C’è una scena nel film L’esorcista, il cui la mamma di Regan, la ragazzina posseduta, capisce che sua figlia non c’è più. Che è definitivamente posseduta da qualcosa che l’ha trasformata. È la scena in cui Regan inizia a parlare francese, una lingua che non ha mai studiato. Ecco. La possessione di mio figlio è iniziata più o meno così.
Con una lingua sconosciuta che diventa improvvisamente familiare e con quel francese che non ha studiato. Con un demone infame che se l’è preso e che si chiama adolescenza. Tutto ha inizio quel giorno, ad appena due mesi dall’inizio della terza media, in cui vengo convocata da un insegnante di Leon. Penso che sia un colloquio di routine di quelli in cui al massimo ti dicono che è un peccato che con le sue potenzialità tuo figlio non si sforzi maggiormente e tu torni a casa convinto che la distanza tra tuo figlio e Albert Einstein sia un pomeriggio di studio in più. Invece, l’insegnante ha altro da dirmi. “Suo figlio ha iniziato l’anno in maniera disastrosa. Ha 4 in francese e in varie materie, dimentica libri, non fa i compiti. L’altro giorno l’ho beccato che copiava una scheda, alla fine della lezione è anche venuto a scusarsi piangendo, però così non va”. “Mah… io… io non sapevo nulla…”. “Non ha controllato il registro elettronico?”. “No, mi fidavo di lui”. La frase che diciamo quando scopriamo un tradimento inatteso, insomma.
Ancora incredula sono uscita da scuola, ho inserito le password per accedere al registro e ho scoperto che mio figlio, quel tredicenne buffo, tenero, capellone, con le guance ancora troppo morbide per generare diffidenza e che ogni tanto mi chiede ancora “posso dormire con te?”, è un cazzaro professionista con master in ben tre materie: imbroglio, raggiro e sotterfugio.
L’ho aspettato a casa seduta sul bordo del divano con la schiena dritta, posa che da sempre infonde autorevolezza. Invece è rientrato, mi ha vista così e ha pensato che avessi i miei dolori cervicali. Ho sputato fuori tutto. Gli ho mostrato il registro, gli ho domandato perché mi avesse mentito e poi ho detto quelle cose tipo “sono delusa”, tipo “mi fidavo di te” come fossi stata un’amante tradita. Ed è lì che il demone se l’è preso. E’ lì che il Belzebù dell’adolescenza me l’ha strappato. Leon è sempre stato un ragazzino mite, uno che incassava i rari rimproveri con coscienza e serietà. Quel giorno ha ruotato la testa all’indietro come quella di Barbie e ha negato. Ha spergiurato. Ha messo in discussione l’insegnante, il registro elettronico, me, tutte le accuse, l’esistenza di Dio e il concetto di verità in Platone. Come tutti i posseduti, ha cambiato personalità tre volte. Prima ha assunto quella dell’imputato innocente, poi del boia spietato e infine del capriolo ferito i cui occhi dicono “Non abbattetemi”. Quando ha capito che non c’era via d’uscita, mi si è avvicinato livido di rabbia e con la sua faccia a due centimetri dalla mia, ha detto: “Io ti odio”. Infine si è voltato verso il mio fidanzato Lorenzo e nostro convivente da tre anni che a quel “ti odio” aveva pronunciato un timido “ohi!” e ha aggiunto: “E tu zitto che non sei mio padre!”. Credo che confrontando il fermo immagine dei volti mio e di Lorenzo nel suddetto istante con quelli dei newyorkesi che hanno assistito all’impatto del primo aereo con una delle due torri, noi due saremmo risultati leggermente più stupefatti. Poi, come tutti i posseduti, ha manifestato una forza brutale e inaspettata: andando in camera sua, ha sbattuto la porta causando un colpo d’aria che ha anticipato di 8 mesi le piogge monsoniche in India.
Mentre io e Lorenzo ci guardavamo come pugili suonati che hanno preso mazzate da due canguri a cui avevano offerto un filo d’erba, Leon ha riaperto la porta. Mi aspettavo una raffica di kalashnikov acquistato al mercato nero della scuola e invece, con la sua 45esima personalità- quella definitiva- ha balbettato: “Non so perché dico delle bugie, io vi voglio bene, non so perché sto diventando una brutta persona. Aiutatemi.”. Quella notte, in camera, l’ho sentito piangere e parlare da solo. Quella notte, in camera, io e Lorenzo ci siamo chiusi a chiave. Lo scontato, banale rito delle conseguenti punizioni è poco interessante. Gli ho vietato di giocare a Fortnite dal lunedì al venerdì, niente più pomeriggi a casa di amici, compiti supplementari e libri da leggere. Quello che è interessante è che da quel giorno lì, il vecchio Leon non è più tornato. E la possessione ha assunto nuove forme. Perché Satana si sa, ama i travestimenti.
L’altro giorno era casa con due amici, io ero al supermercato, l’ho chiamato al telefono e mi sento dire: “Hey Relli, dimmi”. Che voglio dire, va bene abolire il temine mamma in presenza di coetanei, ma il diminutivo del cognome per delegittimare l’avversario neanche Emilio Fede ai tempi d’oro. Poi mi ha chiesto di radergli i baffi e ho dovuto abbandonare la tenera, ostinata illusione che quell’ombra scura sul labbro fosse un baffo di latte e Nesquik. Poi mi ha chiesto di passargli l’accappatoio fuori dalla doccia e sono alla seconda seduta dall’analista. Poi mi ha spiegato che gli piace una tizia non particolarmente carina che ammicca su musical.ly e parla solo di Benji e Fede e allora gli ho chiesto come fa a piacergli una così, lui mi ha risposto “Boh, mi sa che è colpa degli ormoni!” e io ho aggiunto una terza seduta settimanale dall’analista. Poi mi ha chiesto se regalare una rosa a una ragazzina che gli ha spiegato che non lo vuole è stalking e io non ho saputo cosa rispondere al che lui ha replicato che sono sicura di quello che penso solo quando scrivo su fb causandomi una potente crisi di identità. Ne ricordo una peggiore solo a seguito di un “in foto sembri più magra” di un tizio conosciuto su Tinder nel 2014.
Poi ha cambiato il suo status su whatsapp. È passato da un rassicurante “I love Pokemon” ad un inquietante “Do you wanna have a bad time?”. Su Instagram la sua bio dice “Viva la pizza e i procioni, ma se mi fate arrabbiare vi farò desiderare la morte!”. Mi ha chiesto di non mettergli like alle foto “Sennò metti soggezione ai miei amici”. Se gli chiedo spiegazioni su cose che gli sento dire al telefono mi risponde “tanto non capiresti” condannandomi al girone degli adulti rincoglioniti. Ha cambiato la password del telefono senza dirmelo e l’ho costretto a comunicarmela col fare intimidatorio del rapinatore davanti all’impiegato di banca che non svela la combinazione della cassaforte. Gli vieto di giocare alla Switch e se la porta in bagno di nascosto, per cui ormai quando va a fare la pipì lo perquisisco come se andasse in udienza dal papa. E infine c’è questa cosa che è spesso assente, taciturno, assorto, con la testa in luoghi che non conosco e che non scopro neppure sul registro elettronico o in una chat di whatsapp. Che è la cosa che mi fa imbestialire di più, perché starsene nella sua bolla di vetro opaco lasciandomi fuori ad alitare sulla parete e a fare cerchi con il polsino della maglietta per cercare di vedere qualcosa, è un suo diritto. Come l’adolescenza. Il tutto mentre attendo che la possessione finisca, pur sapendo che l’unico esorcista efficace è il tempo. Nel frattempo, vade retro Leon.