La quinta sezione della Corte d’appello di Palermo ha revocato la confisca dei beni per sette milioni di euro disposta dal Tribunale di Trapani nei confronti di Mario Messina Denaro, 65 anni, cugino del boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, e della moglie Benvenuta Anna Maria Forte, di 66. I giudici hanno accolto la tesi degli avvocati difensori Moceri e Giannilivigni, secondo i quali i beni prima sequestrati (dicembre 2014) e poi confiscati “non sono beni di provenienza illecita”. La Corte d’appello ha quindi disposto la restituzione ai due cugini del boss. Si tratta, in particolare, di un’azienda casearia intestata alla donna e di un appartamento a Castelvetrano. Per Mario Messina Denaro, però, la Corte d’appello di Palermo ha confermato la “misura personale” della sorveglianza speciale. Nel dicembre 2013, Mario Messina Denaro fu arrestato per la tentata estorsione all’imprenditrice Elena Ferraro, titolare della clinica Hermes. Condannato a 4 anni e 2 mesi, il cugino del boss ha già scontato la pena. Lo scorso 6 dicembre, invece, il Tribunale di Marsala lo ha condannato, insieme alla moglie, per bancarotta fraudolenta. Tre anni e 8 mesi di carcere per lui, tre anni per lei.
“L’ultras investito da due macchine di tifosi del Napoli”
Ore 15,27 di ieri. Settimo piano del tribunale di Milano, ufficio del giudice Guido Salvini. L’ultras dell’Inter e capo del gruppo Boys Marco Piovella detto “il Rosso” è entrato da pochi secondi. Uscirà tre ore dopo. In mezzo una lunga pausa per riflettere e confrontarsi con il suo legale Mirko Perlino. Alla fine saranno cinque pagine di verbale. Non molto, ma abbastanza per individuare un dato fondamentale: a investire Daniele Belardinelli sono state due auto degli ultras del Napoli. Un’ipotesi concreta sostenuta dalla Procura e seguita da giorni dalla Questura. Dentro questa nuova lettura vanno incastrate le versioni descritte da due ultras allo stato in mano degli investigatori. Una è dello stesso Piovella, la seconda è di Flavio Biraghi, inserito nel gruppo dei Viking e vicino al movimento neofascista di Lealtà e azione. Inizialmente si pensava fossero due dinamiche differenti, ora le si interpreta come due fotogrammi di un’unica drammatica scena.
Il primo a parlare è Biraghi, il quale per questo sarà solo indagato a piede libero. Bisogna dunque tornare alle 19:20 del 26 dicembre. Siamo in via Novara, poco oltre l’incrocio con via Fratelli Zoia in direzione stadio. La guerriglia tra interisti e napoletani è appena iniziata. “Dede” Belardinelli, 39 anni, capo degli ultras varesini Blood and Honour, viene colpito subito. È a terra, ma “l’azione militare” non si ferma. La scena ripresa dal video di una residente che abita proprio sopra la zona degli scontri, all’incrocio tra via Novara e via Cascina Bellaria, immortala i due gruppi che si fronteggiano. Scoppiano tre petardi. In mezzo urla e lancio di bastoni. Due van dei napoletani restano bloccati, poco più avanti di un’auto scura. La battaglia prosegue per altri tre minuti. Poi qualcuno urla: “Si è fatto male uno”. Si tratta di Dede che a quel punto viene portato a braccia in via Zoia. Altri gridano: “Ha le gambe rotte”. Con Belardinelli c’è anche il Rosso. Sarà lui, ha spiegato ieri al giudice, a sollevarlo e a metterlo in auto. Gli dirà Dede: “Non è niente, ho solo le gambe rotte, portatemi in ospedale”. Piovella: “Mi sono accorto che era lui solo in via Zoia. Il giorno prima avevo passato il Natale a casa sua assieme alla famiglia e ai suoi figli, avevamo giocato insieme alla Playstation. Eravamo come fratelli, anzi lo consideravo il mio fratello maggiore. Se non fossi andato da lui, non sarebbe venuto a vedere la partita il giorno dopo”. Piovella parla di vedere Inter-Napoli, non dice che Belardinelli era a Milano per partecipare alla guerriglia. Salvini a quel punto dirà che tutti i cento interisti hanno avuto una piccola responsabilità per la morte del ragazzo.
Piovella, visibilmente commosso, ammetterà di sentirsela tutta quella responsabilità morale. Dopo gli scontri del 26 chiamerà la moglie di Dede per avvertirla. La donna dirà di sapere già tutto perché avvisata da altri tifosi del Varese, e che sta arrivando all’ospedale San Carlo. Terminato l’interrogatorio l’avvocato ha fatto istanza per i domiciliari.
Torniamo dunque alla ricostruzione dell’incidente e alle due auto coinvolte, con buona probabilità – sostiene la Procura – guidate da ultras del Napoli. Scrive il giudice Salvini nell’ordinanza che il 31 dicembre ha portato all’arresto di Piovella: “Fulvio Biraghi ha riferito di aver assistito all’investimento di un tifoso interista ad opera di una autovettura tipo suv nero che procedeva ad alta velocità in via Novara”. Luca Da Ros, del gruppo Boys San, che dopo l’arresto ha collaborato con la magistratura, rimarrà sul vago: “C’è stata una macchina grossa di colore scuro che non è riuscita a schivare le persone”. Ma se Biraghi vede la prima auto, Piovella vede la seconda, una piccola berlina scura. In quel momento non capisce che è Belardinelli, vede un corpo a terra, colpito dalla prima auto. Metterà a verbale: “Ho visto una macchina, a bassissima velocità o addirittura quasi ferma, passare sopra il corpo di Daniele, con le ruote anteriore e posteriore destra. Ho avuto anche la sensazione che le ruote slittassero nella circostanza”. L’auto, è stato spiegato ieri in Procura, ha dei movimenti “tipici di quando si sale su un marciapiede”.
Se la dinamica e la responsabilità dell’investimento di Dede si stanno chiarendo, ancora oscuro resta il perché di un tale assalto armato. Su questo il Rosso ieri non ha voluto parlare. Solo si è limitato a confermare di essere stato presente agli scontri. Mentre sul suo ruolo all’interno della curva Nord ha precisato: “Io faccio parte del direttivo, in quanto mi occupo da sempre delle coreografie, per questo partecipo alle riunioni del giovedì davanti al Baretto”. Dopodiché ha confermato altri nomi, ma di persone interne al direttivo e non indagate per gli scontri. Durante l’interrogatorio nessun riferimento è stato fatto a Nino Ceccarelli, capo dei Viking, anche lui indagato per rissa aggravata dall’aver provocato la morte di Belardinelli. Il Rosso, dunque, su questo non parla e resta “reticente”. Per la Procura è “uno degli organizzatori” dell’agguato. Per Luca Da Ros “è lui che sposta la gente, e che decide. Il rosso ha detto andiamo, io sono andato”.
Statua di Lisippo trafugata, Cassazione contro Getty Museum
Dopo l’appello del direttore degli Uffizi Eike Schmidt alla Germania per la restituzione del dipinto trafugato dai nazisti nel 1944, è ora la Cassazione a contestare l’“inspiegabile e ingiustificabile leggerezza” del J.P. Getty Museum di Malibù (California) nell’acquisto di una statua attribuita allo scultore greco Lisippo esportata illecitamente dall’Italia negli Anni Settanta. Lo si legge nella sentenza depositata ieri dalla Suprema corte che all’inizio di dicembre aveva confermato la confisca del tribunale di Pesaro a giugno.
Per i giudici il museo aveva la “sicura consapevolezza della pregressa esistenza di un articolato contenzioso penale” e doveva conoscere “la normativa italiana in tema di esportabilità e commerciabilità dei beni culturali”. Il Getty ha sempre affermato che l’opera è stata trovata in acque internazionali da pescatori italiani e ciò non dimostra la sua origine italiana. La procura di Pesaro, tramite il ministero della Giustizia, dovrà chiedere la collaborazione delle autorità statunitensi per confiscare la statua, ma il J.P Getty di Malibù non desisterà facilmente.
Il bimbo nasce a Pisa, i genitori livornesi non vogliono si sappia
L’Italia,si sa, è da sempre Paese di campanili e campanilismi. Sbagliare la contrada di un senese o confondere un bresciano con un bergamasco può costare caro, tanto quanto dare del pisano a un livornese. Per questo due neo-genitori toscani – residenti a Livorno, ma trasferiti causa parto all’ospedale ai piedi della Torre pendente – hanno fatto di tutto per non rivelare alla stampa l’identità del loro figlio, primo bambino a nascere a Pisa nel nuovo anno.
È quasi un rito, per le cronache locali, fotografare il bebè con i genitori ancora sul lettino dell’ospedale, tutti sorridenti e ben disposti. Ma questa volta non è stato così semplice. Al personale medico che annunciava a mamma e papà i cronisti del Tirreno, in attesa fuori dalla porta, i genitori hanno chiesto di evitare ogni omaggio pubblico. Uno sguardo d’intesa per sancire la fedeltà alla città di residenza e poi il diniego: “Per carità, niente foto. Niente nomi e nessun dato. Siamo di Livorno e non vogliamo far sapere che nostro figlio (o figlia, non è dato sapere, ndr) è nato a Pisa”.
Troppo grande il disonore per un livornese doc. E così, nonostante qualche timida insistenza, i genitori hanno tenuto duro, allontanando se stessi e il pargolo dal pericolo di essere presi in giro o, peggio, di esser scambiati per pisani.
“È una tradizione, di solito alle mamme fa piacere”, ha provato a sdrammatizzare l’infermiera, sorpresa dalle ragioni di mamma e papà. Ma non c’è stato niente da fare, tanto che alle cronache di questo capodanno è finita la piccola Iris, seconda nata all’ospedale di Pisa ma prima a volersi dichiarare: pisana cento per cento. O, forse, soltanto con genitori meno agguerriti nelle rivalità di provincia.
La fidanzata vuole lasciarlo, lui la trascina in strada al guinzaglio. Arrestato prima del linciaggio
Lui era violento e geloso e voleva ammazzarle il cane, e lei aveva deciso di lasciarlo. Lei era scesa in strada col cane al guinzaglio e lui l’ha presa a pugni e schiaffi e poi le ha messo al collo il guinzaglio del cane per strozzarla. Lei è svenuta per il dolore e l’umiliazione e lui ha rischiato il linciaggio, la folla gli stava inveendo contro e solo l’intervento della polizia municipale, che lo ha condotto in locale per proteggerlo dall’ira collettiva, ha evitato conseguenze peggiori. È accaduto a Napoli, ai Gradoni di Chiaia, nell’omonimo quartiere dei negozi chic e degli appartamenti extralusso. La storia ha già messo un punto davanti a un giudice: l’uomo è stato arrestato e processato per direttissima dopo una notte in gattabuia, e condannato a un anno e quattro mesi e all’applicazione del divieto di avvicinamento alla sua ex compagna. La pena è sospesa, l’uomo è in libertà. Lei, si spera, si è definitivamente liberata dal suo ex compagno e dalle sue angherie.
Quando i caschi bianchi sono arrivati e hanno visto la donna per terra, l’uomo ha provato a difendersi sostenendo la tesi di un malore per la cronica mancanza di ferro. Ma le cose sarebbero andate diversamente. In ospedale, la signora ha riferito agli agenti che il suo compagno per gelosia era solito reagire violentemente. E che l’ultimo episodio era la reazione alla decisione di lasciarlo. La donna era in strada ad aspettare un taxi quando è stata aggredita. Il suo compagno aveva minacciato di ucciderle il cane. L’ha raggiunta e malmenata. Ha slacciato il collare all’animale e l’ha messo al collo della signora, trascinandola lungo i gradoni di Chiaia. Lei è svenuta. I passanti sono intervenuti per difenderla. Poi l’arrivo dei vigili urbani che l’hanno identificato e hanno trasmesso la notizia di reato al pm di turno. Per lei 21 giorni di prognosi. Per lui una condanna e la diffida a non avvicinarsi mai più.
Colpo grosso sulla Statale 96. Camion, ruspe e fucili per l’assalto al portavalori
Uomini incappucciati e armati, ruspe e camion incendiati. Attimi di panico ieri mattina sulla statale 96 all’altezza di Mellitto, a una manciata di chilometri da Bari. Un’azione fulminea e organizzata sino ai minimi dettagli da una banda di malviventi che – in pochissimi minuti – ha messo a segno un colpo da più di due milioni di euro. Obiettivo: un furgone portavalori che – partito dal capoluogo pugliese – era diretto a Matera per rifornire gli uffici postali del denaro necessario a pagare le pensioni. Al passaggio del portavalori i banditi, alla guida di due grossi camion – dopo la segnalazione via radio di una vedetta – si sono fermati di traverso per bloccarlo. È seguita quindi l’azione di altri complici che hanno spostato due ruspe parcheggiate nelle vicinanze del tratto di strada in cui è avvenuto l’assalto. Secondo quanto riferito dagli investigatori, i rapinatori le avevano già da tempo posizionate lungo la strada, ma tutto è passato inosservato perché in quel tratto sono in corso lavori sulla carreggiata.
Le pale meccaniche hanno sventrato le pareti corazzate del furgone. Il commando, composto da almeno quattro persone che indossavano tute mimetiche e maschere è quindi entrato in azione: armati con fucili mitragliatori hanno fatto irruzione nel furgone dove c’erano tre guardie giurate. La banda ha fatto esplodere alcuni colpi di arma da fuoco ma solo a scopo intimidatorio e ha portato via circa 2,3 milioni di euro. Nessuna delle guardie giurate è rimasta ferita. I banditi hanno quindi incendiato i due tir per guadagnarsi la fuga e si sono dileguati su un’auto di grossa cilindrata. Non è da escludere che abbiano poi cambiato vettura per rendere più difficile la loro identificazione. La strada è rimasta chiusa al traffico per tutta la mattinata. Per i carabinieri di Altamura la vicenda è tutta da ricostruire.
Neolaureati contro gli operatori del 118. La regione Sicilia fa litigare i giovani medici
È scontro generazionale nella sanità siciliana: fa discutere il decreto regionale, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 21 dicembre, sul superamento del precariato del personale medico operante nei servizi di emergenza del 118.
Se da un lato infatti la nuova norma mira a ridurre il precariato, dall’altro rischia di danneggiare i medici neolaureati vincitori del concorso in Medicina Generale, che rischiano concretamente di essere scavalcati da coloro che hanno svolto attività presso il 118 per almeno 18 mesi. Chi vuole accedere al corso che porta all’abilitazione per diventare medico di famiglia, infatti, potrebbe dover lasciare il posto a chi aveva optato per la strada della Medicina d’emergenza, alla quale si accede attraverso un corso a pagamento di sei mesi. Tra questi anche medici che per anni hanno provato vanamente ad entrare con il concorso pubblico, ma che oggi, grazie agli anni di lavoro pregressi, potrebbero addirittura superare i già vincitori di concorso, grazie all’anzianità di servizio.
La legge è infatti diversa da quelle approvate in Liguria, Piemonte ed Emilia Romagna, dove il problema del precariato nella Medicina d’Emergenza è stato affrontato ricorrendo a incarichi a tempo indeterminato nello stesso settore. La nuova legge siciliana, in vigore dal primo gennaio, ha invece fatto infuriare i vincitori del concorso in Medicina generale, che hanno protestato davanti all’Assessorato della Salute il 28 dicembre. Con il nuovo decreto, per trovare lavoro, i giovani laureati rischiano di dover emigrare. In Sicilia, paradossalmente, potrebbero arrivare gli esclusi delusi del resto d’Italia che hanno invece optato per il corso a pagamento per diventare medico d’emergenza.
“Chi vuole fare il medico nella propria terra – sostengono i medici ‘esclusi’ – è costretto con questa legge ad andare via anche se ha già terminato il corso, in quanto potrebbe venire scavalcato da chi comincia quest’anno il nuovo corso ma ha alle spalle anni di servizio al 118”.
Eppure un incontro quando la legge era ancora in discussione c’era stato: il 18 dicembre una delegazione della Fimmg (Federazione italiana medici di Medicina generale) era stata ricevuta in Assessorato e aveva strappato la promessa di una diversa soluzione. Promessa diventata illusione con l’approvazione della nuova legge che invece ha spalancato le porte di un corso i cui accessi, fino al 2018, erano regolati in base alle criticità dei comuni e ai pensionamenti dei medici di famiglia.
Un nuovo incontro, ma a conti già fatti, è stato concordato per il prossimo 9 gennaio, quando i presidenti degli Ordini di riferimento discuteranno con l’assessore regionale Ruggero Razza, autore, tra l’altro, di alcuni contestatissimi tweet in cui accusa gli aspiranti medici siciliani di “non saper neppure leggere il decreto”.
Salvarono migranti, a tre pescatori la cittadinanza greca
Tre pescatori, due egiziani e un albanese, la scorsa estate salvarono la vita a decine di persone che tentavano di fuggire dai roghi che distrussero Mati, località turistica greca sulla costa nordest alle porte di Atene, devastata dalle fiamme nel luglio del 2018, sono ora cittadini greci. Quell’incendio che sconvolse il Paese, provocò la morte di cento persone diverse centinaia di feriti. Ieri l’albanese Gani Xheka e i due egiziani Emad El Khaimi e Mahmoud Ibrahim Mousa hanno ricevuto la cittadinanza greca direttamente dal presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos.
I tre contribuirono ai soccorsi facendo salire a bordo delle proprie imbarcazioni le persone che, in preda al panico, si erano gettate in mare, portandole poi al sicuro nel porto più vicino. Una scelta, quella del governo ellenico, che arriva a pochi mesi dalle prossime elezioni europee, la cui campagna elettorale è per molti all’insegna della necessità di opporsi alla retorica anti migranti. Durante la cerimonia, infatti, il capo dello Stato ellenico Pavlopoulos, ha precisato che con questa decisione intende anche “mandare un messaggio all’Europa”.
Solo le acque territoriali maltesi per i 47 salvati dalle Ong tedesche
C’è la disponibilità di diverse città tedesche ad accoglierli, anche il governo olandese potrebbe ospitarne alcuni “se gli altri Paesi faranno lo stesso”. Così scrive il Times of Malta, che nel silenzio ufficiale dei governi europei non può non occuparsene perché le navi dell’Odissea di Capodanno sono da giorni nelle vicinanze dell’isola, oltre che, ovviamente, delle coste siciliane. Ma l’autorizzazione a entrare in porto non c’è ancora. Ieri il governo de La Valletta ha consentito l’accesso alle sue acque territoriali e quindi a un riparo per la Sea Watch 3, come aveva fatto ieri l’altro per la Professor Albrect Planck, le due imbarcazioni armate rispettivamente dalle Ong tedesche Sea Watch e Sea Eye. Ma niente porto. Almeno per ora, i negoziati sono in corso.
La prima nave, 50 metri, bandiera olandese, ha raccolto 32 persone il 22 dicembre a 28 miglia dalle coste libiche (circa 120 da Lampedusa, 170 da Malta), dunque nell’ampia zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) affidata al governo libico che come è noto non può gestirla. Tra i naufraghi quattro donne, tre bambini e altri quattro minori non accompagnati. La seconda, 38 metri di lunghezza, costruita nel 1951, ne ha a presi a bordo 17 il 29 dicembre scorso a 26 miglia dalle coste libiche (130 da Lampedusa, 180 da Malta). “Nessuno potrà dire che non lo sapeva. A causa della lunga permanenza a bordo con cattive condizioni meteo, molti degli ospiti soffrono di forte mal di mare. Per una persona malnutrita e indebolita, la conseguente disidratazione può mettere a repentaglio la sua condizione”, twitta Sea Watch.
In mare fa freddo e le condizioni peggiorano: non consentire lo sbarco di persone che sono passate per il deserto, i lager libici e un naufragio è disumano. In Italia un ampio fronte di Ong, sinistre, cattolici, Pd e radicali, oltre ovviamente all’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), chiede al governo Conte di aprire un porto. Le Ong sembrano puntare su Malta, tanto più che i naufraghi sono pochi e un accordo sulle ricollocazioni non appare impossibile. Sea Watch dice di aver contattato subito, dopo il salvataggio, il centro di coordinamento della Guardia costiera italiana: “Hanno detto di chiamare Tripoli, ma i guardacoste di Tripoli non hanno mai risposto”. Poi hanno incassato altri no da Malta, Spagna, Germania e Olanda. Sea Eye riferisce: “Il centro di coordinamento tedesco di Brema ci ha detto di consegnare i migranti ai libici, ma questo è inaccettabile perché i libici li torturano”. Lo dice anche la Commissione europea, che però, se esistesse davvero, batterebbe un colpo.
La linea algerina “50 rifugiati siriani spediti nel deserto”
Cinquanta rifugiati, in maggioranza siriani, abbandonati dalle autorità algerine nel cuore del Sahara a cavallo della frontiera nigerina senza acqua e cibo. La denuncia arriva dalla Lega Algerina per la Difesa dei Diritti dell’Uomo (Laddh) ed è stata raccolta dalle grandi organizzazioni che si occupano di migranti, dall’Unhcr all’Oim. I fatti risalgono al giorno di Natale quando il gruppo di profughi, tra loro anche yemeniti e palestinesi, è stato prelevato e portato, l’indomani, in pieno deserto, tra i territori di Tamanrasset (Algeria) e Assamakka (Niger), la vecchia rotta migratoria. Tra i profughi ci sono anche alcune donne, dei bambini e dei minori. Una pratica ormai tristemente consueta quella messa in pratica da Algeri, capace, negli ultimi due anni, di deportare nelle zone desertiche al confine anche con il Mali, almeno 15 mila persone. Una soluzione fai-da-te quella voluta dal governo, con l’avallo del presidente Abdelaziz Bouteflika, ancora in corsa, nonostante l’età e gli acciacchi, come leader del Fronte di liberazione nazionale alle presidenziali dell’aprile prossimo. A differenza di Libia, Tunisia e Marocco, legati ad accordi di comune interesse con Italia e Spagna, l’Algeria – da cui partono pochissimi migranti a bordo di piccole imbarcazioni dirette in Sardegna, l’approdo terrestre più vicino – prende le sue decisioni in autonomia. Come in un drammatico gioco in cui migliaia di profughi e migranti vengono riportati all’inizio del loro cammino, espulsi senza appello e abbandonati a loro stessi. I provvedimenti riguardano qualsiasi tipo di nazionalità, ma colpisce che stavolta sia toccato a siriani e yemeniti in particolare, tutelati da accordi internazionali e dalla Convenzione di Ginevra per i rifugiati, ratificata anche dall’Algeria. Stando alle ricerche e alle interviste fatte dal’Oim, negli ultimi cinque anni sarebbero almeno 6.600 i morti accertati lungo le rotte del Sahara, 1.386 solo nel 2018.