La disgrazia non è il suicidio ma la solitudine

Rapide di un torrente in piena che traccia il confine tra i paesaggi inoffensivi della narrativa e le lande devastate e spesso devastanti della letteratura, dove nulla è ciò che appare e le ragioni di ciò che accade – ammesso che esistano – sono così confuse, indecifrabili e sfuggenti da risultare introvabili. È La mite, Fëdor Dostoevskij, Adelphi 2018, traduzione e note – curatissime entrambe – di Serena Vitale. Racconto drammatico, aspro, a tratti persino irritante. L’autore lo definisce “fantastico”. In che senso, però, fantastico, dal momento che vicenda e scrittura sono in “sommo grado” reali? “L’elemento fantastico è nella forma stessa della narrazione”, spiega Dostoevskij.

Il racconto infatti procede con “interruzioni e pause in forma sconnessa: ora l’uomo parla a se stesso, ora sembra rivolgersi a un ascoltatore invisibile, a un giudice. Ma proprio così accade sempre nella realtà. Se uno stenografo avesse potuto ascoltarlo di nascosto e prendere nota di tutto quello che diceva, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di più rozzo e meno elaborato del racconto che qui presento, anche se probabilmente, credo, l’ordine psicologico sarebbe rimasto lo stesso”. “Proprio l’esistenza fittizia di uno stenografo che avrebbe annotato tutto (e di cui in seguito avrei rielaborato gli appunti) – conclude Dostoevskij – è quello che, in questo racconto, definisco fantastico”. La storia è semplice. Come dev’essere: la letteratura non vive di plot, ma di ciò che, nelle profondità delle coscienze, determina gli accadimenti. E del come tali accadimenti possano generare, rigenerare o degenerare le coscienze stesse. Sia pure soltanto attraverso la lettura. Un quarantunenne che non è mai diventato (né mai diventerà) uomo, sposa una sedicenne, non ancora donna, che donna non diventerà mai. La vicenda, infatti, si apre con il cadavere della ragazza (si è lanciata dalla finestra, stringendo al petto un’immagine sacra) disteso su un tavolo, secondo l’uso dell’epoca, lavato, rivestito e con la testa rivolta verso “l’angolo delle icone”. “Perché?” si chiede il marito, risucchiato nel maelström di un soliloquio-vaniloquio, tutto “esitazioni, ripetizioni, contraddizioni, balbettii e ripensamenti”, sottolinea Serena Vitale. Un monologo la cui tensione è resa magistralmente da una traduzione appassionante, condotta “senza limare, ammorbidire, ingentilire”, né attenuare la “coloritura iperbolica degli avverbi”, il cui ossessivo ripetersi “contribuisce ad accelerare il tempo già spasmodico della narrazione” e a “tenere il lettore in un quasi doloroso stato di allarme”. Non sperate, però, in una risposta. L’uomo del banco dei pegni – è lui il protagonista/narratore – non la dà. Al termine del suo delirante sragionare, decide di affidarsi all’abbraccio consolatorio e, soprattutto, assolutorio del caso. “Mi fa rabbia che si sia trattato soltanto di un caso fortuito – di un semplice, barbaro, inerte caso… Cinque minuti in tutto, ho tardato solo cinque minuti! Se fossi tornato cinque minuti prima, quell’attimo sarebbe passato sopra le nostre teste come una nuvola, e lei non ci avrebbe pensato mai più”. La disgrazia, però, non è la morte della ragazza ma la solitudine dell’uomo. “Ora di nuovo stanze vuote, e di nuovo sono solo”. “Non c’è nessuno – è questa la disgrazia!”. Fino all’ultima, agghiacciante, domanda: “No, sul serio, che sarà di me quando domani la porteranno via?”

 

Remo Pannain: “Non chiamateci maghi: noi siamo illusionisti”

Se incontrate un illusionista fate attenzione a non dirgli “sei un mago”, perché non gradirebbe. “Il mago è chi dice di avere dei poteri” spiega il prestigiatore romano Remo Pannain, “mentre l’illusionista è un artista che intrattiene attraverso lo stupore”. Pannain conosce bene la differenza perché è l’organizzatore del festival Supermagic che si terrà al Teatro Olimpico di Roma dal 24 gennaio al 3 febbraio, evento giunto alla sedicesima edizione che ospita i migliori illusionisti e prestigiatori premiati nel corso del 2018. “L’illusionista è un attore che recita la parte del mago”, continua Pannain, che nella vita di tutti giorni è un avvocato penalista figlio e nipote di penalisti. È una figura avvolta nel mistero, quella del prestigiatore, che invece ha molto di concreto e faticoso: il suo numero consiste nel fare un percorso logico stravolgendo in conclusione con qualcosa di illogico che stupisce e meraviglia chi vi assiste. E la voglia di restare sbalorditi non conosce età: “Lo spettacolo raccoglie bambini, adulti e persone anziane che magari hanno pochi altri momenti per ritrovarsi tutti insieme”. La strada per diventare prestigiatore è lunga e ci vogliono studio e passione perché vanno sviluppate la destrezza manuale, l’attenzione per coordinare i movimenti, vanno assorbite le competenze tecniche e non può mancare una buona dose di teatralità. Perché la magia, in fondo, è spettacolo. Ma c’è anche “sostanza” in questa forma d’arte: “Fumi e luci fanno parte del gioco, sono un abbellimento importante, ma è quello che fa il prestigiatore lo spettacolo”. Negli anni 2000, un’epoca in cui si pretende di scoprire verità che prima erano state tenute nascoste, c’è ancora chi si lascia catturare dai numeri degli illusionisti? Un modo per avvicinare i giovani a questo mondo è Street Magic, il raduno che spinge le persone “fuori dai social a uscire in strada per stare insieme e confrontarsi” spiega Pannain. Una masterclass di magia all’aria aperta dove ci si incontra, si condividono i trucchi e si scambiano idee. Che si terrà domani al mercantino antistante l’Auditorium Parco della Musica.

 

Rapinatori a Firenze: la città set de “La casa di carta”

Soltanto per oggi Firenze ospiterà tra piazza del Duomo e piazzale Michelangelo alcune riprese della nuova stagione de La casa di carta, la serie tv spagnola trasmessa da Netflix con grande successo e vincitrice quest’anno di un Emmy Award, incentrata su un gruppo che tenta di rapinare la zecca di Stato a Madrid. Secondo indiscrezioni le nuove puntate ambientate anche in Italia e nel Sud Est Asiatico vedranno la banda progettare un assalto al grattacielo della società di telecomunicazioni Telefónica.

Dopo l’incantevole Il gioco delle coppie Olivier Assayas dirige Pedro Pascal, Gael García Bernal, Edgar Ramirez e Penélope Cruz in Wasp Network, un thriller di spionaggio basato sul libro The Last Soldiers of the Cold War di Fernando Morais. Racconterà la reale esistenza di una rete di cubani anticastristi infiltrati in Florida che negli anni ’90 aveva progettato e organizzato una serie di attacchi militari a Cuba espandendo i suoi piani terroristici fino all’America centrale con il benestare del Governo Usa.

L’82enne Ken Loach è tornato sul set per dirigere a Newcastle Sorry We Missed You, una coproduzione anglo-franco-belga che lo vedrà raccontare la povertà nell’Inghilterra di oggi attraverso le vicende di un padre di famiglia (Kris Hitchen) che dopo aver perso il lavoro si industria facendo consegne a domicilio in motorino per i ristoranti ma non riesce comunque a mantenere la famiglia.

Fatih Akin sta ultimando il montaggio di The Golden Glove, un thriller frutto di una coproduzione tedesco-francese ispirata al romanzo omonimo di Heinz Strunk basato sulla vera storia di un serial killer che negli anni ‘70 aveva ucciso e smembrato quattro prostitute ad Amburgo.

 

Miseria e nobiltà. Oggi come allora

L’attualizzazione di Miseria e nobiltà pensata dal regista Luciano Melchionna con Lello Arena, mattatore nei panni del protagonista Felice Sciosciammocca, convince. Grazie al tema – la condizione dell’uomo – che è senza tempo e grazie alle scenografie, ai toni espressivi e agli arnesi più minuti e potenti, le parole. Descrivere che non c’è sovrastruttura o differenza di ceto che possa emancipare l’umanità dalla sua condizione di base che lo accompagna per tutta l’esistenza – la miseria – poteva essere facile terreno per scivoloni retorici. Invece l’impatto dei monologhi, degli scambi di battute e delle scene schiva le trappole e trasmette compiutamente il suo messaggio. Basta vedere come i “personaggi in cerca di un pasto” accettano senza riserva la mascherata per ingannare il “Cavaliere eccellenza”, un parvenu in cerca di accettazione sociale, Gaetano (Tonino Taiuti). O anche i deliri culinari ad occhi aperti di Pasquale, figurante ai funerali ormai senza più mercato. La modernità c’è fin dall’allestimento dello scantinato dove sono i protagonisti, sul palco corrono delle sbarre a mo’ di gabbia e i personaggi per spostarsi sono costretti a contorcersi per muoversi da una parte e dall’altra, una metafora per la loro condizione di angustia. La fisicità è usata per dare corpo a una miseria sia esistenziale che materiale. Un secondo elemento di modernità è il pastiche linguistico di Concetta, che storpia parole e confonde i significati.

Il linguaggio è il cuore del monologo di Felice che riflette sulla perdita d’interesse per la parole e per la cultura da parte dei giovani in un mondo sempre più arido. Lo bilancia la recriminazione di Pasquale contro una società che pensa di poter fare a meno dei figuranti ma al tempo stesso chiude un occhio sui veri poveri, gli immigrati e gli schiavi delle tendopoli. Il tono è alto e il tema è serio, ma il non detto – come procurarsi da mangiare? – svela una certa dose d’ipocrisia. I personaggi si lamentano delle ingiustizie ma le vedono solo come sventure personali a cui porre rimedio. Il momento degli spaghetti in cui l’arrangiamento si distanzia di più dalla tradizione di Eduardo Scarpetta e del film con Totò: quando gli “piove” la pasta addosso, tirata dal giovane figlio del cuoco Luigino (Sara Esposito), la loro reazione è al tempo stesso circospetta ma intensa, a un ritmo felpato per accrescere la tensione, prima di gettarsi con una foga quasi violenta sul cibo. Il secondo atto, giocato sugli equivoci, è più leggero del primo e gioca sullo svelamento e sul grottesco anche di elementi già presenti nel primo atto, come quello dello fisicità. Basti vedere come ancheggia Gemma, la figlia di Gaetano: infatti la tanto lodata ballerina del San Carlo più che versata per il balletto sembra pronta per una serata sadomaso, strizzata in una tuta di pelle nera. In tutta la vicenda, la palma di personaggio tragico della pièce va a Luisella, la seconda moglie di Felice. Creatura meschina e ma al tempo stesso schietta, disprezza le ipocrisie e le auto indulgenze di tutti gli altri personaggi trovandosi così sempre sola contro tutti.

 

Roma, Teatro Eliseo, fino al 20 gennaio, Miseria e nobiltà Luciano Melchionna Teatro Eliseo, Roma Fino al 20 gennaio

Van Gogh si ama non si spiega (neanche in sala)

Federico Pontiggia

Due artisti fanno un’opera d’arte? Che Vincent Van Gogh e Julian Schnabel siano artisti è assodato, meno che il film che li unisce sia un’opera d’arte. Tra i due (non) belligeranti, in realtà, più che Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità (At Eternity’s Gate in originale) la spunta l’attore protagonista, Willem Dafoe: già Coppa Volpi a Venezia, candidato ai Golden Globes – unica nomination del film – e a una pletora di riconoscimenti critici, lo troveremo con ogni probabilità nella cinquina degli Oscar, e chissà che non possa finalmente aggiudicarselo.

Ma torniamo ai due, non per finzione ma per vocazione, col pennello: Van Gogh non è il primo collega che Schnabel ha messo davanti alla propria macchina da presa, 23 anni fa inquadrò l’eponimo Basquiat, ma qui fa di più, almeno, di più ambizioso e personale. Nelle intenzioni At Eternity’s Gate non vuole consegnare uno sguardo filologico, ovvero una veduta biografica, sull’artista, bensì perfezionare una sorta di Doppelgänger, una congruenza di Van Gogh e Schnabel, il quale proietterebbe la propria arte e la propria silhouette su quella di Vincent. L’immagine, di conseguenza, assume una rilevanza straordinaria: affrancata, mossa, precaria e sfocata, dialettizza, quantomeno, con la nostra enciclopedia vangoghiana, come se Julian volesse associare il proprio Dna visuale a quello dell’olandese. Per dirla con Thoreau, la domanda, però, non è cosa guardi, ma cosa vedi, e qui il film mostra debolezze esplicite.

Dal rapporto contrastato con Gauguin (Oscar Isaac) alla custodia premurosa del fratello Theo (Rupert Friend), l’inquieto pittore è inquadrato nell’ultimo periodo della sua breve vita – se ne è andato a 37 anni nel 1890 per un colpo di pistola. Folle, iperproduttivo e invenduto, è questo conosciuto, e la rassomiglianza fisica di Dafoe aiuta parecchio.

Dunque abbiamo, da un lato, la stravaganza visiva di Schnabel (vi ricordate il suo capolavoro Lo scafandro e la farfalla?), dall’altro, la vita e morte di Van Gogh ordinariamente passata in esame, ma a far pendere l’ago della bilancia artistica verso la convenzionalità è il come, vale a dire la sceneggiatura e, nello specifico, i dialoghi: dagli scambi con Gauguin alla disamina cristologica col prete (Mads Mikkelsen), dalle scaramucce col dottor Gachet (Mathieu Amalric) agli incontri con Theo. Sulla soglia dell’eternità mette in fila didascalie indebite, parafrasi esistenziali, circonvoluzioni artistiche, peregrinazioni filosofiche che ci saremmo volentieri risparmiati.

È come se Schnabel, che firma la sceneggiatura con Jean-Claude Carriere, non sostenesse fino in fondo il suo approccio a Van Gogh, e cercasse di addomesticarne la radicalità visiva, di pastorizzarne la prospettiva “da artista a artista” con un bignami messo in bocca agli attori. Strano, singolare, perfino inaspettato da uno come lui: artisti si nasce, non si spiega.

 

Com’è in pace la vecchia Italia vista da Mestre

Siamo più alti dei nostri bisnonni. Viviamo in case più grandi, facciamo meno figli; mangiamo meglio, ci curiamo di più, abbiamo pets e non bestie. Siamo stati un Paese di emigranti. Abbiamo il made in Italy. Abbiamo attraversato un grande secolo industriale, con distretti d’eccellenza. Dal 1999 possiamo ascoltare Radio24. Questi alcuni degli assunti di un’istituzione che il suo ideatore (Cesare De Michelis, scomparso l’estate scorsa) intendeva non come un museo, ma come “un gioco, un’avventura, un labirinto”: l’M9 è appena sorto nel cuore di Mestre entro un’architettura fiammante che prova a riqualificare una delle tante aree imbruttite di questa disordinata città (i tagli prospettici dallo scalone si aprono su panorami desolanti).

Non un museo dunque, non una sfilza di oggetti allineati in senso memorialistico o documentario (come il museo di Hoorn in Olanda o il Museum der Dinge di Kreuzberg a Berlino), ma uno spazio senza cose, digitale, multimediale, interattivo, immersivo, di avanzata tecnologia. Con un caro biglietto valido tre ore si visitano otto sezioni tematiche: la demografia, il progresso, l’“Italian way of life”, l’economia, l’ambiente, la politica, l’istruzione, l’identità. Soprattutto al primo piano emerge del Paese una visione pacificata, di progresso e di fiducia, una visione piddina da “Paese normale” corrispondente a quella linea con cui l’“area Pellicani” (Giovanni Pellicani, compianto vicesindaco di Venezia di area migliorista, fu amico di Giorgio Napolitano) ha perso nel 2015 il governo della città, dopo una lotta fratricida contro il candidato uscito dalle primarie, il giudice Felice Casson, troppo “di sinistra” e divisivo.

Unire dunque, e rimuovere il conflitto. Nell’M9 la guerra civile, la Resistenza, le stragi politiche non sono tematizzate; Giacomo Matteotti e Aldo Moro non risaltano; il separatismo, il reducismo, l’anarchismo non pervenuti; obliterate le ragioni del movimento operaio e di quello studentesco; la “partecipazione” è il grande spazio delle adunate (fasciste, comuniste, militari, repubblicane, sindacali). La sezione della “Res publica”, a sé stante, proietta un bel video in cui i risultati delle elezioni sono simboleggiati da pesci più o meno grandi (ecco la DC come “balena bianca”): ma le bonifiche delle Paludi Pontine o la cementificazione delle campagne, l’accesso ai farmaci o la parità di genere, sono altrove, quasi non fossero segmenti di più vasti indirizzi o lotte di ordine appunto politico. La sezione sul denaro descrive cos’è la Banca d’Italia, ma della crisi economica attuale (come di quelle precedenti) non indica cause né sviluppi.

In questa narrazione disegnata come sfondo ideale di moduli didattici per gli insegnanti di Storia, Geostoria o Cittadinanza e Costituzione, manca uno spazio dedicato al Sud, e la parola “mafia” compare, insieme a “terrorismo” e “corruzione”, nella sottosezione “Rompere le regole”, quasi si trattasse di marginali fenomeni di devianza. E anche lì, quando si parla della strage di via d’Amelio si evita di aggiornare la presentazione ai depistaggi e all’ormai acclarata compromissione dello Stato; quando appare Tangentopoli, si ascoltano un fondo di Montanelli e il celebre discorso della correità di Bettino Craxi.

Alcune sezioni sono ottime. Nella penultima, attorno a un grande tavolo interattivo si dà conto del destino dei dialetti italiani e dell’evoluzione dei programmi scolastici nel corso dei decenni. Ricca anche la parte sull’ambiente e il paesaggio, che ripercorre la dinamica città-campagna e accenna a certe lotte per la tutela, offrendo un efficace video con il timelapse di singole realtà rurali. E tuttavia si stenta a ricavare un’idea di chi abbia devastato, e perché, tanta parte dell’ambiente in cui viviamo; di quale modello industriale si sia imposto negli anni del boom, e del perché non sia durato; di come abbia trionfato il modello consumistico e culturale americano; di quali prezzi sociali ed economici siano stati pagati per mantenere la coesione sociale.

Non si urtano sensibilità, non si fanno nomi, siamo un grande Paese.Ecco allora l’igiene personale che migliora e il boom degli elettrodomestici, Rita Levi Montalcini e il ruolo unificante del Giro d’Italia, l’immaginario del Carosello e la nazionale di Bearzot: il rischio è quello di sviluppare una narrazione che non appassiona i Millennials cui è nota dai libri di scuola, e che non persuade chi del Novecento ha memoria diretta (e dolorosa). Coerentemente, nessuno spazio alla dimensione intellettuale: niente arte, niente letteratura, niente filosofia, solo brandelli di cinema “popolare” e di canzone nella misura in cui concorrono a definire il profilo della nostra “identità” nazional-popolare. È singolare che la pensosa intelligentsija del Nordest (i Cacciari, i De Michelis, gli ex marxisti della Marsilio poi convertiti alla “terza via”, e infine affondati nelle sabbie mobili del Mose), tacci i perplessi di disfattismo e nasconda quella dimensione di aspro conflitto che è stata la vera costante del nostro secolo breve, tinto di sangue, di piombo, di omertà. L’M9 – uno sforzo corale di tante persone – c’è, e cambierà ogni anno: dovrà aggiustare la rotta, se vorrà davvero “rifondare una cultura civile” (questo l’obiettivo del fondatore), o anche solo recuperare a più miti consigli gli animi e i pensieri di un Paese (e di un Nordest) sempre più incattivito. Di “un Paese tragico che ignora di esserlo” (C. Garboli,Ricordi tristi e civili).

La Cina mette in crisi Apple: pochi iPhone e crollo in Borsa

Apple è in seria difficoltà e l’aguzzino è la Cina: l’azienda di Cupertino che produce iPhone ha bruciato 446 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato dal record del 3 ottobre, 300 dallo sfondamento del muro mille miliardi raggiunto in estate. Ora vale intorno ai 682 miliardi di dollari. Perdite enormi, più alte del singolo valore di ben 496 delle 500 società dello S&P 500. Per dare un ordine di grandezza, superano il valore della stessa Facebook. E così, dopo i tagli delle stime sulla crescita dei ricavi comunicati mercoledì sera (84 miliardi di dollari nel primo trimestre e non i 91 miliardi di dollari attesi dagli analisti e o gli 89-93 miliardi stimati da Cupertino) il titolo ha perso a Wall Street, solo ieri, il 10 per cento portandosi dietro tutte le Borse modiali come ulteriore spia dell’incertezza economica globale. Il Ceo, Tim Cook, ne ha spiegato i motivi in una lettera agli investitori. Ha parlato di “debolezza economica in alcuni mercati emergenti” che avrebbe avuto “un impatto significativamente maggiore” del previsto. Il calo delle vendite in Cina, Hong Kong e Taiwan supererà i 4,3 miliardi di dollari di entrate complessive. L’economia della Cina, dice, “ha iniziato a rallentare nella seconda metà del 2018”. Secondo il Ceo, “l’ambiente economico è stato ulteriormente influenzato dall’aumento delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti (…) gli effetti sembrano aver raggiunto anche i consumatori, il traffico nei nostri negozi e in quelli dei nostri partner in Cina è calato con il progredire del trimestre”. Certo, ricondurre la crisi di Apple a quest’unico motivo è riduttivo: l’azienda sconta infatti il rallentamento – inevitabile – dell’innovazione tecnologica in ogni settore (e quindi la fine del cosiddetto effetto “wow” che dovrebbe spingere un consumatore a comprare l’ultimo modello di smartphone) e anche la crescita esponenziale dei competitor cinesi – spesso più economici – come Huawei (che ha registrato un anno record con una crescita del 33%) e Xiaomi.

Così Whatsapp veicola pornografia infantile e guadagni

Lo smartphone vibra: una, due, tre volte. Qualcuno ha inviato un messaggio su un gruppo di Whatsapp, l’applicazione di messaggistica acquisita da Facebook nel 2014 e utilizzata da 1,5 miliardi di utenti nel mondo. Il gruppo permette di chattare con più persone, è stato creato per condividere gli stessi interessi. Problema: uno di questi è la pornografia infantile. A scoprirlo, due ong non profit israeliane, Screen Savers e Netivei Reshet: su Whatsapp non c’è solo amicizia. I gruppi sono seguiti anche dai pedofili. E nessuno vigila

Le due organizzazioni non profit, col supporto della startup AntiToxin Technologies, hanno identificato oltre 1300 tra video e fotografie di minori coinvolti in atti sessuali nei gruppi pubblici di Whatsapp. Gruppi a cui dal 2016 è possibile partecipare semplicemente cliccando su un link prodotto dal suo creatore. Esempio: se oggi qualcuno decidesse di avviare un gruppo di Whatsapp che riunisse tutti gli appassionati di pesca alla trota d’Italia dovrebbe solo crearneuno con gli strumenti messi a disposizione da Whatsapp, selezionare la voce “copia link” e trovare il modo di diffonderlo.

L’indagine è partita da un dato tanto evidente da apparire incredibile. I ricercatori si sono accorti che esistevano alcune applicazioni (come Group for Whatsapp, o Group Link for Whats) capaci di aggregare e quindi sottoporre agli utenti i gruppi pubblici creati sul programma di messaggistica. Erano catalogati per interessi: musica, tecnologia, amore, sport, divertimento. Non poteva mancare la categoria “adulti”. È bastato scorrere la lista di questa sezione e fare una ricerca con la parola chiave child (bambino) per scoprire decine di canali in cui l’interesse predominante era lo scambio di pornografia infantile: “Child Pron”, “Preeteen Video”, “Child Sex”, “+10 years hardcore”, solo per citarne alcuni.

È l’ennesimo scandalo in meno di un anno per la società guidata da Mark Zuckerberg: Whatsapp è controllata da Facebook ma a differenza del social network, che vanta circa 20mila moderatori in grado di vigilare sui contenuti che circolano sul social network, ha solo 300 addetti per un miliardo e mezzo di utenti (dati Techcrunch).

La giustificazione è che Whatsapp non può essere monitorato perché lo scambio dei messaggi privati tra gli utenti è, appunto, privato. Controllarlo costituirebbe la massima violazione della privacy ipotizzabile online. Inoltre, il contenuto dei messaggi è criptato, risulta quindi impossibile comprenderlo a chiunque cerchi di intercettarlo illegalmente. Nessuno, però, si è accorto dell’esistenza di questi gruppi nonostante fossero facilmente raggiungibili e consultabili tramite le applicazioni di aggregazione. “Whatsapp ha una politica di tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali su minori – ha dichiarato nei giorni scorsi un portavoce dell’azienda a Techcrunch, con una formula che ha usato anche Google qualche giorno dopo – implementiamo la nostra tecnologia più avanzata, compresa l’intelligenza artificiale, per scansionare le foto e le immagini del profilo nei contenuti segnalati e vietare attivamente gli account sospettati di condividere questo vile contenuto. Rispondiamo inoltre alle richieste di applicazione della legge in tutto il mondo e segnaliamo immediatamente l’abuso al Centro nazionale per i bambini scomparsi e sfruttati. Purtroppo, poiché sia ​​gli app store che i servizi di comunicazione vengono utilizzati in modo improprio per diffondere contenuti offensivi, le aziende tecnologiche devono collaborare per fermarlo”.

L’azienda assicura di mettere in campo tutte le precauzioni per rintracciare violazioni evidenti, sostiene di non poter invece intervenire sui contenuti perchè significherebbe violare la crittografia che garantisce protezione contro spionaggio e controlli di regime (a garanzia della libertà quindi) in tutto il mondo. Legittimo. Ma le parole chiave che avrebbero dovuto insospettire Whatsapp non erano nei messaggi privati, bensì nei titoli dei gruppi pubblici. E in bella vista. Anche se fossero sfuggite ai sistemi di ricerca automatici, avrebbero dovuto essere notate da moderatori umani.

I guadagni. Pochi giorni dopo la pubblicazione del report, le applicazioni consultate dalle ong e in grado di catalogare i gruppi sono state rimosse dagli app store di Android ed Apple. Il secondo problema, infatti, è che queste applicazioni – vetrina (scaricate anche 100mila volte) generavano ricavi grazie alle reti di pubblicità in cui erano inserite, dai circuiti Android (quindi Google) alle reti di Facebook. La startup AntiToxin ha identificato sei di queste app gestite da Google AdMob, una gestita da Google Firebase, due gestite da Facebook Audience Network. Tramite questi canali, si osserva in alcuni video, sono stati diffusi annunci pubblicitari di Amazon, Microsoft, Motorola, Sprint, Sprite e anche Western Union. Gli annunci apparivano anche quando si accedeva ai gruppi sui minori.

Dopo le segnalazioni, piattaforme e aziende hanno assicurato di aver interrotto ogni fonte di monetizzazione su tali canali, cancellato e fatto cancellare gruppi e app segnalati dai rapporti. Ma è evidente che qualcosa è andato storto prima e che, sempre di più, c’è bisogno di modificare gli automatismi con cui si generano i ricavi online.

Bindu e Kanaka: non è solo una questione di donne

Bindu Ammini e Kanaka Durga, entrambe poco più che 40enni, non potrebbero essere più diverse: docente universitaria, attivista politica e “dalit” (di casta bassa) la prima. Impiegata statale e di una famiglia di casta alta, la seconda. Sono loro che, all’alba del 2 gennaio, hanno fatto la Storia, entrando per prime nel tempio hindu di Sabarimala, in Kerala, stato del Sud dell’India. Sono loro che da ieri vivono nascoste, in un luogo segreto, dopo gli scontri – che avrebbero fatto registrare il primo morto – seguiti al loro gesto rivoluzionario.

Quel che è sembrata una storica vittoria delle donne indiane contro una tradizione religiosa che le discriminava prende in queste ore dei contorni molto diversi. Il Kerala è da due giorni attraversato da violenze nate dalle proteste e dagli scioperi messi in atto dall’organizzazione induista Sabarimala Karma Samiti (Sks), appoggiata dal partito nazionalista indiano Bharatiya Janata Party (Bjp), lo stesso del primo ministro indiano Narendra Modi. Dall’altra parte della barricata l’opposizione (prima tra tutte quella del Left Democratic Front, forza di sinistra che governa in Kerala) ma anche la polizia, che al momento conta una quarantina dei 250 feriti.

“Ma Sabarimala non è solo una questione di ‘ora facciamo entrare le donne nel tempio’”, ci spiega Nidheesh M. K., giornalista e corrispondente dal Kerala della testata indiana Mint. “È anche e soprattutto una forte arma di polarizzazione dell’elettorato”. A protestare contro l’ingresso delle donne al tempio, infatti, sono donne e uomini devoti, ma anche le opposizioni che vedono il giusto varco per attaccare l’amministrazione del Kerala.

Il tempio di Sabarimalanon è un luogo di culto qualsiasi: dedicato al dio Ayappa, è uno dei luoghi più sacri dell’induismo, aperto solo in alcuni periodi dell’anno. L’ultima finestra di visita era prevista dal 30 dicembre al 20 gennaio 2019. Oltre alla cadenza delle visite, c’è un altro limite che i fedeli ad Ayappa conoscono bene: dio votato al celibato, tradizione vuole che al suo cospetto non si presentino donne di età fertile. Il che si è tradotto nel divieto alle donne tra i 10 e 50 anni di entrare nel tempio: veto dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema indiana nel settembre scorso. Poco era cambiato, nell’immediato: per mesi le devote hanno tentato l’accesso, ma sono state puntualmente bloccate da pellegrini fedeli alla rigida tradizione, oltre che da attivisti di gruppi nazionalisti. Bindu e Kanaka hanno portato avanti la loro impresa il 2 gennaio, all’indomani della storica catena umana creata da 3,5 milioni di donne indiane proprio per chiedere il rispetto del diritto alla preghiera e della parità di genere. Alle prime ore di mercoledì scorso, Bindu e Kanaka sono state scortate da una ventina di agenti in borghese verso un ingresso secondario, a Pamba, solitamente usato dal personale di servizio. Nessuno doveva sapere quel che stava avvenendo: con uno zainetto e in abiti scuri, hanno camminato per un paio d’ore. Pochi i fedeli presenti in quel momento, e, a chi faceva domande, veniva risposto che le due avevano più di 50 anni: e così Bindu e Kanaka sono riuscite a presentatarsi al cospetto del dio Ayappa.

Sia il muro delle donne sia l’ingresso delle devote al tempio hanno avuto l’appoggio del governo locale dello stato del Kerala, il cui primo ministro, Pinarayi Vijayan, appartiene al Communist Party of India (Marxist) ed è leader della coalizione di sinistra Left Democratic Front. “Vijayan sta usando la questione come campagna-simbolo per limitare l’espansione del Bjp in Kerala, che è anche l’unico stato indiano governato dal Partito comunista: alle prossime elezioni nazionali, a metà 2019, questo sarà il terreno di scontro”. Il caso è curioso. Gli ultranazionalisti induisti del Bharatiya Janata Party (Bjp) si sono dichiarati contro l’ingresso al tempio alle donne. Ma così ha fatto anche il suo diretto avversario a livello nazionale, il partito “centrista” del Congress: “Su Sabarimala, il Congress vede l’opportunità di indebolire il suo principale avversario in Kerala. E molti aderenti al partito comunista, in Kerala, sono hindu devoti, che frequentano il tempio e sono a favore del divieto la mossa del partito comunista è rischiosa”.

Se la politica cerca di sfruttare l’azione collettiva, una ragione c’è: in India marce e mobilitazioni di massa sono un’onda in grado di colpire e trasformare la società indiana. Le donne non si lasciano imbrigliare, come dimostra la nascita (meno di un mese fa) del primo partito indiano interamente femminile, il National Women Party, fondato da Shweta Shetty medico di 37 anni. O la creazione del collettivo “Arpo Arthavam” (glorificare il ciclo mestruale), attivo anche a Sabarimala. Ma la marcia delle donne indiane è ancora tutta da percorrere.

Supercoppa a Riad, l’ipocrisia di chi grida allo scandalo

È difficile pensare a qualcosa di più odioso di uno Stato che non rispetta i diritti umani, discrimina le donne e fa (letteralmente) a pezzi gli oppositori politici dopo averli invitati nelle proprie ambasciate, come è accaduto al giornalista saudita Jamal Khashoggi. Per questo, a prima vista, potrebbe risultare giusta e sensata l’alzata di scudi delle nostre forze politiche contro la decisione della Lega Calcio di giocare (in cambio di sette milioni di euro) la finale della Supercoppa italiana tra Milan e Juventus in uno stadio di Riad: un impianto dove le donne potranno assistere al match solo nel settore famiglie, separato da quelli degli uomini. Fortunatamente la nostra società considera medievale la divisione tra i sessi e si scandalizza perché solo da pochi giorni in Arabia Saudita è stato permesso alle donne di ottenere la patente di guida. Così ora tutti i partiti si stracciano le vesti. Giorgia Meloni e Matteo Salvini definiscono la finale una “schifezza” e il ministro degli Interni giura: “Sono milanista, ma io quella partita non la guardo”. Il Pd e Laura Boldrini, dicono indignati che “i signori del calcio non dovrebbero permettersi di barattare i diritti delle donne”. Mentre il M5s, per bocca del sottosegretario alle Pari Opportunità, Vincenzo Spadafora, esprime il suo “disaccordo” per la scelta di “uno stadio dove le donne potranno entrare solo se accompagnate da uomini ed assistere alla partita segregate in appositi recinti”. “Gli interessi economici non possono prevalere sui diritti“, afferma Spatafora.

Bene, bravi, bis, diciamo noi. Che però ci chiediamo perché alle parole non seguano i fatti. La finale si gioca il 16 gennaio. Visto che in parlamento sono tutti d’accordo perché allora i nostri rappresentanti non trovano il tempo per riunirsi e votare una norma che vieti a Milan e Juve di giocare a Riad? O che per lo meno impedisca alla Rai (ancora saldamente controllata da partiti e governo) di trasmettere l’incontro? Solo in questo modo le proteste della politica non apparirebbero, come invece ci appaiono, ipocrite. Anche perché la verità sui nostri rapporti con il regno saudita è semplice. Ed è sotto gli occhi di tutti. L’Arabia Saudita è il nostro principale partner commerciale in Medioriente. Da sempre, incuranti del fatto che da quelle parti parole come diritti e democrazia non abbiano significato, ci facciamo affari su affari. Tanto che ai sauditi abbiamo venduto, con il beneplacito di ogni governo, anche armi e sistemi di intercettazione utilizzati per individuare gli oppositori (uno degli assassini di Khashoggi era stato addestrato a Milano da una società specializzata nella produzione di software spia). Far saltare l’incontro ora vorrebbe quindi dire aprire una crisi diplomatica e commerciale senza precedenti. E a ben vedere sarebbe pure controproducente per le donne saudite. Da pochi mesi è loro consentito andare allo stadio. Cosa che era prima vietata. Per loro il poter seguire, sia pure in un settore separato, il match è insomma un passo avanti. Certo, tutti noi vorremmo che in Arabia vi fosse la parità tra i sessi. Ma l’esperienza insegna che l’idea di esportare la democrazia con la forza (cavallo di battaglia dell’amministrazione Bush junior) è fallimentare e controproducente. E che se si vuole provare a fare con il commercio è almeno il caso di cominciare impedendo la vendita delle armi e non delle partite di calcio. Match che oltretutto, visti con gli occhi delle discriminate donne saudite, rappresentano una piccola, ma significativa conquista.