Pedaggi autostradali, aumenti sospesi (a tempo)

E alla fine anche Strada dei Parchi, concessionaria del Gruppo Toto per le autostrade A24 e A25, ha deciso di bloccare, di propria iniziativa, gli aumenti dei pedaggi, di circa il 19%, che sarebbero scattati alla mezzanotte tra il 31 dicembre 2018 e il primo gennaio 2019. Anche se resta ancora aperta la partita con l’Anas sulla questione del canone di concessione.

Uno stop che, intanto, si aggiunge agli altri già annunciati e che consentiranno un congelamento per il 90% della rete dei rincari previsti con il nuovo anno, ma solo per sei mesi, fino a giugno. Questa la soluzione di compromesso cui si è arrivati con un decreto interministeriale firmato dal titolare delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, grazie a “una fruttuosa interlocuzione con i concessionari autostradali” e che arriva dopo lo scoop de il Fatto Quotidiano che lo scorso 23 dicembre ha pubblicato un report in cui si dava conto della relazione istruttoria trasmessa al Tesoro per gli “Adeguamenti delle tariffe di pedaggio autostradali per l’anno 2019”, che prevedeva il solito ennesimo salasso sugli automobilisti italiani, grazie agli aumenti previsti dai piani finanziari che premiano sempre i concessionari. Ma che quest’anno, dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, avrebbe rappresentato più che una beffa, dal momento che anche Autostrade per l’Italia avrebbe avuto il suo aumento annuale. Più basso di quello ottenuto per il 2018 (1,51 per cento), ma comunque quasi pari alle richieste avanzate al ministero dei Trasporti: 0,81 per cento a fronte dello 0,86 domandato. Ma non mancano di certo le polemiche, soprattutto tra Strada dei Parchi e Anas, accusata di aver assunto una “posizione incomprensibile”.

L’intesa per la sterilizzazione degli aumenti sulle autostrade A24 e A25 (Roma-L’Aquila e la diramazione per Pescara) è stata, infatti, trovata nonostante Anas non abbia ancora accordato il congelamento delle tariffe sulle due arterie autostradali fino al 31 marzo, in cambio del rinvio al 2028 del pagamento delle rate 2018 e 2019 del canone di concessione. In ballo ci sono costi per ulteriori 73 milioni di euro relativi che Anas continua a reclamare. Pretese reiterate nonostante gli inviti del ministero dei Trasporti che non ha nascosto una certa irritazione per la posizione tenuta dalla società del Gruppo Ferrovie dello Stato.

Il Mit ha, inoltre, bloccato gli aumenti dei pedaggi di Autovie Venete che aveva richiesto un adeguamento dell’1,48% mentre ha autorizzato, a partire da ieri, un rincaro del 2,06% per i pedaggi della A4 Venezia-Padova, passante di Mestre e A57 Tangenziale di Mestre che si traduce in un aumento massimo di 10 centesimi per le auto e in alcuni casi di 20 centesimi per i mezzi pesanti. Anche la società autostradale Milano Serravalle-Milano Tangenziali ha deciso di sospendere fino al prossimo 31 gennaio l’adeguamento tariffario riconosciuto per l’anno 2019.

La fattura digitale è d’obbligo. Cosa cambia e come funziona

Non solo pubbliche amministrazioni: da ieri la fatturazione elettronica è obbligatoria per tutti i cittadini. Nata come punto cardine dell’Agenda Digitale, con l’obiettivo di riuscire a controllare e razionalizzare la spesa pubblica, con un decreto legislativo del 2015 è stata estesa anche ai soggetti privati. E nell’attesa di capire se sarà un successo o un flop digitale, intanto cerchiamo di capire cosa cambia nel concreto.

Chi. In pratica professionisti, artigiani, titolari di partita Iva, da ieri possono emettere a chi le richiede solo fatture in formato elettronico. E i destinatari devono attrezzarsi per poterla ricevere.

La forma. Viene prima di tutto omologata la forma di emissione della fattura. Finora le fatture erano redatte in base alle preferenze di chi le emetteva, quindi utilizzando diversi formati e tipi di file, da quelli di testo come Word o Excel al Pdf. La spedizione avveniva tramite posta tradizionale o via mail. Dal primo gennaio 2019, invece, bisogna utilizzare un formato specifico denominato XML e che è uguale per tutti, permettendo così all’Agenzia delle Entrate di effettuare controlli più precisi, più veloci e quindi – di conseguenza – molto più numerosi. Fino a 3 miliardi di fatture nel 2019.

Gli strumenti.Per emettere la fattura si può ricorrere a uno degli strumenti messi a disposizione gratuitamente dall’Agenzia delle Entrate. Sul sito, nella sezione “Fatture e corrispettivi”, si può accedere a una procedura specifica. Si può anche utilizzare la app gratuita “FatturAE” che è stata creata sia per Android che per iOs oppure un software da installare sul proprio computer. Sono richiesti una password e un pin di accesso, previa registrazione quindi, oppure con le credenziali Spid (l’identità digitale) o con la chiavetta di autenticazione Cns. Per chi non avesse la pazienza di sbrigare i passaggi necessari per utilizzare gli strumenti gratuiti, molte aziende private hanno messo a disposizione programmi a pagamento. Ci si doterà così anche di un codice identificativo denominato “Codice Univoco” che permette di capire a chi recapitare la fattura.

L’invio. A questo punto, infatti, la fattura non viene più spedita al destinatario bensì allo SDI che è una sorta di ‘postino’ dell’Agenzia delle Entrate che verifica se la fattura contiene i dati obbligatori ai fini fiscali nonchè l’indirizzo telematico (il cosiddetto “codice destinatario” o la Pec o il Codice Fiscale a seconda del tipo di destinatario, come spiegato nel Tom Tom qui di lato). Poi si controlla che la partita Iva del fornitore e la partita Iva o il codice fiscale del cliente siano esistenti e, in caso di irregolarità , la fattura sarà respinta in cinque giorni. Se tutto va bene, invece, il sistema consegna la fattura al destinatario comunicando, con una “ricevuta di recapito” a chi ha trasmesso la fattura, in che data e a che ora. I dati da riportare sulla fattura restano gli stessi.

Tempi. Si parte con calma. Nei primi sei mesi dovranno essere inviate entro la scadenza della liquidazione periodica dell’Iva (mensile o trimestrale). Poi entro dieci giorni dalla prestazione o vendita del bene. Anche le sanzioni saranno ridotte al minimo nel primo periodo: fino al 30 settembre 2019 non sono previste sanzioni per i contribuenti mensili, a condizione che l’emissione avvenga entro il termine di liquidazione dell’Iva relativa al periodo in cui l’operazione si considera realizzata. L’emissione della fattura oltre la data di liquidazione dell’Iva comporterà l’applicazione di una sanzione ridotta al 20%.

Esoneri.È esonerato dall’obbligo di emissione della fattura elettronica chi rientra nel cosiddetto “regime di vantaggio” e nel cosiddetto “regime forfettario”. E ancora, i piccoli produttori agricoli (esonerati per legge dall’emissione di fatture anche analogiche). Resta fuori pure chi invia i dati al Sistema Ts (Tessera Sanitaria), come medici, odontoiatri, oculisti, farmacisti e anche i veterinari.

Vita spericolata e venere di Rimmel

Il Capitano canta. Mentre Dibba e Di Maio cinguettano felici da una baia sulle Dolomiti, Matteo Salvini passa il capodanno al karaoke in un albergo di Bormio. In sua compagnia c’è anche il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Entrambi hanno il microfono in mano e una figlia piccola in braccio: il quadretto familiar-leghista è quasi commovente. Forse non per Francesco De Gregori, che si è risvegliato nel 2019 con la sorpresa di un’interpretazione da brividi, non solo per la temperatura alpina, della sua bellissima “Rimmel”. Ma la comunicazione non è tutto: dopo aver scolpito la sua immagine di uomo qualunque (si è fatto riprendere mentre cantava anche “Vita spericolata” di Vasco Rossi) e di bravo papà, Salvini si è concesso anche la prima mini polemica dell’anno con gli alleati di governo grillini, che nel frattempo hanno proposto di tagliare gli stipendi dei parlamentari. “Giusto tagliare sprechi e spese inutili – ha dichiarato Salvini in una nota – ma per la Lega le priorità degli italiani sono cose più concrete”. Come a dire: splendida iniziativa, cari amici del Movimento Cinque Stelle. Tagliate pure gli stipendi, magari però iniziate voi.

Il papa col Quirinale: “La buona politica sia al servizio della pace”

“La buona politica è al servizio della pace”. Con queste parole ieri Papa Francesco, in occasione della Giornata mondiale della pace, ha parlato di come l’interesse per la vita pubblica possa contribuire a migliorare la società: “Non pensiamo che la politica sia riservata solo ai governanti: tutti siamo responsabili della vita della città, del bene comune. E anche la politica è buona nella misura in cui ognuno fa la sua parte al servizio della pace”. Il Pontefice ha così ripreso e sviluppato il messaggio indirizzatogli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che aveva sottolineato l’importanza di una politica lungimirante che non alimenti paura e nazionalismi. Le celebrazioni per la Giornata mondiale della pace si sono però svolte nelle stesse ore in cui la Santa Sede ha dovuto fare i conti con le dimissioni improvvise del direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke, e della sua vice Paloma Garcia Ovejero. Ieri Burke ha smentito l’ipotesi di tensioni nel Dicastero per la Comunicazione, ma la doppia rinuncia ha colto tutti di sorpresa, tanto che la sostituzione del direttore è per ora stata risolta soltanto con l’affidamento ad interim a Alessandro Gisotti, attuale coordinatore dei Social media della Santa Sede.

M5S, espulsi 4 dissidenti. E ora rischiano altri due

I 5 Stelle li accusano di aver tradito i principi del Movimento, gli espulsi si difendono e parlano di “attacco alla Costituzione”. Anche stavolta, sette anni dopo la prima resa dei conti grillina – a spese di Valentino Tavolazzi, consigliere a Ferrara rèo di aver organizzato una convention non autorizzata –, i 5 Stelle fanno i conti con la delicata questione della gestione dei dissidenti.

Due giorni fa il collegio dei probiviri ha annunciato l’espulsione dei parlamentari Gregorio De Falco e Saverio De Bonis e degli eurodeputati Giulia Moi e Marco Valli, giustificando la decisione con i “comportamenti contrari alle norme dello Statuto e del Codice etico, accettato e condiviso da eletti e iscritti”. Meglio è andata ai senatori Matteo Mantero, Virginia La Mura (archiviati) e Lello Ciampolillo (richiamato), mentre restano in attesa di giudizio le altre “ribelli” Elena Fattori e Paola Nugnes.

Tutti casi diversi, su cui spicca quello dell’ex ufficiale della Marina De Falco, l’uomo che strigliò Schettino mentre la Costa Concordia affondava davanti al Giglio . Da settimane in polemica con il governo, aveva votato contro il decreto Sicurezza in Senato, astenendosi poi sulla manovra: “L’espulsione è un segno di scarsa cultura democratica, – attacca De Falco – è un provvedimento anticostituzionale, perché viola il diritto di un parlamentare a esprimere le proprie opinioni, visto che non ho mai espresso voti in dissenso con il programma”. Il nodo è questo: secondo i dissidenti – anche De Bonis si era astenuto sul Dl sicurezza – non sono loro ad aver violato il patto con Movimento, ma lo stesso Movimento ad aver tradito i propri ideali: “Perché non mi hanno chiamata – ha scritto ieri su Facebook Nugnes – e non mi hanno detto prima: ‘che dici, uno vale uno, nessun capo, nessun partito? La democrazia diretta? No, ti sei sbagliata, ti sei fatta un sogno’? Perché?”.

EppureDi Maio tira dritto: “Quando i candidati del M5S entrano nelle liste accettano alcune regole, che sono vincolanti. Tutti gli eletti hanno quindi firmato e accettato anche la regola presente nel Codice etico per cui i nostri parlamentari sono tenuti sempre a votare la fiducia ad un governo in cui il M5S è parte della maggioranza”. A imporre lealtà, dice Di Maio, sono le norme interne. A costo di perdere qualche parlamentare: “Tutti sono importanti, nessuno è indispensabile”.

Tanti saluti dunque a De Falco e a De Bonis, ma anche a Moi (invischiata nello scandalo sulle restituzioni) e a Valli, a giudizio per irregolarità nel curriculum. In attesa di capire cosa accadrà con Nugnes e Fattori, le espulsioni di capodanno completano una lunga lista di epurati.

Ai tempi di Tavolazzi, primo degli espulsi nel 2012, decideva tutto Beppe Grillo, talvolta avallato dal voto del blog. Poche righe e chi sbagliava era fuori: Federica Salsi, consigliera comunale a Bologna, critica con il Movimento e avvezza alle ospitate tv (all’epoca un tabù); Giovanni Favia, consigliere in Emilia che non solo in televisione ci andava, ma si era anche lasciato scappare critiche fuorionda a Grillo e Casaleggio; Marino Mastrangeli, ospite sempre più abituale di Barbara D’Urso.

Nella scorsa legislatura, poi, l’aumento dei dissidenti (Luis Orellana e altri tre erano stati espulsi dopo le critiche a Grillo sull’incontro con Renzi) aveva portato il M5S a istituzionalizzarne la gestione, affidando il giudizio a un collegio di tre probiviri. Proprio loro, prima del 4 marzo, si sono espressi su una quindicina di candidati con la macchia: i furbetti delle restituzioni, come Carlo Martelli e Andrea Cecconi, cacciati e ora iscritti al Gruppo Misto, i massoni non dichiarati (Catello Vitiello, Piero Landi e Bruno Azzerboni), espulsi, e gli aspiranti parlamentari con guai giudiziari, come Antonio Tasso (escluso e poi reintegrato) e Salvatore Caiata (anche lui espulso, nel frattempo archiviato e iscritto al Misto).

L’Italia di “Felicizia” contro il Male di Sauron-Salvini

Una certa idea dell’Italia. Per quasi settant’anni, il nostro Paese ha vissuto una torsione manicheista tra una politica forchettona di governo e una, al contrario, più sobria e luterana, all’insegna dell’onestà. Tutto originò dalla contrapposizione tra “l’Italia alle vongole” democristiana indi berlusconiana (la definizione fu di Mario Pannunzio, poi ripresa più volte da Eugenio Scalfari) e “l’altra Italia” di matrice azionista, più laica che comunista.

Il messaggio del capo dello Stato, il lunedì di San Silvestro, ridisegna invece una nuova divisione, sempre etica, e di derivazione fideistica, non solo politica. E cioè: il Bene contro il Male. Anche per questo l’osannato discorso di Sergio Mattarella non “è retorica dei buoni sentimenti”, come lo stesso presidente ha voluto puntualizzare l’altra sera. Antropologicamente si potrebbe liquidare il suo quarto d’ora tv nelle case di tutti gli italiani come una riuscita sintesi nazionalpopolare del solito buonismo, dalla signora Anna che chiama i carabinieri ché si sente sola fino ai bimbi di Torino che sognano il Paese di “Felicizia”. Un successo confermato dai dati diffusi ieri: contatti social triplicati, più di tre milioni e mezzo, e dieci milioni di telespettatori sulle reti che hanno mandato in onda il discorso.

Il cattolico Mattarella però non è Mara Venier (senza offesa per la conduttrice di Domenica in) e i suoi richiami all’Italia che “ricuce”, a un “sentirsi comunità” che condivide “valori e prospettive” contro “l’astio, l’insulto, l’intolleranza”, formano una critica forte e ideologica al leader simbolo di questi cupi tempi sovranisti: Matteo Salvini, capo della Lega nazionalista nonché vicepremier e ministro dell’Interno. Non quindi, come previsto, un discorso sull’attualità politica contingente (la manovra, per capirci) ma uno sguardo lungo sull’anno appena iniziato, in cui a primavera si voterà per il Parlamento europeo, altra preoccupazione del Colle. Uno sguardo che conferma pure i timori del Quirinale negli 88 giorni serviti da marzo a maggio scorsi per fare il governo Conte, quando il presidente tentò di trasformare Luigi Di Maio nel populista buono da opporre a quello cattivo della Lega. E sei mesi dopo, l’Italia salviniana che ferma i migranti in mare e invoca la difesa dei confini è il Male evocato dal capo dello Stato, come lo spietato Occhio di Sauron che vuole l’anello del potere.

L’altra Italia mattarelliana, che non vuole “tasse sulle bontà”, inquadra l’obiettivo sin dalle prime righe del messaggio, riferendosi al Salvini ossessionato dai social: “Viviamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana”, compresa la colazione mattutina di Santo Stefano con pane e Nutella. Ma il vero capovolgimento del capo dello Stato è la declinazione in termini di Bene della sicurezza, il cavallo di battaglia salviniano cavalcato sulle paure e sulle fobie della pancia del Paese.

Per Mattarella, la sicurezza è la lotta alle mafie, senza “zone franche”, la convivenza “positiva”, il lavoro, l’istruzione, i giovani e gli anziani. E il luogo immaginario di Felicizia, di cui il presidente è cittadino onorario per iniziativa di alcuni bambini di Torino, introduce la dimensione del sogno e della favola: “Dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia”. E ancora: “Non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società”. Un’esortazione quasi evangelica, da omelia.

A Salvini, il Quirinale non fa sconti neanche sul calcio. Il ministro ultrà che stringe la mano a tifosi spacciatori e poi invita al dialogo dopo la funesta Inter-Napoli del boxing day è un altro pericolo: “Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti, fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare”. Qui il presidente cita per la prima volta l’odio, “l’odio settario”. La seconda è nella parte sull’Europa dei diritti che deve combattere l’Europa dell’odio. E così gli auguri alla fine non possono che essere estesi ai “cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese”. Andate in pace.

“Dibba” l’Africano: campagna per l’Ue e poi via in Congo

Magari passerà alla storia, o meglio alla cronaca, come il “patto del bombardino”.

Fatto sta: Alessandro Di Battista è tornato in pista. Nella fattispecie, una pista da sci delle Dolomiti. Il Capodanno dei Cinque Stelle è (quasi) tutto nell’abbraccio tra i due gemelli diversi del Movimento: dopo il lungo peregrinare mesoamericano Di Battista rientra a fianco di Luigi Di Maio. Prima in una fotografia con in mezzo il figlio piccolo Andrea, poi in un video sulla neve.

Il ritorno di Dibba ha fatto scatenare, ovviamente, suggestioni e retroscena: si è scritto di una poltrona alla Commissione europea oppure di un impegno di governo a fianco di Giuseppe Conte, da sottosegretario a Palazzo Chigi. Nel futuro prossimo dell’ex deputato grillino invece non c’è ancora la politica romana (o continentale), ma un altro viaggio molto lontano dai palazzi: Di Battista andrà in Congo. Nei suoi progetti ci sono nuovi reportage, stavolta dall’Africa, forse anche un libro e un tour teatrale.

Non prima però delle elezioni europee e quindi non prima di fine maggio: in questi mesi, sperano nel Movimento, Di Battista sarà la carta in più per rovesciare l’egemonia mediatica di Matteo Salvini e cambiare direzione ai sondaggi che vedono i Cinque Stelle in costante dimagrimento rispetto al 32,7% delle Politiche dell’anno appena concluso.

Il linguaggio del corpo e la misura delle parole di Di Battista in queste prime (nuove) uscite pubbliche vogliono affermare proprio questo: niente dualismi, è tornato per mettersi al servizio del Movimento e del suo capo politico. Soprattutto nel video di ieri pomeriggio: nei due minuti di diretta Facebook su una pista di Moena, Dibba parla per 15 secondi scarsi. Non ruba la scena, parla quasi solo Di Maio, che lancia la prima bozza di proposta dei Cinque Stelle per il 2019: il taglio degli stipendi dei parlamentari. Una misura annunciata la sera del 31 dicembre, un’ora prima della mezzanotte, con un’immagine lanciata sui social: i due leader 5Stelle in un ristorante; Di Maio che tiene in piedi sul tavolo il figlio di Di Battista, Andrea. Gli auguri di buon 2019 e la promessa: “Sarà l’anno in cui vi regaleremo una bella legge che taglia gli stipendi a tutti i parlamentari”.

Oltre a ribadire il concetto, nel video di ieri Di Maio si concede un passaggio quasi esistenzialista: “Oggi la cosa che posso augurarvi per il 2019 è di fare le cose che vi piacciono, fate sempre le cose che vi rendono felici”. Nelle poche parole che pronuncia, Di Battista annuisce e conferma: “Io sono d’accordo sul fare le cose che danno passione”. Quasi un’anticipazione del nuovo viaggio. D’altro canto è politica anche questa: il giovane romano ha plasmato la sua immagine pubblica su quella di un politico anticonvenzionale, indipendente e libero.

E quindi andrà in Africa, Dibba. Prima però lavorerà ancora per i Cinque Stelle e per consolidare la sua posizione nel pantheon grillino: un’altra campagna elettorale senza candidatura, da battitore libero, per provare a riprendersi gli elettori più intransigenti, in fuga dal Movimento di governo. E per contrapporre allo strapotere di Salvini un altra figura popolare e forte mediaticamente.

Il capitano della Lega gli ha già dato il bentornato con una battuta vagamente sprezzante, in un’intervista al Corriere della Sera: “Lui sta girando il mondo ed è pagato per farlo. A modo suo, è geniale…”

L’altra metà del capodanno dei 5Stelle è invece nel tradizionale “controdiscorso” del fondatore Beppe Grillo. Che è sempre più lontano dalla politica. Stavolta Grillo si è fatto ascoltare soltanto attraverso un secondo schermo: il volto del genovese era in un tablet posizionato, all’altezza del volto, sopra al corpo muscoloso di un’altra persona.

Il discorso di Grillo è più che altro un pezzo di teatro, surreale, decisamente lontano dai destini e dall’orizzonte visibile della sua creatura politica: “Ormai ho diviso la mia mente dal mio corpo. Adesso, raggiunta una condizione di perfezione assoluta – dice – mi sono trasferito in un sistema integralmente costituito di informazione. Eppure in questo universo la mia immagine si rispecchia e posso vederla, anche se non so dove ho gli occhi. Mi fermo, devo riflettere, manca una componente essenziale. Li chiamavamo valori umani, sino a un minuscolo frammento temporale appena trascorso. Comprendo che non si può saltare in questo universo portandoli con sé, o in noi”.

A voler trovare un senso (ma lo stesso Grillo riconosce: “Non so che sto dicendo”) il fondatore del M5S sembra riferirsi pure al distacco dalla politica e alla nuova dimensione del suo impegno: “Mi sono elevato e quindi evoluto, una tentazione enorme. Ma anche se non vedo gallerie oscure con luci in fondo, cerco i miei valori umani… Non perdete la vostra umanità – conclude – in alto i cuori. Se li avete ancora”.

Il primo semestre di Conte & C.

Dopo tre mesi di turbolenza politica, il governo gialloverde – giallo come i Cinque Stelle e verde come i leghisti, anche se Salvini preferisce l’azzurro – nasce il primo giugno del 2018. Sono passati sette mesi e una legge di Bilancio, dunque è possibile fare un primo esame di salute all’esecutivo. Oggi vi proponiamo alcuni dei nomi indicati ai vertici delle aziende pubbliche e delle Autorità di vigilanza dall’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Nomine nate dall’equilibrio trovato dopo la campagna elettorale da pentastellati e leghisti e, soprattutto, dai rispettivi leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, senza dimenticare il ruolo del ministero del Tesoro di Giovanni Tria e del Quirinale. Domani, invece, faremo un resoconto di quello che ha fatto il governo per metterlo a confronto con quello promesso in campagna elettorale e, in particolare, col contratto di governo sottoscritto dai partiti alleati.

Malagò perde l’impero e ingaggia Alpa: consulenza al maestro del premier

Circolo Canottieri Aniene, 11 marzo 2018: al bar (registrati dai carabinieri per l’inchiesta dello stadio della Roma), Giovanni Malagò parla con il costruttore Luca Parnasi e gli spiega che “i 5 stelle dovranno per forza ammorbidirsi se vanno al governo”. Quanto si sbagliava: in pochi mesi la maggioranza gialloverde ha già mantenuto la promessa di smantellare il suo impero, con la riforma del Coni inserita nella manovra appena approvata.

Al Foro Italico ancora si chiedono come intercettare l’universo grillino con cui proprio non funziona il metodo Malagò, fatto di cene all’Aniene e amici degli amici nei salotti romani. Nessuna sponda nella Lega (i rapporti col sottosegretario Giorgetti si sono logorati dopo le accuse di “fascismo”), col M5s neanche a parlarne (il responsabile Simone Valente non ci sente). L’unico con cui ancora non è stato fatto un tentativo è il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E chissà che a favorire il contatto non possa essere una conoscenza comune: il professor Guido Alpa, insigne avvocato, maestro del premier, ora pure consulente Coni.

Prima di Natale, in piena trattativa sulla riforma, la giunta del Comitato ha ratificato “l’incarico di acquisire un parere sull’interpretazione e l’applicazione della Legge n. 8/2018”. Si tratta dell’altra riforma (voluta dall’ex ministro Luca Lotti), che ha introdotto il limite di 3 mandati per le cariche sportive (regalando così la possibilità di un’ulteriore rielezione a Malagò, a quota due). Con un anno di ritardo, dopo che la legge è stata chiarita anche dal Collegio di garanzia e ha già sortito i suoi effetti (in Figc ne sanno qualcosa), il Coni ha deciso di chiedere un altro studio. Mistero sul compenso: assegnato per “delibera presidenziale” (direttamente da Malagò), è alla voce “contenzioso legale”; verrà quantificato alla fine.

Sarà per la tempistica, o per il fatto che il nome di Alpa è una novità al Foro Italico (non appartiene al giro di esperti di diritto sportivo a cui si rivolge di solito l’ente): viene il dubbio che a Malagò il consiglio di Alpa serva più sulla nuova che sulla vecchia riforma. La norma approvata in manovra prevede di svuotare di soldi e potere il Coni, con la creazione di una nuova società chiamata Sport e salute spa e gestita direttamente da Palazzo Chigi, a cui affidare il 90% dei contributi statali (compresi i fondi alle Federazioni).

La riforma però va attuata: bisogna cambiare lo statuto, scrivere i decreti e soprattutto il contratto di servizio che regolerà i rapporti tra la partecipata e il Comitato, nominare i vertici per cui l’esecutivo è intenzionato a lanciare un bando pubblico. Può andare a regime fra pochi mesi o nel 2020 (come chiede il Coni), essere un terremoto o una piccola scossa. La trattativa è tutt’altro che chiusa: Malagò ha convocato il 16 gennaio gli stati generali dello sport. Ancora non si è arrende, ma difficilmente troverà la sponda che cerca fra i gialloverdi. Forse aveva semplicemente ragione Montezemolo, quando un paio d’anni fa di fronte alla freddezza di Alessandro Di Battista, che in aeroporto preferiva parlare al telefono con la sua compagna che con Giovannino, lo trascinava via sconsolato: “Rassegnati, loro non sono amici nostri…”.

Qualche volto nuovo e tanti riciclati: ecco le nomine gialloverdi

Un po’ troppo riflessivi e spesso molto conservativi, i gialloverdi hanno avviato la solita scorpacciata di nomine pubbliche, a volte anticipando le scadenze naturali dei mandati, a volte provocando dimissioni di massa (come per Ferrovie e Anas). Nel primo semestre al governo, la Lega di Salvini e i Cinque Stelle hanno adottato un semplice e antico criterio di spartizione, mutuato dalla prima Repubblica, quella affollata di partiti: un posto ciascuno senza interferire.

Il flusso di poltrone si blocca quando in palio c’è un nome soltanto, peggio ancora se quel nome attira le attenzioni del Quirinale: è il caso di Consob, con il vertice sguarnito da metà settembre dopo l’addio di Mario Nava. Col passare del tempo, il premier Giuseppe Conte ha assunto un ruolo più attivo nelle procedure di nomina che – oltre ai vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini – vedono protagonisti i sottosegretari Giancarlo Giorgetti (Lega) e Stefano Buffagni (M5S). Il Tesoro di Giovanni Tria, invece, non ha rinunciato neanche a un brandello di potere che la legge gli affida e, non di rado, agisce in completa autonomia anche contro il parere degli alleati di governo. Esemplare l’incrocio tra Cassa depositi e prestiti e direzione generale del Tesoro: Tria ha accettato Fabrizio Palermo in Cdp e ha preteso Alessandro Rivera al suo fianco, il funzionario duramente criticato dai gialloverdi per la gestione delle crisi bancarie 2015/2017.

I leghisti dispongono di un’ampia classe dirigente e di riferimenti precisi, non lesinando il vecchio metodo di recuperare e riciclare nelle aziende statali i non eletti in Parlamento.

I Cinque Stelle premiano, a loro dire, chi ha la carriera più solida e meno connotati politici, ma non sempre sono immuni al sistema romano che s’aggira attorno ai palazzi di governo e ne influenza le scelte.

 

Fabrizio Palermo

Amministratore delegato Cassa depositi e prestiti

Già direttore finanziario in Cdp con la coppia renziana Gallia e Costamagna. Sostenuto dai Cinque Stelle e ben collegato al tradizionale sistema di sottopotere romano. Considerato pupillo di Beppe Bono di Fincantieri, tra i primi dirigenti pubblici a conquistare la fiducia del Movimento.

 

Fabrizio Salini

Amministratore delegato della tv pubblica Rai

Giovane militante della sinistra socialista, dirigente televisivo sempre nel privato, dal gruppo Fox (con il lancio di alcuni canali in Italia) a La7 di Urbano Cairo. I Cinque Stelle l’hanno reclutato dopo pochi colloqui. Arriva in Viale Mazzini dalla società di produzione di Simona Ercolani, ex autrice Rai.

 

Gianfranco Battisti

Amministratore delegato Ferrovie dello Stato

Ex capo del marketing di Fiat, da vent’anni in Ferrovie. Fino al 2017 ha diretto la divisione passeggeri nazionale e internazionale di Trenitalia, la parte più efficiente e visibile del gruppo. Quando il governo gialloverde l’ha promosso, lo scorso luglio, era alla guida
di Fs Sistemi Urbani.

 

Gianluigi V. Castelli

Presidente Ferrovie dello Stato

Esperto di innovazione e digitale. È una scelta interna, come Battisti, ma Castelli ha una carriera di direttore informatico molto lunga costruita in ordine cronologico in Infostrada, Vodafone, gruppo Eni e, da un paio di anni, in Ferrovie dello Stato.

 

Flavio Nogara

Consigliere amministrazione Ferrovie dello Stato

Non è in quota lega: è proprio un leghista. Ex coordinatore della Lega in provincia di Lecco, già nel Cda di Ferrovie del Nord. Eletto consigliere regionale, ma decaduto lo scorso luglio perché non si era dimesso dal Consiglio del gruppo ferroviario milanese. Il ministro Toninelli l’ha subito ripescato.

 

Andrea Mentasti

Consigliere amministrazione Ferrovie dello Stato

Il manager varesino ha registrato un record di poltrone nell’estate del 2018: il 30 luglio dal ministro Toninelli riceve l’incarico di consigliere di Fs, il 31 bissa con il Cda della società che gestisce l’autostrada Milano-Serravalle, il 1° agosto è presidente di Pedemontana spa.

 

Cristina Pronello

Consigliere amministrazione Ferrovie dello Stato

Considerata la voce più ascoltata sui trasporti dei Cinque Stelle a Torino e, in particolare, del sindaco Chiara Appendino, la professoressa Pronello – insegna al Politecnico – pare abbia rinunciato al posto di assessore al Comune, poi ha accettato quello al vertice dell’Agenzia per la mobilità.

 

Stefano Besseghini

Presidente Autorità energia rifiuti e acqua

Pentastellati e leghisti hanno indicato all’Autorità un manager con una formazione nel settore, relegando la spartizione agli altri membri del Cda, più semplice da costruire e da distribuire. Besseghini era capo del centro di ricerca interno a Gse, il gestore dei servizi elettrici.

 

Stefano Saglia

Consigliere Autorità energia rifiuti e acqua

Deputato per tre legislature con il centrodestra nelle liste di Alleanza Nazionale, da giovane era nel Movimento sociale italiano. Già sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia nell’ultimo governo di Berlusconi. Era nel Cda di Terna, società vigilata dall’Autorità.

 

Andrea Guerrini

Consigliere Autorità energia acqua e rifiuti

Nominato dai Cinque Stelle dopo gli anni al vertice di Asa, la società dei rifiuti e dei servizi idrici del comune di Livorno, l’ex città rossa espugnata nel 2014 dal pentastellato Nogarin. L’Autorità valuta anche il comportamento di Asa: classico (e poco commendevole) passaggio da vigilato a vigilante.

 

Gianni Castelli

Consigliere Autorità energia acqua e rifiuti

Pure Castelli viene dall’altra parte, cioè da un’azienda vigilata dall’Autorità: la multiservizi A2A, quotata in Borsa, partecipata dai comuni di Milano e Brescia con il 25 per cento ciascuno. A2A si occupa di energia, rifiuti, inceneritori. Vicino ai leghisti come Castelli.

 

Benedetto Mineo

Direttore Agenzia Dogane e Monopoli

Ex amministratore nonché funzionario di Equitalia per tanti anni e con tanti ruoli, l’ultimo alla divisione contribuenti e fiscalità locale. In passato è stato capo di gabinetto vicario del governatore siciliano Totò Cuffaro (condannato a 7 anni per favoreggiamento alla mafia).

 

Nuccio Altieri

Presidente Invimit patrimonio immobiliare

I parlamentari leghisti pugliesi hanno accolto con gioia la nomina dell’ex deputato di Forza Italia, convertito al salvinismo, candidato non eletto in marzo. L’hanno risarcito con una poltrona dorata per il bilancio dello Stato, che propone sempre la dimissione degli immobili.

 

Giovanna Della Posta

Amministratore delegato di Invimit

Ex dirigente di Mbs consulting e di Founding Partner e sei anni in Sara Assicurazioni con l’incarico di direttore pianificazione, controllo, acquisti e immobiliare. Sconosciuta agli alleati di governo, scelta dal ministro del Tesoro, il prof Giovanni Tria.

 

Riccardo Carpino

Direttore Agenzia del Demanio

Il prefetto catanese Carpino ha le sembianze del tecnico che presta servizio indistintamente ai politici e ai governi: capo di gabinetto del ministro Raffaele Fitto, commissario straordinario alla provincia di Roma e al G7 del 2017 con Gentiloni a Chigi, consigliere del ministro Tria.

 

Laura Bajardelli

Consigliere amministrazione Gestore servizi energetici

Candidata non eletta con la Lega in un collegio plurinominale lombardo, responsabile welfare aziendale di Intesa Sanpaolo Vita, Bajardelli – scelta dal ministro Tria su proposta del Carroccio – ha sbloccato l‘intricata pratica del Gestore dei servizi energetici.

 

Claudio Andrea Gemme

Presidente Anas

Danilo Toninelli, ministro dei Trasporti, voleva il genovese Gemme commissario straordinario alla ricostruzione del ponte Morandi di Genova, poi è toccato al sindaco Bucci. Gemme è stato amministratore di Ansaldo (Finmeccanica) e Isotta Franchini (Fincantieri).

 

Antonino Maggiore

Direttore Agenzia delle Entrate

Per la prima volta un finanziere, e qui si tratta di un generale, assume la guida dell’Agenzia pubblica che vigila sulle tasse.
Il governo gialloverde si è affidato molto alle fiamme gialle. Maggiore era comandante regionale del Veneto dall’ottobre 2015.

 

Andrea Quacivi

Amministratore delegato Sogei, servizi informatici

Dopo sette anni in Wind, Quacivi è sbarcato in Sogei nel 2008, scalando posizioni su posizioni fino all’apice con la promozione ad amministratore delegato col governo Gentiloni. In agosto, in un periodo di sosta politica, il ministro Tria l’ha confermato contro il parere dei Cinque Stelle.

 

Biagio Mazzotta

Presidente Sogei servizi informativi

Profilo tecnico, direttore generale della Ragioniera dello Stato, nel collegio sindacale di diverse società pubbliche (inclusa la Rai), dal 2017 preside la Società generale dell’informatica, a cui – soprattutto all’ad Quacivi – i gialloverdi imputano ritardi sulla fatturazione elettronica.

 

Marcello Foa

Presidente Consiglio amministrazione Rai

Giornalista e scrittore, fortemente voluto dai leghisti. Bocciato al primo voto in Vigilanza Rai, al secondo ha ottenuto le preferenze di Forza Italia dopo una trattativa di Berlusconi con Salvini (che spesso incontra ai giardinetti di fronte a Viale Mazzini). Il figlio lavora col vicepremier leghista.

 

Francesco Vetrò

Presidente Gestore servizi energetici

Curriculum molto folto e dal taglio polivalente: docente di diritto amministrativo, consigliere giuridico all’Antitrust, già esperto all’Autorità dei trasporti e, con l’ultimo governo Berlusconi, è stato nel gruppo del ministero per lo Sviluppo economico per il “rilancio del nucleare”.

 

Massimo Simonini

Amministratore delegato Anas

Bel salto per Simonini, un interno, dirigente di terzo livello con la responsabilità “ponti, gallerie e viadotti”. Anche suo padre Luigi era dirigente di Anas. Dopo la mancata fusione con Ferrovie e le dimissioni di massa, Toninelli e il governo hanno cambiato tutto, ma non troppo.

 

Roberto Moneta

Amministratore delegato Gestore servizi enegetici

Non è famoso, però il Gse è determinante per le politiche del governo perché ha in cassa 16 miliardi di euro di incentivi per le energie rinnovabili o alternative. Il Tesoro ha nominato amministratore Roberto Moneta, trent’anni in Enea, l’agenzia per lo sviluppo energetico.