Herat, la città “italiana” sta morendo di oppio

“Per comprare oppio ogni giorno abbiamo dovuto vendere uno dei nostri figli”. Arif è impegnato nel creare un piccolo fuoco alimentato con pezzi di carta e qualche legnetto raccattato qua e là. Una fiamma sufficiente per scaldare la dose da consumare in mezzo alla strada; la sostanza infilata in una specie di piccola cannula e fumata. A Herat, capoluogo dell’omonima provincia occidentale dell’Afghanistan, come nel resto del Paese, l’oppio viene aspirato. Siringhe e lacci emostatici, cucchiaini e bilancini sono rarità, ma il risultato alla fine è lo stesso: perdersi nei meandri di un effetto che si spera il più duraturo possibile. Assieme ad altri uomini di età diverse, Arif siede lungo l’aiuola spartitraffico che divide in due la carreggiata di Shahre Naw, una delle strade-chiave nel centro di Herat a due passi dalla splendida Cittadella e dai Minareti di Musallah. Tutti attendono la preparazione in silenzio. La dose è pronta, i tossici si coprono con teli simili a tuniche. La fumata è lenta e cadenzata, non parla nessuno, la nuvola trattenuta.

 

“Tutto va in pezzi, è l’unico rifugio”

Il rito si rinnova, pochi minuti e dai teli emergono uomini diversi, obnubilati dall’effetto calmante in arrivo. Arif, come gli altri, si adagia supino sul fianco dell’aiuola sfruttando l’ombra di un arbusto, un braccio dietro la testa, l’altro sulla fronte. Il suo sembra un riposo mortale, il volto tirato in un smorfia di dolore. In realtà è il momento migliore della giornata. Passano diversi minuti e Arif si ridesta, è calmo e quasi sorridente: “È dura andare avanti in Afghanistan – racconta l’uomo di etnia hazara –. Oltre alla guerra è difficile trovare lavoro e quando le cose vanno a pezzi molti, come me, si rifugiano nella droga. Anche mia moglie è dipendente dall’oppio, viviamo in una capanna e non sappiamo come tirare avanti, per questo abbiamo dovuto dare via uno dei nostri figli, per poterci pagare la droga”.

È molto frequente incontrare nelle zone centrali della città gruppi di tossici nascosti sotto dei teli. Una scelta, quella di coprirsi, non dettata dal desiderio di privacy, ma dalla necessità di non disperdere il fumo. Herat è tra le città e le province meno colpite dall’influenza talebana e dalla guerra, ma non è immune da attacchi e violenza. La minaccia incombe. Subito a sud, le città di Shindand (stessa provincia) e soprattutto di Farah sono autentiche polveriere, con gli “studenti coranici” a contendere i territori al governo afghano appoggiato dalla Nato. Più volte Farah ha rischiato di uscire dal controllo delle autorità di Kabul e la conta degli attacchi e delle vittime va aggiornata di continuo. Se Herat resta, militarmente parlando, un centro a bassa intensità conflittuale, in parte lo si deve anche alla presenza del contingente italiano in Afghanistan all’interno della missione Nato. Da Isaf (la prima fase dell’operazione, terminata nel 2014) a Resolute Support, ossia formazione agli apparati di polizia e dell’esercito afghani. Insomma, boots on the ground, ma solo per insegnare agli sprovveduti afghani l’arte del combattimento e della difesa. Il quadro generale della missione iniziata nel lontano ottobre 2001, dopo l’11 settembre, è cambiato radicalmente e si sta tuttora modificando. Il tempo del We’ll sneak them out, li staneremo, riferito ai nemici barbuti menti dell’attacco al cuore degli Stati Uniti, è passato. In oltre diciassette anni di campagna militare, la forza multinazionale è notevolmente dimagrita. Ad oggi restano sul territorio afghano circa 14mila unità americane (oltre 20 mila nel complesso) e proprio nei giorni scorsi il presidente Donald Trump ha annunciato un ulteriore taglio del contingente a stelle e strisce del 50%. Quello italiano, al contrario, per ora, resta fisso attorno alle mille unità, compreso il personale di stanza a Kabul. Il grosso, tuttavia, rimane in servizio a Camp Arena, pochi chilometri dal centro di Herat (nell’area dell’aeroporto), per il controllo della zona Taac (Train advise and assist command) West. L’Italia, storicamente uno degli alleati più fedeli agli Stati Uniti, mantiene il contingente più numeroso rispetto agli altri Paesi Nato impegnati nella fallimentare campagna afghana. Gli attentati si susseguono, l’ultimo di spessore alla vigilia di Natale a Kabul con 45 vittime, mentre i negoziati con i vertici talebani vanno avanti a rilento. Con il prossimo smantellamento americano, al tavolo dei negoziati si stanno sedendo altri attori regionali, come l’Iran. I talebani ad oggi controllano almeno un terzo del Paese e ne contendono altrettanto al presidente Ashraf Ghani che, vista la situazione attuale, ha deciso di spostare le elezioni presidenziali, fissate ad aprile 2019, ad altra data. Senza dimenticare la minaccia strisciante dei miliziani del fronte Khorasan, la cellula afghana dell’Isis.

 

I motivi della missione post 11 settembre

Tre erano i motivi principali dell’invasione post 9/11: sconfiggere il terrorismo, dunque talebani e Osama bin Laden, ripristinare i costumi e la civiltà più vicina ai canoni occidentali e, infine, azzerare la coltivazione del papavero da oppio. Nessuno dei tre obiettivi è stato raggiunto, anzi le cose sono nettamente peggiorate. L’invasione occidentale ha prodotto un aumento dei terreni adibiti alla coltivazione del papavero e ha trasformato gli afghani in un popolo di tossici. Herat, più di altre città afghane, paga un prezzo drammatico: “Soltanto i consumatori di oppio ufficiali, ossia registrati dalle autorità sanitarie della provincia, sono oltre 70mila”. A parlare è Jailani Rahgozar, a capo di una ong di Herat che ha collaborato e collabora sia con ong italiane che con la stessa Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo. Jailani va in strada ad incontrare i tossici per cercare di aiutarli: “Purtroppo ce ne sono tantissimi non registrati, ormai ridotti all’ultimo stadio – racconta –. Un esercito di cadaveri e disperati il cui unico obiettivo giornaliero è reperire una dose per allontanare per un po’ la paura di morire. La maggioranza sono uomini, ma in strada troviamo anche donne e, purtroppo, bambini piccoli. Costretti a fumare oppio, anche a 6-7 anni, per lenire l’impatto della fame e delle privazioni. Non è difficile trovare i gruppi di oppiomani, si fanno in pieno giorno e in pieno centro e lì restano a smaltire. Altri stanno in periferia, ai margini delle strade, dentro baracche fatiscenti, sotto i ponti. Vedere certe scene è terribile. No, una volta qui ad Herat non era così, le cose sono peggiorate negli ultimi anni e adesso la situazione è fuori controllo e soprattutto non c’è nessuno a cui rivolgersi per chiedere aiuto. La guerra ha portato morte e creato altri drammi, la droga è una piaga ormai, segno che l’Occidente ha fallito”. Solo pensare di risolvere i problemi di un Paese complesso come l’Afghanistan è un’impresa. Entrarci e voler cambiare le cose senza fare i conti con la storia è utopia pura. Una nazione senza pace da quasi mezzo secolo, passata attraverso conquiste ed interessi stranieri si ritrova a brandelli, senza un tessuto sociale, con violenze etniche e tribali acuite, un welfare inesistente e una povertà disarmante. Gli epiloghi possono essere drammatici, cadere nel gorgo dell’oppio appunto, ma non solo.

 

Le self-immolations: il fuoco per liberarsi

Nella provincia di Herat le donne, sottomesse, segregate e vittime di violenze domestiche continue, da tempo mettono in pratica una protesta allucinante. Si tratta del fenomeno delle self-immolations: darsi fuoco per liberarsi dal giogo. Spesso la tragedia è doppia perché di mezzo ci finiscono i bambini, a volte poco più che neonati. L’ospedale di Herat, l’unico di tutta la provincia, ha una sezione dedicata proprio alle grandi ustioni, centro finanziato grazie alla Cooperazione italiana: “L’aiuto di un tempo ce lo scordiamo – spiega il dottor Asem Ab Wasi, 28 anni, medico dell’unità operativa –, il reparto è sempre più in difficoltà, ma l’Italia ha fatto tanto per noi. Abbiamo bisogno di supporto economico per apparecchiature idonee, ma anche di formare il nostro personale con esperienze all’avanguardia. Ogni giorno qui operiamo da 3 a 5 pazienti per ustioni a volte non affrontabili, superiori al 60% del corpo e con profondità fino al terzo grado. Riusciamo anche a salvare vite, ma la mortalità è elevata purtroppo. Il reparto conta dieci medici, tutti sottopagati, 200-300 dollari al mese, stipendi non adeguati per il tipo di lavoro svolto”. Orrore allo stato puro, a partire dalle cause delle immolazioni: “Molte donne scelgono questa strada mortale per disperazione – aggiunge il dottor Ab Wasi –. Non avendo alternative si danno fuoco, sperando di riuscire staccarsi da mariti violenti o famiglie oppressive; altre cercano di farla finita per interrompere una vita senza valore e spesso si immolano con i figli perché non tocchi pure a loro un’esistenza simile. Difficile da capire per gli occidentali, ma qui il peso di una vita è diverso rispetto al vostro”.

La Grandissima Bellezza del Sud e dei suoi figli in fuga per il futuro

Più che il “reddito di cittadinanza” per il Sud – a questo punto – urge intanto “il diritto alla cittadinanza”. Fausto Carmelo Nigrelli, già sindaco di Piazza Armerina, uno tra i protagonisti più vivaci della società intellettuale siciliana, questa estate mi proponeva di incontrare la generazione degli scappati di casa. E non appunto quelli che la metafora identifica come sprovveduti, ma i letteralmente “costretti” ad andarsene via, i ragazzi cui – di fatto – si vedono negati il diritto a restare cittadini laddove hanno avuto culla, educazione e pane.

In una mail Nigrelli mi descriveva quello che – dall’autenticità del vissuto – è il diamante del Meridione. “Un campione della nostra maggiore voce di esportazione, i cervelli”, così si leggeva e prendeva forma, nella lettura – oggi che il dibattito sul reddito di cittadinanza arriva al suo precipitato – l’idea geometrica del “capitale umano”.

Ecco, e però spero di non incappare in un abuso divulgandola, la mail di Nigrelli: “Qualche sera fa mia figlia ha organizzato una serata ce on alcuni suoi amici ed ex compagni di scuola nella nostra casetta di villeggiatura; tutti ragazze e ragazzi che mia moglie ed io abbiamo visto crescere, che giocavano tutti i giorni con Claudia (essendo figlia unica volevamo che stesse sempre in compagnia), di cui abbiamo seguito la crescita insieme a quella di Claudia. Tutti insieme c’erano giovani laureati in lettere a Bologna che si specializzano a Parigi; laureati in ingegneria a Milano e si specializzano a Piacenza; laureati alla Naba e fanno i videomaker a Milano; laureati in ingegneria del suono che fanno i producer a Londra; o che lì hanno studiato alla London School. Che fanno il dottorato in fisica ad Amsterdam. E ancora ragazzi che fanno i cuochi in Svizzera… e altri ancora”. Una serata proprio speciale. Con un campione unico per la più urgente delle inchieste. Così, infatti, proseguiva la mail: “Ho pensato” – mi suggeriva Nigrelli – che se li incontrassi un pomeriggio o una sera e se loro fossero disposti a raccontarti le loro vite, i loro sogni, le loro idee, se ne potrebbe ricavare un instant book su un tema che dovrebbe essere al centro dell’attività di ogni governo e di cui nessuno s’interessa…”.

Ho mancato quella serata, mi prenoto per il prossimo Ferragosto, perché questi giorni appena trascorsi di pausa natalizia, col ritorno al paese di tutti, o quasi tutti – con la generazione che non c’è arrivata a fare il presepe per poi smobilitare, con la festa, la vita stessa dell’intero Sud – hanno confermato quell’andazzo di cui ogni governo, o qualcuno, dovrebbe interessarsi. Nella maggior parte delle famiglie del Sud, i figli, appena finito il liceo, se ne vanno via. Sono perfino un target commerciale. Sono quelli della Conad Card, quelli del caciocavallo.

 

Post scriptum

Ogni volta che Antonello Caporale s’incammina per la provincia italiana trova un Sud oltre lo stesso Sud: è quello di chi ce l’ha fatta con le proprie idee, con i propri sogni, con la propria vita ma – per farcela, con la Valigia di cartone – restando lontano da ogni Sud. Dimenticato dallo stesso Sud (non però da Conad).

Il rabbino Di Segni in visita al Goi: è il complotto giudaico-massonico

Il fratello presidente del collegio del Lazio, Carlo Ricotti, non trattiene una gioiosa soddisfazione: “Si tratta di una iniziativa che possiamo serenamente definire storica” . La notizia è questa: il prossimo 8 gennaio, alle ore 17, il Gran Maestro del Goi Stefano Bisi e i fratelli della comunione laziale riceveranno Riccardo Di Segni (nella foto), il rabbino capo della comunità israelitica romana.

Lo “storico” incontro avverrà nella Casa massonica della Capitale intitolata all’anticlericale Ernesto Nathan, il più grande sindaco di Roma nel Novecento (e non solo) e che fu anche Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi), la principale obbedienza del Paese con oltre 20mila affiliati. La visita rientra nel programma di relazioni “tra la libera muratoria e le religioni” varato dal Gran Maestro Bisi nel corso del suo mandato.

Epperò la suggestione di un’iniziativa del genere in tempi di populismo e di internazionale nera del sovranismo è destinata a rilanciare nel network dei cattolici salviniani e tradizionalisti la temuta suggestione del famoso complotto demo-pluto-giudaico-massonico. È la tragica questione atavica dell’antisemitismo e che Hitler e Mussolini, pionieri del sovranismo antidemocratico, aggiornarono nella loro ideologia nazifascista, il Male assoluto del secolo scorso.

E fu Hitler a riconoscere al Duce, nel Mein Kampf (1925), “la lotta che l’Italia fascista svolge contro le tre maggiori armi del giudaismo”. Cioè: “Il divieto della massoneria e delle società segrete, la soppressione della stampa supernazionale e la demolizione del marxismo internazionale permetteranno col tempo, al Governo Fascista, di servire sempre più gli interessi del popolo italiano senza curarsi delle strida dell’idra mondiale ebraica”.

Oggi sui siti del network tradizionalista sono decine gli articoli che elencano le analogie tra ebrei e massoni (a partire dal Tempio di Salomone) e per esempio si legge: “L’ebreo e il massone hanno in odio Cristo e i goym, e con questa ultima parola bisogna intendere i cattolici. I protestanti fanno volentieri causa comune con le Logge e la Sinagoga, quando si tratta di combattere la Chiesa”.

È un atto politico provocatorio per l’ipocrisia della società

Prima di tutto, il coming out: sono una delle “vittime” della teoria dell’allattamento a richiesta. Roba che andava di moda alla fine degli anni ’90, quando da noi impazzava ancora la New Age, ed era la versione massimalista dell’allattamento al seno: non basta preferire la tetta al biberon, bisogna anche allattare il pupo solo quando vuole lui. Con quattro figli, potete immaginare quante volte ho dovuto fare la nutrice sul bus o al ristorante o chiedere asilo in un negozio; e se qualcuno avesse osato criticarmi l’avrei schizzato con la tetta tipo pistola ad acqua. Lo farei anche ora, perché continuo a pensare che nutrire i figli col nostro latte è il vanto di noi mammifere, e usare il seno solo come sextoy è come usare la bacchetta di Harry Potter solo come grattaschiena.

E qui sta il problema: in una società ipocrita, allattare in pubblico diventa sempre, che lo si voglia o no, un atto politico, una provocazione a doppio senso. Perché, è vero, smaschera la falsa coscienza di chi a parole protegge la maternità ma non vuole vedersela davanti nella vita reale. Ma, al tempo stesso, rivendica visibilità per la donna in quanto madre, e solo in quanto madre. Un po’ retrogrado e molto cattolico, tant’è che papa Francesco ha sdoganato l’allattamento in chiesa, per ribadire che a Dio la donna piace madre. Però i bebè vogliono solo essere nutriti, non diventare testimonial di religioni o ideologie. L’allattamento pubblico, insomma, veicola suo malgrado un messaggio molto femminista e molto antifemminista al tempo stesso. La risposta giusta sarebbe approntare in tutti i luoghi pubblici spazi appartati dove le mamme possano allattare in pace, dei pit-stop (o tit-stop?) al riparo da commenti malevoli, ma anche dagli sguardi melensi (“Meraviglia! Non c’è niente di più bello!”), che danno altrettanto sui nervi. E il nervoso peggiora la qualità del latte, lo sapevate?

Allattamento in pubblico, chi non lo fa non è criminale

Accade ancora, nel paese dove i musei sono pieni di Madonne anche seminude col bambino e dove le strade sono costellate di pubblicità di intimo in cui le tette sono protagoniste, che le donne siano allontanate da ristoranti, parchi, piscine e invitate a spostarsi nei bagno o negli spogliatoi, solo perché vogliono allattare (secondo le statistiche, succede a una madre su tre). In realtà non c’è molto da stupirsi visto che in Italia non c’è una legge chiara che proibisca la discriminazione di donne che allattano in pubblico – d’altronde la maternità è ancora considerata un fatto “privato”, cioè un problema femminile – tanto che in Parlamento, luogo anche di corrotti e venduti, non si può portare un neonato che ha fame.

Per fortuna il clima è un po’ cambiato. Oggi le donne aggredite per un gesto non solo naturale e commovente ma anche veramente utile denunciano, scrivono sui social, fanno rumore. Forse aiutate anche dalle madri vip e influencer, che sempre più spesso, è quasi una moda, postano foto col bambino attaccato o persino col tiralatte su entrambi i capezzoli, come ha fatto di recente la modella Rachel McAdams. Insomma, criticare e ironizzare su chi, in un’epoca in cui persino il papa invita le donne ad allattare in Chiesa, si accanisce contro l’allattamento in pubblico è sacrosanto. L’importante è che sia chiaro che sostenere questa pratica non significa giudicare chi, per molteplici motivi, non la mette in pratica. Oggi le donne sono fin troppo informate sul fatto che allattare fa bene e un eccesso di retorica sull’allattamento al seno produce solo sensi di colpa. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno quando siamo sole, a casa, senza aiuti concreti e infiniti bisogni da soddisfare. E quando vorremo che gli altri, e la società, ci vedessero non solo come mucche da latte, ma anche come persone con molteplici e diversi desideri da gratificare.

L’arbitro Gavillucci lo sa: la A è razzista

Ventisei dicembre 2018, sei giorni fa: a San Siro si gioca Inter-Napoli, per tutta la partita i tifosi dell’Inter ululano all’indirizzo di Koulibaly e lo insultano, i giocatori del Napoli chiedono più volte all’arbitro di sospendere la partita come da regolamento ma Mazzoleni non li ascolta. Nel finale, Koulibaly applaude ironicamente l’arbitro che lo ammonisce per un fallo di gioco: Mazzoleni lo espelle, il giudice sportivo squalifica poi Koulibaly per 2 giornate. Quando si dice amministrare la giustizia come peggio e più diseducativamente non si potrebbe.

Già, l’educazione. Del caso Koulibaly si sentirà parlare ancora, vista l’importanza della ribalta; ma chi penserà al ragazzino quindicenne di origini senegalesi del Bibbiena che il mese scorso, durante Bibbiena-Arezzo Football Academy valida per il campionato allievi toscano, dopo essere stato fatto oggetto per tutta la partita di entrate cattive e insulti razzisti ha perso la testa, ha provato a farsi giustizia da solo, è stato espulso e poi squalificato per 5 giornate, il che significa 40 giorni senza giocare? Per chi non lo sapesse: in caso di cori o insulti razzisti o discriminatori, l’arbitro è tenuto a sospendere momentaneamente la partita; che verrà poi sospesa definitivamente in caso di reiterazione delle offese alla ripresa del match. Non lo fa nessuno. O meglio, qualcuno ci sarebbe anche. Come l’arbitro Claudio Gavillucci che il 13 maggio scorso, durante Sampdoria-Napoli, sentendo la Gradinata Sud della Sampdoria urlare a squarciagola “Oh Vesuvio, lavali col fuoco!” fece quel che ogni bravo arbitro deve fare: sospese la partita, chiese all’altoparlante un annuncio di diffida, costrinse il presidente della Samp, Ferrero, a catapultarsi in campo per cercare di tacitare i tifosi e poi fece riprendere il match; che il Napoli, per la cronaca, vinse 2-0. Ebbene, a distanza di sei mesi sapete che fine ha fatto Gavillucci? È stato dismesso dai quadri della Serie A (unico bocciato e “per motivate ragioni tecniche”, recita il provvedimento) a dispetto della sua ancor giovane età (39 anni) e delle 50 partite già arbitrate in Serie A; e il 3 dicembre scorso è stato designato per arbitrare una partita del campionato Giovanissimi della zona di Latina, Vis Sezze-Samagor. Gavillucci, che in realtà è stato punito per aver fatto una cosa che non doveva fare (sospendendo Samp-Napoli ha creato un precedente pericoloso: ogni settimana in Serie A ci sono partite che devono essere sospese per continui e odiosi episodi di razzismo) è in piena guerra di ricorsi e contro-ricorsi: vedremo come andrà a finire.

Ma così è. In Inghilterra c’è Roman Abramovich, proprietario del Chelsea, che per un episodio a sfondo antisemita che ha visto per protagonista un tifoso dei Blues non ha esitato a ritirare la tessera al supporter impedendogli di rimettere piede, a vita, allo Stamford Bridge. Noi invece nuotiamo nella melma. Perchè se quando Balotelli gioca in nazionale (vedi Arabia Saudita-Italia del maggio scorso) sugli spalti leggiamo striscioni come “Il mio capitano è di sangue italiano”, dovremmo forse meravigliarci se nel campionato esordienti del Veneto, partita Pegolotte-Cartura (10 novembre 2018), il match viene sospeso per gli insulti razzisti dei genitori ospiti a un ragazzino di colore del Cartura? Genitori, abbiamo detto.

L’ossessione “rossobruna”: come etichettare il nemico

Quando la sinistra non capisce quello che sta succedendo, e accade spesso, tende fatalmente a cavarsela con “analisi” che si riassumono quasi sempre così: “Noi siamo nel giusto, è il mondo che è stupido”. A volte, per avvalorare tali dotte riflessioni, servono paroline magiche inventate alla bisogna. È il caso di “rossobrunismo”, neologismo che vuol dire poco e per questo funziona nei salotti buoni, quelli per capirsi in cui Luigi Di Maio è Himmler, Matteo Salvini Goebbels e Maria Elena Boschi Nilde Iotti.

Definire il rossobrunismo non è facile. Il sito Intellettuale dissidente ci prova così: “In termini prettamente politico-letterari, coloro che si richiamano a questa visione del mondo, spaziano da Gramsci a Gentile, da Bombacci a figure anarchiche come Proudhon e Bakunin. Filosofia idealista, ergo triade Fichte-Hegel e Marx, sino ad arrivare a politici di riconciliazione nazionale e difesa sovranitaria quali Chavez, Guevara e De Gaulle”. Andrea Daniele Signorelli, ne Il Tascabile, ha ricordato come Marine Le Pen, il 28 aprile 2017, abbia chiesto agli elettori della France Insoumise (Mélenchon) di far fronte comune contro Emmanuel Macron: “Il fatto che Marine Le Pen abbia avuto la forza di rivolgersi direttamente all’estrema sinistra – senza timore di alienarsi la base elettorale – dimostra quanto sia ammaccata la divisione destra/sinistra. D’altra parte, è stato davvero politicamente più coerente che il voto di Mélenchon sia andato in larga parte al liberista Macron (che tra gli operai si è fermato al 16 per cento)? Macron si può davvero considerare un candidato di sinistra? Su alcuni temi – come l’ambientalismo (sul quale si è speso molto) e i diritti civili – la risposta è senz’altro positiva; ma sul piano economico no”.

Se sostituite Matteo Renzi a Macron, il ragionamento tiene anche da noi. Davvero, per un elettore di sinistra, è più “coerente” votare Renzi che non Lega o M5S? E se è così, come sostengono i soloni di sempre, com’è che le classi meno abbienti siano le prime a non votarlo? Bisognerebbe che qualcuno, nel Pd come a Repubblica, se lo domandasse seriamente: magari, se lo facesse, capirebbe anche perché per molti di sinistra Salvini sia meno indigesto di Renzi.

Sono tempi strani, pieni di altre paroline magiche come “presentismo” e “direttismo”. Tutto pare capovolto: Maurizio Belpietro a volte va d’accordo con Marco Travaglio, Massimo Giannini fa lo stesso con Alessandro Sallusti. Anche solo fino a pochi anni (mesi?) fa era impensabile.

In questo mondo alla rovescia, che ci costringe a ripartire da zero abbandonando le stantie etichette antiche, la prima a non capirci nulla è ovviamente la “sinistra” moderata, che non riesce a far altro se non a dare del deficiente/fascista/razzista a chi non la pensa come lei. Che palle. E che tristezza. “Rossobruno” rientra in questa logica: un insulto più alla moda di altri, per rinverdire le consuete accuse di “qualunquismo” e “populismo”. Non è un caso che a cavalcare questa tesi sia stata la renzianissima Rolling Stone, nota anche per avere partorito uno struggente manifesto anti-Salvini all’insaputa di molti firmatari. Proprio Rolling Stone, che molti ricordano solo per la copertina allucinante e tremenda con Renzi paragonato al Papa (“The Young Pop”), ha definito il rossobrunismo “una strana sinistra: sovranisti, pro-Putin e contro Stati Uniti, immigrazione ed Europa”. Una “sinistra populista alle vongole (con i loro amichetti di Casa Pound)”.

I rappresentanti più noti del rossobrunismo nostrano, dove la “destra destra” sfocia nella “sinistra sinistra” e sembra trovar sintesi nel Salvimaio, sarebbero Alberto Bagnai, Stefano Fassina, Diego Fusaro, Simone Di Stefano e Giulietto Chiesa. Qualcuno ha messo nel calderone pure il Fatto Quotidiano e il sottoscritto; ringrazio commosso, ma l’unica etichetta ideologica che accetto è “gaberiano”.

A prima vista, questa cosa del rossobrunismo pare un’altra pippa mentale buona per ammazzare il tempo tra una sambuca con la mosca e una lettura pensosa di Internazionale. Rispetto però a colpevoli baracconate intellettuali pateticamente autoassolutorie come il “fascistometro”, il dibattito sul rossobrunismo ha due meriti. In primo luogo, intuisce che siamo in una fase post-ideologica dove i concetti di “destra” e “sinistra” valgono ormai meno di niente per tanta (tanta) gente. Quella parolina è poi se non altro un tentativo per decrittare uno scenario schizofrenico e folle, in cui un ministro dell’Interno ieri “comunista padano” e oggi “leghista populista sovranista” dichiara seraficamente di essere al contempo “antifascista e anticomunista” e di guardare nei ritagli di tempo “i comizi di Berlinguer, ma anche quelli di Almirante, Moro e Pannella”.

Insomma: vale tutto. E forse il “rossobrunismo” è solo una parola creata per cercare di raccontare questo smisurato senso di smarrimento che ci pervade e ci opprime.

“Cancellare pasticci e politica della paura”

Mi auguro che nel 2019 si faccia un passo avanti nell’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione: ricerca, cultura, paesaggio e patrimonio. Magari piccolo, ma in avanti e non all’indietro come in tutti questi anni. Vorrei che il pasticcio inguardabile di questa Finanziaria già del popolo non contenesse il blocco delle assunzioni del Ministero per i Beni Culturali: perché sennò ci toccherebbe rimpiangere Dario Franceschini, non so se mi spiego. E vorrei che i tagli alle università fossero cancellati: perché tagliare sulla conoscenza è il peggio del sistema Italia, altro che cambiamento. Vorrei che il Movimento 5 Stelle tornasse in sé, almeno sull’ambiente: e ritirasse il condono di Ischia, che è un tradimento orrendo. Vorrei che fosse applicata la sentenza della Corte di giustizia europa che impone di limitare il precariato nelle Fondazioni liriche: perché dobbiamo accorgersi che la cultura non si può costruire come le piramidi, cioè con gli schiavi che trasportano pesi immani. Vorrei che la Biennale di Venezia che si aprirà a maggio si concentrasse su un solo grande tema: i migranti, e la loro e la nostra umanità. Visto che la politica è diventata l’imprenditoria della paura e la coltivazione dei peggiori istinti animali, abbiamo una vitale necessità che qualcosa ci aiuti a tornare umani. Se non l’arte, che cosa?

“Per la musica serve una vera scossa di novità”

Tengo sempre le attenne ben dritte per captare cosa si muove e mi auguro che il 2019 sia l’anno della svolta nella scena musicale italiana: il momento in cui si prende la decisione di uscire dall’idea che ormai le canzoni sono destinate al consumo veloce. Oggi c’è bisogno di fare musica “pesante” nel senso che abbia un peso, resti, si faccia sentire e non passi via così. La musica, le canzoni devono risvegliare le emozioni nelle persone. Si deve recuperare quella dimensione artigianale e sperimentale della musica, basta con la ricerca del successo-lampo prima di tornare nel buio.

Io e la band Tiromancino porteremo il nostro nuovo disco Fino a qui in un tour nei teatri con tanto di orchestra al seguito, così le nostre canzoni assumeranno una veste nuova che sarà perfettamente comprensibile perché nei teatri c’è la miglior acustica possibile. Questa scelta fa il paio con la nostra attitudine che mescola sperimentazione e divertimento nel nostro laboratorio musicale. Ancora una cosa, da appassionato e regista di film horror: sono davvero curioso di vedere il remake di Suspiria diretto da Luca Guadagnino, credo sarà con una sua estetica propria non un horror “classico”.

“Il libro italiano è gestito bene, tocca al governo”

In Italia ci sono molti editori valorosi. Spesso importano in Europa per primi (e a volte lo fanno rispetto al resto del mondo) quelli che saranno riconosciuti come grandi autori qualche anno dopo. Il primo paese in assoluto a tradurre Infinite Jest di David Foster Wallace in una lingua straniera fu il nostro (merito di Fandango), così come Sellerio fu tra i primi editori, fuori dal mondo ispanofono, a scoprire un genio come Roberto Bolaño. In altri casi i nostri editori sono così bravi da esportare in tutto il mondo con successo gli scrittori italiani: il caso di E/o con Elena Ferrante, quello di Bompiani recentemente con Scurati. Oltre a editori valorosi, in Italia ci sono librai bravi e coraggiosi, traduttori magnifici e malpagati, bibliotecari forti nello spirito ma non di risorse. La filiera del libro è fatta di persone eccezionali, che si muovono però da anni in un contesto ostile. Quello che mi aspetto nel 2019 non lo devono fare gli editori, i librai, i bibliotecari ma cosa farà chi ci governa per rendere a uno dei settori italiani ancora competitivo rispetto agli standard internazionali (l’editoria, la cultura) la vita meno ingrata. Dal 9 al 13 maggio ci sarà a Torino il Salone Internazionale del Libro, siete tutti invitati tra grandi scrittori, artisti e pensatori del mondo.