Una bella storia di Natale: Oettinger 1 e Oettinger 2

Succede. Succede anche ai migliori: uno – stentoreo, sicuro, apodittico – dice una cosa; poi ci pensa su un po’, rivaluta, soppesa, riflette… e alla fine cambia idea. Capita. E così deve essere capitato a Gunther Oettinger, commissario europeo al Bilancio e membro dell’ala rigorista della Cdu tedesca, tanto più che il Santo Natale, da buon cristiano, lo avrà disposto al perdono. Il 21 dicembre, infatti, Oettinger metteva a verbale su Focus: “Sono in totale disaccordo col mio collega Moscovici. La Commissione Ue dovrebbe aprire una procedura d’infrazione contro la Francia per deficit eccessivo”; con la scelta di portare il disavanzo oltre il 3% Parigi “viola per l’undicesimo anno di seguito i parametri di bilancio dell’Ue, con la sola eccezione del 2017”. Poi, come detto, Giuseppe, Maria e il bambinello devono averlo indotto a più miti consigli: sì Macron ha un po’ esagerato con questo deficit, ha spiegato in un’intervista al gruppo Funke, ma l’Ue “tollererà un debito superiore al 3% come eccezione per una sola volta”, ma “non deve continuare oltre il 2019”. Dice: ma come “eccezione” e “una volta sola”? Ma non erano “undici anni di fila eccetto il 2017”? Sì, vabbè, ma quello è il passato, ci vuole fiducia e poi Macron “rimane un forte sostenitore dell’Unione europea” e ha promesso di fare “le riforme”. Vedi la magia del Natale? Noi glielo avevamo detto a Tria: aspetta il 25 dicembre che ci fanno fare il 2,4% e magari pure di più. Ma quello è arido e non ha voluto: dice che Babbo Natale non esiste. È mai possibile?

Cuore di tenebra: il Congo al voto

Congo, “Paese” in lingua kikongo, oggi va al voto. Un paese immenso (grande quanto l’Europa occidentale), attraversato dal grande fiume omonimo, pieno di risorse naturali e minerarie su cui tutti hanno cercato di mettere le mani. Congo è “cuore di tenebra” fin dai tempi di Conrad: detiene il triste primato delle febbri emorragiche. Ebola è iniziato qui e forse anche l’Aids.

È l’unico Stato africano colonizzato non da una potenza straniera ma da una compagnia privata, appartenente a re Leopoldo del Belgio. Alla conferenza di Berlino del 1884-5 dove fu spartito il continente, Leopoldo manovrò per assicurarsi la sua proprietà e avere mano libera. Leggi e regolamenti se le stabilì da solo. Non durò molto: le spese erano talmente alte che convenne scaricarle presto sulle spalle dello Stato belga.

La decolonizzazione divenne un momento tragico: l’uccisione di Lumumba, rischi di secessione, colpi di Stato, caos. Una delle prime operazioni di pace Onu finì male. Anche l’Italia vi perse 13 aviatori a Kindu nel ‘61. Dopo molti intrighi emerse Mobutu Sese Seko, il grande dittatore ma anche l’artefice della autenticità africana e dell’orgoglio continentale. Il Congo cambiò nome in Zaire e sembrò poter diventare vera potenza in Africa. Tutto fu africanizzato: i nomi, gli abiti, la musica, la parlata. L’unico rito africano accettato dalla Chiesa cattolica è quello “zairese”.

Lo Zaire voleva essere l’Africa vera, senza concessioni alla cultura dell’ex colonizzatore. E per anni Kinshasa fu la mecca di tutto ciò che voleva essere realmente africano. Perseguendo la sua battaglia per i diritti civili, Mohammed Alì la scelse per riprendersi il titolo nel 1974. Il Congo è la culla delle prime chiese afro-cristiane libere, come i discepoli di Simon Kimbangu: un cristianesimo “nero” per i neri. Malgrado tutta questa fierezza, Mobutu seguitava a trattare con gli occidentali che criticava, li corrompeva e veniva da loro corrotto.

La corruzione dilagante associata al dispotismo corrose tutto dal di dentro: dietro la maschera di Mobutu si era formata una classe politica predatrice che dissanguò il Paese, vendendolo pezzo a pezzo. Nel marzo 1996 al primo tentativo, le milizie ribelli di Kabila senior,armate dal Rwanda e dall’Uganda, affondarono dentro il grande Stato, attraversandolo da parte a parte in poco più di due mesi. Mobutu, il “Leopardo”, “colui che va di vittoria in vittoria”, fuggì in Marocco morendo l’anno successivo. Desiré Kabila non durò a lungo: avendo rotto coi suoi alleati (sempre a causa dell’orgoglio nazionale), fu assassinato nel 2001 da un membro del suo staff. Da allora il Congo (che aveva ritrovato l’antico nome) è diretto da suo figlio Joseph Kabila. La guerra riprese peggio di prima: è stata chiamata la “guerra mondiale africana” (1998-2003), con una serie infinita di conflitti secondari ancor oggi accesi nel Kivu, nel Kasai o nell’Ituri. Nella Grande guerra africana hanno combattuto otto nazioni africane oltre a decine di gruppi politico-militari che all’occorrenza si trasformano in partiti. Per circa cinque anni il Congo è stato la palestra di ambizioni e razzie. Come molti di questi conflitti, si è trattato essenzialmente di una “guerra contro i civili” senza battaglie campali ma con una violenza diffusa contro gente inerme. Secondo le Nazioni Unite le vittime sono state oltre 5 milioni, la maggior parte per malattia e fame.

Il Congo è il teatro della più grande operazione di pace dell’Onu: la controversa missione Monusco (prima Monuc) attiva dal 2000. L’operazione costa oggi più di un miliardo di dollari l’anno e impiega circa 20.000 uomini tra militari, poliziotti e civili. Malgrado il fatto che dal 2006 si sia tornati a una forma di normalità istituzionale, non c’è niente di “normale” nel Paese.

Ora la Repubblica Democratica del Congo è di nuovo davanti ad una delle sue sofferte svolte: oggi si tengono le elezioni. Il voto avviene con due anni di ritardo rispetto alla scadenza naturale mentre la conflittualità tra governo e opposizioni è altissima e alcune zone del Paese sono in mano a ribelli o a signori della guerra mascherati da politici. Si dice che le milizie siano ancora circa 70. Durante la campagna elettorale i morti si sono contati ogni giorno e le forze di sicurezza ufficiali non hanno esitato a sparare contro cortei o manifestazioni. Dopo le ripetute insistenze della Chiesa e della comunità internazionale, il presidente Kabila ha rinunciato a ripresentarsi ottemperando così alla lettera della Costituzione. Tuttavia il candidato della sua parte, l’attuale fedelissimo vicepremier Emmanuel Shadari, pare una semplice controfigura. Inoltre la scelta di Kabila è uno schiaffo all’Europa: Shadari è sulla lista nera dei sanzionati a causa di “attentati contro i diritti umani”.

L’opposizione non fa meglio: invece di accettare il candidato unico Fayulu, il figlio dell’ex dissidente storico Tshisekedi ha presentato la sua candidatura rendendo scarse le possibilità di alternanza. In Repubblica democratica del Congo i partiti sono numerosissimi ma il sistema elettorale di questa repubblica presidenziale è maggioritario: contro il potere senza unità non si vince. Intanto la missione Onu si prepara, temendo che i risultati scateneranno la violenza e la Conferenza episcopale ha messo 40.000 persone a sorvegliare lo scrutinio. In Congo la Chiesa cattolica possiede una reale influenza: è unita e ha svolto un ruolo decisivo nella transizione post-Mobutu. Nel 2016, davanti all’ennesima impasse politica, la stessa Conferenza episcopale ha mediato l’accordo di San Silvestro del 31 dicembre, che ha portato alla costituzione di un governo sotto la guida di un premier proveniente dai ranghi dell’opposizione. Le elezioni sono il risultato di tale processo che ha aumentato di molto la reputazione dei cattolici nel paese. La Chiesa è vista come la “vera opposizione” ad ogni tentazione autoritaria. Denuncia i massacri che si susseguono con cadenza settimanale senza che sia possibile distinguere se si tratti di scontri elettorali, vendette etniche, conflitti che proseguono o banditismo. Accanto alle morti ci sono le distruzioni di villaggi, le fughe degli sfollati ma soprattutto le violenze contro le donne, arma da guerra o deterrente contro le opposizioni. Qualche mese fa Kabila ha ordinato di reprimere con la forza manifestazioni in forma di processione dei cattolici in favore del rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, attirandosi la furiosa reazione generale del paese e la collera internazionale. Ancora oggi alcuni preti e suore sono in carcere, altri sono stati uccisi.

Alla fine le proteste della Chiesa hanno ottenuto almeno l’effetto della rinuncia di Kabila a ripresentarsi. Ma la cesura tra società (religiosa e civile) e mondo politico è totale. Anche perché i congolesi non si arrendono: la società è in continua e permanente ebollizione e iniziative dal basso spuntano come i funghi. Come scriveva Sony Labou Tansi, poeta e autore congolese tra i più conosciuti, il Congo “è una gravidanza che partorirà”.

Salvini non fa nulla, ma i razzisti da stadio non li ha fabbricati lui

 

“Poteva mai essere sospesa la partita Inter- Napoli in un paese che vive sempre più di razzismo di Stato e che vede nel governo un ministro dell’Interno che dovrebbe garantire la sicurezza negli stadi ma che cantava qualche anno fa cori razzisti contro i napoletani?”.

Luigi de Magistris, sindaco di Napoli

 

“La volgarità contro i meridionali è una sottocultura autorizzata dal leghismo che è al potere”.

Gad Lerner

 

Il ministro degli Interni può essere accusato di non aver fatto nulla per contrastare il razzismo negli stadi ma non certo di averlo creato e fomentato. Molto ma molto prima che Matteo Salvini intonasse gli insulti contro i napoletani, le tifoserie di tutte le maglie (e non soltanto quelle estreme) disponevano di un repertorio di analoga finezza. Per esempio, la Curva Sud dell’Olimpico riservava alla Sampdoria questa simpatica accoglienza: “Genova puzza de pesce, c’avete il mare inquinato, bastardo blucerchiato, bastardo blucerchiato”. Contro le squadre milanesi, a Roma (ma anche a Napoli e Firenze), si sente cantare, fino dagli anni ’80: “Un solo grido un solo allarme, Milano in fiamme, Milano fiamme. E se c’avanza pure un cerino daremo fuoco pure a Torino”. Per non parlare del poemetto antijuventino che, coniato nella Capitale, ha avuto fortuna da un capo all’altro dello Stivale: “E il lunedì che umiliazione andare in fabbrica a servire il tuo padrone o juventino ciuccia piselli di tutta quanta la famiglia Agnelli!”. Motivetto passato decisamente di moda da quando a Torino la Fiat non c’è più.

Potremmo continuare a lungo citando le strofette contro i tifosi della Fiorentina (le cui donne non particolarmente virtuose generano conigli) o quelle irriferibili dedicate dai bresciani agli atalantini e viceversa, ma non per questo si dimostrerebbe che, oltre a quello contro i meridionali, esiste un razzismo dei romani contro i genovesi o dei toscani contro i milanesi o di tutte le altre città contro gli juventini. Qualche anno fa un genio coniò un nuovo reato: i cori di discriminazione territoriale. Durò poco perché non potendo individuare nelle tribune quel determinato gruppetto “discriminatorio” si finiva per chiudere interi settori dello stadio, se non addirittura l’intero stadio.

Veniamo ai vergognosi ululati contro Koulibaly, che ha risposto in maniera straordinaria inchiodando quei miserabili al proprio triste destino. Domanda inevitabile: come mai i razzisti dell’Inter, se sono davvero così razzisti, tollerano che la maglia neroazzurra venga indossata da giocatori come il ghanese Asamoah o il senegalese Keita il cui colore della pelle non è dissimile da quello del formidabile difensore del Napoli? Insomma, non prendiamoci in giro. Se al terzo buuu del Meazza, la partita non è stata sospesa come da regolamento la colpa non è di Salvini ma casomai del plotone di arbitri guidati da Mazzoleni che, semplicemente, non se la sono sentita di compromettere la famosa “regolarità del campionato” (senza contare il milionario incasso al botteghino e i giganteschi diritti televisivi). The show must go on, lo spettacolo deve continuare. Altro che palle (e palloni). Infine, l’assalto degli ultras dell’Inter contro i tifosi napoletani e la morte di Belardinelli investito da un Suv. Oltre vent’anni fa con “I furiosi della domenica”, Bill Buford raccontò la violenza ultrà in Inghilterra e ci spiegò che per quelle orde di disadattati il calcio era solo una scusa per scatenarsi. Spesso, dopo aver preso accordi sull’ora e sul luogo degli scontri. Mescolare i cori di puro dileggio con il razzismo intermittente con il business pallonaro con Salvini con la violenza fascista stile fight club serve soltanto a creare confusione. Affinché dopo le solite, ipocrite geremiadi tutto continui esattamente come prima.

Gesù e il Testamento della felicità: “Amatevi come io ho amato voi”

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,41-52).

Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? Queste prime parole di Gesù in Luca, come le ultime in croce, sono rivolte al Padre, rivendicando così la misteriosa priorità della sua relazione con Lui ( Lc 10,22; 22,29; Gv 20,17). E lo fa con un devo per rassicurare che il suo mandato rientra nella promessa di Dio ai Padri. Maria e Giuseppe lo hanno educato piamente e da adolescente ebreo sotto il primato di Dio, ma non comprendono il suo atteggiamento. Nonostante l’incomprensione dei genitori, Gesù ritorna a vivere nel trentennale silenzio di Nazaret, e sta sottomesso a loro.

Presentando la famiglia del carpentiere di Nazaret, l’evangelista ci fa conoscere la vita semplice di un’umile famiglia di ebrei credenti, che col loro sì collaborano al disegno della salvezza. Viene prolungata la contemplazione dell’amore di Dio: gioia misteriosa del Natale e causa dell’Incarnazione. I tre componenti vivono relazioni diversificate in un’armoniosa meraviglia di comunione famigliare. È la missione di Gesù, ancora implicita, ma sufficientemente svelata dall’averlo trovato tra i maestri e dal dialogo intercorso con la madre, che dà unità al pellegrinaggio a Gerusalemme, in una festa di Pasqua. Con questa pratica obbedienza dei genitori alla regola del bar-mitzwah (figlio del precetto) con cui il figlio doveva iniziare l’osservanza di tutta la legge, si chiude il vangelo dell’infanzia e veniamo introdotti al vangelo della vita pubblica di Gesù. Commovente la discrezione e la profonda interiorità di Maria santissima: custodiva fatti e parole che, giorno dopo giorno fino alla risurrezione, avrebbero rivelato pienamente il Mistero di suo Figlio.

Con loro Gesù imparò l’arte di essere uomo! Da chi mai si apprende il gusto della vita e il suo senso? Se non da coloro che ci abbracciano, ci allattano, ci toccano e insegnano a manipolare, a camminare, a giocare, a parlare, a lavorare, a condividere insieme e tutto con fiducia. Ciascuno ha la sua Nazaret dove abbiamo condiviso giorni e notti, gioie e dolori, fatiche e speranze, illusioni e tradimenti, paure e lavoro, soprattutto l’urgenza di essere amati e di amare. Anche nelle gravi situazioni d’ingiustizia e d’oppressione si può crescere in sapienza e grazia.

Insieme a Maria, a Giuseppe e ai nazaretani, il Figlio di Dio ha appreso le cose della donna e dell’uomo. Nella sua povera famiglia Gesù cresce felice perché è amato e ama. Ecco l’autorevole Testamento della felicità lasciato ai suoi: amatevi come io ho amato voi, servitevi come io ho fatto a voi, sarete beati! Il mistero di vita che si compie in questa famiglia è inimitabile, ma diviene ispirazione, sostegno, invocazione, preghiera, grazia perché l’umano di Nazaret viva e si sviluppi in ogni famiglia degli uomini. Questa è l’umanità che il Signore Gesù ha riscattato con la sua morte e risurrezione.

* Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche

Bekaert, la lotta degli operai per la democrazia

È ormai palese che la democrazia rappresentativa lasciata sola non funziona. Il rapporto fra rappresentato (popolo sovrano) e rappresentante (ceto politico) porta quest’ultimo a perseguire l’interesse proprio se non costantemente pungolato. Il Jobs Act è figlio di questa logica: solo un governo sedicente di “sinistra” (Renzi) poteva fare una cosa tanto di destra quanto abolire la Cassa Integrazione per cessata attività e che riguardava in quel momento quasi duecentomila operai. Tuttavia, la mobilitazione (fra tra gli altri) di 318 operai della Bekaert di Figline Valdarno, che i proprietari a inizio estate hanno dichiarato di voler chiudere in un paio di mesi, ha determinato la risposta del ministro del Lavoro Luigi Di Maio: grazie alla mobilitazione, quella parte del Jobs Act è stata abolita e gli operai hanno conquistato un anno di cassa integrazione. Sono questi pezzetti di una microstoria politica sovente non compresa nella sua portata più generale, che i “poteri forti” non vogliono far conoscere. Non si vuol far sapere che la mobilitazione paga. Così si dice che il referendum sull’ acqua del 2011 è fallito quando, se non fosse stato fatto, si sarebbero sottratti al patrimonio pubblico, nell’ interesse privato, altri 200 miliardi, da aggiungersi ai 150 circa già trasferiti a privati da Amato, Ciampi e Prodi nei primi anni Novanta…

Nello specifico tuttavia, una mobilitazione che ha prodotto un beneficio generale così notevole, ha rimandato solo di alcuni mesi la chiusura della fabbrica, che cesserà la produzione il 31 dicembre. Agli operai è stato promesso un piano di industrializzazione che prevede il reintegro nella produzione. Nell’attesa, gli operai devono abbandonare la fabbrica che fu il principale centro produttivo di questa zona della valle dell’Arno? Se la industrializzazione promessa non dovesse avere luogo, gli operai si ritroverebbero nel prossimo autunno sfiduciati e dispersi. Molti di loro direbbero che non valeva la pena di mobilitarsi, come purtroppo fanno oggi alcuni fra quanti furono protagonisti nel referendum su acqua e beni comuni di fronte al rilancio della battaglia per i beni pubblici della Commissione Rodotà (www.benicomunisovrani.it). Tutti dobbiamo imparare dalla nostra micro-storia per amplificarne i successi.

Quando la scorsa estate i proprietari si sono dati alla fuga, gli operai Bekaert sono rimasti in fabbrica e hanno continuato la produzione autonomamente, dimostrando di essere capaci di farlo. Anche oggi dunque dovrebbero rimanere nella fabbrica presidiandola e promuovendo da protagonisti diretti il processo industriale. Dal punto di vista politico continuerebbero la pressione virtuosa che ha indotto perfino questo governo a fare una cosa certamente giusta: questi operai, proprio come le popolazioni della Valsusa, sarebbero un esempio per il Paese. Dal punto di vista giuridico, darebbero diretta attuazione all’articolo 42 della Costituzione, secondo il quale: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”. Mantenendo il presidio, gli operai, oltre a difendere la condizione propria, si ergerebbero a difensori della Costituzione e a protagonisti della sua attuazione, realizzando la volontà popolare ribadita da ultimo con il referendum del dicembre 2016 che ha liberato l’ Italia dall’ autore del Jobs Act. Solo la mobilitazione quotidiana per il lavoro, i beni comuni e l’ambiente può pungolare qualsiasi rappresentante a muoversi nell’interesse generale.

Il cambiamento: cosa porta e cosa toglie

Un giorno, uno di questi giorni di festa e di tempesta in cui la legge di bilancio passa, se passa, all’ultimo istante, senza lettura, senza conoscenza, senza discussione, mentre girano voci su ciò che forse contiene (tra cui l’esosa tassa sul volontariato, che sarà anche cancellata in futuro ma intanto c’è) e dubbi se sia o no costituzionale, il ministro dell’Interno si esibisce sui social con giacca della polizia e mangiando nutella. Lui vuole dirci quanto è bello iniziare un nuovo giorno col potere. Ma sembra non sapere che, intanto, gli hanno ucciso il fratello di un pentito di mafia, gli hanno ucciso un capo banda delle curve violente del calcio, e poco prima un borgo di Catania è stato distrutto dal vulcano.

Ma cerchiamo di fare un inventario del nuovo mondo. Parte prima: dove ci hanno portati. Ci hanno portati in un Paese sovranista, come la Polonia o l’Ungheria. Non sapevamo che cosa fosse, e nessuno forse (tranne il nuovo presidente della Rai Marcello Foa) ha votato per il sovranismo e per diventare l’Ungheria. Ora sappiamo che “sovranista” vuol dire isolato, senza amici (tutti i Paesi detti “sovranisti” nell’Unione Europea si sono schierati contro l’Italia). E nemici di tutti. Infatti i nostri porti sono chiusi, per i vivi e per i morti. Chi è stato salvato vada dove vuole ma non in Italia, chi è morto è un ingombro in meno, come ci mostrano i filmati visti nei giorni scorsi sul “soccorso libico” organizzato e finanziato dall’Italia (secondo il piano Minniti-Salvini). Ci hanno portato in un Paese con i porti chiusi, un fatto di pura crudeltà che resterà indimenticabile quando si racconterà la storia di questa repubblica, ispirata dalla frenesia di potere di Salvini e dal pensiero senza storia, senza memoria, e rivolto perennemente al “contro” di Beppe Grillo. Quasi tutto, in ciò che ci hanno portato in questa repubblica è illegale, dalla divisa della polizia che non spetta a Salvini ai porti chiusi che non sono di competenza di chi li ha chiusi e li tiene chiusi. Sono chiusi i confini, ci dicono, benché si tratti non di difesa, ma di un principio (incostituzionale) da sbandierare. Comunque, dal Nord Est chi vuole, purché sia bianco, entra in passeggiata.

Ci hanno portato in un Paese dove un sindaco può decretare che i bambini “stranieri” staranno a digiuno, mentre (e davanti a) gli altri mangiano. Lo stesso Paese in cui un sindaco viene arrestato e poi cacciato perché accoglieva i migranti e dava loro case vuote di un borgo morente che è tornato in vita. Un Paese dove la mafia può esercitare una sua vendetta trasversale, con impunità e precisione, a distanza di trent’anni. È lo stesso Paese in cui ci sono procure della Repubblica che mettono sotto inchiesta i Medici senza frontiere, con l’imputazione di salvare esseri umani in mare, dove spetta ai libici farlo, nonostante ciò che sappiamo da fonti certe dei libici, e delle loro prigioni.

Parte seconda: che cosa ci hanno dato, nove mesi dopo? Ci hanno dato la promessa di abolire la povertà, senza fondi né progetti ragionevoli. Ci hanno dato una legge sul lavoro che non risulta esistere nel mondo reale, non ha prodotto un solo posto di lavoro e non viene rivendicata neppure da chi l’ha votata. Il messaggio sembra essere: meglio dimenticare. Ci hanno annunciato una legge sul diritto di sparare in casa alla prima ombra che passa, con la parola d’ordine indecorosa per un Paese civile: uccidere un intruso in casa non è mai reato. Ci hanno dato una legge per la sicurezza fatta di tagli, divieti, abolizioni, cacciata di persone indifese (anche donne e bambini piccoli) da ambienti e condizioni di protezione. Ogni modesto gesto di sostegno e di aiuto è stato abolito o ridotto, ogni pena aumentata, ogni detenzione facilitata, ogni protezione cancellata. Poiché sia l’incapacità del governo sia le condizioni del mondo impediscono i tanto sbandierati “rimpatri”, la “legge per la sicurezza” (che si occupa solo di immigrazione) sta creando una popolazione vagante di cittadini poveri, allo sbando, a cui si darà la caccia nei prati di periferia e in quel che resta dei parchi, privando decine di migliaia di esseri umani dai diritti civili, dei diritti umani.

Alla difesa di quei diritti ormai si dedicano solo i Radicali (parlo di tutti coloro che si riconoscono nell’eredità di Marco Pannella e nel lavoro, che continua ancora, di Emma Bonino) e la parte di Chiesa che si riconosce in Papa Francesco: non tanti, non tutti, se si pensa al disprezzo dei sovranisti verso il Papa e all’uso blasfemo di simboli religiosi come il rosario divenuto segnale dei confini chiusi, se si pensa al triste e umiliante slogan “prima gli italiani”. Come dire: altrimenti non ce la fanno.

Scurati fa una figura di M. Sempreverdi Marías e King

 

Berta Isla

Javier Marías Einaudi

Voto: 8

Il matrimonio è un patto oscuro. Una scelta che contiene l’accettazione dell’ignoto. E Berta ne ha fatto il segno del suo legame con Tomás. Lui e i suoi soggiorni a Londra, le sue “missioni” al Foreign Office, il suo “non sono autorizzato a risponderti, Berta”. La sua – in qualche modo inevitabile – sparizione. Lei però è incapace di rompere il patto (non è di carne che si parla) e imperterrita seguita ad aspettare: “Continuavo ad affacciarmi a uno dei balconi e scrutavo plaza de Oriente dove Velázquez dipinse ‘Las Meninas’, sperando di scorgere una figura familiare”. Che in fondo Berta sa che “nel regno delle chimere tutto è possibile”. Anche il ritorno di fantasmi in carne e ossa.

 

M.

Antonio Scurati Bompiani

Voto: 4

Vendutissimo, certo. Ma sopravvalutato e zeppo di errori, come notato da Ernesto Galli della Loggia. “M” è l’osannato tomo di Antonio Scurati. M come Mussolini. Ossia l’ambizione di raccontare una volta per tutte il fascismo
e addirittura rifondare l’antifascismo in funzione anti-populista. In realtà, la narrazione è ipertrofica (827 pagine, compresa la lunga descrizione di un rospo spiaccicato da un camion), mescola quadretti vari senza un filo unitario, ridicolizza il Pci e rischia di piacere anche ai neofascisti di oggi: il Duce, con stile anodino e barocco allo stesso tempo, diventa una sorta di eroe trombatore, portato in carrozza a Roma da tattiche politiciste. Ridateci De Felice.

 

The Outsider

Stephen King Sperling & Kupfer

Voto: 9

Stavolta Stephen King è un mostro sul serio. Innanzitutto di bravura. Spesso i maestri vocati al bestseller hanno pause cicliche e se la cavano con mestiere. E a King è capitato. Ma non col formidabile “The Outsider”, enigma vecchio stampo da sbattere la testa contro il muro. Un delitto orrendo a Flint City: un bambino di undici anni. Il presunto colpevole è un insospettabile: Terry Maitland, professore e allenatore di baseball, modello di marito e padre. Viene arrestato in modo plateale allo stadio, durante una partita. Epperò la sera dell’omicidio, il 10 luglio, Maitland si trovava lontano dalla città. Un alibi perfetto con testimoni vari. Il resto leggetelo voi.

 

Becoming

Michelle Obama Garzanti

Voto: 7

Quasi un milione e mezzo di copie vendute in tutto il mondo nella prima settimana di uscita: Michelle Obama è stata la “recordwoman” delle librerie 2018 con l’autobiografico “Becoming”, quasi 500 pagine di confessioni e rivelazioni, tra cui un aborto spontaneo e la conseguente decisione di sottoporsi alla fecondazione in vitro per concepire Malia e Sasha. Il gossip – suo – non risparmia neppure il marito Barack, inizialmente respinto perché ritardatario, ambizioso e “troppo simile ai bianchi”: è l’Orgoglio e pregiudizio di una pantera nera dop.

 

La ballata di un piccolo giocatore

L. Osborne Adelphi

Voto: 7

Siamo a Macao, “dove, come in tutto l’Oriente, la gente crede che le coincidenze abbiano un significato, il soprannaturale governi il naturale”. E dove Lord Doyle, un dandy londinese alla deriva come il suo continente, intraprende ai tavoli del Casinò Lisboa una discesa agli inferi con biglietto di sola andata. “La ballata di un piccolo giocatore” è una favola neogotica dove si citano Dostoevskij, Céline e Graham Greene, di cui Osborne osserva come suo solito il primo comandamento: “Il compito della letteratura è suscitare simpatia in ciò che nella vita non ci riuscirebbe simpatico.”

 

Orizzonti selvaggi

Carlo Calenda Feltrinelli

Voto: 6

Di solito i libri dei politici non vendono una copia, quello di Carlo Calenda è stato in classifica per mesi. Sia per le aspettative su un possibile ruolo di Calenda nel Pd, sia perché l’ex ministro ha girato tutta Italia per presentarlo. Ma il saggio di Calenda è anche l’unico vero tentativo nel mondo Pd di fare una diagnosi della sconfitta del 4 marzo. Il messaggio di Calenda è questo: siamo l’élite, abbiamo sbagliato, abbiamo capito gli errori e possiamo risolvere i problemi che abbiamo ignorato meglio dei populisti. Per ora ha funzionato più nelle librerie che nei sondaggi.

 

Le lettere da Capri

Mario Soldati Bompiani

Voto: 8

Il romanzo italiano più bello dell’anno? È del 1954. A 65 anni dal Premio Strega, “Le lettere da Capri”, ripubblicate da Bompiani, non hanno perso il loro fascino stregato e parallelo. Da una parte la scrittura limpida e torrenziale di Soldati, l’impagabile capacità di dire “io”; dall’altra il suo inoltrarsi nei labirinti delle relazioni tanto più ambigue quanto più profonde. Segreti, bugie e infedeltà che si moltiplicano come in un gioco di specchi; e quelle lettere così a lungo inseguite ma forse mai giunte a destinazione, come l’ultima verità sulle ragioni del cuore umano.

 

Le assaggiatrici

Rosella Postorino Feltrinelli

Voto: 8

Il Campiello 2018 è andato a Rosella Postorino, autrice del romanzo italiano più originale dell’anno, se non il migliore tout court, ispirato alla vita di Margot Wölk, una delle “Assaggiatrici” di Hitler, in pratica le cavie deputate a mangiare il cibo del Führer per accertare che non fosse avvelenato. C’è Storia e storia: quest’ultima, quella minuscola, è passionale, ovvio, controversa, ovvio – l’amore tra nazisti è difficile da digerire, ma l’autrice ha la grazia e il bisturi necessari per cesellare il Male, che è poi l’animo umano. E, “del resto, l’amore accade fra persone che si fanno paura. Non è ai segreti, ma alla caduta del Terzo Reich che l’amore non è sopravvissuto”.

 

Macerie prime. Sei mesi dopo

Zerocalcare Bao Publishing

Voto: 8

Per anni Zerocalcare è rimasto vittima del proprio successo. I suoi libri a fumetti, sempre divertenti, raccontavano i suoi problemi a gestire scadenze, richieste, inviti, presentazioni. Con il graphic novel in due parti (furba operazione commerciale dell’editore), Zerocalcare ritrova la capacità di raccontare la sua generazione. Che era quella dei ventenni cinici e nerd di periferia – a Rebibbia, Roma – quando ha iniziato a fare fumetti e ora è quella di 35enni intrappolati in vite precarie che non accettano di essere cresciuti e si trovano stretti in una morsa di ambizioni deluse e occasioni mai arrivate. Ma un amico che diventa padre costringe a cambiare prospettiva.

 

L’assassinio del Commendatore

Haruki Murakami Einaudi

Voto: 8

L’attesa – durata mesi – è stata più che ripagata. Dopo 4 anni dalla sua ultima fatica, l’eterno candidato al Nobel per la Letteratura ci ha regalato un altro “Romanzo”. Un thriller per l’esattezza, con qualche sbavatura di sesso – motivo per il quale “L’assassinio del Commendatore” è stato censurato ad Hong Kong – che raccoglie tutte, ma proprio tutte le ossessioni dell’autore. Quasi un compendio di letteratura murakamiana, espediente che ha insospettito: voleva lo scrittore di “Tokyo blues” strizzare l’occhio all’Accademia di Svezia? Peccato che nel 2018 il Nobel abbia saltato il turno. Ma lecchiamoci le dita: nel 2019 esce il II tomo del Comendatore e forse ridanno anche il Nobel.

Il ponte crollato, la Trattativa e la caccia al tesoro della Lega

 

Luca Traini

Sparatoria

3 febbraio

Ombre nere

Tiro all’immigrato
Una sparatoria per le vie di Macerata. Sei persone ferite. Ma il 3 febbraio 2018 accade anche altro: c’è un uomo – Luca Traini, estremista di destra e già candidato della Lega – che spara scegliendo le vittime per il colore della pelle. A tenere in mano un’arma, però, non è un terrorista arabo, ma un italiano che mostra il Tricolore e vuole vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro, 18 anni, uccisa e fatta a pezzi pochi giorni prima a Macerata: sono accusati alcuni spacciatori nigeriani. Il Paese si divide, non mancano voci comprensive con lo sparatore. Il razzismo è sdoganato. A ottobre Traini è condannato a 12 anni con il rito abbreviato.

 

Sentenza Trattativa

Mafia
20 aprile

Liberatoria

Stato e Mafia
Il 20 aprile il presidente della Corte d’Assise di Palermo, Alfredo Montalto, chiude il primo round del processo per la Trattativa Stato-mafia che coinvolge uomini dello Stato e boss responsabili delle stragi del 1992-‘93, tutti accusati di minaccia a corpo politico. Dodici anni in primo grado all’ex capo del Ros e del Sisde Mario Mori e al fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, ventotto a Leoluca Bagarella, otto a Massimo Ciancimino per calunnia, assolto l’ex ministro Nicola Mancino (falsa testimonianza). Le motivazioni, a luglio, confermano il depistaggio sulla strage in cui fu ucciso Paolo Borsellino, su cui è in corso un altro processo.

 

Inchiesta Consip

Appalti
29 ottobre

Toccabili

L’appalto e la soffiata
Il 29 ottobre la Procura di Roma ha chiuso l’indagine Consip, rivelata nel dicembre 2016 dal Fatto Quotidiano dopo la soffiata che consentì ai vertici della centrale acquisti di bonificare gli uffici romani dalle microspie. I pm hanno inviato l’avviso che generalmente precede la richiesta di rinvio a giudizio all’ex ministro Lotti e all’ex comandante dei carabinieri Del Sette, il primo solo per favoreggiamento e il secondo anche per rivelazione di segreto. Chiesta l’archiviazione per Tiziano Renzi, indagato per traffico di influenze, anche se i pm non credono che abbia detto la verità. Ma rischia il processo per millantato credito il suo amico Carlo Russo.

 

Parnasi e lo stadio

Corruzione
13 giugno

Scandaloso

Lo stadio dell’As Roma La prima pietra non c’è ancora, in compenso – dopo anni di polemiche per l’ennesima colata di cemento a Roma – è giunta la prima inchiesta. Secondo i pm, il costruttore Luca Parnasi – finito ai domiciliari a giugno e poi scarcerato – avrebbe corrotto funzionari, politici e professionisti per realizzare lo stadio della Roma. Fra gli indagati c’è Luca Lanzalone, ex numero uno di Acea nominato dalla sindaca Virginia Raggi. L’avviso di conclusione indagini chiama in causa anche Adriano Palozzi (già Forza Italia) e Michele Civita (Pd).

 

Mimmo Lucano

Inchiesta 2 ottobre

Piegato

Sindaco simbolo
La rivista “Fortune” l’ha inserito tra i 50 leader più influenti al mondo. Mimmo Lucano aveva accolto i migranti facendo rinascere il paese spopolato di Riace (Calabria). Ma i ministri Alfano, Minniti e Salvini avevano contestato varie irregolarità.
Il 2 ottobre Lucano finisce ai domiciliari per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (con falsi matrimoni e altri trucchi) e illeciti negli appalti dei rifiuti. Oggi è libero, ma ha il divieto di tornare a Riace. La Procura vuole processarlo anche per l’associazione a delinquere esclusa dal primo gip.

 

La notte di Desirée

Roma
17 ottobre

Disperata

Uccisa a sedici anni
Desirée Mariottini aveva solo sedici anni, una situazione familiare complicata e un problema di droga. Così da Cisterna di Latina è arrivata a Roma, San Lorenzo, quartiere popolare un tempo rosso, dove ha finito i suoi giorni il 17 ottobre in un tugurio adibito a centrale di spaccio. Restano le accuse di omicidio e stupro per quattro immigrati. Resta l’immagine dei “sanlorenzini” pro e contro Salvini che si fronteggiano davanti alle telecamere. Resta il degrado che, nella capitale, comincia molto prima delle periferie.

 

Antonio Megalizzi

Strasburgo
11 dicembre

Europeista

L’uccisione di ANTONIO “Antonio non ce l’ha fatta”. Tanti italiani avevano appeso le loro speranze alla sorte del giovane giornalista di 29 anni colpito da un terrorista al mercatino di Natale di Strasburgo. Ma tre giorni dopo, il 14 dicembre, Antonio Megalizzi muore. Succede così, come per Valeria Solesin (uccisa al Bataclan) e Giulio Regeni, che l’Italia si accorge di questi suoi giovani. Ragazzi che parlano tante lingue e sognano un’Europa unita. Si impegnano nel mondo. Come Silvia Romano, la cooperante rapita in Kenya.

 

Ponte Morandi

Genova
14 agosto

Sciagurati

“È crollato il ponte Sono le 11,36 del 14 agosto. Il Morandi crolla: un pilone alto 90 metri si sbriciola. Oltre 200 metri di ponte precipitano sfiorando i palazzi. Trascinando con sé auto e camion: 43 persone muoiono.
Il giorno dopo Genova si ritrova divisa in due: ci vogliono ore dai quartieri di Ponente per raggiungere il centro. Subito comincia l’inchiesta: i pm puntano sui controlli e la manutenzione (21 persone e due società sono indagate). Ma intanto bisogna ricostruire: dopo mesi di promesse finalmente arriva il decreto Genova. A metà dicembre partono i lavori di demolizione. Difficile che il ponte sia pronto per fine 2019.

 

Nave Diciotti

Salvataggio
16 agosto

Disumano

Salvini dice ‘no’

Una nave militare italiana ‘respinta’ dai nostri porti. Più che un caso diplomatico, la storia della Diciotti è stata uno scontro tra poteri dello Stato: da una parte Matteo Salvini, dall’altra il presidente Sergio Mattarella. In mezzo il premier Giuseppe Conte e il M5S. Il 16 agosto la nave Diciotti imbarca 177 immigrati tratti in salvo a Lampedusa. Ma quando cerca di sbarcarli a Catania si vede opporre un rifiuto. Così gli immigrati vagano in mare per giorni. È la nuova linea del Governo trainato da Salvini (che viene indagato per la vicenda, ora la Procura ha chiesto l’archiviazione). Alla fine l’Europa accetta di smistarli in diversi paesi.

 

49 milioni della Lega

Sequestro
13 giugno

Furbetti

Il 2018 è l’anno della caccia al tesoro. Quello del Carroccio. È il denaro che, secondo i magistrati, era stato pagato dal Parlamento come rimborso elettorale. Eravamo all’epoca di Francesco Belsito e Umberto Bossi (condannato in appello a Genova ora attende la prescrizione). Sembra passato remoto, Bossi, però, è ancora senatore e presidente della Lega. Sono arrivati Roberto Maroni e quindi Matteo Salvini (non indagati). Ma il nodo della questione resta: dove sono finiti i 49 milioni che la Lega deve al Parlamento. Nelle casse del partito non si trovano. I pm li stanno cercando tra Bolzano, Bergamo e il Lussemburgo.

Scosse nel Catanese, gli sfollati sono 784. Chiuse chiese e scuole

Aumentano gli sfollati nel Catanese. Con le ultime verifiche di ieri sono 784 le persone rimaste senza casa nel Catanese, per lo più nella frazione Fleri di Zafferana Etnea, per i danni causati dal sisma di magnitudo 4.8 del giorno di Santo Stefano sull’Etna. La cifra è stata aggiornata dal capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, a conclusione di una riunione del Centro coordinamento soccorsi convocata a Palazzo Minoriti dal prefetto di Catania, Claudio Sammartino. Era presente il commissario straordinario per l’emergenza Calogero Foti. Degli attuali sfollati sono 658 quelli ospiti di strutture alberghiere, mentre 124 hanno trovato una autonoma sistemazione e due persone sono in una struttura pubblica che fornisce loro adeguata assistenza. Le richieste di sopralluoghi sono 3.805, e di questi 465 sono stati eseguiti con esito di inagibilità per 114. Inagibili anche dodici chiese (5 ad Aci Catena, 1 ad Acireale, 4 a Santa Venerina e 2 a Zafferana Etnea) e due scuole. Sul fronte della sicurezza arriveranno nel Catanese 120 militari in supporto alle Forze dell’ordine.

“Rana pescatrice alla cacciatora” e “squaglio setoso”: è lo psico-cenone

Come rinunciare alle “mazzangolle al rosmarino”, scritto così, con la “g” a rafforzare la portata? E come privarsi di un “salmone alla cannavacciuolo”, con la “c” minuscola, perché è più confidenziale? Se nelle grandi città ormai il cenone di San Silvestro sembra cedere il posto a soluzioni alternative, sushi-modaiole o vegan-vegetariane, in provincia resiste l’abitudine al cenone “fatto bene”.

L’anno si accoglie anche a tavola, e se paghi più di 90 euro a persona, vuoi che ne valga la pena. Anche nel nome delle portate. Così, i ristoratori s’impegnano nella ricerca di variopinte soluzioni lessicali, richiamando magari qualche piatto visto in tv, ma scivolando spesso sulla grammatica o, peggio, sul paradosso gastronomico. Incuriosisce il ristorante abruzzese che propone “orzo bimbo al profumo dell’Adriatico” e il “satè di cozze”, prima di quella meravigliosa “rana pescatrice alla cacciatora”. In un fiorire di “sul letto di…”, di “scrigni con…”, di “cestini di…” fino alla “perla di…”, l’antipasto pretende che ci sia almeno un carpaccio, una tartare, un timballo o un cocktail di gamberi alla vecchia maniera, che sarà magari superato, ma fa sempre la sua scena. Anche le vellutate e le creme fanno la loro parte, almeno quanto i “gamberoni al brandy”, che sono il doveroso tributo a San Silvestro, quanto la presenza di uno “scottona” in qualche parte del menù.

Tra i primi, a parte gli gnocchi che, specie con un qualche abbinamento estroso (tipo caviale e pancetta), sono ormai tradizionali quanto le lenticchie, la regola pretende che, in ogni menù, siano almeno tre i “must”: il salmone, i porcini e il tartufo. Offerti in tutte le varianti possibili ma soprattutto destinati ad accompagnare quella portata di “risotto” che è davvero immancabile in quasi tutti i menù. Nella notte di Capodanno, in Italia si consumerà più riso che in una pausa pranzo a Pechino, da quello all’amalfitana a quello “al salmone norvegese con erba cipollina”, da quello “alle vongole” a quello “alla liquirizia di Calabria”, da quello “al salmone” che fa tanto Capodanno 1982 ad una “sinfonia di risotti con prosecco rosè, fiori di zucca, burrata, speck e mandorle croccanti”, ma non si capisce quale sia la sinfonia se finisce tutto nello stesso piatto.

Tra i secondi, funziona ancora il mare-monti, dunque perché stupirci se al “filetto di orata” segue un “controfiletto di vitello”, o se un “cinghiale con crostoni di polenta” prelude ad una “cernia in crema di pesto e nocciola”, prima di una “tagliata di bisonte con straccetti di mela bagnata all’Amarone” che cede il passo agli “involtini di pesce spada selvatico con gratin di gallinella di mare” e ci vorrebbe ben più di un cenone, per capire come si riduca una mela a straccetti e come possa correre un pesce spada tra le selve boscose.

Il mare-monti si sublima nel derby eterno che vede la “grigliata mista” arrivare a tavola subito prima dell’altrettanto mista “frittura di paranza”. Tutto, ovviamente, con l’asterisco dei surgelati. Tra i contorni si può scegliere tra “insalata di rinforzo” e “patata capricciosa”, tra “radicchio al forno con riccioli di burro” e “squaglio setoso di patata di Colfiorito con gocce di latte intero delle valli alpine e odori di grana 36 mesi”, che è un modo splendido di presentare il purè. Su una sola cosa i menù non fantasticano: cotechino e lenticchie della tradizione. Una certezza sopravvive.