Rilasciato dopo un giorno Drouet, camionista leader dei Gilet gialli

È stato rilasciato ieri pomeriggio Eric Drouet, il leader del movimento del Gilet gialli arrestato la sera prima a Parigi con l’accusa di aver organizzato una manifestazione sugli Champs Elysées senza averne l’autorizzazione. “Tutto ciò che accade qui è politico, il modo in cui è fatto è politico”, ha detto ai giornalisti lasciando la stazione di polizia di Parigi dove è stato ascoltato. Nonostante il continuo calo di partecipanti delle ultime settimane, il fermo di Drouet potrebbe rilanciare la rabbia dei Gilet gialli, che sui social gridano all’operazione politica e all’accanimento contro chi protesta.

Branco di cinghiali sull’A1: un morto e dieci feriti (5 minori)

Un morto e dieci feriti, tra cui tre bambini. È il bilancio dell’incidente stradale avvenuto sull’autostrada A1 in carreggiata Sud, tra Lodi e Casalpusterlengo. A causare il tamponamento un branco di cinghiali che ha attraversato la carreggiata. Secondo la ricostruzione della polizia stradale, nell’incidente sono rimaste coinvolte tre macchine che andavano in direzione Sud. La prima ha investito due cinghiali e si è fermata. Una seconda auto ha investito le carcasse degli animali e poi urtato il veicolo fermo. Il conducente è sceso, probabilmente per chiedere aiuto, ed è stato travolto da una terza vettura, una Polo, che poi si è scontrata con le due auto ferme. Il conducente della Polo, 28enne di origini polacche ma residente in Italia, è morto sul colpo, mentre la fidanzata di 27 anni è stata trasportata in gravissime condizioni, in codice rosso, all’ospedale di Lodi. A Parma, sempre in codice rosso, è stato portato l’uomo travolto. Gli altri feriti sono un bambino e una bambina di 8 anni, un undicenne, un tredicenne, una ragazza di 15 anni, due donne di 37 e 39 anni e due uomini di 40 e 48. Secondo i dati regionali della Coldiretti, “sono circa 400 gli incidenti stradali provocati dai cinghiali in Lombardia dal 2013 a oggi”.

Ancora formiche all’ospedale San Giovanni Bosco: stavolta arriva l’ispezione ministeriale

Ancora formichenell’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. Vittima stavolta un paziente 78enne ricoverato in sala rianimazione: anche ora la vicenda si scopre attraverso un video postato dal consigliere regionale verde Francesco Borrelli, ma sulla vergogna infinita di questo scandalo della sanità campana si registrano due importanti novità. La prima è che si muove la Procura di Napoli, che sta preparando gli incarichi di consulenza e le notifiche per le prossime mosse dell’indagine sulla morte di Thilakawathie Dissianayake, la signora cingalese di 70 anni filmata due mesi prima di morire mentre era in coma vigile e con il tubo della tracheotomia sommerso dalle formiche: l’autopsia è stata disposta per il 9 gennaio. La seconda è che si attiva il ministro M5s della Salute Giulia Grillo, che furibonda annuncia sui social un’imminente ispezione e poi dichiara che ritiene urgente “la nomina un nuovo commissario per la sanità campana che prenda il posto dell’attuale, il governatore Pd Vincenzo De Luca”. “Ancora una volta formiche al S. Giovanni Bosco di Napoli – scrive il ministro su Facebook – ora basta, sarò presto a Napoli per verificare la situazione di persona”. “È incredibile che per la terza volta siano segnalate formiche nell’ospedale S. Giovanni Bosco di Napoli. La persistenza del problema – rimarca – mi lascia sbalordita e senza parole. Chi sta sbagliando pagherà. E’ troppo facile scaricare sul personale la responsabilità di queste negligenze, un caso potrebbe essere una disattenzione, ma ora che sono tre penso che il management debba fornire risposte chiare”. Per poi aggiungere all’Ansa: “Se fosse vera la versione del complotto, da qualcuno continuamente accreditata, si sarebbe dovuti intervenire subito per mettere i pazienti al sicuro. Questo mi sarei aspettata da chi pretende di gestire la sanità e la Regione”. Intanto sul versante delle indagini per la morte della signora cingalese, il pm ipotizza i reati di abbandono di incapace e lesioni, in seguito a una denuncia dell’avvocato della famiglia, Hillary Sedu. Al momento non ci sono indagati.

Sauze d’Oulx, quattro indagati per la bimba morta sulla pista da sci: già coinvolti in caso simile

Quattro persone, tra cui l’amministratore delegato di Sestriere Spa che gestisce gli impianti della “Via Lattea”, dirigenti e tecnici, sono indagate per la morte di Camilla Compagnucci, la bambina romana di nove anni deceduta mercoledì pomeriggio dopo una caduta mentre sciava su una pista sul monte Fraiteve da Sauze d’Oulx, in Alta Val di Susa. Ieri la procura di Torino ha avviato l’inchiesta per omicidio colposo. Nel registro degli indagati sono stati iscritti i nomi di quattro persone, le stesse che il sostituto procuratore Giovanni Caspani aveva messo sotto inchiesta per la morte di Giovanni Bonaventura, un ingegnere 31enne deceduto il 20 gennaio 2018 in un’altra pista del complesso. La procura non esclude che i due fascicoli possano essere riuniti in un’unica indagine.

Sia Camilla Compagnucci, che percorreva la pista “Imbuto” con un livello di difficoltà medio, sia Giovanni Bonaventura, che invece era sulla pista “Cresta” meno difficile, sono andati a scontrarsi contro le barriere frangivento. Si tratta di strutture in legno il cui compito è evitare che la neve naturale venga portata via dalle raffiche di vento. Di solito vengono poste a distanza di alcuni metri fuori dalle piste. In questi casi, però, non è stato sufficiente a evitare lo scontro mortale, reso così fatale dal fatto che, a differenza dei piloni degli impianti di risalita, le barriere frangivento non sono ricoperte da un’imbottitura per attutire l’impatto.

Mercoledì sera i carabinieri hanno messo sotto sequestro quella contro cui è finita la piccola. Ieri il pm ha disposto l’autopsia della bambina per stabilire se la morte sia stata provocata dalla caduta o dall’impatto contro la struttura in legno. Nei prossimi giorni il magistrato potrebbe ordinare nuovi sopralluoghi nel punto in cui è avvenuto l’incidente.

Niente 2 giugno per i musicisti di Fiesole: “Fondi tagliati”

Avevano gli inviti personali per suonare le musiche di Beethoven e Luciano Berio al Quirinale in occasione del concerto per la festa della Repubblica del prossimo 2 giugno e adesso probabilmente dovranno rinunciare. I ragazzi dell’Orchestra Giovanile Italiana (Ogi) con sede alla Scuola di Musica di Fiesole (Firenze) sono esterrefatti: con un tratto di penna il Ministero dei Beni Culturali ha cancellato i finanziamenti per il triennio 2018-2020 (200 mila euro) e così adesso, dopo 35 anni di gloriosa attività, l’Orchestra rischia di chiudere i battenti.

La filarmonica, composta unicamente da ragazzi tra i 18 e i 27 anni, fu fondata nel 1984 dal maestro Piero Farulli e negli ultimi decenni è stata diretta da grandissimi nomi della musica classica come Claudio Abbado, Riccardo Muti, Zubin Mehta fino a Claudio Gatti. Poi, poche ore dopo il “concertone” di Capodanno al Teatro del Maggio di Firenze, è arrivata la notizia che ha gelato tutti. Secondo il sovrintendente della scuola, Lorenzo Cinatti, tutto risale ad un anno fa quando al vertice del Mibact sedeva ancora il ministro Dario Franceschini: “Dopo la Brexit, l’Orchestra Giovanile Europea (Euyo) con sede a Londra rischiava di chiudere – spiega Cinatti al Fatto –, così l’allora ministro del Pd decise di salvarla e portarla a Ferrara”.

Problema: per finanziare questo progetto da 280 mila euro e portarlo nella sua città natale, Franceschini decise di tagliare i fondi proprio per l’Ogi. “Tanto valeva fare un progetto insieme” continua amareggiato Cinatti.

Non è la prima volta che i vertici dell’Orchestra giovanile se la prendono con l’ex ministro della Cultura: a pochi giorni dalla fine del 2016, Cinatti venne a sapere che i fondi erano stati ridotti ad un quarto, 50 mila euro rispetto ai soliti 200 mila. “Per questo adesso mi sento preso in giro” conclude il sovrintendente che, insieme al sindaco di Fiesole e Presidente della Scuola Anna Ravoni, ha scritto una lettera all’attuale ministro Alberto Bonisoli e al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, paventando un possibile annullamento del concerto del 2 giugno. Bonisoli però mercoledì ha provato a rassicurarli con una nota: “La Scuola di Musica di Fiesole riceve un finanziamento per il triennio 2018-2020, che per il 2018 è stato di 227 mila euro. Inoltre, a ottobre del 2018 ha ricevuto un finanziamento straordinario, stanziato con un decreto ad hoc, che ha assicurato risorse aggiuntive pari a 165 mila euro”.

Ciò che scrive Bonisoli è corretto ma elude la questione: i 227 più 165 mila euro di cui parla il ministro sono riservati alla Scuola (didattica e formazione) ma non all’Ogi. Ieri mattina poi Bonisoli e Cinatti si sono sentiti: il ministro ha provato a rassicurare il suo interlocutore sulla continuazione dei progetti: “Intanto sono soddisfatto anche solo di averci parlato – conclude il sovrintendente – ma il problema dei finanziamenti non è stato ancora risolto”.

Nel frattempo, sono partiti gli appelli per far tornare sui propri passi il Mibact: “Faccio appello anche agli intellettuali e artisti italiani perché chiedano al ministro di tornare sulla sua decisione” ha detto il sindaco di Firenze, Dario Nardella. E il primo a raccoglierlo è Enzo Bossio che l’Orchestra giovanile l’ha diretta in occasione dell’Evento della Musica di Roma del giugno scorso: “Stanno toccando una cosa sacra e farò qualsiasi cosa per salvarla”.

Morte Belardinelli Sequestrata a Napoli un’auto sospetta

Un’auto , pare una station wagon, che era presente il 26 dicembre in via Novara a Milano, dove sono avvenuti gli scontri tra ultrà interisti e napoletani che hanno causato la morte di Daniele Belardinelli, è stata sequestrata a Napoli. Altre due sono state individuate ed è atteso il sequestro. La prima auto risulta intestata in leasing al padre di un tifoso napoletano. Dagli accertamenti si dovrà capire se le vetture siano coinvolte nell’investimento di Belardinelli. L’ultrà del Napoli che sarebbe stato a bordo dell’auto sequestrata ha provato a negare la sua presenza nel capoluogo lombardo quel giorno, ma sarebbe stato smentito da alcune testimonianze. Sono stati intanto sentiti ieri in Questura a Milano i due ultrà che hanno accompagnato all’ospedale Belardinelli. Aumenta intanto il numero dei partecipanti alla rissa indagati (al momento i nomi iscritti sarebbero oltre 20): inquirenti e investigatori stanno facendo verifiche in queste ore sugli oltre 100 tifosi interisti (tra loro anche ultrà del Varese e del Nizza ‘gemellati coi nerazzurri) e su un’ottantina di ultrà napoletani.

Carige, cosa rischiano ora i risparmiatori

Dopo il commissariamento di Carige chi possiede azioni o bond bancari si chiede cosa aspettarsi e a chi credere. La crisi bancaria italiana è un fiume carsico: a seconda delle convenienze scompare, riappare e torna a inabissarsi nelle profondità insondabili dei bilanci degli istituti. Ma la fiamma della doppia recessione che dal 2008 ha causato la distruzione del 25% del sistema produttivo nazionale e l’evaporazione di 10 punti di Pil continua a covare sotto la cenere dei crediti inesigibili, le “sofferenze” svendute per fare cassa, e liquefa conti e quotazioni di Borsa.

Il 30 novembre 2010 l’ex numero uno di Mps Giuseppe Mussari, da presidente dell’Associazione bancaria italiana dichiarò che “le banche italiane non hanno problemi”.

Quando il 26 ottobre 2014 furono pubblicati i risultati dell’esame Bce sui bilanci di 130 banche europee, si scoprì che il Monte aveva una carenza di capitale di 2,1 miliardi, quasi metà del suo valore di Borsa dell’epoca, e che quella di Carige (814 milioni) sfiorava la sua capitalizzazione (949 milioni). Tra le 13 banche dell’Eurozona bocciate c’era anche la Popolare di Vicenza di Gianni Zonin, che tuttavia si considerava “in regola rispetto ai criteri di Banca d’Italia”, e quella di Milano, convolata poi a nozze riparatrici con il Banco Popolare.

Alla negazione non sfuggono, pur nel “cambiamento”, governi e maggioranze parlamentari. Chi ci riesce trovi le differenze tra le boutade di Matteo Renzi a gennaio 2016 su Mps (“Oggi la banca è risanata e investire è un affare”) e la risposta data il 31 ottobre dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a un’interrogazione sulla tutela degli investitori di Popolare di Bari e Carige: “Non ricorre rischio di dissesto”.

D’altronde la Banca d’Italia da decenni propone sempre la stessa ricetta: sopire, troncare e soprattutto far sposare le banche zombie con istituti maggiori, possibilmente non usciti intonsi dai controlli in modo da poter essere “convinti” alle nozze per timore di sanzioni, generando nuovi e più ingombranti cadaveri. Così il virus dei crediti marci di Federconsorzi che divorava Banca Nazionale dell’Agricoltura infettò l’AntonVeneta e tramite questa finì per contagiare il Monte.

Gli annunci di nozze, subìte o proposte, sono dunque da osservare sempre con estrema cautela. Accasare Carige è uno dei mandati dei commissari. Nonostante il successo dell’aumento di capitale da 700 milioni del marzo scorso, il presidente del Credito Valtellinese Lovaglio parla di fusione entro due anni. Qualcuno poi dovrà trovare un “coniuge” a Mps dalla quale, dopo il salvataggio del 2017, in base agli accordi con la Ue lo Stato dovrà uscire con una seconda privatizzazione entro il 2021. A Siena potrebbero guardare Ubi, che per l’ad Massiah è pronta a nuove aggregazioni (ma non con Creval e Carige), e Banco Bpm, secondo alcuni invaghita anche di Cattolica Assicurazioni.

Da sbrogliare c’è poi la matassa Popolare di Bari, i cui titoli illiquidi e non quotati sono crollati e la cui trasformazione in Spa (come quella della Sondrio) è al vaglio della Corte Ue. Alla fine però resta una domanda: l’Italia avrà “sposi” sufficienti per tutte le banche in cerca di nozze o giocoforza dovrà accettare pretendenti dall’estero?

“Su Bruzzese, ecco gli errori dello Stato. Ora cambi la legge”

Ieri la commissione parlamentare Antimafia s’è riunita per verificare se vi siano state falle nella tutela di Marcello Bruzzese – fratello di Girolamo, collaboratore di giustizia – ucciso da due killer a Pesaro nel pomeriggio di Natale.

Sottosegretario Luigi Gaetti, lei è intervenuto in qualità di Presidente della Commissione Centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione. Lo Stato ha sbagliato in qualcosa?

Su questo, alla luce di quanto è accaduto, non possiamo avere dubbi.

Quali errori sono stati fatti?

Il fatto che Marcello Bruzzese avesse esposto il suo cognome sul citofono è di per sé indicativo di una responsabilità da parte dello Stato: qualcuno avrebbe dovuto controllare la sua violazione del regolamento, che gli imponeva di non farlo. Ma non è avvenuto.

Su questo c’è stata anche una responsabilità della vittima.

Per ora parlerei di una responsabilità al cinquanta per cento: un controllo carente da parte dello Stato e una responsabilità per aver violato il regolamento. Saranno le indagini poi a stabilire se e quanto, questa inefficienza, sia stata determinante e in quale misura. Di certo il controllo su questo punto è stato carente.

A chi spettava il controllo?

Toccava ai Nop, i nuclei operativi di protezione, e ai Carabinieri che svolgevano la vigilanza dinamica. Va detto che non si tratta in generale di un compito semplice. Gestiamo 1.185 collaboratori più 4.538 congiunti, ai quali vanno aggiunti 51 testimoni di giustizia più 205 familiari. Nel caso specifico, la numerosità dei fratelli, parliamo di sei nuclei familiari, ha creato difficoltà di gestione. Resta il fatto che qualcuno avrebbe dovuto accorgersene, controllare e risolvere il problema.

A parte questo dato sono emerse, da parte del servizio centrale, altre carenze nei controlli?

Se guardiamo alle procedure, no. Abbiamo verificato – per la parte che ci riguarda – che il livello standard, quello prestabilito, è stato rispettato. C’è da chiedersi se il livello standard è sempre sufficiente.

In che senso?

Il processo in cui il collaboratore aveva testimoniato, cosiddetto processo Crea, s’è concluso nel 2017 con condanne pesanti. Sappiamo che in questi casi può aumentare la recrudescenza delle reazioni. D’altro canto, se negli anni scorsi la vittima aveva chiesto di uscire dal programma di protezione, e il sistema non ne ha consentito la fuoriuscita, vuol dire che era ritenuto a rischio. Visto quel che è accaduto, non possiamo dire che lo Stato abbia agito alla perfezione, i controlli non stati fatti in maniera puntuale, sono risultati insufficienti, per quanto rispondano agli standard.

Aveva documenti di copertura?

Li ha avuti dal 2006 al 2009.

E dopo?

Poiché non permettono di concludere atti di proprietà o perfezionare alcune situazioni lavorative, come per l’Inps, non sono stati più richiesti.

La vittima aveva chiesto un cambio di generalità?

Non ci risultano richieste. Suo fratello l’aveva chiesta per i figli. Non è stata disposta, perché o si estende a tutto il nucleo familiare oppure non si può concedere.

Marcello Bruzzese aveva comunicato recentemente al servizio centrale di avere qualche problema?

Non ci risulta.

Cambierà qualcosa nella gestione dei collaboratori?

Le leggi attuali vanno migliorate: semplificheremo presto con un decreto l’accesso al cambio di generalità. Però non bisogna dimenticare che per ogni collaboratore viene inserito un numero consistente di familiari, che spesso soffrono le limitazioni della libertà. È importante che servizio centrale protezione e Procura intervengano per consolidare la loro consapevolezza, se vogliono accettare la protezione devono comportarsi di conseguenza, a patto che lo Stato faccia il suo con dei benefici che compensino le rinunce e assicurino una protezione che in questo caso, purtroppo, non è stata sufficiente.

Dopo le espulsioni M5s apre alla Meloni: “Nessun tabù per Fdi”

La maggioranza si assottiglia e il governo comincia a guardarsi intorno: i voti di Fratelli d’Italia (o di qualcun altro) potrebbero far comodo per portare avanti la legislatura. A dirlo è Stefano Patuanelli, capogruppo del Movimento 5 stelle al Senato, che in un’intervista al Messaggero apre a possibili convergenze: “Se altri partiti percepiscono la bontà dei nostri provvedimenti, ben vengano i loro voti. Non c’è nessun tabù verso Fratelli d’Italia così come per nessun’altra forza politica”. A Palazzo Madama, infatti, “i margini sono ristretti”, ammette: dopo le ultime espulsioni dei senatori De Falco e De Bonis, la maggioranza è a quota 165, appena quattro voti di scarto; e in più sono ancora in sospeso i procedimenti disciplinari nei confronti delle senatrici Nugnes e Fattori. “Ma non si può pensare di derogare ai principi in nome della convenienza politica”, conclude. “A prescindere dai numeri, chi non si comporta in un certo modo non può restare nel Movimento. In ogni caso non siamo preoccupati. Di fronte a misure utili ai cittadini, in aula troveremo una convergenza più ampia di quella della maggioranza in senso stretto”.