Nessuno vuole più fare il chirurgo. E il motivo principale sono le cause legali promosse contro i medici. Gli spot come quello di Obiettivo risarcimento (società che si occupa dei presunti errori sanitari negli ospedali), andato in onda sulle reti Rai e bloccato dopo due giorni in seguito all’ondata di polemiche e di sdegno da parte di camici bianchi e società civile, è la punta di un iceberg di campagne pubblicitarie aggressive di avvocati-avvoltoi che ciclicamente invadono strade, metropolitane e siti web. Trappole per pazienti un po’ troppo ingenui. Anche perché secondo un’indagine della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario, il 98,8% dei procedimenti per casi di lesione colposa e il 99,1% di quelli per omicidio colposo vengono archiviati. “Se incitiamo i cittadini a denunciare le sale operatorie chiuderanno”, è il grido di allarme di Piero Marini, presidente dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi). Che spiega: “Quest’anno al concorso per le specializzazioni su 16mila laureati in medicina, meno di 90 hanno indicato la chirurgia generale come prima scelta lasciando scoperti oltre 270 posti”.
Manovra, dai terreni ai bonus: le novità per casa e famiglia
Dai congedi di paternità agli ecobonus, dalle ristrutturazioni edilizie ai terreni passando per asili nido e caregiver familiare. Queste alcune delle misure che compongono i pacchetti casa (si tratta delle detrazioni per le spese relative agli interventi di efficienza energetica, ristrutturazione edilizia e misure antisismiche) e famiglia previsto dalla manovra approvata dal Senato nella corsa contro il tempo, tra venerdì e sabato, per evitare l’esercizio provvisorio. Vediamole nel dettaglio.
Ecobonus. Prorogata al 31 dicembre 2019 la detrazioni del 65% per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Il bonus, da ripartire in 10 rate annuali di pari importo, si richiede per le spese sostenute per i lavori sulle singole unità immobiliari volti a ridurre il fabbisogno energetico per il riscaldamento, migliorare l’isolamento termico dell’edificio, installare pannelli solari per produrre acqua calda, sostituire impianti di climatizzazione invernale con caldaie a condensazione e gli scaldabagni in pompa di calore.
La detrazione si riduce al 50% per alcuni interventi, come l’acquisto di infissi, schermature solari, impianti di climatizzazione invernale con caldaie a condensazione almeno in classe A.
Per i lavori sulle parti comuni degli edifici condominiali o che interessano tutte le unità immobiliari che compongono l’edificio, il bonus sale al 70-75% quando la riqualificazione consente di raggiungere determinati indici di prestazione energetica. Queste maggiori detrazioni vanno calcolate su un ammontare complessivo fino a 40.000 euro da moltiplicare per il numero delle unità immobiliari. Il bonus aumenta all’80-85% se i lavori permettono anche di ridurre la classe di rischio sismico dell’edificio, con un limite massimo di spesa di 136.000 euro moltiplicato per il numero di unità immobiliari. Tutte queste detrazioni coprono le spese effettuate fino al 31 dicembre 2021.
Ristrutturazioni. La detrazione fiscale è del 50% fino a una spesa massima di 96.000 euro per singola unità immobiliare. Riguarda una serie di interventi, tra cui la manutenzione ordinaria (ma solo sulle parti a uso comune degli edifici) e straordinaria, il restauro e risanamento conservativo, opere finalizzate a ottenere risparmi energetici, installazione di fonti rinnovabili (tra cui pannelli fotovoltaici e batterie), bonifica dell’amianto.
Mobili. Su un ammontare complessivo massimo di 10.000 euro per l’acquisto di mobili e di elettrodomestici di classe non inferiore ad A+ (A per i forni), finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione, si può richiedere la detrazione del 50%.
Bimbi. Sale da 1.000 a 1.500 euro all’anno, per tre anni, il bonus per pagare asili nido pubblici e privati (o per supporti in casa a bambini sotto i tre anni, con gravi disabilità). L’aumento di 500 euro varrà dal 2019 al 2021. Il buono viene versato dall’Inps su presentazione della documentazione che attesta iscrizione e pagamento della retta. Stanziato un milione di euro per l’acquisto di dispositivi di allarme per impedire l’abbandono dei bimbi in auto. Il bonus bebè, confermato, è stato invece inserito nel dl fiscale.
Famiglie numerose. È prevista l’assegnazione a titolo gratuito di una quota dei terreni agricoli a favore dei nuclei familiari con tre o più figli, uno dei quali nato nel 2019, 2020 e 2021 o alle società costituite da giovani imprenditori agricoli. Si potrà richiedere un mutuo fino a 200.000 euro, senza interessi, per l’acquisto della prima casa che dovrà essere ubicata in prossimità del terreno assegnato. Ma per i dettagli servirà un decreto ad hoc. La manovra ha stanziato un milione di euro per la carta famiglia che prevede sconti sull’acquisto di beni o servizi e riduzioni tariffarie per famiglie con almeno tre figli conviventi di età non superiore a 26 anni.
Congedo. Si eleva da 4 a 5 giorni quello obbligatorio per il padre lavoratore dipendente. Confermata la possibilità di allungarlo di un altro giorno in sostituzione della mamma e riducendo il suo periodo di astensione obbligatoria. Va goduto entro cinque mesi dalla nascita.
Mamme lavoratrici. Dal 2019 sarà possibile rimanere al lavoro fino al nono mese di gravidanza e godere dei cinque mesi di congedo obbligatorio dopo il parto. Prevista anche una corsia preferenziale nella concessione dello smart working: il lavoro da casa per le lavoratrici nei tre anni successivi al congedo di maternità o ai lavoratori (mamme e papà) con figli disabili.
Caregiver familiare. Per chi si prende cura di un familiare non più autosufficiente è stato incrementato di 5 milioni di euro il fondo per ciascun anno del triennio 2019-2021.
Santa Fe, addio chiavi: basta l’impronta digitale
Forse è il regalo più gradito che il mondo dell’auto riceve da quello degli smartphone. Se finora era il look dei cellulari ad aver contaminato i cruscotti con schermi ad alta definizione pronti per ogni tipo di interfaccia d’uso e applicazioni, ora Hyundai “ruba” qualcosa in grado di fare la differenza in tema di sicurezza e personalizzazione. La nuova Santa Fe, attesa nel 2019, sarà la prima vettura al mondo dotata di un sistema di accesso in abitacolo e di avvio del motore con riconoscimento delle impronte digitali. Nulla di fantascientifico, questa tecnologia appartiene ormai da tre anni agli smartphone di fascia alta, ma comunque un passaggio storico che apre molti scenari. Santa Fe monta ben due lettori di impronte, sulla maniglia esterna e sul tasto di accensione accanto al volante. Ma la casa coreana garantisce anche l’assoluta affidabilità in termini di sicurezza, cioè un margine d’errore del lettore di 1 su 50 mila. Un rischio statisticamente basso, che diventa addirittura nullo nel mondo reale, dove questo sistema sostituisce quanto fatto finora con le chiavi smart o i più sofisticati trasmettitori Nfc, comunque scannerizzabili a distanza da parte di un malintenzionato. Ma ancora una volta, prendendo a prestito l’esperienza degli smartphone, la lettura delle impronte spalanca la strada all’idea della personalizzazione più estrema dell’auto, che può riconoscere al volo il singolo individuo e allinearsi alle sue preferenze regolando la posizione del sedile, del volante o degli specchietti retrovisori, la tipologia di connessioni da stabilire o le regolazioni del climatizzazione. Per l’auto su misura, finalmente, basta un dito.
L’automobile che è stata e quella che verrà
Non è stato un anno semplice per l’auto quello che finisce oggi. Di cose ne sono successe, anche più di quante se ne possano citare. Ma non si può non ricordare l’uscita di scena di due grandi vecchi come Sergio Marchionne e Carlos Ghosn, a capo rispettivamente di Fca e Renault-Nissan. Il primo se l’è portato via una grave malattia il 25 luglio, un mese dopo aver presentato il più ambizioso piano industriale Fca degli ultimi anni, che proprio dal 2019 il suo successore Mike Manley dovrà dimostrare di saper realizzare. Il secondo è stato arrestato in Giappone a fine novembre, con l’accusa di false dichiarazioni sui propri compensi e distrazione di fondi dalla sua azienda, che lo ha scaricato. Punti di riferimento che non ci sono più.
Come non c’è più il vecchio sistema di omologazione delle autovetture, che ha portato allo scandalo dieselgate e alla successiva demonizzazione del gasolio: dal primo settembre è stato sostituito dal nuovo ciclo Wltp più vicino ai consumi (e dunque alle emissioni) reali, che qualche grattacapo ai costruttori l’ha creato. In attesa di verificare, l’effettiva consistenza dei provvedimenti che il governo italiano ha deciso per difendere la qualità dell’aria. Il sospetto, per ora, è che siano più bonus che malus. Nel 2019 ci aspettiamo passi avanti delle nuove tecnologie, dall’elettrificazione alla guida autonoma. Ma anche un ripensamento complessivo sull’auto, che non deve più essere considerata come la portatrice di tutti i mali.
Accordi e disaccordi: il 2019 sarà l’anno delle alleanze?
Fra un coup de théâtre e l’altro: è così che è trascorso il 2018 su quattro ruote. Il più triste è stato il prematuro addio di Sergio Marchionne, scomparso a fine luglio: lascia una Fca finanziariamente risanata, ma quasi tutta da ricostruire a livello di prodotto ed elettrificazione, nonché con gli stabilimenti italiani ancora da riportare alla piena occupazione.
Dieci anni fa Marchionne profetizzò la sopravvivenza di pochi mega-colossi dell’industria di settore, generati da alleanze e fusioni aziendali.
Un’affermazione profetica ancora oggi, suffragata da quanto bolle in pentola: in primis, la maxi alleanza fra Volkswagen e Ford. Le due multinazionali hanno avviato trattative per ampliare la propria partnership ben al di là dei veicoli commerciali: nessuna prospettiva di fusione all’orizzonte, sia chiaro, quanto la comune volontà di condividere i costi di ricerca, sviluppo e produzione – specie quelli dei veicoli elettrici e autonomi – per massimizzare gli utili. “Vw sta considerando di costruire una seconda fabbrica in America (l’altra si trova a Chattanooga, nel Tennessee, nda)”, ha recentemente affermato l’ad della Volkswagen, Herbert Diess: “Siamo in trattative avanzate con Ford per costruire un’alleanza globale che rafforzerebbe anche l’industria americana. Potremmo usare le capacità produttive di Ford negli Usa per costruire automobili per Vw. Inoltre, abbiamo bisogno di un impianto aggiuntivo per i marchi Volkswagen e Audi”.
Nel frattempo anche Bmw e Daimler, che già condividono un servizio di car sharing (risultato dalla fusione dei rispettivi Drive Now e Car2Go), stanno pensando a un’alleanza di vasta portata su tecnologie, piattaforme e componentistica. Senza contare che i bavaresi hanno giù un rapporto d’affari con Toyota per la realizzazione delle sportive Z4 e Supra e per la ricerca sulle auto a idrogeno. Mentre Daimler (che detiene Mercedes) ha una partecipazione azionaria incrociata con l’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, con cui condivide alcune meccaniche.
Dai suddetti valzer rimane fuori proprio Fca: “Dopo la cessione di Magneti Marelli (venduta ai giapponesi di Calsonic Kansei per 6,2 miliardi di euro. Altra pietra miliare del 2018, nda) siamo in una posizione finanziaria più forte che in passato. Il nostro obiettivo è eseguire il piano industriale restando indipendenti”, aveva recentemente annunciato l’ad Mike Manley.
Nessun rimpianto, quindi, per il mancato matrimonio con GM (ormai fuori dall’Europa dopo la cessione di Opel ai francesi di Psa), più volte caldeggiato da Marchionne. Né alcun ammiccamento ai coreani di Hyundai, da molti indicati come i papabili acquirenti di Fca o parte di essa.
Sovranismo vuol dire morte, bisogna “sconfinare” sempre
Con questo libro in mano (Sconfinare di Donatella Ferrario, Edizioni. San Paolo ) mi sto domandando se qualcuno di voi che legge queste note (e gli scrittori che hanno partecipato al viaggio dell’autrice, Pap Khouma, Claudio Magris, Paolo Rumiz, Abraham Yehoshua e altri) ricordi il giorno in cui Schengen, l’Europa senza confini sognata in prigionia da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, si è trasformata, da fiaba buona e utopistica in realtà politica, senza più soldati, sbarre e garitte. Io ricordo che subito dopo l’annuncio di Schengen (“non ci sono più frontiere!”) mi è capitato di andare in Francia, in Germania, in Olanda lo stesso giorno, e di attraversare i passaggi liberi e vuoti, che poco prima erano di controllo, con lo stesso stupore un po’ felice e un po’ incredulo di tutti gli altri cittadini dell’Unione europea che si avventuravano nel mondo libero e nel futuro. Leggo adesso all’inizio, nel libro di Ferrario: “Il viaggio è iniziato a Milano con lo scrittore senegalese Pap Khouma, che da oltre trent’anni vive e lavora in Italia. Volevo che mi raccontasse il confine, lui che ne è l’essenza, perché lo ha vissuto drammaticamente, come altri lo stanno vivendo in questi nostri anni”. L’autrice mi sta dicendo che dall’anno di Schengen alla scrittura e pubblicazione del suo libro è successo qualcosa che nega quel fatto grandioso che stava cambiando il mondo. Leggo infatti sul Corriere della Sera (15 dicembre) un articolo di Marco Cremonesi sul convegno degli intellettuali e docenti della “internazionale sovranista.” E cita il giurista Giuseppe Valditara che apre i lavori dicendo: “Il XX secolo si è chiuso con la grande questione della libertà. Il XXI si apre nel segno della sovranità”. E spiega che ci si deve opporre “all’ideologia che vuole annullare il principio di identità nazionale, l’esistenza stessa dei confini e sancisce il diritto umano a emigrare”. È uno strano annuncio perché invita celebrare non l’ingresso nel XXI secolo ma il ritorno al XIX, elencando ciascuno dei suoi cancelli di chiusura. Infatti non c’è sovranismo senza sangue (sta già accadendo, nelle prigioni libiche, nei porti chiusi, in mare).E imperversa la pretesa di essere superiori. Ecco perché l’avere capito e narrato, in questo momento italiano, (con testimonianze indimenticabili) la civiltà umana, civile, religiosa dello “ sconfinare” che vorrebbero proibirci, e punire, è un gesto di testimonianza e di difesa dal pauroso retrocedere fra confini chiusi (che richiedono armi) e divieto di emigrazione (che richiede morte) di cui dobbiamo essere grati a questo libro, alla sua autrice e ai testimoni che vi partecipano, con il loro nome e la loro autorevolezza.
Rubare l’arte per la réclame. Eterna lotta del bene comune
Lo street artist Jorit Agoch ha fatto causa alla Peroni perché quest’ultima ha usato, senza chiedere autorizzazione né tantomeno concordare un compenso, il suo grande murale napoletano che raffigura San Gennaro per pubblicizzare la Birra Napoli.
Lo ha raccontato il Corriere del Mezzogiorno, aggiungendo che se l’artista dovesse ottenere i suoi 50.000 euro, li investirebbe nella realizzazione di un altro murale pubblico, sempre a Napoli. Il lettore di questa rubrica ricorderà un episodio per certi versi analogo: quello che riguardava la Sirena Parthenope di Francisco Bosoletti, un’altra pittura napoletana di strada usata per fini promozionali, in quel caso da una banca. Identico, nei due episodi, l’argomento invocato dalle imprese: l’arte pubblica non è di nessuno, e dunque tutti possono usarla per fare affari. È un argomento assai interessante per chi si occupa di spazi urbani e beni comuni, perché tradisce e rivela un sostanziale disprezzo (non intenzionale, ma in qualche modo connaturato e automatico) verso ciò che è di tutti. Come ha ben spiegato il giurista Paolo Maddalena, le res nullius, le “cose di nessuno” del diritto romano, vanno intese non come cose letteralmente “di nessuno”, ma “di nessuno in particolare”, e cioè di tutti. Beni collettivi che proprio per questa loro appartenenza comune erano fuori commercio.
Una categoria giuridica e politica difficile da capire in un’Italia, quella di oggi, in cui è stata di fatta cancellata perfino la nozione di “demanio”, stabilendo che tutto (sì, anche la Fontana di Trevi) è potenzialmente in vendita: come dimostra la continua emorragia di beni pubblici, spesso anche di beni culturali pubblici, svenduti ai privati.
Proprio per contrastare questa deriva, per combatterla sul piano delle idee, dei principi e del senso comune una causa come quella intentata da Jorit Agoch alla Peroni appare importante. Ma c’è un altro aspetto, che si sbaglierebbe a trascurare: quello del rapporto tra opere d’arte e pubblicità. (E in questo caso ce ne sarebbe pure un terzo, visto il soggetto del murale, che è San Gennaro: il rapporto tra pubblicità e sacro). Intendiamoci: bevo la birra, e trovo ottima la Peroni. Ma la domanda è: è giusto usare le immagini delle opere d’arte per vendere qualcosa, qualsiasi cosa essa sia?
Leggi diverse regolano nei vari Paesi l’uso commerciale delle opere dei musei o dei monumenti pubblici, stabilendo tariffe e modalità. Tutto questo non limita, anzi alimenta, un connubio ormai strettissimo. Gli esempi sono infiniti: il David di Michelangelo, per esempio, è stato usato per vendere un altro “prodotto toscano”, il prosciutto crudo, con un montaggio fotografico a dir poco imbarazzante. Ma c’è di peggio: una impresa americana che produce armi da guerra ha trasformato il colosso fiorentino in una sorta di caricaturale rambo o terminator, con tanto di mitra a tracolla. Ancora: la Pfizer ha usato la tragedia umana e artistica di Vincent Van Gogh per vendere un farmaco contro la schizofrenia, lasciando intendere con un penoso fotomontaggio che, se l’avesse assunto, l’artista non si sarebbe tagliato l’orecchio. Si potrebbe continuare a lungo, per esempio estendendo la casistica ai grandi cartelloni pubblicitari posti sui monumenti in restauro, come quello che esaltava una forchettata di spaghetti e gamberi sulla facciata di una chiesa, Trinità dei Monti a Roma.
Ma, più in profondità, la questione investe la natura e i fini radicalmente diversi dell’arte e della pubblicità. Il patrimonio culturale, e più in generale l’arte, devono giocare dalla stessa parte della pubblicità commerciale, legittimandone gli attori e amplificandone i messaggi, o devono invece restare liberi, potendoci così donare un antidoto alla credulità, attraverso il senso critico, la cultura, il pensiero gratuito? Il filosofo della politica Michael Sandel ha scritto che la pubblicità è incompatibile con l’istruzione “perché la pubblicità incoraggia le persone a volere cose e a soddisfare i propri desideri, l’istruzione incoraggia le persone a riflettere in modo critico sui propri desideri, per frenarli e per elevarli”.
Si potrà essere d’accordo o meno con questa visione, ma difficilmente si potrà negare che il problema esista. Oggi siamo di fronte a due opposti “sistemi dell’arte”: uno è quello legato al grande mercato internazionale, in cui le stelle sono artisti come Damien Hirst o Jeff Koons; l’altro è quello legato alle comunità, alle strade, ai tanti esperimenti di resistenza civile all’onnipotenza del mercato, un sistema senza stelle ma con tanti veri artisti, come l’italo-olandese Jorit Agoch. Mentre il primo si identifica totalmente, e direi ontologicamente, con i fini e i mezzi della pubblicità, il secondo contesta alla radice quei fini e quei mezzi. La Birra Peroni si è trovata a mettere il dito, suo malgrado, in questa enorme contraddizione, applicando ad un’opera nata dal circuito “contro il sistema” la logica del sistema: per questo la vicenda ha una portata che va ben oltre la sua dinamica letterale.
Comunque vada a finire, l’opposizione di questo coraggioso artista sta rendendo un grande servigio ai suoi famosi colleghi dei secoli scorsi, che non possono più difendersi: perché è chiaro che dovremmo rivedere assai profondamente le regole che permettono a un prosciuttificio, o peggio a una fabbrica d’armi, di arruolare Michelangelo tra i loro testimonial. Proprio perché è tra le poche cose che non sono di nessuno, l’arte può ancora difenderci tutti. A condizione che noi difendiamo lei, l’arte.
La fabbrica, la frontiera e la squadra su terra rossa
Sulla Grosswaldstrasse, ad Altenkessel, frazione di Saarbrücken, è possibile scorgere in lontananza il fumo denso delle acciaierie di Völklingen. Sulla sinistra il cimitero, sulla destra il tennis club prima del campo sportivo, un terreno in terra rossa più grande del Camp Nou, che è stato ribattezzato Old Trafford, non perché sia possibile sognare ma perché è tutto rosso e gigantesco rispetto agli altri campi della Landesliga Südsaar, il campionato dell’Sc Altenkessel 07, società con alle spalle centoundici anni di storia, più o meno gloriosa.
Gli avversari l’hanno soprannominato Katastrophe, mentre gli osservatori Ippodromo. Ed è il motivo per cui i ragazzi di Altenkessel preferiscono andare a giocare in altri club della zona, come a Rockenhausen, dove ci sono campi in erba o sintetici di ultima generazione, più adatti al calcio fisico di queste categorie.
La dirigenza più volte ha chiesto al comune d’investire per ricoprire quella terra rossa d’erba vera, ma senza successo. Vicissitudini che hanno rischiato di far scomparire la squadra salvata dalla vicinanza col confine francese, in quella zona diventata bottino di guerra dopo la Prima e uno dei motivi per scatenare la Seconda, fino al trattato di Lussemburgo del 27 ottobre 1956 che ha riportato definitivamente il Saarland alla Germania.
A parte il portiere di origine italiana, infatti, gli altri giocatori sono tutti francesi di Forbach, Merlebach, Stiring-Wendel o Creutzwald. Ragazzi che hanno molto in comune con i coetanei tedeschi, dal panorama al quotidiano, ma non la stessa lingua e nemmeno lo stesso calcio, e in paese si sono affezionati a questi giocatori che passano il confine volentieri per più motivi. Il club paga tutto, scarpette comprese, e un rimborso spese mensile di 350 euro, contro i 70 a partita che prenderebbero in Francia, la squadra è molto seguita, con un pubblico che può raggiungere i 300 spettatori, e c’è un’altra cultura del collettivo: “Qui – racconta Gérard Nadjita, alla quarta stagione con l’Sc Altenkessel 07 – si resta anche dopo il match, altrove invece ognuno prende la sua borsa e se ne va”.
Le partite sono sempre tese perché gli avversari non amano giocare al Grosswald e perché non gli piace l’atteggiamento dei francesi: “Noi abbiamo l’abitudine di urlare, imprecare e parlare con l’arbitro – sottolinea Sofiane Meridja, capitano della squadra –, cose che qui non fa nessuno. Soffriamo il gioco fisico e amiamo palleggiare”.
Differenze evidenti che tirano un solco e qualcuno legge nell’insofferenza delle altre società una sorta di razzismo, lì dove l’Europa si è squarciata e ricucita più volte. Il Saarland ha avuto una propria federazione (iscritta alla Fifa) e una propria Nazionale, dal 1950 al 1956, partecipando alle qualificazioni per i Mondiali del 1954, allenata da Helmut Schön, futuro ct campione d’Europa e del mondo con la Germania Ovest (che per due volte ha affrontato la rappresentativa, vincendo entrambe le partite).
L’Sc Altenkessel 07, intanto, continua a lottare per la sopravvivenza, visto che la scorsa stagione l’allenatore francese Jean-Paul Wundrack, dopo due promozioni ha lasciato il club che guidava dal 2014, e con lui se ne sono andati la maggior parte dei giocatori, perché alla fine non è facile ambientarsi in questo contesto, ambientale e calcistico. Al suo posto è stato chiamato Greg Isselé, ma in campionato le cose non vanno bene (è quartultimo) e tutto sembra cospirare contro, come quella terra rossa che si appiccica addosso e non vuole sapere di andarsene.
L’ultima speranza è nel proprietario multimilionario Horst Siegfried Rixecker che ha fatto fortuna con la tecnologia 3d e che vuole aiutare la squadra del paese dove è nato. È sempre in viaggio e non segue mai le partite, ma ha promesso che stipulerà un accordo con l’amministrazione locale per trasformare il Katastrophe in un campo d’erba come tutti gli altri, un investimento da qualche decina di migliaia di euro che potrebbe risolvere per sempre i problemi della società. Lì, oltre muri e confini, reali e virtuali.
Altro voto, altra carneficina: 4 persone uccise e caos ai seggi
Malfunzionamenti, code, seggi che aprono dopo la chiusura ufficiale: le presidenziali in Congo si sono svolte nel caos e almeno quattro persone, tra cui un agente di polizia e un agente elettorale, sono state uccise nella provincia del Sud Kivu. Così ha dichiarato il direttore della campagna di uno dei due candidati d’opposizione, Felix Tshisekedi, l’altro è Martin Fayulu, ed entrambi sfidano il delfino del presidente Joseph Kabila: Emmanuel Ramazani Shadary. Al voto avevano diritto 40 milioni di elettori, la maggior parte dei quali costretta a lunghe code, disordini e guasti. Anche il Papa aveva pregato affinché si svolgessero elezioni pacifiche.
Elezioni di sangue: almeno 16 morti e quarto mandato per la Hasina
Violenze, intimidazioni, minacce, feriti e almeno sedici morti: le elezioni in Bangladesh sono state un bagno di sangue, con scontri, in tutti i tredici seggi seminati per il Paese, tra i sostenitori del partito al potere e quelli del movimento nazionalista. Eppure il risultato era quasi scontato con la rielezione della premier Sheikh Hasina (71 anni), che si avvia a conquistare il suo quarto mandato, il terzo consecutivo dopo la finestra al potere tra il 1996 e il 2001. Kamal Hossain, leader dell’opposizione, parla esplicitamente di “farsa”: “Chiediamo di dichiarare il voto nullo e di indire nuove elezioni con un governo apartitico“.