“Mi rivolgo al ministro Salvini. Smetti di fare il pagliaccio sulla pelle delle persone. Apri i porti. Basta con questa becera propaganda, basta fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi”. Roberto Saviano torna ad attacare il leader della Lega e lo fa con un duro post su Twitter sul caso della nave Sea Watch: “Nessun italiano avrà la vita migliorata se 49 persone continuano a stare in mare. Queste persone vanno accolte. I sindaci che stanno aprendo i porti delle città che amministrano si stanno occupando dei loro cittadini e non semplicemente degli stranieri, perché ogni volta che un diritto viene compromesso e si interviene a difenderlo, ci si sta occupando di tutti. L’Europa intera si sta comportando in maniera vergognosa, ma questa non è una giustificazione per noi, quindi basta con questa becera propaganda”. Pronta la replica del ministro, sempre via social: “Le polemiche di sindaci o di pseudo scrittori che non capiscono quello che leggono non mi toccano, perché sono impegnato a lavorare e non a polemizzare.”
Le Toscana di Rossi alla Consulta: ci pensa anche il Piemonte
Se i sindaci si ribellano, i governatori ricorrono: le Regioni, infatti, hanno la facoltà di impugnare le leggi dello Stato alla Corte costituzionale. Ed è proprio ciò che sembrano intenzionati a fare diversi presidenti, a partire dal toscano Enrico Rossi, con in scia anche Sergio Chiamparino del Piemonte. “Contro la legge del governo nazionalpopulista noi faremo ricorso alla Corte Costituzionale”, ha annunciato Rossi sul suo profilo Facebook. “Cari Di Maio e Salvini, ficcatevi in testa che non siete i padroni del Paese: questa legge disumana mette sulla strada, allo sbando, decine di miglia di persone che così diventano facile preda dello sfruttamento brutale e della criminalità organizzata, aumentando così l’insicurezza. Fanno bene i sindaci a ribellarsi”. Più prudente ma comunque critico il suo collega piemontese: “Stiamo valutando se esistono i fondamenti giuridici per un ricorso della Regione, direttamente o come tramite dei Comuni, alla Consulta. Se ci sono le condizioni giuridiche, non perderemo tempo“, ha spiegato Chiamparino.
Sea Watch: “L’offerta italiana non è credibile”
La dichiarazione del vice premier Luigi Di Maio è stata prontamente smentita da Matteo Salvini: l’Italia resta in una posizione che, rispetto alle intenzioni, non è chiara. È un’opzione che non possiamo prendere sul serio”. Giorgia Linardi è la portavoce della Ong tedesca Sea Watch che il 22 dicembre ha salvato 32 migranti in mare e attende da 15 giorni la possibilità di sbarcare in un porto sicuro.
Giorgia Linardi, un intero continente che non trova la soluzione per sole 49 persone: che sta accadendo in Europa? Qual è il vero ostacolo?
L’Ue fa i conti con l’assenza di un approccio strutturale all’immigrazione, trattata come emergenza per troppo tempo, mentre è un fenomeno strutturale, che va gestito con un approccio a lungo termine. Parlare di ‘invasione’ è pura propaganda. Non c’è alcuno ostacolo: queste persone non possono costituire un problema nel continente più ricco al mondo. Soprattutto se si bloccano le persone in mare, che sono una piccola parte, rispetto a quelle che lasciano il proprio paese di origine, si ridistribuiscono in altri paesi africani o muoiono durante il viaggio.
Siete in stallo da 15 giorni.
La trattativa sulla redistribuzione dovrebbe avvenire dopo lo sbarco. Non prima di garantire un porto. È scandaloso. È una violazione del diritto internazionale che regola le operazioni di soccorso in mare.
A parte la dichiarazione del governo italiano, quali spiragli vedete?
Vediamo uno spiraglio nell’annuncio della Commissione europea che ha dichiarato l’avvio di un dialogo con i paesi membri per la redistribuzione dei migranti. Sappiamo che Germania, Francia e Olanda hanno dato già disponibilità: speriamo che una soluzione venga raggiunga presto. Ma restiamo sconcertati su quanto tempo questo sia stato necessario. Ad oggi non c’è una soluzione concreta. Manca il dato fondamentale: l’indicazione chiara di un porto sicuro ragionevolmente vicino.
Con quali stati sta invece dialogando Sea Watch per trovare una soluzione?
La Germania, alla quale abbiamo lanciato un appello il 23 dicembre ed è stato accolto da almeno tre città. E con l’Olanda, che è lo Stato di bandiera della nave Sea watch e il centro di coordinamento a capo di questo soccorso. Abbiamo richiesto un porto sicuro a diversi paesi, inclusa Malta, che per ora ha risposto negativamente, ma continuiamo a sperare nell’evoluzione delle trattative.
Quali sono i paesi per i quali non vedete alcuno spiraglio?
Quelli troppo lontani, per una questione logistica, poiché non li prendiamo in considerazione per lo sbarco: costituirebbe un’ulteriore odissea per le persone soccorse.
I passeggeri che pensano di questa situazione?
Hanno chiesto al comandante di essere divisi tra i vari stati Ue: si chiedono come mai non sia possibile. Ed è difficile dar loro una risposta.
Impiegati nel panico all’anagrafe di Palermo. “In ufficio c’è la Digos”, ma è una fake news
“La Digos è arrivata in ufficio”, denunciano gli impiegati dell’anagrafe di Palermo, che all’Ansa raccontano nei dettagli le domande degli uomini in divisa: “Hanno chiesto cosa accade quando vogliamo regolarizzare la posizione di un richiedente asilo e quali sono le procedure che stiamo seguendo”. Ma la smentita della Questura arriva dopo qualche ora, a stretto giro, affidata ad una nota ufficiale: “La notizia è destituita di fondamento, nessun dipendente della Digos ha fatto accesso in data odierna nei locali comunali dell’ufficio anagrafe”. E a confermare la nota, raffreddando la tensione, arrivano da Pescara le parole del ministro Salvini: “La notizia è già stata smentita, nessuna perquisizione”. Mentre continua a distanza il duello mediatico tra il capo del Viminale e il sindaco ribelle nell’ufficio trasformato in terreno di scontro sui diritti umani affiorano i primi segni di un nervosismo che sfiora l’isteria collettiva e prelude al caos, stretto tra le direttive del sindaco Orlando, e l’applicazione della legge dello Stato. Nello scontro tra Roma e Palermo, infatti, il cerino acceso rischia di rimanere in mano agli impiegati degli sportelli. Se a novembre avevano iniziato ad applicare il decreto sicurezza respingendo sei istanze di richiedenti asilo (e provocando l’interrogazione di Sinistra Comune preludio della ribellione orlandiana), adesso non sanno come muoversi e ieri hanno rinviato al 28 gennaio la trattazione di dieci domande di iscrizione (le prime del 2019) presentate da immigrati prevalentemente del Bangladesh.
Non li aiuta la nota del dirigente dell’ufficio Maurizio Pedicone, che dalle ferie li ha invitati formalmente a “provvedere ad attuare i provvedimenti consequenziali di competenza in materia di residenza dei cittadini stranieri” in perfetto burocratese che nello stile della Sibilla Cumana lascia aperta qualsiasi interpretazione, e li preoccupa la nota del consigliere comunale della Lega, Igor Gelarda, che li invita a rispettare la legge: “Gli impiegati municipali che dovessero seguire l’ordine del primo cittadino di non applicare la legge potrebbero commettere un reato del quale sarebbero costretti a rispondere personalmente”. Per questo Gelarda, che fa il poliziotto, e che ieri qualcuno ha indicato come uno dei “visitatori” dell’ufficio anagrafe (“non ci vado da otto mesi”, ha detto) ha chiesto, insieme all’altro leghista Elio Ficarra, il “pronto intervento del prefetto, autorità demandata alla vigilanza degli ufficiali dell’anagrafe’’.
Roma e Malta litigano, navi ancora in mare (e al freddo)
Il pomeriggio del 15esimo giorno – poche ore dopo il salvataggio di un uomo che si lancia in mare e tenta di raggiungere a nuoto la costa maltese – si leva la prima voce ufficiale dell’Europa. Ed è quella del vice premier Luigi Di Maio: l’Italia intende accogliere donne e bambini, Malta faccia sbarcare i passeggeri di Sea Watch 3 e Professor Albrecht Penck. Ma alla fine è solo il passaggio di un cerino acceso. E Malta lo rispedisce al mittente: i migranti, con poche coperte e cibo che scarseggia, anche questa notte restano in mare. “Piuttosto che fare tali dichiarazioni contro Malta”, risponde a Di Maio il ministro dell’Interno maltese Michael Farrugia, “l’Italia dovrebbe partecipare al ricollocamento dei migranti attualmente in corso”. “Il governo di Malta – continua Farrugia – raccomanda al vicepremier italiano di valutare questi fatti prima di fare dichiarazioni pubbliche ed evitare di farne di simili in futuro”. E gli ricorda: “La nave della ong ha messo in salvo i migranti in un’area che era fuori dalla zona di ricerca e salvataggio di Malta”. In realtà fonti italiane qualificate lo smentiscono: la nave era più vicina alle acque del soccorso maltese. Anche di questi grotteschi rimpalli è fatto il destino dei 49 naufraghi soccorsi 15 giorni fa e senza un porto dove sbarcare.
Se passasse l’indicazione del nostro governo – Di Maio ha agito di concerto con il premier Giuseppe Conte – in Italia giungerebbero dalla Professor Albrecht Penck – che trasporta 17 persone – una donna e 2 minori non accompagnati. Ai quali vanno aggiunti i 4 minori non accompagnati a bordo della Sea Watch 3 – che conta 32 persone – più 4 donne e 3 bambini “assolutamente non separabili – fa sapere l’Ong tedesca – dai loro compagni”.
In totale 14 persone. Che resteranno comunque a bordo: per loro e per gli altri, in Europa, continua a non esserci spazio. Ieri di fronte al porto di La Valletta stava per consumarsi la tragedia: uno dei naufraghi s’è lanciato in mare cercando di raggiungere la costa. È stato salvato e riportato a bordo. E la situazione è sempre più disperata. Il capo missione della Sea Watch, Philip Hahn, ieri ha dichiarato: “Devono convivere in uno spazio molto ristretto. Fa freddo e così devono raggrupparsi in piccoli ambienti. Dormono per terra. Ci sono problemi igienici”.
Ieri mattina ad aiutare i 49 migranti è giunta la nave della ong Mediterranea che, insieme alla Sea Watch, è partita da Malta per fornire supporto logistico e materiale ai passeggeri. A bordo anche dei parlamentari tedeschi – fanno sapere Sea Watch e Mediterranea – affinché “possano rendersi conto della situazione e fare pressione sul governo di Berlino, che non ha ancora dato risposta positiva alla richiesta di decine di città tedesche disponibili ad accogliere le persone salvate”. Ma non solo la Germania.
Le Ong tentano di “spingere gli Stati europei, a cominciare da Malta e Italia, a dare un porto sicuro, come prevede il diritto del mare”. “Il commissario Dimitris Avramopoulos – ha dichiarato ieri la portavoce della Commissione europea, Mina Andreeva – ha chiesto agli Stati membri di contribuire allo sforzo congiunto per far sbarcare le persone in sicurezza il prima possibile”. Uno sforzo che per i 28 paesi europei significherebbe la media di 2 persone a Stato. Sea Watch ieri ha risposto al sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che li ha invitati a raggiungere il porto di Napoli per far sbarcare i migranti: “L’offerta della vostra città dimostra che non c’è solo un’Europa della demarcazione e dell’intolleranza, ma anche un’Europa che s’impegna per i diritti umani e civili. Ci consideriamo fortunati a essere in contatto con i cittadini della sua città e con lei, signor sindaco”.
Di Maio nei guai coi sindaci sfida Salvini sui migranti
Il capo finisce in mezzo al fuoco, ovviamente interno, e allora fa Zelig. Quello che la mattina blinda con la voce grossa il decreto sicurezza, e che la sera ritrova la compassione per i disperati delle navi Sea Watch e Sea Eye, o meglio per “le donne e i bambini”. Ma i problemi restano tutti lì, e per di più c’è Matteo Salvini, il coinquilino che voleva difendere, che non è affatto contento, e quindi fa muro. Un paradosso, che racconta la fatica del lungo venerdì di Di Maio. Perché dentro la sua giornata ci sono stati i sindaci a 5Stelle a lamentarsi in coro proprio del decreto Salvini e tre senatori ancora sulle barricate. A fare mucchio con i dubbi di diversi big: disturbati, “perché non dobbiamo inseguire la Lega”. Ma c’è anche Roberto Fico, il presidente della Camera con il cuore a sinistra, che in giornata chiede informalmente un intervento per i migranti delle due navi. Invocato da subito dalla Chiesa, e consigliato anche dal Quirinale.
Così Di Maio capisce che serve un segnale, anche per spegnere la temperatura dentro il M5S. Nel pomeriggio chiama Giuseppe Conte, il premier che è sempre per la mediazioni, e assieme decidono di aprire ai migranti, nonostante Salvini. E in serata arriva la nota del vicepremier del M5S: “Malta faccia sbarcare subito donne e bambini da quelle imbarcazioni e li mandi in Italia, li accoglieremo”. Poi, certo, c’è anche la tirata contro la Ue che si gira sempre dall’altra parte: “Tutta l’Europa se ne frega, non possiamo continuare a cedere a questo ricatto. Ci metteremo al telefono con ognuno dei capi di stato europei e li costringiamo a rispettare le quote previste per ogni Paese”. Questo scandisce Di Maio. Ma Salvini rumina malumore.
L’accoglienza ai migranti non può piacergli, a prescindere. Così, nonostante le rassicurazioni di rito (“Si sono parlati, Matteo è sereno”) dalla pancia della Lega sibilano che “Di Maio è uscito così perché doveva coprire i problemi interni”. E nero su bianco, il ministro dell’Interno ricorda come la pensa: “Una nave tedesca e una nave olandese in acque maltesi, ma ad accogliere dovrebbe essere ancora una volta l’Italia. Chi scappa dalla guerra arriva da noi in aereo come già fanno in tanti, non con i barconi. Possiamo inviare a bordo medicine, cibo e vestiti, ma basta ricatti. Meno partenze, meno morti, io non cambio idea”.
Non è proprio la stessa musica. E a fine giornata tra i due partiti di governo è il classico gelo. Però bisogna ripartire sempre dall’inizio. Ossia dal Di Maio che in mattinata, dal Veneto che è la riserva di caccia del Carroccio, avverte: “Se c’è qualche membro della maggioranza a disagio sul dl sicurezza deve ricordare che fa parte di una maggioranza che quel decreto lo ha votato, e che lo sosteniamo”, Ergo, chi protesta “prende parte a una boutade politica per far sentire un pò di sinistra chi con la sinistra non ha più nulla a che fare”. Però i mal di pancia non si fermano, anzi si dilatano. E più preoccupati sono i più esposti, cioè i sindaci. Per esempio c’è Antonio Cozzolino, eletto a Civitavecchia (Roma), che con l’Adnkronos lamenta: “La responsabile dell’Anagrafe non ha potuto rinnovare la residenza ad alcuni cittadini stranieri che vivono e lavorano da anni in città”. Poi, al Fatto, Cozzolino precisa: “Non si può disapplicare la legge come vuole fare Orlando, quella di Orlando è una sparata. Però gli Sprar sono preziosi, lo devo riconoscere. E la decisione di Conte di incontrare l’Anci è sicuramente intelligente: se servono modifiche è bene discuterne”. Ma c’è anche Michel Barbet, sindaco francese di Guidonia, sempre vicino Roma: “Le critiche ci stanno, sicuramente ci sono delle parti del decreto che potrebbero essere migliorate. È bene puntare ai diritti di tutti, stranieri compresi, come prevede la Costituzione”.
Sillabe che fanno rima con le critiche espresse tra ieri e giovedì dal sindaco di Pomezia Adriano Zuccalà e da quello di Livorno Filippo Nogarin: “Non è una buona legge”. Mentre tacciono Chiara Appendino e Virginia Raggi. Molto perplesse. E lo specchio della situazione è anche la chat interna, con i sindaci che da giorni chiedono aiuto al M5S per districarsi nell’applicazione del decreto.
E sono sempre loro, gli amministratori, il tema del post del senatore Matteo Mantero, appena prosciolto dai probiviri del M5S anche se non aveva votato il dl sicurezza. “Ecco cosa si ottiene a emanare un decreto incostituzionale e stupido, la prossima volta ascoltiamo i nostri sindaci, come quelli di Roma e Torino”.
E a ruota seguono due senatrici ancora sotto procedimento disciplinare, le dissidenti irriducibili Elena Fattori e Paola Nugnes. Con la prima che accusa: “Chiudere i porti per bloccare i flussi migratori è come chiudere gli ospedali per impedire di ammalarsi. Inutile, crudele e disumano”.
E poi c’è Nugnes, vicinissima a Fico, sull’Huffington Post: “Non mi sorprende la sollevazione di molti sindaci, perché sono loro i primi a dover affrontare le conseguenze di questo provvedimento che abbiamo sempre denunciato gravi: io sto con loro”. Un’altra grana, anche per i probiviri. Perché i numeri in Senato sono già stretti. E toccare Nugnes vorrebbe dire aprire una ferita con il presidente della Camera. Un lusso che il M5S non si può permettere.
Grave ma non seria
Siccome in Italia la situazione è sempre grave ma non seria (Flaiano), fra i sindaci ribelli e il ministro dell’Interno si sta giocando la solita guerra all’italiana: un classico scontro tra due finzioni. Da una parte il decreto Salvini che promette fintamente più sicurezza, ma in realtà garantisce più insicurezza. Dall’altra la “disobbedienza civile” annunciata dai sindaci di Palermo e Napoli, forse anche Firenze, che però è finta anch’essa, visto che non risulta alcun loro atto contro la legge.
Partiamo dal dl Sicurezza: contiene alcune norme di buonsenso (niente asilo ai migranti condannati per diversi tipi di reati e meno fondi per l’accoglienza in seguito al calo dell’80% dei nuovi arrivi), altre troppo severe (espulsione dei migranti condannati in primo grado per mafia, terrorismo, furto o violenza a pubblico ufficiale: bisognerebbe attendere la condanna definitiva), altre ancora semplicemente dannose e criminogene. Cioè quelle ora contestate da alcuni sindaci: l’abolizione indiscriminata dei permessi umanitari (peraltro inesistenti in gran parte del resto d’Europa) che trasforma migliaia di regolari in clandestini; il taglio agli Sprar, che riduce vieppiù le politiche di accoglienza e integrazione dei Comuni, allargando la platea degli irregolari a spasso; e soprattutto il divieto di iscrivere i richiedenti asilo all’anagrafe come residenti in attesa dell’esame sul diritto allo status di rifugiati. Il che li ostacola nella ricerca di un lavoro e li esclude da una serie di servizi comunali (non quello alla sanità pubblica, come erroneamente si dice, ma quello a inserire i bambini negli asili nido pubblici e ad accedere alle graduatorie per le case popolari e a tutti gli altri elenchi riservati ai residenti). L’accesso automatico di tutti i richiedenti asilo a ogni servizio comunale era stato contestato negli anni scorsi da molti sindaci, anche del Pd, perché metteva a rischio i bilanci comunali e intasava le anagrafi. L’Anci, ora sulle barricate, aveva chiesto limiti a Minniti, che nel 2017 aveva accolto l’istanza fissando una serie di priorità e di restrizioni.
Poi è arrivato Salvini con la ruspa, senza più alcun distinguo. Col risultato di scaricare per strada migliaia di migranti non più censiti, controllati e assistiti, ma facili prede della criminalità, del caporalato, del lavoro nero, dell’accattonaggio e del disagio sociale (anche per gli italiani che se li ritroveranno dappertutto). L’esatto contrario della sicurezza: si spera che Conte, con i suoi modi garbati e diplomatici, lo faccia capire a Salvini e chiuda il braccio di ferro per via politica. Che fanno invece i sindaci ribelli?
Annunciano coram populo che continueranno a iscrivere i migranti nelle loro anagrafi (Leoluca Orlando invita addirittura i funzionari del suo Comune a violare il dl Salvini). Così, dicono, verranno processati per abuso d’ufficio e, da imputati, potranno chiedere al giudice di fare ciò che un sindaco non può fare: sollevare alla Consulta una questione di incostituzionalità contro dl Sicurezza. Ma qui casca l’asino, per diversi motivi, illustrati in questi giorni da giuristi non certo salviniani come Flick, Mirabelli e Ingroia. 1) Un sindaco – come ben sanno l’ex pm De Magistris e il docente di diritto pubblico Orlando – è un pubblico ufficiale e non può violare le leggi dello Stato, men che meno istigare a farlo altri pubblici ufficiali alle sue dipendenze. Se non vuole applicare una norma perché ripugna alla sua coscienza, deve dimettersi e poi attivarsi, da privato cittadino, per ottenerne la modifica o la cancellazione. L’abbiamo detto per Mimmo Lucano, lo ripetiamo per i suoi aspiranti emuli. 2) È probabile, come dicono i sindaci ribelli, che alcune parti del dl Sicurezza siano incostituzionali. Ma il giudizio spetta alla Consulta, non ai sindaci. Altrimenti ogni sindaco che si alza la mattina potrebbe disobbedire a una legge che non gli garba (come Salvini invitò quelli leghisti a fare contro la legge sulle unioni civili) e lo Stato si sfarinerebbe in un’accozzaglia di repubblichette separate. 3) Ogni persona può adire la Consulta, compreso il migrante che si vede negare – in base al dl Sicurezza – l’iscrizione all’anagrafe. Invece quella dei sindaci di farsi indagare per abuso d’ufficio per chiedere al giudice di interpellare la Consulta è una truffetta: l’abuso d’ufficio presuppone un vantaggio patrimoniale ingiusto per chi lo commette, e un sindaco che disapplicasse il dl Sicurezza non ne avrebbe alcuno: dunque la sua “disobbedienza” non lo farebbe indagare per abuso. Paradossalmente, chi concede contro la legge la residenza impedisce ai migranti respinti dall’anagrafe di rivolgersi alla Corte per valutare la legittimità di quella norma.
Ora sia i sindaci ribelli sia Salvini si fanno scudo del Quirinale: i primi perché Mattarella a Capodanno ha raccomandato l’accoglienza e i buoni sentimenti; il secondo perché Mattarella ha firmato il suo decreto. E hanno ragione entrambi. Il Colle è irritato per l’appropriazione indebita del vicepremier, ma ha poco da lagnarsi. Rispetto alla versione originaria, molto più dura (prevedeva financo l’espulsione di chi era solo indagato), il dl Sicurezza fu modificato a settembre raccogliendo proprio i suggerimenti informali del Colle (la “moral suasion”, non prevista dalla Costituzione, ma purtroppo prassi costante dai tempi di Napolitano). Se il capo dello Stato si attenesse alla lettera della Carta, attenderebbe i provvedimenti del governo e, una volta approvati, li firmerebbe o li respingerebbe. Se invece interviene in corso d’opera con amorevoli consigli, diventa il coautore della legge che poi deve valutare. E alla fine non può che firmarla, visto che è anche sua. Così ora Mattarella è l’idolo sia dei nemici sia dei tifosi del dl Sicurezza. Non è meraviglioso?
La storia di Marina e di tutte le donne che ce la fanno
Il libro Marina è stato scritto da Ritanna Armeni, giornalista italiana che ha scritto altri libri sulla guerra russa e il ruolo delle donne in guerra, e Eleonora Mancini, esperta di letteratura e storia Russa. Questo libro racconta la storia di una giovane ragazza, Marina, che da bambina voleva diventare una musicista, poi una chimica e alla fine all’età adulta diventa una donna anzi la donna che ha portato avanti l’onore femminile nella seconda guerra mondiale. Marina intraprende molti viaggi battendo record come il volo più lungo con sole donne a bordo degli aerei. Le autrici mostrano come l’Unione Sovietica era vicina alle persone che volevano tentare l’impossibile, come viaggiare per otto mila chilometri senza sosta, o alle donne che facevano di tutto per cambiare l’opinione degli altri su di loro dimostrando di poter fare le stesse se non più cose degli uomini. In questa storia sarete come lo sono stato io, immersi grazie ai dettagli forniti, sarete voi al posto di Marina a pilotare l’aereo, a incontrare Stalin, a conoscere l’estremo Oriente, a stressarvi come quando Marina si butta dall’aereo oppure cammina per giorni in una foresta senza ombra di vita. Ma sarete sollevati e contenti quando lei tornerà a casa e l’obiettivo sarà raggiunto.
Il grande vuoto di un’adolescenza nella provincia. Usa degli anni Cinquanta
Chi ama i racconti di Raymond Carver sa che c’è un senso di vuoto, in una certa letteratura americana sulla provincia (cioè praticamente tutta l’America), che può fornire infiniti spunti narrativi anche se a riempirlo sono eventi senza importanza, marginali quanto le vite dei protagonisti. E chi prova a cercare significati profondi in ciò che è banale finisce per produrre monumentali romanzi-microscopio di cui al lettore resta soltanto la consapevolezza della tecnica del narratore più che un’emozione (sapreste ricordare la trama dell’ultimo libro di Jonathan Safran Foer?). Quando si fa buio di David Small sta a metà tra questi due filoni molto americani: la madre di Russell è scappata con un uomo, il padre lo porta in California per iniziare una nuova vita ma presto si stanca e se ne va pure lui, il ragazzo finisce a vivere con una coppia di cinesi che negli Usa degli anni Cinquanta sono guardati con l’odio riservato a tutti gli asiatici (in quanto sospetti giapponesi). Segue il solito campionario di bulli, avventure in bicicletta, tentativi abortiti di esperienze on the road, confusione sessuale, presa di coscienza che ogni azione (o omissione) produce conseguenze, ingresso nell’età adulta. Niente di memorabile nella storia, ma David Small – illustratore di fama e dopo Snitches (2009) anche fumettista che piace alla critica – riesce a produrre 400 pagine senza scadere nell’eccesso di dettaglio che alimenta la prosa di Franzen o Safran Foer. Produce un libro imponente ma comunque agisce per sottrazione, niente sfondi, niente dialoghi eccessivi, niente pensieri didascalici, il tempo è scandito dal montaggio. È un racconto sul vuoto di certe vite – forse di tutte – nelle quali vale però la pena cercare comunque una scintilla di epica.
Antonello maestro di luce e di ritratti
Categoricamente: non bisogna attendere che la mostra su Antonello da Messina, inaugurata a dicembre nella splendida sede di Palazzo Abatellis a Palermo e visitabile fino al 10 febbraio, giunga a Milano a Palazzo Reale a fine febbraio perché venga visitata e celebrata con la meraviglia che le si confà. Senza nulla togliere al sito meneghino, è in Sicilia – dove il pittore nacque e tornò a morire – che questa esposizione trova il suo genius loci. In uno spettacolare allestimento che narra le rotte mediterranee della Sicilia 400entesca al centro del mondo conosciuto, la mostra racconta, spiega il curatore Giovanni Carlo Federico Villa, il primo italiano capace di imporre “una misura italiana nell’arte europea”. Grande viaggiatore, precursore e maestro (per esempio, a lui si deve il rinascimento veneziano di Giovanni Bellini prima, e Tiziano e Tintoretto poi), è ricordato come il promotore della pittura a olio in Italia.
Ma tra i molti, vanno tributati ad Antonello almeno due meriti. Il primo è aver rivoluzionato l’arte del ritratto, fondendo la costruzione volumetrica e prospettica degli italiani con l’abilità nell’uso di luce e colore della pittura fiamminga. Tanto in Ritratto d’uomo (1465) come pure in Ritratto di ignoto marinaio (1470) e in Madonna col bambino (1480), il soggetto è raffigurato di tre quarti come a sottrarsi allo sguardo altrui, posa che crea uno spazio e una profondità in cui esso può celare qualcosa di sé: da tale nascondimento sgorgano figure magnetiche, coinvolgenti, espressive. Inoltre, Antonello come un fotografo odierno utilizza la luce perché illumini e adombri studiatamente i volti. Il secondo merito, come ricorda Sgarbi nella sua lectio di apertura, è quello di aver sconvolto il topos sacro dell’annunciazione. Omettendo la figura dell’angelo, ne L’Annunciata (1475) Antonello sposta l’attenzione dalla situazione e la rivolge alla Vergine. Con un sorriso enigmatico e lo sguardo meditabondo, fissa il vuoto e sembra forse laicamente ascoltare più la propria coscienza dentro di sé che un messo di Dio, il cui arrivo sarebbe stoppato da quella mano protesa (colpo di genio prospettico), come a suggerire che Lei già sa.
A completare l’imperdibile esposizione (capace di riunire la metà delle opere esistenti di Antonello sopravvissute a terremoti, alluvioni, naufragi e litigi di ricche famiglie) la pittura devozionale in pale d’altare e polittici a fondo d’oro come San Benedetto e San Giovanni Evangelista (1471), San Gregorio Magno e Sant’Agostino (1472).
Antonello da Messina – Palazzo Abatellis, Palermo, fino al 10.2