I fascisti, il designer e il vecchio capo ultrà. La curva “decapitata”

Quei cento urlavano: “È una guerra”. Le 19.20 del 26 dicembre. In via Novara a Milano si scatenano gli scontri. L’agguato degli ultras dell’Inter contro i van dei napoletani è al suo apice. Una ventina di metri oltre verso via San’Elena c’è il corpo di Dedè Belardinelli. Ha il bacino frantumato, ma non è ancora morto. In molti lo vedono. Nessuno si ferma. L’obiettivo sono i napoletani. Mazze, spranghe, roncole, aste di bandiera, coltelli. Si usa di tutto.

A una settimana da quei fatti, anche la Procura non ha dubbi: “Quella è stata un’azione militare”. E come tale pianificata nei minimi dettagli da un gruppo organizzato, i cui vertici vanno cercati nel direttivo della curva Nord interista. I capi, dunque. Di una curva da sempre guidata da logiche ultras. Violente certamente, ma sempre rubricate all’interno di dinamiche da stadio. A differenza della curva Sud del Milan caratterizzata, almeno a partire dal 2006, da un controllo più affaristico legato al mondo della criminalità organizzata.

Sul fronte delle indagini, la Procura ha pochi dubbi: il direttivo sapeva. Di più: almeno due capi, allo stato, erano presenti in via Novara. Sono Marco Piovella, 34 anni, detto il Rosso, leader del gruppo Boys e Nino Ceccarelli, 49 anni, fondatore del gruppo Viking. Il 31 dicembre Piovella è stato arrestato, mentre Ciccarelli, interrogato in Questura, risulta indagato come tutti per rissa aggravata dal fatto di aver provocato la morte dell’ultras del Varese Daniele Belardinelli. Ma se il Rosso appare sconosciuto alle cronache, se non per un Daspo dopo Inter-Juve dello scorso aprile, Ciccarelli è un volto noto della criminalità milanese. A suo carico 12 anni di galera, tatuati sul corpo con dodici foglie. Reati da stadio per lo più, detenzione di coltelli, pestaggi come quello che portò alla morte del tifoso ascolano Nazzareno Filippini. Era il 1988. Per quei fatti Ciccarelli se la cavò con un’accusa poi caduta per rissa. A metà anni Novanta fu coinvolto in un’associazione a delinquere per spaccio in curva. Con lui anche Vittorio Boiocchi, altro volto storico della curva, storicamente legato ad ambienti calabresi. Entrambi furono assolti. Boiocchi, che allo stato non risulta indagato, invece ha subito condanne in altro processo.

In Questura Ciccarelli, daspato due anni fa dopo Frosinone-Inter, ha solo confermato la sua presenza senza spiegare altro. Atteggiamento simile da parte di Piovella, il cui verbale è stato allegato all’ordinanza firmata dal giudice Guido Salvini. “In relazione a quanto accaduto il 26 dicembre – ha spiegato Piovella, una laurea al Politecnico e uno studio di design ben avviato – ammetto di essere stato presente all’interno del gruppo che nella zona di via Novara angolo via Fratelli Zoia ha aggredito i tifosi napoletani. Ma non intendo rispondere a qualsiasi domanda inerente l’organizzazione e l’attuazione dell’aggressione, nonché a domande sul coinvolgimento di altre persone”. Insomma un atteggiamento, spiega il giudice, caratterizzato da “una decisa reticenza”. Per questo Piovella resta in carcere, anche perché “quale membro del direttivo della Curva ha un potere di influenza rilevante sui tifosi dello stesso subordinati sulla base dell’ideologia del cameratismo sportivo ed è in grado di condizionarne le dichiarazioni”. La Procura lo accusa di aver “personalmente organizzato l’assalto”. Nonostante questo, è proprio l’organizzazione uno dei punti ancora oscuri.

Lacune rimaste anche dopo la collaborazione del Boys Luca Da Ros, arrestato insieme a Francesco Baj e Simone Tira degli Irriducibili che sono anche militanti del gruppo neofascista Lealtà e Azione. Nel verbale di Da Ros si legge: “Verso le 17.30 ci siamo messi in macchina e siamo arrivati al bar Cartoons di via Emanuele Filiberto, siamo andati su un doblò bianco, guidato da un amico chiamato Giotto. Sul furgone eravamo in 4. Giunti al bar c’erano altri gruppi di Nizza e di Varese. Il nostro capo, quello che ha in mano la curva si chiama il Rosso, è lui che sposta la gente, è lui che decide. Lui ha detto andiamo e io sono andato. Eravamo circa 120 persone. Il mio autista era Giotto uno dei Boys di Milano”.

Oltre alla pianificazione, almeno altri due sono i punti da chiarire. Chi ha travolto Dedè Belardinelli? L’ipotesi è che coinvolte siano due auto. L’indagato Flavio Biraghi, ultras dei Viking, ha dichiarato che Dedè “è stato investito da una autovettura di grossa cilindrata, che andava a velocità sostenuta”. Mentre Piovella ha spiegato: “Ho visto un’autovettura, a bassissima velocità o addirittura quasi ferma, passare sopra il corpo di Daniele, con le ruote anteriore e posteriore destra. Ho avuto anche la sensazione che le ruote slittassero nella circostanza”. Da capire, infine, dove il gruppo dei van napoletani è stato agganciato dalla volante. L’ultima versione colloca l’auto della polizia in fondo a via Novara. Una svolta nelle indagini si attende per oggi e non solo perché nel pomeriggio Marco Piovella sarà interrogato dal giudice Guido Salvini.

Scossa nell’Aquilano sentita anche a Roma: non ci sono danni

Un terremoto neanche tanto leggero, sentito distintamente fino a Roma, ma per fortuna senza danni: ieri pomeriggio dopo le 19 una scossa di magnitudo 4.2 è stata registrata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in provincia de L’Aquila, con epicentro tra i Comuni di Collelongo, San Vincenzo Valle roveto e Villavallelonga, seguita poi da due brevi repliche di minore intensità. Gente in strada ad Avezzano, un po’ di paura anche in Ciociaria, la zona del Sud del Lazio non distante da Collelongo: dopo la scossa più forte, avvertita in tutta la provincia di Frosinone e anche nella Capitale, diversi abitanti si sono riversati in strada nonostante il freddo polare, intasando di segnalazioni i centralini del 115. Le verifiche effettuate dalla Sala Situazione Italia del Dipartimento della Protezione Civile hanno però escluso danni a persone o cose. L’episodio fa seguito alle più forti e dannose scosse registrate in Sicilia subito dopo Natale e collegate alla ripresa dell’attività dell’Etna: lì il terremoto nel Catanese ha causato oltre mille sfollati che hanno passato la notte di Capodanno fuori di casa.

Vittime, crolli e situazione attuale

Dall’agosto all’ottobre 2016 lo sciame sismico che ha colpito l’Italia centrale ha ucciso 300 persone tra Amatrice e Accumoli nel Reatino e Arquata del Tronto (Ascoli Piceno) e provocato ingenti danni in Umbria nelle Marche, dove si contavano decine di migliaia di sfollati

Due anni dopo (secondo l’ultimo aggiornamento della Protezione civile) i senza casa sono ancora 47.403, di cui 7.962 nelle casette (Sae) faticosamente consegnate tra mille contestazioni su costi e tempi di realizzazione, 1.686 negli alberghi, 37.755 in altri alloggi reperiti anche grazie al Cas (il Contributo di autonoma sistemazione versato dai Comuni e recentemente prorogato anche per il 2019). Le ristrutturazioni degli immobili danneggiati sono quasi ferme, molti paesi non torneranno più come prima

“Incentivi per rifare le case altrove”. I sindaci terremotati hanno paura

A due anni dal sisma rientrare nelle proprie abitazioni appare ancora come un miraggio: la procedura per la ristrutturazione è, praticamente, ferma. E solo ora si prende atto che la procedura, fin qui adottata, è così farraginosa da determinare, inevitabili, ritardi nell’opera di ricostruzione. Il privato che vuole rimettere a posto la propria abitazione resa inagibile dal terremoto, per usufruire del finanziamento pubblico (decreto 189/2016) deve scegliere sul sito del Commissario straordinario per il Sisma tre imprese fra quelle accreditate (iscritte, cioè, alla white list delle Prefetture e aperto un conto corrente dedicato alla commessa pubblica). A quel punto deve sottoporgli il progetto di ristrutturazione che ha fatto realizzare da uno studio tecnico, indire una gara e assegnarlo all’impresa che lo realizzerà al costo più basso. In sintesi: il privato indice una gara al massimo ribasso e lo Stato paga l’impresa che se l’è aggiudicato. Risultato: tutto fermo. Così che, solo ora, il presidente della Regione Marche Luca Ceriscioli prospetta quella soluzione che, fin da subito sarebbe dovuta essere quella più consona per snellire la procedura accelerando la ricostruzione: “Proponiamo al governo di abolire le gare pubbliche e procedere con l’affidamento diretto dei lavori ai privati, ed un tetto massimo di incarichi per i tecnici”.

Sempre sull’onda del voler recuperare tempi perduti, è in discussione una proposta alternativa della Protezione civile per incentivare, nelle quattro Regioni colpite, l’acquisto di sistemazioni abitative autonome. L’articolo 2 lascia intendere che chi abitava in una casa di proprietà o in locazione o in comodato gratuito, oggetto di sgombero di tipo E (inagibile) o F (inagibile per rischio derivato) o ubicata in zona rossa, che rinuncia al Cas (Contributo di autonoma sistemazione, da 400 euro in su al mese a seconda della composizione del nucleo familiare) e stipula, entro dodici mesi dalla data della pubblicazione dell’ordinanza, un contratto preliminare o definitivo di compravendita di una casa o ne costruisce una all’interno del Comune di residenza o nei Comuni limitrofi e, comunque ricadenti all’interno del cratere del sisma, riceverà l’intero importo. Se, invece, nel Comune di residenza non vi sono alloggi disponibili, i Comuni dovranno riconoscere un contributo forfettario mensile per sei mesi (per i conduttori e comodatari) o per 3 anni (per i proprietari) pari alla metà dell’importo del Cas per case di tipo B e del 100 per cento per quelle di tipo E o F (due persone prendono 500 euro al mese per 36 mesi: fanno 18 mila euro).

Prendiamo ad esempio Muccia (Macerata) che ha come paesi limitrofi Camerino, Valfornace, Pieve Bovigliana, Pieve Torina, Serravalle tutti devastati dal sisma; lo stesso vale per Arquata del Tronto (Ascoli Piceno) con le sue frazioni praticamente rase al suolo. E ovvio che la scelta ricadrà necessariamente su luoghi fuori dal cratere, magari verso la costa. Da qui nascono forti preoccupazioni: “Il risultato sarà lo spopolamento”, è il leitmotiv dei sindaci di territori già fortemente indeboliti dal sisma, mentre il neo Commissario straordinario, il geologo Piero Farabollini, si dice favorevole.

Tirano, invece, un sospiro di sollievo gli assegnatari del Cas in scadenza il 31 dicembre: lo stato di emergenza è stato prorogato di un anno (comma 988 della legge di biancio). Mentre di due anni (comma 990) è stata prorogata la struttura commissariale che, di fatto, impedirà al neo Commissario straordinario di scegliersi una nuova squadra in quanto la proroga riguarda tutto il personale collegato alla struttura. Ma i beneficiari del Cas, e questa è una novità, ogni anno dovranno compilare un questionario inviato dai Comuni per verificare se sussistono ancora i requisiti necessari come, come l’avvenuta presentazione del progetto di ristrutturazione. Trattasi, comunque, di un sollievo che durerà un anno mentre nulla lascia sperare che le popolazioni vittime del sisma potranno tornare a vivere dove vivevano.

Mail Box

 

Prescrizione, e adesso gli avvocati che faranno?

Nel suo articolo del 22 dicembre “Il Coniglio Superiore”, il direttore Travaglio espone l’andazzo della giustizia (o dell’in-giustizia?) nel nostro tribolato Stivale che fa sempre più fatica a chiamarsi Italia se non come espressione geografica. Con la “caduta” dello zoccolo duro della prescrizione e dei relativi ritardi e rinvii dei processi, vanno in crisi le tasche di tanti avvocati e forse questo può spiegare l’uscita del ministro Bongiorno qualche tempo fa, che in un’intervista assimilò la riforma della prescrizione allo scoppio di una bomba atomica. L’albo degli avvocati con i numeri da lei riportati è stracolmo, un arresto dei processi dopo il primo grado rischia di “metterne a riposo” la metà. In questo Paese purtroppo vige ancora una giustizia “di classe”, quella che difende i più ricchi e non si cura dei più poveri. Dovrebbe far meditare un passaggio dei Promessi sposi di Manzoni, quello in cui l’avvocato Azzeccagarbugli è sempre pronto a sedersi al tavolo dei potenti e dichiara, lasciando Renzo attonito: “A me i fatti devono essere detti chiari, poi ci penso io a ingarbugliarli”. Ricordo che Francesco Carnelutti, noto principe del foro, disse: “Le leggi non servono a niente: i galantuomini non ne hanno bisogno e i disonesti non le rispettano”.

Maurizio Dickmann

 

Manovra economica, Draghi avrebbe fatto meglio a tacere

In questo pasticciaccio brutto della approvazione della manovra economica per il 2019 Mario Draghi, presidente della Bce, è intervenuto più volte, dando l’impressione di aiutare il suo Paese, cioè l’Italia, ma anche di non volere scontentare i tecnocrati europei. Ciò che meraviglia, però, è l’ultimo intervento, per così dire a “babbo morto”, cioè dopo l’approvazione della manovra da parte della stessa Ue. Orbene, si potrà dire che Draghi l’ha fatto per il bene del nostro Paese, ammonendo a stare attenti a non aumentare il debito pubblico, ma non v’è dubbio che il silenzio del presidente della Bce sarebbe stato, questa volta, più opportuno. Quanto a quel che resta di un partito come il Pd, che era nato per mangiarsi il mondo, la sua proposta di ricorrere alla Corte costituzionale sull’approvazione definitiva del testo relativo al maxiemendamento, a parte la sua probabile inammissibilità giuridica, la dice lunga sul nulla che governa questo partito.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Fanno soldi con le infrazioni, ma non investono in sicurezza

I pensionati non avranno gli adeguamenti dell’assegno all’inflazione. Le multe per le violazioni al codice della strada invece aumenteranno del 2,2%. L’inflazione attualmente è ben distante da quel valore. Gli importi delle multe non sono mai stati strettamente correlati ai prezzi del petrolio, dell’energia o delle materie prime. Non lo sono neanche i pedaggi autostradali. Aumentano ogni primo gennaio secondo una triste consuetudine, indipendentemente da qualsiasi parametro legato all’economia reale, addirittura nulla in relazione al loro numero. Nessuno è mai morto per non aver pagato il parcheggio. Eppure è sotto gli occhi di tutti: i proventi delle multe non vanno a finanziare la sicurezza stradale e i pedaggi non vanno a finanziare le opere di manutenzione.

Ermanno Trovato

 

Le contraddizioni della Lega che il M5S non vuole frenare

Ho cercato di individuare alcune contraddizioni all’interno della propaganda leghista. Salvini promette la Flat Tax, diventata rappresentazione di qualsiasi tipo di riduzione delle tasse, ma allo stesso tempo promette di “spezzare le reni” all’Europa per essere libero di fare più debito. Da una parte diminuisce le tasse, dall’altra le aumenta, dato che il debito è sostanzialmente una tassa su cui paghiamo pure gli interessi.

Uno dei cavalli di battaglia della Lega è poi il superamento della Fornero, il cui obiettivo è far andare ancora prima in pensione chi già va presto: cioè, cinque anni prima della media europea (se ricordo bene i dati forniti dal vicedirettore Feltri). Un aggravamento delle spese improduttive e non degli investimenti, che l’industrioso nord-est e tutti gli altri vogliono solo aumentati.

La discussione sull’immigrazione, ancora, è un campo aperto di contraddizioni. Tra i leghisti non c’è tanto xenofobia, ma misoxenia ovvero antipatia, odio o insofferenza al diverso. Non vogliono rinunciare all’immigrato che, come disse una volta Travaglio, “pulisce il culo alla nonna” o fa il lavoro che il borghese del nord non vuole più fare, ma non li vogliono neanche a rubare, mendicare, stuprare o banchettare con i nostri sudati soldi.

A tutto questo c’è una soluzione pratica e semplice: si chiama integrazione; eppure, è ciò che combattono con più forza. Questo è un capolavoro.

Il M5S ha seguito la Lega su gran parte di queste contraddizioni di cui il popolo è perfettamente consapevole.

G.C.

 

I NOSTRI ERRORI

A proposito dell’intervista di domenica con lo chef Bruno Barbieri, precisiamo che Barbieri ha sette stelle Michelin e non sei come abbiamo scritto. Ce ne scusiamo con i lettori e con l’interessato.

FQ

Botti illegali. La prevenzione e i divieti non funzionano, servono multe salate

 

Come ogni anno ci troviamo a stilare il triste bollettino della guerra del 31 dicembre. Sto parlando dei botti di Capodanno: il Viminale ha contato 216 feriti (quattro in più rispetto al 2017), tredici dei quali in gravi condizioni. E anche gli interventi dei vigili del fuoco sono aumentati. Io sono una donna di 44 anni, vengo dal sud ed è da quando sono piccola che sento parlare di prevenzione e di divieti: ho ascoltato decine di campagne – anche in radio – che mettono in allerta sui rischi di botti e petardi, soprattutto quelli illegali, e nelle scorse settimane ho letto che moltissimi Comuni, quest’anno, ne avevano vietato l’utilizzo. Eppure non è servito a niente, stando agli accessi ospedalieri di cui abbiamo letto martedì. Mi chiedo, e vi chiedo: cosa si può ancora fare per evitare altri simili bollettini di guerra?

Andreina Mazzetto

 

Cara Andreina, diversi anni fa l’amministrazione provinciale di Napoli, città che storicamente paga uno dei tributi più alti di sangue ai botti di fine anno, lanciò una campagna di comunicazione choc contro i petardi illegali. Furono distribuiti migliaia di volantini e opuscoli con le foto di mani maciullate e prive di dita, saltate via insieme a qualche ‘bomba di Maradona’. L’iniziativa, meritoria, però servì a scuotere la coscienza dei benpensanti e a sollevare l’ennesima inutile polemica sull’utilizzo di immagini troppo crude. Ma le statistiche sui feriti di fine anno non migliorarono in maniera consistente.

La verità è che le abbiamo provate tutte: campagne di sensibilizzazione, ordinanze sempre più restrittive, multe pesanti contro chi sgarra, blitz delle forze dell’ordine nei covi di chi fabbrica e distribuisce i botti illegali. E ogni Capodanno stiamo sempre qui a contare il numero dei feriti (a Napoli e provincia quest’anno sono 37, uno in meno dell’anno scorso, capirai…) e a pregare che non ci scappi il morto, mentre non si hanno tracce di sanzioni contro chi viola queste famose ordinanze che fioccano ovunque e non rispetta nessuno. Ecco.

Forse dovremmo ricominciare da qui. Da qualche multa bella grossa, di quelle che fanno male alle tasche, a chi viene sorpreso a sparare fuochi insicuri. Dandone notizia, affinché scatti un effetto deterrente. Forse la foto di un dito spappolato fa meno paura della notifica di una cartella esattoriale (a meno che i governi futuri non rottamino anche queste…).

Vincenzo Iurillo

Blob di fine anno, niente e nessuno resterà impunito

Che spettacolo atroce e sublime la lunga maratona Blob dell’ultimo dell’anno. Il prodigio dello scioglimento catartico del “Blobbone”, fatto di puro montaggio di scarti televisivi rigurgitati, si è ripetuto sotto il titolo epico-western di Fiume senza fine: Enrico Ghezzi e i suoi hanno servito alla Nazione stordita dalla crapula natalizia una scorpacciata allucinante di sopraffina spazzatura mediatica, con l’intelligenza, il muriatico sense of humour e la totale irriverenza verso il potere che fanno di Blob, dal 1989, per il genio di Ghezzi e di Marco Giusti, la più precisa, chirurgica e spietata coscienza critica dell’Italia mentale.

Come un coro greco di terribile soavità, Blob ha commentato, semplicemente ripetendone l’eco, la micidiale scena che attori spesso miserabili, altre volte eroici, per lo più inconsapevolmente ridicoli, recitano davanti alle telecamere ogni giorno, e quindi – nella totale abolizione del diaframma tra il rappresentato e i rappresentati, il falso e l’autentico, l’etereo e il fisico – il suo effetto su di noi, ingurgitatori inebetiti davanti allo schermo per interminabili ore perdute (a parte i casi non infrequenti di sfondamento dello schermo e entrata nella Tv delle cosiddette persone comuni, spesso pagate per raccontare le loro tragedie personali in contesti di garrula insensatezza). Assunto tutto insieme, ad un ritmo che i neuroni faticano a metabolizzare, il pasto quotidiano del manicomio Italia è stupefacente come una dose da cavalli di Lsd. Un delirio, un incubo, un aerosol di horror puro applicato alle rètine, in una riproduzione veritiera della cura Ludovico, la tortura a cui si sottopone il protagonista di Arancia Meccanica, costringendosi a guardare ininterrottamente a palpebre spalancate scene di violenza per due settimane.

Blobbone inizia con un endorcismo, una chiamata di fantasmi: la voce di Mike Bongiorno sulle immagini del crollo del Muro; Umberto Smaila che ostenta i seni delle sue soubrette nel rito sacrificale del Sacro Biscione; Sophia Loren che da mezzo secolo pubblicizza l’Italia; Craxi (titolare ad honorem di una rubrica sua, “Blobbetino”) che fa dell’ironia con voce suadente, tace teatrale o sprezzante, definisce “fuorilegge” i magistrati di Milano. E poi i chiodi fissi nazionali, avvitati alle nostre sinapsi: il grido di Sandra Milo, “Chi? Ciro?! Dove?”, scelto ormai come stemma araldico di Blob e della sua cifra stilistica (la volgarità deificata nel voyeurismo); lo stridore tra il tragico e il trash, che è il pomposamente patetico, o il falsamente partecipe, o lo pseudo-trasgressivo, ignaro di essere grottesco: le dirette di Emilio Fede da Baghdad e la carta igienica gigante di Mike; la morte di Pertini e gli ammiccamenti di Cicciolina (deputata della Repubblica); le incursioni di Cavallo Pazzo a Sanremo e i discorsi dei presidenti; i rottami dell’auto di Falcone e i peli pubici di sdraiate modelle mute in servizi di presunto servizio pubblico; le monetine del Raphael e il sentore del buco del culo della Marini, se non il referente stesso; e poi, com’è giusto, tutto Berlusconi, con le sue mille facce: la sentimentale, la minacciosa, quella da croupier, quella da nonno che allatta agnellini in giardino, e poi la sua preferita, quella da crooner, da cantante di nave che seduce la femmina Italia con tono confidenziale, dissipatore, demi-monde (a un certo punto anche un B. senza volto, effigie spaventosa del suo nulla potente, con la faccia che volteggia nell’aria come lo Stregatto, occupando col suo Videodrome totale l’intero nostro immaginario).

Come fantasmi dei Natali passati, sfilano i morti, cioè i non-morti della Tv, a loro volta vampirizzati dalla loro immagine eterna: Frizzi, Castagna, Funari. I pochi fotogrammi della Tv intelligente commentano nell’associazione di idee della psicoanalisi la generale desolazione: la merda in vassoio di Daniele Luttazzi fa da prologo a Isole dei famosi, Grandi fratelli e altre patologie. Esilarante l’ossessione di Blob per gli immarcescibili: i Pooh, Al Bano, Pupo; il suo occhio per la seduzione a poco prezzo: starlette pop gareggiano col prete gay in vena di confessioni; per l’imbarazzo: D’Alema che con la timidezza dei presuntuosi canta con Morandi C’era un ragazzo che come me; per il kitsch più penoso: Bruno Vespa che finge di andare in Vespa, dentro lo studio di Porta a Porta che ospita pure salumi e bare, coda alla vaccinara e chiappe e madri disperate.

A metà puntata, un’ora e 45 minuti di orrore ipnotico attraente repellente, l’attualità, come un virus ancora in incubazione. Il “vaffanculo” di Grillo apre l’ultima orgia. Vincenzo De Luca doppiato da Abbatantuono (“Se perdo la pazienza mi scatta la viulenza”) è comicità pura. A sturare i condotti biliari, gli slogan e le promesse di Renzi, già a piccole dosi stomachevoli, reiterate ad nauseam (“Se perdo vado a casa”, “Se perdo il referendum non è che solo vado a casa ma lascio la politica”), il puro albertosordismo delle sue prove in inglese (“I fink der iz a link…”), il tutto montato sadicamente dai rabdomanti di Ghezzi a intervalli regolari, tutti ori nella disciplina nazionale della cialtronata. Alle smargiassate provinciali di Renzi seguono i selfie smaialati di Salvini, il suo auto-elogio di uomo medio, i proclami minacciosi da Rambo sapientemente montati prima di una puntata di Tutta Salute sull’impotenza maschile.

Del resto Blob è il Valhalla del cazzaro, essendo la Tv lo zoo dove il cazzaro come esemplare antropologico pullula, e la sua produzione diciamo culturale si accumula come la massa viscosa del film omonimo, passa sotto le porte, invade le narici, le orecchie, gli orifizi; mai come nella notte di San Silvestro è stato chiaro che noi siamo quello che guardiamo. Blob non ha solo buttato la ferraglia vecchia, vomitato il non digerito e bruciato il passato; non è solo un elenco di atrocità (le immagini del ponte Morandi di Genova amputato sono dolorosissime): è un dispositivo rituale liberatorio che fa rumore col rumore per spaventare gli spiriti maligni, e scatena il riso – ultimo rifugio della disperazione – nella giustapposizione dissacrante di immagini e musiche (i cassonetti di Roma galleggiano sulla musica di Titanic, il treno del Pd “Destinazione Italia” viaggia con una canzonetta fascista); rituale che però, si sa, prelude ad altre abbuffate di spazzatura, che Blob si occuperà di raccogliere e di buttare nell’oblio indifferenziato a beneficio della nostra igiene mentale (anche se ad ogni falò o trattamento nel termovalorizzatore la mondezza come la Fenice risorge, e su un altro canale si sta già riaccumulando per essere divorata e divorarci nel fiume senza fine).

I poveri non sono poveri: hanno tutti un divano sul quale dormire sereni

Chiedo scusa e perdono se inizio l’anno parlando di una cosa poco glamour, un po’ démodé, fastidiosa da pensare, specie dopo i festeggiamenti di fine anno: i poveri.

Come da manuale, dovrei mettere qui in fila alcune manciate di cifre su quanti sono, quanto sono aumentati negli ultimi anni, origine e provenienza, struttura dei nuclei famigliari, fascia d’età eccetera, eccetera, ma non credo sia il caso. Basta cogliere fior da fiore da tutti gli istituti statistici e di ricerca, istituzionali, pubblici, privati, centri studi, organizzazioni no profit e umanitarie, e tutti i numeri più o meno convergono: un quarto della popolazione europea (123 milioni) è a rischio povertà o esclusione sociale; in Italia vivono in povertà assoluta più di cinque milioni di persone. Ma le parole sono leggere e la situazione è pesante. Per esempio sono molti di più di cinque milioni (per la precisione, secondo l’Istat, 9 milioni) quelli che non riescono a riscaldare decorosamente l’abitazione, cioè c’è molta gente molto povera che non riesce nemmeno ad entrare nelle statistiche dei poveri assoluti, sono poveri relativi, diciamo, si sistemano in un angolino delle classifiche e se ne stanno lì buoni buoni. E aumentano. Intanto i poveri, poveracci, sono in prima fila loro malgrado nella battaglia della propaganda. Il festante “abbiamo abolito la povertà” di Di Maio ricorda da vicino il trionfale “abbiamo abolito il precariato” di Renzi, roba buona per il titolo del giorno dopo e tutti i sarcasmi degli anni a venire.

Interessante, però, come una strana figura di “povero” abbia invaso il dibattito pubblico, il chiacchiericcio da talk show, la teoria economica. Una situazione di disagio reale e diffuso è stata trasformata in macchietta, in grottesca caricatura da commedia all’italiana. Nel dibattito politico sul reddito di cittadinanza (a prescindere da cosa ne verrà fuori realmente), il principale problema è incrociare la parola “povero” con trucchetti di sopravvivenza alla Totò. Ci saranno i “furbi”, quelli che truccano l’Isee, quelli che aspettano la manna dallo Stato per girarsi i pollici o lavorare in nero, eccetera eccetera. Se un marziano sbarcasse qui senza sapere nulla e assistesse basito a un paio di talk show penserebbe che “povero” significa “creatura improduttiva e pigra del Sud che sta su un divano”. Divano è la parola che ricorre di più, una specie di immagine ormai proverbiale: il povero sta sul divano e aspetta assistenza.

Se guardate attraverso questa filigrana potete vedere molte cose. I grandi luoghocomunismi della storia economica nazionale, per esempio. I terroni che non hanno voglia di lavorare e che ci invadono (detto mentre l’emigrazione interna faceva fiorire le fortune dei grandi industriali). Il mantenuto. Il sussidio. L’assistenzialismo, e insomma, signora mia, li paghiamo per non farli lavorare, seduti sul loro divano (ci mancherebbe).

Siamo sempre lì, insomma, alla colpevolizzazione del povero, che un po’ “non ha voglia”, un po’ “è colpa sua” (traduco: non si è sbattuto abbastanza) e un po’ fa il furbo per grattare qualche euro qui e là.

Ecco fatto: è bastato qualche mese di (sconclusionato) dibattito per risolvere in qualche modo il problema dei poveri, trasformati dai ricchi che ne parlano in pubblico, in meri possessori di divani e potenziali truffatori. Si perpetua così l’atavica diffidenza borghese per la povertà, e soprattutto si impedisce una seria riflessione sull’intero sistema economico. Se negli ultimi decenni i poveri sono aumentati come dicono tutti, e la loro distanza dai ricchi è diventata siderale, significa che il sistema non regge e non funziona, ma è un discorso che pare rischioso affrontare. Dunque, meglio continuare con la narrazione del finto povero che se ne approfitta: non costa niente e nasconde i poveri veri.

Più libri e meno lettori: il populismo dell’ignoranza

A una manciata di giorni dalla fine dell’anno l’Istat ha pubblicato il rapporto annuale sulla produzione e lettura di libri, relativo ai dodici mesi precedenti. Prima notizia (buona): nel 2017 si segnala una ripresa della produzione editoriale; rispetto all’anno precedente i titoli pubblicati aumentano del 9,3% e le copie stampate del 14,5%. Seconda notizia (buona): l’editoria per ragazzi è in forte crescita rispetto al 2016 (+29,2% le opere e +31,2% le tirature). Terza notizia (buona): continua a crescere il mercato digitale (oltre il 38% dei libri pubblicati nel 2017 sono disponibili anche in e-book). Tutto bene? Per niente. Il 59% degli italiani sopra i 6 anni non ha letto nemmeno un libro. I cosiddetti “lettori forti” (quelli che leggono almeno un libro al mese, che in un anno fa 12 libri, per essere chiari) sono meno del 14%. Persistono poi i divari territoriali e di genere: legge meno di una persona su tre nelle regioni del Sud (28,3%), quasi una su due in quelle del Nord-est (49,0%); la popolazione femminile mostra una maggiore inclinazione alla lettura già a partire dai 6 anni (il 47,1% delle donne, contro il 34,5% degli uomini, ha letto almeno un libro in 12 mesi). Scorrendo il report, ci accorgiamo che siamo di fronte a una vera regressione: nel 2017 la quota di lettori è quasi 6 punti percentuali inferiore rispetto al 2010, tornando ai livelli del 2001. Secondo molti la crisi economica degli ultimi anni ha ulteriormente indebolito l’acquisto dei libri, eppure le persone che non hanno letto neanche un libro indicano come motivazioni principali la noia e la mancanza di passione per la lettura (35,4%), lo scarso tempo libero a disposizione (30,0%) e la preferenza per altri svaghi (23,7%). Solo al sesto posto viene indicato il costo dei libri (8,5%). È in sostanza una questione di educazione. E infatti tutte le volte che l’Ocse rende noti i risultati dell’indagine sull’analfabetismo funzionale non ci stupiamo: il 70% degli adulti italiani risulta non in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi per elaborare le informazioni richieste, livelli simili a quelli dell’Italia immediatamente post unitaria (l’analfabetismo era al 74 per cento).

Stupisce invece che i governi – di tutti i segni – che si sono succeduti negli ultimi decenni abbiano, chi più chi meno, obbedito al famoso “carmina non dant panem”. Eppure l’investimento in conoscenza è sicuramente quello con il maggior rendimento: l’impero romano non sarebbe stato quello che è stato senza la lingua, senza il diritto, senza la cultura. Stesso dicasi per l’Italia del Rinascimento e soprattutto per quella del Dopoguerra: è attraverso l’alfabetizzazione di massa, grazie alla scuola dell’obbligo, che si è costruito un Paese di cittadini e non di sudditi. Non è un caso che le disuguaglianze aumentino in maniera direttamente proporzionale all’analfabetismo. Nel 2014 Giovanni Solimine, docente di biblioteconomia alla Sapienza, scriveva: “Siamo talmente ignoranti da non comprendere quanto sia grave e pericoloso il nostro livello di ignoranza, e da non correre ai ripari” (Senza Sapere, Laterza). A chi fosse tentato di attribuire questo disastro agli attuali governanti e ai loro imbarazzanti congiuntivi, basti ricordare che i tagli alla cultura (“insignificanti dal punto di vista finanziario e dannosi da tutti gli altri punti di vista”, come ammoniva Hugo nel 1848), l’impoverimento dell’istruzione obbligatoria, la riduzione delle Università a esamifici sono il vangelo trasversale di classi dirigenti mediocri e di ogni colore politico da svariati lustri. Eccolo il populismo: ridurre il popolo a massa inconsapevole, dunque controllabile. Però il diavolo dell’impoverimento culturale collettivo fa le pentole, ma non i coperchi.

Uffizi, l’opera rubata: non basterà un video

Non c’è alcun dubbio che il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, abbia ragione nel chiedere al suo Paese, la Germania, di restituire senza alcun indugio la bella natura morta floreale di Jan Van Huysum predata dalle truppe naziste. E il fatto che questa restituzione non sia ancora avvenuta spontaneamente la dice lunga su quanto l’apparato statale tedesco (magistratura e politica) debba ancora fare i conti con l’eredità terribile del regime hitleriano. Più in generale, è sempre sacrosanto accendere i riflettori sulle opere d’arte uscite illegalmente dall’Italia in ogni modo (guerre, mercato illegale, furti, predazioni di tombe e chiese…), e pretenderne il ritorno.

Come tutte le campagne di opinione anche questa presenta, tuttavia, un rischio. E quel rischio è la caduta in una retorica di maniera, non concepita per raggiungere il risultato e invece utile soprattutto per un consumo mediatico. La scelta di Schmidt di esporre in una sala della aulica Galleria Palatina di Palazzo Pitti una riproduzione del dipinto in bianco in nero, con una scritta rossa che – in italiano, tedesco e inglese – lo dichiara “rubato” è davvero molto forte. Rompendo l’omogeneità storica di un allestimento antico, quel manifesto grida il proprio messaggio con una perentorietà rarissima in un museo, certo capace di catturare e orientare con prepotenza l’attenzione di chi guarda. Si può esser certi che la media dei visitatori ricorderà, di quella sala, soprattutto, o forse solo, quel cartello e la sua storia così netta e inaspettata.

Ora, proprio sotto la direzione Schmidt, Palazzo Pitti e la Galleria Palatina hanno particolarmente sofferto le conseguenze della riforma Franceschini, diventando di fatto un’appendice secondaria degli Uffizi (la confusione mediatica di ieri sul museo proprietario del quadro la dice lunga). Un’appendice usata per una valorizzazione selvaggia a base di feste private e mostre di stilisti alla moda, e in cui basta passeggiare per notare i segni di una inedita trascuraggine: dita di polvere velano indisturbate le opere, mentre gli studi languono. Insomma, l’ultimo dei problemi di Pitti è il quadro rubato dai nazisti, e un osservatore sospettoso ma informato potrebbe pensare che un direttore di cui è già stata annunciata la non ricandidatura a un secondo mandato e il passaggio al Kunsthistorisches Museum di Vienna, stia drammatizzando il caso per confermare la sua fedeltà all’Italia (specie in un momento in cui i nuovi padroni gridano sguaiatamente “prima gli italiani”).

Per capire se l’enfatico videomessaggio del primo dell’anno è dunque strumentale, o se invece è sincero e profondamente sentito, basterà osservarne il seguito. Il manifesto shock nella Sala de’ putti esaurirà la faccenda, o sarà invece l’inizio di un nuovo concreto impegno sul fronte delle restituzioni artistiche all’Italia? È una domanda che si può estendere a tutto questo delicatissimo ambito: si pensi alla questione del lisippeo Atleta di Fano, che una sentenza della Cassazione ha appena stabilito essere stato sottratto illegalmente all’Italia, e che però il Getty Museum non ha alcuna intenzione di restituirci. Ciclicamente, e spesso a causa di sentenze o atti giudiziari di varia natura, il problema torna alla ribalta del discorso pubblico italiano, ma poi tutto torna nel limbo. Il fatto è che, con la lodevole eccezione di Francesco Rutelli, quando il livello politico-diplomatico è investito della questione, l’arte figurativa si rivela invariabilmente un vaso di coccio, schiacciato e frantumato dagli interessi economici o militari. E così di fatto l’Italia quasi sempre rinuncia a far valere concretamente i propri diritti, e preferisce usare il suo patrimonio culturale come merce di scambio su altri tavoli.

Le cose, però, potrebbero cambiare: se il ministero per i Beni culturali e i singoli grandi musei (come il complesso fiorentino degli Uffizi e di Pitti, per esempio) decidessero di assumere in proprio l’iniziativa diplomatica, senza delegarla agli Esteri o alla Presidenza del Consiglio. Naturalmente si dovrebbe trattare di diplomazia artistica: quella che l’Italia ha trionfalmente praticato per secoli. In concreto: se il ministero per i Beni Culturali vietasse a tutti i nostri musei di prestare opere d’arte alle mostre prodotte o co-prodotte dal Getty, si può stare certi che l’Atleta tornerebbe a casa di corsa. Senza i prestiti italiani, il circo mondiale delle mostre chiude: visto che non pensiamo nemmeno a moderarli (come dovremmo), almeno potremmo usarne la forza.

Così Eike Schmidt avrebbe un modo infallibile per farsi restituire il quadro rubato dai nazisti: non prestare più alcuna opera dei suoi musei a mostre pubbliche o private in Germania finché il Van Huysum non torni. Un modo sicuramente più efficace dell’appello teatrale in video, e del manifesto di protesta appeso tra i quadri antichi: e forse anche un po’ più serio.