Piove più polvere che acqua: è colpa della depressione

In Italia – La depressione “Celia” centrata intorno a Gibilterra ci ha portato più polvere sahariana che pioggia. La nube giallastra spingendosi dal Nord Africa alla Scandinavia è giunta anche sulle Alpi, dove il fenomeno – benché naturale e già visto, come nel febbraio 2021 – ha generato atmosfere surreali e “marziane”. Tra lunedì 14 e martedì 15 marzo fino a 30 cm di neve, colorati proprio dalla polvere desertica, hanno finalmente coperto le Alpi occidentali, ma la pianura piemontese si è dovuta accontentare di pochi millimetri d’acqua, inefficaci contro la siccità. Solo l’Ogliastra, in Sardegna orientale, ha ricevuto un centinaio di millimetri di pioggia nello scorso weekend. Le correnti meridionali hanno portato una parentesi tiepida, fino a 22 °C ad Alghero, in un marzo finora dominato da venti freddi balcanici che ieri sono tornati a soffiare. Oggi con l’equinozio comincia la primavera astronomica, e un tempo più mite ma sempre secco prevarrà verso fine mese. Continua a preoccupare la scarsità di neve in montagna, sia nell’immediato sia per il futuro, eppure su Alpi e Appennini si continuano a sprecare soldi nell’ampliamento di comprensori sciistici, come denuncia il dossier Nevediversa 2022 di Legambiente. Dovremmo invece concentrare gli sforzi sull’abbandono dei combustibili fossili a favore delle fonti rinnovabili, da cui dipenderà il contrasto al caro-energia e la mitigazione di cambiamenti climatici e guerre per le risorse: si tende peraltro a guardare solo la convenienza economica delle rinnovabili dimenticando troppo spesso il beneficio collettivo ambientale e di autosufficienza. Lo dice il comunicato “Energia: affrontare subito la transizione” del comitato scientifico di Aspo Italia, Associazione per lo studio del picco del petrolio, che da 15 anni si batte per una vera rivoluzione energetica ancora in attesa di decollare.

Nel mondo – Febbraio ha sperimentato intense anomalie calde in Russia e fredde in Canada, ma a scala planetaria hanno prevalso gli eccessi termici, +0,8 °C sulla media secolare e settima posizione tra i mesi di febbraio più caldi dal 1880, stando all’agenzia meteo-oceanografica Noaa. Inoltre il trimestre dicembre-febbraio ha rappresentato il sesto inverno boreale e la settima estate australe più caldi. Ancor più che sulle Alpi la polvere sahariana ha reso incredibilmente rossa la neve dei Pirenei e della Sierra Nevada, mentre i termometri salivano a 25 °C in Andalusia. Temperature ben sopra media anche in Asia e nelle regioni polari: nuovi record per marzo di 28 °C nel Sud del Giappone, 5,5 °C a Ny Ålesund (Svalbard, Artico norvegese), -17,7 °C alla base antartica Vostok (valore gelido ma 35 °C sopra media!), e straordinari pure i 44 °C in Pakistan e i 39 °C nel Sud della Cina. Ancora alluvioni nel Nuovo Galles del Sud (Australia), e nel Malawi al passaggio del ciclone tropicale “Gombe”. Lo scongelamento del permafrost artico è una grande minaccia: lo studio “Imminent loss of climate space for permafrost in Europe and Western Siberia”, pubblicato dall’Università di Leeds su Nature Climate Change, dice che in assenza di adeguate politiche climatiche entro questo secolo potrebbe scomparire tutto il ghiaccio sotterraneo tra Scandinavia e Siberia, liberando in atmosfera fino a 40 miliardi di tonnellate di carbonio, il doppio di quanto immagazzinato dalle foreste europee, alimentando ulteriormente l’effetto-serra. Stiamo devastando gli oceani, il clima e la biosfera acquatica, ne fa un quadro narrativo molto scorrevole Nicola Nurra, biologo marino all’Università di Torino, nel libro Plasticene (il Saggiatore). E il 23 marzo si celebrerà la Giornata mondiale della Meteorologia, dedicata quest’anno alle “allerte e azioni tempestive” per fronteggiare gli eventi atmosferici resi più estremi dai cambiamenti climatici e più impattanti in un mondo sovraffollato e urbanizzato.

 

Per Gesù non c’è equazione tra delitto e castigo: chi soffre non se lo merita

Alcuni si presentano da Gesù. Luca ci dice che gli parlano di un fatto di cronaca sanguinoso, segno della repressione operata dall’invasore romano. I soldati di occupazione, per mandato di Pilato, hanno ucciso un gruppo di pellegrini galilei mentre stavano per sacrificare i loro agnelli, forse in occasione della Pasqua. Si trattava di zeloti o simpatizzanti, un gruppo che propugnava la lotta armata contro l’occupazione romana. Perché ne parlano a Gesù? Per provocare un suo giudizio e una sua presa di posizione. Gesù è o no contro l’invasore? Approva la lotta armata? E che cosa pensa di quegli uomini uccisi?

Gesù prende la parola e risponde così sorprendendoci: Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Noi diremmo: che risposta è? E poi, per rafforzare il suo pensiero, racconta un altro fatto di cronaca, quando diciotto persone rimasero sotto le macerie del crollo della torre di Sìloe, a sud-est di Gerusalemme. E chiede ai suoi interlocutori: credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? E offre la risposta: No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

Che cosa sta dicendo Gesù? Non menziona né le vittime né Pilato. In realtà sta svelando i pensieri di coloro che gli hanno posto la domanda. Vediamo come. Era convinzione comune che una sventura simile, una fine così tragica, fosse un castigo divino che aveva raggiunto i colpevoli e risparmiato gli innocenti. Insomma: quelle vittime dovevano essere grandi peccatori davanti a Dio per aver meritato quella sorte terribile! Non c’era in loro alcuna pietà per quelle vittime, e tanto meno patriottismo davanti al dramma dell’occupazione straniera. Per questo Gesù va subito al punto e in maniera drammatica, richiamandoli alle loro responsabilità e rimproverando la loro ipocrisia. Il Maestro, infatti, contesta il pregiudizio religioso popolare che stabiliva una equazione divina tra delitto e castigo, tra peccato e punizione: noi non siamo più giusti di quelle vittime solo per il fatto che a noi non è accaduta quella fine orrenda che invece è toccata a loro. Chi soffre, chi è oppresso e ucciso, non se lo sta meritando. E, anzi, è come se Gesù dicesse: la più grande schiavitù oppressiva è essere rigidamente legati a uno schema di delitti e di pene. Gesù è durissimo. Ma poi prosegue il discorso raccontando una parabola ambientata nelle vigne dove normalmente sorgevano alberi di fico: il proprietario venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Forse si trattava di una pianta selvatica di bella apparenza e piena di foglie, ma che non riusciva a dare frutti o a portarli a maturazione. Quel proprietario terriero disse allora al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque!”. Perché deve sfruttare il terreno? È così Dio? Non fai frutti e zac! Tagliato, reciso, buttato via? È così? Non è così. Gesù infatti aggiunge che il vignaiolo gli risponde: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Non sappiamo come andò a finire. Il finale resta aperto. Proprio per questo comprendiamo che si tratta di un messaggio di pazienza, attesa, misericordia, nonostante tutto. Il giudizio della parabola è: anche chi è sterile può essere concimato e dar frutto. Il tempo è medicina. Ci può essere un futuro aperto per la storia, nonostante Auschwitz, Srebrenica, Mariupol…

 

Putin e la nuova destra che ora muove il mondo

Sì, è vero, è tutta destra quella che sta muovendo il mondo: chi bombarda, chi discute una possibile tregua, chi muore e chi uccide, chi trasmigra e chi accorre, nemici, alleati e astenuti.

Prendete Putin. Ci sono giudizi opposti su di lui, ma nessuno dubita che sia un tenace condottiero di destra, se la destra è risoluta decisione di imporre, subito e definitivamente, una sola volontà. Prendete Trump. In pochi anni ha vandalizzato la democrazia americana, anche dopo aver perso le elezioni, organizzando l’attacco al Campidoglio. Questo umore di attenzione verso la destra, che prima era venato ora di dissenso ora di ammirazione, si è fatto molto più esteso, allarmato e diviso quando all’improvviso Putin ha invaso un Paese limitrofo colpevole di disobbedienza.

Mi direte che, in questa avventura, Putin è quasi solo, e che intorno a lui e al suo Stato c’è un compatto gruppo di leader e di Stati che si oppongono. È vero. Ma sono tutti di destra. Se avete mai ascoltato il primo ministro polacco quando non aveva problemi con Putin, se lo andate a rileggere, troverete un fratello gemello di Putin, troverete che c’è un’unica persuasione su come governare il mondo: comandare e pretendere ubbidienza. Che poi sia in nome di Dio o dello Stato non fa differenza, non in numero di morti o di distinzione fra combattenti e popolazioni, fra adulti e bambini. Se vi muovete sulla mappa, che ormai è diventato un atroce sillabario di morte, troverete la Cecenia, Paese disubbidiente, raso al suolo da Putin e poi ricostruito come riserva combattente disposta a qualunque delitto. Dovunque esploriate, da un lato o dall’altro della mappa, trovate Paesi di destra, alcuni fieramente contro Putin, altri cauti, altri attenti agli umori dell’America.

Però non cadiamo in grossolani equivoci. L’America non è la sinistra. L’America è la democrazia. Ecco dunque il nuovo assestamento nato con la vittoria sul fascismo e il nazismo della seconda guerra mondiale: democrazia contro rifiuto della libertà. A questo punto c’è chi vi avverte che la democrazia ha a suo carico un bel po’ di guerre tra le più distruttive, nei 70 anni di dopoguerra che chiamiamo pace. E ci accorgiamo di avere prestato troppa poca attenzione al riassettarsi del mostro abbattuto dell’Unione Sovietica, che, come uno strano Frankenstein, è tornato di nuovo in scena, identico al suo passato senza scrupoli e contento di fare paura. Di fronte a questa poderosa messa in scena, che non esita a violare il tabù della guerra (non solo perché i dirimpettai lo avevano già fatto, ma per una sincera attrazione, un comportamento naturale verso lo strumento della guerra), ci si indigna o si difende, come se per i Putin del mondo non fosse naturale, attraente e persino inevitabile fare la guerra.

È a questo punto che diventa necessario giudicare due eventi, cominciando da quelli di noi che non sono più di sinistra (non ne trovano più una in giro) ma continuano, come nel 1945, a ripudiare la destra. Sono la festa di Putin con i suoi ragazzi di Mosca (mentre è appena finito il primo bombardamento di Leopoli ). E i “patrioti”, parola chiave usata da Putin e da Giorgia Meloni in due feste diverse, lo stesso giorno. La festa di Putin – che celebra, tra l’altro, l’uccisione, fino a ora, di almeno mille bambini – è oscena, d’accordo, ma è anche triste. Chi ha vissuto il fascismo sa come si falsificano le feste di popolo. E finalmente si fa chiarezza sulla parola “patrioti” di cui Meloni (come Putin) ha insignito chi sta con lei, come se potesse tagliare a fette l’Italia e spingere indietro, in una zona grigia che va dall’ignavia al tradimento tutti gli altri. In certi momenti il discorso della “festa” di Putin diventa una perfetta colonna sonora del mondo dei Fratelli d’Italia. “Patrioti”, dice Putin, sono i suoi combattenti di un Paese gigante che distruggono e uccidono chiunque non ce la faccia a scappare, popolo di un disubbidiente Paese immensamente più debole. E cita le Scritture quando afferma che “un vero patriota non si dissocia mai dall’assassino che gli sta accanto” (lui naturalmente non dice assassino, dice “amico combattente”). Padre Spadaro, il gesuita che dirige Civiltà Cattolica gli risponde subito: “La politica non deve usurpare le parole di Gesù per esaltare l’odio”. Questa è violenza “blasfema”. Dimenticavo. C’era un po’ di “sinistra” nella giornata della Meloni a Roma che ho appena ricordato. C’era la presentazione di un libro su Telesio Interlandi, già direttore della Difesa della razza. Non per difenderlo (Meloni qui è stata dura e chiara), ma per compiacersi che Interlandi abbia avuto al processo in sua difesa un grande avvocato. L’occasione è stata colta da Luciano Violante, che ha riecheggiato il suo discorso alla Camera del 1996: “Adesso però dobbiamo stare insieme, italiani con italiani”. Intanto la guerra di Putin e dei suoi patrioti (russi con russi) continua.

 

Partigiani finti, no vax e filo-putin

 

• In questo senso la sinistra ideologica e populista che non si schiera apertamente a fianco della resistenza del popolo ucraino, invocando la retorica del “né né”, perde l’occasione per mostrare la sua adesione alla democrazia.

 

• Sono numerosissimi quanti rivelano una perfetta integrazione tra ostilità al vaccino e apprezzamento per Putin. Così come verrebbero ostracizzati coloro che – sottraendosi al conformismo del mainstream – non stanno con l’Europa e gli Stati Uniti.

 

• “Quella dell’Ucraina è Resistenza e va aiutata anche con le armi”, dice a Repubblica Carlo Smuraglia, ex presidente Anpi. Lui l’ha fatto davvero, il partigiano. Non ha preso solo la tessera dell’associazione. La differenza è tutta qui.

Silvio atterra su Marta per finta sulle note di “Oj vita, oj vita mia”

Il momento più vero del matrimonio finto arriva poco dopo le 15 quando Silvio Berlusconi, di blu fasciato, si alza in piedi nel salone delle feste di villa Gernetto e guarda con occhi d’amore lady Marta Fascina davanti ai 60 invitati. “Ringrazio il cielo per aver trovato questa magnifica donna che mi vuole davvero bene. Sei la persona giusta al mio fianco in questo momento della mia vita, soprattutto perché mi doni grande serenità. Ti amo”. Applausi, cin cin. Lei, di bianco vestita, sorride e lo bacia. Nessuna parola in più. Poche ore prima, a pancia ancora vuota, Berlusconi, 86 anni suonati, aveva ripetuto la stessa promessa d’amore alla bionda Fascina, 32 anni, davanti ai parenti di entrambi nella cappella della residenza settecentesca. Nessun officiante per il “non matrimonio”, nessun sacerdote. Sarebbe stato troppo, i figli non avrebbero approvato. E invece le finte nozze non avranno alcun valore legale anche se i maligni, dentro Forza Italia, raccontano di un bel premio (in denaro) da devolvere presto alla giovane compagna senza aspettare la fine della relazione come successo con Francesca Pascale, liquidata con 20 milioni.

All’ora di pranzo, a rito pagano consumato, le berline iniziano a entrare dai cancelli della villa brianzola. Tutto è stato pensato al minimo dettaglio dalla (nuova) padrona di casa, con l’aiuto di Licia Ronzulli: centocinquanta statue nel giardino all’italiana, giochi d’acqua e fontana principale con getto a forma di torta. Gli invitati sono una sessantina, tutti gli amici di una vita e pochissimi politici: Anna Maria Bernini, Antonio Tajani, Alberto Barachini, Niccolò Ghedini (con moglie e figlio), Andrea Orsini, Valentino Valentini e Vittorio Sgarbi. Non il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, bloccato a casa dal covid. A sorpresa c’è pure Matteo Salvini, giusto per far indispettire ulteriormente i forzisti esclusi. Ironia della sorte, durante la celebrazione, la Bestia leghista pubblica sui social un post in cui si denunciano “matrimoni fittizi dei clandestini”. Ma Silvio non se ne accorge: “Matteo è il politico più coerente, affidabile e trasparente che conosca”, lo elogia. Segno che l’asse tra i due, in barba a Giorgia Meloni, è più saldo che mai. Al suo fianco, nel salone delle feste, poi ci sono gli amici di sempre: Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, il medico Alberto Zangrillo, Adriano Galliani, Renato Della Valle e gli uomini Fininvest Danilo Pellegrino e Stefano Sala. La famiglia è quasi al completo: ci sono i figli Marina, Barbara, Eleonora, Luigi con i nipoti, ma non Pier Silvio terrorizzato dalla possibilità di contagiarsi. Ma ad Arcore dicono che proprio Pier Silvio fosse il più contrario alla celebrazione. Ma tant’è. Niente spazio per le polemiche, è il giorno della festa.

I due innamorati accolgono gli ospiti per l’aperitivo. Berlusconi indossa un abito blu Armani con mughetto all’occhiello, lady Marta con vestito in pizzo francese color avorio con tanto di scollatura a V e strascico di quattro metri, disegnato da Antonio Riva, lo stesso che firmò il look nuziale di Veronica Lario. “Sono felice di avere le persone a me care qui con me in questa giornata e dopo aver passato un momento difficile” li saluta Berlusconi facendo riferimento ai recenti problemi di salute. Il pranzo è stato preparato dallo chef tristellato Michelin Vittorio Cerea. Menù tutto lombardo: vitello al limone come antipasto, gnocchi di ricotta e patate allo zafferano e robiola e paccheri al pomodoro, i due primi; come secondo, tagliata di manzo al vino rosso e di dolce torta di mele e nutella. Il tutto innaffiato con Pinot bianco dell’Alto Adige. Dopo il discorso molto applaudito, il momento clou arriva quando il Caimano si mette al pianoforte, insieme al suo amico di sempre Fidel Confalonieri. Canzoni francesi, naturalmente. Quando si passa alle napoletane, al piano va Gigi D’Alessio e attacca ’O’Sarracino, Malafemmena e ’O surdato ’nnammurato (clamorosa l’assenza di Mariano Apicella). E infine, in salsa milanese, O mia bela Madunina. La festa si conclude nel pratone della villa, con il taglio della torta nuziale a tre piani (uno per ogni anno di fidanzamento), champagne e le relative photo opportunity. Berlusconi chiama a fare la foto anche Salvini: “È l’unico leader politico”. Lui, in imbarazzo, forse scaramantico, replica: “Forza Milan!”. Ma prima di andarsene, come da tradizione, gli ospiti sono officiati con i regali della casa consegnati da Silvio in persona: a qualcuno orologi d’oro Tissot, ad altri cravatte firmate “Silvio Berlusconi”.

L’amore è stato celebrato. Lei voleva farsi sposare, glielo ha chiesto al San Raffaele a fine gennaio, nei giorni in cui l’ex premier era ricoverato dopo il ritiro dalla corsa al Quirinale. Lui in un primo momento le aveva detto di sì, salvo poi rimangiarsi la promessa dopo l’insurrezione della famiglia, contraria all’ingresso di un’“estranea” nell’asse ereditario, una moglie a cui sarebbe spettata la “legittima” ovvero una bella fetta del patrimonio stimato in 6 miliardi di euro. Nell’ultimo anno la giovane deputata è uscita dal suo guscio e ha preso parola: chiama i parlamentari, telefona a una ristretta cerchia di giornalisti, stila con perfidia la lista dei “buoni” e “cattivi”, tesse la sua tela con la famiglia. Tant’è che ieri i maligni parlavano di “Marta day”. Ma, come dice sempre Berlusconi, “l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”.

Escluso dai tavoli, Draghi si deve accontentare del consigliere Usa

Se i veri tavoli della diplomazia stanno altrove (come dimostrano le ripetute telefonate sull’asse Macron-Scholz-Putin), tocca accontentarsi di quel che c’è, anche a costo di una sgrammaticatura istituzionale.

A inizio settimana, Palazzo Chigi ha diffuso un comunicato per informare che “il presidente del Consiglio Mario Draghi ha avuto un incontro con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, sugli sviluppi e le implicazioni della guerra in Ucraina”.

Un vertice romano sancito da fotografia dei due protagonisti con tanto di bandiere (italiana, americana ed europea) sullo sfondo, ulteriore elemento di irritualità di un incontro del genere.

Un passo indietro. Lunedì, il giorno prima dell’incontro con Draghi, Sullivan vede a Roma Yang Jiechi, un dirigente del Partito comunista cinese delegato dalla Repubblica popolare a trattare con il funzionario degli Stati Uniti. La mattina successiva, Sullivan incontra pure Luigi Mattiolo, il consigliere diplomatico di Draghi. Fino a qui nulla di anomalo. Ma poi arriviamo al comunicato di Palazzo Chigi e alla sbandierata stretta di mano tra l’americano e il premier italiano. Per comprendere il motivo della stonatura, serve premettere che di solito la diplomazia si svolge con vertici tra omologhi: i ministri degli Esteri incontrano i loro colleghi di altri Paesi, i presidenti siedono al tavolo con gli altri presidenti e così via. Se gli Stati Uniti inviano a Roma un funzionario, dunque, è per fargli incontrare qualcuno con il suo stesso “grado” (Robert O’Brien, all’epoca consigliere di Donald Trump, ha visto più volte Pietro Benassi, l’uomo per la diplomazia di Giuseppe Conte). Allo stesso modo, Draghi dovrebbe ricevere il suo “omologo” Joe Biden.

Da qui la stortura istituzionale, per la quale una visita di cortesia e di buon vicinato – una volta concluso il vertice tra Sullivan e Mattiolo – è invece diventata una photo opportunity per Draghi ed è stata rilanciata come un tavolo strategico sull’Ucraina. Un tentativo di svincolarsi dall’immobilismo (anche mediatico) da parte di chi per mesi era stato decantato come l’erede di Angela Merkel al vertice della diplomazia europea.

Conte e Letta non parlano di guerra per la pace 5S-Pd

Enrico Letta si sveglia col piede sinistro e insieme a Giuseppe Conte tiene a battesimo la nuova iniziativa della bolognese Elly Schlein, già ormai da qualche anno “astro nascente” nell’area meno moderata dei progressisti. Succede al Parco delle Energie, lo spazio sociale affacciato sul lago della Snia a Roma. Schlein ha lanciato “Visione Comune”, una nuova “cosa” della sinistra italiana, che si candida a occupare le praterie politiche sguarnite da Pd e Movimento Cinque Stelle. Non è un partito o una lista elettorale, si affrettano a specificare gli operai di questo altro cantiere politico, piuttosto “una piattaforma di contenuti comuni da mettere a servizio del centrosinistra”, come dice l’ex presidente di Legambiente e deputata di Leu, Rossella Muroni. Al centro della piattaforma ci sono i diritti del lavoro, la giustizia sociale e ambientale. Volendo invece tradurre nel più volgare linguaggio politicistico, Schlein si prepara a mettere a profitto il patrimonio di interesse, simpatia e consenso che ha saputo accumulare in questi anni di attività. Con quale fortuna, lo dirà il tempo.

La notizia è la partecipazione congiunta, sebbene da remoto, di Letta e Conte, in un clima di reciproca serenità e di messaggi unitari che non si ascoltavano con tanta affettuosità almeno da diversi mesi. In mezzo ci sono stati gli screzi sul Quirinale, il voto del Pd per salvare Matteo Renzi e una non breve serie di incomprensioni. Nel sabato romano invece si scopre un rinnovato idillio tra i due leader giallorosa. Solo parole, certo, ma piuttosto sorprendenti, visto il riavvicinamento tra Letta e Renzi e le porte del Pd sempre spalancate al centro per Carlo Calenda e gli altri cespugli del giardino moderato. Il segretario dem è a suo modo coerente: è ancora quello del “campo largo”, convinto di riuscire a tenere insieme, in prospettiva delle elezioni del 2023, una mega coalizione di centrosinistra che parta da Schlein e arrivi fino agli esuli di Forza Italia. Ignorando differenze politiche e veti personali.

Letta ascolta Conte e poi lo coccola: “Trovo una sintonia molto profonda con le cose che volevo dire. Una sintonia che oggi per me è ancora più forte”. Promette a tutti un percorso comune: “Tradurremo queste idee in qualcosa di molto concreto. Tutti insieme, la nostra comunità offrirà al paese un progetto politico che sono convinto sarà vincente”. Esattamente un mese fa a Calenda aveva detto proprio le stesse cose: “Vinceremo insieme”.

Solo che al Parco delle energie fino a quel momento erano state ripetute parole d’ordine “di sinistra”, che a un Calenda farebbero inorridire: redistribuzione, salario minimo, economia circolare, politiche sociali, cura, rigenerazione, prossimità. Anche il luogo è un manifesto: i giardini della Snia sono abitati da uno dei centri sociali storici di Roma, il lago – affiorato nel 1992 per un “incidente” commesso da chi voleva edificare l’area – è diventato il simbolo di chi lotta contro le speculazioni edilizie e gli appetiti predatori dei capitali privati sui beni pubblici. Persino il menu dell’evento è a suo modo militante: all’inizio si prevedevano solo piatti vegani, poi è stato aperto ai più inclusivi panini con la porchetta e pizza con la mortadella.

Nel corso della giornata prendono la parola, tra gli altri, Fabrizio Barca, Roberta Lombardi, Anna Falcone, Alessandro Zan, Roberto Speranza. Poi il finale con Conte e Letta.

Il Cinque Stelle gioca le carte note per accreditarsi a sinistra. Rivendica di aver “rafforzato il sistema di welfare durante la pandemia”. “La rotta comune – dice – è la giustizia sociale”. E poi soprattutto cita il salario minimo: “Questa battaglia è un punto nevralgico per il M5S, abbiamo 4 milioni e mezzo di lavoratori con paghe da fame. Una sfida essenziale, così come deve diventarla quella per il congedo di paternità”. L’ex premier descrive come un dato di fatto l’appartenenza dei Cinque Stelle al centrosinistra: “Ci siamo, siamo consapevoli che è il modo per inseguire una società più giusta. Diamoci appuntamento nelle strade e nelle piazze, lavoriamo con fiducia e rispetto reciproco”.

Letta si tiene più sul vago e sul piano a lui più congeniale dei diritti civili: cita lo ius scholae e propone di rilanciare il ddl Zan. Per il resto, parla alla platea e a Conte in primis come fosse un congresso di coalizione. “Unità d’intenti”, “sintonia molto forte”, parole sue. Sulle armi, sull’aumento al 2% del Pil delle spese per la Difesa e sulla guerra nemmeno una parola: è il giorno della pace giallorosa.

“È sbagliato aumentare le spese militari. E serve trasparenza sulle armi”

È appena tornato dalla Polonia, l’europarlamentare del Pd Pierfrancesco Majorino. In tempo per collegarsi all’iniziativa di Elly Schlein, “Visione comune”. Perché “Elly dovrà essere una figura cruciale nelle elezioni politiche del 2023, deve essere centrale in un’alleanza di centrosinistra, che si unisce sulla base delle idee e non si divide sulle formule”.

Onorevole, che situazione ha trovato in Polonia?

Una grande tensione, una grande emergenza umanitaria. Lo sforzo solidale della Polonia è molto significativo. Anche se non è lo stesso nei confronti di quelli che arrivano dalla Bielorussia.

Ci sono le basi per cambiare il Trattato di Dublino?

Dobbiamo stare molto attenti a evitare che l’accoglienza e il sostegno agli ucraini siano un’eccezione che conferma una pessima regola.

La Polonia ieri ha votato anche l’aumento delle spese militari. Come noi. Che ne pensa?

Si tratta di una tendenza europea. Purtroppo fa riferimento ad accordi presi in sede Nato, che prevedono che tale spesa arrivi al 2 per cento del Pil. Ma se è comprensibile da parte polacca, essendo un Paese che è ai confini ucraini, da parte italiana è molto più discutibile. Si tratta di una scelta sbagliata, anche perché non legata alla crisi ucraina, una spirale che deve essere messa in discussione. Nasce dal contesto determinato dopo l’aggressione di Putin, ma non è solo riconducibile a quello: si immaginano impegni pluriennali. Io viceversa ho condiviso la scelta di mandare armi agli ucraini.

Ma non c’è il rischio di allungare la guerra senza essere risolutivi?

Non ci sono facili ricette. Se non fai le sanzioni e non dai armi, o lasci il popolo ucraino da solo finché Putin non finisce la sua azione o intervieni militarmente. Sono due strade sbagliate.

La lista delle armi è secretata anche allo stesso Parlamento.

Il problema di questa vicenda è costituito da chi sono quelli a cui vanno le armi. Spero che il governo lo abbia ben chiaro. Serve la massima trasparenza. Ma sull’invio di armamenti sono d’accordo. Condivido l’ex presidente Anpi Carlo Smuraglia. Una forma di aiuto alla resistenza del popolo ucraino è necessaria.

È d’accordo sulla Difesa europea?

Credo che serva. La tesi che discuto è che debba portare con sé l’aumento delle spese militari. Si è partiti dal fondo, senza un chiaro progetto di difesa. Serve molta più ambizione, bisogna razionalizzare 27 Paesi. E poi, c’è un altro discorso che andrebbe fatto: come mai in Italia abbiamo venduto armi a Putin? O siamo tra i maggiori venditori di armi ad Al Sisi?

Draghi poteva essere più incisivo in questa crisi?

Il governo italiano sta facendo quello che doveva fare. Ora deve avere più puntualità sull’emergenza umanitaria.

In che senso?

Servirà un’azione non solo di integrazione, ma anche di mediazione, di accompagnamento: tante delle persone che arrivano devono essere seguite dalle comunità locali per tanto, tanto tempo. Il tema non è solo dare un tetto, ma anche l’inserimento scolastico, il lavoro o perfino l’accompagnamento al lutto. Ho ancora negli occhi immagini di molti di loro. Si tratta di famiglie devastate dalla guerra.

Al Consiglio europeo della prossima settimana si parlerà di energia. Quali le priorità?

Vanno ascoltate con molta preoccupazione le parole di Ursula von der Leyen, che ricorda a tutti la transizione ecologica. Serve l’autonomia energetica.

L’Italia è ai margini: anche il Colle s’aggrappa al Papa

Èaccorato, ma anche il più sobrio possibile, l’appello di Sergio Mattarella al Papa, per la risoluzione della crisi ucraina, in un messaggio per il nono anniversario del pontificato di Francesco. Di certo non un caso, visto che il capo dello Stato solo due giorni fa aveva invitato a “battere le ragioni della guerra aperta dalla Russia” con parole ben più forti. Nel riconoscere il ruolo del Papa per la pace, Mattarella si adegua in qualche modo a una scelta che Bergoglio ha fatto fin dal primo momento: pur condannando la Russia, ha cercato dall’inizio di mantenere un canale aperto.

L’anniversario imponeva una comunicazione formale dal Quirinale alla Santa Sede, ieri, ma la crisi ucraina non poteva che essere al centro. L’appello è accorato, ma allo stesso tempo il più generico possibile. Perché l’Italia ha scelto un’altra linea, ma Papa Francesco, oltre ad avere un peso evidentemente molto diverso, ha un rapporto anche con lo stesso Mario Draghi. Al Quirinale hanno condiviso ogni passaggio della gestione della guerra da parte del governo. Mattarella non solo è un sicuro atlantista, ma è anche convinto che l’invio delle armi sia stata una scelta inevitabile, perché l’aggressione non può essere considerata un modo per risolvere le cose. Come gli ucraini non possono essere lasciati soli. “Nel momento in cui le nostre società cercavano faticosamente di emergere dall’emergenza sanitaria il mondo è ripiombato in una condizione di incertezza e angoscia a seguito dell’aggressione russa all’Ucraina”, si legge nel messaggio. E ancora: “Le Sue accorate invocazioni contro la guerra assumono la veste di un appello affinché si ritrovino le ragioni del dialogo e si ponga fine a una situazione gravissima e inaccettabile che mette a repentaglio la sicurezza e la stabilità globali”. L’Italia è sempre più sotto tiro (come dimostrano le minacce al ministro della Difesa, Guerini) e lo stesso Papa – invocato da più parti come mediatore – non ha troppe possibilità di incidere. Nonostante il suo rapporto con Kirill, il Patriarca di Mosca (che ha detto che si tratta di una guerra giusta contro “la lobby gay”), che ha chiamato due giorni fa per dirgli che la “guerra è sempre ingiusta”. Un modo per fare pressione su Putin, mantenendo comunque aperto un dialogo.

La scelta di mantenere un canale aperto con la Russia è stata apprezzata. Dichiarava, infatti, il direttore del Primo dipartimento per gli affari europei del ministro degli esteri russo, Alexey Paramonov alla Ria Novosti, di apprezzare gli sforzi di mediazione del Papa.

Niente crisi, tornano i mega stipendi Gubitosi e Orcel superano gli 8 mln

Parte la stagione delle assemblee delle società quotate e si alza il velo sui turbo-stipendi. Andrea Orcel, il banchiere che dal 15 aprile dell’anno scorso è amministratore delegato di UniCredit, ha scelto il verbo “sbloccare” per descrivere il piano industriale della banca al 2024, presentato il 9 dicembre. È ancora presto per dire se la banca stia rispettando la tabella di marcia per sbloccarsi. La guerra della Russia contro l’Ucraina ha complicato il percorso. Il gruppo ha un’esposizione creditizia verso Mosca per 7,5 miliardi di euro e corre dei rischi. Dall’inizio della guerra le azioni hanno perso il 30,8% (da 14,01 euro del 23 febbraio a 9,69 euro il 18 marzo).

Di sicuro si è sbloccato lo stipendio di Orcel, assunto con un contratto che prevede una busta paga di 7,5 milioni l’anno prima delle tasse. Dai documenti depositati per l’assemblea degli azionisti dell’8 aprile si scopre che il guadagno effettivo di Orcel è più alto della cifra annunciata.

Lo stipendio fisso è di 2,5 milioni lordi all’anno, per il 2021 gli è stato versato a partire dal 15 aprile, pertanto 1,85 milioni. La parte variabile è stata predeterminata in 5 milioni, da pagare in azioni gratuite. A Orcel è stato riconosciuto il diritto a ricevere 673.853 azioni della banca, facendo i calcoli al valore di Borsa (7,42 euro) del 27 gennaio 2021, il giorno in cui il cda della banca ha deciso la nomina. Orcel però è entrato in carica solo il 15 aprile, quando l’assemblea ha nominato il nuovo cda. E poiché le azioni in Borsa sono aumentate di valore, il pacchetto spettante a Orcel oggi vale molto di più.

Già al 15 aprile le azioni erano salite a 8,53 euro e il pacchetto di titoli si era rivalutato di 748mila euro, senza neppure che Orcel cominciasse a lavorare. Un guadagno teorico, perché le azioni non gli sono ancora state assegnate. E qui viene il più bello, per Orcel. La relazione sulla remunerazione di UniCredit spiega che il 66% delle azioni gli verranno assegnate quest’anno e il 33% il prossimo (non è indicata la data). Poiché le azioni UniCredit sono ulteriormente salite, nonostante il calo in Borsa, il pacchetto del banchiere adesso vale 6,53 milioni (rispetto ai 5 milioni in partenza). Dunque Orcel, se le quotazioni non scenderanno prima che i titoli gli vengano consegnati e siano vendibili, ha già realizzato una plusvalenza di 1,53 milioni sulle azioni che gli spettano. Se si somma il valore di oggi delle azioni allo stipendio fisso del 2021 risulta che Orcel ha guadagnato 8,38 milioni lordi per i primi otto mesi e mezzo di lavoro.

I conti veri si potranno fare quando le azioni verranno effettivamente assegnate, ma già adesso si può dire che il “Cristiano Ronaldo dei banchieri” ha fatto un bell’affare. Da segnalare anche lo stipendio del presidente di UniCredit, Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia del Pd: 696mila euro lordi dal 15 aprile al 31 dicembre 2021.

Un altro turbo-stipendio è quello dell’ex a.d. di Telecom Italia (Tim) Luigi Gubitosi, revocato dal cda il 26 novembre 2021, con una buonuscita pari a 6,936 milioni lordi. A quest’importo si aggiunge, lo dice la relazione sulla remunerazione, lo stipendio di 1,289 milioni per 11 mesi. In totale quindi l’anno scorso Gubitosi ha guadagnato 8,22 milioni, prima delle tasse. Gli azionisti di Telecom invece non festeggiano. Il bilancio 2021 dichiara 8,7 miliardi di perdita su ricavi declinanti a 15,3 miliardi. Il dividendo è stato sospeso per tutte le azioni, anche quelle di risparmio, che lo ricevevano da anni, anche quando i soci ordinari erano rimasti a digiuno. Il presidente di Telecom, Salvatore Rossi, ex d.g. Banca d’Italia, ha uno stipendio fisso di 600mila euro.

Gubitosi è uscito dal cda, ma potrebbe realizzare ancora dei guadagni da Telecom se il piano del successore, Pietro Labriola, avrà successo. “Al dottor Gubitosi – dice la relazione – sarà riconosciuto quanto spettante pro-rata in relazione al Piano long term incentive 2020-2022 (ciclo 2020-2022 e 2021-2023) secondo il relativo Regolamento”. Telecom spiega che “le azioni a target” che potrebbero essergli assegnate gratis sono 1,389 milioni e al massimo 2,222 milioni. Il valore attuale è di 662mila euro, ma domani chissà…