E adesso il Friuli leghista vuol tornare alle province

Le province potrebbero tornare. O meglio, potrebbero tornare operative, dopo essere state svuotate di risorse e poteri negli ultimi anni. La rivincita degli enti intermedi, stando alle promesse del governatore leghista Massimiliano Fedriga, partirà dal Friuli Venezia Giulia: “Avranno maggiori competenze rispetto alle vecchie province – ha spiegato qualche giorno fa – e saranno elettive, perché i cittadini devono poter mandare a casa gli amministratori che governano male”.

L’obiettivo di Fedriga è completare la riforma entro la fine del 2019. Il primo passo è già stato fatto: dal primo gennaio i comuni friulani non hanno più l’obbligo di aderire alla propria Unione territoriale intercomunale (Uti), ovvero l’ente – ce ne sono diciotto in tutta la Regione – che raggruppa città vicine e ne gestisce alcune competenze. Per completare la ricostituzione, il Friuli Venezia Giulia potrà anche agire in maniera autonoma rispetto al governo nazionale, potendo contare sullo statuto speciale concesso dalla Costituzione.

Allo stesso modo, nel 2016, si era arrivati all’abolizione delle province di Trieste, Gorizia, Pordenone e Udine, voluta dall’allora presidente Pd Debora Serracchiani. Lo speciale ordinamento della Regione aveva concesso un vantaggio ai nemici delle province, la cui abolizione era diventata effettiva indipendentemente dall’esito del referendum costituzionale del 2016, quello che nel resto d’Italia ha bocciato il taglio degli enti, rimasti nel guado di una riforma Delrio – tutt’ora vigente – che li ha depotenziati senza poterli cancellare. Con il paradosso che oggi le province esistono ancora, a costo zero e con presidenti nominati dai sindaci e dai partiti, senza però avere i fondi per gestire quelle competenze rilevanti ancora di loro responsabilità (scuola e strade su tutte).

Problemi che non riguardano il Friuli, dove quindi la riforma di Fedriga non è un modo per uscire dallo stallo, ma una precisa volontà di ripristinare un ente intermedio tra comuni e regione: “Potrebbero essere 3,4 o al massimo 5, dipenderà dalle esigenze dei territori”. I costi? Secondo Massimo Moretuzzo, esponente dell’opposizione in Regione, si superano i 20 milioni di euro l’anno. Fedriga spiega invece che è l’Uti, rispetto alle vecchie province, ad aver aumentato i costi di gestione. Di certo però, se davvero le province venissero restaurate e tornassero elettive, si dovrebbero ricomporre giunte, consigli, staff di presidenza e apparati burocratici. Tutto ciò che la Serracchiani si vanta di aver abolito: “L’eliminazione delle province ha portato una migliore efficienza, con la ridistribuzione delle competenze tra Regione e Comuni, e un risparmio economico. Si può pensare di cambiare le Uti, sostituendole con qualcosa di diverso, ma tornare indietro alle vecchie province è qualcosa di anti-storico”. Anche perché, spiega la Serracchiani, “all’epoca il percorso di abolizione era stato condiviso anche dal centrodestra”.

Ma i tempi cambiano e adesso Fedriga vuol tirare dritto, dando seguito alle promesse fatte durante l’ultima campagna elettorale. Il governatore potrà poi farsi forza del sostegno di Matteo Salvini, che più volte ha caldeggiato una revisione della legge Delrio e che, prima della formazione del governo, aveva presentato un disegno di legge per ripristinare almeno l’elezione diretta delle province. La questione era finita lì, sepolta da un contratto di governo in cui la parola “province” non compare neanche una volta. Ma adesso, con la spinta dei governatori locali, qualcosa potrebbe cambiare.

Vitalizi e altri tagli: la Camera “salva” 150 milioni in 3 anni

Il presidente della Camera, Roberto Fico non ci sta. Ma quali aumenti di spese: a Montecitorio i risparmi ci sono, eccome e “non si fermeranno qui”. Dal 1 gennaio è ufficialmente applicata ai cedolini degli ex parlamentari la delibera che supera i vitalizi. “Un risparmio di circa 130 milioni di euro per il prossimo triennio, che comunque non è l’unico” sottolinea Fico rispondendo a quanti “continuano a scrivere che la Camera dei deputati costa di più rispetto al passato, in realtà nei prossimi tre anni risparmieremo 150 milioni di euro. Questo perché ignorano i risparmi che assieme all’Ufficio di presidenza stiamo portando avanti. Allora provo a fare un po’ di chiarezza: per l’anno che è appena iniziato il costo di Montecitorio sarà di 10,4 milioni in meno rispetto a quello precedente”. Ma se si considera anche il taglio dei vitalizi, su cui pende la spada di Damocle degli oltre mille ricorsi degli ex deputati, il risparmio tocca i 56 milioni. Che porta il taglio complessivo a quota 5,78% rispetto all’anno scorso. “Quanto ai vitalizi, avendo proceduto con l’Avvocatura dello Stato e quella della Camera, sono convintissimo che risparmieremo questi soldi che ora sono solo accantonati. Credo che mai si sia registrato ad un risparmio di questa entità. E queste cifre dimostrano che parlare di aumenti delle spese anziché di tagli è del tutto fuori luogo. Invito chi ci attacca a leggersi le carte” dice al Fatto il questore della Camera, Federico D’Incà.

Ma che dicono le carte? Nel bilancio di previsione 2019, la spesa di Montecitorio si riduce dell’1,08%, scendendo a 958,8 milioni contro i 969,2 del 2018. Nel 2017, è vero, ci si era fermati a quota 950 milioni grazie al tetto imposto agli stipendi più alti nel 2015. Un contributo di solidarietà impallinato però in sede giudiziaria e che ha visto svanire gli effetti contabili a partire dal 1 gennaio 2018. “Una vicenda che comunque non può essere messa in conto in nessun modo alla Presidenza Fico” precisa D’Incà, che sottolinea come siano quattro le voci più pesanti di spesa alla Camera. E che insieme fanno circa l’80 per cento dei costi: il personale dipendente e i pensionati dell’amministrazione, i deputati in carica e gli ex.

Secondo le previsioni la spesa per il personale dipendente nel 2019 si ridurrà di 5,7 milioni di euro rispetto al 2018 e di 60,8 milioni rispetto al 2013, primo anno della precedente legislatura, la XVII. Sempre secondo le attese, la riduzione proseguirà anche nei prossimi due anni sino ad attestarsi, nel 2021, ad un livello inferiore di circa 16 milioni rispetto al 2018. Si tratta comunque di una cifra monstre: è la seconda voce più importante del bilancio dell’amministrazione preceduta solo dalla spesa per i pensionati che costano in termini di assistenza previdenziale 276,8 milioni di euro all’anno (il 28 per cento del totale del bilancio della Camera). “Anche su questo sono prevedibili ampi margini di risparmio, considerando che nei prossimi concorsi per agevolare il ricambio generazionale del personale occorrerà fissare alcuni paletti con una revisione dei contratti e dei livelli retributivi” spiega D’Incà. Nel caso dei pensionati invece si tratta di costi incomprimibili anche se non è escluso che il taglio delle pensioni d’oro possa comportare risparmi anche su questo fronte.

E i deputati? Nel 2019 costeranno 130,6 milioni di euro con un incidenza del 13,6 % sul totale della spesa dell’amministrazione di Montecitorio. Il collegio dei questori, su questo fronte, ha prorogato fino al 2021 il blocco delle indicizzazioni delle indennità e l’adeguamento dei rimborsi con un risparmio di 41 milioni. E si guarda con molta speranza (di risparmio) alla riforma costituzionale per abbattere il numero dei parlamentari. Se verrà realizzata comporterà non solo la spesa per emolumenti ma pure effetti indiretti come nel caso dei costi di gestione. “Stiamo lavorando ventre a terra – dice ancora il questore del Movimento 5 Stelle – anche sul processo di digitalizzazione che consentirà di risparmiare tempo e risorse e rendere più trasparente l’amministrazione. A questo deve aggiungersi la messa a gara di tutti gli appalti e soprattutto quella volta a realizzare economie di scala nei due rami del Parlamento”.

200 deputati nel mirino per i conflitti d’interesse

Sorpresa: circa 200 deputati su poco più di 600 hanno violato gli obblighi previsti dal Codice di condotta approvato a Montecitorio nel 2016. Gli uffici della Camera hanno infatti potuto verificare che circa un terzo degli onorevoli non è in regola rispetto alle cariche, agli uffici, alle funzioni e alle attività imprenditoriali che andavano dichiarati entro 30 giorni dal loro ingresso in Parlamento.

In molti casi si tratterebbe di semplici errori, forse dovuti alla fretta o all’inesperienza, specie per chi è alla prima legislatura. In altri però si sospetta che informazioni non conformi possano celare vere e proprie omissioni in aperta violazione delle norme della trasparenza. In ogni caso le ‘sviste’ dovranno essere sanate entro il 31 gennaio in modo che l’amministrazione della Camera possa procedere alla verifica puntuale delle singole posizioni. E non è affatto escluso che poi tocchi alla Giunta per le elezioni l’accertamento di possibili cause di incompatibilità, ineleggibilità e, eventualmente, decadenza dalla carica.

Ma facciamo un passo indietro. Il 21 novembre scorso il Comitato consultivo sulla condotta dei deputati ha dato mandato agli uffici di Montecitorio di procedere agli adempimenti tecnici necessari alla pubblicazione delle dichiarazioni nelle pagine personali di ciascun deputato sul sito Internet della Camera. Proprio in quel momento ci si è accorti che più di qualcosa non tornava.

Per ora bocche cucite sui singoli nomi di chi non è in regola. Ma gli esempi sono tanti: dagli amministratori locali che sono pure imprenditori, a chi ha incarichi vari magari in enti e consorzi riportati nella scheda anagrafica ma non nei moduli da consegnare al Presidente della Camera già una manciata di settimane dopo le elezioni del 4 marzo.

L’obbligo è chiaro: ogni deputato deve dichiarare “le cariche e gli uffici di ogni genere che ricopriva alla data della presentazione della candidatura e quelle che ricopre in enti pubblici o privati, anche di carattere internazionale, nonché le funzioni e le attività imprenditoriali o professionali comunque svolte”. E ancora. Sempre secondo il Codice di condotta “qualora un deputato assuma una carica o un ufficio successivamente alla proclamazione, deve renderne dichiarazione entro il termine di trenta giorni, decorrente dalla data della nomina o designazione formale alla carica o ufficio, ovvero dall’effettivo esercizio delle relative funzioni, qualora esso sia anteriore alla designazione formale o quest’ultima non sia prevista”.

Per la verità il Codice impone di dichiarare proprio tutto in modo da ricomprendere ogni altra attività svolta: di natura imprenditoriale come pure i rapporti di lavoro autonomo, di impiego o di lavoro privato. Sempre nell’esigenza di assicurare la massima trasparenza delle posizioni dei deputati, rendendo pubblico ogni tipo di rapporto che possa potenzialmente esporre i deputati a eventuali conflitti di interesse.

Ma già ad una prima ricognizione, a quanto sembra, le dichiarazioni hanno lasciato molto a desiderare. Di qui la decisione di procedere a una verifica più stringente. Il Comitato presieduto da Francesca Businarolo (M5S) in accordo con la Giunta delle elezioni, e dopo aver informato il Presidente della Camera, Roberto Fico, ha dunque deciso di scrivere a tutti gli onorevoli in modo che correggano gli errori contenuti nelle dichiarazioni presentate.

La missiva è datata 27 dicembre: il riscontro è atteso entro il 31 gennaio, poi ci si regolerà di conseguenza.

Ma cosa c’è scritto nella lettera? “Per evitare un possibile disallineamento” tra le informazioni disponibili nella pagina personale di ciascun deputato e quanto contenuto nei moduli, “in particolare laddove la pagina personale riporti informazioni sulle attività imprenditoriali o professionali che non trovano corrispondenza nella dichiarazione in questione, ho ritenuto opportuno invitare i deputati a verificare il contenuto della dichiarazione resa e – qualora ravvisino eventuali incompletezze o imprecisioni nella medesima dichiarazione – a valutare l’opportunità di rendere una nuova dichiarazione in sostituzione della precedente, fornendo le informazioni complete riferite al momento della compilazione del modulo precedente”. Uomo avvisato.

Partecipate, utili ma anche debiti. E troppi affidamenti diretti

Una buona e una cattiva notizia. Sono molte le società partecipate legate agli enti locali che chiudono il 2018 in utile. Ma in alcune regioni le perdite d’esercizio, soprattutto di quelli a partecipazione totalitaria, sono molto superiori. E si fa troppo spesso ricorso all’affidamento diretto invece che al concorso. Lo riporta il monitoraggio 2018 effettuato dalla Sezione delle autonomie della Corte dei conti che esamina i risultati delle gestioni delle partecipate e tiene da conto anche i movimenti contabili, cioè le entrate e le spese, con gli enti territoriali. Vengono messi a confronto i risultati conseguiti dai 1.917 organismi interamente pubblici con quelli del totale esaminato, 5.776. Prevalgono i debiti sui crediti, debiti che ammontano a 104,41 miliardi, di cui circa un terzo è attribuibile alle partecipazioni totalitarie. Tra gli organismi partecipati dagli enti locali si conferma la prevalenza degli affidamenti diretti: su 15.139 affidamenti, le gare con impresa terza sono 828 e gli affidamenti a società mista, con gara a doppio oggetto, 146. Inoltre, gli organismi operanti nei servizi pubblici locali sono soltanto il 37,21% del totale.

Bilancio pubblico, nel 2018 cala il fabbisogno statale

Archiviati i salvataggi bancari, il fabbisogno dello Stato si riduce nel 2018 a 45,5 miliardi di euro, 6,6 miliardi in meno rispetto all’anno precedente. Ha contribuito il buon andamento del gettito fiscale, aumentato di 8,5 miliardi, ma anche il calo della spesa per interessi sul debito pubblico, che però non ha ancora risentito del rialzo dei tassi nelle aste degli ultimi mesi. Le maggiori differenze sono sul lato spesa: due anni fa c’era stato il maxi-contributo per la salvaguardia del sistema bancario e la tutela dei risparmiatori. Per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca e per Mps erano stati sborsati 10,2 miliardi di euro. Nel 2018 a pesare è stata invece la spesa sociale. Dalle prestazioni previdenziali e assistenziali (5 miliardi) agli enti territoriali (4 miliardi) e ai rimborsi fiscali (1,7 miliardi). Gli interessi sui titoli di Stato emessi prima del rialzo dei tassi degli ultimi mesi si sono invece ridotti di circa 3,3 miliardi di euro. Stando ai dati ancora provvisori del ministero dell’Economia, nel solo mese di dicembre il saldo del settore statale si è attestato su un avanzo di 12,2 miliardi, in diminuzione di circa 3,8 rispetto all’anno scorso.

Al Sud il 53 per cento dei beneficiari, ma la quarta Regione è la Lombardia

Il calcolo è semplice: 500 euro di beneficio medio a nucleo familiare, 1,44 milioni di famiglie coinvolte che equivalgono a 4,6 milioni di persone complessive. Totale: 7,1 miliardi all’anno che nel 2019 diventano 6,1 miliardi ma soltanto perché si parte il primo aprile e quindi il sussidio verrà pagato per meno di 12 mesi.

Se al conto si aggiunge chi nei documenti di lavoro il governo chiama “stranieri lungo soggiornanti”, quelli che hanno passato in Italia almeno cinque anni, il costo massimo teorico arriva a 8,2 miliardi (ma il governo stima che ne servano davvero 7,7 nel 2020). È questa la matematica del reddito di cittadinanza nelle note tecniche che sono alla base del decreto legge che sarà presentato nei prossimi giorni.

GLI STRANIERI. Mancano ancora alcuni dettagli ma ci sono già informazioni politicamente rilevanti. La prima, che non sfuggirà alla Lega, sensibile al tema: i nuclei familiari di stranieri potenzialmente beneficiari del reddito di cittadinanza dovrebbero essere 259 mila. Se si escludono quelli che non sono titolari di permessi di soggiorno di lungo periodo (5 anni), circa il 24 per cento, la spesa complessiva per pagare il sussidio anche a loro (che sono più a rischio di cadere in povertà assoluta, secondo i dati dell’Istat) scende da 1,6 miliardi all’anno a 280 milioni di euro.

La Lega avrebbe voluto escludere del tutto gli stranieri dal beneficio ma, osserva Francesco Seghezzi su Open Online, “sia la Corte Europea, sia la Corte Costituzionale in altri casi avevano preso posizione contro norme che discriminavano gli immigrati rispetto al beneficio di sussidi, e questa potrebbe essere la ragione principale del passo indietro”.

FAMIGLIE MEDIE. Se si guarda quali nuclei familiari assorbiranno la maggior parte delle risorse, si scopre che sono quelli con tre o quattro componenti che riceveranno 2 miliardi per ciascuna categoria. Le famiglie molto numerose, con più di cinque componenti, sono relativamente poche (198.000 contro le 310.000 con tre membri) e quindi assorbiranno soltanto 1,4 miliardi. Sono proprio le famiglie numerose, con molti minori, quelle in cui è più alto il rischio povertà ma il reddito di cittadinanza versione Cinque Stelle è costruito con una scala di equivalenza abbastanza “piatta”, che aumenta cioè relativamente poco i benefici erogati al crescere della dimensione del nucleo familiare. Se invece dei nuclei familiari consideriamo gli individui, scopriamo che i single ricevono in media 4.242 euro annui, mentre nelle famiglie con più di cinque componenti (ipotizzando che ne abbiano tutte soltanto cinque) ogni membro ha in media 1.433 euro all’anno. Questo effetto collaterale della costruzione della misura potrebbe rendere più difficile raggiungere uno dei suoi obiettivi, cioè il contrasto alla povertà.

NORD E SUD. Non stupisce che, anche sulla base delle previsioni del governo, il reddito di cittadinanza andrà soprattutto al Mezzogiorno. Sud e Isole ospitano comunque il 53 per cento dei nuclei familiari che riceveranno il reddito di cittadinanza, contro il 47 per cento del Centro Nord. La prima regione beneficiaria sarà la Campania, seguita dalla Sicilia, poi il Lazio. Ma al quarto c’è la regione più ricca d’Italia, la Lombardia, poi Puglia e Piemonte.

La Lega ha ottenuto un compromesso sul ruolo delle aziende nel sistema del reddito di cittadinanza che potrebbe contribuire in modo decisivo (anche se ancora non stimato) a riequilibrare la quantità di risorse che vanno al Nord : le aziende che assumeranno un disoccupato beneficiario del reddito di cittadinanza avranno un minimo di cinque e un massimo di 18 mensilità del sussidio (da dimezzare nel caso il dipendente sia arrivato tramite una Agenzia per il lavoro).

LA DURATA. Il reddito di cittadinanza, stando ai documenti di lavoro, viene concepito sulla base di “cicli” di 18 mesi. Dopo due cicli, cioè 36 mesi, quindi tre anni, si perde il diritto a ricevere il sussidio per un anno e mezzo. Al termine del periodo di pausa, si può di nuovo presentare domanda.

La prima offerta di lavoro entro 100 chilometri

Dal punto di vista degli impegni richiesti ai beneficiari, la versione del Reddito di cittadinanza avrà condizioni molto stringenti ma non per tutti.

I POVERI. Secondo la bozza del decreto che circola in queste ore, nelle fasi preliminari della domanda l’aspirante al sussidio potrà indicare se è pronto ad andare a un centro per l’impiego per formarsi e cercare lavoro o se invece preferisce rivolgersi ai servizi sociali. In questo secondo caso, scattano i protocolli già collaudati con il Rei (Reddito di inclusione) varato dal governo Gentiloni nel 2017 e che prevedono la “valutazione multidimensionale della povertà”, che non si ferma quindi a certificare l’assenza di lavoro ma cerca di stabilire cause e circoli viziosi che condannano all’indigenza. I servizi sociali dei Comuni dovranno poi stipulare con il beneficiario un “patto per l’inclusione” che prevede di tenere comportamenti adeguati (per esempio nella gestione dei minori, che devono andare a scuola, essere seguiti dal lato sanitario ecc.). Chi ha compiti di cura – di bambini, anziani o disabili, – potrà essere esentato dalla ricerca del lavoro.

I DISOCCUPATI. Il centro del sistema del reddito di cittadinanza sono però gli individui a rischio povertà soltanto perché disoccupati. Dopo essersi registrati al portale d’accesso, dovranno firmare un “patto per il lavoro” sia con i centri per l’impiego pubblici che con le agenzie per il lavoro private e rivolgersi “al primo che offre lavoro o formazione”.

CENTRI PER L’IMPIEGO. I Cinque Stelle ne hanno parlato fino allo sfinimento e hanno stanziato un miliardo per 4.000 nuove assunzioni di “navigator”, cioè operatori che devono aiutare i disoccupati a identificare le offerte o i percorsi formativi più a datti a loro. Questi navigator avranno anche un incentivo monetario: se uno dei disoccupati di cui sono responsabili trova un posto, loro ottengono “un quinto del reddito di cittadinanza del disoccupato” (pare di capire che si tratti di un quinto della parte mancante a esaurire i primi 18 mesi, quindi una cifra inferiore a 2.800 euro). Anche il direttore del Centro per l’impiego avrà una parte della retribuzione legata ai risultati.

AGENZIE. I Cinque Stelle sono però giunti alla conclusione che i centri pubblici non bastano, quindi coinvolgono le agenzie private che sono autorizzate a incrociare domanda e offerta. Quelle che hanno successo nel piazzare un disoccupato beneficiario del reddito ottengono l’equivalente della metà di cinque mensilità del sussidio che lui non riceverà più o la metà della differenza tra quanto ha ricevuto e la somma complessiva a 18 mesi (esempio: se l’agenzia è fulminea e trova lavoro al disoccupato dopo un mese, incasserà l’equivalente di 8,5 mensilità di reddito di cittadinanza).

AZIENDE. Come richiesto dalla Lega, le aziende che assumono un beneficiario di reddito di cittadinanza ottengono un contributo pari ad almeno 5 mensilità di reddito o all’equivalente della metà della somma che manca da incassare fino allo scadere dei 18 mesi. Una mensilità extra se l’assunto è donna o disoccupato di lunga durata. Se il lavoratore lo trovano tramite un ente di formazione bilaterale o interprofessionale (strutture un po’ opache e non sempre efficaci gestite dai sindacati), l’azienda prende solo la metà delle mensilità, il resto va all’ente che ha stipulato un “patto di formazione”.

LE OFFERTE. Rispetto alla proposta di legge del 2013 e alle anticipazioni dei mesi scorsi, nei documenti di lavoro del governo la libertà di scelta del disoccupato è molto più limitata. Il disoccupato è tenuto ad accettare “almeno una di tre offerte di lavoro congrue”. Nei primi sei mesi di reddito di cittadinanza è considerata congrua una offerta entro 100 chilometri dalla residenza, nei successivi sei mesi entro 250 chilometri, una distanza che è difficile percorrere con andata e ritorno in giornata.

Dopo il primo anno di sussidio, il beneficiario non ha molta scelta: o accetta la prima offerta che gli viene sottoposta sull’intero territorio nazionale, oppure perde diritto al reddito di cittadinanza. E se il sussidio decade, dovrà aspettare 18 mesi prima di poter fare di nuovo domanda.

ECCEZIONI. Ci sono però due correttivi a questo requisito così stringente. Scaduti i 12 mesi, sono esentati dall’obbligo di accettare offerte in tutta Italia chi ha in famiglia un disabile o figli minorenni. Chi invece non ha scusanti e deve per forza accettare anche offerte di lavoro molto lontano da casa, riceverà tre mensilità di reddito di cittadinanza “a titolo di compensazione per le spese di trasferimento sostenute”.

Reddito, ecco chi avrà diritto alle somme più alte

Filtrano da palazzo Chigi i primi documenti dettagliati sul reddito di cittadinanza, il decreto legge ancora non c’è ma dovrebbe essere questione di giorni. In queste due pagine vediamo i punti principali che riguardano i requisiti per beneficiarne, l’emolumento cui ha diritto chi rispetta tali parametri e le politiche attive che dovrebbero favorire la ricerca del lavoro. Partiamo dai requisiti.

ISEE. L’indicatore di situazione economica equivalente deve essere inferiore o uguale a 9.360 euro.

PATRIMONIO. Oltre all’Isee, per ogni nucleo familiare viene considerato il valore degli immobili diversi dalla prima casa (deve essere inferiore a 30.000 euro) e il patrimonio mobiliare, che comprende investimenti, soldi sul conto corrente ma anche auto e moto. Si ha diritto al reddito di cittadinanza con un patrimonio mobiliare inferiore a 6.000 euro per un single, a 8mila euro per una coppia, a 10mila euro per una famiglia di tre persone. Se poi nel nucleo familiare c’è un disabile, il beneficio viene comunque erogato anche con un patrimonio mobiliare più alto di 5.000 euro (con soglie che quindi diventano 11-13-15mila euro).

REDDITO. La soglia massima del reddito familiare per ottenere quello di cittadinanza è di 9.360 euro all’anno, che significa esattamente 780 euro al mese. Ma c’è una scala di equivalenza che prevede importi più alti a seconda della dimensione della famiglia. All’importo base per il capofamiglia (massimo 780 euro al mese), va aggiunto lo stesso importo moltiplicato per 0,4 per i componenti adulti (coniuge, figli maggiorenni, anziani a carico) e moltiplicato per 0,2 per i figli minori. Nell’insieme, l’importo erogato non può risultare avere un coefficiente superiore a 2,1. Tradotto in numeri: si va dai 780 euro per un single che parte da reddito zero all’importo massimo per una famiglia con tre adulti e due minorenni che prende 1.330 euro al mese (un po’ meno dell’importo massimo previsto dalla proposta originaria dei Cinque Stelle nel 2013 che arrivava a 1.872). Che, all’anno, è la ragguardevole cifra di 15.960 euro.

CASA. L’abitazione di residenza del beneficiario del sussidio non era neppure considerata nell’originario progetto del M5S ma nelle bozze del decreto assume un ruolo cruciale, anche per contenere la spesa complessiva. La cifra simbolica del reddito di cittadinanza, 780 euro, viene spacchettata in due: 500 euro integrano il reddito di ciascuno dei beneficiari. Mentre 280 euro sono un contributo all’affitto che va soltanto al beneficiario che deve sostenere tale spesa. Questo significa che in una famiglia di quattro persone, soltanto uno dei membri potrà ricevere i 280 euro, gli altri almassimo 500 a testa. Vengono considerati anche persone in difficoltà che invece di un affitto devono sostenere la spesa per un mutuo, al titolare del prestito va un contributo di 150 euro al mese. Questi accorgimenti spiegano perché il beneficio medio a nucleo familiare viene stimato in 500 euro. Senza considerare la casa, oltre a penalizzare i più poveri (quelli senza casa di proprietà), il costo complessivo sarebbe stato ben superiore ai 6,1 miliardi stimati per il 2019 (va poi aggiunto il miliardo per i centri per l’impiego).

PENSIONE. La pensione di cittadinanza vale nel caso base fino a 780 euro al mese, sempre divisi in due parti: 630 euro come integrazione al reddito e 150 come contributo per affitto per un over-65 senza casa di proprietà. Una coppia di ultra65enni riceve 882 euro per il reddito e 150 per l’affitto.

Eruzioni di bava

In perfetta sincronia con l’Etna che erutta lava, i quirinalisti di professione e di complemento eruttano bava. Uno tsunami di saliva tracima da ogni dove e rischia di sommergere il Quirinale, una nuvola d’incenso minaccia di oscurarlo, una gigantesca lingua potrebbe stritolarlo. Roba da allertare immantinente la Protezione civile e da riunire in seduta straordinaria il Consiglio Superiore di Difesa, per salvare l’incolpevole inquilino del Colle dall’annegamento. Sono due giorni che i signorini grandi firme esaltano, magnificano, turibolano il fantasmagorico share raccolto da Sergio Mattarella con la tradizionale omelia di San Silvestro: Lui “ormai buca lo schermo” (Repubblica), “sbaraglia i numeri dei social” con “sorriso disarmante”, praticamente un “capolavoro” (Daniela Preziosi, il manifesto) perché è “l’unico vaccino contro l’isteria populista, il vero rivoluzionario custode della ragione” (rag. Claudio Cerasa, il Foglio), “ricorda il vecchio pudore, riporta alla luce il sorriso dolente della ragion di stato” ma anche “l’armonica semplicità” (Salvatore Merlo, il Foglio), “è sceso, con grande successo di pubblico e di critica, nella piazza virtuale dei social… ha innovato il mezzo e insieme ha rivoluzionato la scena e il senso di questo appuntamento rituale” perché ha messo nientemeno che “la sedia al centro dello studio… che significa il Quirinale come agorà e non come luogo verticale… Da italiano come gli altri… ha tracciato una Repubblica di Platone solidale” (Mario Ajello, il Messaggero).

È lo “stile einaudiano” dell’“Italia che ricuce” (Corriere della sera), “il custode della Costituzione ha svolto il proprio ruolo pedagogico all’insegna di una moral suasion ‘di prossimità’ e familiare cercando (nella postura, nelle riprese, nella location) di evitare che le sue parole suonassero ex cathedra” (Massimiliano Paranari, La Stampa), con “un discorso assolutamente completo. Descrive un Paese come dovrebbe essere… un Paese perfetto… meraviglioso… una favola” e ora, spazzati via i brutti vincitori delle elezioni, “il Paese favola deve diventare un Paese reale” con i governi di prima al posto del “governo Pinocchio” (Eugenio Scalfari, Repubblica). E guai ai putribondi politici (Di Maio & Dibba, Grillo e Salvini) che, sui social, si sono permessi di fare gli auguri agli italiani mentre già li faceva Lui: “irrispettosi” (Aldo Cazzullo, Corriere), “neopopulisti… tutt’altro che innocenti e piuttosto irriguardosi” (Paranari). Vergogna.

I nostri esegeti s’interrogano poi sulle ragioni profonde dello storico “boom di ascolti”: 10,5 milioni di telespettatori (più 2 sui social), 40% di share. Noi, senza offesa, azzardiamo un’ipotesi un po’ ardita: non sarà che il messaggio a reti unificate l’hanno visto in tanti proprio perché era a reti unificate? Cioè senza ”controprogrammazione” alternativa? Se uno gioca da solo a scacchi, il rischio concreto è che vinca lui: se c’è anche l’altro, è più complicato. Se Rai1, Rai2, Rai3, Rete4, Canale5, Italia1, La7 e Sky danno tutti lo stesso programma, che c’è di strano se lo vede il 40% degli italiani col televisore acceso? La notizia è che il restante 60% è riuscito a non vederlo, e ci piacerebbe sapere come ha fatto, visto che solo le tv locali e i canali specializzati in arte, storia, geografia, scienze, oroscopi e cartoon trasmettevano qualcosa di diverso. Certo, quel 40% comprende i molti cittadini che volevano sentir parlare il capo dello Stato, un po’ più numerosi dell’anno scorso perché ora c’è un governo mai visto prima e la curiosità era più alta. Ma c’è pure chi teneva accesa la tv mentre andava alla toilette o apparecchiava il cenone in attesa dei programmi successivi. E anche chi, alla vista del terzo Papa (dopo Bergoglio e Ratzinger), s’è addormentato di scatto per risvegliarsi molte ore dopo. Lo diciamo non per sminuire le cose giuste e condivisibili dette dal capo dello Stato, che fra l’altro non parrebbe proprio un malato di share. Ma per suggerire un pizzico di misura ai turiferari che stanno trasformando un antico e tranquillo democristiano in un nascente ed esagitato rivoluzionario. Calma ragazzi: è vero che Mattarella, restando se stesso, interpreta lo spirito dei tempi, cioè la voglia di tregua e serenità dopo mesi di scossoni e fibrillazioni, tant’è che Salvini da qualche mese è tutto gattini e Nutella e l’altra sera s’è affrettato a condividere un discorso opposto ai suoi, mentre Di Maio l’aveva preceduto definendo l’uomo del Colle “l’angelo custode del governo Conte” (e dimenticando l’impeachment annunciato e ritirato a fine maggio).

È vero che l’antropologia mattarelliana è agli antipodi di quella gialloverde. Ma la voglia di cambiamento degli italiani rimane, come dimostra il consenso altissimo sia del Colle sia del governo. E Mattarella piace perché accompagna i cambiamenti (nel bene e nel male) alternando elogi alle cose positive (la mediazione di Conte che ha evitato la procedura d’infrazione) e critiche a quelle negative (il cattivismo sui migranti, la tassa già sconfessata sul terzo settore…). E senza le invasioni di campo del precedessore. Perciò le speranze di una retromarcia sul 4 marzo guidata da Mattarella appaiono lievemente eccessive. “La svolta di Capodanno: la nuova strategia del Colle sul governo gialloverde”, “Mattarella sfida M5S e Lega” (Repubblica), “Cambio di stagione”, “una vera e propria svolta”, “un contro-programma istituzionale”, “un contro-contratto”, “uno strattone all’esecutivo”, “un cambio di fase”, “un salto di qualità” (Claudio Tito, Repubblica), “Mattarella va all’opposizione: botte al governo”, “Mattarella processa il governo. Ora è il capo dell’opposizione” (il Giornale). “Tra le due Italie il Presidente ne sceglie una” (il Messaggero), “Mattarella argine contro il cattivista” (il manifesto), “Come picchia un presidente. Le idee e lo stile di Mattarella contro il governo degli esagitati”, “Mattarella si conferma uomo dell’anno del 2018, forse del 2019”, “potrebbe presto riuscire un miracolo: far collassare come un soufflé il governo populista e creare le condizioni per far sì che non sia più possibile avere due follie sovraniste alla guida del paese” (rag. Cerasa), “Il ‘pater familias’ col gilet sfonda sui social” (il Giornale). Uno che “non grida e non insulta” (Ugo Magri, La Stampa), deludendo chi l’altra sera si aspettava che Mattarella mandasse affanculo tutti.

Poi ci sono i traduttori simultanei del Matta-pensiero. Secondo Claudio Tito di Repubblica, anche se non li ha mai nominati, il presidente ce l’aveva con la Raggi (“arrogante inefficienza”), con Di Maio e il suo reddito di cittadinanza (“allontana l’idea che provvedimenti dell’esecutivo possano essere davvero la vittoria finale sulla povertà”). E pensa che la maggioranza grillo-leghista sia illegittima (espressione di una “fittizia volontà popolare”: cioè, non li ha votati nessuno), oltreché “aculturale”, “incapace e ignorante”, “analfabeta” e rea di “piccole e grandi eversioni”. Il Merlo minor del Foglio è ancor più dettagliato nell’indicare i veri bersagli nascosti nell’omelia presidenziale, perchè “gli italiani hanno capito” già tutto, ma lui vuole che “capisca anche il governo”. Dunque, Mattarella ce l’ha, nell’ordine, con: chi “s’inventa l’attico a Manhattan di Saviano”; chi vuole “il reddito di cittadinanza e l’idea revanscista del taglio alle cosiddette pensioni d’oro”, che poi è “la cultura dell’odio sociale e della rivalsa, italiani contro italiani”; “San Giggino” che promette “miracoli” al posto di “San Gennaro”; Bonafede e il suo “pasticcio sulla prescrizione”; “un tal Toninelli che spiega a fisici e ingegneri come si fa a collegare Torino e Lione con…una pista ciclabile (battuta, ndr)”. Il Mattarella merliano, tra il lusco e il brusco, voleva anche dire che “si augura che Di Maio apra un libro di storia ogni tanto, ma il vicepremier (è sempre il Presidente che parla, ndr) appartiene a un gruppo umano che ha evidentemente un conto aperto con la società e a ben guardare anche con l’istruzione”. E che “mi sono accorto benissimo” che la manovra è piena di “cose sbagliate e pure incostituzionali”. Infatti l’ha firmata subito. Poi però ha telefonato a Merlo e s’è l’è fatta spiegare.

“Caramelle” amare per Sanremo: tutti sostengono il brano escluso

L’ombra del non-Sanremo si proietta sull’Ariston. Malgrado la sua vocazione innovativa, il Baglioni II non ha mancato di sollevare perplessità. Tra i 24 big, molti dei veterani appartengono alla stessa scuderia che cura gli interessi live del direttore artistico, e non tutti i giovani scelti paiono avere la caratura di alcuni lasciati fuori. Ha fatto rumore l’esclusione di Pierdavide Carone in accoppiata con i Dear Jack: due realtà emerse dal passato prossimo del talent defilippiano, che una volta uscite dal cono di luce della tv hanno tenuto la rotta con caparbietà. Carone ha già nel palmares un Sanremo come autore di Per tutte le volte che di Valerio Scanu, e in troppi lo ricordano come “l’orfano di Dalla”: Lucio diresse per lui l’orchestra al Festival nel 2012 su Nanà. Dal canto loro, i Dear Jack hanno avuto il problema di smarcarsi dal ex frontman Alessio Bernabei (sostituito per qualche mese dallo spaesato Leiner) prima di proseguire il viaggio senza cantante titolare: ora provano a togliersi di dosso il marchio scomodo di teen-idol a tempo determinato.

Per la kermesse sanremese, Carone & Dear Jack avevano proposto al Divo Claudio un brano di forte impatto sociale e dal robusto tessuto musicale: Caramelle parla di pedofilia, vista dagli occhi delle vittime. Il suono ricorda quello di Meta in Vietato Morire: e Ermal è stato tra i primi a twittare lo sconcerto per l’esclusione di Caramelle. “Una canzone vera”, l’ha definita. A ruota sono piovuti sui social gli elogi di Giorgia, Negramaro, Tiromancino, Alessandra Amoroso, Elisa, Nomadi, J-Ax, Roby Facchinetti, Gigi D’Alessio. Possibile che per un pugno allo stomaco così non vi fosse uno strapuntino tra i competitor in Riviera? Tutti capolavori, quelli selezionati? Chissà se i luogotenenti baglioniani si sono pentiti, alla luce del sostegno virale per Caramelle.

Si dirà: ogni anno la commissione artistica si guadagna gli anatemi dei tanti rimasti con un palmo di naso. Tra i trombati dell’ultimo minuto c’erano Dodi Battaglia con un pezzo di Giorgio Faletti o Dolcenera spinta a far coppia con Rocco Hunt. Bianca Atzei, che qualche presenza se l’era guadagnata nelle scorse edizioni, stavolta si era fatta avanti con Lei, un pezzo d’autore firmato da Gianluca Grignani. Non pervenuti lo spaccatutto di XFactor, il post-rapper Anastasio, e i Maneskin, che a suon di televoti avrebbero insidiato la vittoria troppo annunciata del bravissimo Ultimo (a febbraio ha trionfato tra le nuove proposte e a luglio conquisterà l’Olimpico). Massimo Ranieri si è defilato dopo aver meditato dapprima su un testo donatogli da Aznavour e poi su un’altra canzone pensata con Mauro Pagani. Ed è sparito dai radar il fantasma del brano firmato da Vasco (e Curreri) per, rivela il signor Rossi, “una collega bella e potente”. Chi? Irene Grandi? Emma? Non certo Noemi, che di presentarsi a Sanremo quest’anno non aveva alcuna intenzione. E neppure Loredana Bertè, che tra i 24 big c’è, con una cosa messa a punto proprio da Gaetano Curreri e dal giovane Gerardo Pulli.

In ogni caso, roba buona non manca, a Sanremo 2019: Ultimo a parte, c’è curiosità per i Negrita, Motta, Zen Circus, Ex Otago, Boomdabash, Ghemon, Achille Lauro. Tra nuovo e usato sicuro, sono i nomi al di qua della linea di demarcazione con il vecchiume. Nomi che dovrebbero finire nei libri sulla Rivoluzione festivaliera del 2019, sperando che nonna non cambi canale, quando li vedrà sul palco. Le multinazionali che pagano un milione di euro a spot non sarebbero felici, se la Rai fallisse lo share pre-garantito del 40 per cento. Ballano soldoni, sulle scelte di Baglioni.