Tassa fino a 10 euro per sbarcare a Venezia. Albergatori esultano

“È una vittoria per tutta la città, non solo per il Comune”: entusiasta il commento a caldo di Claudio Scarpa – presidente dell’Associazione albergatori veneziani – sul nuovo ticket di ingresso (inserito nella legge di Bilancio appena approvata), che si applicherà a tutti i turisti indiscriminatamente, non solo a quelli che soggiornano in hotel.

La “tassa di sbarco”, infatti, sostituirà quella “di soggiorno” e potrà valere da 2,5 fino a un massimo di 10 euro a testa: “Il principio fondamentale – spiega Scarpa – è che paghino tutti, anche chi viene in città in giornata, fermandosi solo dalla mattina alla sera, contribuendo pochissimo al fatturato turistico, ma pesando molto sui costi dei servizi. Bisogna far capire che non è tutto gratis”. Secondo le stime dell’associazione, “su dieci turisti che arrivano a Venezia, sette non dormono in città, e quei sette portano solo il 30% del fatturato turistico totale”. Non si è fatto attendere il commento del sindaco Luigi Brugaro, che ieri ha promesso su Twitter “un provvedimento equilibrato, che tuteli chi vive, studia e lavora nel nostro territorio”.

Bolgia alla Camera tra gilet azzurri, botte e fiocchi rosa

Diario semiserio dei tre giorni di iter alla Camera della manovra economica, passata con tre approvazioni e altrettanti voti di fiducia.

 

28 dicembre: primo giorno

L’aula è una bolgia. Tutti i gruppi delle opposizioni chiedono di votare la sospensione dei lavori e la convocazione di una conferenza dei capigruppo. Si alza il coro: “Voto! Voto! Voto!”.

Mara Carfagna (vicepresidente): “Colleghi, no, non funziona così, non è che se lo chiedete, lo mettiamo in votazione perché urlate. Non funziona a chi urla di più“. Sta arrivando il Presidente, cerchiamo di gestire l’andamento dei lavori in maniera ordinata”.

Arriva a sostituirla il presidente Roberto Fico: “Per favore, non è uno stadio, non è uno stadio. Deputato Brunetta, non è uno stadio, senza urlare. Deputato Brunetta, non si preoccupi”.

I tentativi di Fico di parlare sopra le urla sono struggenti: “Devo sospendere? Non si può continuare così, non si può continuare così… Non è il modo, vi prego di sedervi”.

Emanuele Fiano (Pd): “Non va bene così, presidente! Deve essere sopra le parti!”…

Fico: “Deputato Fiano, mi vuole far sospendere la seduta? Se vuole fare così, sospendo la seduta… Deputato Fiano… Deputato Delrio, deputato Delrio… Deputato Migliore, per favore…”.

È una bolgia. Borghi e Fiano invadono i banchi del governo. Fiano lancia un fascicolo con gli emendamenti in faccia al sottosegretario leghista Massimo Garavaglia. Fatuzzo tira fuori una seconda bandiera del Partito pensionati. Fico capitola, ma evita una votazione che avrebbe potuto mandare sotto la maggioranza: “Allora, così non si può continuare, quindi sospendiamo…”.

 

29 dicembre: secondo giorno

Il dibattito prosegue tra l’invasione dei dei gilet azzurri e i fiocchi rosa (per la piccola Camilla): i parlamentari ci regalano altre perle di saggezza.

IL CACOFONICO. Giorgio Mulé (Forza Italia): “Rivendichiamo il diritto di esercitare il nostro mandato nei modi e nei termini garantiti dalla Costituzione! Continueremo a farlo, noi di Forza Italia, nel solco di una storia, rappresentata da Silvio Berlusconi e da valori sacri come la libertà (risate degli altri gruppi, ndr) – avete poco da ridere, avete ben poco da ridere –, valori riassunti nel patto d’onore. Voi dovreste avere più onore con i nostri elettori, a dispetto della Lega, vittime dell’incantesimo dei 5 Stelle, ammaliati dalle sirene cacofoniche del potere”.

L’ESOGENA. Maura Tomasi (Lega): “Del resto, la compressione del tempo del dibattito non è dipesa da noi: essa dipende da un insieme di regole esogene”.

INTERMEZZO. I deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente indossano pettorine azzurre recanti le scritte: “Basta tasse”; “Giù le mani dal no-profit”; “Giù le mani dalle pensioni” e stazionano nell’emiciclo in prossimità dei banchi del Governo. È la versione italiana dei gilet gialli.

Fico: “Per favore, levatevi le pettorine! Chiedo agli assistenti parlamentari di intervenire… Sospendo la seduta per cinque minuti.”

MANZO, CUORE TENERO. Teresa Manzo (M5S): “Vorrei rinnovare gli auguri al capogruppo del Movimento 5 Stelle per la nascita di Camilla, dato che i colleghi di Forza Italia non hanno voluto partecipare a questo grande evento”.

LA VECCHIA FATTORIA. Roberto Fico: “Deputato Rospi si segga. Prego, deputata Manzo, continui l’intervento”.

ITALIANO, LINGUA MALEDETTA. Ancora l’ineffabile Manzo: “Occorre fare chiarezza per rispondere a una distorta informazione, che sta preoccupando e dando allarmismo ingiustificato… Toglieremo i giovani da quel divano, su cui sono stati messi, a parcheggio, perché in effetti i giovani quello volevate che fossero, a parcheggio, ma non è così con la manovra del cambiamento”.

CE LO CHIEDONO I COMMERCIALISTI. Anna Ascani (Pd): “Perfino i commercialisti che fanno questo di mestiere dicono che avete alzato le tasse”.

IL GRANDE ASSENTE. Alessia Morani (Pd): “Presidente, in questa discussione c’è un grande assente: il terremoto del centro Italia”.

SCIENZA E COSCIENZA. Renato Brunetta (Fi): “Professor Conte, la pressione fiscale con questa manovra aumenta. Le sarei grato, professor Conte, se lei potesse, se mai intende farlo, rettificare la sua affermazione: lo deve alla scienza, alla matematica, alla sua coscienza”.

 

30 dicembre: terzo giorno
Il gran finale, tra accuse di “terrorismo” e l’onda lunga della Serie A (è pur sempre il weekend).

Terrorismo a 5 stelle. Dal Blog delle Stelle: “Siamo sotto attacco. Il Governo, la manovra del Popolo. La democrazia è sotto attacco. È in corso una delle più violente offensive nei confronti della volontà popolare perpetrata in 70 anni di storia repubblicana…”. Troppo persino per l’aggressiva comunicazione pentastellata: post rimosso in poche ore.

Siamo tutti koulibaly. Sull’onda emotiva delle polemiche calcistiche e delle maschere al San Paolo, Kalidou Koulibaly spunta persino alla Camera: dentro un ordine del giorno firmato dal forzista Marin “contro il razzismo nello sport”. Approvato.

I consigli della zia. Carlo Fatuzzo (FI): “Debbo dire che questa mattina, presto, ho ricevuto una telefonata da una conoscente, la signora Adriana, da Tradate, provincia di Varese e, chiacchierando con lei, le ho chiesto: ma dimmi, cosa potrei dire questa mattina alla Camera?”.

Pensionati all’attacco. Ancora Fatuzzo: “Viva i pensionati, pensionati, all’attacco!”. Ogni suo intervento si conclude così, sappiatelo.

diritto costituzionaleFrancesco Silvestri (M5S) dà lezioni di diritto costituzionale al parlamento: “Rivendichiamo questo sano e costruttivo populismo, che si ritrova anche nella nostra Costituzione”.

Ha voluto la bicicletta. Giancarlo Giorgetti (Lega, sottosegretario) esce trafelato dalla Camera a manovra approvata: “È come terminare il Tour de France… Ora scappo, ho ancora da vedere gli ultimi minuti del Southampton”.

Auguri. Vittorio Sgarbi (Misto): “Grazie, vi voto con il più pieno consenso, vedendovi lentamente sparire”.

Il sindacalista che non deve trattare

Il governo del cambiamento cambia pure la concezione del sindacato, almeno secondo La Repubblica: prima sedersi al tavolo col Ministero era trattativa, adesso è diventato arruolamento. Così infatti il quotidiano diretto da Mario Calabresi ha presentato la partecipazione di Marco Bentivogli, segretario della Fim-Cisl (già additato come vicino a Calenda, con cui in passato ha firmato un piano industriale) alla commissione sulla blockchain per elaborare la strategia nazionale sull’intelligenza artificiale. “Di Maio arruola il sindacalista vicino a Calenda”, il titolo dell’articolo che proprio non è andato giù al diretto interessato: “Pretendere una condotta differente è settarismo: quello stesso settarismo a cui perfino Repubblica non è stata estranea”. Bentivogli è stato infatti costretto a prendere carta e penna e scrivere una lettera per spiegare al direttore che la sua presenza nella commissione “è doverosa per tutelare in modo trasparente gli interessi dei lavoratori italiani, in particolare quelli metalmeccanici, che più di tutti sono già oggi protagonisti dei cambiamenti in atto nei processi produttivi“. In fondo, è proprio quello che di solito fanno i sindacati.

Il Colle strattonato, ma starà fuori dalla mischia

C’è un’attesa spasmodica, nella grande stampa degli editori impuri e anti-populisti, per il tradizionale discorso di San Silvestro del presidente della Repubblica. Attesa, ovviamente, per eventuali parole di critica, se non di condanna per la “compressione” del confronto parlamentare sulla manovra, ribadita ancora ieri dalle anticipazioni più o meno ufficiose del Quirinale sul testo di stasera.

In realtà, quest’attesa tradisce un tic di Sistema che accompagna Sergio Mattarella, dc di sinistra, sin dalla sua elezione nel febbraio del 2015. Quello cioè di tirare il Colle nel mezzo della contesa politica e di farne un contrappeso allo strapotere dell’esecutivo o della maggioranza. Era capitato con il renzismo, dall’invenzione del “canguro” anti-ostruzionismo alla fiducia sulla legge elettorale. Capita oggi con il governo gialloverde di Giuseppe Conte.

Ieri, invece, il capo dello Stato ha firmato subito la legge di bilancio e questo fa giustizia di tutti i retroscena attribuiti al Colle nelle ultime settimane. Nell’ordine: il Quirinale non firmerà; rinvierà la manovra al Parlamento con messaggio; infine darà la possibilità di consentire l’esercizio provvisorio per due o tre giorni nel 2019 per far dibattere il Parlamento oltre il termine del 31 dicembre. Non è successo nulla di tutto questo e adesso ci si aggrappa a brevi cenni nel discorso di San Silvestro per inchiodare il primo esecutivo repubblicano populista ai suoi presunti obiettivi anti-democratici.

Ché di brevi cenni si tratterà, qualora il presidente dovesse decidere di parlare del caos parlamentare delle ultime due settimane, prima e dopo Natale, rispettivamente al Senato e alla Camera. In ogni caso, come trapela dal Colle, il discorso di fine anno di Mattarella non dovrebbe essere dedicato all’attualità “contingente”, secondo la consuetudine instaurata dall’attuale presidente. Anche perché il pensiero del capo dello Stato su governo, Parlamento e democrazia è stato già al centro del discorso per gli auguri alle alte cariche dello Stato il 19 dicembre scorso. È quella infatti la sede per un bilancio “politico” dell’anno ed è lì che il presidente si è soffermato sulla “centralità” del Parlamento nella democrazia e il “pluralismo” delle istituzioni.

Ovviamente al Colle non sfugge la questione della “compressione” di queste due settimane ma a differenza del suo predecessore, è sempre necessario ricordarlo, il suo realismo presidenziale si pone agli antipodi dell’interventismo. Insomma, chi protesta lo faccia in Parlamento o si rivolga alla Consulta (il ricorso del Pd) senza appellarsi al Quirinale. Non interferire è la sostanza del suo ruolo di arbitro, annunciato sin dall’insediamento. Di più ampio respiro, invece, è il tema dell’Ue e delle elezioni europee che si terranno il 26 maggio. Mattarella, non è un mistero, è un europeista convinto e in più di un’occasione ha avanzato le sue critiche al sovranismo e all’unilateralismo nazionalista, non solo nel nostro continente.

Sarà questo, probabilmente, il passaggio più politico del messaggio di stasera, accanto alla riforma delle autonomie voluta dalla Lega (al momento una scatola vuota), ai giovani e al lavoro. Rilievo anche agli anziani, con riferimento alle pensioni. Sia nel bene, quota 100; sia nel male, il blocco delle rivalutazioni e il prelievo di solidarietà. Sintesi finale: l’Italia non è un Paese all’anno zero e lo sbandamento temuto non c’è stato grazie alla trattativa tra governo italiano e Commissione europea.

Il Colle, questo sì, sarebbe indispettito per la difesa dei gialloverdi che imputa all’Ue la colpa dei tempi compressi in Parlamento. Piuttosto, la posizione europea era nota al premier e ai due vicepremier già a ottobre. Ma questo non farà parte del testo di stasera. Un discorso non lungo (meno di un quarto d’ora) che consentirà al presidente di entrare ancora una volta nelle case degli italiani. Un altro motivo per non parlare dell’attualità politica contingente.

Voti al minimo, sì alla manovra. Gentiloni s’infuria con Delrio

La maggioranza assottigliata dalle assenze post natalizie, l’opposizione sfibrata da proteste e divisioni. Battute di rito, pacche sulle spalle, persino auguri di fine anno. Nessuna sorpresa: dopo 75 giorni di trattative e polemiche la prima manovra gialloverde è legge. Approvata dal Parlamento, in serata arriva la firma del presidente Mattarella.

Per l’ultimo sì della Camera bastano 313 voti. Fra i 70 contrari non c’è il Pd, che non ha partecipato (come Leu). Anche alla maggioranza gialloverde mancano una trentina di voti, e la cosa non è passata inosservata in casa M5S. Il direttivo chiederà conto a 10 parlamentari dell’assenza: spiccano i nomi di Sara Cunial (già fra i dissidenti al dl sicurezza), Lorenzo Fioramonti (nervoso per il suo ruolo di viceministro all’Istruzione) e Luigi Gallo (vicino a Roberto Fico); gli altri sono i deputati Azzolina, Del Re, Colletti, Vallascas, Rospi, Maniero e Corneli. Ma dal comunicato traspare più il fastidio per un po’ di sciatteria che i timori di una crepa interna: “Era un provvedimento cruciale, ogni componente deve partecipare”.

La “manovra del popolo”, che è pure la manovra dell’estenuante tira e molla con l’Europa e delle proteste per la mancata discussione in Parlamento, va in archivio senza altri sussulti. Ieri ancora un po’ di bagarre, non troppa: i parlamentari avevano già dato il massimo negli scorsi giorni. Ci prova il M5s con un post sul Blog delle Stelle che grida al “terrorismo mediatico e psicologico” e parla di “democrazia sotto attacco”. Rimosso in poche ore, tanto la manovra è in cassaforte. “L’opposizione fa il suo lavoro”, chiude il presidente della Camera Fico.

Poi ci pensa il Pd a regalarsi l’ultimo brivido dell’anno. Intorno all’ora di pranzo scompare Gentiloni. “Dov’è Paolo?”, si chiedono i deputati dem. L’ex premier avrebbe dovuto tenere la dichiarazione di voto finale. Ma la linea barricadera guidata da Graziano Delrio (e approvata da Renzi) lo avrebbe portato a parlare a tarda ora in un’aula semivuota, a nome di un’opposizione fantasma, vista la scelta di non partecipare al voto che ha ulteriormente spaccato il Pd. Non è un caso che al presidio di sabato Gentiloni avesse fatto una comparsata, e Nicola Zingaretti (da lui appoggiato alla segreteria) neppure quella. Le divergenze su come organizzare l’opposizione sono sempre più evidenti, in vista delle primarie col duello tra il governatore e Maurizio Martina (appoggiato dai renziani). Così l’ex premier, di fronte alla prospettiva di un palcoscenico senza pubblico e riflettori, furibondo con Delrio, toglie il disturbo. Alla fine al suo posto parla Emanuele Fiano, protagonista delle botte di venerdì. “Non parteciperemo a questo vostro disegno, restiamo per rispetto ma non votiamo”, conclude sfatto.

Presente e soddisfatto invece il premier Conte: “Ora ci prendiamo qualche giorno di pausa”, dice, pensando alla tagliola dell’esercizio provvisorio e forse alle vacanze. Anche il ministro Tria ha le sue buone ragioni per essere felice: “Abbiamo fermato la corsa dello spread ed evitato una procedura che avrebbe commissariato il Paese per 5-7 anni”. E all’ipotesi del rimpasto risponde: “Non vedo perché dovrei andarmene.” A maggior ragione ora, che la manovra uscita dal parlamento, col deficit al 2,04% e non al 2,4, è davvero “la legge di bilancio di tutti”. Non poteva mancare il commento del commissario Ue, Moscovici: “L’Italia ha adottato la legge di bilancio, dopo lunghe discussioni e momenti difficili. Ne seguiremo attentamente l’esecuzione”. L’ok alla manovra è un sospiro di sollievo proprio per tutti.

Ma mi faccia il piacere

Cura omeopatica/1. “Violenza negli stadi. La svolta di Salvini: ‘Incontrerò gli ultrà’” (La Stampa, 28.12). Poi, per combattere la mafia, incontrerà i boss.

Cura omeopatica/2. “Sbagliato chiudere gli stadi” (Matteo Salvini, Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, 28.12). Giusto: meglio aprire le galere.

L’estremo sacrificio. “Conversazione all’alba con Minniti anche lui colpito da ernia del disco. Abbiamo amaramente concluso che è l’effetto diretto dello sforzo di fare qualcosa per risollevare il pd. #erniapd” (Carlo Calenda, Pd, Twitter, 28.12). Se vi sacrificate per noi, lasciate pure perdere.

Pizza e Fico. “Fico? Non penso che avrà mai il coraggio di uscire dal M5S. E non credo possa mettersi alla testa dei dissidenti. Di Maio? Se sali su un balcone per dire che hai abolito la povertà e poi non riesci a fare il reddito di cittadinanza come avevi annunciato sei mesi prima, per me ti devi dimettere” (Federico Pizzarotti, sindaco Parma, 23.12). Tipo se diventi sindaco promettendo di fermare l’inceneritore di Parma e poi non lo fermi?

Due Maroni. “Anche sull’Oceano pensavo a Bossi e Salvini”, “Ho attraversato l’Oceano e ci sono rimasto male” (Roberto Maroni, Lega, ex presidente Regione Lombardia, Libero, 27.12). Ecco, rimanici.

Dal produttore al consumatore. “Il Pd torna in piazza. Ricordo alla Consulta,. Si decide il 9 gennaio” (Repubblica, 29.12). Bei tempi quando i fornitori di leggi incostituzionali erano loro.

Dragonslurp. “Sale in aereo e si siede al suo posto in classe economy. Il presidente della Bce Mario Draghi è stato fotografato su un volo di linea da un altro passeggero che ha sottolineato con ammirazione la scelta di viaggiare come un normale passeggero. L’immagine pubblicata su Twitter ha attirato i commenti degli utenti, conquistati dall’umiltà e dal rigore del presidente. ‘Siamo fieri di lui’, di legge. E in un altro tweet: ‘La classe dirigente che vorrei in Italia’. E in molti notano che Draghi non si è vantato in alcun modo del suo gesto: ‘Non ha neanche scattato selfie o foto del biglietto per farsi bello sui social. Lo stile non è per tutti’” (Repubblica, 22.12). Com’è umano, Lui.

Vergogna. “La Rai promuove capo ufficio stampa l’ex candidata dei 5Stelle al Cda. È polemica sulla nomina di Claudia Mazzola. Il Pd si appella a Cantone” (Repubblica, 8.12). In effetti che una giornalista interna Rai, talmente indipendente da finire nel mirino del Blog di Grillo per l’ostilità al M5S, diventi capo ufficio stampa della Rai al posto degli esterni di prima, senza costare un soldo in più all’azienda, è roba da Anticorruzione.

Cincinnato. “Tramonto sull’Osservatorio Tav. Il governo non rinnova le cariche. Lunedì scade il mandato del commissario Paolo Foietta: ‘Come Cincinnato tornerò a Cumiana e mi dedicherò alla cura dell’orto’” (Corriere della sera – Torino, 28.12). Braccia rubate all’agricoltura finalmente restituite.

Tutta un programma. “I primi segnali sono negativi. Il vincolo di mandato è fascismo. E non c’era nel nostro programma” (Paola Nugnes, senatrice M5S, Corriere della sera, 28.12). Citiamo dal programma elettorale del MoVimento 5Stelle del 2018: “Per rispettare la volontà degli elettori, quindi, occorre arrestare il fenomeno del trasformismo in Parlamento, obbligando i suoi componenti a conformarsi al mandato ricevuto”. Mancava però il disegnino per Paola Nugnes.

Mini minor. “Manovra, Forza Italia: ‘Colpiti anche i minori’” (il Giornale, 29.12). Berlusconi è preoccupato soprattutto per le minori.

Cazzullate. “Se l’Italia della Ricostruzione avesse fatto il calcolo costi-benefici, l’Autostrada del Sole non sarebbe mai stata costruita” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 29.12). Vuoi mettere l’inutilità di collegare con un’autostrada gli italiani da un capo e all’altro dell’Italia con l’utilità di trasportare una rapa da Torino a Lione con 20 minuti d’anticipo ad altissima velocità?

Il titolo della settimana/1. “Koulibaly come Lucano. Punito per una piccola, civilissima illegalità, è l’eroe gemello del sindaco di Riace: il buu razzista è il medesimo” (Francesco Merlo, Repubblica, 27.12). Anche Koulibaly fa il sindaco?

Il titolo della settimana/2. “Roma piena di rifiuti, turisti barricati negli hotel” (Libero, 28.12). Uahahahahah.

Il titolo della settimana/3. “Venezuela allo sbando. Il Paese idolo del M5S ha il record di omicidi” (Libero, 29.12). Li ammazza tutti Di Maio, personalmente.

Il Fatto, novità e conferme per il decimo compleanno

Cari amici del Fatto Quotidiano, questo è il decimo Capodanno che festeggiamo insieme. Essendo nati il 23 settembre 2009, festeggeremo fra dieci mesi anche il nostro decimo compleanno. Molti di voi, come noi, ricorderanno quei mesi appassionanti e febbrili di attesa e di preparativi, con una campagna abbonamenti lanciata sul web alla cieca, senza sapere quanti di voi sarebbero stati interessati ad abbonarsi o ad acquistare un nuovo quotidiano di carta, senza padroni e senza finanziamenti pubblici. Ci rispondeste in 20mila per poi arrivare a 44 mila. E partimmo. Eravamo in dodici, una “sporca dozzina” (copyright Carlo Freccero) stipata nella redazione di via Orazio, “due camere e cucina” (copyright Antonio Padellaro). Ora siamo un gruppo editoriale che sta per quotarsi in Borsa e che, oltre al giornale, ha costruito un sito web (il terzo del suo genere, per contatti, in Italia), un mensile (FQ Millennium), una casa editrice (Paper First) e una piattaforma televisiva (Loft). Tutto con i nostri piccoli mezzi e con il vostro grande aiuto, che ci ha consentito di chiudere tutti e dieci i nostri bilanci in attivo. Cioè di inserirci in un mercato difficile e di investire nelle notizie e nel futuro.

Abbiamo combattuto tante battaglie, alcune vinte (come il No al referendum su un progetto di controriforma che avrebbe stravolto la Costituzione, l’abolizione dei vitalizi, la legge Anticorruzione), altre perdute (come quella per riprenderci il diritto di sceglierci i nostri parlamentari). Ma siamo orgogliosi di tutte. Abbiamo pubblicato migliaia di notizie che mai avrebbero visto la luce senza il nostro giornale. E continueremo a farlo, tenendo la barra dritta sui nostri princìpi: quelli del rispetto e della piena attuazione della Costituzione, cioè della divisione dei poteri, dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, della trasparenza, della separazione fra politica e affari, dei diritti civili e sociali e così via.

Anche quest’anno hanno provato ad attribuirci padroni e padrini. E anche quest’anno abbiamo dimostrato di non averne. Abbiamo soltanto le nostre idee, che applichiamo imparzialmente a chiunque governi, condividendo le politiche di chi si avvicina ai nostri principi e dissentendo da chi se ne allontana. Senza guardare in faccia nessuno. E, pur con tutti i nostri limiti ed errori, possiamo più che mai rivendicare con orgoglio la funzione civica e civile del nostro quotidiano. Una funzione che voi lettori e abbonati avete mostrato anche quest’anno di apprezzare e condividere, riconfermandoci la vostra fiducia nel momento più critico del mercato della carta stampata. È merito vostro se anche nel 2018 il Fatto ha resistito alle temperie di una crisi galoppante, consentendoci di mantenere quasi inalterata la nostra diffusione, in un quadro di crollo quasi generale.

Abbiamo appena portato il Fatto a 24 pagine stabili, per arricchirlo ogni giorno (presto avremo un numero del Lunedì tutto nuovo) con più notizie, più storie e inchieste sulle città, sulla società e sul mondo, più analisi e fact checking sui fatti principali dall’Italia e dall’estero, più letture di scrittori e commentatori, più firme, più faccia a faccia, più dibattiti per orientarci nel caos non solo della politica, ma anche della cultura e del pensiero. E abbiamo iniziato a sperimentare un restyling grafico per le nostre prime pagine speciali e per i nostri dossier di approfondimento e di racconto. Altre novità introdotte l’anno scorso – dal “Vero e Falso” alla pagina dei lettori con le risposte a rotazione delle nostre firme (“Lo dico al Fatto”), al grande cartellone degli appuntamenti per il fine settimana (“Che c’è di bello”) – le abbiamo confermate perché ci risulta che le abbiate gradite. Sempre nell’ottica di un giornale meno autoreferenziale e più “di servizio”, che aiuti tutti noi a orientarci nella giungla di un’informazione sempre più confusa, partigiana e ridotta a comunicazione, cioè a propaganda.

Siccome senza di voi non esisteremmo e – lo diciamo con un pizzico di presunzione – senza il Fatto voi non sapreste molte cose, vi chiediamo di aiutarci ad aiutarvi. Cioè di scriverci che cosa pensate delle nostre nuove iniziative e più in generale del nostro giornale, per chiederci spiegazioni su ciò che non vi convince, per criticare quello che ritenete sbagliato, per suggerirci idee nuove che potrebbero essere utili, per segnalarci scandali o soprusi e naturalmente per comunicarci notizie (anche in forma anonima, o riservata), oltre a continuare il dialogo e il confronto con noi giornalisti e collaboratori (scrivendo lettere, possibilmente di 1500 caratteri, a Il Fatto Quotidiano, via di Sant’Erasmo 2, 00184 – Roma, indicando il nome del giornalista destinatario) o una mail (a segreteria@ilfattoquotidiano.it o lettere@ilfattoquotidiano.it). Noi, nei limiti delle nostre forze, ci impegniamo a rispondere a tutti. E a pubblicare i contributi più interessanti.

Anche quest’anno abbiamo commesso errori e, come sempre, ce ne scusiamo. Ma vi assicuriamo che sono avvenuti in buona fede e mai per conto terzi, visto che il Fatto è una comunità di giornalisti liberi, spesso con opinioni diverse, ma legati da un progetto comune: lo stesso progetto dei lettori e degli abbonati che continuano a sostenerci, per lasciarci liberi da ogni condizionamento politico ed economico.

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Sappiamo che ci siete e siete più di quanti possa apparire dai dati ufficiali: quando siamo stati colpiti da un paio di condanne in primo grado (che riteniamo ingiuste e abbiamo impugnato) a risarcimenti spropositati, molti di voi sono corsi in edicola ad acquistare più copie del Fatto, o hanno sottoscritto abbonamenti per sé o per altri.

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“Se mi tolgono una stella finisco dallo psicologo. E il più grande è Vissani”

Entra in hotel, si avvicina al bancone, lascia il trolley, passano due secondi e una certa tensione – non panico, per carità – si manifesta tra receptionist, concierge, addetto alla sala e direttore. Seguono altri due secondi e per magia si materializza pure lo chef: “Questa sera cena da noi?”. “Temo di no, ma grazie”. Lo chef non insiste, ora è più tranquillo.

Lui, Bruno Barbieri, è abituato: sei stelle Michelin nel curriculum (nessuno in Italia come lui), da anni è uno dei giudici di MasterChef (attualmente anche nella versione celebrity, dal 19 gennaio la nuova stagione) e nel 2019 sarà ancora alla guida di 4 Hotel, programma nel quale altrettanti albergatori si sfidano su chi è il migliore. Per questo non si scompone più di tanto, finge con garbo di non accorgersene, plana sulle pratiche alberghiere avvolto da un importante cappotto con pellicciotto al collo e si smarca dalle successive attenzioni con il classico “grazie, non ho bisogno di altro, vado in stanza”.

Crea sconquassi.

Sono una persona normalissima, poi la tua storia, la televisione, alterano la percezione: tra un po’ non avrò più né un ristorante né un hotel nel quale andare.

Il difetto più comune tra albergatori e ristoratori?

Vanno poco in giro per il mondo, stanno sempre e troppo dentro la loro comfort zone, non relativizzano delle presunte qualità; eppure cibo e accoglienza sono il nostro biglietto da visita.

Peccano di presunzione.

Si arriva all’ignoranza, al- l’approssimazione, al contrario è necessario aggiornarsi e anticipare le esigenze.

Sempre.

Se penso all’inizio della mia carriera, quando si presentavano i vegetariani o i vegani.

Cosa accadeva?

Non era normale come oggi, venivano derubricati al ruolo di “disturbatori della cucina”: quando arrivava la comanda scattavano le imprecazioni; oggi il pianeta è differente.

Ci sono pure i crudisti.

E i ciliaci, più una serie di allergie incredibili, dove un ristoratore può pensare alla presa in giro.

Un esempio.

Allergia alla radice, e sottolineo radice, del prezzemolo.

Il pasticciere Iginio Massari ha vinto la causa per una recensione offensiva pubblicata sui social.

C’è tanta gente che racconta delle gran palle: due anni e mezzo fa apro il mio locale a Bologna; decidiamo di prendere le ferie ad agosto. Mentre eravamo chiusi sono stati pubblicati una cinquantina di giudizi su vari siti, con gli insulti e le accuse più bizzarre.

Perfetto.

È parte del gioco, poi la quotidianità di questo lavoro è un’altra storia.

Che racconta?

La totale dedizione, si vive di sottrazioni, di rinunce; si vive al contrario delle persone comuni: quando gli altri mangiano tu lavori; quando gli altri si svegliano sei impegnato con la spesa; quando gli altri vanno a casa tu stai lì a sistemare la cucina.

Rinunce, dice.

Senza rendere il tutto un dramma, però è inevitabile sottrarre energie, spesso importanti, alla famiglia o agli amici: in questa professione è necessario investire quasi tutto il tuo tempo.

La sua prima fortuna.

Nascere in una famiglia dove il cibo ricopriva un ruolo importante; non solo: mia nonna era la perpetua di una chiesa di Piccolo Paradiso, vicino a Sasso Marconi, e allora il prete era una sorta di sindaco, e le altre donne le portavano le materie prime da distribuire. Non si buttava via nulla, c’era la scienza del riutilizzo.

Altro che spreco.

Il mio primo negozio l’ho conosciuto da adolescente.

Addirittura.

A noi bastava la campagna.

Per tutto.

Nonna ci interrogava a tavola su cosa mangiavamo, come mai il basilico non è sempre verde ma rosso, perché i fiori di zucca si raccolgono all’alba e mai nel pomeriggio.

Prosegua…

Come mai quando si prendono le uova bisogna lasciarne una; non solo: nonno era tartufaio e durante la stagione poteva sparire due settimane. A volte io con lui. E mamma andava a piazzare il bottino ai ristoratori bolognesi.

Il maiale?

Parte centrale della quotidianità: allevato, ucciso e lavorato in casa.

Ucciso con lei presente?

Forse non è chiaro: sono cresciuto in campagna, se per caso una mucca partoriva, nonna svegliava me e mia sorella, anche alle quattro del mattino; dovevamo assistere e capire: quella magia è parte della mia crescita.

Oltre alla cucina?

Viaggi e cibo sono il binomio vincente e per riuscirci ho vissuto la gavetta, sono finito in luoghi improbabili, o imbarcato per un paio di anni su una nave da crociera.

Un po’ Verdone nel suo Manuel Fantoni…

Per una stagione, a Milano Marittima, ho pulito tutti i giorni cinque casse di calamaretti.

Qualità necessarie per riuscire?

Grande determinazione, sognare sempre, e il desiderio di essere protagonista.

Il talento?

Non si impara. È un dono.

E poi?

Stare zitti e osservare, rubare con gli occhi, capire i meccanismi: per anni non mi sono quasi dedicato ad altro.

Ha indicato in Vissani uno dei suoi maestri.

Gli devo molto, più a lui che a Gualtiero Marchesi. Gianfranco, oltre trent’anni fa, ha iniziato a dare una svolta alla ristorazione italiana, e oggi è ancora qui a raccontare delle storie importanti: questo è lasciare un segno.

Primo pregio di Vissani?

In Europa e a livello gastronomico è il più grande conoscitore di materie.

Caratteraccio.

Per lavorare con lui bisogna avere il fisico: è capace di svegliarsi in piena notte, andare in bagno, prendere il telefono e chiamarti: “Andiamo in Croazia”. Perché? “Voglio comprare quattro casse di scampi”. Ma sono le 4 del mattino. “Andiamo!”

Altro che fisico.

Un genio a livello gastronomico che può mettere insieme elementi in apparenza lontani, come stinco di vitello, caffè e succo d’arancia, e creare un meraviglioso ripieno per ravioli.

Vissani attacca i talent per la semplicità.

Ha delle ragioni e paradossalmente è anche facile aprire un ristorante, scrivere un libro o arrivare su un giornale, ma per capire chi sei realmente, basta darsi appuntamento tra vent’anni. Lì voglio vedere chi c’è ancora.

Altrimenti si è bluff.

Da poco sono andato da alcuni tre stelle spagnoli: se mi domanda cosa ho mangiato, neanche lo ricordo, mentre della cena da Robuchon a Parigi, anno 1987, posso recitare il menù scelto da me e quello di chi stava a tavola. Chiaro?

Abbastanza.

Il problema di noi cuochi è che creiamo un grande piatto, lo prepariamo, serviamo, si mangia, e finisce tutto; le elaborazioni non sono né film né dischi in grado di restare nella memoria collettiva.

Manca l’eterno.

Per Andy Warhol il cibo era un elemento che entrava da un buco e usciva da un altro, eppure la sua fortuna è nata con una scatoletta di pelati.

Cuoco o chef?

È uguale.

Come mai hanno scelto lei a MasterChef?

Forse sono più bravo di qualcun altro.

La sua prima stella.

Quando eravamo un po’ folli e un po’ visionari (anni Ottanta): in quel periodo si esaltava la lepre alla royale, realizzata con una cottura di 48 ore, con dentro foie gras, tartufo e altre meraviglie; noi servivamo la lepre al sangue, cotta in sette minuti.

Bella differenza.

Oppure portavamo a tavola la tartare di cervo.

Negli ultimi anni vanno di moda gli spagnoli.

Hanno avuto e hanno grandi chef, tra questi Ferran Adrià (guru della cucina molecolare), ma la Spagna nella sua storia parte dal caffellatte con l’aglio dentro, ben lontana dalla nostra tradizione.

Quindi?

Per salire in fretta i gradini della considerazione mondiale gli serviva una cucina rivoluzionaria e sono stati bravi.

MasterChef.

Ha reso questo mestiere importante; quando ero ragazzo, se ai miei avessi detto “vado a frequentare la scuola alberghiera”, mi avrebbero cacciato di casa, al grido “è un lavoro da femmina”.

Mentre cosa accettavano?

L’ingegnere era il top.

Lei non ci pensava.

Mi sarei impiccato in ufficio.

Soluzione?

Sono fuggito da casa.

Cosa votavano i suoi?

Sempre a sinistra, o almeno credo, non parlavamo molto di politica.

Salsicce alla Festa dell’Unità?

Certo! Ma ho mangiato anche alle feste di destra e giocavo a pallone dai preti.

Al pallone non si resiste.

Una passione, ero una mezz’ala sinistra con il numero dieci sulle spalle: da ragazzo sognavo i colpi alla Rivera, mentre da grande guardavo solo Baggio.

A lei MasterChef cosa ha insegnato?

A vivere fuori dalle cucine e l’ho scoperto a cinquant’anni suonati: oggi mi diverto anche con il mondo della moda, con l’acqua minerale, con gli hotel…

Come nasce un piatto?

Un esempio? Se al centro della creazione c’è un’anatra, allora penso a dove vive, qual è il contesto, l’area geografica, il tipo di frutta, se c’è un lago o il mare; da lì metto insieme le idee.

Quindi la influenza il contesto…

Anni fa ho aperto un ristorante a Londra, e dopo poco tempo tutti i miei piatti avevano una realizzazione in bianco e nero, mi mancavano dei profumi, la luce giusta, i sapori, e nonostante le materie prime mi arrivassero dall’Italia. Dopo due anni ho venduto.

Cosa non mangerebbe mai?

Ci penso…

Il cane?

No, assolutamente.

La scimmia.

Mi farebbe impressione. Però ho assaggiato l’alligatore, il serpente, le formiche, le termiti in Venezuela…

Le termiti di cosa sanno?

Di erba appena tagliata; ah anche le culones, formiche colombiane grosse come un unghia: sanno di miele.

E poi?

In un periodo della mia vita andavo spesso a Rio de Janeiro e mi piaceva tantissimo spararmi un aperitivo verso le sei, quindi scendevo in strada e mangiavo degli spiedini cucinati alla brace da venditori improvvisati. Buonissimi.

E…

Un giorno raggiungo degli amici locali, racconto di questi spiedini, loro sbiancano: “Sei matto? Quei ragazzi vengono dalle favelas, e lì hai mai visto dei gatti?”.

Per cucinare qual è il più bel periodo dell’anno?

L’autunno è il massimo: selvaggina, tartufi, funghi, castagne, le verdure in foglia; poi c’è la voglia di mangiare; per carità i cetrioli sono buoni, ma è un’anguria, anche chi se ne frega.

Tra una fetta di salame e una tartare di orata?

Il salame tutta la vita.

Però oramai il salame lo compra e basta.

Sbagliato: ancora acquisto un maiale l’anno e realizzo i miei prodotti (da bravo emiliano sui salumi non scherza e inizia una descrizione lunga e affascinante, perfetta per una intervista specifica solo sul- l’argomento).

La Michelin è così importante?

Prendere una stella è come vincere un Oscar: il problema serio è quando te ne tolgono una.

A lei, mai?

(Prima di rispondere porta le mani alle parti basse) No! Quando capita diventa tutto complicato, ti costringe quasi ad andare in analisi dallo psicologo.

A Carlo Cracco è successo.

Hanno sbagliato, non ha disimparato a cucinare.

Lei ha disimparato?

Sono uscito due ore fa dalla mia cucina di Bologna…

(Sosteneva Pellegrino Artusi a fine Ottocento: “Quando sentite parlare della cucina bolognese fate una riverenza, ché se la merita”).

Zelaya: “Vi spiego il golpe del 2009”

“I migranti scappano dall’oppressione, dalla povertà estrema, dalla violenza che si vive in Honduras, El Salvador e Guatemala, paesi per molto tempo sotto il dominio degli Stati Uniti. Paesi devastati dalle guerre del terrore di Ronald Reagan. Oggi fuggono soprattutto dall’Honduras. Nel 2009 in Honduras c’era un Presidente moderatamente riformista che è stato espulso dopo un colpo di stato condannato in tutto l’emisfero con una eccezione: gli Stati Uniti. Barack Obama non ha voluto chiamarlo golpe perché se lo avesse fatto la legge lo avrebbe obbligato a ritirare i fondi a sostegno del regime militare che ha contribuito a trasformare l’Honduras nella capitale mondiale degli omicidi”.

La citazione è di Noam Chomsky, ed è di qualche settimana fa. Il colpo di stato in Honduras del 2009 è una pagina della storia del tutto dimenticata. Forse perché non ne furono responsabili George Bush o Donald Trump ma Barack Obama, idolo della falsa sinistra a livello mondiale, oltre a Hillary Clinton, colei che sarebbe potuta diventare la prima presidente del paese più potente al mondo per la soddisfazione delle ipocrite femministe nostrane, quelle capaci di sostenere in quanto donna, persino una sanguinaria.

Viviamo tempi complessi. Le grandi corporations dei media sono potenti come non mai. Negli Stati Uniti, paese per molti modello di libertà di stampa, il 90% dei media è controllato da sei multinazionali dell’informazione. Anche in Italia l’accentramento del potere mediatico in poche mani è preoccupante. I giornali si fondono tra loro e i grandi gruppi editoriali cercano acquisizioni continue.

I colpi di stato tradizionali sono stati tragici ma visibili, quelli mediatici saranno ugualmente tragici ma meno riconoscibili e quindi più subdoli. Le vecchie dittature – tristemente famose in America latina e non solo – verranno progressivamente sostituite da dittature mediatico-finanziarie. In fondo tutto questo sta già accadendo. Gli istituti finanziari impongono ai governi le loro ricette rendendo le elezioni inutili esercizi di educazione civica.

Prendiamo il tema dell’immigrazione. In tutto il mondo, salvo alcune eccezioni, i giornali si dividono in due categorie: quelli che soffiano sul fuoco della xenofobia e quelli che elogiano l’accoglienza come la più alta espressione di umanità. Questo giochetto da un lato produce razzismo, dall’altro effimeri lavaggi di coscienza. E produce una sostanziale indifferenza rispetto alle cause dei flussi migratori. Ma soltanto affrontando le cause sarà possibile gestire un fenomeno epocale impossibile sia da fermare con le politiche repressive, sia da amministrare solo con l’accoglienza.

Le carovane di migranti sono partite dall’Honduras in direzione degli Stati uniti un paio di mesi fa. Ma su cosa si sono soffermati i giornali? Alcuni sulla minaccia di Trump di mandare l’esercito al confine con il Messico, altri sulle storie dei migranti tramite narrazioni decorative, buone solo a provocare un pietismo temporaneo più che un’indignazione permanente. In pochi hanno avuto il coraggio di mettere in relazione lo sviluppo delle gang centroamericane con le politiche di Washington.

Negli anni 80 migliaia di honduregni, salvadoregni e guatemaltechi lasciarono le loro case perché lì si combattevano guerre sporche finanziate dall’amministrazione Reagan e dalla Cia. Molti si stabilirono a Los Angeles, all’epoca patria delle gang di strada. La violenza dilagò fino a quando, nel 1996, sotto la presidenza Clinton, gli Stati Uniti approvarono l’Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility una legge che permise l’espulsione dei giovani latinoamericani sospettati di appartenere alle pandillas. Gli Stati Uniti prima finanziarono le dittature centroamericane responsabili della fuga di decine di migliaia di persone, poi, una volta preso atto dell’impossibilità di gestire le ondate migratorie e le violenze che spesso portano con sé, rispedirono al mittente migliaia di delinquenti che avevano fatto il loro apprendistato nei quartieri caldi di Los Angeles. Ovviamente Guatemala, Honduras e Salvador, paesi attanagliati dalla povertà o appena usciti da lunghe guerre civili non erano preparati a ricevere criminali tanto efferati. Risultato? Le pandillas da oltre 20 anni fanno il bello e il cattivo tempo in tutto il Centro America.

 

L’occasione persa del presidente democraticamente eletto

Tutta questa violenza si sarebbe potuta contrastare se un presidente democraticamente eletto e che stava affrontando gli squilibri sociali della società honduregna, non fosse stato prelevato con la forza di notte dalla sua abitazione, sbattuto su un aereo militare e spedito in Costa Rica. Quel Presidente si chiama Manuel Zelaya e l’ho incontrato a Tegucigalpa.

“L’Honduras non è mai uscito dal colonialismo. Ci siamo liberati dagli spagnoli ma siamo caduti sotto il controllo ferreo degli Stati Uniti”. Sembrerebbe la classica frase pronunciata da un politico anti-imperialista, no-global, rivoluzionario. Ma Zelaya non è mai stato tutto questo o, per lo meno, non la pensava così quando, nel 2006, divenne presidente. D’altronde, venne eletto con il partito liberale. E liberale lo è sempre stato. Ha creduto nel libero mercato, nell’iniziativa privata, nella concorrenza. Sembrava l’ennesimo politico nelle mani di Washington. Ebbe colloqui cordiali con Bush e con il Fondo Monetario Internazionale poi, nel 2008, la svolta. Si macchiò forse del crimine più imperdonabile per il potere internazionale: “Mi hanno sbattuto fuori dal paese solo perché volevo un po’ di concorrenza sul petrolio”.

Il carburante in Honduras era carissimo. Zelaya, dopo essere riuscito ad abbassarne il prezzo, decise di comprare petrolio direttamente da Chávez sperando che le compagnie petrolifere nordamericane o europee, le quali da sempre facevano cartello, abbassassero a loro volta i prezzi. Credeva, ingenuamente, di riuscire a trovare un accordo con il sistema neoliberista. In fondo era il sistema nel quale aveva sempre creduto. Chávez fece a Zelaya un’offerta vantaggiosa: l’Honduras avrebbe potuto pagare il carburante venezuelano a rate, il 60% entro tre mesi dalla consegna, il restante 40% in 25 anni con un tasso di interesse irrisorio. Con questa operazione l’Honduras non solo avrebbe guadagnato carburante a prezzo bassissimo, ma sarebbe riuscito a mettere da parte denaro sufficiente per costruire, per la prima volta nella storia del Paese, un minimo di stato sociale. Aumentò poi il salario minimo del 60%, da 170 a 275 dollari mensili e anche questo risultò un atto indigeribile, soprattutto per le imprese multinazionali che in Honduras erano abituate ad essere padrone assolute.

L’ultimo atto ostile da parte di Zelaya fu rifiutare alcuni “suggerimenti” del Fondo Monetario Internazionale, i famigerati aggiustamenti strutturali noti, disgraziatamente, anche dalle nostre parti. Richieste di privatizzazioni, aumento del budget militare, supporto statale agli istituti finanziari, nessuna implementazione dello stato sociale etc. Ci siamo passati anche noi in Italia nel 2012 con il risultato che tutti conosciamo: un’economia stagnante che ha colpito i poveri e la classe media. Non i banchieri evidentemente, da sempre i più capaci nella pesca in acque torbide.

“Ti spiego come funzionano le cose dalle nostre parti. Non è che viene un gringo ordinandoti ciò che devi o non devi fare. Gli bastano gli aggiustamenti strutturali, le politiche che mettono d’accordo il Fondo con il Banco Mondiale, con il Banco Interamericano di Sviluppo (Bid) e con l’Unione Europea. Si tratta di una sola grande organizzazione e l’Ue cammina a braccetto con gli Stati Uniti. Quando gli Usa parlano l’Ue ubbidisce. Se non fai ciò che suggerisce l’Fmi non avrai più credito dal Banco mondiale, niente più finanziamenti dal Bid, niente più sostegno dall’Unione Europea”.

 

I suggerimenti mortali del Fondo Monetario Internazionale

Zelaya decise di camminare con le proprie gambe, decise di non seguire i suggerimenti del Fmi. Tuttavia, prima ancora che il sistema finanziario internazionale si muovesse, è arrivato l’esercito. Nell’Unione europea sarà difficile assistere a colpi di stato così cristallini nei prossimi decenni. Ciononostante assisteremo sempre più ad intollerabili ingerenze nelle politiche nazionali degli stati membri. Le armi a disposizione sono ancora moltissime. Diniego del credito, controllo dell’informazione grazie al conflitto di interessi tra media e sistema finanziario, multe, minacce, spread. Chi proverà a resistere, ancor di più se in perfetta solitudine, sarà schiacciato senza pietà.

“Le grandi imprese petrolifere si sono sentite aggredite dalla mia scelta. Per questo la Cia ed il Comando Sud hanno pianificato il colpo di stato”. Il Comando Sud, o United States Southern Command, è uno dei nove comandi militari del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti. Il quartier generale è a Miami e dal 1963 opera affinché sia garantita la sicurezza in Sud e Centro America e nell’area del Caribe. In paesi come l’Honduras non si muove una foglia se il Comando Sud non lo ordini. Io non sono affatto anti-americano, considero gli Stati Uniti un alleato importantissimo. Tuttavia non mi va di essere suddito di nessuno. Vorrei solo vivere in un mondo dove un governo legittimamente eletto abbia la libertà di comprare petrolio dove ritenga opportuno o abbia la possibilità di contrastare la povertà senza che qualcuno glielo impedisca. Un pianeta dove venga rispettata la sovranità popolare. In Honduras non lo si è mai fatto e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: povertà, violenza inaudita e fuga di migliaia di giovani al giorno.

Obama e il suo Segretario di Stato Hillary Clinton, se non hanno direttamente promosso, hanno senz’altro avallato il golpe del 2009. Le loro mani sono sporche di sangue e macchiata sarà irrimediabilmente la coscienza di chi li ha sostenuti. Io non sono mai stato un fan di Trump. Alle ultime elezioni in Usa avrei votato Jill Stein, la leader del Partito verde. Ciononostante, ad oggi, ritengo che una sola cosa sarebbe potuta esser peggiore della vittoria di Trump: quella di Hillary Clinton, un’ipocrita guerrafondaia responsabile della guerra in Libia, sostenuta da Napolitano e da tutto il Pd le cui conseguenze l’Italia ancora patisce.

Mi indignano coloro che hanno sostenuto Obama solo per il colore della pelle o la Clinton per il suo sesso. Non si tratta di incolpevoli ignoranti ma di garzoni delle élite responsabili di aver taciuto per anni pagine di storia come queste. “Trump è più duro però è più diretto e sincero. I democratici fanno le stesse cose di Trump, forse peggio di Trump ma coprono tutto con la retorica. Sto parlando dei Presidenti che ho conosciuto. Io mi sono relazionato con Bush e con Obama. Il primo diceva ciò che pensava. Quando parlavo con Obama non capivo con chi stessi parlando”.

Se Zelaya si fosse macchiato di orrende violazioni dei diritti umani; se il suo governo fosse stato il più corrotto della storia dell’Honduras; se avesse avuto un fratello narcotrafficante come capita oggi all’attuale presidente, nessun inquilino della Casa Bianca l’avrebbe mai fatto cacciare. Ma se si disobbedisce al Fmi, se si sfidano le grandi imprese petrolifere, se si cerca di migliorare le condizioni lavorative degli impiegati nelle multinazionali si rischia la vita, politica e no.

Perché non l’hanno ammazzata? “Uno dei militari che mi è venuto a prendere mi ha confidato che il primo ordine che avevano ricevuto era quello di assassinarmi. Ma poi hanno scelto di non farlo. Hanno accettato di fare un golpe, di rompere l’ordine costituzionale ma non se la sono sentita di macchiarsi le mani con il sangue di un presidente”.

Tutto questo è avvenuto nel 2009, lo stesso anno in cui Barack Obama ha vinto il Premio Nobel per la pace “per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”.

Tutto questo non viene raccontato. Le cause che hanno scatenato l’esplosione del fenomeno migratorio vengono taciute. Alla presa di coscienza si preferisce la sterile commiserazione che non fa altro che portare all’indifferenza. E, come scrisse Bernard Shaw “il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza: questa è l’essenza della mancanza di umanità”.