Rapide di un torrente in piena che traccia il confine tra i paesaggi inoffensivi della narrativa e le lande devastate e spesso devastanti della letteratura, dove nulla è ciò che appare e le ragioni di ciò che accade – ammesso che esistano – sono così confuse, indecifrabili e sfuggenti da risultare introvabili. È La mite, Fëdor Dostoevskij, Adelphi 2018, traduzione e note – curatissime entrambe – di Serena Vitale. Racconto drammatico, aspro, a tratti persino irritante. L’autore lo definisce “fantastico”. In che senso, però, fantastico, dal momento che vicenda e scrittura sono in “sommo grado” reali? “L’elemento fantastico è nella forma stessa della narrazione”, spiega Dostoevskij.
Il racconto infatti procede con “interruzioni e pause in forma sconnessa: ora l’uomo parla a se stesso, ora sembra rivolgersi a un ascoltatore invisibile, a un giudice. Ma proprio così accade sempre nella realtà. Se uno stenografo avesse potuto ascoltarlo di nascosto e prendere nota di tutto quello che diceva, ne sarebbe venuto fuori qualcosa di più rozzo e meno elaborato del racconto che qui presento, anche se probabilmente, credo, l’ordine psicologico sarebbe rimasto lo stesso”. “Proprio l’esistenza fittizia di uno stenografo che avrebbe annotato tutto (e di cui in seguito avrei rielaborato gli appunti) – conclude Dostoevskij – è quello che, in questo racconto, definisco fantastico”. La storia è semplice. Come dev’essere: la letteratura non vive di plot, ma di ciò che, nelle profondità delle coscienze, determina gli accadimenti. E del come tali accadimenti possano generare, rigenerare o degenerare le coscienze stesse. Sia pure soltanto attraverso la lettura. Un quarantunenne che non è mai diventato (né mai diventerà) uomo, sposa una sedicenne, non ancora donna, che donna non diventerà mai. La vicenda, infatti, si apre con il cadavere della ragazza (si è lanciata dalla finestra, stringendo al petto un’immagine sacra) disteso su un tavolo, secondo l’uso dell’epoca, lavato, rivestito e con la testa rivolta verso “l’angolo delle icone”. “Perché?” si chiede il marito, risucchiato nel maelström di un soliloquio-vaniloquio, tutto “esitazioni, ripetizioni, contraddizioni, balbettii e ripensamenti”, sottolinea Serena Vitale. Un monologo la cui tensione è resa magistralmente da una traduzione appassionante, condotta “senza limare, ammorbidire, ingentilire”, né attenuare la “coloritura iperbolica degli avverbi”, il cui ossessivo ripetersi “contribuisce ad accelerare il tempo già spasmodico della narrazione” e a “tenere il lettore in un quasi doloroso stato di allarme”. Non sperate, però, in una risposta. L’uomo del banco dei pegni – è lui il protagonista/narratore – non la dà. Al termine del suo delirante sragionare, decide di affidarsi all’abbraccio consolatorio e, soprattutto, assolutorio del caso. “Mi fa rabbia che si sia trattato soltanto di un caso fortuito – di un semplice, barbaro, inerte caso… Cinque minuti in tutto, ho tardato solo cinque minuti! Se fossi tornato cinque minuti prima, quell’attimo sarebbe passato sopra le nostre teste come una nuvola, e lei non ci avrebbe pensato mai più”. La disgrazia, però, non è la morte della ragazza ma la solitudine dell’uomo. “Ora di nuovo stanze vuote, e di nuovo sono solo”. “Non c’è nessuno – è questa la disgrazia!”. Fino all’ultima, agghiacciante, domanda: “No, sul serio, che sarà di me quando domani la porteranno via?”