Per necessità o per marketing: quando le donne non firmano

Nel 1868, negli Stati Uniti, usciva il romanzo LittleWomen: or Meg, Jo, Beth and Amy (Piccole donne) di Louise May Alcott (1832-1888), la cui fama sopravvive ancora. Meno noto invece è che, nel medesimo 1868, la Alcott dava alle stampe il romanzo breve gotico-sentimentale The Baron’s Glove; or Amy’s Romance (I Guanti del Barone o La storia di Amy), ambientato fra la Germania romantica di Heidelberg e la Svizzera, che apparve anonimo sul settimanale Frank Leslie’s Chimney Corner. Il libro faceva parte della produzione popolare, tra racconti d’amore, sensazionali e del mistero, che la scrittrice americana aveva avviato verso il 1865 e che era solita firmare con lo pseudonimo di A.M. Barnard. A pochi giorni dal ricorrere dei 150 anni di Piccole donne, la casa editrice Biblioteca del Vascello-Robin pubblica in traduzione italiana I Guanti del Barone o La storia di Amy (pagine 143, euro 14).

La riscoperta delle narrazioni minori e di genere della Alcott-Barnard riapre nuovamente il capitolo della letteratura al femminile costretta a lungo, ancora nel Novecento, a presentarsi spesso con firma anonima o con un nom de plume maschile. Erano scrittrici e poetesse obbligate a celarsi dalla società maschilista, dai pregiudizi radicati, dalle consuetudini accettate. Una donna che si dichiarava letterata di mestiere era giudicata più che sconveniente. E pochissime erano riuscite a infrangere i tabù come Christine de Pizan (1365-1430), che si guadagnava da vivere scrivendo. Più di un travaglio era toccato a Félicité des Touches, protagonista del romanzo Béatrix di Honoré de Balzac. Nota “nel mondo delle lettere con il nome, maschile, di Camille Maupin”, rammenta Clara Sereni nell’introduzione al libro, vedrà svanire “l’illusione di essere insieme scrittrice e innamorata”, e di essere felice; sarà indotta a scegliere il silenzio del convento. Alle donne era precluso il diritto di mostrare apertamemte il proprio talento. Così, come afferma Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, c’era “il retaggio di un senso di castità che imponeva l’anonimato alle donne persino nell’Ottocento. Currer Bell, George Eliot, George Sand, tutte vittime di un travaglio interiore, come i loro scritti dimostrano, cercarono invano di velarsi dietro un nome di uomo”.

L’elenco delle scrittrici anonime, con cognome maschile oppure con mascherature della reale identità sia pure al femminile, è lunghissimo. E alla rinfusa si può rammentare, tra le tante, la citata George Eliot (il vero nome è Mary Ann Evans), George Sand (Aurore Dupin de Francueil), le tre sorelle Brontë (Currer Bell, cioè Charlotte; Ellis Bell, ovvero Emily Brontë; e Acton Bell, ossia Ann). Senza dimenticare altri pseudonimi famosi: da “A Lady” (Jane Austen) alla nostra Marchesa Colombi (al secolo Maria Antonietta Torriani), dalla Contessa Lara (Evelina Cattermole), a Sibilla Aleramo (Rina Faccio). Fino all’ormai non troppo misteriosa Elena Ferrante, quasi certamente nella realtà la coppia coniugale composta da Anita Raja e da Domenico Starnone, che tuttavia è ricorsa al velo non per necessità, ma per altre ragioni: non ultime quelle dettate dal mercato editoriale.

Al Novecento maturo, non nel campo letterario bensì in quello dell’arte, appartiene poi il caso della pittrice americana Margaret Keane, rilanciato dal film Big Eyes (del 2014) di Tim Burton. Racconta la storia vera di Walter e Margaret Keane, tra gli anni ’50 e i ’60. Quando i due divorziarono, Margaret rivelò che era stata lei a dipingere i quadri che avevano reso famoso il marito. Anche qui, in fondo, valeva ciò che era stato sostenuto da Virginia Woolf: come alle donne fosse stato impedito per secoli il diritto a godere del proprio talento.

Probabilmente la Alcott decise di farsi passare per A.M. Barnard per ragioni principalmente letterarie. I suoi racconti popolari, infatti, vengono da lei stessa definiti, attraverso una delle eroine di Piccole donne, “infiammabili sciocchezze”. Ma non cambia la condizione femminile a cavallo tra Ottocento e Novecento, se Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura, avrebbe dovuto rimarcare contro il pregiudizio che “una donna scrittrice può essere onesta”.

Povero Munch, tra opere sparite e schizzi di birra

Mamma, ho perso il Munch. Anzi, sei Munch. O meglio, altri sei Munch. Non c’è pace per il pittore norvegese, figura chiave dell’espressionismo, la cui eredità è stata oggetto di numerose rapine anche in passato. La settimana scorsa, in seguito a un’inchiesta giornalistica di Dagbladet – uno dei principali quotidiani norvegesi –, il museo Munch di Oslo ha dovuto ammettere che dalla collezione Stenersen, che è sotto la responsabilità dello stesso museo, sono sparite altre sei opere dell’autore de L’Urlo: La morte di Marat, Ritratto della signora R., la litografia Omega piange, Gråtende ung kvinne ved sengen (Giovane donna piange a letto), Tiergarten – Berlin e la testa di bambino Åge Christian Gierløff realizzata da Munch nel 1916. Sei opere di cui si ignora totalmente la sorte.

Altre sei, perché la stessa pinacoteca un anno fa ha dovuto confessare allo stesso quotidiano di non avere notizie di 26 grafiche della stessa collezione. Repetita non iuvant, a quanto pare. Anche perché, secondo il giornale, a mancare sarebbero invece ben 46 pezzi, 34 dei quali appartenenti al celebre pittore. Catalogati nei registri, ma assenti dalla collezione.

Com’è possibile, non si sa, ma il direttore del Museo, Stein Olav Henrichsen, ha ricordato che si sta costruendo una nuova pinacoteca per preservare meglio le opere, ma anche che al momento, per mancanza di fondi, è esclusa una revisione dell’intera collezione. Si sta procedendo alla digitalizzazione e alla pubblicazione online del patrimonio, non soltanto di Munch, ma per adesso di più non si riesce a fare.

In realtà la nuova struttura affidata allo studio spagnolo di architettura Herreros doveva essere terminata cinque anni fa, ma – sembra quasi di essere in Italia – una disputa politica a livello locale ne ha posticipato l’apertura almeno al 2020. E nel frattempo? “Il modo in cui le autorità di Oslo hanno gestito questo dono artistico fa venire da piangere, è una tristezza”, ha dichiarato a Dagbladet Elisabeth Munch-Ellingsen, la pronipote di un fratello del pittore, che spesso fa da portavoce alla famiglia. Del “dono artistico” fanno parte, anzi facevano parte oltre 900 opere, che l’imprenditore e mecenate norvegese Rolf E. Stenersen affidò al municipio di Aker nel 1936, qualche anno prima che questo si fondesse con quello di Oslo. Solo nel 1994 la collezione è passata alla pinacoteca che prende il nome dal collezionista e che, nel 2010, è stata integrata nel museo Munch. Purtroppo, nel frattempo, le opere ne hanno passate davvero troppe: durante gli anni ’50, ’60 e ’70, per esempio, furono esposte al fumo di sigarette e alla schiuma della birra, perché custodite – si fa per dire – nella città studentesca di Sogn. Proprio la Student Society di Oslo, nell’ottobre 1973, dichiarò che dal ristorante del Villaggio era stata tagliata dal telaio e rimossa la celebre Storia di Munch, ritrovata poi in un sacco dei rifiuti. Non solo: altre “tre opere sono state prelevate da uno studente ungherese. Quando il caso è stato scoperto, lo studente aveva già lasciato il paese e si era iscritto alla legione straniera francese”, racconta oggi Dagbladet. Sarebbe il caso, secondo i giornalisti che stanno incrociando archivi e registri anche presso i musei stranieri, di intervistare chi ancora vive tra gli studenti dell’epoca. “Se qualcuno sa qualcosa, è giusto che ce lo comunichi”, l’appello del direttore Henrichsen. Non tanto per il valore economico – circa 4,2 milioni di euro – quanto per quello culturale. In realtà non tutte le sparizioni sarebbero colpa degli studenti o della cattiva gestione pubblica: il mecenate Stenersen, un uomo molto ricco ma anche molto distratto, avendo pieni poteri sulla collezione appena donata, potrebbe aver ceduto qualche opera registrando – sostiene oggi il nipote – la cifra pattuita sul tovagliolo di un ristorante poi andato perduto.

Povero Munch, verrebbe da dire. Il 22 agosto 2004 tutto il mondo rimase a bocca spalancata – come nel dipinto – quando due uomini mascherati e armati fecero irruzione nel museo di Oslo in pieno giorno e, davanti ai visitatori, portarono via proprio L’Urlo e La Madonna. La spasmodica caccia al tesoro per gli inquirenti durò due anni e nove giorni.

Più che un’eredità, un’odissea, insomma, giunta fino a noi e – si spera – destinata a concludersi presto. E questa volta non basterà eliminare dal registro della collezione nomi e numeri delle opere scomparse.

Chi perde, chi vince

 

Parmalat, i francesi in 15 anni si sono bevuti il latte italiano

Dopo il crac – Lactalis, della famiglia Besnier, ha risanato il gruppo e rilanciato realtà locali

Quindici anni fa, 19 dicembre 2013, un ufficio di New York della Bank of America comunica via fax ai revisori di Parmalat che non esiste nessun conto da 3,9 miliardi di euro intestato alla controllata Bonlat, è un falso inventato dai manager italiani in un estremo, assurdo, tentativo di salvarsi. Per l’azienda leader in Italia nel latte e derivati, si tratta di un disastro finanziario da 13 miliardi di euro, il più grosso caso di aggiotaggio e bancarotta fraudolenta mai avvenuto in Europa. La società è affidata a Enrico Bondi (già risanatore di Montedison) che in pochi anni riporta i conti in ordine. I grandi gruppi alimentari italiani (Granarolo, Barilla, Ferrero) mostrano interesse, ma non hanno il coraggio di rilevare l’azienda, nonostante Parmalat nel 2011 abbia in cassa 1,4 miliardi, in buona parte frutto dei risarcimenti dalle banche complici del disastro. La compra invece Lactalis, della famiglia Besnier, che mette le mani nella cassa per ripagarsi un po’ dei debiti e nel 2012 vende a Parmalat una sua controllata, l’americana Lag, per 774 milioni di dollari. Vicenda dagli strascichi giudiziari che alcuni considerano uno scippo. L’azienda di Collecchio, che i Besnier stanno cercando di ritirare dalla Borsa, da allora è cresciuta: il fatturato globale 2017 è di 6,6 miliardi di euro (3 nel primo semestre 2018). Il gruppo nel 2018 conta 93 stabilimenti con 26 mila dipendenti in 23 Paesi; gli addetti in Italia sono rimasti sostanzialmente invariati. Nell’ultimo decennio la società ha investito in Italia circa 1,5 miliardi e ha contribuito a rilanciare realtà locali come le Latterie friulane e la Silac. Riguardo ai fornitori italiani, l’azienda dichiara che “il latte fresco è tutto proveniente da allevamenti italiani, mentre una percentuale di quello a lunga conservazione è di importazione per insufficienza della produzione italiana rispetto al fabbisogno”.

 

Grom, l’Algida si è divorata il gelato semi-artigianale

Il caso – Dopo tre anni insieme alla multinazionale, il bilancio dell’azienda piemontese fondata nel 2003 è tornato positivo

L’azienda, fondata da Federico Grom e Guido Martinetti nel 2003, diventa subito un caso imprenditoriale di successo. A cinque anni dall’apertura del primo negozio di Torino, da 25 metri quadrati, è già presente in otto paesi, da New York a Hong Kong, da Dubai a Osaka. Si cerca di mantenere la produzione del “gelato come una volta” (lo slogan del marchio), con caratteristiche semi artigianali, nonostante l’espansione dei volumi. Ma dopo 10 anni la crescita si ferma e i bilanci, da poco arrivati al pareggio, tornano in perdita. Un milione di rosso nel 2013, due nel 2014, quasi tre nel 2015. I due fondatori, che già avevano imbarcato nell’avventura soci di peso come il gruppo Illy (al 5%) si mettono alla ricerca di nuove risorse per mantenere in piedi l’azienda. Alla fine accettano l’offerta (stime indicano una cifra attorno ai 35 milioni) di Unilever, multinazionale da 50 miliardi di fatturato, che nella gelateria in Italia è nota soprattutto per il marchio Algida. Sembra la scelta azzeccata, visto che la dimensione raggiunta, oltre 60 gelaterie, richiede risorse che hanno poco a che fare con l’artigianalità. I due rimangono a capo dell’azienda, con Unilever si inaugurano 12 nuovi punti vendita in sei paesi ma, soprattutto, si entra nelle catene della grande distribuzione: al cono si affianca il barattolo da mettere nel carrello. Di utili non se ne vedono ancora, ma il passivo a questo punto non mette in pericolo l’azienda. I dipendenti italiani non sono calati e Unilever dichiara che tutt’ora oltre l’80% della materia prima per i gelati viene da fornitori italiani.

 

Ducati, la moto tedesca con la testa a Bologna

Due ruote – Lo storico marchio di Borgo Panicale ha lasciato qui l’80% della produzione, centro di ricerca e sempre più dipendenti

Un marchio storico che ha cambiato spesso proprietari: nel 1948 l’azienda bolognese, appena entrata nel settore motori (prima si occupava di radiofonia e ottica), finisce in mano pubblica, sotto il controllo prima di Efim, poi di Finmeccanica e infine dell’ Iri. Nel 1985 è acquistata dalla concorrente Cagiva, che nel 1996 cede il controllo alla finanziaria americana Texas Pacific group; nel 2006 la proprietà torna in Italia, rilevata da un’altra finanziaria, la Investindustrial, che la rilancia (apertura dello stabilimento in Thailandia, espansione nei mercati a forte crescita di Cina, India e Brasile). Nel 2007 Ducati vince i titoli del campionato mondiale MotoGp piloti e costruttori. Investindustrial, con i manager guidati dall’amministratore delegato Gabriele Del Torchio, lancia 17 nuovi modelli. Il fatturato passa dai 305 milioni del 2006 ai 480 nel 2011, il margine lordo da 27 a 94 milioni. Nel 2012 il fondo disinveste, cedendo l’azienda per 860 milioni di euro alla Audi, del gruppo Volkswagen, il primo gruppo automobilistico mondiale, che possiede anche un altro storico marchio motoristico italiano, Lamborghini.

Il nuovo amministratore delegato è sempre un manager interno, Claudio Domenicali, il centro ricerche e l’80% della produzione è rimasto in Italia, nello stabilimento di Borgo Panigale, i dipendenti italiani sono aumentati e il fatturato è cresciuto ancora, del 30% in cinque anni, con il record di quasi 60 mila moto consegnate nel 2017.

 

Pirelli corre anche grazie all’alleanza con la Cina

Pneumatici – All’estero il 95 % dei ricavi. In Asia si registrano i tassi di crescita più alti. L’ad è ancora Tronchetti Provera

Un nome storico dell’industria italiana che in realtà realizza il 95% dei ricavi all’estero. In Italia ci sono due stabilimenti, a Bollate (Milano) e Settimo Torinese, altri 16 sono sparsi in 12 Paesi esteri, dalla Turchia al Messico, dalla Cina alla Russia.

L’alleanza con l’azienda statale cinese ChemChina, riguarda gli pneumatici per auto, il settore “industrial” (mezzi pesanti) è stato scorporato. In Asia, l’area dove registra i tassi di crescita più alti, nel 2017 Pirelli ha realizzato 805 milioni di ricavi (il 15% del totale), di cui due terzi in Cina, dove il marchio è leader nel segmento di alta gamma, quello su cui punta di più. Nel 2015 gli utili netti sono stati pari a 263 milioni (se non si conta il deconsolidamento e la svalutazione delle attività venezuelane, che ha portato l’ultima riga del bilancio in rosso per 369 milioni), nel 2017 era calato a 263 milioni, ma nei primi mesi del 2018 è stato di 378 milioni.

I patti con i cinesi dovrebbero tutelare, almeno per qualche anno, il know how tecnologico, oltre alla continuità del management. Regole statutarie prevedono che per spostare la sede o trasferire la tecnologia occorra il consenso del 90 per cento del capitale. Presidente del cda è ora Ning Gaoning, ma i patti parasociali affidano la guida operativa all’azionista e manager storico del gruppo, Marco Tronchetti Provera, vicepresidente e amministratore delegato, che dovrebbe avere un ruolo nella scelta del suo successore nel 2020. Va detto che dopo il ritorno in Borsa dell’ottobre 2017, ChemChina è scesa dal 65% al 45% circa del capitale, gli altri soci di peso restano la Camfin di Tronchetti Provera e la russa Lti.

 

Pernigotti ai turchi Niente rilancio e rischio chiusura

Novi Ligure – Investimenti dimezzati su torroni e gianduiotti, bilancio a meno 8,2 milioni nel 2017

La trattativa è ancora aperta, i lavoratori in sciopero, l’esito altamente incerto. Una storica industria dolciaria italiana (la fondazione è del 1860), Pernigotti, rischia di lasciare definitivamente l’Italia. Nel 2013 l’azienda è stata ceduta dalla famiglia Averna (quella dell’amaro) ai fratelli turchi Toksoz, proprietari di un florido gruppo multinazionale attivo in settori che vanno dalla farmaceutica, alla viticoltura, all’energia. Il progetto di Toksoz era quello di spingere torroni e gianduiotti italiani nei mercati asiatici e degli Stati Uniti. Ma la realtà è che sul marchio e sullo stabilimento di Novi Ligure si è puntato poco. In cinque anni gli investimenti sono più che dimezzati, i due fratelli a Novi Ligure si sono visti di rado, in compenso c’è stato un continuo turnover di amministratori delegati. Così il fatturato cala, il bilancio va in perdita, meno 8,2 milioni nel 2017; per il 2018 ci si attende una perdita a due cifre. I Toksoz ripianano i debiti e, nel novembre scorso, comunicano la chiusura dello stabilimento, per trasferire la produzione in Turchia, dove la manodopera costa meno della metà (già le creme spalmabili vengono dal Bosforo, dove c’è una produzione di nocciole di alta qualità). Altre ipotesi sono quelle di affidare in Italia a terzi la produzione o vendere del tutto azienda e marchio. Il ministero dello Sviluppo Economico sta tentando una mediazione, finora senza successo; così come si sono rivelate vaghe le offerte di salvataggio da parte di altre aziende italiane, in prima fila la Sperlari (che peraltro è controllata dal 2017 dai tedeschi). Ai sindacati le mezze misure, giusto per tenere in vita il marchio, non piacciono: “Bisogna individuare al più presto un advisor – dice Tiziano Crocco, per la Uila (Uil lavoratori agroalimentari) – per trovare un compratore che si impegni in un piano di rilancio”.

 

Indesit non licenzia e ‘localizza’ le lavatrici

Merloni – Dopo crisi e tentativi di ristrutturazioni, l’azienda marchigiana è in mani americane e pianifica nuovi investimenti

Quando la famiglia Merloni (fondata da Aristide negli Anni 30) ha venduto l’azienda marchigiana di elettrodomestici, che aveva fatturato in calo e debiti in crescita, era già avviata la cassa integrazione di 24 mesi, per ristrutturazione aziendale, per 1.783 dipendenti degli stabilimenti di Fabriano e Caserta.

Un anno dopo il colosso statunitense fa un accordo col ministero dello Sviluppo economico, le regioni e i sindacati per un piano industriale da 500 milioni di investimenti, tra cui il nuovo quartier generale nello Human technopole di Rho (Milano) l’ex area Expo, e che prevede la gestione degli esuberi senza licenziamenti unilaterali fino al 2018. Come vadano vendite e utili delle attività italiane non si sa perché il gruppo non fornisce dati disaggregati.

In ogni caso, il 25 ottobre scorso è stato siglato col ministero dello Sviluppo economico l’accordo programmatico per il triennio 2019 – 2021 che, oltre a nuovi investimenti per 250 milioni, prevede il “reshoring” dalla Polonia, in pratica il contrario della delocalizzazione: il trasferimento in Italia della produzione delle lavatrici da incasso.

Lo scorso 10 dicembre, un nuovo accordo per gli esuberi al ministero del Lavoro: nuova cassa integrazione, a rotazione, e incentivi alla mobilità su base volontaria o per accompagnamento alla pensione; insomma, a differenza dei dipendenti dell’Embraco, altra azienda del gruppo, che in Italia ha messo in esubero 500 dipendenti, niente licenziamenti.

 

Italcementi ora è salva, ma ha ridotto le forniture

Alla Germania – Era il maggior produttore di cementi. Oggi conta 180 esuberi, eredità della gestione della famiglia Pesenti

Dopo qualche anno di crisi del settore, la quota di controllo del principale produttore italiano di cementi nel 2015 è stata ceduta dalla famiglia Pesenti al gruppo tedesco Heidelberg Cement, che è riuscito a far quadrare i conti anche in Italia, grazie alle sinergie che hanno compensato le spese di ristrutturazione. Il margine operativo lordo semestrale, al giugno 2018, era pari a 43,8 milioni di euro dai 33,6 dell’anno prima, con un risultato di oltre un miliardo di euro. La parte meno buona della storia è che la quota di acquisti da fornitori italiani è passata in tre anni dal 91,8% all’83,3% ma, soprattutto, che il gruppo poco prima di Natale ha confermato che allo scadere della cassa integrazione straordinaria a zero ore per 347 dipendenti, il 31 dicembre scorso, ne avrebbe lasciati a casa 180. Esuberi che sono un’eredità della gestione Pesenti dopo aver ottenuto gli ammortizzatori sociali, nell’accordo da 1,7 miliardi di euro (con una plusvalenza per Pesenti stimata in 800 milioni di euro) non ha chiesto ai tedeschi garanzie per l’occupazione. Storia già vista nelle grosse famiglie imprenditoriali italiane: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.

 

Ansaldo Breda va ad alta velocità grazie al Giappone

Rinascita – Dopo 15 anni di perdite, l’ex società di Finmeccanica è leader nel settore dei convogli ferroviari e delle metropolitane

I giapponesi hanno riportato in attivo una società pubblica che aveva il poco invidiabile record di quindici anni di perdite, un rosso che appesantiva i bilanci del gruppo Finmeccanica (ora Leonardo).

Con la tecnologia di Hitachi, conglomerata da 9 mila miliardi di yen (70 miliardi in euro) attiva in settori che vanno dai televisori ai reattori nucleari, la nuova Hitachi rail Italy, che produce i Frecciarossa 1000 da 400 chilometri l’ora ed è leader mondiale (30 per cento del mercato) nelle metropolitane senza guidatore, come la linea 5 di Milano, e la linea C di Roma, ha ricevuto una spinta nei mercati internazionali.

Allo stabilimento di Reggio Calabria nel marzo scorso è arrivata una nuova commessa per la metro di Copenhagen, quello di Pistoia produce i treni per la Great western railway inglese e per la metropolitana di Miami, oltre ad essere impegnata, insieme a Napoli e Reggio Calabria, per 135 convogli regionali di Trenitalia.

Sono quindi aumentati, di conseguenza i dipendenti degli stabilimenti italiani.

 

Loro Piana da record, ma cerca gli ammortizzatori

Ai francesi – Nonostante gli utili alle stelle nel 2017, a dicembre ha chiesto la cassa integrazione (10 giorni) per 700 dipendenti

Una impresa fondata a Quarona Sesia (in provincia di Vercelli) nel 1924 e cresciuta fino a diventare leader mondiale nella lavorazione del cashmere. Nel 2013, poi, l’80 per cento del capitale è stato acquistato dal polo francese del lusso Lvmh, per 2 miliardi di euro. Alla famiglia Loro Piana è rimasto il 20 per cento.

I principali fornitori delle lane pregiate vengono da Mongolia, Nuova Zelanda e Australia. Gli addetti in cinque anni sono cresciuti di oltre 400 unità. Nel 2017 la società ha registrato il record storico di fatturato e utili.

Sorprende quindi la richiesta di cassa integrazione arrivata a inizio dicembre del 2018: dieci giorni per 700 dipendenti divisi in diversi stabilimenti (i primi giorni di cassa, che erano programmati per il 7 e l’8 gennaio, sono stati però revocati).

L’azienda pubblica un corposo “codice etico” in cui s’impegna nella “efficace e completa diffusione di informazioni finanziarie”, ma non ha fornito alcuna informazione per la stesura di questo articolo.

 

Valentino, cinque vite e il successo in Qatar

La griffe – Passata di mano in mano, dopo 21 anni si è fermata negli Emirati Arabi. Non c’è il bilancio, ma i dividendi sono ottimi

Il controllo della celebre casa di moda fondata nel 1957 da Valentino Garavani è passato nel 1998 alla Hdp, una finanziaria dell’orbita Fiat-Mediobanca guidata da Maurizio Romiti, figlio dell’ex amministratore delegato della Fiat, Cesare. Il progetto è creare un polo del lusso italiano, a imitazione dei gruppi francesi Ppr e Lvmh, ma non porta nulla di buono né alla maison Valentino, né alla Hdp. Nel 2002, Hdp vende al gruppo Marzotto, che fa di Valentino fashion group la holding dei suoi marchi di moda. Marzotto nel 2007, dopo l’abbandono dello stilista fondatore, vende (insieme alla licenza per Missoni) al fondo inglese Permira, per 2,6 miliardi, cifra record, ai tempi, nel mondo della moda. Dopo una ristrutturazione che ha riportato i conti in nero, il fondo inglese nel 2012 l’ha ceduta per 700 milioni a Mayhoola for investment, fondo del Qatar che secondo gli analisti è riconducibile alla famiglia reale. Con la nuova gestione gli affari sembrano andare bene (il bilancio non è pubblicato e gli arabi sono poco disponibili a fornire informazioni) almeno a giudicare dai dati di crescita del fatturato, dei dipendenti, e dal dividendo da 150 milioni distribuito nel 2017 a Mayhoola.

 

Povero Made in Italy – La vendita dei marchi italiani non è detto che sia un guaio

A Novi Ligure, oltre cento dipendenti della Pernigotti, di proprietà turca, rischiano il posto. A Bergamo, tocca a quelli della Italcementi. A Riva di Chieri l’incertezza riguarda l’Embraco e nel Torinese trema la torrefazione Hag – Splendid. Sono solo quattro casi recenti che hanno attirato commenti e critiche sulla gestione estera di imprese italiane. Anche quando non ci sono licenziamenti, si sente parlare di “Un altro pezzo del Made in Italy se ne va” , di “perdita dell’italianità” o del “sistema Paese che non difende il suo know how”. Ma a guardare bene il fenomeno degli investimenti diretti esteri in Italia, emerge che i capitali stranieri portano complessivamente più benefici che danni. E che l’economia italiana, sull’internazionalizzazione, è indietro.

Nell’ultimotrentennio c’è stata una forte crescita globale degli investimenti fuori confine. Secondo il rapporto Ice – Politecnico di Milano “Italia multinazionale 2017” si è passati dai 205 miliardi di dollari annui del 1990 ai 1.746 miliardi del 2016, con un’accelerazione recente. I tassi vicini allo zero e la ricchezza dei paesi emergenti hanno moltiplicati i capitali disponibili a viaggiare per trovare impieghi industriali remunerativi contribuendo alla crescita delle economie: più della metà dell’export cinese origina da multinazionali estere. Eppure, nonostante le attrattive del Made in Italy, l’Italia non è stata tra le prede preferite in questa caccia globale all’investimento.

Secondo i dati Istat, nel 2017 erano 14.616 le imprese italiane a controllo estero, con oltre 1,3 milioni di addetti, che realizzano un discreta fetta del Pil: 573 miliardi di euro (bilanci 2016). Meno, però, degli altri: lo stock di capitale in mani estere, 346 miliardi di dollari, è pari al 18,7% del Pil dell’Italia contro il 45,5% del Regno unito, il 45,2% della Spagna, il 28,3% della Francia e il 22,2% della Germania. A sbarrare le porte, un capitalismo fatto di poco mercato e molte relazioni, chiuso nei recinti del controllo familiare, con il corollario di una corruzione diffusa e di un sistema normativo e burocratico farraginoso. L’internazionalizzazione, poi, è scarsa anche per gli investimenti in uscita. Le 27 mila imprese estere controllate dall’Italia, con 1,3 milioni gli addetti e 426 milioni di euro di fatturato, hanno uno stock di capitale che è pari al 25% del Pil, contro una media Europea del 55%. Le cose sembra stiano cambiando. Secondo l’Ice, nel 2016 ci sono stati 29 miliardi di nuovi investimenti in imprese italiane, una crescita del 50 %. L’Italia è passata dal 18° al 13° posto della classifica mondiale. Nel 2018, per la prima volta dal 2004, è tornata nella classifica (della società di consulenza Usa At Kearney) dei dieci paesi più attraenti.

A questo nuovo interesse ha probabilmente contribuito la sfilza di agevolazioni, super ammortamenti e decontribuzioni introdotte dal governo Renzi (20 miliardi di euro solo nel 2017) e il costo del lavoro. Secondo Eurostat, l’Italia nel 2016 è stato l’unico paese dell’Ue dove il costo dell’ora lavorata è sceso: -0,8%, contro una crescita media dell’1,4%. Un’ora di lavoro è costata mediamente 27,8 euro, contro i 30,3 euro dell’Eurozona, i 34,1 della Germania e i 36 della Francia (che nonostante questo, però, attirano più investimenti). Per fare un esempio, i bilanci del gruppo bancario francese Bnp Paribas mostrano che lo stipendio medio pagato ai dipendenti di Bnl, prima grande acquisizione bancaria nel 2006, è stato nel 2017 di 52 mila euro, contro i 54,3 pagati ai loro colleghi francesi; i 71,9 dei belgi, gli 80,6 dei lussemburghesi.

A sorpresa, ci sono però vantaggi sul sistema economico. Secondo un’analisi dell’ufficio studi Prometeia, le imprese il cui quartier generale trasloca risultano più strutturate, solide e competitive, con crescite mediamente maggiori di fatturato ( + 2,8%), produttività (+ 1,4%) e occupazione (+ 2%).“L’internazionalizzazione dell’industria è senza dubbio positiva – dice Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Università di Trento ed ex direttore generale di Confindustria – anche se i confronti vanno presi con le pinze: le aziende che vengono scelte di solito sono le migliori”. E conta la dimensione: “Chi investe in Italia ha un mercato e una capacità finanziaria molto forte, mentre il capitale delle imprese italiane è di solito limitato”. Condizione che rende difficile stare sul mercato globale.

La moda, per dire, è uno dei settori più ambiti. La maggior parte delle grandi firme è in mani estere. L’ultima è stata Versace, finita al gruppo Usa Michael Kors, per 1,8 miliardi. Valentino è di un fondo del Qatar, Ferré di uno di Dubai, Krizia è andata ai cinesi di Marisfrolg Fashion; Bulgari, Fendi, Loro Piana e Pucci al gruppo francese Lvmh (Louis Vuitton Moët Hennessy), mentre Gucci è già da vent’anni all’altro gruppo francese di punta, Kering (ex Ppr), che ha poi aggiunto Bottega Veneta, Pomellato, Brioni. Secondo Deloitte, il fatturato medio delle aziende italiane del lusso (non solo moda) è di 1,4 miliardi di dollari, mentre per i gruppi francesi si parla di 5,8 miliardi e per gli Usa di 3,4. L’espatrio delle griffe non si è tradotto in perdite di lavoro in Italia. Gli artigiani e le maestranze italiane sono un asset di valore nel lusso e la produzione è rimasta in gran parte in Italia. Lo stesso vale per i direttori creativi. Certo, gli approcci predatori non mancano (vedi Parmalat). Ma non si può dire che a rapacità i capitani d’industria italiani siano migliori, tra fallimenti e buchi spesso colmati dalle casse dello Stato. Nelle prossime pagine, dieci casi di aziende del made in Italy passate in mani estere, tra esiti più o meno positivi. Per rendere significativo il confronto tra vecchia e nuova gestione, si sono prese in considerazione acquisizioni abbastanza recenti, successive a quella di Parmalat, nel 2011.

Più di 200 feriti per i botti “vietati”

Meno male che i botti erano vietati, che il Viminale aveva fatto la sua circolare e i sindaci emanato le peraltro consuete ordinanze di Capodanno che fanno “divieto assoluto di usare materiale esplodente, fuochi artificiali, petardi, botti, razzi e simili artifici, ancorché di libera vendita ” (così il provvedimento di Virginia Raggi a Roma, ma gli altri sono quasi identici). Nonostante i divieti, si contano oltre 200 feriti in tutta Italia per i botti. Il dato è in calo. Da sei anni, si ricorda, non ci sono vittime. E speriamo che sia vero perché la donna di 37 anni colpita nel Beneventano, dicono, da una “scheggia” di “un razzo” in pieno petto, manco avesse trascorso il Capodanno a Kabul, è ricoverata in gravissime condizioni all’ospedale Rummo. Ad ogni modo bastano le immagini diffuse da tutti i tg per chiarire che il divieto era come se non esistesse, anche in luoghi pubblici sono stati fatti esplodere petardi, bomboni e tricchettracche. Nessuno sembra essersi preoccupato del divieto né di farlo rispettare. Non è del tutto vero, perché le ordinanze dei sindaci consentono di sequestrare anche materiale che altrimenti, per legge, può essere venduto e portato in giro liberamente. E qualche sequestro c’è stato. Ma le ordinanze restano scritte sulla sabbia.

San Ferdinando, baracche al rogo e 40 braccianti stranieri trasferiti

Nessun ferito ma tredici baracche distrutte nella notte di Capodanno a San Ferdinando (Reggio Calabria), l’ennesimo incendio nella baraccopoli dove vivono quasi duemila migranti stagionali che raccolgono le arance nelle campagne della Piana di Gioia Tauro. Il rogo è partito da un cumulo di rifiuti, si è poi allargato al campo e ha distrutto le baracche dei braccianti che vivono in condizioni disumane. Quaranta di loro, rimasti senza nemmeno un tetto di cartone e plastica, sono stati ricollocati nella nuova tendopoli che è sorta a poche decine di metri dal ghetto dove, in queste giornate di freddo, vengono accesi fuochi per scaldarsi. In altri incendi morirono Becky Moses, nel gennaio scorso, e Surawa Jaith il 2 dicembre.

I bracieri improvvisati, infatti, possono facilmente interessare le baracche o i rifiuti che circondano l’intera area. L’incendio della scorsa notte è stato spento dai vigili del fuoco in servizio al presidio fisso voluto dalla Prefettura, secondo la quale l’immediato intervento anche delle forze di polizia si è rivelato decisivo per evitare più gravi conseguenze. A proposito, d’urgenza il prefetto Michele Di Bari ha convocato una riunione tecnica durante la quale – è scritto in una nota stampa – “si è già iniziato a verificare la possibilità di accogliere i migranti, per i quali ricorrano i presupposti di legge, nei progetti Sprar ed è stato inoltre disposto l’allestimento di altre tende”.

Nella notte tra il 30 e il 31 dicembre un altro incendio si è verificato in Puglia all’interno della baraccopoli abusiva di Borgo Mezzanone nel Foggiano. Anche lì nessun ferito ma le fiamme, spente dai vigili del fuoco, hanno interessato 300 metri quadrati di baracche. La polizia sta verificando le cause del rogo, il terzo in pochi mesi. Nel primo rimasero ferite quattro persone, nel secondo morì un giovane gambiano di 35 anni.

Minorenne pestato a sangue da sei coetanei in pieno centro: aveva difeso una ragazza

Un ragazzo che cerca di difendere un’amica, forse qualche parola di troppo, poi la furia del branco che lo picchia a sangue fino a mandarlo in ospedale. E poche ora prima, a qualche chilometro di distanza, l’aggressione ad un autista dell’autobus. Palermo conta due episodi di violenza in strada nel giro di 48 ore, ed in entrambi i casi i responsabili sembrano essere solo dei ragazzi.

Il caso più grave è quello verificatosi domenica sera in un pub di via dei Candelai, a poche centinaia di metri dal Teatro Massimo e la Cattedrale. Qui un ragazzo è stato pestato da sei coetanei, tanto da finire ricoverato con la frattura della mascella e della cavità orbitale. Non è ancora del tutto chiara la dinamica del pestaggio: dalle prime testimonianze raccolte, pare che la vittima avesse cercato di difendere una ragazza che era in sua compagnia dai commenti indesiderati di qualche estraneo. A quel punto però l’alterco è degenerato: in sei lo hanno accerchiato, spintonato e colpito ripetutamente, senza per altro che nessuno dei presenti nel locale intervenisse per fermare la violenza, prima di andarsene lasciandolo in terra. La polizia, chiamata dai sanitari del 118 arrivato sul posto per soccorrere la vittima, hanno già avviato le indagini per rintracciare i colpevoli.

Sta già meglio, invece, ed è già stato di messo l’autista dell’Amat che sembra domenica 30 dicembre era stato aggredito da un gruppo di ragazzi alla fermata di Villa Adriana, sulla linea 628. L’uomo aveva tentato di opporsi alla “bravata” di un gruppo di giovani che stava cercando di aprire il motore del mezzo in sosta, e per questo era stato colpito al volto e al petto. Nulla di troppo grave, per fortuna: dopo 24 ore in ospedale per accertamenti, l’autista ha chiesto e ottenuto di poter tornare a casa così da trascorrere l’ultimo dell’anno in famiglia. Sperando che il 2019 inizi meglio di come è finito il 2018.

Intervento record: asportato tumore senza aprire il torace. È il primo caso al mondo

Il Professore Gino Gerosa, direttore della Cardiochirurgia dell’Azienda ospedaliera di Padova, è il coordinatore dell’equipe di 28 professionisti – tra cardiochirurghi, urologi, chirurghi epatobiliari, cardioanestesisti e infermieri – che ha realizzato un intervento eccezionale di chirurgia oncologica: per la prima volta al mondo è stato rimosso un tumore renale estesosi al cuore senza aprire il torace, senza l’ausilio del bypass cardiopolmonare, e grazie a una nuova tecnica che ha consentito di aspirare la parte cancerosa.

“Normalmente in casi come questo – hanno spiegato i medici che si sono susseguiti per specialità, alternandosi in sala operatoria come in una staffetta lunga più di 12 ore – si esegue l’asportazione del rene coinvolto dal tumore attraverso l’apertura dell’addome e del torace e la rimozione del tumore dal cuore con l’ausilio del bypass. Ma la storia di questo paziente ha imposto di cercare una soluzione alternativa”. Per il paziente, un pensionato di 77 anni già con triplice bypass al cuore, l’intervento tradizionale era proibitivo proprio per i bypass localizzati nei siti chirurgici strettamente connessi all‘operazione. Così il prof. Gerosa e i suoi chirurghi hanno studiato a tavolino il caso e hanno optato per l’approccio innovativo microinvasivo con “sistema AngioVAC”. “Questo nuovo approccio – ricordano i medici – consiste nell’inserimento di una cannula di aspirazione a livello di una vena del collo collegata a una pompa e a un filtro che ha permesso, come un’aspirapolvere, di rimuovere il tumore aspirandolo. Il sangue è stato inoltre filtrato e re-immesso attraverso un’altra cannula posta all’altezza dell’arteria femorale, garantendo la stabilizzazione del paziente durante tutte le fasi dell’intervento”. Tutto questo con un’unica piccola incisione a livello dell’inguine.

Nei prossimi giorni il paziente 77enne potrà già tornare alla sua vita normale. Quando si dice i progressi della scienza…

Rifiuti in strada e cassonetti in fiamme: 160 incendi nella notte di Capodanno

Il nuovo anno a Roma è iniziato così come si era concluso quello precedente, nel segno della spazzatura in strada, con una notte illuminata sia dai fuochi d’artificio, sia dal rogo di decine di cassonetti.

Ieri mattina i Vigili del Fuoco contavano circa 160 interventi, la maggior parte per bidoni della spazzatura o accumuli di rifiuti andati in fumo nelle prime ore del nuovo anno, soprattutto in zone periferiche come Magliana e Centocelle. Al momento non ci sono prove per parlare di incendi di natura dolosa ma in Campidoglio negli ultimi giorni si è fatto strada il sospetto che questa pista non vada esclusa a priori. Roma, infatti, è una città dove esiste un problema legato ai roghi tossici di rifiuti nelle periferie su cui ha indagato a più riprese anche la Procura. Di sicuro tutti questi episodi ravvicinati nel tempo, uniti a quelli accaduti nei giorni a cavallo di Natale, hanno accresciuto i ciclici problemi di raccolta e smaltimento dei rifiuti, divenuti ancor più evidenti dopo il rogo che l’11 dicembre ha messo fuori uso il Tmb Salario, con sacchetti di spazzatura che si sono accumulati attorno ai cassonetti in molte aree della città.

Se si esclude la pista del dolo, parte degli incendi della notte scorsa potrebbe essere stata causata anche da botti o banali “girandole” di Capodanno lanciati a ridosso dei contenitori dell’immondizia che così hanno preso fuoco. Che si tratti di bravate, di gesti estremi di cittadini esasperati per la “monnezza” che continua a restare in strada o di fenomeni dolosi con dietro una regia, la questione è destinata a tenere banco anche in futuro. Ama, la municipalizzata dell’ambiente, nei giorni scorsi ha parlato di una recrudescenza del fenomeno “in crescita durante i giorni delle festività di fine anno e che crea gravi danni ai servizi di raccolta dei rifiuti e alla collettività”. Solo tra Natale e Santo Stefano sono stati incendiati una quindicina di cassonetti tra i quartieri ad est della città e il litorale.

Roghi a parte, il nodo principale resta la fragilità del ciclo di raccolta e smaltimento che ora può contare solo su tre impianti di trattamento nella Capitale. Le feste, con picchi di 100 tonnellate in più sulla media quotidiana, hanno quindi mostrato come il nuovo assetto disegnato da Campidoglio e Regione Lazio, con conferimenti sparsi da Aprilia a Viterbo, non tenga nei momenti più delicati. Dalla prossima settimana si vedrà se sarà in grado di reggere almeno il peso dell’ordinario. Un sollievo è arrivato di recente dalla proroga dell’accordo che consentirà anche nel 2019 di portare fino a 70 mila tonnellate di indifferenziati romani in Abruzzo. Altro step, che per ora è solo una promessa, è l’intesa che vedrebbe a breve anche Torino (città “amica” governata dall’altra sindaca 5 stelle, Chiara Appendino) venire in soccorso della Capitale. Per ora Virginia Raggi non si è espressa né sui recenti disagi della raccolta, né sui cassonetti incendiati. Dal Campidoglio guidato dai 5 Stelle è trapelata solo irritazione e la possibilità di inviare materiale in Procura.

Migranti sulle navi da 11 giorni: allarme di Sea Watch e appelli

È “un’odissea di Capodanno” quella dei 49 migranti soccorsi al largo della Libia da due navi di Ong tedesche, si moltiplicano gli appelli dall’Unhcr al mondo del volontariato ma nessuno offre un porto per farli sbarcare neppure dopo che dalla Germania è aggiunta la disponibilità ad accogliere almeno una parte dei naufraghi. Ci sono donne e bambini anche piccoli tra i 32 recuperati il 22 dicembre dalla SeaWatch, che dunque sono in mare da 11 giorni e i 17 caricati poco dopo dalla Sea Eye. L’imminente peggioramento delle condizioni meteo e del mare aumenta i timori per le due Ong e le navi di soccorso hanno navigato verso nord, giungendo in acque maltesi. “Mare mosso, da undici giorni senza un porto, l’odissea di Capodanno delle Ong”, scrive su twitter SeaWatch. “La legge del mare dice chiaramente che il tempo che le persone devono trascorrere in mare, dopo essere state tratte in salvo da una situazione di stress, deve essere ridotto al minimo”, sottolinea Jan Ribbeck, capo missione sulla nave di SeaEye. E oltre a Malta e Italia denuncia il governo tedesco per averli invitati a consegnare i migranti ai libici, che sarebbe stata, rileva Ribbeck, una “violazione delle leggi internazionali”.