Travaglio vengono tagliate. Che strano, scrive la stampa, nemmeno una battuta su Bossi, su Gasparri, su Tremonti, su Berlusconi: deve essersi rammollito.

Non è chiaro se Luttazzi sarebbe intervenuto in una delle cinque previste puntate di RaiOt, andato in onda su Rai3 un anno dopo; nel dubbio, il programma satirico di Sabina Guzzanti viene censurato e chiuso dopo la prima puntata, e costretto a trasmigrare in teatro (dove effettivamente Luttazzi non farà mancare il suo contributo). Passano altri quattro anni e nel novembre 2007 Daniele Mida Luttazzi torna a tutti gli effetti in video con Decameron varietà satirico in cui “si parla di politica, sesso, religione e morte”. Il direttore di La7 Antonio Campo dall’Orto l’ha fortemente voluto, e dichiara solennemente che Luttazzi sarà libero di dire e fare ciò che vorrà. Deve essere vero. Infatti dopo la quarta puntata Campo dall’Orto sospende il programma. Motivazione ufficiale, una battuta su Giuliano Ferrara, ma molto probabilmente la vera pietra dello scandalo è il monologo sull’enciclica papale Spe Salvi registrato da Luttazzi per la puntata successiva, mai andata in onda. Partiranno da qui anche le accuse di plagio, poi rinnovatesi periodicamente (sulle quali, lungi dal pronunciarci, ci limitiamo a una semplice osservazione: bisogna essere proprio bravi, a farsi censurare i plagi).

Da allora, l’unica apparizione di Luttazzi risale al 25 marzo 2010, un monologo di 15 minuti all’interno di Raiperunanotte di Michele Santoro. Trattandosi di una puntata unica, non si poté censurare la successiva, e tuttavia, anche qui il nostro Re Mida piazzò la sua zampata; Rainews24 trasmise la serata-evento in differita, tagliando un unico intervento. Indovinate un po’ quale.

Il resto è silenzio, anche senza bisogno di andare da Bonolis, anche se le proposte per tornare non sono mancate. No alla presentazione della prima edizione del Grande Fratello poi presentato da Daria Bignardi; no alla presentazione del Festival di Sanremo con Baudo e Michelle Hunziker, no a una rassegna stampa per Sky, sfumata all’ultimo momento. Come Luttazzi ha dichiarato, tutto si incaglia sempre su scogli di natura legale: “Le tv vogliono poter tagliare il materiale che non condividono poiché temono le cause giudiziarie, anche se le mie vittorie giudiziarie dimostrano ampiamente che non sono un irresponsabile. Io tengo il punto: la satira o è libera, o non è.”

Lui dice così, ma noi sospettiamo che, come ogni vero autore satirico, in fondo sia un altruista e si schermisca per amore del prossimo. Ormai ha capito l’antifona: se fa tanto di accettare gli inviti di qualcuno, prima o poi li censurano tutti e due.

Luttazzi, Bertolucci e Funari: le bombe della Rai2 di Freccero

Bernardo Bertolucci, Daniele Luttazzi, Fabrizio De André e Gianfranco Funari. La nuova Rai Due di Carlo Freccero riparte da quello che il servizio pubblico aveva dimenticato o nascosto per anni. Quattro prime serate, ogni lunedì sera dal 21 gennaio all’11 febbraio, in cui Rai Due, in attesa che vadano a pieno regime i nuovi programmi – Luttazzi compreso, per cui ci vorrà qualche mese – proporrà altrettanti speciali in onore della memoria collettiva del Paese, come aveva accennato Freccero in conferenza stampa due giorni fa.

Si parte con la serata dedicata a Bernardo Bertolucci: il 21 gennaio tornerà su Rai Due Ultimo Tango a Parigi, capolavoro del regista appena scomparso, con Marlon Brando e Maria Schneider. A completare l’omaggio ci sarà anche un documentario sullo stesso Bertolucci, curato e diretto da Luca Guadagnino.

Dopo una settimana riecco invece in Rai Luttazzi. Non ancora col nuovo programma, ma con un insieme di sketch e di interviste dei suoi vecchi spettacoli e programmi televisivi. L’ultima apparizione di Luttazzi sulla Rai è datata 2001, quando il suo Satyricon fu chiuso dopo l’intervista a Marco Travaglio che presentava il libro L’odore dei soldi, un’inchiesta sull’origine delle fortune di Silvio Berlusconi. Quella mezz’ora di programma, costata quasi vent’anni di carriera a Luttazzi, sarà ritrasmessa all’interno dello speciale del 28 gennaio, che si chiamerà “Aspettando Luttazzi”.

Il 4 febbraio, ancora in prima serata, sarà invece il turno di Fabrizio De André. A pochi giorni dal ventesimo anniversario della sua morte, Rai Due trasmetterà l’ultimo concerto del cantautore genovese, quello al Teatro Brancaccio di Roma del febbraio 1998. Un omaggio a cui seguirà, la settimana successiva, uno speciale dedicato a Gianfranco Funari. Due giorni fa Freccero lo aveva indicato come uno dei modelli della tv nazional-popolare a cui Rai Due dovrà ispirarsi. E così, tra poco più di un mese, Enrico Lucci curerà una serata in suo onore, lui che da Funari era stato designato come erede.

Giovanardi, l’ora della verità. Il caso tabulati alla Consulta

Il 23 gennaio è una data da cerchiare in rosso. Specie per Carlo Giovanardi indagato nell’ambito di un filone dell’inchiesta Aemilia e che attende di sapere quale sarà il suo destino processuale dalla Corte Costituzionale. Per oltre un anno e mezzo la sua posizione è rimasta congelata in attesa della decisione della Consulta: la Direzione distrettuale antimafia di Bologna gli ha contestato di aver fatto pressioni sui membri della Prefettura di Modena per salvare dall’interdittiva antimafia la Bianchini Costruzioni. Il cui titolare, Augusto Bianchini, è stato recentemente condannato insieme a Michele Bolognino considerato uno dei referenti della cosca di Cutro nel modenese, nell’ambito del primo maxi-processo alla ‘Ndrangheta nel nord.

Le accuse che gravano su Giovanardi sono pesantissime: minaccia a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, minaccia a pubblico ufficiale, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, con l’aggravante mafiosa. Lui che fino a pochi mesi fa sedeva in commissione Antimafia.

Ma su cosa deve decidere la Consulta? Se i magistrati debbano per caso chiedere l’autorizzazione al Senato (la Camera di appartenenza di Giovanardi) per utilizzare alcuni tabulati acquisiti nell’ambito dell’inchiesta che lo vede coinvolto. Con tutto quello che comporterebbe un eventuale rifiuto all’uso di elementi di prova necessari a sostenere l’accusa.

Ma la Corte costituzionale, a ben vedere, deve decidere di una questione molto più ampia: e cioè se sia legittima la legge varata nel 2003 che ha assoggettato al regime dell’autorizzazione tanto i verbali e le registrazioni delle intercettazioni relative agli eletti quanto i semplici tabulati. Con un’estensione delle guarentigie per chi ha uno scranno a Palazzo non prevista dalla norma costituzionale, l’articolo 68. Che elenca in quali casi tassativi è necessario il via libera del Parlamento: e i tabulati non sono inclusi.

Cosa contestano i magistrati a Giovanardi? Stando alla tesi d’accusa, il senatore, avvalendosi tanto della sua notoria influenza politica, quanto delle aderenze all’interno della Prefettura di Modena, avrebbe in più occasioni tentato di condizionare il Gruppo Interforze. Un organismo istituito presso la Prefettura di Modena per evitare infiltrazioni nelle commesse per la ricostruzione dopo il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna nel 2012: il senatore avrebbe fatto “illecite pressioni” per ottenere una rivalutazione dei provvedimenti adottati nei confronti di alcune aziende a cui era stata negata l’ammissione nella White List degli appaltatori. Ma quel che più conta è, sempre secondo gli inquirenti, che il senatore si sarebbe dato da fare, pur sapendo dei rapporti dello stesso imprenditore con un esponente di spicco del clan Grande Aracri.

L’indagine è stata condotta anche attraverso operazioni di intercettazione telefonica e di acquisizione dei dati del traffico telefonico di diversi soggetti, alcuni dei quali in servizio presso la Prefettura di Modena, che si aveva ragione di ritenere operassero come trait d’union tra l’imprenditore in odore di mafia e il Gruppo Interforze, per tentare di condizionarne l’azione. Alcuni di questi risultati in contatto con Giovanardi, indagato insieme ad altri (tra tutti l’ex viceprefetto di Modena per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio) per aver cercato in tutti i modi di aiutare la Bianchini Costruzioni. Con un pressing martellante su quanti dovevano decidere le sorti dell’azienda e, si sospetta, pure sui loro superiori gerarchici. A Modena come a Roma. Giovanardi si proclama innocente: si era mobilitato, certo. Ma – sostiene – per amore di giustizia. Mai sfiorato dal sospetto che ci fosse qualcosa di losco neppure quando l’interdittiva aveva colpito pure il figlio dell’imprenditore a lui vicino. Ne aveva anzi chiesto conto al Ministro dell’Interno in una interrogazione parlamentare. Dai richiami marcatamente biblici. “In base a quali motivazioni, in uno stato di diritto, le supposte responsabilità dei padri coinvolgono anche i figli?”.

“La Rai parli dei diritti e valuti se trasmettere le prossime edizioni”

Le polemiche sulla Supercoppa in Arabia Saudita toccano anche la Rai. La tv di Stato detiene i diritti della competizione e trasmetterà infatti la partita il 16 gennaio. Ma il presidente della commissione di Vigilanza, Alberto Barachini, invita i giornalisti della rete a dedicare ampio spazio al tema dei diritti delle donne violati dall’Arabia Saudita: “I contenuti trasmessi riflettano sempre, sotto tutti i profili, i principi della nostra costituzione e in particolare il rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo.” Qualcuno, in realtà, aveva chiesto alla Rai un gesto dimostrativo anche più forte, addirittura la mancata trasmissione della partita, ma non sembrano esserci i margini per una decisione così estrema: la Vigilanza ha inviato a ritagliare in trasmissione dei momenti di approfondimento sulla vicenda. Viale Mazzini, del resto, ha sborsato 66 milioni di euro nel triennio per aggiudicarsi i diritti del trofeo (insieme a quelli della Coppa Italia), difficile che ora rinunci a trasmettere il match. Discorso diverso per le prossime edizioni: “Chiedo che in futuro la Rai valuti attentamente l’opportunità di trasmettere eventi che si svolgano in Paesi che violano o limitano i diritti umani fondamentali”, ha affermato Barachini.

Ultrà morto, indagato tifoso del Napoli: “Era sulla macchina”

Che fosse alla guida è ancora da accertare, ma certamente era a bordo della Volvo nera che in via Novara a Milano è passata sopra al corpo dell’ultras veresino Daniele Belardinelli la sera del 26 dicembre un’ora prima della partita Inter-Napoli. Belardinelli morirà per le ferite riportate poche ore dopo. Questo il quadro in mano alla Procura che ieri ha iscritto nel registro degli indagati un 25enne tifoso del Napoli con l’accusa di omicidio volontario. Il filone sull’investimento dunque sembra a buon punto. Ancora da definire invece l’organizzazione dell’agguato scatenato da 150 ultras tra interisti, francesi di Nizza e varesini. Per questo ieri in Questura è stato ascoltato come testimone Alessandro Caravita, 19 anni e una parentela di grande peso. Il giovane Alessandro è infatti figlio di Franco, detto Franchino, fondatore dei Boys nel 1969 e capo storico della curva Nord dell’Inter.

Una storia lunghissima quella di Caravita senior. Nel 1983 fu arrestato per l’accoltellamento di un tifoso austriaco prima di Inter-Austria Vienna. Era il 1983. La curva nei mesi successivi uralva: “Franco libero”. Franco per quel fatto fu poi assolto definitivamente, diventando il volto pulito e presentabile degli ultras nerazzurri. Lui assieme a Nino Ceccarelli (indagato) fondatore dei Viking ha fatto la storia della Nord. “Buon sangue non mente”, era scritto sotto a una foto di Alessandro ritratto in curva con la bandiera in mano e postata sul suo profilo Fb. Profilo che oggi risulta chiuso. Ieri è stato chiamato in Questura. L’obiettivo degli investigatori era chiarire la dinamica e l’organizzazione. Obiettivo però bloccato quasi sul nascere. Caravita junior, legato ai Boys, ha spiegato che quella sera non era presente allo stadio, e dunque certamente non poteva essere sul luogo della guerriglia. Per questo, a differenza di altri ultras, è uscito da via Fatebenefratelli come ci era entrato: da testimone e non da indagato.

È chiaro che resta da capire su quali basi Caravita abbia spiegato la sua assenza dalla curva in occasione di un match di cartello come Inter-Napoli, lui che non è diffidato e il secondo anello verde lo frequenta eccome, tanto più che il 24 ottobre scorso è stato coinvolto negli scontri con i catalani prima di Barcellona-Inter.

Torniamo dunque all’investimento. L’accusa di omicidio volontario nei confronti del 25enne, è stato spiegato, è un atto dovuto per fare accertamenti anche irripetibili. A pesare sulla sua posizione è stato il fatto che davanti alla Digos di Napoli abbia negato di essere andato a Milano. Versione subito contestata da diverse testimonianze. L’auto, una Volvo V40, è ora sotto sequestro. Secondo fonti investigative sarebbe stata ripulita, anche se non presenta ammaccature compatibili con un colpo. Se il 25enne, frequentatore della curva A del Napoli, senza precedenti, è indagato, ancora da accertare se fosse lui alla guida. L’auto è stata presa in leasing dal padre. Sentito, il genitore ha spiegato che la macchina la usa il figlio. Quella sera a Milano, però, a bordo c’erano altre tre persone. Tra queste lo zio del ragazzo.

Il dubbio è che fosse lui alla guida. L’uomo però allo stato non è indagato. Oggi assieme agli altri tre (che a breve saranno indagati) sarà sentito a Napoli dalla Digos di Milano. Nel mirino degli investigatori ci sono poi altre due auto. Mentre l’identificazione della Volvo, immortalata dalle telecamere all’inizio di via Novara, è stata fatta grazie alle dichiarazioni di Marco Piovella detto il Rosso arrestato il 31 dicembre con l’accusa di essere uno degli organizzatori del blitz di Santo Stefano. A verbale Piovella ha detto: “Ho visto un’autovettura a bassissima velocità passare sopra il corpo di Daniele”. A fare il nome di Piovella era stato il 2 gennaio Luca Da Ros che davanti al giudice Guido Salvini aveva confessato la sua partecipazione e aveva fatto alcuni nomi di capi ultras.

Ieri Da Ros (arrestato assieme ad altri due ultras) è stato risentito dai pm. Ha spiegato che il corpo di Belardinelli è stato portato a braccia in via Zoia (strada da dove è partito l’agguato) da due ultras del Napoli che risultano indagati. Consegnato agli interisti, Dede è stato accompagnato in auto all’ospedale. A quel punto la guerriglia è terminata. Ha aggiunto: “L’investimento si è verificato prima dell’inizio degli scontri con le prime auto che sono passate”. Dopodiché ha fatto una decine di nomi dei presenti agli scontri, riconoscendoli da un album fotografico. Su Piovella ha ribadito le accuse. “Il Rosso è lui che decide”. Dopo l’interrogatorio la Procura si è detta favorevole alla sua scarcerazione. Decisione che sarà presa dal giudice Guido Salvini già oggi.

Arabia: per rispetto alle donne, la partita non si doveva fare

Gentile direttore, da donna penso che questa partita non doveva essere organizzata in un Paese in cui non c’è rispetto per la condizione femminile.

La storia però ci ha insegnato, penso alle Olimpiadi, che boicottare eventi sportivi oramai previsti non è stato mai utile. Per questo ritengo che la partita possa essere un’occasione per accendere un faro ulteriore su quello che accade in molti Paesi islamici e che possa essere di aiuto anche per iniziare ad abbattere tradizioni e divieti non più tollerabili.

Certo, stupisce vedere che quasi tutti i governi occidentali fanno finta di non vedere ciò che regolarmente accade sul tema dei diritti civili, non solo femminili. Questi stessi Stati occidentali sviluppano regolari relazioni commerciali con chi invece andrebbe sanzionato per i propri comportamenti. Solo al calcio, invece, è assegnato da sempre il compito di salvare il mondo. In questo trovo molta ipocrisia. Un cordiale saluto.

 

Chi può accedere e quanto riceverà

Il governo ha quasi pronto il decreto sul reddito di cittadinanza. Sulla base dei documenti di lavoro, i requisiti per accedere al momento sono questi. L’ISEE e PATRIMONIO. L’indicatore di situazione economica equivalente deve essere inferiore o uguale a 9.360 euro e per ogni nucleo familiare viene considerato il valore degli immobili diversi dalla prima casa (deve essere inferiore a 30.000 euro) e il patrimonio mobiliare, che comprende investimenti, soldi sul conto corrente ma anche auto e moto. Si ha diritto al reddito di cittadinanza con un patrimonio mobiliare inferiore a 6.000 euro per un single, a 8mila euro per una coppia, a 10mila euro per una famiglia di tre persone. Se poi nel nucleo familiare c’è un disabile, il beneficio viene comunque erogato anche con un patrimonio mobiliare più alto di 5.000 euro. La soglia massima del reddito familiare per ottenere quello di cittadinanza è di 9.360 euro all’anno, che significa esattamente 780 euro al mese. All’importo base per il capofamiglia (massimo 780 euro al mese), va aggiunto lo stesso importo moltiplicato per 0,4 per i componenti adulti (coniuge, figli maggiorenni, anziani a carico) e moltiplicato per 0,2 per i figli minori. Nell’insieme, l’importo non può avere coefficiente superiore a 2,1. Tradotto in numeri: si va dai 780 euro per un single che parte da reddito zero all’importo massimo per una famiglia con tre adulti e due minorenni che prende 1.330 euro al mese. CASA. Assume un ruolo cruciale. I 780 euro sono spacchettati in due: 500 euro integrano il reddito di ciascuno dei beneficiari. Mentre 280 euro sono un contributo all’affitto che va soltanto al beneficiario che deve sostenere tale spesa. Questo significa che in una famiglia di quattro persone, soltanto uno dei membri potrà ricevere i 280 euro, gli altri al massimo 500 a testa. Nel caso di un mutuo al titolare del prestito va un contributo di 150 euro al mese.

“Il punto critico sarà convincere le aziende”

“Se ben congegnato, il reddito di cittadinanza riuscirà in ciò che il Jobs Act non è riuscito a realizzare: creare la prima politica attiva del lavoro universale nazionale. Ma ci sono dei nodi da sciogliere”. Gianni Bocchieri è un esperto di servizi per l’impiego. È docente a contratto di Politiche del Lavoro all’Università di Bergamo e direttore generale di Istruzione, Formazione e Lavoro in Regione Lombardia.

Professor Bocchieri, perché lei lega il reddito di cittadinanza al Jobs Act?

La riforma del governo Renzi ha creato l’assegno di ricollocazione, una politica attiva destinata a chi riceve il sussidio di disoccupazione (la Naspi). Questa misura considera solo le persone che hanno perso il posto da poco, quindi sono le più vicine al mercato del lavoro. Il primo stanziamento era di soli 400 milioni, perché era un servizio non universale. Il reddito di cittadinanza, invece, andrebbe a tutti.

Quali sono gli altri punti che la convincono del reddito di cittadinanza?

Il miliardo per rafforzare i centri per l’impiego: per la prima volta da vent’anni si presta attenzione verso questi enti. Stando alle anticipazioni, poi, c’è la consapevolezza che non tutti i disoccupati hanno gli stessi bisogni, quindi sarà diversificato il tipo di aiuto tra quelli che si reinseriscono facilmente e quelli che hanno più difficoltà. Anche questo è positivo.

E gli aspetti problematici?

L’individuazione della platea dei beneficiari è arzigogolata. Verificare il reddito, i risparmi sul conto corrente, l’automobile e l’affitto può ingolfare la fase d’accesso. Se si parte ad aprile, entro quella data bisogna potenziare le strutture deputate al controllo.

L’obiettivo dei tanti paletti è evitare gli abusi.

Io punterei su meccanismi semplici, come l’unione di tutte le banche dati; si è sempre detto di volerlo fare, senza mai andare al dunque. Eviterei di sovraccaricare le strutture per i controlli, piuttosto ridurrei l’assegno.

Il punto decisivo saranno le offerte di lavoro…

Finora i centri per l’impiego hanno intermediato il 3 per cento dei contratti. Per avvicinare domanda e offerta non basta avere un buon software, bisogna popolarlo di offerte. Le imprese e le agenzie vanno convinte a comunicare i dati sui posti disponibili. Tre mesi potrebbero essere pochi.

La competenza sulle politiche attive è regionale. Il presidente uscente dell’Anpal, Del Conte, sostiene che fare venti bandi diversi per le assunzioni farà perdere altro tempo.

Come diceva Fabrizio De André, “la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio”. Con l’Anpal c’era già un accordo firmato a dicembre 2017 per rafforzare i centri per l’impiego. Le Regioni sono pronte a lavorare da subito. Non si può però accettare che Anpal Servizi (società in house dell’agenzia per le politiche attive del lavoro, ndr) assuma e metta a disposizione delle Regioni, che hanno bisogno di un potenziamento strutturale.

Servirà l’aiuto delle agenzie private?

In Lombardia è stato fatto così: ci sono solo 800 operatori nei centri pubblici – contro i 1.800 siciliani – e senza l’intervento dei privati sarebbe stato difficile gestire il mercato del lavoro durante la crisi. Questo non significa mercificare lo stato di bisogno, ma non si possono escludere le agenzie private.

Oggi i servizi del lavoro funzionano in alcune Regioni e meno in altre. Queste differenze si potranno limare grazie al reddito o rischiano di esplodere?

Soprattutto al Sud bisogna affiancare un programma di investimenti. Altrimenti si rischia che in molti, non avendo altre offerte di lavoro, restino legati ai lavori di pubblica utilità, obbligatori per i percettori, e poi puntino a farsi internalizzare.

Cambio all’Inps: fuori Tito Boeri con un decreto

Tutto in un decreto. La prossima settimana, il 9 o il 10 gennaio, il Consiglio dei ministri si riunirà per approvare il provvedimento che completa la legge di Bilancio: un maxi-decreto che regola il reddito di cittadinanza e il pensionamento anticipato secondo il principio di “quota 100”. Ci sarà anche una novità importante, cioè il cambio dell’organizzazione di vertice dell’Inps e anche dell’Inail, l’istituto che si occupa di infortuni sul lavoro. L’ente di previdenza è però quello cruciale: da lì passerà quota 100 ma anche il reddito di cittadinanza, perché è soltanto l’Inps a poter verificare i requisiti di idoneità per il sussidio, a cominciare dall’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente che sarà indispensabile per poter fare domanda.

Al vertice dell’Inps siede dal 2014 Tito Boeri, economista della Bocconi nominato ai tempi del governo Renzi con il quale la sintonia è finita quasi subito. Pur avendo fornito dati su pensioni d’oro e privilegi vari che i Cinque Stelle hanno usato a sostegno delle loro battaglie, Boeri ha rotto da tempo i rapporti con l’esecutivo gialloverde: ha criticato la riforma delle pensioni – troppo costosa, priva di ricadute positive sull’occupazione, pericolosa per i conti pubblici – e più volte ha sollevato perplessità su alcuni aspetti del reddito di cittadinanza. Lo scontro più violento si è però consumato in autunno, sulle stime degli effetti negativi del decreto dignità: nei calcoli dell’Inps c’erano almeno 8.000 contratti a termine su 80.000 superiori al nuovo limite dei 24 mesi che non sarebbero stati trasformati in tempi indeterminati. Il ministero del Lavoro, guidato da Luigi Di Maio e responsabile del provvedimento, ha contestato i calcoli, perfino il ministero dell’Economia aveva parlato di calcoli “privi di basi scientifiche e in quanto tali discutibili”. Nei prossimi mesi arriveranno i dati del mercato del lavoro dopo l’approvazione del decreto Dignità e si capirà chi aveva ragione.

Il mandato di Boeri è in scadenza il 14 febbraio, ma il governo ha deciso di accelerare il ricambio al vertice dell’Inps perché ogni giorno è cruciale: sia Lega che M5S non possono permettersi intoppi su reddito e quota 100 perché dall’efficacia di quei due provvedimenti dipenderà molto del loro risultato alle elezioni europee di maggio.

Ieri è circolata l’indiscrezione che il governo indichi un commissario, dopo ave ripristinato il consiglio di amministrazione dell’Inps (oggi i poteri sono concentrati sul presidente, c’è solo un Consiglio di indirizzo e vigilanza che indica le strategie). Nei corridoi dell’Inps, però, c’è un certo scetticismo su questa possibilità: che senso avrebbe affidare i due provvedimenti cruciali per l’esecutivo a un dirigente che ha un mandato di pochi mesi?

Se si troverà un accordo tra Lega e Cinque Stelle è quindi probabile che il Consiglio dei ministri della prossima settimana indichi un nuovo presidente con pieni poteri, così da permettere anche una transizione graduale e senza strappi dalla gestione Boeri, magari con una sorta di convivenza fino a febbraio. Tramontato il nome di Alberto Brambilla, esperto di area leghista ma diventato troppo critico con il governo, circola un nome che arriva dal passato, quello di Mauro Nori, potente direttore generale ai tempi di Antonio Mastrapasqua e poi allontanato da Boeri, oppure quello, di profilo diverso, di Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro. Il candidato politicamente più coerente con la nuova agenda dell’Inps è però Pasquale Tridico, economista di Roma3 che i Cinque Stelle avevano in un primo momento proposto come ministro del Lavoro. Oggi è il capo della squadra dei consiglieri economici di Di Maio ed è il regista del decreto sul reddito di cittadinanza. Dopo aver scritto la norma, potrebbe essere chiamato ad applicarla.

Così i “navigator” aiuteranno chi avrà il reddito

Ma che faranno questi navigator per i percettori di reddito di cittadinanza? Sono le figure che suscitano più curiosità, dopo che Luigi Di Maio le ha evocate in tv, ma sono anche quelle decisive per il successo del reinserimento lavorativo dei percettori di sussidio. La risposta ce l’ha Mimmo Parisi, professore di statistica ed economia alla Mississippi State University, ora consulente del governo per il reddito di cittadinanza: sta per insediarsi come nuovo presidente di Anpal, l’Agenzia per le politiche attive del lavoro, che sarà la cabina di regia di tutto il progetto.

“Le persone faticano a trovare un lavoro non perché non siano in grado o non siano istruite, ma perché spesso devono affrontare gravi ostacoli che impediscono loro di connettersi con successo ad un lavoro”, spiega Parisi. Per questo serve il navigator, per “aiutare le persone a superare questi ostacoli”. Un navigator deve essere “in grado di comprendere il contesto dal quale i lavoratori provengono e di aiutarli a sviluppare un piano che permetta loro di orientarsi in modo tale da superare le proprie difficoltà personali”.

La legge di bilancio ha stanziato i fondi per assumere 4.000 persone, il grosso entrerà in Anpal servizi, società di Anpal che può assumere come un’azienda privata, senza concorsi. Il profilo che Parisi cerca è il seguente: “Servono laureati capaci di lavorare nel settore delle risorse umane, con una grande capacità analitica per valutare situazioni diverse, disponibili a fare formazione continua”. Parisi, che già ha sperimentato questi sistemi con successo in Mississippi, sa bene cosa gli serve: qualcuno in grado di cogliere il piccolo potenziale nascosto anche nel disoccupato che sembra senza alcuna speranza.

Ogni navigator dovrà seguire 100-150 persone, per ciascuno compila una “dashboard”, una scheda di profilazione, con le competenze già acquisite e gli ostacoli da superare per tornare nel mercato del lavoro. Lo scopo di questo primo passaggio è capire se il beneficiario di reddito di cittadinanza è già in grado di formarsi e accettare un impiego (e allora gli proporrà un “patto per il lavoro”) oppure se invece deve prima risolvere problemi più profondi, di dipendenze, o di disturbi sanitari o di situazioni familiari degenerate, e allora deve indirizzarlo ai servizi sociali del Comune per un “patto per la reintegrazione sociale”.

Sempre il navigator dovrà anche interagire con le imprese, convincerle a cercare i lavoratori tramite il sistema del reddito di cittadinanza (per questo ci sono gli incentivi pari ad almeno cinque mensilità di sussidio che vanno all’impresa se assume uno dei beneficiari) e quali profili cercano. Il sistema dei navigator partirà all’inizio in parallelo ai centri per l’impiego pubblici, oggi inefficienti, ma nel giro di pochi mesi dovrebbe diventare lo standard. Anche perché il navigator è il fattore umano, ma la parte decisiva su cui Parisi sta lavorando in queste settimane è l’infrastruttura digitale che deve creare il “marketplace” dove si incontrano domanda e offerta.

Tutto questo è spiegato in venti slide che il governo ha preparato ma non ancora presentato. Ci sono anche le tempistiche dei prossimi mesi, che dipendono molto dal lavoro di Parisi. A marzo chi vuole il reddito di cittadinanza deve procurarsi l’Isee (l’indicatore della situazione economica) e lo Spid (l’identità digitale per interagire con la pubblica amministrazione). Poi può compilare la domanda on line da solo oppure tramite uno sportello accreditato (ancora in discussione, si ragiona su Poste, Caf, Inps…). Entro fine marzo arriva il responso via sms. I selezionati saranno poi contattati dal navigator.

E qui comincia la parte che richiederà più tempo e fatica. I colloqui con i beneficiari del sussidio, la formazione necessaria, il dialogo con le aziende per abbinare domanda e offerta di lavoro, la presentazione dei candidati alle imprese per far scegliere tra gli idonei alla posizione. Il navigator continuerà poi a seguire i suoi ormai ex-disoccupati per aiutarli a costruirsi anche un percorso di carriera, almeno questo è il piano di Parisi che vuole replicare l’esperienza del Mississippi.

La sfida davvero complessa è automatizzare il più possibile le comunicazioni tra lavoratori in cerca di impiego e imprese in cerca di dipendenti. Nelle slide si vede il navigator Angelo sempre al telefono, ma il grosso del lavoro sarà fatto sulle banche dati, su cui la squadra di Parisi sta già lavorando, perché bisogna far comunicare tra loro i diversi pezzi di pubblica amministrazione coinvolti. E il problema che sta affrontando Parisi, ben noto a tutti quelli che lavorano coi dati, è la costruzione di un database “normalizzato” dove, cioè, informazioni inserite con unità di misura diverse e con caratteristiche differenti vengono rese tutte omogenee in modo che poi si possano utilizzare per ricavarne informazioni.

Di tempo per far partire tutto il sistema prima delle elezioni europee, però, ce n’è davvero poco.