La legge che crea cittadini “fantasma”

“I sindaci erano già consapevoli che applicare quelle norme avrebbe significato far diventare formalmente invisibili persone che sui territori vivono e che torneranno a rivolgersi ai Comuni”. Parola di Matteo Biffoni, sindaco Pd di Prato, delegato Anci per l’Immigrazione e l’integrazione. Insomma, la contrarietà dei sindaci al decreto voluto da Salvini sull’immigrazione era prevedibile e i primi cittadini hanno spesso difficoltà oggettive nell’applicarlo. Secondo i “ribelli”, la norma avrebbe profili di incostituzionalità in alcuni articoli e il giro di vite sull’accoglienza potrebbe rendere vulnerabili i territori: “L’Anci, su richiesta della propria Commissione Immigrazione, composta da sindaci di ogni colore politico – prosegue Biffoni – aveva già segnalato i punti critici del Decreto e aveva proposto soluzioni”.

Ecco i principali punti contestati:

La cancellazione della residenza anagrafica

La residenza dà diritto ad accedere a tutti i servizi del Comune. L’assenza di iscrizione all’anagrafe potrebbe quindi avere l’effetto di rendere più difficile l’accesso all’assistenza sanitaria pubblica. Come anche impedire la libera circolazione delle persone e la difficoltà a trovare un lavoro regolare.

Abolizione del permesso di soggiorno umanitario

Cancellando la protezione umanitaria potrebbero aumentare i clandestini che, in assenza di rimpatri, andrebbero con ogni probabilità a ingrossare le fila del lavoro nero e delle occupazioni abusive, con conseguente abbandono dei percorsi di integrazione. L’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) stima che entro il 2020 potrebbero esserci oltre 600 mila irregolari.

La protezione richiedenti asilo (Sprar) al tappeto

La legge ridimensiona ulteriormente gli Sprar, con il rischio di ridurre gli standard di accoglienza e i contributi ai progetti di integrazione, con conseguente omologazione ai servizi dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria), una via di mezzo tra prima e seconda accoglienza e considerati fonte di insicurezza nelle città.

Dall’Associazione dei Comuni è giunta una richiesta di incontro con il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini ed entro gennaio si riunirà la Commissione Immigrazione per chiedere di correggere alcune sue parti. “Ribadiamo la richiesta di un incontro urgente con il ministro dell’Interno per trovare correttivi coerenti – conclude Biffoni – con la difesa dei diritti di tutti, senza discriminazioni, nel rispetto della Carta Costituzionale

Conte invita a Palazzo i sindaci anti-Salvini: “Dialogo tecnico”

Il decreto sicurezza divide ancora: i sindaci contro Salvini, Salvini contro i sindaci, Di Maio che difende Salvini, i sindaci di centrodestra che attaccano quelli di centrosinistra. E poi divide il governo. In mezzo ci finisce il presidente del Consiglio: Giuseppe Conte interviene con una velina, firmata Palazzo Chigi, che da una parte difende il leghista (“È inaccettabile non applicare una legge dello Stato”), dall’altra vorrebbe riaprire il confronto su un testo sempre più discusso (“Ben venga la richiesta dei sindaci di un incontro con il governo, al quale il premier è disposto a partecipare insieme al ministro dell’Interno”). Piccolo problema: dopo poche ore Conte viene smentito dal diretto interessato. Salvini non ha nessuna intenzione di tornare sulla sua legge: “Con tutta la buona volontà – scandisce su Radio Uno – il decreto sicurezza lo abbiamo già discusso, limato per tre mesi e migliorato”. Il tentativo di mediazione del capo del governo pare già fallito: per il “capitano” la bandierina sulla sicurezza è intoccabile. Il corto circuito comunicativo tra Palazzo Chigi e Viminale però resta sotto gli occhi di tutti.

L’intervento serale di Salvini è l’ultimo atto di una giornata complicata, durante la quale la faglia con i sindaci sul decreto sicurezza diventa un fossato. A preoccupare chi governa le città sono soprattutto alcuni passaggi dell’articolo 13 del decreto. Quelli che stabiliscono: “Il permesso di soggiorno non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica”. Una norma che rischia di escludere gli stranieri, anche regolari, da una serie di servizi pubblici (senza la residenza, per fare un esempio, diventa difficile anche iscrivere i propri figli a scuola). Il Viminale smentisce: “La misura non riduce le tutele del richiedente asilo perché l’accesso ai servizi è assicurato dal luogo di domicilio”.

In ogni caso, alla battaglia contro il decreto Salvini si arruolano uno dopo l’altro i sindaci di diverse città importanti (tutte guidate dal centrosinistra): dopo Palermo e Napoli (Leoluca Orlando e Luigi De Magistris), anche Firenze (Dario Nardella), Bergamo (Giorgio Gori), Bari (Antonio Decaro) e soprattutto Milano (Beppe Sala). Minacciano, a vario titolo, di non applicare la legge in questione, di promuovere un ricorso che alla fine porti il testo di fronte alla Corte costituzionale e infine di esser pronti a restituire le proprie fasce tricolori.

Attraverso Decaro scende in campo anche l’Anci, l’associazione che riunisce i comuni italiani: “Da sindaco e da presidente – dichiara il primo cittadino barese – faccio notare che le nuove norme mettono noi sindaci in una oggettiva difficoltà”. Contro di lui, Salvini schiera gli amministratori “pro decreto”, che in una lettera pubblica chiedono di non strumentalizzare il ruolo dell’Anci. Il “contro testo” è firmato dai primi cittadini di una trentina di giunte di centrodestra (da L’Aquila a Terni, a Vicenza, Verona e Treviso): la legge c’entra poco, la contesa ormai è tutta politica.

Salvini nasconde a fatica il malumore. È costretto ancora a difendere la sua creatura, un risultato che considera già acquisito, il principale obiettivo centrato dalla Lega al governo. Ci si deve dedicare tutto il giorno. Nel corso dell’ennesima diretta Facebook (da una baita, con un bombardino in mano e la figlia piccola a fianco) mostra un sorriso tirato: “Se c’è qualche sindaco che non è d’accordo si dimetta. Orlando e De Magistris, dimettetevi. O rispettate la firma di Sergio Mattarella sulla legge”.

È chiaro che questo dibattito non gli fa piacere. Già poche settimana fa si era preoccupato di inviare una lettera ai prefetti per spiegare il testo ed evitare che venisse applicato in modo troppo intransigente, specie sulle espulsioni dai centri d’accoglienza.

Ora pubblica sul sito del Viminale alcuni approfondimenti sul decreto per smontare le critiche. E attacca i “disobbedienti”: “L’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo è un problema per gli uffici dei piccoli comuni. L’Anci aveva sollecitato una semplificazione nel 2017. Decaro era già presidente”. Il leghista non è solo: lo difende l’altro dioscuro, Luigi Di Maio. “La protesta – dice – è solo uno spot elettorale. Questi sindaci si sentono di sinistra facendo un po’ di rumore”.

17 anni dopo

Ve l’immaginate Luttazzi nella Rai del 2018? Anzi, meglio: ve l’immaginate Luttazzi nell’Italia del 2018? Carlo Freccero, ex-neo-direttore di Rai2, annuncia il suo ritorno nel cosiddetto “servizio pubblico”, che non è più tale almeno dal 2002, anno dell’editto bulgaro berlusconiano. Non so se Luttazzi accoglierà il contro-editto né, soprattutto, se si realizzeranno le condizioni per renderlo praticabile. Ma, ora che la sfida è stata lanciata, è certo che il nuovo “caso Luttazzi” diventerà la cartina al tornasole di tante cose: non solo del “cambiamento” al governo, in politica e alla Rai, ma anche del livello di cultura, libertà e democrazia sostenibile in quest’Italia. Conosco quel genio di Daniele dal 13 marzo 2001. Aveva letto L’odore dei soldi, mio e di Elio Veltri, sulle origini delle fortune di B. e i suoi rapporti con la mafia: tabù assoluto anche per la stampa e la tv dell’epoca, molto più libere delle attuali. E decise di invitarmi a parlarne nel suo talk lettermaniano Satyricon. Mi fece chiamare dal casting e accettai. Il programma, sempre nell’occhio del ciclone ma difeso strenuamente da Freccero e dal presidente Rai Zaccaria, veniva registrato il martedì e trasmesso in differita il mercoledì.

Registrammo quella mezz’ora senza rete, improvvisando tutto: Luttazzi lo vidi per la prima volta in studio, davanti al pubblico e alle telecamere accese, senza sapere cosa mi avrebbe domandato e fino a dove si sarebbe spinto. Si spinse fino al limite massimo, parlando addirittura delle indagini sull’ipotesi che B. e Dell’Utri fossero fra i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1992-‘93. Freccero, che aveva dato carta bianca a Luttazzi nel contratto, era nel backstage. Alla fine mi disse: “Sei stato bravissimo. Dopo le elezioni ti offrirei un programma, se avessi ancora una rete”. Al voto mancavano 40 giorni, ma già si sapeva che avrebbe stravinto B. Il quale, l’indomani, poco prima della messa in onda, chiamò Carlo: qualcuno l’aveva informato del contenuto dell’intervista e gli chiese di non mandarla in onda, promettendo eterna gratitudine per il dopo. Freccero declinò e mise giù. La puntata andò in onda e fu una bomba. B. scese da Arcore a Roma e riunì il consiglio di guerra: Bossi, Casini, Letta, Bonaiuti, Buttiglione, Pisanu, Scajola e Tremonti. Passò la proposta Casini: la Casa delle Libertà (si chiamava così) avrebbe disertato tutti i programmi Rai (due giorni, non di più). Intanto chiese le dimissioni di tutto il Cda. Cossiga parlò di “crimine politico”. Il Foglio di Ferrara e il Giornale di Belpietro si associarono alla richiesta di cacciare Luttazzi e i vertici Rai.

Il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Mario Petrina, ospite di Emilio Fede al Tg4, si scagliò contro Luttazzi e il sottoscritto, denunciando il primo per “esercizio abusivo della professione giornalistica” e avviando per il secondo un procedimento disciplinare per lesa “deontologia”. Anche da sinistra si sparò a zero. Rutelli, candidato premier, parlò di “uso di una trasmissione per fare propaganda politica”. D’Alema (e Fede, all’unisono) disse che “Satyricon è un boomerang per la sinistra”. Sul Corriere, Paolo Franchi sostenne che quella di Luttazzi “non è satira”. B., Tremonti, Fininvest, Mediaset e FI avviano otto cause civili contro il sottoscritto e quattro a testa contro Veltri, Freccero e Luttazzi per 70 miliardi di lire (tutte poi perse). Luttazzi, minacciato anche privatamente, girò per mesi sotto scorta, con la polizia fuori dai teatri durante i suoi spettacoli. Almeno i pochi teatri che non gli negavano il palco. Satyricon intanto venne chiuso, prim’ancora dell’editto bulgaro di B. (18 aprile 2002) contro Biagi, Santoro e Luttazzi. Per non riaprire mai più.

Nel 2007 Daniele riparte con Decameron da La7, che raddoppia gli ascolti. Ma l’Ad Campo Dall’Orto chiude il programma per una battuta su Ferrara alla quarta puntata, così evita la quinta su Ratzinger e la pedofilia nel clero. In tv Luttazzi non si rivedrà mai più (a parte la serata-evento di Santoro Raiperunanotte, su un network di emittenti private). Vive fra l’Italia e la Spagna scrivendo libri che non pubblica, show e programmi che non interpreta. Si tiene in allenamento, in attesa di tornare con un suo programma davvero libero. È quel che Freccero, tornato a dirigere una rete dopo 17 anni di quarantena, gli propone. Ma intanto la tv è cambiata, in peggio. Ciò che era normale, in un naturale inseguimento fra satira e censura, negli anni 80 con Fo, Rame e Grillo, nei 90 con i fratelli Guzzanti, Dandini, Reggiani, Leone, Loche, Paolo Rossi, Chiambretti, Hendel, Luttazzi e tanti altri, oggi è impensabile. Resiste Crozza, scivolato però dalla Rai a La7 al Nove, e poco altro (come il lieto remake della Tv delle ragazze). Tant’è che, quando l’Isis ha fatto conoscere Charlie Hebdo anche agli italiani, pure chi diceva “Je suis Charlie” sotto sotto si domandava: “Ma davvero in Francia si può pubblicare quella roba?”. Non siamo più abituati all’idea. Se Luttazzi tornasse in Rai, se non solo Freccero e Salini ma anche i partiti giallo-verdi (bersagli designati delle sue nuove stilettate) gli dessero carta bianca, che pubblico troverebbe? O meglio: troverebbe un pubblico? Due mesi fa, a Malcom Pagani di Vanity Fair, Corrado Guzzanti ha detto: “Oggi puoi essere liberissimo, ma al tempo stesso ci sono molte meno trasmissioni satiriche e non perché qualche grigio burocrate le impedisca, ma perché… tranne rare eccezioni alla Crozza che ha un suo programma, gli altri vanno errabondi in talk show seri in cui c’è il momento zoologico. Parla il matto, tutti ridono istericamente e poi il conduttore dice ‘grazie, adesso torniamo alle cose serie’…”. Ecco: dobbiamo riabituarci a pensare che la satira è la cosa più seria che esista.

“Misure urgenti per i librai altrimenti chiudiamo tutti”

“Abbiamo bisogno con urgenza di tutele rispetto a un mondo, quello dell’editoria, che ha fatto pagare a noi le proprie scelte aziendali”. Parola di Paolo Ambrosini, presidente dell’Associazione italiana Librai. Molti sono stati gli incontri politico-istituzionali per provare a salvare un “patrimonio”: “Le librerie dovrebbero tornare a essere un punto di riferimento per ogni quartiere, un luogo di aggregazione sociale prima ancora che culturale. E invece quelle che non appartengono ai grandi marchi editoriali stanno morendo”.

Ambrosini, non starà esagerando?

Prenda la storica libreria scientifica Pisanti, nella cittadella universitaria di Napoli: le saracinesche si sono abbassate, ufficialmente per ristrutturazione (ma c’è chi parla di una futura riapertura come ristorante, ndr). Ed è solo l’ultima di una lunga serie: pensi a tutte quelle che si sono dovute trasferire in periferia perché i grandi marchi hanno aperto nei centri storici.

Avete incontrato alcuni rappresentanti di governo e parlamento. Cosa avete chiesto?

Siamo stati da Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera, e da Vito Crimi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria. Abbiamo avanzato due proposte di emendamenti urgenti alla Legge Levi (che disciplina la vendita di libri, ndr). La prima riguarda la limitazione del cross merceologico al 15%.

Cosa significa?

Quando lei compra un libro online, le viene proposto uno sconto del 15% su quel libro ma anche un ulteriore buono per l’acquisto di un altro prodotto. Che può essere un detersivo o qualsiasi altra merce. Questo ha messo fuori mercato le librerie, che non vendono detersivi. Quindi chiediamo che non vengano applicate altre offerte rispetto a quel 15%, così come previsto dalla legge Levi.

E il secondo emendamento proposto?

Riguarda l’editoria scolastica. Oggi noi guadagniamo il 15,50% su ogni libro venduto. Venticinque anni fa erano dieci punti percentuali in più. Le ricordo che il prezzo dei libri lo stabilisce l’editore, non il libraio. Vorremmo che l’aggio ritornasse al 20 per cento.

Ma la scolastica è già quella che vi fa guadagnare di più…

Non da quando abbiamo la concorrenza di Amazon o delle altre piattaforme. Le spiego come funziona: le famiglie vengono a prenotare i libri scolastici e nella mia e in molte altre librerie non versano acconto. Io raccolgo un certo numero di ordini e poi vado materialmente in automobile presso il magazzino di distribuzione. Anticipo il denaro per l’acquisto (oltre ad averci messo la benzina e il pedaggio autostradale), ma non sempre porto a casa tutti gli ordini, perché magari qualche volume non è arrivato. Per cui passa il tempo, devo anche ritornarci… E se il cliente nel frattempo ha trovato su Internet ciò di cui aveva bisogno? Io non posso annullare l’ordine, lo pago lo stesso. Ma non solo.

Che altro?

Le famiglie che vengono in libreria per i testi scolastici spesso si fermano a curiosare, i bambini chiedono di poter prendere anche la narrativa. È un incentivo all’acquisto. Però, poi, mi faccia dire: c’è un problema di fondo che non viene mai fuori.

Quale?

Su Amazon deve cercare un titolo specifico, oppure le vengono proposti libri da un algoritmo. Quando entra in libreria e non sa cosa scegliere, entra in gioco la professionalità del libraio, la sua sensibilità, la capacità di comprendere le esigenze del cliente.

Il prossimo 21 gennaio è in programma un tavolo con tutti gli attori della filiera. Cosa chiederete?

Gli editori si sono già detti disponibili a una revisione delle promozioni, ma per esempio non hanno mai accettato di darci i libri in conto-vendita. Oltre agli emendamenti, al ministro chiederemo comunque una revisione totale della legge Levi. Se continuano a chiudere le librerie, poi non ci lamentiamo di avere un popolo di non lettori.

Caso Khashoggi: stop a “Patriot Act”

Il gigante si è piegato: in seguito a una diretta richiesta delle autorità di Riad, Netflix ha deciso di rimuovere dalla sua piattaforma destinata al pubblico dell’Arabia Saudita un episodio di uno show Tv in cui vengono formulate critiche al regno saudita e al principe ereditario riguardo alla vicenda del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita ad Istanbul il 2 ottobre scorso. Si tratta del secondo episodio della serie Patriot Act con Hasan Minhaj, che a detta delle autorità saudite viola la legge contro i crimini informatici. “Hanno cambiato così tante versioni che l’unica che non hanno detto è che Khashoggi è morto in un incidente di arrampicata su roccia in solitaria”, scherza Minhaj nello show incriminato, in cui critica anche il coinvolgimento dell’Arabia Saudita nella guerra in corso in Yemen.

True Detective 3, si stava meglio quando loro stavano peggio

Non c’è due senza tre, e vale anche per le serie antologiche. Molti avrebbero scommesso su una terza stagione dopo la prima dirompente del 2014, quasi nessuno avrebbe detto dopo la seconda deludente del 2015, nondimeno è True Detective 3, da lunedì 14 gennaio su Sky Atlantic e Sky On Demand alle 21.15 in versione originale sottotitolata (e in contemporanea con gli USA dalle 3.00 della notte tra il 13 e il 14 gennaio), e dal 21 gennaio in italiano, tutti i lunedì dalle 21.15. Showrunner, sceneggiatore – eccetto per il quarto degli otto episodi scritto da David Milch – in solitaria e per la prima volta anche regista, il demiurgo Nic Pizzolatto torna a ibridare indagine poliziesca e rovelli dei poliziotti, cercando mutatis mutandis di riafferrare le atmosfere febbricitanti, gli sfalsamenti temporali e gli intorcinamenti esistenziali che fecero del primo True Detective l’antesignano di una nuova era per il crime drama. Se del quartetto della seconda stagione, Colin Farrell, Vince Vaughn, Rachel McAdams e Taylor Kitsch, non v’è più memoria, gli originari Matthew McConaughey e Woody Harrelson si sono stampigliati sull’immaginario collettivo: per McConaughey il detective Rust Cohle significò mollare il ruolino del vitellone texano e perfezionare l’inversione a U avviata nel 2013 con il cowboy malato di Aids di Dallas Buyers Club, per cui ebbe l’Oscar e una pletora di riconoscimenti. Lo stesso si aspetta Mahershala Ali, primus inter pares della terza stagione: viene dall’Academy Award per Moonlight, s’è fatto apprezzare quale Remy Danton in House of Cards, e per ottenere il ruolo di protagonista ha lavorato ai fianchi Pizzolatto, inizialmente incline a concedergli un ruolo da comprimario e ad assegnare il detective Wayne Hays a un attore bianco.

Vuoi per un parente poliziotto back in the days da poter vantare, vuoi per lo Zeitgeist socioantropologico, vuoi per la bravura, l’afroamericano Ali ha avuto la parte: quasi canuto, la pistola e il distintivo riconsegnati ormai da tempo, la memoria che gioca brutti scherzi – “Quello che non ricordi, non sai che non lo ricordi”, viene apostrofato – e il passato che non passa tuttavia, il suo ex detective Hays è invitato dalla producer di un documentario true-crime a tornare su un caso irrisolto di 35 anni prima. È il 1980, una settimana dopo Halloween, quando sull’altopiano di Ozark, Arkansas, i piccoli fratello e sorella Will e Julie Purcell scompaiono senza lasciare traccia: Hays e l’investigatore Roland West (Stephen Dorff) vengono incaricati delle indagini, senza troppa fortuna, finché a dieci anni di distanza un colpo di scena getta una luce ancor più inquietante sulla vicenda.

Nel cast Carmen Ejogo, ovvero l’insegnante e scrittrice Amelia Reardon di cui Hays si innamora, True Detective 3, di cui abbiamo visto i primi cinque episodi, va considerato qualitativamente il medio proporzionale tra la prima stagione e la seconda: la regia è solida e svelta, ma senza picchi (si fa apprezzare una sparatoria, e poco più); Ali è compreso e devoto, ma se di lui ti colpisce sopra tutto il trucco effetto invecchiamento qualche domanda devi portela; la storia, pur variegata dall’altalena temporale, è un po’ piatta, le manca il voltaggio allucinato della prima stagione, le difetta una buona dose di mistero e sporcizia, sicché pare quasi scritta e recitata in sordina.

Insomma, si stava serialmente meglio quando i protagonisti stavano seriamente peggio: vi ricordate gli omini che Rust Cohle traeva dalle lattine di birra? Ecco Wayne Hays.

Bella e cattiva: anche i Narcos hanno il #MeToo

Anche le donne trafficano droga. E in epoca di #MeToo non poteva mancare anche l’esemplare narcotrafficante, donna di potere, a capo di uno dei più importanti cartelli messicani. Più che quota rosa, quota bianca, Netflix porta sul piccolo-grande schermo la storia di Sandra Ávila Beltrán, anche detta la “Regina del Pacifico” e protagonista di Narcos: Messico, in streaming da novembre (già confermata la seconda stagione). Nella nuova serie – che narra la guerra del narcotraffico messicano, dopo quello colombiano della sorella maggiore Narcos – Sandra, che per motivi di copyright porta il nome di Isabella Bautista, gestisce le grandi trame di relazioni tra narcos e potere politico. Unica donna in un mondo (anche questo, sì) di tutti uomini, cresciuta secondo i codici di un universo gestito e controllato da machi latini, quelli duri, spietati, la “Reina” crea la sua propria storia.

Sola nota positiva, quest’ultima, Isabella (attenzione spoiler) diventerà una leggenda. Eppure, neanche a lei viene risparmiata la violenza machista. “Portatela in Colombia, ai colombiani piace il culo rotondo”, arrivano a dire di lei i “colleghi” trafficanti nella serie. “Il suo personaggio – spiega Teresa Ruiz, l’attrice di Oaxaca che la interpreta – è continuamente umiliato e vessato solo perché donna”. I tempi in cui Sandra è vissuta e la serie è ambientata – è vero – non erano dei migliori, e in Sudamerica neanche tanto illuminati. Siamo alla fine degli anni 70 inizio anni 80, nella provincia di Guadalajara, a pochi chilometri dal luogo in cui quasi quarant’anni dopo si muore o si sparisce, come i 43 studenti ancora desaparecidos da quattro anni. La nipote di Félix Gallardo, a sua volta pioniere del narcotraffico, colui che riesce a unificare i vari clan e a farne un imperio, Isabella è la prima donna che riesce a tenere testa anche all’agente della Dea, nella fiction Kiki Camarena.

“Non possiamo dimenticare che non si tratta di un’eroina”, ricorda in un’intervista l’attrice volto della Regina. “Stiamo parlando di una criminale, che come molte donne del suo rango in quegli anni in Messico aveva pelo sullo stomaco, non aveva inibizioni né scrupoli”. Netflix dunque spariglia un po’ le carte. Se va data voce alle donne, vanno raccontate anche le figure meno eroiche, l’altro lato della medaglia del #MeToo. Nota anche come “madame cocaina”, infatti, Sandra, quella reale, era conosciuta per saper “usare le tipiche tattiche intimidatorie delle organizzazioni messicane” e attraverso queste fare carriera, diventando uno dei principali operatori finanziari del cartello di Sinaloa. Quello di Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, detto “El Chapo”, per intenderci, il più grande narcotrafficante ancora in vita, proprio in questi giorni a giudizio a New York. Bella, affascinante e carismatica, Sandra/Isabella, arrestata in Messico nel 2007 per riciclaggio di denaro dopo la confisca di 14 conti bancari, 225 proprietà immobiliari, 6 auto di lusso e 180 gioielli e rilasciata nel 2014, è stata anche la compagna di Ismael Zambada Garcia, alias “El Mayo”, potente capo del cartello di Sinaloa e supertestimone nel processo di Guzmán.

A tradirla, nel 2001, fu la sua denuncia alla polizia del rapimento del figlio adolescente per cui le venne chiesto un riscatto di 5 milioni di euro. Quell’episodio insospettì le forze dell’ordine. Ma ci vollero quattro anni e mezzo e 31 uomini dell’Fbi per prenderla. “Madame coca”, infatti, rimasta vedova ben due volte di due comandanti di polizia implicati nel traffico di droga tra Colombia, Messico e Usa, prima dell’arresto amava Juan Diego Espinosa Ramirez, detto “The Tiger”, narco colombiano, catturato con lei il 28 settembre 2007 a Città del Messico. Ma non è tutto.

Nel 2012 gli Stati Uniti ne chiedono e ottengono l’estradizione. Vogliono a tutti i costi interrogare l’anello di congiunzione tra narco colombiano e messicano, lei. Anche se questa accusa nessuno è mai riuscito a dimostrarla. Nonostante i suoi crimini, tuttavia, “La Regina del Pacifico”, fissata, pare per la chirurgia plastica, ha ispirato nel tempo già un altro film omonimo vietato sul grande schermo, nonché un romanzo dello scrittore spagnolo Arturo Perez Reverte, la “Regina del Sud” e il gruppo messicano Los Tucanes de Tijuana che per lei ha scritto “Festa sulla montagna”.

La Supercoppa è italiana, le regole allo stadio “saudite”

La Supercoppa italiana di calcio si giocherà con le regole saudite. Non in campo, dove i falli, i gol e il fuorigioco resteranno gli stessi della Serie A, ma in tribuna, dove la Lega Calcio ha previsto di vendere i biglietti adattandosi alla perfezione ai criteri culturali dell’Arabia Saudita, il Paese che il 16 gennaio ospiterà – con una certa generosità, visti i 7 milioni sborsati – la sfida tra Milan e Juventus. E allora ecco regole inusuali per il nostro calcio, come spiega la stessa Lega nel comunicato che annuncia la vendita dei biglietti per la partita: “I settori indicati come ‘singles’ sono riservati agli uomini, i settori indicati come ‘families’ sono misti per uomini e donne”. Insomma, se un uomo vuole seguire l’incontro con la propria moglie, con la fidanzata o magari con la figlia, deve emigrare su un settore ad hoc, perché una bella fetta di stadio è riservata ai maschi e lì le donne non possono mettere piede. Colpa dell’intransigenza locale e degli affari a cui la Lega non può rinunciare. D’altra parte, nei mesi scorsi, in molti – tra cui l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti della tv pubblica, che trasmetterà la partita – si erano lamentati della scelta di trasferirsi in Arabia, ricordando anche l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, assassinato mentre si trovava nel consolato saudita a Istanbul. Il silenzio di allora della Lega fa il paio con il comunicato di ieri. Certificando una volta di più chi comanda davvero sulla Supercoppa italiana.

L’ultimo discorso dell’Imperatore che portò la pace

Il suo è stato il regno della “pace realizzata”, dopo quello della “pace illuminata”, in realtà segnato da una guerra oscura, del padre Hirohito. Per il Giappone, l’era Hesei è di fatto terminata ieri, con l’ultimo discorso pubblico del Nuovo Anno dell’imperatore Akihito. Il nome della nuova era sarà ufficiale solo il primo aprile: essa inizierà il primo maggio, quando ad Akihito succederà sul trono del Crisantemo il figlio primogenito Naruhito.

A quattro mesi da un’abdicazione annunciata e programmata, per il timore di non potere più adempiere alle sue funzioni per l’età avanzata – ha 85 anni – e la salute declinante, il tenno, cioè il sovrano, ha rinnovato al popolo i suoi auspici di pace.

Sarà il governo a svelare il nome della nuova era, che è il periodo di regno dell’imperatore. Le ere del Giappone, o gengo, scandiscono la storia del Sol Levante in periodi di tempo universalmente riconosciuti e costituiscono un elemento importante nella storiografia nipponica.

L’abdicazione di Akihito, l’insediamento di Naruhito e il passaggio da un’era all’altra sono eventi importanti dal punto di vista politico, anche se non costituiranno un fattore di discontinuità per il governo del premier Shinzo Abe, in carica dal 2012, che, oggi, fornirà alcuni nuovi dettagli procedurali.

L’abdicazione di Akihito è, infatti, la prima in quasi 200 anni da parte di un imperatore regnante: lo stesso Akihito aveva espresso il desiderio di lasciare il trono in un discorso a metà 2017, ma c’è voluta una legge speciale per rendere l’abdicazione, che non era prevista nel regime legale della Casa imperiale, possibile.

A conti fatti, Akihito avrà regnato per oltre trent’anni: l’era Heisei cominciò infatti l’8 gennaio 1989, il giorno dopo la morte del monarca del periodo Showa, Hirohito, padre di Akihito: trent’anni in cui il Giappone è uscito da un relativo isolamento e confinamento ‘post –bellico’, divenendo un attore internazionale politico e non solo economico; e ora sta persino progettando di darsi di nuovo una dimensione militare non solo difensiva.

Per ascoltare il discorso di commiato del loro imperatore, il 125° del Giappone, l’ultimo regnante sulla Terra, circa 115mila persone si sono ritrovate nei giardini del Palazzo imperiale, al centro di Tokyo. È tradizione che, all’inizio dell’anno, l’imperatore, l’imperatrice Michiko e i loro figli con le loro famiglie incontrino i sudditi, sia pure al riparo dietro una vetrata a prova di proiettile.

“Simbolo del popolo” di fatto privato di ogni potere con la riforma costituzionale attuata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Akihito ha voluto visitare i Paesi che, nel conflitto, subirono violenze e soperchierie dai militari nipponici ed è sempre stato vicino alle vittime delle catastrofi che hanno segnato il Giappone, dai terremoti ricorrenti all’incidente alla centrale di Fukushima. Ai cittadini venuti a rendergli omaggio e ad augurargli una pensione serena e in buona salute, accanto alla moglie Michiko, Akihito non ha riservato testamenti politici o spirituali, ma ha molto insistito sulla pace. “Sono davvero felice di celebrare questo Nuovo Anno con voi sotto un cielo così blu e spero che il 2019 sarà un buon anno per la grande maggioranza di tutti voi… Prego per la pace e la felicità degli abitanti del nostro Paese e del Mondo intero … È un grande sollievo che l’era Heisei si concluda senza che vi siano stati conflitti in Giappone”.

Akihito non ha in programma altre sortite pubbliche prima della sua abdicazione. Di qui l’emozione e l’intensità di questa giornata: famiglie intere, studenti, lavoratori, c’era uno spaccato d’un Paese che, con Akihito, ha ritrovato qualche fiducia nella figura imperiale.

Il padre Hirohito, il cui regno è stato il più lungo nella storia del Giappone, 63 anni effettivi, 68 contando il periodo di reggenza, aveva implicato la Casa imperiale nelle scelte nazionaliste e militariste degli Anni Trenta, anche se gli storici non sono unanimi nell’attribuirgli responsabilità nella deriva del Giappone in quegli anni.

Akihito è stato il primo imperatore a salire al trono senza vantare prerogative divine. Suo figlio Naruhito, sposato a Masako Owada, padre di una bambina, si è finora dedicato ad attività benefiche e umanitarie, per non dare ombra né al governo né al padre, che ha talora sostituito, specie negli ultimi tempi, nelle funzioni imperiali. Il nome della sua era rivelerà certo elementi del suo programma e delle sue ambizioni, ma forse anche delle intenzioni governative.

I droni fanno vincere i talebani

Il nuovo anno in Afghanistan è cominciato come era finito il vecchio, ovvero con l’ennesima serie di attentati perpetrati dalle milizie talebane e dall’Isis. I talebani, a differenza dell’Isis che colpisce deliberatamente anche i civili, questa volta oltre a prendere di mira un presidio dell’esercito nazionale nella provincia meridionale di Kandahar, hanno tentato di colpire i consiglieri militari italiani dislocati in una base nella provincia occidentale di Herat. Noorullah Qadri, il comandante del 207esimo corpo militare Zafar, ha detto che due aggressori si sono infiltrati nelle forze di sicurezza dispiegate sul confine e hanno cercato di uccidere i nostri connazionali con un lancia razzi. Gli italiani sono usciti illesi: un aggressore è stato ucciso immediatamente l’altro è stato arrestato”.

Le forze italiane, costituite da 895 soldati, fanno parte della missione di supporto Resolute, guidata dalla NATO, incentrata sulla formazione, la consulenza e l’assistenza alle forze afghane in quattro province occidentali.

Nonostante il presidente Trump durante le feste natalizie avesse annunciato di voler far tornare in patria la metà dei 14.000 soldati americani rimasti in Afghanistan – dopo i ritiri ordinati negli anni scorsi dal predecessore Obama -, i talebani non hanno abbassato il tiro nei confronti delle forze di sicurezza nazionali e dei loro alleati sul campo. Ufficialmente tra questi ci sono soldati, ufficiali e consiglieri di alcune nazioni appartenenti alla Nato. Dietro le quinte agisce, come in tutte le guerre, anche un plotone di 007 delle potenze dell’area e mondiali, alcuni a fianco delle forze regolari altri degli oppositori armati.

Pochi giorni fa un kamikaze si è fatto esplodere uccidendo almeno otto civili americani, tra cui diversi agenti della CIA, in una base remota nel sud-est dell’Afghanistan. L’attacco contro la base operativa avanzata Chapman, nella provincia di Khost, è l’episodio più letale di cui sono stati vittime le spie americane in questi 17 anni di guerra. Come sottolineato in un articolo del New York Times, si è trattato di uno dei peggiori “incidenti” per l’intelligence americana. Dalla sua fondazione nel 1947, l’agenzia di spionaggio avrebbe perso solo 90 agenti.

Secondo molti osservatori, l’agenzia americana ha costantemente aumentato la propria presenza in Afghanistan e Pakistan a partire dagli inizi del 2018 inviando agenti operativi nelle zone più remote dei due paesi asiatici confinanti, anziché nella ambasciate di Kabul e Islamabad pesantemente fortificate.

Negli ultimi anni, la Cia è stata in prima linea nelle operazioni antiterrorismo americane per coordinare gli attacchi con i droni contro i talebani sulle montagne lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan.

La provincia di Khost, al confine con il Pakistan, è la zona più battuta. Le aree tribali contese sono molto usate dai jihadisti delle organizzazioni terroristiche – la prima fu Al Qaeda- che hanno stretto legami con i capi tribù per nascondersi e far entrare illegalmente armi e munizioni, in cambio di denaro per i loro custodi.

L’attacco di ieri è stato particolarmente audace perché i talebani sono riusciti a violare una base sicura assegnata a operazioni potenzialmente sensibili.

Le basi americane di Khost, in particolare Camp Salerno, sono state bersaglio di frequenti attacchi e decine di lavoratori afgani sono stati uccisi. La scorsa settimana, i talebani sono entrati in un quartier generale della polizia a Gardez, a nord di Khost, e hanno combattuto contro le forze di sicurezza afghane e americane per più di tre ore. L’intelligence ritiene che si trattasse della rete talebana guidata da Sirajuddin Haqqani, che si trova appena a sud nell’area tribale pakistana del Nord Waziristan.

Nelle ultime settimane, i funzionari americani hanno intensificato le pressioni sul Pakistan per sradicare la rete Haqqani, i cui combattenti rappresentano una delle maggiori minacce per le forze Usa e dominano gran parte dell’Afghanistan, comprese le province Paktika, Paktia e Khost.

La leadership afgana ritiene un tradimento il ritiro americano. Ma non la pensa allo stesso modo una parte della popolazione vittima degli effetti “collaterali” dei tanti attacchi ciechi dei droni decisi dalla CIA.

Nelle prossime settimane si terranno in Arabia Saudita colloqui a cui sono stati invitati rappresentanti di Washington, dei talebani, degli Emirati Arabi Uniti e del Pakistan. I talebani si erano già rifiutati di sedersi con la delegazione del governo afgano nei meeting tenutisi a Mosca e negli Emirati e hanno già reso noto che non incontreranno nemmeno la delegazione afgana in Arabia Saudita.