“Una nazionale super e talenti come Zaniolo”

Mi aspetto nell’anno che verrà la consacrazione definitiva di tre giovani giocatori: Nicolò Zaniolo della Roma, Nicolò Barella del Cagliari che ha già indossato la maglia azzurra, e del portiere della nazionale under 21 Alex Meret. Per il resto non pronostico grandi sorprese, ma spero comunque che arrivino così il calcio italiano sarebbe più interessante. A livello europeo l’Inter e il Napoli devono doverosamente arrivare fino in fondo al torneo (l’Europa League, ndr) perché sono squadre che per questa stagione hanno delle prospettive e anche le aspettative sono abbastanza alte. Soprattutto i partenopei, che sono usciti da un girone di Champions League che si è rivelato complicato. Sono ottimista per la nostra nazionale maggiore guidata da Roberto Mancini, secondo me non ce ne sono in giro molte più forti e competitive. Riguardo la violenza negli – e fuori – dagli stadi, visti anche gli episodi più recenti, non sono in disaccordo con chi dice che serve il pugno di ferro, i colpevoli vanno puniti. Al tempo stesso è importante però rispettare quei tifosi tranquilli, per cui eviterei di parlare di chiusura degli stadi. Finiscono per essere vittime di queste violenze anche le società sportive.

“Riprendiamoci il teatro dalle mani dei burocrati”

La mia speranza per il 2019 è che il teatro torni in mano agli attori e agli artisti, perché il teatro è stato “depredato” dai burocrati. Bisogna riappropriarsi del teatro perché è qui che nasce ogni narrazione, è lo specchio dell’uomo che prende coscienza di se stesso e del suo posto nella Storia. Il teatro deve tornare a questa condizione originaria, e a quel punto passa in secondo piano pure se non sono frequentati da troppe persone. D’altro canto, io non capisco niente di fisica ad esempio ma ciò non toglie nulla alla scienza, che esiste e c’è chi la conosce. Ma dopotutto sono scettico che questa prospettiva si realizzi perché siamo in un paese, l’Italia, dove vige il mettersi d’accordo invece che fare le cose in maniera trasparente: pubblicano i bandi ma si sa in anticipo chi vincerà il concorso. Non ce l’ho con chi si occupa di amministrare, ma voglio sottolineare che in tutte le cose serve l’incontro tra due parti, che insieme formano un’armonia. Ma il binomio arte e amministrazione è stato rotto in favore della seconda. In questo scenario un po’ fosco, un raggio di luce sono i giovani: i ragazzi che vogliono fare il teatro perché lo amano con sguardo puro sono la speranza che si affaccia.

“Fra l’Aspromonte e Pinocchio, che anno di film”

Il mio 2018 è stato un anno straordinario, in cui ho avuto tante cose. Per cui voglio dedicare un pensiero agli altri: mi auguro che il 2019 sia l’anno in cui viene data una mano a chi ne ha davvero bisogno. Penso a quelle persone che sono fuori casa per colpa del terremoto di qualche giorno fa in Sicilia.
Per me il sociale è qualcosa di davvero importante. Per il resto, usciranno due film a cui prendo parte anche io, Via dall’Aspromonte di Mimmo Calopresti e Vivere girato da Francesca Archibugi. Poi prenderò parte al Pinocchio di Matteo Garrone, che è sempre pronto a uscirsene fuori con piacevoli sorprese. Intanto, il mio 2018 è stato proprio pieno. C’è stata la premiazione come “Miglior attore europeo” all’European Film Awards, ero in mezzo a tanti dei miei miti! E se me lo dicono loro che sono bravo, sono contento, anche perché non sono il tipo che si loda da solo.

È uscito anche il libro Notti stellate, che in realtà era nato come un soggetto teatrale che parlava di un bambino e all’inizio s’intitolava Guardando s’impara, che era il motto di mio padre e calzava a pennello perché questa è una storia incentrata sul guardare. C’è persino un documentario su di me, Sembravano applausi, ma non mi sento sovraesposto: sono un narratore, mi piace raccontare (pure i fatti miei).

Tutti più garruli e spensierati dopo l’abolizione della povertà

Come sarà il 2019? Per prevedere i principali avvenimenti dell’anno nuovo ci siamo avvalsi di studi scientifici e ricerche avanzatissime, ma soprattutto ci siamo affidati alle interiora di pollo e ai fondi di caffè, tutte cose, queste ultime, reperite nei tweet di Salvini. Ecco quel che possiamo anticipare dell’anno che arriva senza spoilerare troppo per gli abbonati Sky, Netflix, Amazon, Tim Vision, Spotify, e pago pure il canone Rai.

Politica. L’abolizione della povertà rende gli italiani più garruli e spensierati, cominciano a vedersi i primi frutti delle riforme, per esempio apre la prima mensa della Caritas per gente che prima della legge di bilancio lavorava alla Caritas. Arriva (aprile) il reddito di cittadinanza, due cipolle, un pomodoro e un porro bio in confezione monouso. L’anno si divide in due parti: prima delle elezioni europee (quando tutti si chiedono se dopo Salvini vorrà fare le elezioni politiche), e dopo le elezioni europee (quando Salvini vorrà fare le elezioni politiche). C’è anche il congresso del Pd (marzo), evento un po’ oscurato dalla spedizione del duo Renzi-Calenda, che andando “oltre il Pd” si perderanno come Stanlio e Ollio ne I figli del deserto. Il dibattito nel movimento Cinque stelle sarà serrato e affronterà due temi: “Perché è tornato Di Battista?” e “Quando riparte Di Battista?”, ma non mancheranno l’elaborazione teorica e la visione strategica: Beppe Grillo annuncerà in un post (settembre) che entro il 2176 su Saturno si potrà produrre l’auto alimentata a urina. Berlusconi non pervenuto. Meloni, Bonino, Grasso agitati con occasionali precipitazioni, poco mossi gli altri mari.

Economia. A gonfie vele il turismo, alcune città d’arte istituiscono il numero chiuso, a Firenze (luglio) si potrà entrare solo esibendo una fidejussione di 40.000 dollari da spendersi in un week end. Il Comune userà i fondi per allontanare dal centro gli insolventi. Grave emergenza per il mercato dell’auto: secondo uno studio di Confindustria (ottobre), se tutti quelli che hanno comprato un’auto diesel di recente capiscono la cazzata e si suicidano, non potranno comprare un’auto ibrida. Si studiano incentivi. E lo spread? Benino, dai, ma deve stare attento agli zuccheri e bere meno.

Esteri. Pugno duro di Trump (febbraio), che affoga tre gattini nella fontana della Casa Bianca durante una conferenza stampa, ma il mondo è più tranquillo sapendo che Putin può colpirlo in ogni istante con un missile nucleare impossibile da fermare. La Cina annuncia (maggio) che si potrà riprodurre l’essere umano in laboratorio, ma rivela (giugno) che è uno stronzo come l’originale. Ottobre, due speleologi belgi ritrovano la popolarità di Macron in una grotta 2.600 metri sotto l’Eliseo. In Libia le cose vanno un po’ meglio e comanda …… (il lettore concluda la frase a seconda del mese).

Cronaca. La legge sulla legittima difesa rende tutti più sicuri, diminuiscono i femminicidi, ma aumentano i tragici incidenti: “Ho sparato pensando che fosse un ladro rumeno con la vestaglia di mia moglie”. Assolto. Un’inquietante statistica basata su tremila casi rivela (marzo) che i soffitti delle scuole crollano prevalentemente durante le ore di matematica e questo spiegherebbe il gap scientifico dell’Italia rispetto alla media europea. Sanguinosa strage di mafia a Cosenza (dicembre), il ministro dell’Interno annuncia la ferma reazione dello Stato fotografandosi con due cotechini fumanti nelle orecchie.

Costume e società. Fabrizio Corona tampona con la Bentley un pullmino di suore (marzo), si fidanza con la madre superiora (aprile), si lasciano (maggio), lei denuncia la scomparsa di una pala del Trecento (giugno), lui si difende in tivù: “Non faccio lavori manuali, figuratevi se rubo una pala!” (luglio). Elsa Fornero festeggia la sua milionesima ora in diretta tivù (settembre).

Cultura. Continua la riflessione su arte e linguaggio politicamente corretto: in America si vietano nei film (febbraio) le droghe, gli alcolici e la carne rossa. Si rinviene nei sotterranei del Vaticano (aprile) un gruppo marmoreo raffigurante Proserpina che testimonia contro Plutone per lesioni e sequestro di persona, l’attribuzione al Bernini è un po’ dubbia, dopo le analisi del materiale (pongo). Ottobre, buone notizie dall’editoria: un italiano su tre ha letto durante l’anno almeno un libro in lingua straniera con traduzione a fronte, ma erano le istruzioni del microonde. Annunciati (dicembre) nuovi finanziamenti per la ricerca e l’università: 27,40 euro da devolvere in due tranches a inizio 2020.

Quella sporca dozzina in 2 camere e cucina

Lo stato nascente del Fatto Quotidiano – festeggeremo i dieci anni il 23 settembre 2019 – è, in fondo, come lo descrive Francesco Alberoni in Innamoramento e Amore: un periodo entro il quale un gruppo di persone, accomunate da speranze comuni, si unisce per creare una forza nuova che si contrapponga all’Istituzione. Un gruppo con speranze comuni lo siamo stati certamente e la rievocazione di quel tempo, e di tutto il tempo trascorso, può servire da promemoria. Per ricordare a noi stessi cosa ci ha portati sin qui. Per guardare avanti. Per non smarrirci (e anche, se può servire, come breve guida per chi volesse imbarcarsi in analoghe avventure).

 

A cominciare basta poco

Come penso molti non amo le ristrettezze economiche e, personalmente, detesto la retorica dei poveri ma belli (meglio ricchi e fighi). Oggi lavoriamo in una splendida sede ma, all’inizio di questa storia, nelle “due camere e cucina” di via Orazio. Dove per occupare le poche scrivanie c’erano i turni, quasi non si respirava ma per il resto non ci mancava niente. Per un giornale la veste grafica è importante ma non potevamo certo permetterci un Milton Glaser. Avevamo Paolo Residori (altrettanto bravo) che dopo aver disegnato splendide copertine per l’Espresso si era dato alla falegnameria, a cui lo sottraemmo a forza. Nei primi mesi del 2009 io e lui c’incontravamo alla fermata Cipro della metro A dove venne concepita la copertina del giornale: un mix tra un bollettino bielorusso ai tempi di Stalin (Paolo è uno che ti saluta col pugno chiuso) e le prove di stampa di un tipografo piuttosto brillo. I font bastoni facevano male soltanto a guardarli mentre i colori rosso sangue grondavano sdegno e collera. Quello che ci voleva.

 

Per essere liberi conti a posto

La società parte con 600 mila euro di capitale, con qualche risparmio sottratto all’ira di mogli e compagne, e grazie alla sana follia di alcuni imprenditori amici. Giorgio Poidomani è il nostro Quintino Sella. Minimo salariale per tutti. Un direttore in pensione (costa meno). Due vicedirettori volontari, Nuccio Ciconte e Vitantonio Lopez che guidano una redazione giovane, e improbabile, dove ci si aiuta gli uni con gli altri. Tra noi c’è un accordo: se tra sei mesi i conti non tornano, tutti a casa (e Residori torna a fabbricare comò). Niente finanziamenti pubblici. Pubblicità quella che viene: assai scarsa anche perché dopo le nostre prime inchieste i grandi gruppi pubblici e privati ci riempiranno di quelle particolari inserzioni chiamate querele. Eterna riconoscenza perciò al Caffè & Ginseng Ristora che non ci farà mancare le sue manchette.

 

Il patto con i lettori

Come nel primo giorno di scuola tutti i giornali quando cominciano promettono questo e quello. C’è sempre una bella frase che suona così: avremo un solo padrone, il lettore. Lo abbiamo scritto anche noi nel primo numero, promessa che abbiamo dovuto mantenere per forza. Poiché a tenerci in vita in tutti questi anni è stato quasi unicamente l’obolo versato ogni mattina all’edicola, non dimentichiamolo mai, da chi continua ad avere fiducia in noi. Rapporto basato su un impegno preciso: se anche sbaglieremo saranno i “nostri” errori perché sul nostro giornale decidiamo noi e solo noi ciò che merita di essere pubblicato. Altre due promesse. Primo: la nostra linea politica sarà la Costituzione repubblicana (mantenuta). Secondo: non faremo sconti a nessuno (beh, la perfezione non è di questo mondo).

 

Stato di grazia

Nella primavera del 2009 con Marco Travaglio, Peter Gomez, Marco Lillo giriamo e vediamo gente. Siamo sulla spese ma viaggiamo in Freccia Rossa e riceviamo potenziali firme nelle hall di hotel di lusso. Mostriamo menabò, illustriamo budget. Viviamo in uno stato di grazia, difficile da spiegare. Una condizione mentale, una follia adolescenziale (come dice la canzone). Certi giorni mi sembra di girare a vuoto, di non combinare nulla. Parliamo di un giornale che non c’è e che forse mai ci sarà. C’è chi mi guarda con un pizzico di sincera compassione: povero Antonio, da quando l’hanno cacciato da l’Unità deve essersi rincoglionito, fondare un giornale oggi è come vendere sabbia nel deserto, se si vuole rovinare cazzi suoi… Un giorno incontriamo Gianroberto Casaleggio. Sono Marco e Peter a insistere. Cura il loro sito Voglioscendere sul blog di Beppe Grillo. “Un genio assoluto”, giurano. Al tavolo di un ristorante milanese c’è anche Cinzia Monteverdi, giovane imprenditrice che ha deciso di mettere i suoi risparmi nel progetto e non vede l’ora di cominciare (oggi è ad della società, artefice del Loft e della prossima quotazione in Borsa). Mentre ci affanniamo a magnificare il Fatto che verrà, Casaleggio fissa silenzioso la parete. Poi sentenzia: “Siete morti”. Prego? “Siete morti”. Segue una disamina del mercato delle notizie che nell’arco di un paio d’anni, sostiene, sarà monopolizzato dalla Rete. Ha ragione. E, fortunatamente, torto per quel che ci riguardava.

 

Una giornata particolare

Il numero uno del Fatto Quotidiano avrà un titolo indimenticabile: “Indagato Letta”. Neppure l’allora eminenza azzurrina del presidente-padrone Silvio Berlusconi lo avrebbe facilmente dimenticato, considerato com’era un intoccabile dal sistema unico dell’informazione. Torniamo allo stato nascente di Alberoni: una forza nuova che si contrapponga all’Istituzione. Poiché proprio questo volevamo essere cominciammo con la stessa inchiesta che Lillo e Gomez si erano visti rifiutare nelle loro vite precedenti. A pochi giorni dal debutto c’erano già trentamila abbonamenti e sarebbero diventati 35mila prima della fine dell’anno. Quasi nessuno ci credeva tranne Marco Travaglio che aveva promosso il giornale girando come una trottola per la penisola. Nella notte del 22 settembre un gruppo di eccitati volontari corre a prendere le prime copie al centro stampa sulla Tiburtina. Il sito straripa di messaggi, quelli che hanno letto il quotidiano online. Scrivono da tutto il mondo. La mattina, le edicole, prese d’assalto, espongono un cartello: “Il Fatto è esaurito”. Partivamo. E, per dirla con Vasco Rossi, eh già siamo ancora qua.

La legge del 9: nuovi conflitti e rivoluzioni

 

Salvatore Cannavò

1919

Il biennio rosso: gli operai si fanno Stato, ma perdono. E così sbocciò il fascismo

Sono stati i due anni che, se avessero vinto, avrebbero potuto evitare all’Italia il fascismo. Antonio Gramsci ne fece il laboratorio della teoria consiliare. Il “biennio rosso” inizia nel settembre del 1919, quando duemila lavoratori della Fiat avviano una mobilitazione per rivendicare condizioni di vita decenti. E compiono un gesto di rottura con le pratiche del movimento operaio consolidato: eleggono direttamente i propri rappresentanti formando un Consiglio operaio. Di lì in avanti, la protesta si allarga e cresce impetuosamente. Per averne una misura si consideri che gli iscritti della Cgl (Cgil dal ’44) passano dai 312 mila del 1914 a 1,9 milioni nel 1920. Alle elezioni legislative del 1919 il Psi ottiene il 32% dei voti. Il sindacato di ispirazione libertaria, l’Usi, passa da 150 mila a 800 mila iscritti. Nel 1920 l’occupazione delle fabbriche riguarderà 500 mila lavoratori, l’autorità del sindacato e del partito viene messa in discussione da un movimento che trova nella base, e nell’autorganizzazione diretta, la propria forza. Lo sottolinea proprio Gramsci: “Le masse devono risolvere da sole, con i loro propri mezzi, con le loro forze, i problemi della fabbrica”. Nel settembre del 1920 l’accordo raggiunto con il governo Giolitti da parte della Cgl e sostenuto dal socialismo riformista fa rifluire quel movimento in cui alcuni vedono la spinta alla reazione fascista che si avrà nel breve termine, mentre altri vedono un’occasione mancata del movimento operaio.

 

Stefano Feltri

1929

Tutti gli errori da non ripetere: gli Usa e la Grande depressione

“Abbiamo imparato la lezione e non rifaremo gli stessi errori”. Così Ben Bernanke, nel 2002, celebrava Milton Friedman e il libro che aveva scritto con Anna Schwartz sulle scelte della Federal Reserve, la banca centrale Usa, dopo il crac di Wall Street nel 1929. Sei anni dopo Bernanke è il presidente della Fed che, nel disastro dei mutui subprime, deve prevenire una nuova depressione. E ci riesce roprio perché ha studiato a fondo gli errori di politica monetaria ed economica di ottant’anni prima. Sull’onda dell’entusiasmo per i ruggenti anni Venti, l’indice azionario di Wall Street cresce del 500 per cento tra 1922 e 1929. La bolla scoppia il 24 ottobre 1929, 16 milioni di azioni vengono vendute senza limiti di prezzo. A trasformare il terremoto in un cataclisma sono però le decisioni sbagliate della Federal Reserve e della politica americana. La Fed conduce una politica monetaria restrittiva di tassi alti anche a fronte di un’economia in frenata e poi al collasso, il presidente Hoover è restio a intervenire nell’economia e si affida al mercato perché faccia pulizia di banche e imprese incapaci di sopravvivere da sole. La Teoria generale di John Maynard Keynes uscirà soltanto nel 1936, nel ’29 si crede ancora che l’economia riesca a ritrovare da sola il proprio equilibrio, riassorbendo la disoccupazione con salari più bassi. Ma non succede finché non arrivano il New Deal di Roosevelet e poi la seconda guerra mondiale.

 

Fabrizio d’Esposito

1939

Era l’alba del primo settembre e Hitler “iniziò” dalla Polonia

La Seconda guerra mondiale iniziò all’alba del primo settembre del 1939. Una nave da guerra teutonica, la Schleswig Holstein, bombardò il presidio polacco di Westerplatte, a Danzica. Per il regime nazista di Adolf Hitler, il Corridoio di Danzica – che dava il mare alla Polonia – era uno degli oltraggi subìti dai vincitori della Prima guerra mondiale. Danzica, stretta tra la Germania e la Prussia. Quasi contemporaneamente, la Luftwaffe “invase” il cielo di Varsavia per bombardare la capitale polacca. Una guerra lampo. Il primo atto della Seconda guerra mondiale. La Polonia fu divorata dal patto di non aggressione tra i nazisti e i comunisti dell’Unione Sovietica, firmato pochi giorni prima, il 23 agosto. Von Ribbentrop e Molotov. Hitler e Stalin. L’Armata Rossa prese il Paese dall’est. Quel giorno, al Reichstag, il Führer, spiego così l’inzio del Male: “La mia vita d’ora in poi apparterrà più che mai al mio popolo. Da oggi sarò il primo soldato del Reich Tedesco. Ho indossato ancora una volta quell’uniforme, la più sacra e cara per me, e non la toglierò finché la vittoria non sarà certa. Qualunque cosa dovesse accadermi, il mio successore sarà il camerata Göring e qualunque cosa dovesse accadere a Göring, il successore sarà il camerata Hess. Come Nazional Socialista e come soldato tedesco mi accingo a combattere questa battaglia con cuore indomito. La mia vita non è stata altro che una continua lotta per il mio popolo e per la Germania”.

 

Leonardo Coen

1949

Il comunista atipico Mao cambia la grande Cina, ma a che prezzo

“Il potere politico nasce dalla canna del fucile”: Mao Zedong lo ripete anche quel giorno di grande festa ed infinito orgoglio, quando nell’immensa piazza Tien An Men, cuore della Pechino imperiale simbolo della grande Cina, proclama la nascita della Repubblica popolare cinese. È il primo ottobre 1949. La guerra civile – cominciata nel 1926, interrotta nel 1937 per far fronte comune coi nazionalisti di Chiang Kai-shek contro i giapponesi invasori – era ripresa alla fine della seconda guerra mondiale. Un conflitto terribile che si chiude con la sanguinosa battaglia di Hsuchow. I nazionalisti fuggono a Formosa. Fin da subito il Grande Timoniere – un comunista atipico: sostiene che la società socialista non debba essere un organismo rigido e uniforme bensì sempre in movimento, ed in costante sviluppo – alterna realismo, utopismo e sperimentalismo. Vuole riportare la Cina tra le grandi potenze e ci riesce. L’Occidente, già in piena Guerra Fredda, scoprirà la sua potenza nella guerra di Corea. Anche i russi, loro malgrado. Quel primo ottobre, con fierezza, Mao dirà: “La Cina è in piedi”. Nonostante i suoi nemici. Pronta al “grande balzo in avanti”. E alla “rivoluzione culturale”. Sfide perse. Dalla Lunga Marcia alla reggia di Pechino, la scorciatoia maoista si rivelerà un sogno impossibile, il progresso economico e civile della Cina frenerà l’ardore rivoluzionario delle masse da lui agognato.

 

Furio Colombo

1959

Cuba, la vittoria dei giovani colti raccontata dal New York Times

La notizia è dei primi giorni di dicembre. Scuote soltanto una piccola parte di opinione pubblica (ci vuole un’informazione davvero accurata per capire) e lascia indifferente il mondo. Lascia indifferenti anche gli Stati Uniti d’America, benchè sia Herbert Matthews, un grande giornalista americano, a dare, diffondere, ripetere e spiegare la notizia: la rivoluzione di Cuba, guidata da un gruppo di giovani colti e agiati de L’Avana (i fratelli Fidel e Raul Castro, il pilota Camilo Cienfuegos, il medico argentino Ernesto Che Guevara) stava vincendo, contro il corrotto dittatore fascista Fulgencio Batista, sostenuto da interessi americani. In quel momento il vero eroe è Matthews, che ha capito subito la portata dell’evento, si è unito ai ribelli, scrivendone ogni giorno sul New York Times, e non li ha più abbandonati fino al celebre capodanno del 1959, fuga del dittatore, Liberazione dell’Havana, libertà per Cuba. Ma anche Richard Nixon, vice presidente degli Stati Uniti molto attivo in intrighi e spionaggio, ha capito. Un ribelle vincitore, così carismatico, credibile, simpatico ai media americani, era un pericolo. Bisognava screditarlo, spingerlo a cercare aiuto nel Blocco Sovietico e farne un nemico. In quel 1959 Nixon è stato il vero vincitore. E ha stravolto decenni di storia cubana, americana e del mondo.

 

Ettore Boffano

1969

Autunno caldo, scontro di classe e strategia della tensione

Quell’ossimoro “stagionale” lo inventò, nel settembre del 1969, il leader socialista Francesco De Martino (“…Prevedo che sarà un autunno molto caldo…”), facendolo entrare per sempre nel vocabolario del Paese. Una definizione capace di indicare il punto più alto di uno “scontro di classe” che, pur senza raggiungere esiti rivoluzionari, preceduto e poi accompagnato dal ’68 studentesco, avrebbe trasformato l’Italia. I numeri, riletti oggi, appaiono ciclopici: tra i 5 e i 6 milioni di lavoratori in lotta, scioperi per mezzo miliardo di ore, 32 contratti di categoria da rinnovare, la scoperta della cassa integrazione di massa, soprattutto alla Fiat e alla Pirelli (“Agnelli, Pirelli: ladri gemelli”, si gridava nei cortei), delle occupazioni, dei picchettaggi contro i “crumiri”, l’ascesa – oltre la volontà degli stessi partiti della sinistra – della leadership sindacale di Cgil, Cisl e Uil, l’inadeguatezza della Confindustria e la modernizzazione anche padronale, guidata da Gianni Agnelli. La conquista più alta, arrivò l’anno successivo: lo Statuto dei lavoratori. Ma fu anche l’inizio di un welfare sempre più costoso, di un’inflazione che divorava i salari e innescava nuovi conflitti. Infine, proprio nel dicembre che concluderà quell’autunno, la Strage di Piazza Fontana, la “perdita dell’innocenza”, il ritorno dell’eterna violenza italiana, la “strategia della tensione” e delle collusioni col neofascismo, i prodromi della risposta del terrorismo rosso.

 

Stefano Citati

1979

Il populismo teocratico nell’Iran di Khomeini e degli ayatollah

Come si dice populisti in iraniano (ovvero in farsi)? Nel 1979 si diceva ayatollah; vidi per la prima volta l’immane fascino della religione elevata a ideologia per le masse nelle immagini dell’oceanico raduno per l’arrivo del nuovo Shah teocratico, il serafico barbuto Ruhollah Khomeini dall’esilio parigino, la città che l’élite iraniana raggiungeva in Boeing per cenare o fare shopping e poi tornare a Teheran. Mentre in Italia c’era soprattutto il terrorismo, sopra le nostre teste volavano la sonda Voyager e le palline da ping-pong che portavano la distensione tra Usa e Cina (e la cacciata del genocida Pol Pot dalla Cambogia). A Londra assurgeva l’altra “regina” Margaret Thatcher, additata campionessa del capitalismo che infiniti lutti addusse alle sinistre. L’anno si chiuse con l’invasione sovietica dell’Afghanistan la cui eredità fu il tramonto dell’Urss e l’alba del jihad. Khomeini ricoprì la carica di guida suprema dell’Iran per dieci anni, dal 1° febbraio 1979 al 3 giugno 1989. Il 26 settembre del ’79 il Corriere della Sera pubblica l’intervista di Oriana Fallaci: “Quando gli rinfaccerò che non si può nuotare con il chador mi darà una risposta inaspettatamente cattiva. Lui che ha tollerato senza battere ciglio le mie accuse di dittatura, despotismo, fascismo. ‘Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non la riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene’”.

 

Giampiero Gramaglia

1989

La domanda di un giornalista fa crollare il Muro di Berlino

Fu la domanda di un giornalista dell’Ansa a fare cadere il Muro di Berlino, la sera del 9 novembre 1989: Riccardo Ehrman, corrispondente da Berlino Est, chiese a Gunter Schabowsky, portavoce del governo della Rdt, se sarebbe stata resa ai cittadini della Germania orientale la libertà di viaggio. Un po’ involuta, la risposta fece comunque capire che le frontiere erano ormai aperte e che il Muro era simbolicamente caduto. Quella sera, Ehrman fu portato in trionfo alla stazione di Friedrichstrasse, dov’era andato a verificare se il transito era davvero consentito: lo sarebbe stato la mattina dopo. Il briefing di Schabowsky era stato dato in diretta televisiva, all’insaputa degli stessi giornalisti. La caduta del Muro fu l’atto culminante dello sgretolamento del blocco comunista e della stessa Urss: l’immagine che resta nella memoria, con l’ultimo ammainabandiera del vessillo rosso il 25 dicembre 1991. Un processo cominciato nel 1985, con l’arrivo al potere a Mosca di Mikhail Gorbaciov, la glasnost e la perestroika, e la fine della Guerra Fredda, e acceleratosi nell’estate del 1989 con le pressioni all’emigrazione dai Paesi dell’Est. Tutto sfociò nella caduta del Muro apparso in una notte torva del 1961, il 13 agosto. Si spalancava così la porta alla riunificazione della Germania, alla nascita dell’Unione europea (e dell’euro), all’allargamento a Est dell’Ue: fermenti e speranze tutti coagulati in una notte d’euforia.

 

Stefano Disegni

1999

C’è Matrix al cinema, ma forse è solo un plagio. La Lazio vola

Uscì Matrix e a me non fece nessun effetto. Capirai, io e l’allora commilitone Caviglia la stessa storia l’avevamo scritta nel 1992, si chiamava Razzi Amari e vendette le sue belle 30.000 copie. Ma uguale proprio: un tizio scopre che il mondo intorno è un’illusione virtuale, incontra dei Resistenti, viene tradito da uno di loro e inseguito dagli Psicocaramba con gli occhiali scuri finché, con un fucilone sotto un lungo spolverino, distrugge il Supercomputer e riporta la gente alla realtà e la gente lo manda affanculo perché preferiva l’illusione. Le telefonate plurime degli amici e la scoperta che i Wachowski leggevano fumetti ci fecero finire da un importante avvocato che invece di trattarci da alcolisti mitomani e chiamare la sorveglianza disse che la cosa poteva non essere pellegrina ma un’intrepida vertenza in terra americana sarebbe costata anche per i nostri eredi fino all’ottava generazione. Finì lì e va a sapé. Oggi la racconto come mio nonno quando rievocava quella volta che arrivò la polizia fascista a casa ma lui aveva nascosto bene i documenti, ultima frase ripetuta in coro da noi nipoti. Né mi fecero effetto la paura del Baco del Millennio e della Fine del Mondo, da secoli con le cazzate l’umanità ci fa camminare i treni. Quello che mi fece effetto in quel meraviglioso 1999 fu la Lazio che, partitone dopo partitone, andava a vincere lo scudetto 1999/2000. Scrivo la formazione. No, è finito lo spazio. Che anno, il 1999!

Anche bambini tra i 50 in mare: nessun porto apre

Non c’è pace, né porto, per una cinquantina di migranti da giorni in mare a bordo di due navi di Ong tedesche: la Sea Watch – al largo da 9 giorni dopo aver recuperato vicino alle coste libiche 32 naufraghi (tra cui 4 donne, 4 minori non accompagnati e 3 bambini) lo scorso 22 dicembre – e la Sea Eye, che da ieri ha caricato a bordo 17 migranti. Dalle due organizzazioni è partito un nuovo appello alla Germania, finora inascoltato; intanto, un pattugliatore delle forze armate di Malta traeva in salvo 69 migranti alla deriva su un barcone, ai quali è stato concesso di sbarcare sull’isola. Mentre la prima Ong pubblicava l’elenco dei Paesi e delle istituzioni che avrebbero “negato aiuto: Malta, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Germania, Ue”, la seconda twittava: “Abbiamo soccorso diciassette persone provenienti da sette diverse nazioni africane. Per loro chiediamo un porto sicuro dove poter sbarcare”. L’Unhcr e Save The Children lanciano appelli affinché si conceda alle due imbarcazioni un porto sicuro, e con urgenza, considerato anche l’abbassamento delle temperature. Igor Boni di Radicali Italiani ha scritto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai vicepremier Matteo Salvini e Danilo Toninelli.

“Dagli ultras dell’Inter un’azione militare”

L’agguato degli ultras interisti ai van dei tifosi napoletani la sera del 26 dicembre è stata una vera “azione militare”. Non ha dubbi il giudice per le indagini preliminari Guido Salvini che ieri in sei pagine di ordinanza ha confermato il carcere per gli arrestati Luca Da Ros, Francesco Baj e Simone Tira. Restano invece punti oscuri sulla dinamica della morte di Belardinelli.

Una delle ipotesi che si sta valutando è che siano coinvolte due auto, una che lo ha colpito e una seconda che gli è passata sopra. Mentre sull’ organizzazione dell’assalto il giudice spiega: “Si è trattato di un’azione preordinata e avvenuta a distanza dallo stadio. Quanto successo è espressione tra le più brutali di una sottocultura sportiva di banda che richiama piuttosto, per la tecnica usata, uno scontro tra opposte fazioni politiche”. A dimostrazione che il blitz trae origini da motivazioni che con buona probabilità vanno al di là della semplice rivalità tra tifosi. E infatti solo Luca Da Ros non ha una connotazione politica. Mentre Francesco Baj e Simone Tira, sottolinea il giudice Salvini risultano “militanti del gruppo di estrema destra Lealtà e Azione”. In più lo stesso Tira “presenta due condanne per porto d’armi”. Sempre Baj e Tira, all’interno della curva Nord, sono riferibili agli Irriducibili, un gruppo con chiare connotazioni politiche nato sulle ceneri degli Skins Inter. Il giudice, poi, nel suo ragionamento e per motivare la decisione del carcere per i tre si sofferma molto sul rischio di una “rappresaglia” interna al mondo ultras nei confronti, in particolare, del tifoso interista che ha deciso di collaborare con la magistratura facendo nomi e descrivendo la dinamica dell’agguato. Il riferimento è a Da Ros sul cui profilo Facebook ieri sono comparsi diversi insulti. “Infame spiune”, scrive Davide A., mentre Pietro D. consiglia: “Non parlare, abbi dignità per te e gli ultras a te vicini”. Minacce e insulti anche più espliciti si ripetono. Non è un caso dunque il passaggio del giudice Salvini: “Dal punto di vista della prevenzione generale quanto avvenuto a Milano ha avuto grande risonanza ed è quindi idoneo a scatenare azioni simili e anche episodi di rappresaglia e di conseguenza si pone ad un livello molto elevato di gravità ben superiore a quello di una comune rissa e cioè del reato in cui l’episodio è necessariamente inquadrato”. La custodia in carcere si rende necessaria anche perché “è altamente probabile che gli indagati, organicamente inseriti nell’ambiente ultras ove non sottoposti a misure potrebbero concorrere alla dispersione di elementi probatori indispensabili e al condizionamento dell’acquisizione di ulteriori prove. In gruppi di tal genere e in occasione di episodi simili ogni sforzo è diretto a tutelare i suoi componenti dall’identificazione e a far mantenere alle persone già individuate il silenzio in merito agli altri e ai più importanti partecipanti che hanno avuto ruoli organizzativi”. Dagli atti dell’inchiesta, in parte riportati nell’ordinanza, emerge poi un particolare inedito.

Dopo il blitz in via Novara, il manipolo dei cento rientra tranquillamente in via Filiberto davanti al Cartoons pub. Scrive Salvini: “Al termine dell’azione tutti sono tornati alla base con le medesime modalità”. Ovvero a bordo delle venti auto che verso le 18 erano partite alla volta di via Zoia. Qui il gruppo “ha trovato nel parchetto del Fanciullo pronti in un sacco i bastoni”. E qui gli ultras attendono l’arrivo dei van che vengono “agganciati” da una volante in fondo a via Novara. L’auto della polizia procede davanti a un centinaio di metri. Appena supera l’incrocio con Zoia e va via, il manipolo scatena la guerriglia.

Coperta di formiche, è morta. “In corsia anche l’infezione”

La signora Thilakawathie Dissianayake era dello Sri Lanka, aveva 71 anni e una figlia, Kamini. Otto mesi fa aveva intrapreso il viaggio con visto turistico per venirla a trovare in Campania. Un mese dopo si è sentita male per strada ed è iniziato il suo calvario: tre by pass, un doppio ictus cerebrale, l’insufficienza respiratoria. È morta l’altro ieri sera all’ospedale del Mare di Napoli, gonfia a causa di una infezione che avrebbe contratto nel suo ultimo trasferimento da un ospedale all’altro, e verrà ricordata come la signora dagli occhi spenti per il coma farmacologico, che non era in grado di accorgersi che le formiche le stavano ricoprendo il viso e il tubo della tracheotomia durante il ricovero al San Giovanni Bosco di Napoli.

Era il 10 novembre e il video girato di nascosto da una visitatrice e postato dal consigliere regionale verde Francesco Borrelli ha fatto il giro del mondo, riempendo di vergogna la sanità campana e nazionale. La figlia avrebbe voluto farla morire nel suo Paese ma non c’è riuscita: servivano 18.000 euro per riportarla a casa, una cifra impossibile per una colf, nonostante l’appello a partecipare a una colletta da parte del legale della famiglia, Hillary Sedu. Ieri l’avvocato Sedu ha depositato un’integrazione alla denuncia di novembre affinché si accerti se ci siano state negligenze o meno nelle cure della signora e se queste negligenze possono averne determinato la morte o esserne state una concausa. La polizia ha sequestrato la salma, la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo, ci sarà un’autopsia.

La direzione Salute della Regione Campania ha diffuso un comunicato minacciando querele a chi assocerà la morte della signora cingalese allo “scandalo formiche”. Una denuncia sarà presentata anche dall’Asl Napoli 1 “a tutela del lavoro svolto dal personale medico sanitario e dell’immagine stessa della Sanità campana, ancora una volta oggetto di strumentali attacchi mediatici”. La direzione Salute sottolinea il grave quadro clinico della signora cingalese: doppio ictus cerebrale con tetraparesi, triplice by pass aorto-coronarico, insufficienza respiratoria trattata con tracheotomia. A cui si aggiungeva il diabete e l’ipertensione arteriosa. “Per queste gravissime patologie – si legge nella nota – è stata curata con tutte le attenzioni mediche e umane del caso all’Ospedale del Mare dove la paziente era stata trasferita dall’ospedale San Giovanni Bosco, dove era stata accolta a causa del previsto compassionevole rimpatrio in aereo, negato dalla compagnia di volo per la gravità delle sue condizioni. Il quadro generale ne consigliava il trasferimento a una struttura di accoglienza permanente, non accettato dalla famiglia”. “Per un ulteriore peggioramento del già gravissimo quadro clinico i medici del San Giovanni Bosco – continua la ricostruzione della Regione Campania – hanno richiesto il 21 dicembre scorso il trasferimento presso l’Ospedale del Mare dove si è assistito ad un ulteriore decadimento della funzionalità cardiaca e respiratoria per cui, nonostante trattamenti massimali e intensivi, si è avuto il decesso della paziente”.

L’avvocato Sedu precisa: “Nessuno ha parlato di nesso causale tra l’evento formiche e la morte. La signora però aveva piaghe da decubito impressionanti, si vedevano le ossa, e forse qualche formica può avere inquinato il tubo della tracheotomia. Poi nel trasferimento dal San Giovanni Bosco all’ospedale del Mare, la figlia ha notato che la madre era peggiorata, ed ipotizziamo che durante il trasporto possa aver contratto l’infezione che l’ha fatta gonfiare tutta, prima del decesso. Non siamo medici e non vogliamo dare la colpa a nessuno, vogliamo solo che si chiariscano le cause della morte”.