“Noi, ancora nei container a due anni dal terremoto”

“Qui è un disastro. A cominciare dai bagni e dalle docce perché le persone li tengono male. Vivo qui con moglie e figli minorenni che non stanno bene, vorrebbero anche loro un po’ più di privacy” ci dice un ragazzo di origine albanese, da molti anni a Tolentino, in provincia di Macerata.

Qui, è il villaggio-container della Protezione Civile in via Cristoforo Colombo, dove, dopo due anni, vivono ancora oltre 240 persone, compresi molti bambini. Bagni e docce in comune dove non si possono lasciare oggetti personali, per raggiungerli occorre attraversare il corridoio dove non c’è riscaldamento. Niente cucina, si mangia in mensa. “Ci avevano detto per pochi mesi, se avessi saputo che sarebbe durato così tanto non ci sarei venuta” aggiunge Marta, madre di tre bimbi. Mentre il sindaco, Giuseppe Pezzanesi rivendica la scelta di rinunciare alle casette: “Accettare le Sae avrebbe significato utilizzare la sola area disponibile, la vallata del Chienti al confine con la frazione di Pollenza nei pressi del Castello dell’Arancia. Avrei dovuto far tagliare gli alberi e gettare una colata di cemento vicino al letto del fiume, non me la sono sentita. Non ho scelto, abbiamo scelto di costruire case di edilizia economica e popolare che costano meno, non devastano il territorio e restano. Voglio proprio vedere come faranno gli altri Comuni quando, grazie al nuovo decreto, diventeranno proprietari delle Sae e dovranno provvedere alla loro manutenzione”.

Delle case promesse, però, non c’è traccia: “Di questo mi sono già scusato, purtroppo i tempi si sono allungati, a fine settembre, parola mia, saranno pronte”. Fra gli sfollati molti non hanno la patente, e non avrebbero saputo come raggiungere il posto di lavoro se fossero stati trasferiti in altri paesi o soltanto in periferia come Kalidou, 46 anni, originario del Senegal che vive qui con il fratello: “La mia famiglia è tornata in Senegal, avevano paura delle scosse. La casa dove stavo in affitto è crollata, mi trovo bene, non abbiamo altra soluzione, si dorme, si mangia e sto a cinque minuti dal lavoro”. Ma tutti contano i giorni che li separano dal poter finalmente riconquistare l’intimità. Intanto alcuni giorni fa è nata Mia, sulla porta spicca un fiocco rosa, segno della vita che non si arrende.

Costo dei container: un milione di euro l’anno. La Protezione Civile, tutti volontari, a fine anno non garantirà più il servizio di manutenzione e pulizia e la Regione minaccia di non versare più il contributo: “I volontari vanno abbracciati e ringraziati tutta la vita, stipuleremo un accordo con una società di servizi”, assicura il sindaco che si dice certo che lo Stato continuerà a pagare il contributo. Container che oltre a bambini, anziani, famiglie sfollate ospitano anche persone con disagi mentali lievi, indigenti, disoccupati che prima del sisma venivano accolti dal centro sociale ma per loro esiste una rendicontazione a parte. Non sono mancate anche le aggressioni come quella dell’estate scorsa nei confronti di due volontarie della Protezione Civile, effetto della convivenza forzata.

A Tolentino, cittadina di 20 mila abitanti con un forte tessuto industriale ed artigianale soprattutto nel settore della pelletteria (che vanta marchi famosi nel mondo come la poltrona Frau, da poco venduta agli americani ma la sede è rimasta qui), ci sono aziende che danno lavoro a moltissime famiglie: appare ancora più insensata l’idea di favorire l’esodo verso la costa. “Bisogna dare incentivi per farli restare, non per farli andare via”, afferma il sindaco, intermediario finanziario, ex Dc di Ciaffi, per un breve periodo iscritto a Forza Italia, eletto con una lista civica. “Io sono di centro, la destra la lascio fare ad altri”.

Stipendio tagliato, tutta la Giunta devolve il 30% alle mense scolastiche. Amministrazione fortemente osteggiata dal M5S che non gli perdona la scelta dei container. “Ci siamo sempre opposti”, spiega Flavia Giombetti del Movimento, a capo del comitato “30 Ottobre” perché quell’area andava bene per il momento dell’emergenza ma a due anni dal sisma non ha più ragione di esistere. Non si può vivere con bagni, docce e mensa in comune. Io penso che la dignità di ogni individuo, anche nella fase emergenziale, ormai passata, dovrebbe essere tenuta in considerazione più di qualsiasi altra cosa”. La risposta del sindaco: “Con la politica della protesta come rendita non si risolvono i problemi che sono numerosi e complessi”.

La mamma di Daniele: “Non lo giustifico, ma lasciatelo in pace”

“Un figlio affettuoso e un uomo generoso, solare e sorridente: non era il figlio che descrivete”. Con queste parole Viviana Priester, la madre di Belardinelli, il capo degli ultras “Blood & Honour” del Varese, gemellati con la tifoseria dell’Inter, morto a 39 anni negli scontri prima di Inter-Napoli, ha rotto su Facebook il silenzio della famiglia. “È morto e nessuno può avere l’idea di cosa posso provare. E non lo descrivo neanche perché è indescrivibile. Per chi non lo sa io sono la mamma di Daniele Belardinelli… si sono la mamma di quel ragazzo che è morto negli scontri a Milano tra ultras. Leggo che era un delinquente – scrive –, i telegiornali lo dicono. I social lo dicono. Ma io sono sua madre. Sono quella che l’ha tenuto tra le braccia con amore e visto crescere, sono quella che lo sgridava per ogni sbaglio ma anche quella che ha avuto i suoi abbracci e i suoi buongiorno al cellulare. Non lo giustifico ma vi chiedo da madre di lasciarlo in pace. Che riposi in pace e che sia ricordato come io lo ricordo fuori dal mondo del calcio: uomo, figlio, padre, marito, fratello dolcissimo. Vi prego basta. Daniele deve riposare. Grazie se un po’ mi avete compreso. Riposa in me figlio mio”.

Sassi e pugni in A1 e l’omaggio a Koulibaly

Sassi contro il pullman, risse al pub, cori razzisti: la risposta del mondo del calcio alla la morte di Daniele Belardinelli è stata un altro sabato di tensione.

A distanza di tre giorni dal 26 dicembre e i fattacci di Inter-Napoli, gli scontri sono ripresi ieri mattina in autostrada, precisamente nell’area di servizio Chianti dell’A1, all’altezza i Firenze. Qui si sono incrociati gli ultras di Torino e Bologna, diretti rispettivamente a Roma e Napoli per le rispettive partite: 50 granata da una parte, 30 rossoblù dall’altra; calci, pugni, anche bottiglie vuote e cinture. Poi sono partiti i sassi, che hanno spaccato il vetro posteriore di un altro pullman di tifosi granata, estraneo agli scontri, dove erano a bordo anche famiglie con bambini. Niente feriti: i bus sono stati intercettati più avanti dalla polizia, il primo ad Arezzo (con una manovra “a tenaglia” da parte di quattro pattuglie), l’altro all’arrivo a Roma. I passeggeri sono stati fermati e identificati per individuare i responsabili. “Cominciamo col tenere in galera questi deficienti: un vero tifoso non lancia sassi né usa coltelli, tolleranza zero”, ha commentato il ministro Matteo Salvini, che solo ieri si era detto contrario alla chiusura delle curve e il divieto di trasferta.

Non è stato l’unico episodio di violenza. Venerdì sera a Santarcangelo di Romagna (Rimini) una ventina di ragazzi armati di bastoni ha sfondato i vetri di una vettura parcheggiata davanti a un pub e minacciato gli avventori del locale: pare che gli aggressori che cantavano cori da stadio (forse ultras del Rimini), stessero dando la caccia a dei tifosi del Cesena: non ci sono conferme, si indaga solo per il danneggiamento della macchina.

Anche sul fronte del razzismo non è andata troppo meglio: a Napoli i tifosi azzurri si sono presentati al San Paolo con le maschere di Kalidou Koulibaly, per stringersi attorno al loro difensore vittima di razzismo nel match contro l’Inter, altri stadi non hanno seguito l’esempio. All’Olimpico in Lazio-Torino il giocatore granata Soualiho Meïté è uscito fra fischi e ululati dopo l’espulsione, episodio simile a quanto successo a San Siro pochi giorni fa. Gli stessi Irriducibili della Lazio avevano disertato la curva nel primo tempo in segno di protesta contro la decisione delle autorità di non far entrare nello stadio lo striscione in ricordo di Belardinelli: “Un ultras non muore mai, Daniele con noi”.

A Parma, invece, i supporter della Roma hanno intonato a più riprese il coro “odio Napoli”, che non sarà proprio “discriminatorio” ma potrebbe essere considerato “di matrice territoriale” e quindi suscettibile di multa alla società. Altro materiale per il giudice sportivo.

Gli onorevoli ultrà alla carica: “Dialogare con le curve”

Propongono il dialogo con gli ultras per “responsabilizzarli”, temono la “repressione indiscriminata”, anzi vorrebbero abolire la tessera del tifoso. Sono gli “onorevoli ultras” che, dopo i fatti di mercoledì a Milano, si schierano con Matteo Salvini che non vuole chiudere le curve e gli stadi. Li guida il deputato Daniele Belotti, leghista bergamasco, 43 anni nella Curva nord dell’Atalanta tanto che la Procura lo riteneva il consigliere politico del capo ultrà Claudio “Bocia” Galimberti: “Le curve – dice Belotti – esistono, sono un luogo di aggregazione unico. Vanno responsabilizzate. Gli ultimi anni lo dimostrano: gli incidenti sono calati, le razzie degli autogrill anche. Sempre più stadi non hanno più bisogno di protezioni a bordo campo, fatto impensabile fino a pochi anni fa”. Contrario alla chiusura delle curve anche Paolo Lattanzio, deputato M5s di Bari, per anni militante antimafia e frequentatore della curva del San Nicola: “Le misure di gruppo non vanno bene. Ci vuole una crescita culturale delle tifoserie”.

Restano però le violenze, in genere lontano dagli stadi. “Episodi come quello di mercoledì non sarebbero successi se ci fossero le trasferte organizzate, che invece sono vietate”, spiega Belotti. Ricorda la sua trasferta a Dortmund coi tifosi orobici: “Abbiamo affittato un treno di una società svizzera partendo da Chiasso. Alla fine la polizia si è complimentata con noi, i gestori del bar vicino alla stazione erano contenti perché nell’attesa i tifosi hanno bevuto senza far danni e la società ci ha proposto di affidarci a loro per le altre trasferte”. “Nella maggior parte dei casi – nota Lattanzio – questi episodi non sono scatenati dai grandi gruppi organizzati, ma da gruppetti e cani sciolti che si uniscono”. Secondo loro non servono leggi speciali, se no “c’è il rischio di spostare il fenomeno sul basket come a Belgrado”, dice il grillino. O sull’hockey, come a Milano.

“Un corteo di venti auto per colpire i napoletani”

Via Emanuele Filiberto, civico 13. Bisogna partire da qua per comprendere cosa sia successo nelle ore precedenti la guerriglia scatenata a Milano il 26 dicembre prima di Inter-Napoli. È un indirizzo chiave, confermato ieri dai tre arrestati al giudice Guido Salvini. Uno di loro, Luca Da Ros, 21 anni, studente di sociologia all’università Cattolica e membro del gruppo Boys San, ha fornito particolari ulteriori. Su tutti il nome del capo dei Boys che, stando a Da Ros, sarebbe stato tra gli organizzatori. Si tratta di Marco Piovella, 34 anni, soprannominato “il Rosso”, un Daspo a carico di un anno a carico per i disordini di Inter-Juve dello scorso aprile. Piovella, interrogato ieri dalla Digos, ha confermato la sua presenza negli scontri ma non il ruolo di organizzatore. In serata è stato rilasciato, ma resta indagato.

Torniamo in via Filiberto, strada distante pochi chilometri dallo stadio Meazza. Da Ros detto il Gigante davanti al giudice spiega che lui è arrivato allo stadio alle 17,30 del 26 dicembre. Qui passa al Baretto, ritrovo degli ultras di Inter e Milan. Dopodiché sale al secondo anello per posizionare gli striscioni. A questo punto, si sposta in via Filiberto. Qui l’appuntamento è al Cartoons Pub. Come Da Ros molti si ritrovano qua. Tra questi gli altri due arrestati Francesco Baj e Simoncino Tira. Anche loro confermeranno la presenza al locale e poi nel mezzo della guerriglia. A questo punto succede qualcosa che ha dell’incredibile: davanti al pub si forma una fila di venti macchine. Spiegherà Da Ros: solo gli autisti erano a conoscenza della destinazione finale. Cosa succede a questo punto? Gli ultras, compresi quelli dei Blood and Honour arrivati da Varese e i francesi del Nizza della Populaire sud, salgono sulle auto. Quattro o cinque a bordo più chi guida. I mezzi partono a breve distanza l’uno dall’altro, formando un colonna che dalla zona di corso Sempione si avvia verso lo stadio, senza che nessuno se ne accorga. Da qua il serpentone, giunge nel parchetto di via Frattelli Zoia. A questo punto chi arriva trova nel parchetto due grossi sacchi scuri dentro i quali ci sono le armi per il “combattimento”. Ci si arma, ci si incappuccia, e si attende il segnale. Le staffette in fondo a via Novara agganciano i van dei napoletani. Poi un colpo di petardo dà il via a tutto. Il manipolo degli interisti occupa via Novara. Sono circa le 19,20. La dinamica dunque è chiara. La conferma arriva direttamente dal giudice per le indagini preliminari Guido Salvini, che oggi deciderà sulli tre arrestati tutti accusati di rissa e lesioni aggravate. Ciò che al momento resta oscuro è la catena di comando. Torniamo allora al capo dei Boys Marco Piovella. Laureato al Politecnico e titolare di uno studio di light-design a Milano, sarebbe stato lui uno degli organizzatori della guerriglia. Questo almeno mette a verbale Da Ros che aggiunge qualcosa in più: in via Zoia la sera del 26 dicembre c’erano tutti i capi dei vari gruppi della curva Nord. Oltre a quello del Rosso, vengono fatti altri due soprannomi collegati al gruppo dei Viking e a quello degli Irriducibili. Secondo questa ricostruzione, il direttivo della curva ha avuto parte nella guerriglia. Dai verbali emergono poi particolari sulla dinamica dell’incidente che ha provocato la morte di Belardinelli, colpito sulla carreggiata di via Novara in direzione stadio.

La Procura qui procede per omicidio a carico di ignoti. Il fatto ancora non è stato rubricato a omicidio stradale. L’auto non sembra un Suv, ma una macchina più piccola. Di più: non è affatto escluso che l’investimento sia voluto. L’ipotesi della Procura è che l’auto facesse parte del gruppo dei napoletani e sia passata con entrambe le ruote sul corpo del capo ultras dei Blood and Honour. Ancora da comprendere il movente della guerriglia. Movente che sembra più legato a dinamiche politiche di estrema destra. Due arrestati e altri indagati sono legati al gruppo di Lealtà e azione, mentre i francesi del Nizza sono considerati vicini al Fronte popolare di Marine Le Pen. Il gruppo così formato ha colpito il 26. Nel progetto, secondo una fonte interna al mondo ultras milanese, c’era l’assalto al commissariato San Siro, già colpito nel 2007 durante il corteo per l’uccisione dell’ultras della Lazio Gabriele Sandri. L’investimento di Dedè ha però mandato a monte il piano.

Addio Premium, fermata di San Siro si chiamerà “Dazn”

È la multinazionale Dazn a prendere il posto di Mediaset Premium come sponsor della fermata San Siro Stadio della linea M5, a Milano. La società, che da quest’anno trasmette in streaming parte delle partite del campionato di Serie A, affiancherà la stazione con il suo nome, il logo e il marchio per i prossimi tre anni. La fermata diventerà la ‘San Siro Stadio Dazn’. Dazn ha partecipato al bando pubblico attraverso la società Agente Mktg e la sua offerta prevede nel complesso 170mila euro di ricavi annui, al netto dell’Iva, per Metro5 spa. La sponsorship della M5 con Mediaset Premium, iniziata nel 2015, si era conclusa nel luglio scorso. Il nuovo sponsor comporterà la sostituzione delle mappe della linea lilla, insieme alla personalizzazione degli spazi interni della fermata con grafiche pubblicitarie e all’installazione in stazione di sei monitor ledwall di varie dimensioni, utili in caso di proiezioni. “Le sponsorizzazioni rappresentano per l’amministrazione un sistema di finanziamento innovativo che consente di recuperare risorse importanti da reinvestire nel trasporto pubblico”, spiega il Comune.

Fuoco amico su Salvini: “Hai tradito il centrodestra”

È tutta un’accusa di tradimento, nel fu centrodestra del 4 marzo. Alla vigilia dell’approvazione della manovra è fuoco amico: Forza Italia attacca Matteo Salvini a testa bassa. Alla Camera i deputati indossano “gilet azzurri” per protestare contro il testo gialloverde. E ripetono tutti lo stesso concetto: la Lega è venuta meno ai patti elettorali.

Lo dice Renato Brunetta: “Salvini ha tradito. Ha tradito i suoi elettori, quelli del centrodestra, ha tradito il nord e ha tradito anche me, che sono stato eletto in un collegio uninominale”. Lo ripete in toni più compassati Antonio Tajani: “Salvini ha tradito gli elettori, il Nord pagherà il reddito di cittadinanza per il capriccio del M5S e per il Sud nella manovra non c’è nulla”. E poi Maria Stella Gelmini: “Le tasse aumentano, Salvini smetta di dire che diminuiscono. Per una volta ha ragione Di Battista, è la manovra più di sinistra della storia”.

La Lega incassa, e non fa buon viso. I capigruppo del Carroccio Molinari e Romeo in conferenza stampa definiscono “ridicolo e inspiegabile l’atteggiamento di Forza Italia”. I salviniani si sono offesi. E a proposito di fuoco amico, contro il Salvimaio è arrivata pure la dichiarazione bellicosa (anche se obliqua) del governatore leghista del Veneto, Luca Zaia: “Sono pronto a firmare la legge sulle autonomie regionali – ha detto in un’intervista al Gazzettino – ma non firmerò un testo annacquato. Non vorrei che qualcuno pensasse che al Veneto basta una conferenza stampa per firmare un progetto serio com’è quello dell’autonomia”. Un tema su cui il governo rischia di ballare molto.

Intanto batte un colpo anche il vecchio Silvio Berlusconi. Promette manifestazioni contro la manovra “dettata da Bruxelles”: “I gilet azzurri a gennaio saranno nelle piazze di tutte le città italiane per continuare la mobilitazione contro il governo gialloverde”.

Mediaset, interessi al sicuro anche col governo gialloverde

Mediaset resiste in salute, anzi prospera col governo dei gialloverdi. Il Biscione recupera in Borsa negli ultimi giorni e s’aggrappa a quota 2,73 euro per azione con una capitalizzazione di 3,3 miliardi. Il futuro è legato agli introiti pubblicitari e al riassetto industriale più che agli ascolti spesso calanti, ma non sussiste il pericolo di un agguato politico. Il governo di Cinque Stelle e Lega di Salvini riserva il solito trattamento benevolo al Biscione e, in generale, al sempiterno mercato televisivo. Ormai è tardi per gli indizi, ci sono le prove a supporto della ritrovata serenità che si respira a Cologno Monzese.

1. Un pagina infilata in manovra scongiura l’ipotesi di un’asta competitiva e l’ingresso di nuovi operatori per l’assegnazione di un paio di multiplex – pacchetti di frequenze per trasmettere i canali – ricavati dal passaggio al digitale terrestre di seconda generazione (dvb-t2) nel 2022. Il dicastero di competenza è lo Sviluppo economico, il ministro di riferimento è Luigi Di Maio. Questa norma è gradita a Mediaset, Persidera (Telecom/Gedi), Urbano Cairo (La7) e alla poco interessata Rai. Altro che ridefinizione delle vecchie concessioni statali.

2. Il governo amplia il fondo per la rottamazione dei televisori, necessario a Mediaset & C. per non perdere spettatori con l’avvento del dvb-t2: sale da 100 a 150 milioni di euro. Anche il denaro che sarà raccattato con la finta gara succitata, si calcola una cinquantina di milioni, sarà destinato a risarcire i cittadini/elettori costretti a comprare apparecchi capaci di ricevere il segnale nel 2022. Alcuni televisori, in commercio prima del luglio 2016 o addirittura 2017, saranno da buttare o da integrare con decoder.

3. Cassa depositi prestiti, la scorsa estate, avviata la gestione gialloverde, ha promosso l’offerta pubblica d’acquisto (opa) a piazza Affari del fondo strategico F2i – di cui è socia al 14 per cento – su Ei Towers di Mediaset, l’azienda che ha un parco di 2.300 ripetitori per le televisioni e 1.000 per la telefonia. Il Biscione ha incassato 179 milioni di euro netti e adesso detiene il 40% di una società più grossa, controllata da F2i, che si chiama 2i Towers. Oltre le sigle astruse e i concetti tecnici, la sostanza è abbastanza elementare: Mediaset ha fregato Rai Way, che da tempo studia progetti di fusioni e rilanci, perché Cdp e F2i hanno preferito il Biscione a Viale Mazzini. La famiglia Berlusconi potrebbe dismettere pure quel 40 per cento che vale più di mezzo miliardo di euro.

4. Nell’interregno tra l’addio del centrosinistra e l’alba dei gialloverdi, in aprile, il governo Gentiloni ha autorizzato Cdp a rastrellare il cinque per cento di Telecom così da permettere al fondo Elliott di contrastare i francesi di Vivendi, gli ex amici diventati nemici di Mediaset. Un intervento anomalo e rischioso, condiviso in spirito dall’intero parlamento.

Vincent Bolloré era già finito stritolato dalle regole italiane e indotto a congelare il 19 per cento del suo 28,8 di Mediaset. In una posizione di debolezza, inusuale per Vincent, tra il desiderio di riconquistare il comando in Telecom e di non scappare da Cologno Monzese, Vivendi dovrà presto trattare con Berlusconi e costruire una soluzione indolore. Cdp ha una parte da protagonista e non recita a discapito del Biscione. In nome del popolo sovrano e dell’orgoglio italiano.

5. Il decreto milleproroghe fa slittare di un semestre – al 1° luglio 2019 – l’entrata in vigore degli obblighi di investimento in produzioni audiovisive europee e italiane e con case indipendenti, una legge dell’ex ministro Dario Franceschini molto contestata da Mediaset e Sky Italia.

6. Il governo, i ministri e le autorità di controllo hanno sonnecchiato dinanzi al patto tra Mediaset e Sky Italia, siglato in primavera e completato in autunno. Un patto che ha consentito al Biscione di sanare la piaga Premium e a Sky Italia di aumentare la presenza trasversale e quasi monopolista – se non fosse, nel calcio, per la difettosa Dazn – con la vendita di contenuti a pagamento tra satellite e digitale.

7. Impegnati a giocare con gli alambicchi per produrre le nomine in perfetto equilibrio politico, in Viale Mazzini si sono dimenticati del contratto di servizio – quello firmato tra Stato e Rai – che intimava di rinnovare l’accordo commerciale con Sky Italia.

Così Rai4 è scomparsa, per esempio, dai posti di pregio di Sky e gli altri canali restano criptati in occasione degli eventi. Il vuoto l’ha colmato Mediaset, che da gennaio ritorna con tredici canali in chiaro.

8. Viale Mazzini ha sfornato una trentina di direttori e relativi vice in pochi mesi, ma non è riuscita ancora a scegliere l’amministratore delegato di Rai Pubblicità, la società che fattura circa 700 milioni di euro e impensierisce il Biscione. Il leghista atipico Antonio Marano – atipico perché non vicino a Matteo Salvini – sta per festeggiare un anno di guida ad interim di Rai Pubblicità (ex Sipra) abbinata al ruolo di presidente. Quella poltrona è assai delicata e pare che la Lega, per ottenere i voti di Forza Italia su Marcello Foa, abbia garantito a Berlusconi un profilo non ostile. In attesa, il governo ha sottratto l’extra-gettito del canone a Viale Mazzini, 80/90 milioni di euro in meno che impongono una correzione delle risorse.

Salvini non “vede” il rimpasto: “Ipotesi surreale e falsa”

Un rumoroso bisbiglio serpeggia tra i parlamentari dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato la parola “rimpasto”. Il vicepremier Salvini liquida rapidamente la faccenda: “Ipotesi false e surreali. Squadra che vince non si cambia”. Ma tra i Cinquestelle i punti di vista sono un po’ diversi, anche perché sarebbero proprio pentastellati i due esponenti del governo più papabili per il turnover: “Danilo Toninelli e Laura Castelli sono in affanno”, c’è chi infila anche il nome del ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Elena Fattori, una delle dissidenti più attive vede favorevolemente l’ipotesi rimpasto: “Sarebbe ora di sostituire tutti gli inesperti fedelissimi con persone di livello. Sono tanti i parlamentari scontenti”. Per l’altra ribelle del M5s, Paola Nugnes, danneggerebbe le donne al governo: “C’è troppo testosterone, si limitano le donne indipendenti”. Per fonti interne dei Cinquestelle è presto per parlare di rimpasto e potrebbe essere una lama a doppio taglio: “Noi adesso abbiamo il massimo possibile. Ma alle Europee la Lega potrebbe crescere e quindi sicuramente vorrà più poltrone in caso di rimpasto”.

In Piemonte perde Marino, Furia segretario regionale

Un’alleanza tra ala sinistra e ala cattolica toglie la segreteria del Pd piemontese all’esponente renziano Mauro Marino. Ieri mattina l’assemblea dem a Torino ha eletto segretario il giovane Paolo Furia (nella foto), ricercatore 32enne di Biella, con 199 voti contro i 133 andati al senatore Marino, che alle primarie aveva ottenuto il maggior numero di consensi. A Furia sono andati i voti di chi, al primo turno, aveva votato la consigliera comunale di Torino Monica Canalis, rappresentante del mondo associativo cattolico nominata vicesegretaria del Pd piemontese.

Alla presidenza è stata eletta Franca Biondelli, espressione della corrente di Marino. Dura la reazione di Davide Ricca, presidente della Circoscrizione 8 di Torino e renziano della primissima ora: “In Piemonte vince un segretario che ha fatto dell’antirenzismo parte della sua piattaforma politica”. Ecco Furia, invece: “Insieme è la parola d’ordine, insieme diamo nuova vita al Pd”. I dem del Piemonte erano rimasti senza segretario dopo le dimissioni del senatore Davide Gariglio in seguito alla sconfitta del 4 marzo.