Happy fake year

Siccome vanno di moda i bilanci dell’anno vecchio, mi viene in mente quel che scrissi 12 mesi fa: e cioè che la legislatura appena conclusa andava sciolta nell’acido per gli orrori inauditi che ci aveva inflitto. Fui subissato di messaggi social e articoli di giornaloni che copiavano e incollavano i tweet del duo Renzi&Boschi e mi intimavano di scusarmi con Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, per la presunta offesa arrecatale dal mio “linguaggio violento”. L’altro giorno Renzi s’è rammaricato di non aver “usato il lanciafiamme nel Pd” e nessuno, neppure lui&Boschi, gli ha chiesto di scusarsi con tutte le persone bruciate o ustionate in vari incendi in giro per il mondo. Siccome vanno di moda pure gli auspici per l’anno nuovo, mi accontenterei di uno: che i giornalisti e i politici che combattono le fake news evitassero, per quanto possibile, di raccontarne. Già bastano e avanzano quelle di chi non le combatte. Noi, per dire, sono quasi cinque mesi che attendiamo con febbrile trepidazione le conclusioni della mega-inchiesta del pool Antiterrorismo della Procura di Roma sull’esercito di “troll” russi al servizio di Putin che, nascosti a San Pietroburgo nelle segrete della sede del Gru (già Kgb), nella notte del 28 maggio orchestrarono, d’intesa con i 5Stelle e la Casaleggio Associati, il celebre “cyber attacco al Quirinale” a colpi di hashtag tipicamente golpisti “#Mattarelladimettiti” per rovesciare Sergio Mattarella che aveva appena respinto Conte per rimpiazzarlo con Cottarelli.

Ai primi di agosto i giornaloni non parlavano d’altro (Repubblica tirò in ballo anche me, perché – col putribondo “metodo Travaglio” – minimizzavo il complotto demoplutoputinianpentastellato contro il capo dello Stato). Poi purtroppo venne giù il ponte di Genova e dovettero dedicarsi ad altre più urgenti missioni: tipo sbianchettare la parola “Benetton” dalle cronache e dai commenti sulle responsabilità di Autostrade Spa nella catastrofe. Così ci lasciarono lì in sospeso, digiuni di novità sull’inchiesta del secolo. I numerosi pm Antiterrorismo e i loro ancor più numerosi investigatori avranno disposto retate di troll russi? Avviato rogatorie a Mosca e a San Pietroburgo? Interrogato Putin, magari inchiodandolo a un confronto all’americana con Di Maio e Casaleggio? O avranno scoperto che, avendo quella sera Di Maio&C. chiesto l’impeachment per Mattarella, non c’era bisogno di andare in Russia per trovare sostenitori delle dimissioni del presidente italiano? Mistero. Ora i sei mesi per indagare stanno per scadere.

E non vediamo l’ora di conoscere gli esiti di cotanto sforzo investigativo: ne va delle sorti della democrazia. Anche perché circola nelle segrete stanze il fantasma di una nuova, proditoria congiura contro Mattarella: qualcuno, l’altra sera, deve aver tagliato le parti più violente del supermonito di Capodanno. I giornaloni, che ne conoscevano a menadito il contenuto, avevano preannunciato durissime reprimende contro i golpisti giallo-verde. La Stampa, la più informata di tutti, ipotizzava addirittura che il Presidente spingesse per “qualche giorno di esercizio provvisorio” onde garantire un regolare dibattito parlamentare sulla manovra, o si accingesse a promulgarla con allegata una “lettera di biasimo”. E non aveva dubbi sul fatto che “Mattarella non eluderà alcuna delle grandi questioni sul tavolo della politica, comprese le più scabrose. Tra le quali si segnala il federalismo”, e lì il presidente “in tv metterà i paletti sulle autonomie delle Regioni”, cioè dirà “senza alcun dubbio” che “l’Italia è una e indivisibile” contro la tentazione di “alimentare nuove sperequazioni”. Dopodiché “non sorvolerà sui rapporti con l’Europa” contro le “pulsioni nazionaliste”. Il Messaggero confermava: “Europa e unità nazionale, il monito di Mattarella contro le riforme divisive: Appello per l’uguaglianza dei diritti da Nord a Sud”. E pure il Corriere: “Ansia per l’Europa, lavoro e diritti nel discorso del Colle”. E figurarsi Repubblica: “L’avviso del Colle contro gli ‘strappi’ di Zaia e Fontana”. Ora, chiunque sia rimasto sveglio durante i 14 minuti del discorso, non ha trovato alcun attacco al governo né alla maggioranza sui temi suddetti (semmai un elogio per aver evitato la procedura d’infrazione, mentre gli unici spunti vagamente polemici riguardavano la sicurezza e la “tassa sulla bontà”, peraltro in via di ritiro). L’unica spiegazione dunque è che qualcuno, non si sa come, sia riuscito a manipolare il testo del messaggio presidenziale, o addirittura il file del video preregistrato, per espungerne i passaggi più “scabrosi”. I soliti troll e hacker russi? Possibile: per chi riesce, senza muoversi da San Pietroburgo e dintorni, a far vincere la Brexit, Trump e i grilloleghisti, oltre a far perdere il referendum a Renzi, tagliuzzare qualche frase da un filmato è un gioco da ragazzi. Nuovo pane per i denti del Pool Antiterrorismo.

Già che ci siamo, aggiungiamo un secondo auspicio per il 2019: che Alessandro Di Battista, dopo la sciata con Di Maio, dismetta il costume da Yeti e assuma almeno una carica a caso fra quelle che i giornaloni gli hanno attribuito negli ultimi giorni. Nell’ordine: sottosegretario alla presidenza del Consiglio, commissario europeo, eurodeputato, capo politico del M5S, ministro degli Esteri, ministro delle Infrastrutture, sindaco di Roma (ma forse anche allenatore della Lazio e fratello adottivo di Davide Casaleggio). Altrimenti dovremmo concluderne che: o i giornaloni specializzati nella lotta alle fake news sono i primi a fabbricarle; oppure anche Di Battista è entrato nel mirino dei troll di Putin. Nel qual caso, visti i loro poteri mefistofelici, non ci resta che pregare per lui.

Straziami ma di baci saziami

Al pari di Lancillotto e Ginevra, Paolo e Francesca, Giulietta e Romeo, protagonisti di amori immortali, io stravedo per Marino Balestrini e Marisa di Giovanni, gli amanti perfetti dell’Italia del boom. Al secolo Nino Manfredi e Pamela Tiffin in Straziami ma di baci saziami, un film di Dino Risi che mi piace tanto: “Gradisce una licurizia?”. “No grazie, nerisce i dendi”; parole intramontabili come “amor che a nullo amato amar perdona”, primo scambio di battute di una promessa d’amore eterno, malgrado gli Scortichini Guido, il “gigande de Rodi… ma io nun zo er nanetto de Bianganeve… in cambana eh!”.

Mi viene in mente mentre passeggio tra i banchi di piazza Navona, nel caos della folla festante, alle soglie dell’ultimo dell’anno. Domani saremo nel Novanta. Ho un po’ paura di questo nuovo decennio, forse perché il numero novanta è sinonimo di paura, anche se io le mie paure le avevo anche negli anni ottanta bah! Un bambino lecca un enorme cialda colorata e sorride soddisfatto, tirato per mano in un mondo stucchevole di zucchero e colori. Ecco cosa sono stati questi anni, dolcissimi e sfolgoranti, affollati di brio e consumi, canzoni e sorrisi, anzi sorrisi e canzoni, festoni e trombette, a far da sfondo a miei sogni. Un signore malmesso gira solo, come Marino disperato prima di buttarsi a fiume, e purtroppo Mister Ok ti salva solo nei film. Lo invito al bar e gli offro cappuccino e cornetto. Non ha vinto un terno a lotto, in fondo gli ho offerto solo un cappuccino, un piccolo rifugio dal freddo e l’indifferenza. Anche lui cerca la sua Marisa forse, come io aspetto il mio Marino. Qualcuno che mi ascolti e dica: “Sotto un aspetto così grazioso c’è anghe profondità di penziero…” e mi rincorra nella neve o nei prati e magari mi canti “…nell’Immeeenzitaaa”.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Pesci, un 2019 infestato dalle streghe. Capricorno: più forte di un capodoglio

 

ARIETE – Nelle Case così di Antonella Abbatiello (Donzelli) stanno una affianco all’altra la “casa a testa in giù per pipistrelli” e la “casa volante per sognatori”: il tuo 2019 sarà un andare e venire da un’abitazione all’altra, ma non è detto che i pipistrelli siano una compagnia peggiore dei sogni.

 

TORO – Antonio Zoppetti, nell’Etichettario (Cesati), elenca tutte le “alternative italiane a parole inglesi”: ad esempio, “hard si può dire pesante, forte o duro e, a seconda dei contesti, aspro, aggressivo, violento”. Da domani sarai forte, d’accordo, ma attenzione all’aggressività accumulata negli ultimi mesi del 2018.

 

GEMELLI – Messaggino per te da una delle Sorelle Mitford di Mary S. Lovell (Neri Pozza): “Ti prego, scrivimi una lettera buona, non da cuore di pietra”. Sii più indulgente con la tua compagna, o l’anno che verrà sarà tutto in salita, tra musi lunghi e ripicche.

 

CANCRO – Nel Palazzo incompiuto (Edt) Judith Mackrell ricorda che “la marchesa (Casati) era un guerriero in lotta contro la mediocrità”. Corazzati quanto lei: Saturno contro metterà alla prova i tuoi sensibili nervi.

 

LEONE – Nei prossimi mesi fai attenzione al Marito passaporto (Fandango): “Se non teme per sé, potrebbe almeno preoccuparsi di quelli che lo circondano”. Non lo farà: Marga D’Andurain prevede separazioni e nuovi amori.

 

VERGINE – “All’inizio era un po’ noioso, ma poi ci ho fatto l’abitudine e ha cominciato a piacermi”: Miura Shion sta parlando di lavoro, non di amanti. Preparati alla Grande traversata (Einaudi): in ufficio, non da un letto all’altro.

 

BILANCIA – Dialogo dal Paracelso di Arthur Schnitzler (Mimesis): “Forse avete voi un rimedio contro lo sconforto dell’anima?”. “Di certo non lo sono i dadi. E neppure il vino. Anche se entrambi fan dimenticare”. Ne avrai di cose e di persone da dimenticare in questo 2019: inizia subito, o dodici mesi non basteranno a chiudere le relazioni pericolose.

 

SCORPIONE – In una delle sue Canzoni (Bompiani), Francesco Guccini canta: “Ma tu non sei cambiata di tanto/ e se cos’è un orgasmo ora lo sai/ potrai capire i miei vent’anni allora?”. Certo che no: alle incomprensioni amorose seguiranno, però, meravigliose riconciliazioni. Buon capodanno!

 

SAGITTARIO – L’ultima volta che ti ho vista (Piemme), non stavi benissimo; Alafair Burke ti consiglia, però, più riservatezza: “Non avrebbe pianto. Non avrebbe dato a quelli la soddisfazione di sentirla piangere”. Non lacrimare fuori casa, almeno fino a Pasqua.

 

CAPRICORNO – “Senza volere, mi ero guadagnata l’odio dei balenieri”: eh, ti credo, questa è la Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa. I nemici in ufficio non se ne andranno certo quest’anno, ma tu sarai più corazzato di un capodoglio; lo sa anche Luis Sepúlveda (Guanda).

 

ACQUARIO – Spiega Kassia St Clair nell’Atlante sentimentale dei colori (Utet): “Nessun animale viene maltrattato durante la produzione del sangue di drago. Questo pigmento viene dagli alberi”. Nel 2019 sarai più manipolabile del solito: attenzione a chi ti circonda; un’amicizia scricchiola pericolosamente.

 

PESCI – “Quella strega mi ha riempito la testa di baggianate”: non è la Befana, ma una tizia che ti ostini a frequentare da mesi. Tronca in fretta, entro la primavera, se non vuoi finire come i Quattro vecchi di merda di Taddei e Angelini (Coconino).

Facce di casta

 

Bocciati

Abbuffate inopportune/1
Tra tante provocazioni profondamente volute e sapientemente cercate, Matteo Salvini è stato messo alla gogna dall’opinione pubblica per una delle esternazioni più innocue da lui mai proferite: “Il mio Santo Stefano comincia con pane e Nutella, il vostro?”. La frase, accompagnata dall’immancabile selfone del ministro col sorcio in bocca, ha avuto però la sfortuna di essere postata nella stessa mattina in cui Catania e dintorni si svegliavano reduci dal terremoto e a Pesaro il fratello di un pentito di ‘ndrangheta veniva ucciso con una raffica di colpi di pistola.
Che nell’azione del ministro non ci fosse dolo è evidente, così come è evidente che, statisticamente, le sue possibilità d’imbattersi prima o poi in una figura barbina da social fossero molto alte: se posti quattro foto al giorno in media, preferibilmente all’ora dei pasti, presumibilmente in cui ti stai strafogando, che una volta o l’altra il post combaci con un evento drammatico e il tuo fiorente appetito risulti quantomeno fuori luogo è altamente probabile.
Un po’ di digiuno mediatico farebbe bene alla salute politica.

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Abbuffate inopportune/2
Nelle stesse 48 ore del pane e Nutella dello scandalo e dell’arancina catanese alla fine del sopralluogo a Catania per il terremoto, Matteo Salvini non ha esaurito il suo appetito e ci tiene a condividerlo con noi: “Mattinata di lavoro con visita ai laboratori della Polizia Ssientifica a Roma (bravissimi!) e ora, prima di tornare in ufficio, un salto a casa per un veloce piatto di penne con ragù di pomodorini e spada. Chissà se gli “amici” del Pd me lo perdoneranno… Chi lo dice a Renzi?”. A questo punto la domanda è una sola: fuori il nome del suo nutrizionista

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Promossi

Chiara pronta per il Viminale
Augusto Minzolini, saturo dell’ultima sequela di scatti natalizi sui profili social dei parlamentari, ha tirato in ballo Chiara Ferragni: “Quando vedo politici sui social in selfie quotidiani ritratti in tutti i modi per dire di tutto, resto perplesso. C’è un’esposizione esagerata dell’ego che privilegia l’apparenza alla sostanza. Allora la Ferragni va fatta senatrice a vita. Io ho idea più sobria della politica”. Considerando la concorrenza che le fa Salvini come influencer, sponsorizzando un paio di prodotti al giorno, la Ferragni meriterebbe almeno il ministero dell’Interno.

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Ogni tanto ci azzeccano
Da quando all’opposizione non gliene viene bene una, si fa notare per efficacia ed ironia il tweet di Matteo Ricci che, da sindaco di Pesaro, aveva il diritto e il dovere di distrarre il ministro dell’Interno dalle sue esibite perfomance gastronomiche per ricondurlo alle seccature del mestiere e, a differenza di altri che hanno strepitato senza essere nemmeno chiamati in causa, l’ha fatto con garbo e pertinenza: “Caro ministro Salvini, Pesaro è sconvolta per l’omicidio di un uomo sotto protezione, fratello di un collaboratore di giustizia. Quando ha finito pane e Nutella vorremmo avere qualche informazione e rassicurazione. La ringrazio.”. Quando vogliono, sanno farlo.

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Freddie Mercury è ancora vincente ma insostituibile

Avevano venti minuti per prendersi il mondo, e ci riuscirono. Era il pomeriggio del 13 luglio 1985 quando venne il turno dei Queen al Live Aid, la più memorabile parata di stelle del rock e del pop, convocate da Bob Geldof per il benefit contro la carestia in Etiopia. Ero sotto il palco: Freddie sedette al piano per l’accenno di Bohemian Rhapsody. Dalla mia postazione protetta, mi spostai d’impulso per raggiungere la curva opposta del vecchio, glorioso stadio di Wembley. Volevo capire se l’onda d’energia della band potesse arrivare intatta a cento metri di distanza. Era così. Settantaduemila spettatori pronti ad alzare le braccia con pavloviana sincronia, le mani battute al ritmo di Radio Gaga. Se Freddie avesse chiesto loro di smontare le tribune, l’avrebbero fatto. Se avesse ordinato a due miliardi di persone ipnotizzate dalla diretta tv intercontinentale di dare l’assalto al Palazzo, avrebbero eseguito il comando.

Mercury era un sovrano planetario, in quel momento. Il suo era un carisma non esattamente riconducibile al potere del rock. I Queen erano grandiosi, ma Springsteen o i Led Zeppelin, in concerto, avevano uno sprint irresistibile. No, la questione è più articolata. Freddie Mercury è un’icona senza tempo perché il suo non è un codice ribellista, iconoclasta, pseudo-demoniaco come quello dei primi Stones o come il punk dei Sex Pistols. Freddie era esplosivo ma innocuo: un fuoco d’artificio.

Non lo percepivano come una minaccia della contro-cultura, ma come un’animazione in 3d. La sua spregiudicatezza sessuale era ostentata, giocosamente macchiettistica, e nessun uomo etero si sentiva insidiato nell’inconscio. I bambini vedevano in lui un eroe da fumetto, gli adulti ne adoravano l’attitudine kitsch così come l’inarrivabile tecnica vocale. Era un istrione in scena, un individuo gentile dietro le quinte. Quello stesso giorno del Live Aid lo vidi consolare il disorientato Bono, che era stato appena cazziato dagli altri U2 per aver perso tempo prezioso nello show tuffandosi davanti alle transenne per abbracciare una fan. “Hai fatto una cosa memorabile”, disse Freddie al collega dublinese. Oggi, più di un quarto di secolo dopo la scomparsa, Mercury è di nuovo qui. Certo, c’è l’effetto nostalgia di chi negli anni Ottanta era adolescente con il suo poster in camera, ma anche la certezza che una star galattica così non sia riproducibile. E i primi a rendersene conto sono stati proprio i Queen superstiti: grottesca è la loro pretesa di andare in tour con dei cantanti che soccombono nel confronto con Freddie. Qualcuno dei candidabili, fiutando la malagrana, aveva rifiutato al volo. Subito dopo il maestoso tributo live in morte di Mercury, di nuovo a Wembley, si era fatto il nome di George Michael. Poi Robbie Williams. Stando a quel che ci racconta toccò pure a Zucchero. “Ci pensai su per una notte dopo aver cantato con i Queen in Sudafrica in omaggio a Mandela, poi ringraziai e dissi no”, sostiene Sugar. Un paio di vocalist ci sono cascati: dapprima Paul Rodgers già in disarmo e ora il giovane Adam Lambert. Di lui dice May: “Penso abbia un dono di Dio. Non tenta di emulare Freddie, che l’avrebbe amato e odiato”. Sì, ok, Lambert è un bravo pupazzo, un avventizio ingaggiato a cottimo per mascherare un’operazione a forte sospetto di sacrilegio. Più rispettoso sarebbe stato proiettare l’ologramma di Mercury.

E anche il film Bohemian Rhapsody, di cui i Queen sono stati produttori, non può essere altro che una celebrazionedi Freddie. Anni per revisionare la sceneggiatura, un epico scontro con Sacha Baron Cohen che era stato scelto per interpretare Mercury prima di Rami Malek, una costante limatura alla trama perché i tre della band non ne uscissero come meri comprimari. Tutto inutile. Freddie è il Re-Regina, condannato all’immortalità, all’eterna giovinezza, a incarnare un gaudioso, portentoso vitalismo. È il destino dei divi. In nome di ciascuno.

La Settimana Incom

 

Bocciati

Mamma mia
Naike Rivelli prova a fare un discorso di senso compiuto a Off Topic – Fuori dai luoghi comuni su Radio 24. “Essere figlia di Ornella Muti a me in passato ha dato solo fastidio”. Ma anche: “Se mi chiamano come mia madre mi viene da ridere, vorrei baciarle il culo perché vorrei essere come lei alla sua età. Oggi essere la figlia di Ornella mi agevola, un tempo ero la pecora nera della famiglia perché volevo parlare sempre dei cavoli miei. Essere figlio di genitori ingombranti alla fine è un’arma a doppio taglio, può essere ingombrante o darti una grande mano”. Apperò.

 

Nc

Carte mischiate
Kevin Spacey è in attesa dell’imminente rinvio a giudizio per il caso delle molestie sessuali. L’attore che interpretava il malefico Frank Underwood in House of Cards (la cui ultima stagione, senza di lui, è stata un flop) in un video di tre minuti, intitolato Let me be Frank (Lasciate che sia Franco o…Frank) gioca con le ambiguità e prova a difendersi, rivendicando l’assenza di prove: “Se non ho pagato il prezzo per le cose che sappiamo che ho fatto, certamente non pagherò per ciò che non ho mai commesso”. E dopo aver sottolineato che è il pubblico a reclamarlo (“so cosa volete: volete che torni”), conclude: “Aspettate un attimo: ora che ci penso, non mi avete mai visto realmente morire, vero? Trarre conclusioni può essere ingannevole. Vi manco?”.

 

Promossi

Dio li fa poi…
Lino Banfi in vena di confidenze ai microfoni di RadioDue: “Parlo sempre poco dell’infanzia e dell’adolescenza perché non le ho avute. Nell’infanzia c’era la guerra, ero con i miei genitori in campagna per paura delle bombe. Poi appena finita la guerra sono andato in seminario, a fare il prete. Sono uscito a 14 anni. Sarei dovuto diventare prete per nobilitare la razza Zagaria… A un certo punto mi hanno cacciato via insieme a un altro che oggi fa il chirurgo”. Motivo? “Eravamo impertinenti, ci arrampicavamo sul cornicione per spiare le suore di clausura che alloggiavano nel convento vicino”. Poi arrivarono Nadia Cassini e Gloria Guida.

 

Poesia & nostalgia

Lunga intervista di Depardieu a Repubblica, in occasione dei suoi settant’anni. Rimpianti? “Abbiamo perso la poesia, che è una forma di vita prima ancora che una forma d’arte. Ho veramente conosciuto un altro mondo ed un’altra epoca lavorando con persone ed artisti come Truffaut, Pialat, Monicelli, Bertolucci, Ferreri. Persone pure, con un talento magnifico e cristallino”.

 

Addio Amos
Se n’è andato Amos Oz, grande scrittore israeliano che purtroppo non ha mai vinto il Premio Nobel per la Letteratura.. Abbiamo scelto una frase per ricordarlo: “Non ho mai visto nella mia vita un fanatico con il senso dell’umorismo, né una persona con senso dell’umorismo diventare un fanatico, a meno che avesse perso il suo humor”.

L’errore champagne col dessert. E chi lo propone poi fa il trenino

Sfatiamo un primo abbinamento classico: champagne e ostriche, non va bene. Perché? Perché lo zinco del mollusco abbinato all’acidità e alla carbonica dello champagne vi farà sentire in bocca un sapore metallurgico. E comunque il salmastro della conchiglia difficilmente si sposerà bene con le trame sofisticate delle bollicine. Ma contenti voi, contenti tutti, noi mai. Ora però, visto che il cenone di fine anno è vicino, pensiamo all’abbinamento più meschino che esista: il dolce con lo champagne. Non va bene, e il motivo è semplice: perché abbinare un vino secco a una pietanza dolce?

Il dessert, per i comuni mortali – cioè noi – va sempre abbinato con un vino concordante, ossia dolce con dolce. Senza arrivare al vino dolce supremo, lo Château d’Yquem, che è un Sauternes supremo, il re dolce di Bordeaux – vino per il quale Giorgio Pinchiorri nel novembre del 1992 si buttò tra le fiamme dell’Enoteca per salvarne un esemplare del 1820 – per il dolce si può pensare a uno champagne demi-sec, a un moscato o a una malvasia dolce, l’importante è che sia, appunto – rimarchiamo – dolce. Perché tentare un accostamento per contrasto (dolce con vino secco) significherebbe cercare vini talmente alcolici da valicare vette impensabili. Dunque, non potendo andare di contrasto, conviene sempre assecondare: i risvolti zuccherini dei due sapranno accentuarsi a vicenda, accordandosi in un equilibrio perfetto senza che nessuno rischi di coprire l’altro. Avete mai provato ad abbinare un vino con il gelato? Impossibile, perché il freddo che anestetizza le pupille farà sparire il vino come fosse acqua. E con il cioccolato? Men che meno, qui serviranno vini invecchiati, molto dolci e con acidità pari alla concentrazione di cacao. Comunque una regola da tenere a mente è che il vino non deve mai essere meno dolce del dessert, quindi lo champagne non va bene con nessun dessert.

Le eccezioni esistono, ma sono rare. Anzi, rarissime, e molto costose. Come quella di uno chef che riesca a tenere in equilibrio perfetto i gusti primari: dolce, salato, acido e amaro. Questo perché quando i quattro moschettieri sono in equilibrio perfetto, e nessuno prevale sugli altri – anche qui, cosa rarissima – in bocca si spalancano le porte ai gusti secondari, ossia gli aromi. E solo in casi rari come questi, in cui la bocca dopo ogni boccone torna al grado zero, potremmo bere qualsiasi vino, bianco o rosso che sia, tanto lei, la bocca, in quel momento è pronta a tutto senza condizionamenti. Però questi, come detto, sono casi più unici che rari, quindi non consideriamoli troppo.

A noi, nella maggior parte dei casi, durante il cenone di Capodanno ci verrà propinato il mitico panettone artigianale ripieno di zabaione e crema e cioccolato e altro colesterolo sotto forma di delizia, quindi al primo che in quel frangente dirà “qui ci vuole champagne!” scagliategli in testa i canditi che avete scartato. Perché costui sta attentando alle vostre papille gustative rovinandovi sia panettone sia champagne, dunque il finale della festa. E, badateci, sarà lui quello che farà partire il trenino di mezzanotte.

Il generale Dalla Chiesa raccontato da bambini della terza elementare

Lo so. Lo so che potrebbe sembrare materia di interesse personale. E in parte lo è. Ma credetemi, è molto di più. Vorrei vedere voi a trovarvi tra le mani un lavoro fatto da 33 alunni di terza elementare con tanta passione e tanto amore. Che in pochi istanti comunica mesi di impegno, la lettura di libri e le conferenze in classe, la storia e il disegno, l’italiano e l’educazione civica, la geografia e l’educazione artistica. Provate a immaginare due classi di bambini che nulla sanno della nostra società se non le due o tre cose afferrabili ogni giorno dalla tv, e che dai sussidiari apprendono, di storia, pochi aneddoti e poche date lontane, che si gettano invece nello studio di un argomento di storia contemporanea, e nemmeno dei più agevoli.

Provate a immaginarli ascoltare, interrogare, ritagliare, confrontarsi, parlarne a casa. E misurarsi di buzzo buono con le proprie capacità di mettere sui fogli una storia a colori, quasi un saggio embrionale di graphic journalism. E andare alla ricerca di piccoli, minuscoli oggettini, qui un cordoncino, qui un bottone, qui un pezzo di stoffa, o un ciuffo di ovatta, tutte cose senza valore ma in grado di dare valore al prodotto finale: un album di 36 pagine, costruito con le proprie mani, su un personaggio storico dell’antimafia, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che ognuno, con tanto di nome, ha disegnato secondo propria ispirazione. Il protagonista è quello, certo, ma potrebbe essere Giovanni Falcone, o Paolo Borsellino, o chissà quanti altri. Il fatto è che la scuola “Dante”, dell’onnicomprensivo “Don Milani”, ha partecipato a un concorso dell’Arma dei carabinieri e ognuno ha fatto la sua parte con serietà professionale.

Due ufficiali, disegnati nell’album, sono stati a scuola per parlare di legalità e di regole. La storia del generale nasce dai loro racconti, ma soprattutto da letture in classe, giornali d’epoca, libri, e non uno solo. Molti bambini sono rimasti colpiti dal fatto che il loro personaggio amasse il calcio e andasse allo stadio. Qualcuno dal fatto che gli piacesse la nutella (vero, ma dove l’avranno trovato?). Che volesse bene ai bambini e ai giovani e agli animali. Scrivono che in Sicilia fu lasciato solo. Quel che colpisce l’osservatore, invece, è che nelle 36 pagine, tutte ritagliate in cartone assecondando la forma del generale, dal busto al berretto, non compaiano gli svarioni tipici di molti servizi giornalistici e televisivi: i salti di luoghi, gli errori di date, la dimenticanza dell’agente di scorta. Riflessione: dunque un’informazione corretta è possibile, si può fare anche a otto-nove anni, senza frequentare le scuole di giornalismo.

A questo punto vorrete sapere quale insegnante stia alle spalle di questo straordinario lavoro corale, poiché nulla di grande si fa in una scuola senza un grande insegnante. Ecco, si chiama Monica Ruscitti, è abruzzese ed è venuta in questa scuola di Monza 25 anni fa. Ha coinvolto due colleghe più giovani (“ma anch’io sono abbastanza giovane”, si concede), Carmela Cipolla, insegnante di matematica, e Anna Maria Celso, direttrice della scuola. Ha la passione per la legalità, e non è la prima volta che i suoi alunni vincono un concorso. “La cosa che più raccomando è l’educazione, il rispetto” (concetto che infatti torna molte volte nei disegni), “lei sa che cosa arriva oggi nelle scuole, anche se i miei sono tutti bravi”. La grande maestra protegge da possibili dubbi i bambini delle attuali IV a e IV b, tra cui tanti sono i piccoli di origine straniera. “Che cosa è rimasto loro? Ricordano tutto di questa esperienza. I carabinieri ci hanno aiutato, ci hanno anche fatto vedere i cavalli qui al centro di Monza, e quando c’è stata la festa dell’Arma, siccome non volevo gravare economicamente su nessuno per la trasferta, ci hanno mandato un pullmino. Soprattutto sono state belle le letture in aula, siamo partiti dalla fiaba ‘La scelta del sovrano giusto’, dedicata al generale, per poi passare dalla morale della fiaba alla storia vera. Noi leggiamo sempre insieme in aula, due ore a settimana, la lettura è il cibo della mente, e io glielo dico, ‘la mente ve le dovete coccolare’. Pretendo molto, perché lavoro molto. Ma loro sono fantastici”.

Come fantastica, devo dire, mi è apparsa l’idea di mandarmi tutto in regalo per Natale, con quelle firme infantili che si dispongono con serietà in orizzontale e in diagonale. E le maestre che si firmano pudicamente “le insegnanti”. Forse una grande Italia cova sotto la cenere.

Tradimenti in epoca social: “Ho cercato su Facebook la fidanzata del mio amante”

 

Cara Selvaggia, la premessa è che sono (ero) una delle poche rimaste a non avere Facebook e a non amare i social. Nel dormiveglia, sabato sera, col sottofondo appena fastidioso di un film mi sveglio di soprassalto e penso che la mia relazione con un uomo fidanzato che il sabato sera, ovviamente, lo passa con lei e non con me non ha più molto senso. A quel punto cerco, per la prima volta su Google (sono strana, lo so) il nome di lui e vedo che ha una pagina Fb. Mi iscrivo a Fb col nome del mio cane e guardo la sua pagina. Spunta subito una foto con una testa brizzolata a me familiare col tag Serena D. Clicco e vengo catapultata dal mondo delle mie fantasie a lungo coltivate al mondo reale, quello in cui le persone poggiano i piedi per terra e hanno una vita, una faccia, dei sentimenti; quel mondo di cui non avrei voluto prendere mai visione, ma, soprattutto, quel mondo a cui mai avrei voluto prendere parte. Ecco quello che vedo nel profilo di Serena D. C’è ragazza tatuata col caschetto, di spalle, che guarda i grattacieli di New York. Ha dei jeans larghi, forse le piace stare comoda perché potrebbe permettersi cose strette e più sexy. È come me, penso. La comodità prima di tutto. Vado avanti a guardare. La verità, si sa, è una matrioska e così finisco per scavare in una vita non mia. Capisco improvvisamente il senso perverso di Facebook. E qui trovo la vita di quella che potenzialmente potrebbe essere una mia amica: film che ho visto, libri che ho letto, musica che anche io ascolto e poi tante foto, di posti, di sorrisi, frasi che mi piacciono, idee che condivido, amici con l’aria sincera. Poi foto più intime, foto di una coppia che si ama e sembra felice, commenti da innamorati, a tratti ironici, pieni di complicità. Ed io ho provato schifo per me stessa, perché ho fatto, volontariamente e scientemente del male a questa ragazza che ho sentito così affine a me nelle immagini della sua quotidianità; ma soprattutto ho provato schifo per l’ipocrisia di lui, per la superficialità con cui ha definito una fidanzata che lo ama solo “una situazione complicata”, schifo per il suo scherno verso un fidanzamento che forse si è solo trasformato in routine e normalità. Schifo perché ha preferito cedere a un’evasione facile e senza pretese (me). O almeno questo è quello che ha creduto, perché io non sono facile, tutt’altro, io sono come Serena. E lo lascerò oggi stesso. Intanto mi auguro, come nelle migliori tragedie greche, che il senso di colpa, ogni giorno, quando guarda Serena negli occhi, gli mangi il fegato e gli distrugga l’anima.

 

Il tuo problema cara Valeria è proprio la tua scarsa familiarità con Facebook. In una sorta di capovolgimento della realtà, sei convinta che quello che hai visto su Fb (lui e lei felici, Serena una donna perfetta) sia verità, e che quello che hai vissuto con lui sia ipocrisia. In realtà è molto probabile che ci sia più verità in un paio di corna che in una foto profilo su Fb vestiti da sposi. Fai log out da Fb. E da lui.

Valeria

 

“Violenze in casa dei vicini, chiamate mentre succedono”

Cara Selvaggia, andando a trovare mia sorella per le feste l’ho trovata molto scossa. Le ho chiesto cosa fosse successo, e mi ha spiegato che nell’appartamento sotto il suo, la scorsa notte ha sentito una coppia litigare violentemente (due ragazzi abbastanza giovani, lui personal trainer) per motivi futilissimi (sembra che lei non abbia preparato una valigia in maniera adeguata) e successivamente tanti colpi sordi, purtroppo inequivocabili. Lei ha cercato di fare rumori, di attirare l’attenzione, è andata sul balcone e poco dopo la ragazza è uscita pure lei sul terrazzo, con lui che le diceva “vai pure” e lei che non diceva una parola. Mia sorella non è più riuscita a chiudere occhio (purtroppo abbiamo avuto una infanzia segnata da episodi di violenza familiare, e la cosa ci tocca in maniera profonda) e la mattina successiva ha segnalato la cosa in portineria, prima di andare dai carabinieri. Con sgomento, ha appreso che questa situazione era già conosciuta, che “sì, hanno visto lei con lividi sulle braccia” e “stai attenta che se lo denuci poi ci vai di mezzo tu”, o ancora “cosa ne sappiamo noi, magari a lei va bene” e amenità del genere. Tralasciando questo menefreghismo, mia sorella ha contattato “La casa della donna” per segnalare la cosa, e loro hanno preso la segnalazione ma le hanno spiegato che possono intervenire solamente nel caso che sia la maltrattata a fare la denuncia e che hanno quindi le mani legate. Mi chiedo: davvero non possiamo far altro che aspettare che le cose precipitino? Davvero non abbiamo gli strumenti per fermare questo individuo? Davvero possiamo intervenire soltanto a “cose fatte”?

Massimo

 

Tutto quello che può fare tua sorella è chiamare le forze dell’ordine MENTRE i due litigano. Magari lei con i carabinieri alla porta minimizzerà e lo difenderà, ma intanto lui saprà che i vicini non fanno finta di nulla. Riguardo la ragazza, mi auguro impari a fare una cosa che per certe donne è un traguardo complesso: salvarsi.

 

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L’orso sta conquistando la Borsa. È l’annuncio di una recessione?

Per convenzione, sui mercati finanziari si identifica una “correzione” ogni volta che gli indici arretrano di almeno il 10% dai massimi, mentre un bear market viene identificato quando il ritracciamento è di almeno il 20%. Proprio quello che sta accadendo a quasi tutti i maggiori indici azionari mondiali. Al netto delle convenzioni di misurazione, nel mese di dicembre la ritirata è stata precipitosa, suggellando un secondo semestre di preoccupazioni e un quarto trimestre di ansia conclamata. In simili circostanze, immediata scatta la ricerca della causa del ribasso.

E ce ne sono molte, come sempre. Da una ripresa che negli Usa ha ormai raggiunto quasi un decennio sino ai presunti errori di comunicazione del presidente della Federal reserve, Jay Powell. Che, a differenza dei predecessori, sembra guardare con occhio indifferente ai capricci e alla collera dei mercati, indisposto a correre in loro soccorso al primo violento ribasso. Powell ha ribadito che la riduzione delle dimensioni del bilancio della Fed, che lascia scadere senza rinnovare i titoli comprati negli scorsi anni, prosegue “col pilota automatico”, mentre per i rialzi dei tassi nel 2019 si profila solo una lieve decelerazione rispetto alle attese. L’atteggiamento della Fed ha prodotto nelle ultime settimane quello che i mercati tendono a considerare presagio di recessione: l’appiattimento della curva dei rendimenti, cioè della differenza di remunerazione tra titoli di stato a lunga scadenza e quelli a breve.

Non sempre all’appiattimento è associata una recessione, ma la convinzione dei mercati e i programmi di trading automatico tendono ad autoavverarla, soprattutto quando (come nelle fasi attuali) la banca centrale sta ritirando liquidità, cioè togliendo ai mercati la caraffa del punch come dicono gli americani. Intanto la psicologia degli investitori sembra mutata: dal timore di perdersi i rialzi, che spingeva agli acquisti durante fasi di ribasso, si è passati alle vendite durante le fasi di forza del mercato. Le scomposte critiche di Donald Trump, che vorrebbe che la Fed non alzasse i tassi o almeno non così rapidamente, e la maldestra iniziativa del segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, che si è sentito in dovere di rassicurare sulla liquidità delle banche, cioè su un tema che il mercato neppure considerava, hanno fatto il resto iniettando ulteriore volatilità inclusi rimbalzi da ricoperture. Forti ribassi di borsa non sono necessariamente buoni previsori di recessione (pur potendo retroagire negativamente sull’economia reale), ma è innegabile che il quadro dell’economia globale si è deteriorato, tra crescenti tensioni protezionistiche e riduzione di liquidità, vero catalizzatore della reazione ribassista. L’attacco della politica all’indipendenza delle banche centrali, in atto un po’ ovunque, contribuisce ad accentuare l’incertezza.