Si attende l’esito del voto, il governo ha chiuso Internet da lunedì scorso

Ogni connessione Internet è chiusa da lunedì scorso nella Repubblica Democratica del Congo mentre si aspettano i risultati del voto presidenziale di domenica. Contattato dall’agenzia stampa Dpa, il governo di Joseph Kabila riferisce che la chiusura avviene per “motivi di sicurezza”. Al momento non funziona nemmeno il servizio degli Sms e non riesce a captare Radio France International, una degli emittenti più ascoltate. L’opposizione denuncia tentativi di brogli. “Il governo ha chiuso Internet per commettere brogli a porte chiuse”, ha denunciato Pierre Lumbi, direttore della campagna elettorale del candidato Martin Fayulu. I risultati sono attesi il 6 gennaio.

Regole contro abusi sessuali: Vaticano contro la Cei degli Usa

Il tema degli abusi sessuali continua a scuotere la Chiesa, anche sulle regole da adottare per contrastare una piaga mai sanata. Ieri l’Associated Press ha pubblicato una recente lettera del Vaticano, firmata dal cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto per la Congregazione dei vescovi, e indirizzata al cardinale Daniel DiNardo, presidente della conferenza episcopale degli Stati Uniti. In questa lettera, Ouellet respinge le responsabilità del vaticano sui ritardi delle misure da adottare dalla Cei Usa contro gli abusi sessuali sui minori ed è molto critico proprio con DiNardo.

Attacco xenofobo nella Ruhr, 5 feriti

“È sembrata una caccia all’uomo”: con queste parole un poliziotto tedesco ha commentato l’attacco xenofobo della notte di San Silvestro a Bottrop, un paesino della Ruhr nel Nord Reno Vestfalia. Pochi minuti dopo la mezzanotte un tedesco a bordo di un auto ha travolto intenzionalmente un gruppo di persone che festeggiava il capodanno, ferendone gravemente una e in modo lieve tre.

Tutti di nazionalità siriana e afghana, riferisce la polizia. Tra loro anche un bambino e una donna, che ora lotta tra la vita e la morte. “Le autorità investigative suppongono che si sia trattato di un attentato mirato” giustificato da “motivazioni xenofobe”, riferisce il posto di polizia di Recklinghausen e Muenster, così come la procura di Essen. Ancora più esplicito è stato qualche ora più tardi il giudizio del ministro degli Interni del Land, Herbert Reul, secondo il quale l’autore aveva “una chiara intenzione di uccidere stranieri”, ha dichiarato dopo che erano stati ascoltati i testimoni. La faccenda “deve essere presa molto seriamente” ha proseguito il ministro, dicendosi “molto preoccupato per quanto è accaduto” e aggiungendo che non ci può essere “la minima tolleranza” per i violenti “non importa da quale parte provengano”.

L’autore dell’attentato, un disoccupato di 50 anni di Essen, ha tentato più volte di travolgere stranieri nel corso della notte di Capodanno. Prima di investire il gruppo nel centro cittadino di Bottrop, l’uomo aveva cercato di mettere sotto un passante, miracolosamente rimasto illeso, poi si era diretto verso Essen dove aveva mirato a un gruppo alla fermata dell’autobus. Un bilancio di 5 feriti in tutto, prima del fermo da parte dalla polizia. Al momento dell’arresto il cinquantenne di Essen ha fatto commenti razzisti contro gli stranieri, cosa che ha lasciato presumere alla polizia un atto premeditato. Secondo gli investigatori l’uomo avrebbe un trascorso di “disturbi psichici” ma resta da chiarire se fosse ancora in cura per qualche tipo di trattamento. Una cosa è certa: non era noto alla polizia come pregiudicato né ai Servizi di sicurezza come estremista di destra, per quanto è stato reso noto al momento. È prevista comunque la perquisizione della sua abitazione per approfondire il movente xenofobo.

A partire dalle manifestazioni razziste di Chemnitz, lo scorso settembre, si è riaccesa in Germania l’attenzione per l’intolleranza verso i migranti, un disagio cavalcato dalla destra xenofoba dell’Afd e dai gruppi neonazisti. Lo scorso ottobre sono stati fermati in Sassonia diversi componenti di un presunto gruppo terrorista denominato “Rivoluzione Chemnitz” che pianificava attentati contro stranieri durante la celebrazione del 3 ottobre, anniversario della Riunificazione tedesca, secondo la procura federale.

A questo clima di rinata intolleranza si affianca il tema di una regione – quella della Ruhr – che è ancora in via di ridefinizione dopo il glorioso passato minerario, dismesso da non molti anni. L’attentatore era un disoccupato solo, che viveva del sostegno del sussidio di disoccupazione Hartz IV. Che anche questo faccia parte della storia del capodanno 2019 a Bottrop?

Il terrorista a Manchester: “Con un coltello invocava Allah”

È indagato per terrorismo il giovane che nella notte del 31 dicembre ha accoltellato tre persone a Manchester. Lo ha confermato ieri in conferenza stampa Ian Hopkins, capo della polizia della città inglese dove intorno alle 21 di lunedì, all’interno della stazione Victoria, un 25enne ha colpito all’addome un uomo e una donna cinquantenni in attesa del treno e alla spalla uno dei poliziotti intervenuti per bloccarlo. “Brandiva un lungo coltello da cucina” ha raccontato un testimone “e invocava Allah gridando uno slogan contro i governi occidentali”.

L’attentatore è stato arrestato sul posto, mentre i due civili feriti sono in condizioni gravi ma non in pericolo di vita. L’agente è stato medicato e dimesso.

Ieri la polizia, insieme con agenti dei servizi di sicurezza, ha perquisito una abitazione a Cheetham Hill, a nord di Manchester, dove secondo un vicino abita una famiglia somala, genitori e cinque figli, che si sarebbe trasferita nel quartiere 12 anni fa dai Paesi Bassi. Dei quattro maschi due sarebbero studenti universitari, uno lavorerebbe all’aeroporto di Manchester e uno sarebbe tornato in Somalia.

Si tratterebbe di devoti musulmani, frequentatori regolari della moschea Khizra, nota alle cronache per aver offerto assistenza alle vittime dell’attentato dinamitardo alla Manchester Arena del 22 maggio 2017 che fece 22 morti incluso l’attentatore Salman Abedi, 22enne cittadino britannico di origine libica. Nel confermare che la pista principale è quella della matrice terroristica islamista, Hopkins ha però aggiunto che gli investigatori “sono aperti ad altre ipotesi”, inclusa quella del disagio mentale, e che per il momento nulla suggerisce il coinvolgimento di altre persone.

In ogni caso per Scotland Yard il livello di allerta terroristica nel Regno Unito è “severo”: un attentato è considerato “estremamente probabile”.

Il tranello dem a Trump: fare muro senza muro

Tattiche italiche nel Congresso americano, che da domani cambia pelle: Camera e Senato tornano a riunirsi sul Campidoglio di Washington, ma nella formazione scaturita dal voto di midterm del 6 novembre. In maggioranza alla Camera, i democratici stanno preparando una trappola – scrive il New York Times – in cui sperano che il presidente Donald Trump cada. Ma il gioco è forse troppo scoperto per riuscire. Tanto più che Trump non si cura mai dei dettagli: dopo avere annunciato il ritiro di tutte le truppe dalla Siria subito, cioè in due mesi, adesso, senza battere ciglio, dice che ce ne vorranno quattro.

E mentre l’Unione entra nella seconda settimana dello shutdown, cioè la serrata degli uffici federali, i candidati alla nomination democratica per Usa 2020 cominciano a schierarsi ai nastri di partenza: la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, un’icona dell’America liberal, scende in campo, dopo il deputato del New Jersey John Delaney, uno sconosciuto probabilmente destinato a restare tale, che ha dichiarato le sue ambizioni presidenziali già il 28 luglio 2017. Delaney sarebbe il primo presidente calvo nella storia degli Stati Uniti: il che amplifica statisticamente le sue possibilità.

La Warren, che nel 2016 non scese in lizza per non scontrarsi con Hillary Clinton, vuole ora creare un comitato esplorativo delle sue chances, una mossa che di solito precede l’annuncio vero e proprio di una candidatura. La senatrice, che Wall Street vede come il fumo negli occhi, è la prima a muoversi tra i principali candidati potenziali democratici, un gruppo molto numeroso e ancora magmatico, dove ci sono dinosauri della politica come Joe Biden, la stessa Clinton, Bernie Sanders e volti nuovi come Kamala Harris, Cory Booker e Beto Rourke – ma sono elenchi non esaustivi –, senza contare i miliardari politicamente ermafroditi alla Michael Bloomberg. “La middle class americana è sotto attacco”, dice la Warren nel video in cui annuncia il suo passo. “Come ci siamo arrivati? I miliardari e le grandi compagnie hanno deciso che volevano una fetta più grossa della torta e hanno ingaggiato degli uomini politici perché gliela tagliassero”. Lei si sente (ed è) al di sopra di ogni sospetto, ma buona parte dell’establishment democratico no. Proprio due “lupi grigi” democratici della politica americana, Nancy Pelosi, californiana, 79 anni, leader alla Camera e da domani di nuovo speaker, e Chuck Schumer, newyorchese, 68 anni, leader al Senato, hanno elaborato la proposta trappola per l’Amministrazione Trump: consentire la fine dello shutdown destinando al Dipartimento della Sicurezza interna nuovi fondi – e quindi consentendo di finanziare il Muro al confine con il Messico –, però tagliando misure che godono d’un sostegno bipartisan. In tal modo, il presidente sarà finalmente costretto a negoziare: se accetta il trasferimenti di fondi, infatti, si mette contro buona parte dei congressman repubblicani; se non lo accetta, s’accolla tutta la responsabilità di proseguire lo shutdown. Ma il progetto democratico appare machiavellico e opaco: l’opinione pubblica rischia di esserne più infastidita che convinta.

Il “piano Pelosi-Schumer” s’articola in due leggi, che domani saranno messe ai voti. La prima prevede che sei programmi di spesa bipartisan siano usati, invece che ai fini previsti, per finanziare la sicurezza alle frontiere; la seconda proroga i fondi del Dipartimento della Sicurezza interna fino all’8 febbraio, con una previsione di spesa per una barriera al confine con il Messico – 1,3 miliardi di dollari –, ma non per il Muro – Trump chiede cinque miliardi di dollari –. Entrambe le proposte non hanno però possibilità di passare in Senato, dove i repubblicani restano maggioranza. Lo shutdown colpisce 800 mila dipendenti rimasti senza stipendio, 420 mila dei quali chiamati a lavorare perché considerati essenziali. Trump ha già contro il sindacato di categoria che ritiene che stia violando la legge.

“Non hanno capito cosa significhi la presidenza”

Non unito. Scettico sul mandato della Romania si è detto il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker che ha criticato la divisione politica del paese, con un presidente di centrodestra, Klaus Iohannis e un governo di centrosinistra

Temi delicati. Durante questo semestre l’Unione affronterà situazioni complesse come Brexit, immigrazione, elezioni europee e bilancio 2021-2027. Secondo Juncker, Bucarest sarebbe “tecnicamente pronta” ma non avrebbe “ben capito che cosa voglia dire presiedere” l’Ue. “È richiesta la volontà di ascoltare gli altri e di mettere le proprie preoccupazioni al secondo posto. E io ho dei dubbi al riguardo”, ha chiarito Juncker

L’Ue alla prova della Romania nei 6 mesi di elezioni e Brexit

Un Paese esordiente alla guida dell’Unione europea, in un semestre crocevia di eventi e dossier: Brexit ed elezioni europee, migranti e Unione bancaria. Per Bruxelles, una fonte di preoccupazione in più: in modo piuttosto irrituale, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker esprime dubbi sulle capacità della Romania di cavarsela; e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani li avalla. Dal 1° gennaio al 30 giugno, la Romania esercita la presidenza di turno semestrale del Consiglio dei ministri dell’Ue. Dopo il “grande allargamento” del 2004 e 2007, che ha portato nell’Unione 12 nuovi Paesi – la Croazia è poi entrata nel 2013 –, non è certo la prima volta che un Paese esordiente assume la presidenza.

Ma l’inesperta, e in parte inadeguata, presidenza romena cade in un semestre delicatissimo: quello della Brexit il 29 marzo e delle elezioni europee il 26 maggio, oltre che delle grandi manovre per il rinnovo di tutte le Istituzioni comunitarie. E sul Vertice di Sibiu, previsto il 9 maggio, tra la Brexit e il voto, il presidente della Commissione Juncker ha puntato, fin dal discorso sullo stato dell’Unione del 2017, molte attese di rilancio e di rinnovamento. Ma proprio Juncker avanza ora riserve sulla Romania, che non ha la competenza tecnica e neppure l’affidabilità politica; e Tajani rincara: elogi per il presidente romeno Klaus Iohannis, il cui partito è nella famiglia politica europea liberale, ma grosse riserve sul governo, che è nella famiglia politica europea socialista, ma il cui operato desta diffuse perplessità. Bruxelles, ad esempio è molto critica sulla legge che depenalizza la corruzione, al di sotto di una certa soglia; sulle norme, di tipo polacco o ungherese, che rendono il potere giudiziario meno indipendente da quello esecutivo e ledono lo stato di diritto; e sul referendum per inserire in Costituzione il divieto delle unioni gay, già sancito per legge – il quorum non venne poi raggiunto –. In questo contesto, Juncker e Tajani mettono in dubbio la capacità di Bucarest di gestire i dossier dell’Ue. Per i Vertici europei, il problema non si pone: lì, la Romania, che è una repubblica semi-presidenziale, è rappresentata dal presidente Iohannis, di ascendenza tedesca ed europeista. Invece, nei Consigli dei ministri settoriali, può emergere l’impreparazione del governo, la cui premier, Viorica Dancila, è una prestanome manovrata dal leader del partito democratico Liviu Dragnea, condannato per frode elettorale e, quindi, escluso dai pubblici uffici. Dragnea, che ruota di frequente i premier e il suo partito utilizzano toni fortemente nazionalisti, hanno una retorica alla Viktor Orbán, il presidente ungherese teorico della democrazia illiberale, vedono ovunque macchinazioni del filantropo George Soros, rappresentano l’anima autoctona e ortodossa del popolo romeno e hanno una manifesta diffidenza verso la modernità e i valori dell’Occidente. Contro gli oppositori, non esitano a usare maniere forti: lo fecero l’estate scorsa, quando i romeni della diaspora – cioè gli emigrati nell’Ue per trovare un lavoro – si diedero appuntamento a Bucarest per protestare contro le norme sulla corruzione.

Con tutte le contraddizioni dei Paesi del Gruppo di Visegrad, che sono contro la solidarietà e l’integrazione, ma affidano il loro sviluppo ai fondi europei, che sanno ben utilizzare, la Romania, con l’Italia in fondo a molte classifiche Ue, deve dunque pilotare l’Unione in mesi critici e affrontare, nello stesso tempo, una campagna elettorale turbolenta. Sul fronte sociale, sono in dirittura d’arrivo lo stop al dumping dei camionisti dell’Est, la riforma dei congedi parentali e altre misure. Raggiungere intese in extremis è un esercizio delicato e la Romania – dice Juncker – è “tecnicamente ben preparata”, ma “non ha ancora pienamente compreso cosa significhi presiedere una riunione dei Paesi dell’Ue”, perché per gestire negoziati collegiali occorre “la ferma volontà di mettere le proprie preoccupazioni in secondo piano”: non è detto che Bucarest sappia farlo, come è invece riuscito all’Austria del giovane cancelliere Josef Klaus, che pure era guardata con qualche sospetto per la presenza nel governo dei leghisti locali. Vienna ha passato la mano e c’è già chi la rimpiange.

Voi ci scrivete, noi proviamo a seguire i migliori consigli

Insieme alle richieste di abbonamenti nuovi o rinnovati, molti lettori ci scrivono le loro osservazioni, critiche, incoraggiamenti, complimenti e suggerimenti sul Fatto che c’è e su quello che vorrebbero a partire dal 2019 per il decimo compleanno del nostro giornale. Da oggi, per qualche giorno, pubblicheremo quelle che ci paiono più interessanti. Nei limiti del possibile, cercheremo di venire incontro a ciascuno per dare a tutti un prodotto più ricco e più rispondente ai desideri della nostra comunità. A partire da subito. Alcuni lettori ci hanno chiesto un riepilogo sinottico ma completo sulle cose fatte dal governo Conte nei suoi primi sette mesi di vita: oggi alle pagine 2 e 3 diamo conto di tutte le nomine negli enti pubblici e domani proseguiremo con la lista completa di tutte le leggi, norme e decisioni della maggioranza gialloverde. Voi continuate a sostenerci e a consigliarci, noi continueremo ad accontentarvi. Grazie e ancora buon decimo compleanno a noi tutti!”

Marco Travaglio

 

Non sono un abbonato per quanto siete l’unico quotidiano che compro (non tutti i giorni) insieme al settimanale Internazionale.

Visto che sollecitate i vostri lettori a darvi suggerimenti ne approfitto. La migliore aspettativa che serbo per il Fatto è che si occupi più di cultura e di scena internazionale. L’informazione italiana soffre a mio parere di grande provincialismo così come pure i talk show televisi: distinguetevi e sicuramente quel pubblico avido di notizie su questi due grandi temi, ve ne sarà riconoscente.

Michele Campana Rovito

 

Buongiorno FQ, sono spesso in difficoltà con gli articoli di carattere giudiziario ed economico. Chiedo se è possibile inserire una rubrica, magari settimanale, nella quale possano essere spiegati i concetti espressi poi nei vostri pezzi. Grazie per il Vostro impegno.

Marco Melchiorre

 

Con queste poche righe io e mia moglie vogliamo ringraziarvi sia per il giornale, che compriamo ogni mattina, che per Millennium e anche per i libri. Siamo abituali frequentatori delle vostre feste, soprattutto alla Versiliana e al Fuori Orario. Per noi siete indispensabili. Continuate così.

Alberto Patelli

 

 

Gentile Redazione del Fatto Quotidiano, vi leggo da molto tempo e ormai siete gli unici in Italia che non siete asserviti al potere e così possiamo conoscere la verità e i fatti politici che accadono in questo sciagurato paese di massoni e mafiosi. Vi voglio ringraziare per il coraggio che mostrate e la vostra perseveranza per la ricerca di questa verità contro le lobbies e i poteri forti che infestano il nostro Belpaese.

Siete l’unico baluardo rimasto di obiettività contro il servilismo e le menzogne dei media. Grazie di cuore di esistere.

Romeo Mauro Parpanesi

 

Buongiorno, sono abbonato a vi seguo dall’estero, Gabon. Sarò breve. 1) Costituzione come giusta icona, ponga più attenzione e comunicazione verso i trattati Europei, che la calpestano o ignorano. Da lì parte tutto il dramma e se è giusto osservare inchieste sui furbetti italici, ho l’impressione che talvolta si guardi allo stecchino e non alla trave. 2) Quando commissiona articoli a collaboratori esterni per affari africani, ne scelga di davvero competenti e che abbiano esperienze sul terreno. 3) Non intasi il giornale di troppe rubriche, meglio non molte ma di alta qualità.

Emanuele Mazzocchi

 

Leggo la digital edition del Corriere della sera che intendo disdire sia perché, essendo una fan di Conte e Di Maio, da tempo non riesco più a “digerire” la modalità strumentale e faziosa degli articoli sia perché non funziona bene sullo smartphone. Apprezzo moltissimo le vostre battaglie su anticorruzione e conflitto di interessi: vi seguo sempre nei talk show, su twitter, sul sito e qualche volta compro il giornale cartaceo. Vorrei fare alcune osservazioni per dare un modesto contributo alla stesura del vostro giornale. Prendo a confronto amici e colleghi ma soprattutto la mia famiglia (5 adulti) che è un esempio della spaccatura del paese sul panorama politico attuale (alle ultime politiche due hanno votato Pd , uno Fratelli d’italia, due M5s di cui uno estremamente deluso dalla alleanza con la Lega). Proverò a fare una sintesi in ordine di priorità. La gente è molto superficiale nell’informarsi (poco tempo, poca voglia di concentrarsi , poca cultura ecc.) ed è disorientata dalle contrastanti versioni con cui i fatti vengono riportati. È importante attrarne l’attenzione perché approfondisca.

Un esempio è il TAV: l’80 per cento di quelli che conosco crede che la galleria che si vede sempre alla tv sia quella in cui passa il treno e quindi che i lavori siano iniziati. Il mantra è: ciò che è iniziato deve essere concluso. Pertanto: cercare di informare sui fatti anche con degli schemi se necessario contestando il modo con cui altri giornali li raccontano. Abbreviare e semplificare e alcuni articoli come le favole di esopo con la morale finale.

Incentivare l’edizione digitale magari con delle news o una rassegna stampa che arriva sul cellulare con approfondimenti di rinvio e fare concorrenza sul prezzo al Corriere della sera. Dedicare un piccolo spazio per un’alfabetizzazione elementare: di diritto, di educazione civica di economia. Anche ragazzi che hanno finito le superiori non sanno che il parlamento ha la funzione legislativa né tantomeno quali sono le fonti del diritto e la differenza tra una legge e un decreto legge. A titolo personale, forse utopisticamente, vorrei che si insistesse nel far capire alla gente l’importanza del rispetto delle regole, e quindi di una riforma della giustizia ,ancora più delle misure economiche, non per giustizialismo ma come base del vivere civile.

Antonella

 

Spettabile Direttore, giornalisti e collaboratori del Fatto Quotidiano, anzitutto vi auguro il meglio per questo 2019. Con l’occasione vi volevo informare che io, dopo la condanna a risarcire 95mila euro, seguendo il vostro consiglio, acquisto ogni giorno una copia in più del vostro giornale, distribuendola ai negozi e bar del mio quartiere o regalandola ad amici e parenti. Questo per dimostrare la stima che nutro nei vostri confronti, sapendo bene quanto sia difficile oggi portare avanti un giornale libero ed indipendente. Continuate così, io continuerò sempre a sostenervi. Permettermi un augurio particolare al vostro ex direttore Antonio Padellaro che seguivo già da tempo prima cioè che fondasse il Fatto Quotidiano.

Bianca Maria Marondoli

 

Buon giorno non sono abbonato ma non passa giorno che io non legga il vs quotidiano. Ho 68 anni e mi piace comprarlo in edicola, grazie per il lavoro che fate.

Francesco

Mainetti Valter – Basta pure un Foglio (in perdita) per oliare le amicizie politiche

L’editoria non porta fortuna a Valter Mainetti, il proprietario del gruppo immobiliare Sorgente. Sui bilanci 2017 pesano la sfortunata avventura dello storico settimanale ciellino Tempi e il sostegno al claudicante quotidiano Il Foglio. Ma un editore impuro è per definizione animato da un ottimismo incomprimibile. I giornali servono sempre, e le eventuali perdite sono, o sono comunque ritenute, un investimento prezioso in potere e relazioni. Da questo punto di vista Mainetti rappresenta, grazie a una innata gioviale sfrontatezza, un modello. Una settimana dopo la nascita del governo gialloverde impose la pubblicazione sulla prima pagina del Foglio di un suo editoriale di pieno appoggio a Giuseppe Conte, in contrapposizione frontale alla linea del direttore Claudio Cerasa e inneggiante alla “rivoluzione più importante e temuta (…) che investe le gerarchie di potere del Paese, dagli ex politici agli ex sindacalisti”. Un’idea di Italia che farebbe ridere se non si considerassero due elementi. Il primo è il problema vero di Mainetti: gli enti previdenziali, sentina di purulenti ex, e in particolare l’Enasarco, fondazione che garantisce le pensioni agli agenti di commercio. Il secondo è il suo rapporto con l’avvocato Guido Alpa, maestro del premier Giuseppe Conte, in dialettica costante con il potere politico di Di Maio e Salvini.

Due settimane prima del fiammeggiante manifesto grillo-leghista Mainetti si era visto togliere dall’Enasarco la gestione di due fondi immobiliari (Megas e Michelangelo Due) decisivi per il gruppo Sorgente con i loro immobili dal valore complessivo di circa 700 milioni. Basti pensare che nello scrigno degli immobili Enasarco c’è la Galleria Alberto Sordi di piazza Colonna a Roma, in buona parte affittata proprio al governo, e lo stesso palazzo di via del Tritone dove hanno sede Sorgente e la stessa redazione del Foglio. Mainetti combatte. Contro Enasarco ha iniziato otto azioni legali nei tribunali civili e amministrativi. Ha fatto ricorso al Tar contro la nomina di nuovi gestori dei fondi (rispettivamente Prelios e DeA Capital). Il 4 dicembre scorso il Tar gli ha dato torto ma adesso dovrà pronunciarsi il Consiglio di Stato. Nel frattempo il pm di Roma Alessia Miele ha aperto sui rapporti Sorgente-Enasarco un fascicolo per “infedele gestione”. Il presidente dell’Enasarco Gian Roberto Costa, ex amico di Mainetti, ha mandato quattro esposti contro Sorgente a Consob e Bankitalia, ma la vigilanza finora non ha battuto un colpo, nonostante il Fondo Michelangelo Due sia stato lasciato il 30 giugno con i canoni riscossi inferiori ai costi e solo 1.413 euro in cassa a fronte di 9,5 milioni da pagare, tra cui 2,9 milioni di Imu e Tasi arretrate. L’ultima stazione di una via crucis dolorosa è la nuova denuncia presentata al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone dall’ex ministro della Giustizia Paola Severino, avvocato di Enasarco. Mainetti è accusato di infedeltà patrimoniale, omessa comunicazione del conflitto di interesse e gestione infedele. Il 15 giugno scorso, sei giorni dopo lo storico editoriale “viva la revolucion!” (a metà strada tra il Che e Dibba) Mainetti, che doveva gestire l’ordinaria amministrazione del fondo Megas in attesa del subentro di Prelios, ha passato la locazione del palazzo di via del Tritone 132 (il suo ufficio) dalla sua Sorgente Rem alla sua Tiberia. Solo che Sorgente Rem pagava ogni anno un canone di 1.714.880 euro, Tiberia si è presa il palazzo a 1.150.000 euro all’anno. Sorgente Sgr ha così fatto al gruppo Sorgente uno sconto del 33% sull’immobile che Enasarco le aveva affidato. Il canone giusto, secondo una perizia indipendente di Nomisma, doveva essere di 1,67 milioni. Non solo. Due settimane dopo, il 30 giugno, nel rendiconto semestrale quel palazzo è stato svalutato di 2,8 milioni di euro a causa del nuovo contratto di affitto che ne ha picconato la redditività”. L’avvocato Severino adesso chiede che Mainetti spieghi a Pignatone com’è andato l’affare. Nel frattempo il fantasioso immobiliarista aveva quasi fatto il colpaccio di affittare un appartamento in quel palazzo alla Lega di Salvini. Cento metri quadri trattati con “la società Tiberia che opera nell’intermediazione immobiliare per il gruppo Sorgente, ha scritto Carlo Festa sul Sole 24 Ore un mese fa dando per fatto l’affare. Poi andato in fumo per ragioni ignote. Questo intreccio di affari, contenziosi legali e inciampi giudiziari spiegano il bisogno di Mainetti di tenere rapporti oliati con la politica. E perché non gli pesano i conti negativi della Musa Comunicazione, società che racchiude le partecipazioni editoriali di Sorgente, e del Foglio Edizioni srl, l’azienda proprietaria del marchio del quotidiano.

Entrambe nel 2017 hanno accumulato perdite superiori a un terzo del capitale richiedendo contromisure urgenti. Nel dettaglio, Musa comunicazione ha chiuso il 2017 con 638mila euro di perdite dovute alla svalutazione della partecipazione nell’editrice di Tempi, la Etd Digital srl, ormai in liquidazione. Ma dal bilancio approvato la scorsa estate, si scopre che continuano “approfondimenti e analisi per valutare un’eventuale acquisizione della maggioranza del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno”. Quanto al Foglio, resta in piedi il sistema di vasi comunicanti fra la Foglio edizioni srl e Il Foglio quotidiano, la cooperativa dei giornalisti cui Mainetti affitta la testata (250mila euro il prezzo pattuito per il 2017). La srl, che è tenuta per contratto a far fronte a eventuali difficoltà della cooperativa, ha chiuso l’esercizio in rosso per 406mila euro. La cifra scende rispetto al 2016, ma resta ben lontana dal pareggio. Poco importa che, a fine dicembre 2017, la società dei giornalisti abbia estinto un finanziamento da 800mila euro concesso dalla srl nel luglio di due anni prima. Intanto, la cooperativa dei giornalisti continua a galleggiare con un utile di poco più di 11mila euro. Merito del fatto che nelle casse del giornale continuano ad affluire i contributi pubblici (oltre 800mila euro la somma ottenuta sul 2017). Abbastanza per tirare avanti e persino per mettere una pietra sul passato rinunciando ai contenziosi contro il dipartimento per l’Editoria relativamente alle differenze tra i contributi attesi per gli anni 2014 e 2015 e il denaro ricevuto.

Saldi, ci sono le stime della Confcommercio: “Previsto calo del 7%”

Da oggi il via in Basilicata e Sicilia, poi in Valle D’Aosta e dal 5 gennaio in tutte le altre regioni italiane: secondo i calcoli di Confcommercio i saldi quest’anno interesseranno oltre 15 milioni di famiglie, per un giro d’affari di 5,1 miliardi di euro. La spesa media a famiglia secondo i diversi calcoli si aggirerà tra i 325 e i 280 euro, tra i 140 e i 122 euro la spesa pro capite in abbigliamento, calzature e accessori. E secondo Confesercenti, quest’anno sarà particolarmente elevata l’adesione di negozianti, con circa 280mila attività commerciali, inclusa praticamente la totalità dei negozi di moda e di tessili. In base ad un sondaggio con Swg, per l’associazione il 48% degli italiani ha già deciso di partecipare ai saldi e solo 1 italiano su 4 non comprerà. Si cercheranno, in particolare, calzature, seguono i prodotti di maglieria e i pantaloni. Tuttavia per i consumatori del Codacons le vendite saranno inferiori del 7% a quelle dello scorso anno. I saldi avranno durata diversa a seconda delle regioni: si va da quelli della Campania (fino al primo aprile) a quelli molto brevi del Trentino Alto Adige.