La Consob ha deliberato di applicare sanzioni amministrative pecuniarie per complessivi 135 mila euro nei confronti di due ex componenti del collegio sindacale de Il Sole 24 Ore (il terzo è deceduto) per omessa vigilanza nel periodo 2015-2016. La comunicazione è stata inserita ieri nel bollettino della Commissione nazionale per le società e la Borsa che contiene la delibera contro cui, informa la stessa Consob, i due ex sindaci hanno presentato ricorso alla Corte d’Appello di Milano. In particolare la Commissione ha fissato la sanzione in 70mila euro per Maurilio Fratino e 65mila euro per Laura Guazzoni. La Consob spiega che la decisione deriva dagli esiti dell’attività istruttoria, anche ispettiva, che aveva l’obiettivo tra le altre cose di comprendere il contesto aziendale che ha caratterizzato Il Sole 24 Ore nel biennio 2015-2016, rilevando e che la violazione di Fratino e Guazzoni “si è sostanziata nell’omessa vigilanza, per un considerevole arco temporale”, ovvero per oltre un anno, nel periodo che va dal 1 gennaio del 2015 al 29 aprile del 2016.
Carige, congelate azioni e 5 miliardi di obbligazioni
Le dimissioni della maggioranza dei consiglieri di amministrazione, firmate ieri dal presidente Pietro Modiano e dall’amministratore delegato Fabio Innocenzi, insieme a Salvatore Bragantini Bruno Pavesi e Lucia Calvosa, hanno causato la decadenza del Cda. L’autoaffondamento della governance ha spinto la Bce a commissariare immediatamente la banca, mentre la Consob ne ha sospeso in Borsa tutti i titoli sino a nuovo ordine.
È un inizio d’anno orribile per Carige, l’istituto genovese chiamato a rafforzare subito il patrimonio dopo l’emersione – proprio dopo un’ispezione della Banca centrale europea – di nuove ingenti perdite. Il 2019 inizia male per i suoi 4.400 dipendenti e i milioni di clienti: la decisione della Consob non “congela” solo le azioni Carige all’ultimo infinitesimale prezzo di 1 millesimo di euro, che valuta in Borsa l’istituto appena 80 milioni a fronte di un capitale nominale di 2 miliardi, ma anche le sue 34 obbligazioni quotate, che insieme ad altre 10 non quotate valgono 4,95 miliardi. I titoli sono in tasca a centinaia di migliaia di risparmiatori e, stante l’impossibilità di venderli o comprarli, non potranno uscirne sino al loro “scongelamento”.
Ora i tre commissari nominati dalla Bce (Raffaele Lener con Modiano e Innocenzi) hanno il difficile compito di rimettere in sicurezza Carige, realizzando in un modo o in un altro l’operazione di rafforzamento patrimoniale saltata lo scorso 22 dicembre, e parallelamente di trovare qualche istituto di credito disposto a comprare a prezzi di saldo ciò che resta della banca che fu l’orgoglio finanziario della Superba e dell’intera Liguria.
Dal 2013 in poi i crediti inesigibili hanno causato nei bilanci della banca una voragine di 3,1 miliardi emersa dopo gli scandali scoppiati dopo la gestione di Giovanni Berneschi, il presidente-padrone dell’istituto condannato in appello nel luglio scorso a otto anni e sette mesi per la maxi truffa ai danni del ramo assicurativo Carige Vita Nuova. Ma il 22 dicembre l’assemblea dei soci, chiamata a ricapitalizzare la banca per 400 milioni (dopo il miliardo e 650 milioni raccolto negli aumenti 2014 e 2015) per l’emersione di ulteriori perdite da svalutazioni di sofferenze, non ha ottemperato alle richieste della Bce perché il socio di maggioranza, la famiglia Malacalza che controlla (o meglio controllava) il 27,5% dell’istituto, si è astenuta facendo saltare l’operazione.
Da quello stop è scaturito un duro confronto tra gli azionisti e la Banca centrale europea. Lo stallo è durato sino a ieri, quando il nodo di Gordio è stato tranciato dalle dimissioni della maggioranza dei consiglieri. Modiano, Innocenzi e Lener hanno due strade per rafforzare le banca: o realizzare un nuovo aumento di capitale (operazione difficilissima, perché Malacalza che dal 2015 ha investito in Carige 400 milioni se ne ritrova oggi meno di 20), oppure – come pare più probabile – chiedere allo Schema volontario del Fondo interbancario di garanzia, che raggruppa una novantina di banche, di convertire in azioni il bond subordinato da 320 milioni sottoscritto in fretta e furia a fine novembre per sostenere Carige che era in emergenza perché il mercato non aveva voluto comprare il suo titolo.
In questo modo il patrimonio crescerebbe senza chiedere soldi agli azionisti, che verrebbero però “diluiti” ponendo di fatto Carige nelle mani dei concorrenti. D’altronde già a fine dicembre 2017 Carige aveva sacrificato gli obbligazionisti perché gli azionisti recalcitravano: i suoi bond subordinati da 510 milioni furono convertiti in un titolo senior da 188,8 milioni e la differenza andò a patrimonio. Ma se anche la conversione obtorto collo non bastasse, la riduzione di valore potrebbe colpire anche i bond senior: da qui la loro sospensione in Borsa, anche se questa ipotesi pare remota. È la replica esatta di quanto avvenuto il 22 dicembre 2016 quando, fallito l’ennesimo aumento di capitale, Banca d’Italia commissariò Mps e Consob congelò (sino a ottobre 2017) azioni e un centinaio di bond del Monte. Ieri la sospensione dell’azione Carige ha fatto scattare pesanti ribassi sulle azioni Bper, Intesa Sanpaolo, Ubi e UniCredit: sono gli istituti che, a torto o a ragione, il mercato ritiene potrebbero essere chiamati a salvare la banca genovese, con tutti i grattacapi del caso.
Consegne sotto attese e taglio dei prezzi: Tesla crolla in borsa
Le consegne deludono e Tesla crolla a Wall Street, arrivando a perdere oltre il 9%. Il colosso delle auto elettriche ha consegnato negli ultimi tre mesi del 2018 circa 90.700 vetture, l’8% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente ma meno delle 92.000 previste dal mercato. A questo si aggiunge un taglio dei prezzi di 2.000 dollari sul mercato americano per bilanciare almeno in parte la riduzione degli sgravi agli acquisti di auto elettriche. La decisione di Tesla di assorbire parte dei costi dei consumatori preoccupa gli investitori, che temono una riduzione dei margini e soprattutto sul Model 3, per il quale Elon Musk ha assicurato in più di un’occasione un prezzo di vendita di 35.000 dollari. Finora il prezzo medio è stato di 45.000 dollari. Gli analisti prevedono una svolta aggressiva sui prezzi per il grande pubblico. Sconti da recuperare – secondo i piani di Musk – con un maggiore volume di vendite. “Le consegne internazionali in Europa e Cina inizieranno nel febbraio 2019 – afferma Tesla – Abbiamo iniziato il 2018 con un tasso di consegne di circa 120.000 veicoli l’anno e abbiamo chiuso a più di 350.000”. Nonostante l’ottimismo, i titoli Tesla restano però sotto forte pressione.
Infortuni under 14: circa 50mila casi all’anno
Ogni anno gli infortuni sul lavoro che colpiscono ragazzini under 15 sono tra i 50 e i 60 mila. Si parla molto poco di questo dato inquietante, che pure è contenuto nel rapporto annuale dell’Inail.
Nel 2017, per esempio, l’istituto ha ricevuto 55.472 segnalazioni di casi che riguardano persone con età massima di 14 anni. Si tratta dell’8,56 per cento del totale degli infortunati. A questi si aggiungono 31.753 under 19 (4,95 per cento). Già ad aprile 2018, in occasione della giornata della sicurezza sul lavoro, il docente di Urbanistica all’Università La Sapienza di Roma, Sandro Simoncini, aveva lanciato l’allarme: “Ci si concentra troppo poco o per niente – ha detto – sulla qualità di vita dei circa 350 mila giovanissimi che nel nostro Paese vengono per lo più impiegati in piccole imprese familiari dell’artigianato e dell’agricoltura”.
Se il numero maggiore di morti si concentra tra gli over 50, il fenomeno degli infortuni è ben più trasversale, insomma, e la quantità di casi registrati tra i giovanissimi è addirittura superiori a quella osservata tra gli anziani con età superiore a sessant’anni.
Le storie: dalle fabbriche ai rider
Ieri un ragazzo di 28 anni, Massimo Aliseo, ha perso la vita in un incidente sul lavoro ad Agrigento. Lavorava in una azienda che si occupa di gas medicinali. Sarebbe stato investito dall’esplosione di una bombola durante le operazioni di ricarica nel momento in cui stava inserendo il tappo per la chiusura.
A settembre due persone, un 59enne e un 55enne, sono morte a causa di una fuga di gas in un locale dell’Archivio di Stato di Arezzo. Erano entrambi dipendenti dell’ente.
Un terzo impiegato è rimasto intossicato.
Il 1 dicembre un 19enne è morto a Bari mentre era in sella al suo scooter per consegnare le pizze ordinate tramite smartphone. A travolgerlo un’auto guidata da un altro giovane. A Pisa era toccato
a un 29enne schiantatosi per consegnare due panini e un fritto: era in prova e stava correndo per evitare di consegnare il pasto in ritardo e dover pagare la sanzione di 3 euro
Aumentano le morti bianche: 1.450 le segnalazioni nel 2018
Nel 2018 il lavoro in Italia ha tolto la vita a 1.450 persone, ma almeno 200 di queste morti sfuggiranno alle statistiche ufficiali. A tenere il conto nei campi, nei cantieri e nelle fabbriche – oltre che nelle strade per raggiungerli – è l’Osservatorio indipendente di Bologna. Fondato nel 2008 dall’ex operaio Carlo Soricelli con lo scopo di tenere alta l’attenzione dopo il rogo della Thyssenkrupp di Torino (dicembre 2007) in cui persero la vita sette operai, aggiorna i propri dati in tempo reale raccogliendo notizie di stampa e segnalazioni dirette. In questo modo riesce ad andare oltre i dati dell’Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, che sono incompleti per definizione.
Dopo diecianni, l’osservatorio ha rilevato un record negativo. I decessi avvenuti durante la prestazione lavorativa sono passati dai 634 del 2017 ai 703 dell’anno appena trascorso: mai così tanti dal primo gennaio 2008. Aggiungendo i 747 morti nel tragitto tra casa e lavoro (nel 2017 erano 716) si arriva a 1.450. Cento in più rispetto al 2017, anno in cui i casi conteggiati dall’osservatorio sono stati 1.350, mentre quelli denunciati all’Inail si sono fermati a 1.112.
Prima di tutto, però, va chiarito un aspetto: non c’è nessun complotto dell’Inail per sottostimare il numero di decessi. L’istituto pubblico per la sicurezza nei luoghi di lavoro si limita a comunicare il numero di denunce che riceve che, però, sono meno dei casi effettivi, per almeno due motivi: mancano sia quelle sui lavoratori in nero che quelle sugli addetti non assicurati con l’Inail. Quindi non è possibile fotografare l’entità del problema con le sole tabelle dell’ente.
Fatta questa premessa, si possono confrontare i due tipi di dati. Partiamo da quelli dell’Osservatorio di Bologna. Delle oltre settecento vittime del lavoro in senso stretto, una su tre era impiegata nell’agricoltura. In questo settore, fanno notare, spesso è fatale l’utilizzo del trattore: ben 149 sono i morti schiacciati dal ribaltamento del mezzo. Nell’edilizia, invece, i decessi sono il 15,2 per cento. Seguono poi gli auto-trasportatori con il 12,1 per cento e l’industria con il 7,8 per cento.
Secondo i sindacati a indebolire la sicurezza concorrono da un lato l’aumento delle ore lavorate, dovuto alla lenta ripresa degli ultimi anni, dall’altro il fatto che molte imprese per risparmiare non applicano il giusto contratto, che prevede stringenti obblighi di formazione. Quanto alla distribuzione geografica, le Regioni più martoriate sono quelle che hanno più posti di lavoro. Prima su tutte, la Lombardia, seguita dal Veneto.
I dati Inail più aggiornati, invece, riguardano i primi dieci mesi del 2018. Anche questi mostrano il peggioramento rispetto allo scorso anno. Da gennaio a ottobre, infatti, le denunce di infortunio mortale sono state 945, salite di 81 rispetto al 2017. Le morti avvenute durante la prestazione sono passate da 619 a 648; quelle in itinere da 245 a 297. Su questi aumenti hanno influito episodi noti, entrambi accaduti ad agosto: uno è il crollo del Ponte Morandi di Genova, dal quale sono scaturite 15 denunce, gli altri due sono gli incidenti dei pullman di braccianti stranieri avvenuti nel Foggiano (16 vittime). L’aumento, però, si registra anche in tante altre Regioni: la Lombardia è passata da 114 a 133, il Veneto da 75 a 100, il Piemonte da 67 a 87. I più penalizzati sono i lavoratori con età compresa tra i 50 e i 64 anni: 441 dei morti segnalati sono collocati in questa fascia (erano 366 nel 2017). Tutti questi numeri si riferiscono alle denunce ricevute dall’Inail. Non tutti i casi arrivati negli uffici dell’istituto saranno riconosciuti come morti sul lavoro. La statistica ufficiale, insomma, subirà un’altra sforbiciata dopo l’istruttoria che servirà a verificare se i deceduti erano assicurati presso l’Inail e se c’è un chiaro nesso di causalità tra la prestazione lavorativa e la morte. Delle 1.112 denunce del 2017, per esempio, solo 617 hanno superato questo controllo.
Dentroquesti numeri ci sono le storie di vite strappate in modo atroce e di famiglie rovinate. Come quella del ventottenne morto ieri ad Agrigento per l’esplosione di una bombola di ossigeno nel capannone industriale di una fabbrica di medicina. O come quella di settembre, quando una fuga di gas è costata la vita di due dipendenti dell’Archivio di Stato di Arezzo. Eppure il tema della sicurezza sul lavoro fa ancora fatica a ritagliarsi il suo spazio nel dibattito politico. Basti pensare che le multinazionali che gestiscono le consegne di cibo a domicilio non sono obbligate ad assicurare i propri rider, poiché inquadrati come lavoratori autonomi: al massimo alcune hanno stipulato polizze private, spacciandole come generose concessioni. Eppure sono due i fattorini – un diciannovenne e un ventinovenne – morti sul lavoro negli ultimi sei mesi, proprio mentre i sindacati autonomi tentavano con forza di strappare maggiori tutele al tavolo di trattative con i proprietari delle applicazioni.
Il Pd è allo sfascio? Tutta colpa di Bob
Tutto (o quasi) ci saremmo aspettati da Matteo Renzi tranne che potesse dire di aver sottovalutato le fake news. Quella dell’ex premier contro le bufale è ormai un’ossessione, tanto che da anni si è illuso di poter imputare a Facebook, ai troll russi e ai blog di notizie false la sconfitta al referendum e il crollo del Pd al 17 per cento delle ultime elezioni. Ieri, tanto per ribadire il concetto, se ne è lagnato in un’intervista a Oggi: “Penso di aver sbagliato a sottovalutare la vergognosa mole di fake news, fango e bugie che ci hanno buttato addosso. Era qualcosa da combattere in modo professionale”. In modo professionale? Tipo? Vuole forse dire, Matteo, che l’ultima trovata del governo Gentiloni, in piena campagna elettorale, ovvero il bottone rosso per segnalare alla Polizia postale le fake news online, non era forse buona? O che andava pensata prima? O magari la memoria di Renzi sta scorrendo ai memorabili dossier anti-fake news pubblicati su Democratica, il pdf di partito, o alla app Bob, la “controffensiva” del Pd “contro le falsità di chi ha fatto credere che fosse politica far diventare virali le fake news”, durata si e no qualche mese. Tutto va bene, pur di evitare esami di coscienza. Anche credere che sia tutta colpa delle fake news.
“I Gilet gialli c’est moi. Altro che 5Stelle…”
Paura: le furibonde proteste francesi contagiano l’Italia. Per ora non si manifestano in piazza, ma dal notaio: Salvatore Bussu, 49enne di Alghero, ha depositato il marchio “Gilet gialli” all’ufficio brevetti del Ministero dello Sviluppo economico. Bussu è un ex Cinque Stelle, candidato senza fortuna alle Regionarie sarde dello scorso dicembre. Dei vecchi compagni si dice molto deluso, sulla sua nuova avventura invece è prudentissimo: “Mi dispiace ma non sono autorizzato a parlarne”.
Chi è che non l’autorizza, signor Bussu?
Per poter parlare bisogna saper dire cose di buon senso.
E chi glielo impedisce?
Guardi, non sono autorizzato. Siamo stati colti di sorpresa. La notizia dei Gilet gialli è uscita senza preavviso, non pensavamo che avrebbe avuto una tale diffusione mediatica.
Ma lei, e chi altro?
Mi stanno chiamando tutti, mi squilla il telefono continuamente, non è una questione personale: mi ha cercato anche il Tg1. Non siamo autorizzati a parlare.
Mi tolga almeno una curiosità: a cosa serve registrare quel marchio?
In questo modo ne ho preservato l’uso politico. Ora quel simbolo è nostro. Nessun nuovo partito potrà usare il nostro nome e il nostro logo (un giubbotto catarinfrangente con una striscia tricolore, ndr). Chiunque avrà intenzione di farlo, dovrà prima parlare con me.
Bene. Ma i Gilet gialli sono un movimento di piazza, pure parecchio incazzoso, mica un partito politico.
Le assicuro che la nostra esperienza sarà completamente diversa. Noi siamo persone serie, equilibrate, di buon senso. Non siamo violenti, abbiamo un atteggiamento molto più ragionevole.
Insisto, lei parla sempre al plurale. Si spieghi: chi sono i Gilet gialli sardi?
Possiamo sentirci la settimana prossima.
Ma lei non era grillino? Non ci sono già i Cinque Stelle in quello spazio politico?
C’erano i Cinque Stelle, c’erano…
Ora c’è Salvatore Bussu.
Clic.
Nugnes e le altre: così Fico finisce in squadra coi ribelli
Elena Fattori dice: “Io non lo conosco neanche”. Eppure, Roberto Fico – è da lui che si schermisce – rischia di diventare involontario protagonista dell’ultima campagna anti-dissidenti del Movimento Cinque Stelle. A tirare in ballo il presidente della Camera sono le voci, mai sopite, secondo cui sarebbe lui l’unica ragione per cui Paola Nugnes non è ancora stata cacciata dai probiviri. Ancora tre giorni fa, la storica attivista napoletana è stata momentaneamente “graziata” (insieme alla Fattori) dall’espulsione che invece è toccata in sorte ai due colleghi senatori, Gregorio De Falco e Saverio De Bonis, e ai due eurodeputati Giulia Moi e Marco Valli.
Su Nugnes e Fattori – entrambe colpevoli di non aver votato il decreto Sicurezza – il giudizio è sospeso. E a quanto pare, lo resterà più a lungo possibile.
Non si vuole tirare la corda, ragionano nel M5S, in un Senato dai numeri già ballerini. E non si vuole arrivare allo scontro, è il lato B della riflessione, con una senatrice così vicina al presidente della Camera, che pure si rifiutò di presiedere l’aula al momento del sì definitivo alle nuove norme sull’immigrazione.
Fattori, dunque, gode di riflesso della condizione dei “sospesi”. E annuncia già battaglie legali in caso dovesse arrivare la cacciata dal Movimento. Nugnes invece, ieri, ha taciuto. Ma è impossibile non notare quel “precedentemente” che campeggia sul suo status Facebook, come se l’appartenenza alla squadra M5S fosse roba del passato.
Eppure, ai piani alti, tutto vogliono tranne che accelerare. Ieri, d’altronde, non sono mancate conferme alla teoria secondo cui toccare Nugnes equivale a toccare Fico. Un’altra deputata di “area”, Gilda Sportiello, non è rimasta zitta: “Forse, più che di provvedimenti e sanzioni, ciò di cui necessita il Movimento sono spazi di confronto, in cui poter costruire e salvaguardare la propria linea politica. Ma davvero siamo così sicuri – ha scritto su Facebook – che siano persone come Paola Nugnes, Virginia La Mura, Matteo Mantero (altri due deferiti e poi archiviati, ndr) a non rappresentare più il Movimento? Chi si è davvero allontanato, chi vorrebbe trasformarlo, chi ha dimenticato dove eravamo e per cosa abbiamo lottato?”. Sportiello non è sola. Sempre da Napoli arriva il post di Francesca Menna, che da qualche mese ha lasciato per ragioni personali il seggio di consigliera comunale in città, ma è stata la candidata sindaco che Fico avrebbe voluto sfidasse Luigi De Magistris. Ecco cosa scrive: “Nel 2012 il Pd espulse chi era contro il Tav. Nel 2010 Rifondazione fece lo stesso con Turigliatto. Noi indignati additavamo il comportamento dei partiti che toglievano agli eletti la possibilità, tutta costituzionale, di esprimere il proprio voto in coscienza! Quando la coesione di un gruppo si ottiene attraverso l’esercizio del Potere, vuol dire che il Potere che noi tanto volevamo combattere ci ha sedotto, che la scatoletta di tonno che volevamo aprire ha aperto noi rendendoci uguali! Che sconfitta!”. “Brutte pagine di storia che nessuno di noi vorrebbe si ripetessero”, sostiene anche Gloria Vizzini che fa parte dei 25 deputati che con Fico hanno mal digerito il decreto Sicurezza targato Salvini. Tra loro c’era anche Doriana Sarli, che ieri è tornata a farsi sentire sulla tragedia in corso nel Mediterraneo: “Con dolore mi accorgo che il tempo passa e nessuno del governo si esprime sui 49 migranti ancora per mare….”. Ieri il presidente della Camera – che in passato, va detto, non è mai stato critico sulle espulsioni – ha parlato della scelta “dolorosa” di comprimere i tempi di discussione della manovra. Chissà che non ne debba presto sostenere delle altre.
Dibba sr. come Salvini: “Taglio indennità? Meglio fatti concreti”
Salvini frena, il Movimento Cinque Stelle rilancia: la prima proposta dell’anno sul fronte pentastellato è il taglio degli stipendi – o meglio delle indennità – dei parlamentari. Lanciata a Capodanno dalla coppia Di Maio-Di Battista, la prima reazione di Matteo Salvini è stata piuttosto fredda: “Per la Lega le priorità degli Italiani sono cose anche più concrete”. Alle parole dell’alleato di governo è seguita, ieri, la controreplica di Paola Taverna, senatrice Cinque Stelle e vicepresidente di Palazzo Madama: “Non c’è nulla di più concreto che tagliare spese superflue e utilizzare i milioni di euro risparmiati per le vere esigenze dei cittadini. Concreto come una fetta di pane e Nutella!” – ha scritto Taverna su Facebook, riferendosi a uno dei numerosi selfie con cui il ministro dell’Interno aggiorna gli italiani su cosa mangia a colazione. “Nel 2019 – ha ribadito la senatrice – taglieremo gli stipendi dei parlamentari. Noi del Movimento 5 Stelle da quando siamo in Parlamento ci tagliamo le retribuzioni”.
A sorpresa però la linea di Salvini sulle indennità parlamentari è stata apprezzata anche dal padre di uno dei due grillini che hanno lanciato la proposta. Vittorio Di Battista, parà di Alessandro orgogliosamente e dichiaratamente fascista, ha detto la sua sull’argomento, sempre via Facebook, e proprio usando le parole del “capitano” della Lega: “Spero, promitto e iuro. Taglio degli stipendi? Giusto ma anche cose più concrete. No Tav, conflitto di interessi, prescrizione…”. Per quanto riguarda le opposizioni, si registra la modesta proposta di Osvaldo Napoli, deputato di Forza Italia. Una provocazione: ai parlamentari venga corrisposto lo stesso stipendio che avevano prima di essere eletti. “Se l’obiettivo è di fare economie sul costo della politica – spiega Napoli – la mia idea è che ogni parlamentare deve avere diritto a un’indennità economica di carica in tutto eguale allo stipendio che percepiva prima della sua elezione. In questo modo, l’elezione alla Camera o al Senato sarebbe a impatto neutro sulle finanze di ciascun parlamentare. Il problema – ironizza il forzista – riguarderebbe quelli che in Campania, terra di Di Maio, chiamano gli sfaccimme, cioè coloro che non hanno fatto nessun lavoro e, dunque, al momento della loro elezione dovrebbero continuare a non percepire nessun reddito. Esiste un modo migliore per servire la Repubblica in modo disinteressato?”