Il governo scarica la Supercoppa saudita

La Supercoppa italiana è diventata un caso nazionale. Non internazionale, perché di rovinare i rapporti (e soprattutto gli affari) con l’Arabia Saudita non ci pensa nessuno: la finale ha già fatto il tutto esaurito, con oltre 60mila biglietti venduti. Però che Milan- Juventus il 16 gennaio a Riad si giochi in uno stadio con tribune separate per uomini e donne ormai è un vero proprio scandalo, anche politico, su cui si scagliano proprio tutti, da Matteo Salvini a Laura Boldrini fino a Giorgia Meloni.

E pensare che la finale era riuscita faticosamente a superare la burrasca del caso Khashoggi: già a ottobre, dopo l’omicidio dello scrittore, si erano alzate voci di dissenso sull’opportunità di esportare il nostro calcio in un Paese che viola così palesemente i diritti umani. La Serie A ha fatto spallucce (si capisce perché: il contratto con i sauditi vale 21 milioni di euro per tre delle prossime cinque edizioni, 7 a partita), il governo non ha mosso un dito e la polvere è finita sotto al tappeto. Possibile che l’epilogo sia lo stesso, ma per ora la polemica per i biglietti venduti in base al genere impazza.

In Arabia soltanto da un anno è stata concessa la possibilità alle donne di accedere allo stadio (rigorosamente accompagnate e in settori riservati), quindi era prevedibile che potessero esserci problemi. La scoperta, però, è stata traumatica. “È la morte del calcio, è una schifezza. Io quella partita non la guardo”, ha detto scandalizzato Matteo Salvini. E per lui, che in questo caso non è solo ministro dell’Interno, vicepremier e leader leghista, ma anche tifoso rossonero, dev’essere una sofferenza. A ruota sono arrivate le condanne del ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, e dei sottosegretari M5s Spadafora (Pari opportunità) e Sibilia (Interno).

Insomma, il governo almeno a parole scarica la Supercoppa (infatti a Riad non ci sarà rappresentanza istituzionale ma questo non è una novità rispetto alle precedenti edizioni). La Lega calcio, che giusto un paio di mesi fa aveva ricevuto un sostanziale via libera, ora si sente tradita. Al punto che il presidente Gaetano Miccichè ha scritto una lettera ai tifosi per ricordare che la sua Lega si è solo adeguata alla linea politica del Paese: “Il calcio fa parte del sistema culturale ed economico italiano e non può avere logiche diverse: l’Arabia è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale”.

Come a dire: non siamo certo gli unici a fare affari con i sauditi. Per poi aggiungere che il pallone rappresenta un’occasione per i diritti umani: “Lavoriamo per far sì che nelle prossime edizioni le donne possano accedere a tutti i posti”. E, se non bastasse, fare anche una specie di mea culpa: “Quando abbiamo preso questa decisione, la vicenda Khashoggi non era avvenuta: oggi probabilmente non lo rifarei”. Ma ormai il dado è tratto: nonostante polemiche, appelli e condanne, il 16 a Riad si gioca. Con gli uomini da una parte e le donne dall’altra.

Fine primo tempo: i gialloverdi ora dimostrino che sanno fare

In fondo, la politica è semplice. Normalmente, se prometti e poi mantieni gli elettori ti concedono il voto. In genere, se prometti e poi non mantieni, il voto gli elettori te lo tolgono (e comunque, puoi fregarli per un po’ ma non per sempre). Quindi, come nel calcio, anche per il governo SalviMaio, la partita prevede due fasi.

Nel primo tempo si sono dette molte parole e si sono approvate alcune leggi. Consenso del pubblico, soprattutto dalle curve popolari (e populiste). Nel secondo tempo, che comincia adesso, parole e leggi dovranno tradursi in fatti concreti che ciascuno potrà verificare nella vita reale: per esempio, più sicurezza nelle strade, immigrazione sotto controllo ma gestita con umanità, il reddito di cittadinanza che qualcuno comincerà a percepire, la possibilità di andare in pensione in anticipo (quota 100), e così via. Ma, ci sono 161 ma. Si chiamano decreti attuativi. Riguardano l’attuazione dei 1.143 commi di cui si compone la manovra 2019. Il Sole 24 Ore ha calcolato che “nei prossimi mesi dovranno vedere il via libera 161 misure attuative tra decreti ministeriali, provvedimenti e regolamenti di diversi enti”. Nell’articolo, Andrea Marini e Marta Paris scrivono di “conto alla rovescia” poiché “quasi la metà dei provvedimenti attuativi necessari (77) ha una scadenza ben precisa per l’adozione”. Dai contributi per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici (10 gennaio), alla definizione delle modalità di presentazione delle domande di indennizzo ai risparmiatori coinvolti nei crac bancari, agli incentivi all’acquisto di auto e moto non inquinanti (entro il 20 marzo), e molto, molto altro ancora. C’è un tempo per ogni cosa, soprattutto in politica. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, dice l’Ecclesiaste la cui saggezza dovrebbe essere raccolta e interpretata da chi governa. Quando Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, riuniti sulle nevi di Moena, annunciano il taglio degli stipendi dei parlamentari, sono davvero convinti che lo spirito del tempo, dominato dalla “democrazia dell’indignazione” (Juan Luis Cebrián), possa ancora accontentarsi di atti simbolici o immaginifici (tipo l’abolizione della povertà annunciata da un balcone)? Quella bandiera che giusto dieci anni fa furono i Cinque stelle a sventolare nelle piazze contro i privilegi della casta dei politici, rappresentazione simbolica di un’ingiustizia dominante che toglieva ai poveri per dare ai ricchi, non è più sufficiente. Con il M5S alla guida del paese il taglio dei vitalizi di deputati e senatori non ha certo rimpinguato le casse statali ma ha rappresentato un segno del primo cambiamento che si voleva affermare: quello che cerca di mantenere gli impegni presi.

Però, da oggi, per vincere anche il secondo tempo della partita (e le successive elezioni europee) quelle battaglie simboliche appaiono di retroguardia. Più spesa sociale e meno disuguaglianze chiede la protesta che attraversa l’Europa. Ne sa qualcosa il Di Maio ministro del Lavoro e dello Sviluppo alle prese con 138 tavoli di crisi che coinvolgono 210mila dipendenti. Se poi restano a piedi quanto li potrà consolare la notizia che gli onorevoli guadagneranno di meno? Dopo sei mesi di contratto gialloverde, l’Italia ha evitato i Gilets jaunes con un ardito compromesso tra Bruxelles e il governo del popolo. Atteso alla prova dei fatti e senza tempi supplementari.

Dal decreto Vaccini alla manovra: primo bilancio della “fase 1”

Una cosa è certa: la “fase 1” del governo Conte si è chiusa con l’approvazione della legge di Bilancio, il provvedimento più importante per ogni esecutivo in particolare per questo che ha fondato l’alleanza tra due forze concorrenti (Lega e Cinque Stelle) sull’approvazione di alcuni provvedimenti specifici.

Adesso si apre una lunga campagna elettorale in vista delle elezioni europee di fine maggio che condizionerà tutta l’attività in Parlamento: sarà una fase di dichiarazioni e polemiche più che di provvedimenti perché, inevitabilmente, è nella seconda metà dell’anno che si prendono le decisioni più importanti, con i provvedimenti di politica economica. Impossibile prevedere adesso cosa succederà dopo le europee, con i partiti che misureranno la loro tenuta e i rapporti di forza relativa nelle urne.

È quindi il momento per un primo bilancio dell’azione di questo esecutivo, anche se mancano i provvedimenti attuativi delle due misure cruciali, il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni che introduce “quota 100”.

In queste due pagine ripercorriamo in sintesi le decisioni principali, cercando di riassumere la versione finale di scelte e provvedimenti che spesso sono cambiati mille volte (più sui giornali che nella realtà, ad essere onesti). Alcuni sono sicuramente dei successi, come la trattativa sull’Ilva: il governo ottiene dal compratore Mittal condizioni un po’ più favorevoli rispetto a quelle negoziate dall’esecutivo Gentiloni; altre sono scelte sicuramente censurabili: che vantaggio ha il contribuente se le Ferrovie dello Stato invece che l’Anas si devono caricare la decotta Alitalia? Molte decisioni hanno effetti ancora incerti o su cui è difficile pronunciarsi in modo netto, per esempio quelle sui rapporti con la Libia. Questa è la nostra sintesi.

Luglio 2018

Vaccini: la proroga, ma solo in attesa della legge

Visto che è al Senato il disegno di legge che prevede un obbligo vaccinale flessibile (solo in casi e zone con tassi bassi di copertura vaccinale), viene prorogata la possibilità di presentare a scuola l’autocertificazione fino al 10 marzo. Dichiarazione di cui bisognerà comunque dimostrare la veridicità.

 

Agosto 2018

Il caso della nave Diciotti e il ministro nei guai

Per 5 giorni un pattugliatore della Guardia costiera viene lasciato al largo del porto di Catania: l’Italia si rifiuta di fare sbarcare i 177 migranti a bordo, in mancanza di un accordo europeo sulla ripartizione dei profughi. Il ministro Salvini è indagato (e poi archiviato) per sequestro di persona.

 

Agosto 2018

Sbarchi: motovedette e soldi per i libici

La linea di Salvini e di tutto il governo è spingere la Libia a controllare le proprie acque, per questo l’Italia dona 12 motovedette alla Guardia costiera locale. Gli sbarchi in Italia restano bassi, non mancano le polemiche sulla capacità dei libici di rispettare i diritti umani.

 

Agosto 2018

Il crollo del Morandi e lo stop ad Autostrade

Dopo la tragedia del ponte di Genova il governo minaccia di revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia (il contenzioso è ancora aperto) e la esclude dai lavori di ristrutturazione. A dicembre Autostrade decide di non far scattare quasi tutti gli aumenti previsti dei pedaggi.

 

Agosto 2018

Lo stop a svuotacarceri e anti-intercettazioni

Il Guardasigilli Alfonso Bonafede blocca due decreti attuativi della riforma della giustizia firmata dal suo predecessore, Andrea Orlando: sono il cosiddetto “svuota carceri” (sulle misure alternative alla detenzione)
e quello sul bavaglio alla stampa sulle intercettazioni.

 

Settembre 2018

Ilva, la via pragmatica su lavoro e ambiente

I Cinque Stelle avevano flirtato con l’idea di una chiusura dell’Ilva di Taranto. Da ministro Di Maio sceglie una via più pragmatica: dopo una serie di annunci e qualche pasticcio capisce che non può annullare la gara che consegna l’Ilva a Mittal ma strappa condizioni migliori su ambiente e dipendenti.

 

Settembre 2018

Il bonus cultura, i prof e il nodo magistrali

Il ministro dell’Istruzione indice un concorso riservato per le maestre senza laurea che hanno perso il ruolo dopo la sentenza del consiglio di Stato (di cui si attende comunque un riesame a febbraio). Per i 18enni, invece, finisce la distribuzione a pioggia dei 500 euro: il bonus 18app sarà in base a un tetto dell’Isee.

 

Settembre 2018

La scelta simbolica del decreto Dignità

Limite dei contratti a termine a 12 mesi, prorogabili solo con specifiche causali a 24 (non più 36): i precari hanno più armi giuridiche per reclamare il posto fisso. Presto per vedere i risultati (il periodo transitorio è finito a novembre), nessuna rivoluzione ma è il primo irrigidimento del mercato del lavoro da 20 anni.

 

Settembre 2018

Azzarto, addio pubblicità ma proroga per le slot

I gialloverdi alzano il prelievo fiscale su slot e videolottery, vietano la pubblicità per giochi e scommesse, obbligano i giocatori all’uso della tessera sanitaria. Ma prorogano di un anno la dismissione definitiva delle slot di vecchia generazione: solo le nuove possono essere controllate da remoto.

 

Ottobre 2018

Le impronte contro i furbetti del cartellino

La ministra della Pa, Giulia Bongiorno, annuncia nel ddl concretezza (approvato al Senato e in attesa di tornare alla Camera) la verifica della presenza al lavoro con impronte digitali e videosorveglianza. Niente cartellino, ma il rischio di una sorveglianza (e di un catalogo) di massa.

 

Ottobre 2018

Ferrovie, niente più Anas ma c’è sempre Alitalia

Addio all’ipotesi di fusione già avviata tra Ferrovie e Anas (l’azienda pubblica delle strade), ma primi passi del tentativo di scaricare il bidone Alitalia (privata ma commissariata) alle Fs. Intanto è stato prorogato il prestito di Stato da 900 milioni che difficilmente sarà mai rimborsato.

 

Ottobre 2018

Retromarcia sul Tap: “Lo stop costa troppo”

Prima le pressioni del presidente Usa Trump con il premier Conte, poi l’ammissione del ministro del Sud, Barbara Lezzi: “Abbiamo le mani legate, lo stop ai lavori costa troppo”. E così arriva l’annuncio che il gasdotto tanto contestato dai Cinque Stelle, approderà a Melendugno, nel Salento.

 

Ottobre 2018

Bye bye vitalizi, la festa in piazza

Prima alla Camera, poi al Senato, i 5 Stelle hanno festeggiato il passaggio delle pensioni degli ex parlamentari al solo sistema contributivo. Una pioggia di ricorsi è già annunciata, ma per il Movimento resta una vittoria – soprattutto simbolica – contro gli odiosi privilegi della politica.

 

Ottobre 2018

La diossina nei fanghi e il limite che non c’era

Nel decreto Genova si introduce un limite per lo sversamento non solo di idrocarburi, ma anche di altre sostanze pericolose. Per il ministro Costa è una protezione anti-veleni, per gli ambientalisti è un via libera mascherato allo sversamento di diossine e Pcb negli scarichi civili.

 

Ottobre 2018

Il condono di Ischia sana gli ultimi 30 anni

Ancora nel pacchetto emergenze varato dopo il crollo del ponte Morandi, c’è il condono per le abitazioni abusive coinvolte nel terremoto di Ischia del 2017. La norma, però, sana tutte le 27 mila pendenze rimaste inevase dal ‘85 a oggi.

 

Ottobre 2018

Voto di scambio, verso pene più severe

Per ora è stata approvata solo dal Senato: la nuova legge sul voto di scambio politico-mafioso stabilisce una condanna minima di 10 anni, che aumenta ulteriormente in caso di elezione. Lo stesso trattamento vale sia per chi riceve i voti, sia per chi li procura.

 

Ottobre 2018

Finanziamento ai partiti: la soglia dei 500 euro

È stato uno dei motivi di scontro più accesi con la Lega. Alla fine passa la linea grillina, che concede solo uno “sconto” sul lavoro volontario dei militanti: passa invece l’obbligo di pubblicazione per le donazioni sopra i 500 euro ricevute da partiti, fondazioni e comitati.

 

Ottobre 2018

La legittima difesa: l’emergenza che non c’è 

Anche qui siamo solo al primo passaggio: la legittima difesa approvata dal Senato deve ancora passare alla Camera, dove molti M5S sono contrari. È uno dei cavalli di battaglia (mediatica) della Lega: nella vita reale, per eccesso colposo, ci sono solo due processi l’anno.

 

Novembre 2018

Il decreto Sicurezza che produce irregolari

Il provvedimento bandiera di Matteo Salvini abolisce la protezione umanitaria, restringe il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, allunga i tempi di trattenimento negli ex Cie. In sostanza si aumenta il numero di migranti irregolari, che difficilmente potranno essere rimpatriati.

 

Novembre 2018

Le ville dei Casamonica e altri sgomberi

La ruspa è entrata in azione. E se ha buttato giù le ville abusive del clan laziale, ora rischia di lasciare senza un tetto anche chi non ha esattamente lo stesso tenore di vita: la circolare di Salvini sugli sgomberi usa il pugno di ferro sulle occupazioni, senza dare ai Comuni nessuno strumento per i ricollocamenti.

 

Novembre 2018

Le Olimpiadi e la riforma del Coni

Duro colpo a Malagò e al Coni: la riforma in manovra prevede la creazione di una nuova società (Sport e Salute spa), diretta da Palazzo Chigi, che gestirà il 90% dei fondi statali. In compenso via libera alle Olimpiadi 2026 di Milano-Cortina (senza Torino): in questi giorni il governo deve firmare il dossier di candidatura.

 

Novembre 2018

Bcc, sospesa la riforma Renzi del credito locale

Il governo Renzi ha cercato di imporre alle piccole banche di credito cooperativo di aderire a un’unica holding. Il governo Conte, con una serie di interventi, concede più tempo, esenta dall’obbligo gli istituti dell’Alto Adige e permette di non registrare nei bilanci l’impatto dello spread sui Btp.

 

Novembre 2018

I fondi per il reddito di cittadinanza

La legge di Bilancio ha stanziato 7,1 miliardi per il 2019, ancora manca il decreto legge che stabilirà le modalità di erogazione e gli impegni per i beneficiari. Un miliardo va alla riforma dei centri per l’impiego e all’assunzione di 4.000 persone che devono aiutare i disoccupati a riqualificarsi.

 

Dicembre 2018

Regalo alle partite Iva con bonus: il condono

Tassazione forfettaria al 15% per le partite Iva fino a 65.000 euro, sopra quella soglia al 20%; norma che incentiva il lavoro nero e crea squilibri rispetto al lavoro dipendente che rendono meno convenienti le assunzioni. Poi condono per contribuenti poveri, ma senza limiti (premiati evasori totali).

 

Dicembre 2018

Risarcimenti a tutti per le banche fallite

Aggirate le regole Ue che impongono di scaricare le crisi bancarie su azionisti e creditori: 525 milioni all’anno per tre anni per rimborsare tutti i titolari di azioni e obbligazioni delle banche fallite, senza bisogno di accertare il “misselling” (la vendita truffaldina).

 

Dicembre 2018

Decreto fiscale, niente sanatoria (né manette)

Partito come un condono tombale (con la dichiarazione integrativa), diventa soltanto una sanatoria per varie irregolarità formali e permette agevolazioni per chiudere alcuni contenziosi con il fisco. Ma con il condono (lo voleva la Lega) saltano anche le manette agli evasori (chieste dal M5S).

 

Dicembre 2018

I tagli alle pensioni d’oro (e medio alte)

Nella manovra vengono tagliate le pensioni d’oro per cinque anni: prelievi tra il 10 e il 40 per cento per chi prende oltre 90 mila euro l’anno. Viene anche prorogato il blocco degli adeguamenti all’inflazione per gli assegni sopra i 1.500 euro mensili, i tagli colpiscono soprattutto quegli medio-alti.

 

Dicembre 2018

Quota 100, una riforma Però la Fornero resta

Lega e M5S avevano promesso di cancellare la legge Fornero del 2011. Alla fine introducono, almeno per un anno,
il pensionamento anticipato per chi ha almeno 38 anni di contributi e 62 di età, circa 315mila persone (la metà nel pubblico): costo 4 miliardi. Ma il resto della Fornero rimane.

 

Dicembre 2018

Iva, il problema viene rinviato (e peggiorato)

Il governo Conte lascia salire il deficit per il 2019 così da evitare l’aumento dell’Iva per 12,5 miliardi (clausole di salvaguardia) lasciato in eredità dal governo Gentiloni. Ma poi, per trattare con l’Ue, introduce nuove clausole sul 2020 e 2021 per 19,2 e 196 miliardi di nuovi potenziali aumenti dell’Iva.

 

Dicembre 2018

Anticorruzione: Daspo e prescrizione dal 2020

L’hanno ribattezzata Spazzacorrotti: si inaspriscono le pene, si introducono il Daspo (l’interdizione per i condannati) e l’agente sotto copertura. Lo scontro con la Lega sulla prescrizione si è tradotto in un rinvio: il blocco dopo la sentenza di primo grado slitta al 2020.

 

Dicembre 2018

Appalti, meno gare e meno controlli

In attesa della annunciata riforma del codice degli appalti, il governo ha rivisto (con un emendamento alla manovra) le norme sugli obblighi di gara per fornire lavori e servizi alla pubblica amministrazione: affidamento diretto e niente certificato antimafia fino a 140.000 euro (da 50.000).

 

Dicembre 2018

La cacciata dal Tesoro di Roberto Garofoli

Il ministro Tria aveva confermato il capo di gabinetto del precedessore Padoan: Roberto Garofoli. Il premier Conte lo ha prima esautorato e poi ha chiesto a Tria le sue dimissioni dopo che sono emersi alcuni suoi conflitti di interesse (compravendite immobiliari e azienda editoriale di famiglia).

 

Dicembre 2018

Giravolta sugli F35: “Non si possono tagliare”

Erano il simbolo delle spese militari da tagliare. Invece, sugli F35 il Movimento ha cambiato idea: “Non possiamo rinunciare”, è la sintesi del sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. Dunque il programma va avanti, si taglierà solo il progetto di costruzione di un “Pentagono” italiano.

 

Dicembre 2018

Autonomia, il regalo ai governatori del Nord

Non ci sono ancora le leggi, ma le intese con Veneto, Lombardia e Emilia per l’autonomia sono arrivate in Cdm. Il M5S aspetta, la Lega spinge: per gestire le competenze ora in capo allo Stato, le Regioni del Nord potrebbero trattenere centinaia di milioni l’anno. Con buona pace dei territori più poveri.

 

Dicembre 2018

Taxi contro Ncc, vincoli ma 2 anni di quasi tregua

Dieci anni fa i tassisti hanno ottenuto una norma che costringe gli Ncc a tornare in rimessa dopo ogni corsa. Il vincolo è poi sempre stato rinviato, il governo prima prova a farlo scattare dal 2019 poi introduce nuovi vincoli ma concede un periodo transitorio di 2 anni. Tutti scontenti.

 

Dicembre 2018

Terzo Valico, Tav e altre grandi opere

Per la prima volta il governo introduce l’analisi costi-benefici per valutare gli investimenti nelle infrastrutture. Quando però l’analisi boccia il Terzo Valico dei Giovi (alta velocità ferroviaria Tortona-Novi Ligure-Genova) caro alla Lega, decide di procedere comunque. Si attende il verdetto sul Tav Torino-Lione.

 

A cura di Virginia Della Sala, Stefano Feltri, Lorenzo Vendemiale e Paola Zanca

“Sulla protezione umanitaria solo fake news dal Viminale”

“FakeFAQ”: così Arci definisce il documento di “domande e risposte” sull’applicazione del nuovo decreto Sicurezza pubblicato il 19 dicembre dal Viminale: “La sostanza dei documenti del Viminale – afferma Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci – è che ora accogliamo solo i rifugiati veri e che il decreto ha solo reso più efficiente il sistema. Ma non è vero per niente, è solo propaganda”. Nelle Faq, il Viminale sostiene che la protezione umanitaria “continui ad esistere ma viene ora concessa in presenza di ben definite circostanze, a differenza del passato laddove veniva riconosciuta sulla base della generica previsione di ‘seri motivi di carattere umanitario’ dai contorni indefiniti”. “Non è così – replica Miraglia -, il titolo di soggiorno per materia umanitaria è stato abrogato, punto”. Il Viminale prevede categorie specifiche: vittime di tratta, di violenza domestica o di grave sfruttamento lavorativo, chi versa in condizioni di salute di eccezionale gravità, rifugiati ambientali, chi compie atti di particolare valore civile e chi in patria rischia violenze e torture: Ormai – conclude Miraglia – si parte dal presupposto che chi chiede asilo sia colpevole e debba quindi dimostrare al contrario la sua innocenza”.

In mezzo al mare

La Sea Watch 3 è una nave di 645 tonnellate costruita nel 1973 e battente bandiera dell’Olanda. È della Ong tedesca Sea Watch e fa salvataggio e soccorso nel Mediterraneo. Il 22 dicembre del 2018, in acque Sar libiche, a 28 miglia nautiche dalla costa, ha recuperato un gruppo di 32 persone, tra cui alcuni minori, in fuga dall’Africa. Da allora, nonostante le comunicazioni con Italia, Malta, Germania e Olanda non hanno ancora ottenuto un porto di sbarco. Sono passati oltre dieci giorni.La Professor Albrecht Plenk è una nave di minore stazza (poco sopra le 300 tonnellate). Anche lei batte bandiera olandese ed è di proprietà di una Ong tedesca, la Sea Eye. Il 29 dicembre, nello stesso spazio non lontano dalle coste libiche (26 miglia nautiche circa della costa), ha recuperato 17 persone. Ha parlato con Roma, Malta, Brema, Tripoli. La Ong è anche in contatto con il ministero degli Esteri tedesco. Per ora non ha un porto di sbarco.

Sfuggiti ai libici, appesi all’Europa che non trova un porto di sbarco

La Professor Albrecht Plenck, la più piccola delle due navi che l’Europa non vuole, ieri pomeriggio era a circa cinque miglia nautiche a sud di Gozo, la seconda isola di Malta, al riparo dal vento e dal mare che vengono da nord. È stato il sesto giorno di navigazione per il cargo affittato dalla Ong tedesca Sea Eye di Ratisbona che il 29 dicembre ha soccorso in mare, a 28 miglia dalle coste della provincia libica di Sabrata, a ovest di Tripoli, 17 persone su un barchino: sedici uomini tra cui due diciassettenni non accompagnati e una donna di 24 anni, Mercy, nigeriana, che più di tutti ha avuto bisogno di cure; tre sudanesi, tre nigeriani, tre camerunensi, due ivoriani, due guineaiani, un maliano, un sierraleonese, quasi tutti sui vent’anni e un paio sopra i 40.

Qualche decina di miglia più a sud, a ridosso delle coste occidentali maltesi, c’è la Sea Watch 3 di Sea Watch, altra Ong tedesca, 50 metri di lunghezza contro i 38 dell’altra, con 32 naufraghi a bordo. Sono in mare dal 22 dicembre, ben tredici giorni, il salvataggio è stato nella stessa zona, a 26 miglia da Sabrata: ieri mattina hanno diffuso un filmato della nave sbatacchiata dalle onde che salivano sul ponte, mentre gli ospiti africani erano sotto coperta con tutto quello che significa per chi ha subito detenzioni anche lunghe in Libia. Questa mattina presto dovrebbero tentare un rifornimento in mare, ci sono rischi sanitari. “Non è facile spiegare che non c’è un porto sicuro”, raccontano da Sea Watch. Sulla nave hanno festeggiato Natale e Capodanno.

Un po’ di sollievo è arrivato ieri con la lettera di Luigi De Magistris al comandante, il sindaco di Napoli vuole aprire il porto. Il ministro degli interni Matteo Salvini ha ribadito che decide lui, in base alle regole fissate da Marco Minniti che hanno attribuito al Viminale competenze normalmente spettanti alle Capitanerie e quindi al ministero dei Trasporti: “Ogni sbarco – dice il capo della Lega – è un incentivo agli scafisti per continuare il loro sporchi traffici”. Chissà se entrassero in porto chi darebbe l’ordine di sparargli addosso e chi lo eseguirebbe…

La sorte dei 49 a bordo della Sea Watch 3 e della Professor Albrech Plenck è appesa al negoziato che la Commissione europea conduce con gli Stati membri. C’è la disponibilità della Germania, dell’Olanda e della Francia ad accogliere i migranti ma il porto non c’è ancora. Salvini fa la faccia feroce anche se in Italia non c’è nessuna emergenza, tra il 2017 e il 2018 siamo passati da 180 mila a 20 mila sbarchi, il calo era già vistoso con Minniti, la pressione dalla Libia è meno forte di prima e ad ogni modo, secondo i dati del Viminale, dal 22 dicembre sono entrate in Italia 165 persone, 359 dell’intero mese di dicembre, però “non se ne è parlato, il sospetto è che si stia alzando la voce perché c’entrano le Ong”, ha detto al Sole 24 Ore Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), agenzia Onu. Oltre all’Italia c’è Malta ed è lì che le Ong vogliono portare i 49. Un accordo sulle ricollocazioni sembra perfino banale, ma diversi accordi di questo tipo, in passato, non sono stati rispettati.

Non c’è dubbio che entrambi gli interventi di soccorso siano avvenuti nell’ampia zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) dichiarata dal traballante governo provvisorio di Tripoli, quello di Fayez al-Sarraj, precisamente a meno di 30 miglia dalle coste libiche, circa 130 da Lampedusa e circa 170/180 da Malta. Entrambe le navi si sono rivolte ai centri di coordinamento di Roma e La Valletta che hanno dichiarato la competenza libica. Così anche il centro tedesco di Brema, chiamato da Sea Eye: “Si sono limitati a dirci di seguire gli ordini dei libici” , ha raccontato Jan Ribbeck, capo della Missione di Sea Eye. Sea Watch dice di non aver avuto risposte dai libici, Sea Eye riferisce una risposta c’è stata. Sea Watch ha fatto sapere di aver contattato anche le autorità della Spagna, che proprio nei primi giorni di questa crisi avevano concesso alla nave Open Arms della Ong catalana Proactiva Open Arms di sbarcare con 300 migranti ad Algesiras ma a loro ha detto no. Ha contattato anche l’Olanda, di cui batte bandiera, e la Francia. Tutti no. Le Ong ad ogni modo si sono rifiutate di consegnare i naufraghi ai libici, del resto sono lì proprio perché non si fidano dei libici.

Il Segretariato generale dell’Onu ha più volte documentato torture e violenze non solo nei centri di detenzione “non ufficiali” ma anche sui migranti ripescati in mare dai guardacoste. La Commissione europea ha detto più volte che la Libia non è “un porto sicuro” ai sensi della Convenzioni internazionali. E la Sea Watch 3 è stata al centro di un episodio drammatico, nel novembre 2017, in cui persero la vita 50 persone perché un’imbarcazione militare libica e la nave della Ong si trovarono a intervenire contemporaneamente su un naufragio: il New York Times ha documentato che la motovedetta su cui i guardacoste prendevano a calci i naufraghi era una di quelle donate da Minniti a Tripoli. La questione è all’esame della Corte europea dei diritti umani. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione consiglia a Sea Watch e Sea Eye di ricorrere ai giudici di Strasburgo anche per il rifiuto prolungato di concedere un porto che si consuma in questi giorni, configurandolo come respingimento collettivo vietato.

Il Tg2 sta rubando il lavoro a Morisi

Stanno cadendo pure le barriere formali tra il Tg2 di Gennaro Sangiuliano e la propaganda di Salvini. La sfumatura tra i due generi è sempre più sottile: ormai il Capitano pubblica i servizi del telegiornale direttamente sui suoi canali social, proprio come se fossero pubblicità politica. Il problema è che il lavoro del “guru” Luca Morisi e della macchina da guerra salviniana (nella quale lavora il figlio di Marcello Foa, presidente della Rai) è già svolto in modo eccellente dal servizio pubblico. Anche ieri sera: sulle pagine di Salvini è comparso un breve slogan (“Amici dei clandestini, traditori degli italiani!”) accompagnato dal servizio integrale del Tg2 sul decreto sicurezza. Un video pieno di chicche: quando viene citato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, subito dopo compaiono le immagini dei cassonetti stracolmi di immondizia. Con il giornalista che sottolinea: “La polemica nasce con la città in piena emergenza rifiuti” (e quindi?). Le ragioni di Orlando sono poi smontate con un’acuta disamina giuridica: “In Italia vige il principio della gerarchia delle fonti normative. Un potere di rango inferiore non ha il potere di derogare ad una legge dello Stato”. Il resto è un copincolla lungo 46 secondi delle dichiarazioni di Salvini. Una perla che il Capitano ricicla su Facebook, Twitter e Instagram: Morisi riceve dal Tg2 e volentieri pubblica.

Stranieri e reddito: Di Maio deve decidersi

Luigi Di Maio è uno di solide certezze tranne che su un punto: il reddito di cittadinanza lo devono prendere anche gli stranieri? Secondo varie sentenze della Corte costituzionale sì e anche secondo le bozze del decreto legge che il Fatto

ha raccontato ieri: il sussidio spetta a 197.000 famiglie di stranieri in Italia, il requisito è un “permesso di soggiorno di lungo periodo” (costo: 1,2 miliardi). Di Maio ieri ha detto prima che il reddito di cittadinanza andrà soltanto “a coloro che sono cittadini italiani”. Poi un ulteriore cambio di linea: “L’obiettivo è darlo agli italiani e ai lungo soggiornanti che abbiano dato un grande contributo al nostro Paese. Non stiamo dunque parlando dei cinque anni che ci sono nella bozza del Decreto, che va cambiato. L’obiettivo è darlo agli italiani”. Nessuno sa cosa voglia dire. Forse che uno straniero ha diritto al reddito di cittadinanza solo se è un calciatore famoso o se salva una bambina dall’annegamento in mare?

La povertà assoluta che i Cinque Stelle vogliono combattere riguarda in modo drammatico gli immigrati. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta era al 5,1 per cento tra le famiglie di soli italiani mentre è al 29,2 per cento tra le famiglie con componenti stranieri, nel Mezzogiorno si tocca il 40 per cento. Non ci può essere vera integrazione con queste disuguaglianze.

È una scelta legittima quella di Di Maio di limitare il sussidio ai soli italiani: tra un paio d’anni la Corte costituzionale boccerà sicuramente il provvedimento e magari chi governerà allora dovrà farsi carico dei danni, ma le scelte politiche si fanno con un orizzonte di mesi, non di anni. Però il leader dei Cinque Stelle deve decidersi: se vuole davvero abolire la povertà, il reddito di cittdinanza deve andare soprattutto agli stranieri residenti. Anche se questo significa perdere qualche voto a favore di Salvini. Altrimenti la più importante delle misure promosse dai Cinque Stelle rischia di trasformarsi solo in un costosissimo spot elettorale.

“Il ministro non ha armi, la soluzione è solo politica”

I sindaci di Palermo e Napoli, ai quali se ne stanno accodando altri e l’Anci, hanno annunciato di non voler applicare l’articolo 13 del decreto sicurezza che prevede l’esclusione dei richiedenti asilo dal registro dell’anagrafe e – ne consegue – dai diritti legati alla residenza. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Gianluigi Pellegrino, esperto in diritto pubblico e amministrativo.

Professore, quali sono gli scenari possibili: il ministro dell’Interno cosa può fare per obbligare i sindaci a rispettare il decreto?

Siamo nel territorio del diritto amministrativo. E il ministro dell’Interno non ha legittimazione per ricorrere di volta in volta a un Tribunale amministrativo regionale. Salvini ha una sola possibilità di reagire: attivare i prefetti affinché diffidino i sindaci a non disattendere la legge.

E i prefetti possono obbligarli a rispettarla?

Ovviamente no.

E a quel punto il ministro cosa può fare?

Se i sindaci restano nella loro posizione, Salvini può alzare il tiro minacciando il commissariamento del comune. Per farlo deve evocare un suo grave malfunzionamento, ammesso che possa davvero essere evocato. Se Salvini lo facesse sarebbe evidentemente gravissimo perché la mancata violazione di una singola norma che riguarda singoli individui non può mai essere considerata come un mal funzionamento dell’intera amministrazione comunale. Sarebbe una dichiarazione di guerra senza precedenti. Mettiamola così: le sole armi che ha sono anche le più fragorose.

E quindi Salvini o dichiara guerra o tratta: non ci sono alternative?

Se i sindaci decidono di non applicare alcune norme del decreto siamo nell’ambito di un gesto di disobbedienza politica, che porta in sé un’istanza ovvia: la modifica della norma. La trattativa politica a mio avviso sarebbe il percorso più ovvio. Del resto i sindaci possono richiamare il discorso di capodanno del Presidente della Repubblica che ha invitato a maggiore solidarietà e coesione sociale.

Il ministro ha anche ventilato la revoca dei fondi legati al decreto per i sindaci disobbedienti.

Il taglio dei fondi sarebbe un modo illegale di rispondere a una presunta illegittimità. Un vero e proprio ricatto istituzionale. L’erogazione dei fondi è regolata dalla legge, non da Salvini. Il ministro non può rispondere a una ritenuta illegittimità con un’altra – questa volta sicura e più grave – illegalità.

Se dal campo amministrativo ci spostiamo a quello penale, invece, che succede: i sindaci possono essere accusati di aver commesso un reato?

La magistratura potrebbe intervenire nel caso ravvisasse, in questa disapplicazione del decreto lecce, gli estremi del reato di abuso d’ufficio. Ma anche in questo caso i margini sono molto ristretti. Il reato si realizza se il sindaco procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio o arreca ad altri un danno ingiusto. Quale sarebbe il danno per gli altri, con l’iscrizione del richiedente asilo all’anagrafe, e quale sarebbe il vantaggio ingiusto per il sindaco? La magistratura potrebbe immaginare di configurare una sorta di profitto politico, per il primo cittadino che non applica il decreto, ma è evidente che saremmo di fronte a figure estreme dell’ipotesi di reato.

Il ricorso alla Corte Costituzionale?

Nel nostro sistema non può essere diretto essendo poco configurabile un conflitto di attribuzione. Quindi alla Corte se mai potrebbero giungere le cause eventualmente avanzate negli altri comuni dai migranti ai quali viene negato il diritto all’iscrizione nel registro dell’anagrafe. Oppure possono rivolgersi alla Corte sempre in via incidentale i sindaci che si trovino a processo per l’eventuale abuso d’ufficio. Potrebbe ripetersi lo schema del suicidio assistito: i sindaci nel difendersi dall’abuso d’ufficio potrebbero riprodurre lo stesso schema logico giuridico. Resta il fatto che i tempi della Consulta sono lunghi. Il che ancora una volta impone a Salvini di risolvere il nodo autenticamene politico che la sua norma sta provocando.

In sintesi: lo scontro è politico ed è giusto che rimanga confinato nell’ambito politico.

Ritengo sia la strada più logica. Di fronte a una disobbedienza diffusa, il governo dovrà prendere atto della situazione, tenerne conto e modificare le norme con una trattativa. E anche per la magistratura sarebbe complicato ipotizzare un abuso d’ufficio esteso a una moltitudine di sindaci. Se invece la disobbedienza resta confinata a pochi comuni, la magistratura valuterà l’esistenza di profili penali e il governo deciderà se e come trattare.

Si torna così al punto di partenza: posto che l’iter per giungere a una decisione della Consulta richiede anni e che, dal punto di vista amministrativo, Salvini può solo dichiarare guerra minacciando il commissariamento dei comuni ribelli, non resta che trattare una modifica della norma?

A mio avviso è l’unica vera strada percorribile.

La disobbedienza una volta piaceva anche al “capitano”

Sono almeno tre le occasioni in cui, in passato, Matteo Salvini aveva esaltato la disobbedienza civile degli amministratori locali. In principio, il 15 dicembre 2013, fu l’allora Padania: “Siamo pronti a disubbidire – tuonò dal palco di Torino – abbiamo migliaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione”. Poi arrivarono i rifugiati e nel 2016 applaudì l’allora sindaco leghista di Bondeno (Ferrara) che aveva fatto cancellare dall’albo pretorio del comune l’avviso della Prefettura per sondare la disponibilità di alloggi privati da destinare all’accoglienza di rifugiati internazionali. Poi, qualche mese dopo, fu il turno degli omosessuali e il futuro vicepremier invitò i sindaci leghisti a non celebrare le Unioni civili: “Sindaci della Lega disobbedite. La Cirinnà è una legge sbagliata, anticamera delle adozioni gay”. La motivazione? “A questo punto perché limitarti al matrimonio tra due persone, facciamo anche quattro o cinque”. E quando la sindaca leghista di Oderzo, Treviso, unì civilmente due uomini il capitano minacciò di espellerla: “Se si è prestata a questo giochino, sicuramente ha poco a che fare con la Lega”. La sindaca aveva applicato la legge.