Parmalat, i francesi in 15 anni si sono bevuti il latte italiano
Dopo il crac – Lactalis, della famiglia Besnier, ha risanato il gruppo e rilanciato realtà locali
Quindici anni fa, 19 dicembre 2013, un ufficio di New York della Bank of America comunica via fax ai revisori di Parmalat che non esiste nessun conto da 3,9 miliardi di euro intestato alla controllata Bonlat, è un falso inventato dai manager italiani in un estremo, assurdo, tentativo di salvarsi. Per l’azienda leader in Italia nel latte e derivati, si tratta di un disastro finanziario da 13 miliardi di euro, il più grosso caso di aggiotaggio e bancarotta fraudolenta mai avvenuto in Europa. La società è affidata a Enrico Bondi (già risanatore di Montedison) che in pochi anni riporta i conti in ordine. I grandi gruppi alimentari italiani (Granarolo, Barilla, Ferrero) mostrano interesse, ma non hanno il coraggio di rilevare l’azienda, nonostante Parmalat nel 2011 abbia in cassa 1,4 miliardi, in buona parte frutto dei risarcimenti dalle banche complici del disastro. La compra invece Lactalis, della famiglia Besnier, che mette le mani nella cassa per ripagarsi un po’ dei debiti e nel 2012 vende a Parmalat una sua controllata, l’americana Lag, per 774 milioni di dollari. Vicenda dagli strascichi giudiziari che alcuni considerano uno scippo. L’azienda di Collecchio, che i Besnier stanno cercando di ritirare dalla Borsa, da allora è cresciuta: il fatturato globale 2017 è di 6,6 miliardi di euro (3 nel primo semestre 2018). Il gruppo nel 2018 conta 93 stabilimenti con 26 mila dipendenti in 23 Paesi; gli addetti in Italia sono rimasti sostanzialmente invariati. Nell’ultimo decennio la società ha investito in Italia circa 1,5 miliardi e ha contribuito a rilanciare realtà locali come le Latterie friulane e la Silac. Riguardo ai fornitori italiani, l’azienda dichiara che “il latte fresco è tutto proveniente da allevamenti italiani, mentre una percentuale di quello a lunga conservazione è di importazione per insufficienza della produzione italiana rispetto al fabbisogno”.
Grom, l’Algida si è divorata il gelato semi-artigianale
Il caso – Dopo tre anni insieme alla multinazionale, il bilancio dell’azienda piemontese fondata nel 2003 è tornato positivo
L’azienda, fondata da Federico Grom e Guido Martinetti nel 2003, diventa subito un caso imprenditoriale di successo. A cinque anni dall’apertura del primo negozio di Torino, da 25 metri quadrati, è già presente in otto paesi, da New York a Hong Kong, da Dubai a Osaka. Si cerca di mantenere la produzione del “gelato come una volta” (lo slogan del marchio), con caratteristiche semi artigianali, nonostante l’espansione dei volumi. Ma dopo 10 anni la crescita si ferma e i bilanci, da poco arrivati al pareggio, tornano in perdita. Un milione di rosso nel 2013, due nel 2014, quasi tre nel 2015. I due fondatori, che già avevano imbarcato nell’avventura soci di peso come il gruppo Illy (al 5%) si mettono alla ricerca di nuove risorse per mantenere in piedi l’azienda. Alla fine accettano l’offerta (stime indicano una cifra attorno ai 35 milioni) di Unilever, multinazionale da 50 miliardi di fatturato, che nella gelateria in Italia è nota soprattutto per il marchio Algida. Sembra la scelta azzeccata, visto che la dimensione raggiunta, oltre 60 gelaterie, richiede risorse che hanno poco a che fare con l’artigianalità. I due rimangono a capo dell’azienda, con Unilever si inaugurano 12 nuovi punti vendita in sei paesi ma, soprattutto, si entra nelle catene della grande distribuzione: al cono si affianca il barattolo da mettere nel carrello. Di utili non se ne vedono ancora, ma il passivo a questo punto non mette in pericolo l’azienda. I dipendenti italiani non sono calati e Unilever dichiara che tutt’ora oltre l’80% della materia prima per i gelati viene da fornitori italiani.
Ducati, la moto tedesca con la testa a Bologna
Due ruote – Lo storico marchio di Borgo Panicale ha lasciato qui l’80% della produzione, centro di ricerca e sempre più dipendenti
Un marchio storico che ha cambiato spesso proprietari: nel 1948 l’azienda bolognese, appena entrata nel settore motori (prima si occupava di radiofonia e ottica), finisce in mano pubblica, sotto il controllo prima di Efim, poi di Finmeccanica e infine dell’ Iri. Nel 1985 è acquistata dalla concorrente Cagiva, che nel 1996 cede il controllo alla finanziaria americana Texas Pacific group; nel 2006 la proprietà torna in Italia, rilevata da un’altra finanziaria, la Investindustrial, che la rilancia (apertura dello stabilimento in Thailandia, espansione nei mercati a forte crescita di Cina, India e Brasile). Nel 2007 Ducati vince i titoli del campionato mondiale MotoGp piloti e costruttori. Investindustrial, con i manager guidati dall’amministratore delegato Gabriele Del Torchio, lancia 17 nuovi modelli. Il fatturato passa dai 305 milioni del 2006 ai 480 nel 2011, il margine lordo da 27 a 94 milioni. Nel 2012 il fondo disinveste, cedendo l’azienda per 860 milioni di euro alla Audi, del gruppo Volkswagen, il primo gruppo automobilistico mondiale, che possiede anche un altro storico marchio motoristico italiano, Lamborghini.
Il nuovo amministratore delegato è sempre un manager interno, Claudio Domenicali, il centro ricerche e l’80% della produzione è rimasto in Italia, nello stabilimento di Borgo Panigale, i dipendenti italiani sono aumentati e il fatturato è cresciuto ancora, del 30% in cinque anni, con il record di quasi 60 mila moto consegnate nel 2017.
Pirelli corre anche grazie all’alleanza con la Cina
Pneumatici – All’estero il 95 % dei ricavi. In Asia si registrano i tassi di crescita più alti. L’ad è ancora Tronchetti Provera
Un nome storico dell’industria italiana che in realtà realizza il 95% dei ricavi all’estero. In Italia ci sono due stabilimenti, a Bollate (Milano) e Settimo Torinese, altri 16 sono sparsi in 12 Paesi esteri, dalla Turchia al Messico, dalla Cina alla Russia.
L’alleanza con l’azienda statale cinese ChemChina, riguarda gli pneumatici per auto, il settore “industrial” (mezzi pesanti) è stato scorporato. In Asia, l’area dove registra i tassi di crescita più alti, nel 2017 Pirelli ha realizzato 805 milioni di ricavi (il 15% del totale), di cui due terzi in Cina, dove il marchio è leader nel segmento di alta gamma, quello su cui punta di più. Nel 2015 gli utili netti sono stati pari a 263 milioni (se non si conta il deconsolidamento e la svalutazione delle attività venezuelane, che ha portato l’ultima riga del bilancio in rosso per 369 milioni), nel 2017 era calato a 263 milioni, ma nei primi mesi del 2018 è stato di 378 milioni.
I patti con i cinesi dovrebbero tutelare, almeno per qualche anno, il know how tecnologico, oltre alla continuità del management. Regole statutarie prevedono che per spostare la sede o trasferire la tecnologia occorra il consenso del 90 per cento del capitale. Presidente del cda è ora Ning Gaoning, ma i patti parasociali affidano la guida operativa all’azionista e manager storico del gruppo, Marco Tronchetti Provera, vicepresidente e amministratore delegato, che dovrebbe avere un ruolo nella scelta del suo successore nel 2020. Va detto che dopo il ritorno in Borsa dell’ottobre 2017, ChemChina è scesa dal 65% al 45% circa del capitale, gli altri soci di peso restano la Camfin di Tronchetti Provera e la russa Lti.
Pernigotti ai turchi Niente rilancio e rischio chiusura
Novi Ligure – Investimenti dimezzati su torroni e gianduiotti, bilancio a meno 8,2 milioni nel 2017
La trattativa è ancora aperta, i lavoratori in sciopero, l’esito altamente incerto. Una storica industria dolciaria italiana (la fondazione è del 1860), Pernigotti, rischia di lasciare definitivamente l’Italia. Nel 2013 l’azienda è stata ceduta dalla famiglia Averna (quella dell’amaro) ai fratelli turchi Toksoz, proprietari di un florido gruppo multinazionale attivo in settori che vanno dalla farmaceutica, alla viticoltura, all’energia. Il progetto di Toksoz era quello di spingere torroni e gianduiotti italiani nei mercati asiatici e degli Stati Uniti. Ma la realtà è che sul marchio e sullo stabilimento di Novi Ligure si è puntato poco. In cinque anni gli investimenti sono più che dimezzati, i due fratelli a Novi Ligure si sono visti di rado, in compenso c’è stato un continuo turnover di amministratori delegati. Così il fatturato cala, il bilancio va in perdita, meno 8,2 milioni nel 2017; per il 2018 ci si attende una perdita a due cifre. I Toksoz ripianano i debiti e, nel novembre scorso, comunicano la chiusura dello stabilimento, per trasferire la produzione in Turchia, dove la manodopera costa meno della metà (già le creme spalmabili vengono dal Bosforo, dove c’è una produzione di nocciole di alta qualità). Altre ipotesi sono quelle di affidare in Italia a terzi la produzione o vendere del tutto azienda e marchio. Il ministero dello Sviluppo Economico sta tentando una mediazione, finora senza successo; così come si sono rivelate vaghe le offerte di salvataggio da parte di altre aziende italiane, in prima fila la Sperlari (che peraltro è controllata dal 2017 dai tedeschi). Ai sindacati le mezze misure, giusto per tenere in vita il marchio, non piacciono: “Bisogna individuare al più presto un advisor – dice Tiziano Crocco, per la Uila (Uil lavoratori agroalimentari) – per trovare un compratore che si impegni in un piano di rilancio”.
Indesit non licenzia e ‘localizza’ le lavatrici
Merloni – Dopo crisi e tentativi di ristrutturazioni, l’azienda marchigiana è in mani americane e pianifica nuovi investimenti
Quando la famiglia Merloni (fondata da Aristide negli Anni 30) ha venduto l’azienda marchigiana di elettrodomestici, che aveva fatturato in calo e debiti in crescita, era già avviata la cassa integrazione di 24 mesi, per ristrutturazione aziendale, per 1.783 dipendenti degli stabilimenti di Fabriano e Caserta.
Un anno dopo il colosso statunitense fa un accordo col ministero dello Sviluppo economico, le regioni e i sindacati per un piano industriale da 500 milioni di investimenti, tra cui il nuovo quartier generale nello Human technopole di Rho (Milano) l’ex area Expo, e che prevede la gestione degli esuberi senza licenziamenti unilaterali fino al 2018. Come vadano vendite e utili delle attività italiane non si sa perché il gruppo non fornisce dati disaggregati.
In ogni caso, il 25 ottobre scorso è stato siglato col ministero dello Sviluppo economico l’accordo programmatico per il triennio 2019 – 2021 che, oltre a nuovi investimenti per 250 milioni, prevede il “reshoring” dalla Polonia, in pratica il contrario della delocalizzazione: il trasferimento in Italia della produzione delle lavatrici da incasso.
Lo scorso 10 dicembre, un nuovo accordo per gli esuberi al ministero del Lavoro: nuova cassa integrazione, a rotazione, e incentivi alla mobilità su base volontaria o per accompagnamento alla pensione; insomma, a differenza dei dipendenti dell’Embraco, altra azienda del gruppo, che in Italia ha messo in esubero 500 dipendenti, niente licenziamenti.
Italcementi ora è salva, ma ha ridotto le forniture
Alla Germania – Era il maggior produttore di cementi. Oggi conta 180 esuberi, eredità della gestione della famiglia Pesenti
Dopo qualche anno di crisi del settore, la quota di controllo del principale produttore italiano di cementi nel 2015 è stata ceduta dalla famiglia Pesenti al gruppo tedesco Heidelberg Cement, che è riuscito a far quadrare i conti anche in Italia, grazie alle sinergie che hanno compensato le spese di ristrutturazione. Il margine operativo lordo semestrale, al giugno 2018, era pari a 43,8 milioni di euro dai 33,6 dell’anno prima, con un risultato di oltre un miliardo di euro. La parte meno buona della storia è che la quota di acquisti da fornitori italiani è passata in tre anni dal 91,8% all’83,3% ma, soprattutto, che il gruppo poco prima di Natale ha confermato che allo scadere della cassa integrazione straordinaria a zero ore per 347 dipendenti, il 31 dicembre scorso, ne avrebbe lasciati a casa 180. Esuberi che sono un’eredità della gestione Pesenti dopo aver ottenuto gli ammortizzatori sociali, nell’accordo da 1,7 miliardi di euro (con una plusvalenza per Pesenti stimata in 800 milioni di euro) non ha chiesto ai tedeschi garanzie per l’occupazione. Storia già vista nelle grosse famiglie imprenditoriali italiane: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.
Ansaldo Breda va ad alta velocità grazie al Giappone
Rinascita – Dopo 15 anni di perdite, l’ex società di Finmeccanica è leader nel settore dei convogli ferroviari e delle metropolitane
I giapponesi hanno riportato in attivo una società pubblica che aveva il poco invidiabile record di quindici anni di perdite, un rosso che appesantiva i bilanci del gruppo Finmeccanica (ora Leonardo).
Con la tecnologia di Hitachi, conglomerata da 9 mila miliardi di yen (70 miliardi in euro) attiva in settori che vanno dai televisori ai reattori nucleari, la nuova Hitachi rail Italy, che produce i Frecciarossa 1000 da 400 chilometri l’ora ed è leader mondiale (30 per cento del mercato) nelle metropolitane senza guidatore, come la linea 5 di Milano, e la linea C di Roma, ha ricevuto una spinta nei mercati internazionali.
Allo stabilimento di Reggio Calabria nel marzo scorso è arrivata una nuova commessa per la metro di Copenhagen, quello di Pistoia produce i treni per la Great western railway inglese e per la metropolitana di Miami, oltre ad essere impegnata, insieme a Napoli e Reggio Calabria, per 135 convogli regionali di Trenitalia.
Sono quindi aumentati, di conseguenza i dipendenti degli stabilimenti italiani.
Loro Piana da record, ma cerca gli ammortizzatori
Ai francesi – Nonostante gli utili alle stelle nel 2017, a dicembre ha chiesto la cassa integrazione (10 giorni) per 700 dipendenti
Una impresa fondata a Quarona Sesia (in provincia di Vercelli) nel 1924 e cresciuta fino a diventare leader mondiale nella lavorazione del cashmere. Nel 2013, poi, l’80 per cento del capitale è stato acquistato dal polo francese del lusso Lvmh, per 2 miliardi di euro. Alla famiglia Loro Piana è rimasto il 20 per cento.
I principali fornitori delle lane pregiate vengono da Mongolia, Nuova Zelanda e Australia. Gli addetti in cinque anni sono cresciuti di oltre 400 unità. Nel 2017 la società ha registrato il record storico di fatturato e utili.
Sorprende quindi la richiesta di cassa integrazione arrivata a inizio dicembre del 2018: dieci giorni per 700 dipendenti divisi in diversi stabilimenti (i primi giorni di cassa, che erano programmati per il 7 e l’8 gennaio, sono stati però revocati).
L’azienda pubblica un corposo “codice etico” in cui s’impegna nella “efficace e completa diffusione di informazioni finanziarie”, ma non ha fornito alcuna informazione per la stesura di questo articolo.
Valentino, cinque vite e il successo in Qatar
La griffe – Passata di mano in mano, dopo 21 anni si è fermata negli Emirati Arabi. Non c’è il bilancio, ma i dividendi sono ottimi
Il controllo della celebre casa di moda fondata nel 1957 da Valentino Garavani è passato nel 1998 alla Hdp, una finanziaria dell’orbita Fiat-Mediobanca guidata da Maurizio Romiti, figlio dell’ex amministratore delegato della Fiat, Cesare. Il progetto è creare un polo del lusso italiano, a imitazione dei gruppi francesi Ppr e Lvmh, ma non porta nulla di buono né alla maison Valentino, né alla Hdp. Nel 2002, Hdp vende al gruppo Marzotto, che fa di Valentino fashion group la holding dei suoi marchi di moda. Marzotto nel 2007, dopo l’abbandono dello stilista fondatore, vende (insieme alla licenza per Missoni) al fondo inglese Permira, per 2,6 miliardi, cifra record, ai tempi, nel mondo della moda. Dopo una ristrutturazione che ha riportato i conti in nero, il fondo inglese nel 2012 l’ha ceduta per 700 milioni a Mayhoola for investment, fondo del Qatar che secondo gli analisti è riconducibile alla famiglia reale. Con la nuova gestione gli affari sembrano andare bene (il bilancio non è pubblicato e gli arabi sono poco disponibili a fornire informazioni) almeno a giudicare dai dati di crescita del fatturato, dei dipendenti, e dal dividendo da 150 milioni distribuito nel 2017 a Mayhoola.