Orlando apre lo scontro: “Stop al decreto Salvini”

Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando lo definisce “disumano e criminogeno’’ e con una nota al dirigente dell’ufficio anagrafe sospende l’applicazione del “decreto sicurezza” nella parte in cui, “ma non solo’’, impedisce l’iscrizione all’anagrafe dei migranti non più in regola con il permesso di soggiorno. Gli replica Salvini a stretto giro: “Con tutti i problemi che ci sono a Palermo, il sindaco sinistro pensa a fare ‘disobbedienza’ sugli immigrati”. E annuncia una visita in Sicilia. Ma per Orlando il decreto “puzza di razziale’’, e la sua, dice, non è “disobbedienza civile’’, ma l’applicazione dei diritti costituzionali “perché non posso essere complice di una violazione palese dei diritti umani’’.

Sono quattro gli articoli della Costituzione (e una sentenza della Consulta) citati dal primo cittadino nella nota inviata al capo area Servizi per il cittadino in cui “impartisce la decisione di sospendere qualunque procedura che possa intaccare i diritti fondamentali della persona con particolare riferimento, ma non esclusivo, all’iscrizione anagrafica’’, e tra questi l’art. 32 che garantisce il diritto all’assistenza sanitaria, messo a rischio dalla negazione della residenza anagrafica. La nota invita anche “ad approfondire tutti i profili giuridici anagrafici derivanti dall’applicazione del decreto sicurezza’’, che il Comune di Palermo ha in realtà già approfondito, come fa notare Igor Gelarda, responsabile cittadino della Lega, che ha scoperto come il 2 novembre scorso lo stesso capo area investito da Orlando, Maurizio Pedicone, insieme all’assessore Gaspare Nicotri, avevano risposto ad una interrogazione di Sinistra Comune sul rifiuto di sei istanze di “prima iscrizione anagrafica’’ di migranti, sostenendo che “il permesso di soggiorno non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica’’ e distinguendo i già iscritti (e richiedenti quindi un cambio di residenza) per i qualiè sufficiente “una semplice ricevuta di domanda di permesso’’.

Il fronte dei sindaci è ampio. L’Anci, l’associazione dei Comuni, aveva già espresso la sua contrarietà al decreto Salvini, in particolare per il rischio di un’uscita massiccia di stranieri dai centri di accoglienza. Ieri Decaro, presidente dell’Anci, ieri ha assunto una posizione più morbida di Orlando: “Occorre istituire un tavolo di confronto in sede ministeriale per definire le modalità di attuazione e i necessari correttivi a una norma che così com’è non tutela i diritti delle persone”. È la stessa linea di Federico Pizzarotti, sindaco ex M5s di Parma, oggi leader di “Italia in Comune” e vicepresidente Anci: “Quella di Orlando è una forzatura che non risolve il problema. L’ufficio anagrafe deve applicare la legge. Concordo con la necessità di un tavolo.

“La mancata applicazione della legge Sicurezza è un atto politico – osserva il presidente emerito della Consulta, Cesare Mirabelli –. I Comuni sono tenuti a uniformarsi alle leggi. La pubblica amministrazione non può sollevare questioni di legittimità costituzionale. A meno che non si tratti di norme con carattere discrezionale”. Se il sindaco la disapplica “interviene il prefetto o un’altra autorità, sorge un contenzioso e allora potrebbe essere sollevata una questione di legittimità costituzionale”.

Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, la mette così: “Non si tratta di sospendere una legge che, in quanto tale, non si può sospendere”, ma “le leggi si applicano solo in maniera conforme alla Costituzione”. Concorda con Orlando l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino: “Legge o non legge, non abbiamo nessuna intenzione di togliere l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo che l’hanno già fatta, stiamo accogliendo nei centri per senzatetto italiani anche gli stranieri senza porci il problema se siano regolari o meno”. Assicura di “studiare la decisione di Orlando” il sindaco di Pescara, Marco Alessandrini che oggi ospiterà Salvini. Intanto il ministro twitta: “Certi sindaci hanno mangiato pesante, ne risponderanno”.

Mail Box

 

Spero ancora nei gialloverdi: gli altri ci hanno rovinato

Ho sempre creduto di essere di sinistra forse perché mi è sempre piaciuta la gente come quella che vedevo in questi giorni dalle mie finestre. Abito in un quartiere popolare di Torino che con la crisi piano piano si degrada. Vedevo nelle mattinate e alla sera dei giorni 25 e 26 la gente che rientrava a casa o andava da amici e parenti con i pacchetti del panettone e del pandoro in mano, o con bustoni che contenevano di sicuro i semplici regali, spesso dolcetti fatti in casa. Mi veniva alla mente un canto che faceva “questa brava gente è governata da una manica di fetiente”. Ecco, per me la sinistra è questa “manica de fetiente” ed è per questo che difendo i gialloverdi nella speranza che qualcosa di quello che stanno mettendo a punto funzioni, pur se ne vedo i limiti enormi. Forse sono populista come si usa dire oggi, ma sono solo tutte stupide definizioni.

Paola Zucca

 

Cara Paola, non credo che siano tutti imbecilli quelli che lei indica come tali, ma comprendo il suo scoramento.

M. Trav.

 

Mattarella e il Papa insieme ci richiamano alla bontà

Non so se il presidente della Repubblica e il Papa si siano messi d’accordo, ma è certo il loro sforzo per cercare di invertire il trend terribile che ha avvelenato l’atmosfera in cui vive il nostro Paese. Sia Mattarella che Francesco, dall’alto dei loro ruoli, stanno cercando di far tornare un minimo di ragione civile e di tranquillità d’animo tra una popolazione impaurita e incattivita ad arte da chi specula sulla paura e odio per propri vantaggi elettorali. Sia Bergoglio che Mattarella sanno fin troppo bene a quali estreme conseguenze può portare l’escalation di odio e razzismo che sta percorrendo lo Stivale. I loro richiami a bontà e altruismo non vanno interpretati come i soliti discorsi festivi, ma come appelli, quasi disperati, al ripristino di quella normale convivenza di cui ha bisogno ogni comunità per poter prosperare. Dall’odio, e la Storia umana sta lì a dimostrarlo, non può nascere altro che tragedia e miseria. Spero che le loro parole non si perdano “come lacrime nella pioggia” (frase memorabile di Blade Runner).

Mauro Chiostri

 

Le rassegne stampa faziose che maltrattano il “Fatto”

Credo che molti italiani insonni ed altri che si preparano ad andare a lavorare ascoltino o vedano le rassegne stampa che ci vengono proposte da radio e tv. La situazione è disastrosa. Mi riferisco a quelle che, come Radio Radicale, hanno grossi finanziamenti statali, ma essendo affini ad un partito, difficilmente parleranno male della loro parte politica, a meno che non ci sia in atto un regolamento di conti interni. Anche sulla Rai i presentatori si dilungano a disquisire sulla validità degli articoli di fondo dove la parte del leone in queste rassegne la fanno quelli di Stampa-Repubblica-Corriere. Seguono a ruota giornali che nemmeno arrivano alle edicole, ma anche un famoso “quotidiano comunista”. Il Fatto che ha scritto sotto la testata “non riceve alcun finanziamento pubblico”, forse per una svista riceve ben poca visibilità su Radio Radicale e servizio pubblico se non per volerlo, furbescamente, far apparire come megafono del M5s. Tutto ciò desta qualche sospetto.

Franco Novembrini

 

Anno nuovo ma vecchi spot: le scommesse sono ancora qui

Mi risultava che il governo gialloverde, e in particolare il vicepremier Di Maio, avesse promesso niente più pubblicità dei giochi d’azzardo on line dal 2019 anche per combattere le ludopatie che rovinano migliaia di italiani giocatori compulsivi, abbagliati da facili ma impossibili guadagni. Però anche nei primi due giorni dell’anno ho visto, su La7 e altre tv, diverse di queste pubblicità, oltre anche alla pubblicità dei risarcimenti per errori medici fatta dalla nota Bonaccorsi, e che il ministero della Sanità aveva sospeso in attesa di valutazioni sulla sua correttezza. Ma allora sono le emittenti che bramose di lucrose pubblicità se ne fregano dei divieti, o si trattava delle solite false promesse?

Enrico Costantini

 

Applichiamo la legge Mancino contro gli ultrà neofascisti

Dopo i gravi disordini calcistici di Milano va in onda il solito copione che vede le più che giustificate reazioni ed indignazioni da parte di chi ritiene inconcepibile che uno sport possa generare guerriglie e lutti per poi sentir alzarsi le solite voci contrarie a troppo drastiche misure che penalizzerebbero anche la gran parte pacifica degli spettatori. È noto anche ai più disattenti osservatori che da molto tempo vi sono tifoserie calcistiche legate a gruppi dell’estrema destra neofascista che sfogano ed esercitano la violenza nelle occasioni sportive mentre dei ministri sdoganano l’intolleranza. Ed è evidente che tutto ciò avviene per la colpevole tolleranza delle società sportive ed anche di chi dovrebbe presiedere all’ordine pubblico. All’interno degli stadi si riesce a introdurre di tutto e a capo di questi gruppi facinorosi di tifosi ci sono molto spesso dei pregiudicati.

È giunto il momento di applicare le norme che già esistono (Scelba e Mancino) per mettere fuori legge le organizzazioni da cui le tifoserie violente provengono.

Loris Parpinel

Libri. Perché in Italia si legge così poco? Sapere non serve più a (quasi) niente

 

Anche se lo scorso anno c’è stata una ripresa della produzione letteraria, ben il 59% degli italiani non ha letto neanche un libro. Una regressione che non può essere attribuita alla crisi economica con la riduzione dell’acquisto dei libri. È una questione ben più profonda legata alla scarsa cultura e all’ignoranza dilagante.

Gabriele Salini

 

Gentile Gabriele, il paradosso dell’aumento della produzione letteraria a fronte di un calo della lettura attiene alla doppia natura del libro. Che è sì una merce, ma contemporaneamente anche un oggetto che fa vivere e viaggiare le idee. Sul giornale di ieri ci siamo occupati del secondo aspetto, il calo della lettura, non perché ciò che accade attorno al mondo del libro inteso come mercato non sia interessante, ma perché i dati sulla lettura sono, come lei nota, sconvolgenti. Sconvolgenti soprattutto per la nostra democrazia, che si ritrova sempre più sprovvista di cittadini consapevoli, informati, capaci di comprendere la realtà del mondo in cui vivono. Ma quali sono le motivazioni di questa preoccupante disabitudine? Secondo l’indagine Istat, al di là del contesto territoriale di residenza, “la lettura si conferma un comportamento fortemente condizionato dall’ambiente familiare”. La propensione alla lettura di bambini e ragazzi è certamente favorita dai genitori che hanno l’abitudine di leggere libri. Ad esempio, tra i ragazzi di 11-14 anni legge l’80% di chi ha madre e padre lettori e solo il 39,8% di coloro che hanno entrambi i genitori non lettori. Leggere s’impara a casa. Ed è molto interessante anche vedere cosa pensano i diretti interessati: secondo il 42,6% degli editori attivi è il basso livello culturale della popolazione italiana il fattore responsabile della modesta propensione alla lettura. Il 38% attribuisce tale criticità alla mancanza di efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura mentre più di un terzo (34,3%) indica come ostacolo alla lettura “il fatto che il tempo dedicato in passato ai libri viene oggi destinato alla fruizione di contenuti digitali”. Tutte cose vere: leggere è un comportamento indotto. Bisogna vedere qualcuno che lo fa (il famoso valore dell’esempio). Al fondo però c’è una più desolante considerazione: sapere non serve più a (quasi) nulla. E la conoscenza è diventata motivo di diffidenza.

Silvia Truzzi

Le troppe illusioni del neoliberismo

Nel leggere il recente rapporto dell’Università di Amsterdam sulla crescita elettorale di forze definite come “populiste” e “anti-sistema” in Europa, può venire in mente il cupo pannello dedicato ai flussi elettorali degli anni 1920-30 nel Museo della Villa della Conferenza di Wannsee fuori Berlino (dove il Nazismo varò nel 1942 la soluzione finale, ora centro di documentazione sui totalitarismi).

Ma chi abbia memoria più fresca, potrà ricordare le pagine finali di un libro di Luciano Gallino (Finanzcapitalismo, Einaudi 2011), nel quale il sociologo torinese constatava come le politiche di austerità, combinate con la mancanza di regolazione dell’economia a dominante finanziaria, con l’abbattimento diffuso del welfare, con la debolezza (corrività) delle istituzioni, stessero portando a un’affermazione crescente di formazioni di destra e di tendenze più o meno autoritarie. Sull’attualità del pensiero di Gallino, scomparso nel 2015, e i suoi potenziali sviluppi torna ora il volume Le grandi questioni sociali del nostro tempo curato da Pietro Basso e Giuliana Chiaretti (scaricabile dal sito delle Edizioni Ca’ Foscari), volto a demistificare alcuni mantra del pensiero unico. Ne citeremo qui tre.

1) L’idea che servano (a seconda che si parli da una prospettiva keynesiana o da una neoliberista) “meno disuguaglianze per una crescita più forte” o viceversa “più crescita per ridurre le disuguaglianze”: un denso saggio di Fabio Perocco mostra come l’aumento delle disuguaglianze nel corso degli ultimi 40 anni (quando il Pil mondiale è più che decuplicato) sia un fattore strutturale dell’attuale globalizzazione, a livello macroeconomico come a livello interno dei singoli Paesi. Spicca il caso della Germania, dove la legislazione (il famigerato sistema Hartz IV ecc.) ha polarizzato il mondo del lavoro tra un’élite protetta e una sempre più vasta platea di minijobs, precari o part-time, con un incremento delle disparità salariali paragonabile soltanto a quello di Usa e Polonia. Nello stesso senso va l’approfondirsi del solco tra il Nord e il Sud dell’Italia. Del resto, argomenta Perocco, non è un caso che l’ideologia neo-liberista veda proprio nelle disuguaglianze un fattore ineludibile e anzi propulsivo per la crescita dell’economia e della società, e predichi come soluzione delle crisi la riduzione dei diritti sociali e la commercializzazione di alcuni di essi (sanità, istruzione, energia).

2) L’idea che i governi si siano ritirati dinanzi all’iniziativa privata: al contrario, negli ultimi decenni i governi dei Paesi occidentali si sono attivamente adoperati in appoggio e in omaggio al capitale finanziario. Si è propagandata l’idea che la crisi del debito sia dovuta al welfare (mentre la crescita del 20 per cento del debito nell’Ue all’indomani della crisi non è certo stata causata dall’aumento dei sistemi di protezione sociale); si è insistito su ottusi dogmi di austerità (la candidatura di Manfred Weber nelle prossime elezioni europee per la Commissione non fa presagire nulla di buono); si sono adottate politiche sempre più influenzate dalla governance delle multinazionali. E sono state le classi dirigenti – ricordano Franco Rositi e Giorgio Cesarale – a togliere ogni ostacolo normativo all’accumulazione finanziaria, a decidere di mantenere alti profitti e dividendi pur in una situazione di bassa crescita, a limitare la sovranità degli Stati svincolando però i più importanti centri decisionali dell’Unione Europea da ogni investitura democratica. L’assenza, a fronte di tutto ciò, di una “politica del lavoro globale” a livello transnazionale è la sconfitta più grande che Gallino imputava alla propria generazione.

3) L’idea che la flessibilità sia un ingrediente ineludibile del mercato del lavoro: dopo l’illuminante saggio di Gallino Il lavoro non è una merce, del 2007, la “storia e preistoria dello stage” qui disegnata da Rossana Cillo mostra come l’adeguamento del sistema educativo alle esigenze del mercato neoliberista, culminato in Italia nell’arco che va dal pacchetto Treu (1997) alla Buona Scuola renziana (2017), affondi le radici in una svolta ideologica sancita a livello europeo nel 1993 con il libro bianco su “Crescita, competitività e occupazione” prodotto dalla Commissione guidata da Jacques Delors. Lì il modello sociale europeo si immolava sull’altare dei dogmi della European Round Table of Industralists, secondo i quali produttività e occupabilità dovevano rimanere gli unici criteri-guida del processo d’istruzione. Il che sarebbe risultato fors’anche tollerabile, se non si trovasse oggi che il mitico “stage” cui tanti giovani agognano (per il 70 per cento dei casi non retribuito), conduce a un’assunzione (spesso di breve durata) solo nel 12 per cento dei casi, finendo per sballottare il giovane da un ambiente all’altro, togliendo a chi lavora davvero la coscienza stessa del suo essere lavoratore, e trasformandolo in imprenditore del proprio stesso sfruttamento.

Gallino è stato un riformista deluso, che ha misurato la distanza della sua visione dell’impresa responsabile, conosciuta e praticata nell’Olivetti degli anni ’60 e ’70, rispetto a un capitalismo guidato da manager senza empatia per la loro azienda, interessati solo ai listini azionari, e non di rado ai propri smisurati profitti personali. Tuttavia, egli riteneva che le dimensioni ipertrofiche del capitalismo finanziario fossero fondamentalmente una patologia del sistema (analogamente, per altro verso, Thomas Piketty che accusa la distribuzione polarizzata della ricchezza, o Nouriel Roubini che addita le errate scelte istituzionali): per Pietro Basso, invece, la deriva presente ha i tratti di una desolante e immedicabile fisiologia del sistema capitalistico.

Comunque la si pensi, è indubbio che l’ideologia neoliberista si serva di molte mistificazioni. Per quanto inseriti in un discorso strutturato e allo stato privo di alternative organiche nell’arena politica, gli inganni alla lunga mostrano la corda, e inducono forme di turbolenze nelle urne e fuori: sfociano spesso in urgenti richieste di protezione soddisfatte da governi nazionali più decisi che danno mostra d’impostare la discriminazione su base etnica anziché censitaria; monta così la sfiducia verso il parlamentarismo e la diffidenza verso le istituzioni sovranazionali. Solo Paesi che hanno ancora fresca la memoria della destra dittatoriale (la Spagna, la Grecia) sanno sviluppare – con esiti alterni – risposte “da sinistra”: altrove, “bruciato” il potenziale di resistenza di una socialdemocrazia che ormai de facto difende (o si identifica con) il potere delle élite transnazionali, vecchi fantasmi tornano a circolare, talora camuffati talaltra no. La sociologia non mainstream, quella che Gallino praticava, mira a demistificare, a raccontare la verità anziché giustificare l’esistente, a leggere l’oggi prevedendo il domani e i suoi pericoli. Perché, lungi da ogni nostalgia, “bisogna vivere nel proprio tempo”, come osserva un raggelato Nagg nel Finale di partita di Samuel Beckett: pochi giorni fa alla Scala, tra gli spettatori della prima mondiale dell’opera dell’anziano György Kurtág, c’era un attento (e sempre più milanese) Viktor Orbán.

Il Pd in Piemonte: Obiettivo delusi (di Forza Italia)

La storia di Torino è piena di laboratori politici rilevanti: da quello del duca Carlo Emanuele I di Savoia, che nei primi anni del 1600 vagheggiava una sorta di unità italiana, al “connubbio” destra-sinistra fra il conte di Cavour e Urbano Rattazzi; per continuare con i consigli operai di Antonio Gramsci e dell’Ordine Nuovo, e con la lettera pastorale Camminare insieme del cardinale Michele Pellegrino. Però i tempi, ahinoi, cambiano. La politica diventa miseria, e, per dirla con i situazionisti, si arriva alla miseria della politica. La storia è ignorata, rimane la cronaca.

Così accade che il laboratorio politico subalpino di questi giorni sia affidato al nuovo segretario del Pd piemontese, che si chiama Paolo Furia. Appena eletto, il trentaduenne biellese non ha auspicato, come si poteva sperare, di ricomporre la sinistra frantumata, o quantomeno di rivitalizzare il centrosinistra. Il nostro Furia, dal cognome omonimo ma meno noto di quel Giacomo Furia spalla di Totò in tanti film, ha infatti dichiarato (a Repubblica) di volere “interloquire con la pancia delusa di Forza Italia”. Una “pancia” che, a suo dire, potrebbe guardare al Pd se “la Lega continuerà a governare con i 5 Stelle”. Quindi, par di capire, il Pd di Furia si candida a dare sfogo al bisogno di destra, o di centrodestra, di quella “pancia” forzista. Tutto ciò, prosegue il segretario, con lo scopo di collocare il Pd “al centro di un patto civico”.

Invece di puntare a (ri)conquistare consensi e voti della sinistra, delle lavoratrici e dei lavoratori, dei senza lavoro e dei precari, degli studenti, che una volta magari votavano pure per il Pd, o di dialogare con i 5 Stelle, che parte di quel voto hanno intercettato, il giovane Furia vuole anche lui fare come gli altri. Come Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e compagnia centrista. Stare al centro, dunque, e verso il centro destra; comunque non a sinistra. E magari allearsi o fondersi con i ceti sociali e professionali che ne sono espressione: con le madamine Sì Tav del Rotary e i notai, i finanzieri e i banchieri, i grandi commercianti e gli industriali. Il fatto singolare è che il Furia del Pd, per niente rosso, sia stato etichettato da qualcuno come “comunista”. Ma deve trattarsi dell’epiteto, quel “comunisti!”, che Berlusconi usava per insultare i suoi avversari, dal centronistra alla magistratura, che in realtà, come si sa, non erano affatto comunisti.

Il nuovo segretario del Pd del Piemonte si è formato, stando al Corriere della Sera, tra la “tradizione laburista”, Games of Thrones e le Spice Girls. Si ignora che cosa intenda per “tradizione laburista”; il resto poco c’azzecca, direbbe Tonino Di Pietro, con la politica. Certo è che un liberale e un conte come Camillo Benso di Cavour, quando volle rinnovare il vecchio Regno di Sardegna, non rimase fermo al “centro destro”, come si chiamava allora, e neppure al nobilissimo e intelligente Massimo d’Azeglio, ma si alleò con il “centro sinistro” di Rattazzi. Ed era Cavour, non Marx oppure Bakunin.

Milano la migliore? Basta non guardare numeri e classifiche

Pagellina di fine anno a Milano, la migliore – anzi, l’unica – città italiana di livello europeo. Male – anzi, malissimo – la qualità dell’aria. Nel 2018 appena concluso sono stati 79 i giorni in cui le polveri sottili hanno sforato i limiti di concentrazione stabiliti: più del doppio della soglia (35 giorni) fissata dall’Unione europea. Tanto che la città è sotto procedura d’infrazione, sia per i livelli di Pm10, sia per quelli di No2, il biossido d’azoto. L’amministrazione comunale promette miglioramenti per il futuro, grazie all’introduzione dell’Area B, alla (progressiva) eliminazione dei veicoli diesel, alla (lenta) sostituzione delle caldaie a gasolio con quelle a metano o pompe di calore.

Considerando anche altri indici, Milano resta lontana dai vertici delle classifiche internazionali. È solo quarantesima nell’Innovation Cities Index 2018, che vede ai primi posti Tokyo, Londra, San Francisco e New York. È addirittura quarantacinquesima nell’Iese Cities in Motion Index, che ha ai vertici New York, Londra, Parigi e Tokyo. La buona notizia è che comunque è in miglioramento, avendo guadagnato negli ultimi anni 19 posizioni nella classifica Innovation Cities e 13 in quella Iese Cities.

Quest’ultima è comunque impietosa nella valutazione di settori essenziali: Milano è 104esima per la governance; 92esima per la coesione sociale; 71esima per la tecnologia; 69esima per l’economia; 57esima per la qualità ambientale; 46esima per peso internazionale. Bene invece i trasporti pubblici e la mobilità, che la fanno piazzare al 16esimo posto.

Il confronto internazionale è dunque impietoso. Solo un po’ meglio quello con le metropoli europee con cui Milano è in competizione diretta, ossia le altre quattro città capoluogo delle regioni manifatturiere più produttive in Europa: Barcellona (Catalogna), Lione (Rhône-Alpes), Monaco (Baviera) e Stoccarda (Baden-Württemberg). Le confronta il Booklet Smart City, uno studio realizzato da Assolombarda ed Ernst&Young che raccoglie 112 indicatori di smartness (reti di telecomunicazione, mobilità, dati, interattività eccetera).

Milano va bene nelle tlc, con una copertura di banda larga – almeno secondo i dati di Ey – del 99 per cento delle famiglie e di banda ultralarga del 95 per cento, con un’ampia diffusione del wifi pubblico (461 hotspot, uno ogni 400 metri quadrati) per cui la batte soltanto Barcellona. Bene anche la rete di trasporti pubblici e la mobilità condivisa, bike sharing e car sharing. Positiva la disponibilità di open data e servizi online grazie ai portali del Comune e dell’azienda dei trasporti Atm, alla possibilità di richiedere certificati in rete, di avere servizi culturali via web e di consultare il fascicolo sanitario elettronico. Efficiente l’integrazione elettronica nei mezzi pubblici, con sensori gps, e nella rete stradale, con sensori ai semafori e rilevazione del traffico.

Male per tanti altri aspetti. Molto alta la produzione di rifiuti. Molto limitata la rete di teleriscaldamento (263 chilometri contro gli 800 di Monaco). Ultima per piste ciclabili (140 chilometri contro i 350 di Lione e i 450 di Monaco). Pessima la qualità dell’aria, ma anche la disponibilità di aree verdi, che nelle altre quattro città europee confrontate è fino a dieci volte superiore: Milano ha soltanto 31,9 metri quadrati di verde per abitante, contro i 94,6 di Barcellona, i 133,6 di Monaco, i 154 di Stoccarda, i 366,4 di Lione.

Insomma, se i dati Ey sono corretti, la retorica su Milano deve darsi una regolata. E magari ripensare ai milioni di metri quadrati di aree (ex Expo, ex scali Fs, ex caserme…) che saranno cementificati nei prossimi anni.

Le vere incognite sul reddito

In questo Paese che vezzeggia ladri ed evasori definendoli “furbetti” è comprensibile che il dibattito sul reddito di cittadinanza si sia concentrato sui potenziali abusi, su quella massa (in gran parte immaginaria) di parassiti che non chiede altro che vivere di elemosina pubblica. Ora che però il decreto sul reddito è quasi pronto e se ne conoscono alcuni dettagli, che raccontiamo alle pagine 2 e 3, è il momento di farsi domande diverse: funzionerà? Al netto della patologia, guardiamo la fisiologia: come cambierà la vita di quei 4,5 milioni di famiglie che da aprile potrebbero spendere fino a 1.330 euro in più al mese (per tre adulti indigenti con due minori)? Diventeranno dei mantenuti dallo Stato? Usciranno dalla povertà trovando un impiego? O si creerà un mercato del lavoro da Oliver Twist in cui una categoria di disoccupati senza potere contrattuale sarà costretta ad accettare qualunque offerta perché altrimenti perde il sussidio con cui si mantiene e la possibilità di richiederlo per l’avvenire? È il modo migliore di spendere oltre 7 miliardi pubblici all’anno?

La proposta dei Cinque Stelle ha smussato alcune delle assurdità iniziali, grazie anche al lavoro del professor Pasquale Tridico: ora distingue tra poveri che col loro magro reddito devono pagare un affitto e quelli che vivono in case di proprietà; prevede l’ipotesi che non tutti possano lavorare, chi si occupa della cura di familiari disabili o minorenni non sarà costretto ad accettare lavori lontano da casa; l’ossessione per i centri per l’impiego pubblici, oggi inutili e lenti nell’ammodernarsi, si è attenuata e il sistema di sussidi si reggerà anche sulle agenzie private che hanno un incentivo economico a trovare un posto ai beneficiari del reddito; anche le imprese sono state coinvolte (pure troppo), e riceveranno sia una parte dei soldi che lo Stato avrebbe pagato al disoccupato che loro assumono, sia incentivi per la sua formazione.

Tutto bene, dunque? Non proprio. Le incognite sono ancora parecchie e ad alcune c’è ancora tempo per porre rimedio. Bisogna chiarire bene, per esempio, a quali condizioni le imprese possono beneficiare degli incentivi. Altrimenti la tentazione è troppo alta: per le mansioni poco qualificate, all’imprenditore basta non rinnovare un contratto a termine, magari con la scusa del decreto dignità, e assumere un disoccupato beneficiario del reddito così da intascare l’incentivo. Nessun aumento di occupazione e reddito di cittadinanza che diventa un sussidio all’impresa invece che ai poveri. I denari pubblici devono finanziare soltanto l’occupazione aggiuntiva, non il turnover.

C’è poi un punto mai affrontato: che succede alle partite Iva? Lo Stato può costringere un operaio disoccupato ad accettare un contratto da operatore delle pulizie, ma non può imporre a un giovane architetto di cercare clienti e fatturare così da pagarsi commercialista, contributi e spese varie per ritrovarsi in tasca a fine mese somme più basse di quelle che prenderebbe chiedendo il reddito di cittadinanza. Ha davvero senso pretendere che si formi come imbianchino o tecnico informatico? Sarebbe molto più utile imitare la Francia e prevedere una possibilità di cumulo tra reddito da lavoro e sussidio pubblico, così da favorire l’uscita dalla “trappola della povertà” invece che ostacolarla.

Il Rei, il Reddito di inclusione introdotto dal governo Gentiloni, considera tra i parametri di accesso un indicatore – Isr – diverso dal reddito familiare semplice che permette, nella pratica, di poter sommare un po’ di sussidio a quanto si incassa lavorando. Quando invece lo scambio è alla pari – se guadagno un euro perdo un euro di sussidio – si incentiva l’assistenzialismo. E dare a tutti i poveri in affitto un contributo di 280 euro per la casa significa trattare in modo uguale situazioni molto diverse: gli affitti di Roma non sono gli stessi di un piccolo Paese dell’appennino emiliano. Sarebbe più equo, e più efficace, dare un maggiore sostegno all’affitto a chi abita in zone dove i prezzi sono più elevati. C’è anche un’evidente sproporzione tra la quantità di risorse che va ai single (1,6 miliardi di euro) e quella alle famiglie numerose (1,4 miliardi), anche se sono queste ultime che andrebbero aiutate di più.

La serietà di ogni politica pubblica – e quella dei suoi proponenti – si misura soprattutto dal fatto che sia possibile misurarne successo o insuccesso. Per gelosie varie tra pezzi di amministrazione pubblica, che custodiscono gelosamente dati che dovrebbero essere alla portata di tutti, non è ancora stato possibile neppure analizzare l’impatto del Rei. Se i Cinque Stelle sono sicuri delle loro scelte, devono prevedere un monitoraggio trasparente e rapido degli effetti del loro reddito di cittadinanza. In modo che sia possibile darne una valutazione indipendente e tempestiva. Abolire la povertà è un nobile intento, ma per stabilire se ci si riesce o meno servono i numeri, non le parole di un leader politico.

Le Connection House di Hellen e le altre, tutte Bibbia e peluche

Giovani, a volte giovanissime. Le prostitute segregate dalla mafia nigeriana nelle connection house di Castel Volturno sono piccole donne ribelli e disperate, ingabbiate in casa perché si teme che possano fuggire. Al contrario di quelle ritenute più malleabili e mandate in strada a vendersi a 20 euro, queste ragazze non hanno una madre, una sorella, un fratello, un fidanzato. Non hanno un affetto. E allora comprano un peluche. E lo abbracciano per ore, tra un cliente e l’altro. Diventa la zattera a cui aggrapparsi quando emotivamente si rischia di annegare. Ognuna di loro ha il “suo” peluche. Come una bambina. E la sua Bibbia (che tengono sempre in stanza, sul comodino).

Definirla casa di prostituzione è riduttivo. La connection house, uno dei marchi di fabbrica della mafia nigeriana, è un luogo di sospensione della legalità. È una casa divisa in diversi piani, dove entri per “chiedere” una donna (e in quel caso sali nelle stanze da letto), o per acquistare armi e droga, per giocare d’azzardo o semplicemente per mangiare cibo africano cucinato dalle cosiddette Maman, figure chiave che raccolgono i soldi e controllano e gestiscono le ragazze quotidianamente. Nei racconti dei collaboratori di giustizia, le connection house sono anche i punti di intermediazione di commerci irriferibili. Se vuoi comprarti un rene, passi da qui. Ci pensano i “Black Axe”, sono loro che trafficano organi umani, secondo quanto emerso. In genere chi è implicato in questa attività non ha contatti con gli altri, si tiene in disparte. Attende una chiamata dalle connection house.

Sono poco più di bambine, le donne intrappolate dalla tratta di esseri umani gestita dalla mafia nigeriana. Sulle loro vite, lucrano centinaia di migliaia di euro, tra i proventi del sesso a pagamento e i riscatti che le ragazze devono pagare per liberarsi dall’orrore della schiavitù. C’è un tariffario, ci sono delle procedure. La mafia nigeriana, si apprende dalle carte delle inchieste agli atti della Dda di Napoli, acquista le ragazze a 5.000 euro e le fa arrivare in Italia clandestinamente. Sono circa 11.000 le donne nigeriane – secondo i dati del progetto antitratta della Regione Campania – che raggiungono ogni anno il territorio italiano. E più dell’80% di loro transita prima o poi per Castel Volturno e il Litorale Domizio. Le ragazze sono costrette a lasciare l’indirizzo e il cellulare dei familiari rimasti in Africa: saranno i primi a essere colpiti se si rifiutano di obbedire. Poi vengono obbligate a prostituirsi, sulla Domiziana o nelle connection house per poche decine di euro a prestazione sessuale, dove pagano l’affitto della stanza in cui ricevono i clienti.

“Il cliente salda direttamente alla prostituta la quale poi consegna una parte del denaro alla Madame”, racconta a verbale il pentito Twumasi Collins. “Periodicamente alcuni esponenti degli ‘Eye’ fanno il giro delle connection house e raccolgono dalle Madame la parte spettante all’organizzazione criminale”. È un meccanismo oliato, e conosciuto, che resiste ai colpi della legge. La caserma dei carabinieri di Grazzanise (Caserta) ha compiuto dieci arresti per sfruttamento della prostituzione nera nell’ultimo anno: donne, si annota nei rapporti inviati nelle procure, a disposizione dei “bianchi”, gli italiani.

Per riscattarsi, le donne devono versare fino a 60.000 euro, e ci vogliono molti anni, durante i quali vengono gestite dalle Maman o Madames, di solito ex prostitute riscattate. Persino le ragazze che arrivano in gravidanza devono comunque prostituirsi, “e se non lo fanno – si legge nelle carte – le costringono a vendere il loro bambino”. Una volta concluso il pagamento, il bivio: scappare alla ricerca di una vita normale, o diventare a loro volta Maman e amministrare una connection house. In quel caso, la tassa da pagare è di 6.000 euro alla Maman che le ha gestite fino ad allora.

Hellen stava per diventare una di loro. È riuscita a darsi alla fuga, aiutata da Christopher Schule, il pentito di Castel Volturno, l’uomo che l’aveva accolta nei primi giorni difficili. La mafia nigeriana lo ha cercato, lo ha minacciato. In venti lo hanno circondato: Christopher doveva risarcirli di 40.000 euro: “Sei tu che l’hai fatta scappare”. Schule è stato salvato dai vicini. Hellen ha raccontato tutto ai carabinieri. “Sono nata ad Abia State in Nigeria, sono figlia unica. Ci fu una lite in famiglia sulla proprietà di un terreno e mio padre fu ucciso da alcuni familiari. Mia madre mi rifugiò da una amica a Medugri. Nel 2009 un cugino mi localizzò, mi voleva uccidere. L’amica mi fece scappare in Libia con sua figlia in auto. Ho vissuto due anni a Bengasi, facevo la domestica, ho incontrato il padre di mia figlia. Allo scoppio della guerra in Libia, fuggii in barca a Lampedusa, senza pagare niente per il viaggio. Ero incinta”. Poi il centro di accoglienza. Il marito che la abbandona. La figlia che le nasce mentre lei è a Bari. Una conoscente le dà il numero di una Maman di Castel Volturno che le paga il viaggio in treno. Hellen entra nella connection house, capisce subito cosa vogliono da lei. Si rifiuta. Trova ospitalità da Cristopher: cucina cibo africano che vende agli immigrati. La mafia nigeriana l’ha rintracciata: in quattro le hanno sfasciato il locale. Lei ha resistito. Ha detto no. Ha denunciato. E si è ripresa la sua vita.

Nella capitale della mafia nera

Gli ispettori del Fbi sono entrati da una porta laterale del palazzo della Procura di Napoli per non dare nell’occhio. Hanno parlato con i magistrati che si occupano di mafia nigeriana a Castel Volturno e nel casertano. Si sono fatti spiegare le tecniche investigative messe in piedi dalla Dda partenopea. Hanno appreso notizie e segreti di una mafia transazionale che ha messo piede anche negli Stati Uniti, che affilia, agisce e delinque con modalità che non hanno uguali al mondo e che miscelano ferocia inaudita, controllo capillare del territorio, senso di appartenenza al clan di tipo massonico.

La visita è avvenuta alcuni mesi fa. Nel riserbo. Inquirenti statunitensi e napoletani si sono scambiati informazioni utili alle loro indagini. Alcune a Napoli sono ancora in corso. Altre sono giunte a sentenza. I pm Ilaria Sasso Del Verme, Giovanni Conzo e Sandro D’Alessio hanno ottenuto pesanti condanne. Merito anche dei pentiti. A cominciare da Christopher Schule, il primo collaboratore di giustizia della mafia nigeriana di Castel Volturno: un affiliato al gruppo degli “Eye” sin dal 2010 che, vestendo i panni del giornalista-infiltrato, ha conquistato la fiducia dei connazionali e ne ha raccolto le confidenze. Ai carabinieri di Grazzanise, agli ordini del maresciallo Luigi De Santis, Schule ha rivelato il giuramento di sangue degli Eye. “Fui introdotto in un’abitazione dove c’erano 12 persone, vi era un agnello a cui fu tagliata la gola. Una di queste persone versò il sangue dell’agnello in un bicchiere di vetro che mi porse, e fece la stessa cosa con altri quattro ragazzi che dovevano essere affiliati con me. Nel mio bicchiere con il sangue, l’officiante mise una mia foto col mio nome scritto sopra assieme alla foto di un’aquila, il simbolo degli “Eye”. Quindi diede fuoco alle due foto e mi fece bere il sangue di agnello insieme ai frammenti bruciati delle foto. Però prima di berne il contenuto mi fece recitare una formula in lingua Benin, Hausa ed inglese che diceva pressappoco così: “I begin not to end I give my power to my self end to use it only in self defense. Ottagni. Senseni, Sampani”. Una formula che in sostanza significa: “Io qui comincio ma senza una fine. Dò il potere a me stesso e per usarlo solo per autodifesa”. Ottagni, Senseni e Sampani sono tre divinità della cultura Voodoo che si evocano, dice il pentito, “per suggellare il giuramento: sono come i guardiani della parola data”.

Quel giorno Schule diventa, e lo sarà per quasi cinque anni, un soldato della mafia nigeriana. Un esercito che combatte per i profitti dello sfruttamento della prostituzione, dello spaccio di droga e dell’introduzione di clandestini, che riduce in schiavitù le donne, che fa letteralmente a pezzi i nemici, come il povero Saba, che si rifiutò di proseguire a spacciare ed a pagare la quota di affiliazione al clan: il suo omicidio avvenne nel 2008 ma è ancora vivo nel ricordo della comunità locale.

La droga arriva dal Sudamerica col sistema classico dei corrieri rimpinzati di ovuli pieni di hashish o eroina, incelofanati e termosaldati. Il procedimento la nasconde ai raggi X degli aeroporti, solo una Tac ti può sgamare. Lo stratagemma consente importazioni con numeri da record, che gli inquirenti calcolano in diverse decine di quintali all’anno. Ma ha le sue controindicazioni, è sempre Schule a spiegarlo: “Da un certo Dominic appresi che qualche volta i corrieri sono morti perché l’ovulo si spaccava. Il cadavere di un corriere venne tenuto per parecchi giorni in una casa e fu sezionato a pezzi per recuperare la droga dall’intestino. Fu poi smaltito nei giorni successivi in piccoli pezzi, gettati in mare o nelle campagne. A tutti i presenti fu dato un pezzo con l’onere di disfarsene. Un modo per coinvolgere tutti e per costringere tutti al silenzio”.

Negli ultimi trent’anni Castel Volturno è diventata la città ideale per il reclutamento delle milizie di questo esercito sanguinario. Si può attingere tra i circa 25mila immigrati nigeriani e ghanesi che sfuggono ai controlli dell’anagrafe, che hanno invaso il litorale domizio sfondando le porte delle villette abbandonate dopo il terremoto del 1980, oppure fittando dai “bianchi” un materasso per dormire ammassati in case prive di agibilità, per le quali non si paga l’Imu, e con gli allacci abusivi. Si stipano a decine in dieci metri quadri, su quei materassi luridi e sfondati: per dormirci sopra si pagano 150 euro a persona.

Se l’alternativa è andare a raccogliere pomodori nei campi per 20 euro al giorno, la tentazione di arruolarsi nella mafia nigeriana è fortissima. L’offerta è varia, la mappa dei clan è descritta da Schule con precisione: “Ci sono vari gruppi di associati, antagonisti tra loro: i ‘Black Cats’, gli ‘Eye’ e i ‘Vikins’. I ‘Black Cats’ sono nigeriani ed etnia Ibo, hanno come simbolo un gatto nero con un basco militare, che di solito si tatuano sulla spalla per farsi riconoscere. In altre zone d’Italia ci sono altre cellule, la più grande è a Padova. È un gruppo molto ricco anche grazie ad attività commerciali apparentemente lecite, come bar e supermarket. Comunicano tra loro con le ricetrasmittenti, evitano i cellulari, trattano droga in grandi quantitativi. Mentre gli Eye sono di etnia Benin, ne fanno parte anche ghanesi, spacciano droga al dettaglio e si occupano di tratta di esseri umani. Ai ragazzi e le ragazze che partono dalla Nigeria viene imposto un giuramento voodoo di fedeltà al loro padrone che troveranno in Europa e che, se tradiranno, saranno uccisi sia loro che i familiari rimasti in Nigeria”.

Schule riempie decine di pagine di verbali. Descrive il carattere transnazionale di una mafia “che ha riferimenti in quasi tutti i paesi d’Europa”. E indica quali. “In Spagna c’è Erik A., in Olanda c’è un tale Osas, in Francia opera tale Wofa, un capo degli ‘Eye’ che si sposta periodicamente tra lì e l’Italia. Ho appreso che c’è un referente degli ‘Eye’ anche in Danimarca e nel Regno Unito, che però non conosco. Sono andato in quasi tutte le loro sedi, saprei condurvi a quelle di Madrid e Barcellona, a Vasco in Portogallo, ad Amsterdam in Olanda, a Parigi, nei pressi di via De Gaulle, a Belfast in Irlanda del Nord, a Copenaghen”. Quando si dice la globalizzazione.

“Non mollate le vecchie inchieste, diteci il seguito”

Insieme alle richieste di abbonamenti nuovi o rinnovati, molti lettori ci scrivono le loro osservazioni, critiche, incoraggiamenti, complimenti e suggerimenti sul Fatto che c’è e su quello che vorrebbero a partire dal 2019 per il decimo compleanno del nostro giornale. Per qualche giorno, pubblicheremo quelle che ci paiono più interessanti. Nei limiti del possibile, cercheremo di venire incontro a ciascuno per dare a tutti un prodotto più ricco e più rispondente ai desideri della nostra comunità. A partire da subito. Alcuni lettori ci hanno chiesto un riepilogo sinottico ma completo sulle cose fatte dal governo Conte nei suoi primi sette mesi di vita: oggi alle pagine 2 e 3 diamo conto di come funzionerà il reddito di cittadinanza e domani proseguiremo con la lista completa di tutte le leggi, norme e decisioni della maggioranza gialloverde (accompagnate dai nostri giudizi). Voi continuate a sostenerci e a consigliarci, noi continueremo ad accontentarvi. Grazie e ancora buon decimo compleanno a noi tutti!

Marco Travaglio

 

Sono un vostro abbonato da un paio di mesi e vi ringrazio per avermi fatto ritornare il piacere di leggere un quotidiano. Leggo il Fatto sul PC che è ovviamente il pdf della versione cartacea. Al riguardo avrei una proposta da fare per rendere più agevole la lettura a chi legge il Fatto sul computer: alcuni articoli sono impaginati al centro delle pagine pari e dispari e obbligano il lettore online a scorrere da una pagina all’altra per completare la lettura di un articolo e poi a tornare indietro per riprendere la lettura degli altri pezzi. Compatibilmente con le vostre esigenze di impaginazione e di esposizione degli articoli sulle pagine cartacee, ci sarebbe la possibilità di consentire una lettura più fluida degli articoli a chi come me legge il Fatto sul PC?

Michele Martinelli

 

Volevo prima di tutto ringraziarvi per il lavoro fatto e che state facendo; complimenti e continuate così. Per questioni di tempo non ho la possibilità di leggervi tutti i giorni ma solo il fine settimana e nei giorni di vacanza e nei festivi in cui il vostro quotidiano esce in edicola. Durante la settimana riesco a “sfogliare” ilfattoquotidiano.it, quindi posso dire di conoscervi abbastanza bene ormai. Condivido la nuova impostazione data ultimamente con i nuovi servizi e argomenti trattati. Trovo sempre tutto molto interessante; è veramente difficile che non sia così. Mi piacerebbe trovare oltre a ciò, il seguito ad argomenti già trattati dei quali non si hanno più notizie: es. la questione dei filtri antiparticolato sui veicoli diesel per i quali era stata aperta un’inchiesta; a che punto sono oggi gli ospedali che erano stati travolti da scandali per questioni igieniche, oltre alle altre questioni che riguardano la nostra sanità che ormai era tra le migliori al mondo.

Un altro suggerimento può essere quello di provare a seguire gli sviluppi nel nostro paese del comparto ambientale, vivibilità nelle nostre città, del tipo a che punto sono (e se ci sono) progetti per lo sviluppo di piste ciclabili, aree pedonali, incremento e miglioramento dei mezzi pubblici. Insomma testimoniare se si sta facendo veramente qualcosa per la salvaguardia della nostra salute. Credo che esista una prateria di approfondimenti su questi argomenti.

C’è poi anche tutto il comparto turistico (che è pur sempre la prima azienda del nostro paese), monumentale e paesaggistico che potrebbe essere descritto, raccontato e valorizzato attraverso i vostri servizi (ma questo in parte già fate). Far capire alla gente quanta ricchezza abbiamo che non sappiamo valorizzare al meglio.

Emiliano Raio

 

Leggendo l’editoriale di Travaglio, mi ha colpito molto come siate riusciti ad intercettare l’esigenza delle persone di avere un’informazione nuova, libera, trasparente, non soggetta a padroni e come dai primi abbonati siate arrivati a quello che siete oggi. Significa che comunque in Italia, sempre così bistrattata a livello internazionale, si sentiva e si sente tanto ancora oggi l’esigenza di giustizia, meritocrazia. Sarebbe interessante se questo vostro modello di successo, alla fine sono i semplici lettori i veri protagonisti del vostro successo, potesse essere replicato in altri settori. Quindi confrontandomi quotidianamente nel settore del biologico, di cui vi siete spesso occupati con le vostre inchieste, vorrei inviarvi una semplice proposta/idea: la creazione di un ente certificatore biologico indipendente, non pagato dalle imprese che si devono certificare ma direttamente dalle persone che desiderano avere la sicurezza che non ci siano conflitti d’interesse e che ciò che stanno acquistando sia veritiero. E per esperienza queste persone potrebbero essere molte.

Manuele Francesio

 

Ho letto l’articolo del direttore sulle tante cose fatte in questo decimo Natale. Bene! Bravi, bis! (nel senso che bisogna fare il bis e tris di decimi anni!). Mi piacerebbe che si facesse un approfondimento come solo voi del Fatto sapreste fare sulla questione Tav, magare svilupparlo su FQ Millennium! In un paese civile la questione Tav sarebbe stata oggetto di approfondimento in prima serata su Rai 1 ma so che è fantascienza (potreste provare a suggerirlo a Mentana e fare lui un approfondimento televisivo). Sarebbe interessante farlo, nell’interesse di tutti i cittadini, togliere di mezzo una serie di bufale che circolano da una vita e, soprattutto, evidenziare che non si è ancora fatto nulla tranne il tunnel esplorativo (ditelo a Chiamparino).

Gaetano Manna

 

Per quel che può valere, il mio suggerimento è di inserire qualche articolo di filosofi della scuola di Severino insieme ad altri di taglio sociologico/antropologico anche stranieri. Non mi permetto di fare nomi. Questo è il momento in cui il pubblico dei lettori (sparuto) si pone vaghe domande, ma non ha gli strumenti rudimentali non tanto per le risposte ma già per porsi correttamente le domande di fondo. Cosa significano espressioni ormai diffuse come “società liquida”, “dominio della tecnica”, “l’uomo è antiquato”, “troppo tardi per l’uomo”, “esistere con la AI”, “contemporaneità”, “soggettivismo”, “tramonto dell’Occidente”, “limiti”, “identità”. Eppure queste espressioni, che abitano il nostro linguaggio, non ci sono chiare e pertanto ne rimaniamo disorientati. Anche il dibattito politico non può più prescindere dalla comprensione del movimento carsico che quelle espressioni tentano di portare in superficie. “Destino del capitalismo”, “globalismo”, “neoliberismo”, “fine della classe media”, “fine della logica nei giovani” sono il formarsi politico di comprensioni più generali. Insomma se è pur vero che siamo diventati più superficiali e pigri è altrettanto vero che vorremmo vedere oltre gli schematismi novecenteschi affrancandoci dal pensiero main stream.

Paolo Toniolo

 

Chi sono io per suggerirvi come migliorare? Però ho una certezza: siete i migliori sul “mercato”. Date voce a tutto e tutti. Addirittura al blogger Viola del Pd. Perché così tanto spazio a costui, chiaramente schierato?(Unico neo).

Michele

(2 – Continua)