Un po’ caligola un po’ Ulisse: Renzi è tornato

Molti ormai considerano le uscite pubbliche dell’ex potente Matteo Renzi alla stregua di curiosità sfiziose, di quelle che nella Settimana Enigmistica finiscono nella rubrica “Spigolature” (“A Berna, un gatto di nome Flaeki, rimasto solo in casa, giocando con il telefono ha premuto il tasto che consente di mettersi in contatto con la Polizia…”). Noi, che di stranezze, argomenti negletti, insomma di renzologia ci reputiamo cultori, esultiamo per la doppietta di Capodanno messa a segno dal neo-conduttore del filmino pro-loco Firenze secondo me.

Il primo botto è un’intervista al settimanale Oggi, che a quanto pare, per antifrastica ironia, preferisce intervistare i personaggi di ieri. Ivi il Risorto, domati i borborigmi fantozziani della sua mitomania (“Sono orgoglioso di aver fatto il premier per più di mille giorni. Nell’ultimo secolo un governo durato per più di mille giorni è stato guidato soltanto da Mussolini, Craxi e Berlusconi”), buttati i popcorn offre il petto alla Patria, tipo Churchill dopo la sconfitta di Gallipoli. “Non mollo di un centimetro… Non lascio il futuro a quelli che fanno i condoni, a quelli che dicono che la cultura non è importante”.

Evidentemente Renzi, che è convinto di essere stato detronizzato e non di aver perso le elezioni, come Padre Pio è dotato del dono della bilocazione, e c’era e non c’era quando il suo governo varava la rottamazione delle cartelle Equitalia e il condono sui capitali esteri sommersi detto voluntary disclosure; del resto, lui è quello della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-sfruttamento di manopera giovanile, capo di un partito così pieno di acculturati che come ministro dell’Istruzione ha scelto la non scolarizzata e finta laureata Fedeli (figuriamoci gli altri).

Nell’allucinante delta tra l’immagine di sé e quella che rimanda, Renzi come Caligola rimugina sulla sua gloria: “Ho fatto il presidente del Consiglio e il segretario del partito che ha avuto il miglior risultato degli ultimi 60 anni”, nonché, ma è un dettaglio, del partito che ha realizzato il peggior risultato della sua storia dimezzando i voti dall’anno della sua nascita.

La seconda miccetta Renzi l’ha scoppiata sul Foglio, con una lettera sulla “vuotanza” lamentata dallo sceneggiatore Contarello (figuriamoci se perdeva l’occasione di cavalcare un neologismo fatuo). Ora si proclama Ulisse, non più Telemaco come da narrazione recalcatiana, e promette di tornare a Itaca a rinverdire i fasti di quando c’era Lui. Da lettino tre volte alla settimana il seguente lapsus: “Ho sopportato i voltafaccia di chi si stendeva adorante al mio passaggio e oggi finge di non avermi conosciuto”, invece di non sopportare che alcuno si stendesse adorante al suo passaggio, “e i tradimenti di chi ha ancora un presente in politica perché ho combattuto a mani nude per lui”, dove le parole disegnano uno scenario shakespeariano e prepolitico fatto di adulazione, gratitudine e patti di sangue.

A far temere il peggio per la salute mentale dell’eroe del 18%, però, è un passaggio dell’intervista a Oggi in cui egli parla dei figli, ovviamente superdotati: l’aspirante calciatore, il provetto chitarrista e la 13enne Ester, che “sa tutto di politica da quando aveva 7 anni”. Già ampiamente selfata in bikini su Instagram, Ester è protetta dal papà da gossip e attenzioni morbose (“Un padre non parla mai della figlia femmina”); infatti una riga sotto ne riferisce le spiritosissime uscite da renziana di sangue e divulga la di lei passione per le minigonne, che egli non asseconda, ammettendo al massimo i jeans strappati (e qui ci fermiamo: non abbiamo gli strumenti clinici per capire che tattica di rimonta politica sia sessualizzare i figli pre-adolescenti e purtroppo il prof. Recalcati non ha risposto al nostro appello a occuparsi del forse disperato caso Matteo Renzi).

Paga del deputato, una storia al rialzo

Sulla “paga del deputato” e sui vitalizi se ne sono scritte di tutti i colori riaccendendo il greve anti-parlamentarismo sempre latente in Italia. Diciamo subito che, dal 1946 fino agli anni ’80, i parlamentari italiani sono stati i meno remunerati d’Europa. Alla Costituente, nel 1946, il totale della remunerazione era di 40.000 lire al mese, l’equivalente oggi di 1.300 euro.

Sì, c’erano gli “ovalini”, cioè i vecchi tesserini per viaggiare gratis in treno, c’erano i biglietti aerei gratuiti e altri benefit, però nel 1977 l’indennità dei deputati era di 1.067.000 lire e i rimborsi si fermavano a 254.000 lire, totale 1.384.000 lire. Stipendio magro in tempi di inflazione a due cifre. Il giornalista Guglielmo Zucconi, eletto nella Dc a Modena, ci scrisse sopra un libro amaro, “La paga del deputato”.

Fra l’altro, fino all’avvento del finanziamento pubblico dei partiti, i comunisti, disciplinati, ne versavano una metà al partito e i socialisti una parte. Erano così “francescane” le remunerazioni che uno dei questori della Camera, il socialista Stefano Servadei, aveva allestito, ricordo, dormitori di fortuna a Vicolo Valdina. I sindaci delle grandi città usciti vincenti alle elezioni del 1975-76 guadagnavano poco più di 1 milione, veramente poco. “Se non avessi la pensione da sindacalista”, mi confidò un giorno Ugo Vetere, nei primi anni ’80, “non so come me la caverei”.

Negli anni ’80 indennità e rimborsi salgono verso i livelli europei, non oltre. Nel 1987 si attestano sui 6,7 milioni lordi complessivi. Ma è dopo la vittoria di Silvio Berlusconi, nelle politiche del 1994, che la “paga del deputato” si impenna fin verso i 12.000.000 al mese lordi, più la serie dei benefit. Ma nel 2000 la cifra è già raddoppiata: 24.569.228 di lire lordi al mese. Prima constatazione: la cosiddetta Prima Repubblica è risultata decisamente “virtuosa” in materia, mentre la Seconda sbraca subito e malamente.

Si passa alla remunerazione in euro e nel 2006 la cifra complessiva, lorda ovviamente, per i deputati si attesta sui 15.600- 15.700 euro al mese. In lire siamo quindi verso i 28-30 milioni lordi con un incremento comunque attorno al 14 per cento circa. Dopo il 2006 vengono tuttavia decise varie sforbiciate: indennità ridotta del 10 per cento, sospensione per cinque anni degli adeguamenti retributivi, nuova riduzione del 2010-11 del 10 per cento per la parte eccedente i 90.000 euro annui. Altra riduzione dell’indennità deliberata dalla presidenza di Montecitorio nel 2012 e proroga delle riduzioni fino al 2020. La diaria, fissata a titolo di rimborso spese per il soggiorno a Roma, è stata fissata nel 2010 a 3.503,11 euro, decurtati di 206,58 euro per ogni giorno di assenza ingiustificata nelle giornate di seduta con votazione elettronica. La presidenza interviene poi, finalmente, anche su una forma di assenteismo grave: quella dai lavori di commissione ai quali presenzia, sì e no, il 50 per cento dei componenti. Qui la forbice può tagliare anche 500 euro. Per contro ci sono rimborsi sostanziosi “per l’esercizio del mandato”, uno trimestrale di 3.323,70 euro per il deputato che deve percorrere 100 Km per raggiungere il più vicino aeroporto e un rimborso forfettario di spese telefoniche per 1.200 euro annui. L’incremento, decisamente forte, della “paga del deputato” nazionale – che va ormai ben oltre le medie europee – traina il parallelo aumento – e questo è un bel guaio – delle indennità dei consiglieri regionali, degli assessori, dei presidenti, dei sindaci e così via.

Quanto portano a casa i deputati degli altri Paesi europei? I confronti non sono facili, anche perché altrove le leggi sul finanziamento pubblico dei partiti sono più “sostanziose” oppure perché i cosiddetti “portaborse” sono dipendenti del Parlamento. In generale in Europa guadagnano meno. Eravamo gli ultimi della graduatoria fino agli anni ’80 – va costantemente ricordato – e siamo diventati i primi o fra i primi. I raffronti non sono facili e però, rispetto ai 14-14.400 euro lordi degli italiani, i tedeschi ne ricevono circa 12.000, gli inglesi circa 9.000, olandesi e belgi sui 10.000. All’ultimo posto, da sempre, si collocano gli spagnoli che non arrivano a 5.000 euro lordi. Al primo invece gli europarlamentari che si sono sempre difesi bene. L’Ufficio studi della Camera dice che la nostra “paga” è la quarta in Europa. Un ginepraio. Il Messaggero radicale di oltre un secolo fa ricordava che, senza una dignitosa indennità parlamentare, si mandavano alla Camera “sfaccendati e improvvisati”.

Mail box

 

Da tifoso mi vergogno che si giochi in Arabia Saudita

La notizia che la partita di Supercoppa italiana di calcio si giocherà mercoledì 16 gennaio a Jeddah, in Arabia Saudita, è l’ennesima caduta di stile del calcio italiano. Non bastavano le connivenze di molte società calcistiche con il tifo violento e criminale.

Adesso andiamo a giocare in uno dei paesi dove i diritti umani vengono svenduti per i petrodollari e gli armamenti. Complimenti alle dirigenze delle due società, Juventus e Milan, e ai presidenti di Coni e Figc che in Italia firmano i protocolli antirazzismo ma fingono di ignorare, o forse non gli importa nulla, di ciò che accade in Arabia Saudita. Non solo la guerra di aggressione contro lo Yemen, non solo l’orrendo omicidio Khashoggi , non solo discriminazioni di ogni genere operate da un regime corrotto e oscurantista. In ultimo anche i bambini soldato reclutati in Sudan per continuare la guerra con il loro vicino. Mi vergogno di essere cittadino italiano e di essere tifoso juventino.

Riccardo Canesi

 

DIRITTO DI REPLICA

Vi scriviamo in relazione agli articoli pubblicati il 20 e 30 dicembre 2018, nei quali presentate anche Cairo Network tra chi potenzialmente trae vantaggio da alcune previsioni della Legge di bilancio 2019 relative alle frequenze televisive digitali terrestri. La posizione di Cairo Network è invece peculiare e nettamente differenziata tanto che la nostra società rischia di risultare il principale danneggiato dal riassetto del comparto frequenze.

1. Caso unico tra gli operatori di rete, si è aggiudicata solo recentemente (nel 2014) un diritto d’uso ventennale per un mux di frequenze per quasi 32 milioni di Euro, attraverso la partecipazione in qualità di nuovo entrante ad una procedura competitiva ed onerosa,

2. Tale procedura era stata posta in essere dal ministero dello Sviluppo Economico per superare un’infrazione comunitaria dell’Italia,

3. Cairo Network ha sostenuto i rischi imprenditoriali connessi all’acquisto del mux e i relativi costi e investimenti, anche di realizzazione della rete, in considerazione del quadro di riferimento definito dal bando e impegnativo anche per le autorità pubbliche, vale a dire della già prevista “compatibilizzazione” con il refarming della banda 700, nonché delle già note evoluzioni tecnologiche che avrebbero consentito in futuro il passaggio al DVB-T2 e l’aumento della capacità trasmissiva,

4. Essendo il bando oneroso e molto recente ed avendo Cairo Network sostenuto ingenti costi anche per realizzare una rete e rendere operativo (sostanzialmente da inizio 2017) il mux di frequenze, solo attraverso l’esercizio per il tempo previsto dall’assegnazione del diritto d’uso (vent’anni) potrà recuperare gli investimenti realizzati,

sicché Cairo Network non può ricevere lo stesso trattamento riservato agli altri operatori televisivi.

Marco Pompignoli Cairo Network Srl

 

Cairo Network non ha ricevuto i benefici degli altri operatori, anche perché è arrivato dopo nel mercato e nel modo descritto. Gli articoli in questione parlavano, invece, del bando per l’assegnazione delle frequenze aggiuntive – introdotto con la legge di Bilancio – che favorisce tutte le aziende presenti oggi nel settore e penalizza gli altri.

C.T.

 

La recensione delle mostre veneziane in corso presso il Museo Correr e la Biblioteca Nazionale Marciana (Printing Revolution e Gli ultimi giorni di Bisanzio), apparsa su Fatto il 29 dicembre scorso a firma di Filippomaria Pontani, pur se ne coglie positivamente l’eccezionale qualità e importanza, sceglie di porre l’accento sulla presunta ‘esterofilia’ degli allestimenti. Tuttavia, alla base delle critiche ci sono informazioni non complete. Le due mostre, di cui la Biblioteca Nazionale Marciana è stata co-organizzatrice e non semplice ospite, hanno un corredo illustrativo in italiano e inglese; il titolo inglese della mostra sui primi cinquant’anni della stampa richiama come ricordato dal recensore il titolo della celebre monografia che per prima ha parlato a tal proposito di ‘rivoluzione’; il catalogo in italiano della mostra su Bisanzio è in corso di stampa, stante la necessità di tradurre dal tedesco circa metà dei testi, arrivati come sempre a ridosso dell’apertura della mostra; il video introduttivo che per ragioni di copyright non è stato possibile sottotitolare si può seguire con una sintesi in italiano disponibile per il pubblico… insomma, non c’è stata nessuna scelta verso l’esclusione del numerosissimo pubblico italiano, ma la semplice apertura, penso doverosa, al cosmopolitismo di una città come Venezia.

Il direttore Stefano Campagnolo

 

Ringrazio il direttore Campagnolo: le due mostre, come scrivevo, sono senz’altro pregevoli. Peccato che il catalogo italiano esca a poche settimane dalla chiusura. Posso dire che certe altre ideate proprio dalla Biblioteca (quelle su Coronelli e su Zarlino, per esempio) mi parevano più coerenti (perché mettere, per esempio, icone russe del XVII secolo, di provenienza tedesca, nella mostra su Bisanzio?), e che ne “Le rivoluzioni del libro” (il titolo della monografia di Eisenstein, Bologna 1995) mi è dispiaciuto che il patrimonio librario veneziano (e gli studi su di esso, come l’Archivio dei possessori) non sia stato granché valorizzato? Con stima e spirito di collaborazione.

FP

C’è il rischio di una guerra al ribasso tra disoccupati?

Gentile Stefano Feltri, ho letto le sue costruttive osservazioni sul reddito di cittadinanza. Si tratta di una sfida che sarebbe un peccato sprecare o far fallire per errori evitabili. Le volevo sottoporre una mia perplessità. Con il sussidio alle imprese che assumono una persona che usufruisce del reddito di cittadinanza, vedo un pericolo: penalizzate tutti quei giovani, e non solo, in cerca di lavoro, che si vedranno accantonati dalle imprese. Il governo avrà molta attenzione nei prossimi mesi sull’attuazione del reddito di cittadinanza, ma questo non deve portare a dimenticare che il problema della disoccupazione rimarrà attuale per tanti altri milioni di persone che al reddito non avranno diritto. Se non viene equilibrato bene il sussidio alle imprese, può essere un boomerang che porterà a discriminazioni, risentimenti, guerre tra poveri e meno poveri.

Caro Tassi, sono d’accordo con lei, il reddito di cittadinanza è un tema serio di cui bisogna parlare con lucidità, a prescindere dalle simpatie politiche. Lei tocca un punto rilevante. La scelta di dare un incentivo alle imprese (almeno 5 mensilità di sussidio) che assumono i disoccupati inseriti nel programma di reddito di cittadinanza ha vari effetti collaterali da considerare. Primo: rende, per definizione, più convenienti quei disoccupati rispetto ad altri con le stesse caratteristiche ma che, per esempio, sono disoccupati da meno tempo e quindi ancora non hanno fatto tutta la trafila del centro per l’impiego oppure semplicemente hanno ereditato una casa dal nonno di valore superiore a quello previsto dai parametri di accesso al programma. Secondo: poiché certe offerte di lavoro non si possono rifiutare pena la perdita del sussidio immediata per 18 mesi, le imprese potrebbero offrire salari inferiori a quelli “normali”, col risultato che i disoccupati troverebbero lavoro ma forse non riuscirebbero a uscire dalla povertà.

Alcune soluzioni sono possibili: incentivare soltanto le assunzioni aggiuntive, cioè che comportamento per l’impresa un aumento di organico, e stabilire che il salario dei disoccupati pescati dalle liste del reddito di cittadinanza non può essere inferiore a quello dei colleghi meno pagati. Inoltre, e questo è un punto decisivo, bisogna permettere di cumulare parte del sussidio con il reddito da lavoro, così da scoraggiare forme di “nero” o altre irregolarità. Che ci siano questi problemi non è una buona ragione per negare ogni utilità al reddito di cittadinanza. Ma ignorarli sarebbe pericolosissimo, soprattutto per il M5S.

Salvini annuncia tagli: “Certi conduttori guadagnano troppo”

Nel giorno del 65esimo anniversario dall’inizio delle trasmissioni Rai, ieri il vicepremier Matteo Salvini è tornato a parlare pubblicamente di una spending review interna all’azienda. A partire dallo stipendio di alcuni presentatori, da sempre al centro delle critiche dei gialloverdi perché retribuiti ben oltre il tetto dei 240mila euro imposto ai giornalisti (ma non agli artisti): “Ridurre sprechi e privilegi – ha ribadito il leader della Lega a Zapping, su Radio Uno – è una priorità. C’è qualche conduttore televisivo di reti pubbliche, senza fare nomi, che guadagna dieci volte il ministro dell’Interno”. Il riferimento, seppur non esplicito, è prima di tutto al caso di Fabio Fazio. Del conduttore, impegnato in questa stagione su Rai Uno con Che tempo che fa, aveva parlato poche settimane fa anche l’altro vicepremier Luigi Di Maio in Commissione Vigilanza Rai: ”Certo che c’è un caso Fazio in Rai. Spero che il prima possibile si possa ricostruire un po’ di buonsenso rispetto alle retribuzioni, ma ovviamente non sta a me affrontare questa questione, riguarda l’ad Salini ed il direttore di rete”.

La Lega boccia la rubrica sull’Islam: “Pensi a cose serie”

Neanche il tempo di annunciare la novità che una delle prime idee della nuova Rai Due di Carlo Freccero viene bocciata dalla Lega. Ieri a Roma il neo-direttore della seconda rete del servizio pubblico ha lanciato l’idea di una rubrica settimanale dedicata alla religione musulmana: ”Sto lavorando con la commissione di vigilanza per avere una rubrica anche sulla religione musulmana, come c’è anche per quella ebraica e protestante”. Si tratta di una sequenza di servizi in onda l’uno di seguito all’altro e dedicata, appunto, a religioni praticate in Italia soprattutto da alcune comunità straniere. L’idea però non è piaciuta alla Lega, che attraverso il suo capogruppo in Commissione Vigilanza Rai, Paolo Tiramani, ha negato ogni margine di trattativa, negando anche di aver intavolato una discussione col direttore: “Freccero ha asserito che starebbe lavorando con la Commissione di Vigilanza per avere una rubrica sulla religione musulmana. Smentisco questa notizia priva di fondamento. L’azienda ha questioni più serie di cui occuparsi: è chiamata ad affrontare un profondo rinnovamento che si attende da anni e che richiede l’impegno di tutti“.

Da Tognazzi a Fo a Grillo, sfida impari tra satira e censura in tv

Riportare Daniele Luttazzi in Tv. Sì, ma dove? E quando? Carlo Freccero, appena nominato consigliere di amministrazione di viale Mazzini, lo aveva detto chiaro e tondo alla Festa del Fatto della Versiliana di quattro anni fa: “Riportiamo in Rai la seconda serata. Quel luogo immune alla dittatura degli ascolti, fucina di talenti, autentico laboratorio di idee. Il secondo tempo del palinsesto e il secondo tempo del pubblico, oltre i telegiornali, i programmi pedanti, i varietà per le famiglie…”. Riportiamo la seconda serata in Rai.

Obiettivo ambizioso, condivisibile, ma non una passeggiata in una programmazione dove il concetto stesso di palinsesto appare in dissoluzione. Eppure se si vuole puntare sulla satira è proprio da qui che bisogna partire: smontare i talk monoblocco che ormai durano quanto Via col vento, tutti poltrone, sofà e artigiani della qualità, dove il prime-time è un unico blob involontario e il comico “one-man- talk” ha lo stesso ruolo del clown nel circo.

Difficile dire se in Rai sia nata prima la satira o la censura. Probabilmente, prima la censura. Se ne accorsero quei pericolosi sovversivi di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello sfrattati su due piedi del loro Un due tre quando si permisero di nominare invano il presidente Gronchi; correva l’anno 1959 e nel ’62 la stressa sorte toccò a Dario Fo e Franca Rame, rei di avere interpretato una gag sui cantieri edili a Canzonissima. Anche Alighiero Noschese, il padre di tutti gli imitatori, dopo una parodia di Fanfani venne subito messo in quarantena; bisognerà aspettare gli anni Settanta per vedere le sue reincarnazioni di Forlani, Berlinguer, Nenni, la Malfa, Crozza prima di Crozza; il successo sarà tale che nulla poterono gli occhiuti censori preventivi. Se la più celebre cacciata resta quella di Beppe Grillo alla serata finale di Fantastico 86, è pur vero che di lì a poco, con la nomina di Angelo Guglielmi alla direzione di Rai3, comincia una breve età dell’oro per la satira televisiva, con gli astri nascenti di Serena Dandini a capo della Tv delle Ragazze, del Paolo Rossi di Su la testa! e Cielito lindo e del primo, irresistibile Piero Chiambretti: Il Portalettere sarà la trasmissione che inaugura la moda (e oggi spesso la deriva) dell’agguato ai politici a telecamere spianate. Se il divano di Serena Dandini è l’epicentro della satira di sinistra, e fa una certa impressione rileggere oggi, nell’era dei talent show, l’elenco dei talenti tenuti a battesimo, la satira di destra risponde con il varietà en travesti della Compagnia del Bagaglino; Leo Gullotta, Oreste Lionello, Pippo Franco… sono ancora i tempi i in cui le imitazioni dei politici fanno ridere più degli originali, e gli originali sono loro particolarmente grati. Ma poi, come ci ha appena ricordato Freccero, arrivano gli anni della restaurazione berlusconiana, già in atto dal ’94 e giunta al culmine con il terno secco del cosiddetto editto bulgaro (18 aprile 2002). Un anno dopo la renitente Sabina Guzzanti prova e riesce a far rivivere la satira su Rai3 con Raiot-Armi di distrazione di massa, ma nonostante i buoni ascolti dura una puntata, la prima.

Censurarne una per farne autocensurare cento. Da allora, se si escludono gli “one men talk show” a cui nessun conduttore vuole più rinunciare (perfino Mauro Corona si è messo a fare il vice-Crozza dalla Berlinguer), e il fortino di Striscia la notizia dove Antonio Ricci mescola diabolicamente satira, varietà e un pizzico di Tv dei ragazzi, satira in Tv se ne vede sempre meno, e sempre peggio. Dagli anni memorabili siamo passati agli anni commemorabili, come si è visto con il malinconico ritorno della Tv delle Ragazze in occasione del trentennale. È vero che le commemorazioni fanno sempre tristezza, ma traslocare il divano della Dandini in prima serata è stato un harakiri. Perché non ci sono dubbi, per la satira televisiva la seconda serata è la morte sua, e in particolare lo sarebbe il late-night-show, buco nero della nostra Tv. Alessandro Cattelan, Saverio Raimondo, J-Ax, Victoria Cabello, perfino il Fabio Fazio prima maniera… Ci hanno provato in tanti a estrarre dalla roccia la spada di David Letterman e Jay Leno, con esiti disuguali, ma la spada è rimasta dov’era.

L’unico a praticare sul serio certa cattiveria senza riserve e senza reverenze (la satira, diceva Sergio Saviane, è nemica di tutti ma soprattutto figlia di nessuno) è stato Daniele Luttazzi, prima con Barracuda su Italia 1 (programma firmato insieme con lo storico autore delle Iene Davide Parenti), quindi con il Satyricon costato l’editto bulgaro. Quel programma andava in onda su Rai2, di cui era direttore Carlo Freccero. Come la vendetta, anche la satira è un piatto che si serve freddo.

“È un primo passo per ritornare un Paese normale”

“Non torneremo a essere un Paese normale, ma il fatto che ci possa essere una televisione libera e che la cultura possa tornare a respirare aiuta tutto il resto”. Sabina Guzzanti è al lavoro su un film, ma accoglie positivamente l’apertura del direttore di Rai2, Carlo Freccero, che ha annunciato il ritorno in tv di Luttazzi.

Sabina Guzzanti, possiamo sperare che sia un nuovo inizio, ameno per la satira?

Penso di sì. Mi è parso che anche dentro Rai3 l’aria stia cambiando. Questo governo ha tanti difetti, ma censura televisiva ancora non c’è stata. Censurano le vite umane magari, hanno tagliato i fondi al Manifesto, a Radio Radicale e ad Avvenire, ma per ora sembra che in Rai ci siano delle aperture almeno per la satira.

Nel novembre scorso, a 30 anni di distanza, proprio su Rai3 è tornata “La tv delle ragazze”. Che Rai era quella degli anni Ottanta?

Che mondo era, vorrà dire? La Rai è il riflesso di ciò che ci sta intorno. Era un mondo che aveva un’etica condivisa, per cui la censura era considerata indecente, impossibile. E quando dico censura, non parlo di una normale discussione in un qualsiasi gruppo: parlo di quanto accaduto in questi ultimi anni alla satira, ma anche al giornalismo. Non mettevo piede in Rai dal 2003, da quando fu censurato il mio programma Raiot.

Com’è stato tornarci?

Ero terrorizzata, perché le poche volte in cui ero andata ospite in qualche trasmissione avevo trovato un’azienda distrutta, anche fisicamente, con i cavi elettrici penzolanti, le crepe alle pareti, reparti costumi deserti… Ma ero anche emozionata, perché ho risentito l’odore dei corridoi e degli armadi in alluminio con su scritto “occhiali da sole”, “stivaletti da ballo”, ho rivisto gli asciugamani che tiri e non scendono mai. E soprattutto ho ritrovato l’entusiasmo dei dipendenti, che portano avanti l’azienda pur tra mille difficoltà e una burocrazia feroce: ai nostri tempi bastava ci venisse un’idea, chiamavi gli scenografi e il giorno dopo era fatta. Adesso è molto difficile anche spostare un tavolino.

Possiamo nutrire la speranza di tornare a essere un Paese normale?

Non so quali siano i Paesi normali in questo momento, il mondo intero sta correndo verso l’apocalisse. E comunque no, non siamo un Paese normale neanche rispetto all’Europa, non mi pare che le questioni etiche o di merito siano superate. Sicuramente una televisione libera e una cultura che respiri possono aiutare tutto il resto. Se scompare la cultura scompare anche la democrazia.

Su Rai3 ha portato l’imitazione della sindaca Virginia Raggi, che ha avuto un grande successo. Pensa sia difficile fare satira su questa nuova Repubblica?

La risposta è già nella domanda: no, nessuna fatica neanche con questo governo. Non è l’eccesso di stimoli a ostacolare gli artisti, è solo la censura. Anche perché la satira è una forma di ragionamento, umoristico ma sempre un ragionamento.

Tornerà Luttazzi, dunque. Tornerà anche lei?

Adesso sto scrivendo un film. ma questo non è incompatibile con un eventuale rientro in televisione.

Freccero ribalta l’editto: “Rivoglio Luttazzi su Rai2”

È il contro-editto bulgaro. Diciassette anni dopo la scomunica berlusconiana e diciotto dopo l’ultima puntata di Satyricon, Daniele Luttazzi potrebbe tornare in Rai. Parola di Carlo Freccero, neo-direttore della seconda rete della tv pubblica che ieri ha presentato a Roma la sua idea di Rai Due, togliendosi anche qualche macigno dalla scarpa: “Capisco esser stato fatto fuori da Berlusconi, ma che il Pd mi abbia spedito sul satellite a Rai4 è stato vergognoso”. La rivincita in salsa gialloverde di Freccero è fatta di nuovi programmi, meno anglicismi, più informazione e di un ritorno alla satira.

A partire, appunto, da Luttazzi: “Voglio riportarlo in Rai. Che servizio pubblico sarebbe altrimenti? È finita l’era di Berlusconi e di Renzi, ci mancherebbe che questa nuova epoca proibisse la satira”. Ancora nessun accordo definitivo né dettagli sull’impegno da parte di Luttazzi, ma l’intento di Freccero è chiaro: “Escludo che vada in onda a breve, ma è essenziale che torni in Rai, magari in autunno”. Anche perché, ricorda il direttore di Rai Due citando un’intervista rilasciata al Fatto, “persino Pier Luigi Celli, direttore generale Rai ai tempi della chiusura di Satyricon, ha ormai ammesso di aver sbagliato su Luttazzi” (che fu chiuso dopo l’intervista a Marco Travaglio su Berlusconi e L’odore dei soldi). E come a voler tornare ancora sull’editto bulgaro, Freccero cita un altro degli storici epurati del 2002. Enzo Biagi, con il suo Il Fatto, dovrà essere il modello del nuovo approfondimento serale in coda al Tg2: “È una vergogna che sia mancato un programma del genere in tutti questi anni. La Rai lo aveva con Biagi e lo ha perso, favorendo i concorrenti. È ora di colmare questa lacuna gravissima, facendo partire a fine gennaio un talk politico che commenti la notizia del giorno fino all’inizio della prima serata”. A metterci la faccia – e a prendersi la responsabilità del prodotto – sarà anche l’amministratore delegato Fabrizio Salini, chiamato in causa dallo stesso Freccero per la definizione “dell’estetica del programma e dei conduttori”, che comunque dovrebbero restare interni alla redazione del Tg2. Il nome di Salini torna spesso nel discorso di Freccero, così come quello del nuovo direttore del tg Gennaro Sangiuliano, con cui “il confronto è continuo”. La rivoluzione televisiva, dice Freccero, passa dall’intesa con i vertici aziendali: “Se Salini è il Don Chisciotte della Rai, io sarò il suo Sancho Panza”.

La comunione di intenti servirà anche per rivedere l’intero assetto del canale. Repliche e costo zero nel day time, con largo uso di sport e fiction, per concentrare le energie – si legga: i soldi – nella fascia dalle 19 alle 24 e portare in tv “il cigno nero”, le notizie fuori dal coro e dal pensiero dominante.

Per l’intrattenimento ecco Simona Ventura, in attesa di trovare studi televisivi per The Voice. Per le news, avrà vita nuova Nemo, che cambierà nome e sarà condotto da Alessandro Sortino, uno degli autori del programma, con il compito di curare inchieste politiche. Enrico Lucci invece con Realiti Scio metterà in scena “l’Italia del selfie, del narcisismo dei poveri, senza però cadere nel moralismo sprezzante”. A sostituire Night Tabloid sarà poi Povera Patria, che il mercoledì sera si occuperà di economia e politica: “Dovrà rispondere a domande importanti. È giusto che governi eletti non possano attuare i loro programmi economici? Cosa significano i trattati firmati a Bruxelles?”. Sembra un manifesto sovranista, come quando il direttore bolla come “odiosa” la serie tv Ncis e promette di depennare tutte quelle fiction dell’America di provincia che tolgono spazio alle produzioni italiane. Ma guai parlargli di “tv dei 5 Stelle”: “Macché. La tv generalista è nazional-popolare per definizione, non c’è nessuna ideologia”.

Crollano i titoli di Facebook, il “capo” sospende la vendita di azioni

Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore di Facebook, ha sospeso le vendite di azioni proprie negli ultimi tre mesi del 2018, quando i titoli del social network sono crollati di oltre il 20% in seguito a un susseguirsi di scandali. Zuckerberg nel settembre 2017 aveva promesso che avrebbe venduto fra i 35 e i 75 milioni di titoli Facebook nei successivi 18 mesi per adempiere alla promessa di disfarsi della maggior parte della sua ricchezza durante la sua vita. Da allora ha venduto 30,4 milioni di azioni per un valore complessivo di 5,6 miliardi di dollari.