“Alle imprese che assumono subito 5 mensilità di sussidio”

Assicura che si partirà “il 30 marzo, come promesso”. Soprattutto, dà le cifre sugli incentivi alle imprese e dettagli sul rapporto tra aziende e centri per l’impiego. Uno dei punti cruciali per il reddito di cittadinanza. Stefano Buffagni, sottosegretario a Palazzo Chigi per il M5S, vicino a Luigi Di Maio, spiega: “Serve per rilanciare la domanda interna ma anche per la tenuta sociale. Basta vedere cosa accade in Francia”.

Dovreste mettere tutto a regime in tre mesi. Sia sincero: inizierete dando soldi a fondo perduto, per fini elettorali, e per la formazione si vedrà dopo?

Assolutamente no. Per ricevere la misura bisognerà impegnarsi a sostenere un percorso di formazione e la macchina partirà subito. Poi è chiaro che dovremo affinare i meccanismi.

Dicono che i tecnici del ministero dell’Economia vi chiedano di rinviare tutto almeno a giugno.

Chi gestisce la cassa vuole sempre prorogare i pagamenti (ride, ndr). Non so se sia arrivata una richiesta del genere, ma non mi stupirebbe. Però è la politica che decide e abbiamo preso degli impegni, stanziando i fondi.

Però è ancora tutto nebuloso. Chi gestirà i dati, valutando chi avrà diritto al reddito? Le Poste o l’Inps?

Faremo comunicare le banche dati che non si parlano. Le Poste sono ovunque sul territorio, l’Inps no. Quindi aiuteranno l’Inps a raccogliere i dati e permetteranno ai cittadini di creare l’identità digitale, necessaria per ricevere il reddito.

Le Poste stamperanno anche le tessere per il reddito: qualcuno parla di conflitto d’interesse o aiuto di Stato.

Non è così. Forniranno questo servizio in base a contratti già in essere con lo Stato, altrimenti avremmo fatto una gara.

Lo Stato che incentivi darà alle imprese? La Lega ne parla di continuo.

Gli incentivi li abbiamo voluti noi del Movimento, dal primo momento. L’incentivo minimo all’impresa che assume sarà di 5 mensilità di reddito, 6 in caso di persone vulnerabili. Per l’incentivo massimo ragioneremo su un arco temporale di 18 mesi. Se un’azienda assumerà una persona che ha già percepito per sei mesi il reddito, riceverà le 12 mensilità restanti. Poi c’è il capitolo formazione.

Cioè?

Le imprese che concorderanno con il neo-assunto un percorso di formazione di cento ore, avranno un ampliamento dell’incentivo. E le aziende potranno interagire coi centri per l’impiego per formare le figure che cercano.

Lo spieghi meglio.

Se un’impresa avrà bisogno di saldatori, li potrà formare con il supporto dello Stato. Solo nel settore del digitale servirebbero 140mila nuovi assunti da formare ad hoc.

Resta che i centri per l’impiego sono a pezzi. E per rimediare dovreste assumere migliaia di persone in poche settimane.

Se i centri del- l’impiego sono a pezzi, e lo sono, bisognerebbe chiederne conto ai ministri del Lavoro che si sono succeduti negli ultimi 30 anni. Noi siamo pronti a rimediare, abbiamo già personale pronto a essere attivato. Nel processo poi avranno un ruolo fondamentale anche l’Agenzia nazionale per il lavoro e le agenzie private. Abbiamo già stanziato soldi per assumere 3500 nuove persone nei centri per l’impiego regionali. E ci sono risorse per assunzioni anche nell’Anpal.

Già dal 30 marzo ci saranno nuovi assunti?

I primi direi proprio di si.

Il decreto per il reddito quando arriverà? Andrete di nuovo avanti a colpi di fiducia?

Nei primi giorni di gennaio, e siamo apertissimi a modifiche migliorative in Parlamento. Però ci auguriamo che venga migliorato nelle commissioni, senza muri preconcetti.

Ci sarebbe anche da nominare il nuovo presidente della Consob. Il candidato del M5S resta Marcello Minenna, ma pare ancora bloccato da veti incrociati, non solo della Lega. E il vostro senatore Elio Lannutti ne ha chiesto conto al premier Giuseppe Conte.

Sulle autorità di garanzia serve un’ampia condivisione, prevista anche dalle norme. La decisione spetta a Conte, e sono certo che la situazione verrà sbloccata a breve.

“È una manovra di destra e miope, pensionati traditi”

Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, questa è una manovra di sinistra o di destra?

Lavoro e migliori condizioni per le persone sono di sinistra. Quindi è una manovra di destra. E con le clausole di salvaguardia sull’Iva inserite, tra due anni prevede pane e acqua per tutti, quindi è anche una manovra miope.

I sindacati porteranno i pensionati in piazza. C’è il blocco delle rivalutazioni sopra i 1.500 euro, ma c’è anche quota 100. Non siete contenti?

Con Cisl e Uil abbiamo deciso di svolgere una grande mobilitazione di tutto il mondo del lavoro a gennaio. Intanto in questi giorni si è avviata la mobilitazione unitaria delle sigle dei pensionati contro il blocco della rivalutazioni delle pensioni. Alla fine del 2016, nella bozza d’accordo con il governo Gentiloni, c’era l’impegno che da gennaio 2019 sarebbe tornata l’indicizzazione delle pensioni. Il governo Conte non lo ha rispettato.

E quota 100?

Non siamo di fronte alla abrogazione della riforma Fornero ma un provvedimento che riguarda soprattutto gli uomini dell’industria e una parte del pubblico impiego e che non interviene su tutte le situazioni più critiche: donne, lavoro intermittente e giovani.

La motivazione ufficiale di quota 100 è favorire le assunzioni dei giovani. Succederà?

Nel pubblico impiego c’è in realtà un nuovo blocco del turnover: le assunzioni sono rinviate a fine anno e non saranno sufficienti a compensare i tagli recenti. Nell’industria, i numeri dei beneficiari sono molto più piccoli, per andare in pensione serve una continuità contributiva che in pochi hanno dopo dieci anni di crisi. Un po’ di assunzioni ci saranno, ma nel semestre scorso abbiamo avuto il record del contratto a termine. Non sarà un po’ di turnover ad arginare il problema.

Sta dicendo che il decreto dignità non ha funzionato?

Il testo approvato era molto diverso da quello di partenza. Aver reintrodotto le causali dopo un anno di contratto invece di specificare chiaramente quali sono le ragioni per assumere a tempo determinato ha semplicemente accelerato il ricambio dei contratti a termine senza favorire le stabilizzazioni. E dopo tanti annunci, il Jobs Act del governo Renzi non è stato cambiato.

Reddito di cittadinanza: voi non volevate una misura solo assistenziale, ora c’è la politica attiva, l’obbligo di formazione e l’incentivo alle assunzioni. Meglio?

Stiamo tutti discutendo di ipotesi, un testo non c’è. Il Rei viene incluso nel Reddito di cittadinanza che spero quindi manterrà le misure di contrasto alla povertà infantile e giovanile con interventi su diritto allo studio, inserimento in programmi di formazione e così via. Ma non c’è bisogno di chiamare “reddito di cittadinanza” un incentivo alle assunzioni simile a quelli erogati dai governi precedenti, il cui bilancio, peraltro, non è stato positivo.

Dopo la riforma dei congedi maternità si potrà lavorare fino al parto e poi prendersi tutti i cinque mesi dopo. Maggiore flessibilità per la donna o più potere di ricatto al datore di lavoro?

Maggiore flessibilità per le imprese. Già oggi ci sono dati inquietanti sui licenziamenti solo apparentemente volontari dopo il parto. Non si capisce quale dovrebbe essere l’effetto positivo di questa norma.

E cosa pensa dell’aliquota agevolata per le partite Iva fino a 65.000 euro?

È un incentivo a trovare soluzioni condivise tra datore e lavoratore per avere rapporti solo a partita Iva invece che assunzioni con contratti stabili e diritti garantiti.

Chiedevate più investimenti. Soddisfatti?

Preoccupati. C’è il taglio di investimenti già previsti, come quelli per il Fondo ferrovie, e di risorse che andavano al Mezzogiorno. E la norma sugli appalti è pericolosissima: con l’affidamento diretto fino a 150.000 euro si abbasserà la qualità e c’è il concreto rischio di un aumento della corruzione. Se c’era un tema sul quale scontrarsi con l’Ue era la difesa degli investimenti. Invece il governo li ha tagliati.

Il “Partito del Pil” ha scelto come battaglia simbolo il Tav Torino-Lione. Almeno su questo lei e Vincenzo Boccia di Confindustria siete d’accordo?

Sviluppo e investimenti non derivano certo soltanto dalle grandi opere. Nella manovra manca un impegno fondamentale sugli investimenti sociali: asili, nidi, scuola riassetto idrogeologico… Poi, noi siamo un sindacato, nei cantieri ci sono migliaia di lavoratori in una condizione di incertezza. Il mio primo dovere è difendere le loro prospettive. Molte delle opere in discussione – Tav, Terzo Valico, Brennero – sono già in fase avanzata, ci sono costi elevati anche a bloccarle e sono spesso essenziali per i collegamenti e l’unità del Paese.

A fine gennaio la Cgil sceglierà il nuovo segretario. Lei che farà?

Come ho sempre detto, non cambio casa.

Il presidio flop del Pd, restano solo i “renziani”

“Siamo guidati da due autisti ubriachi: Di Maio e Salvini. Questo è l’anno della mobilitazione”. Graziano Delrio, giacchetta impermeabile, prova l’arringa. Montecitorio è alle spalle, di fronte c’è un raggruppamento di dirigenti e militanti dem. Gli fa eco Matteo Orfini che non risparmia gli epiteti: Roberto Fico “è il braccio armato” di una maggioranza di “cialtroni”. Per il micro-comizio, capogruppo dem a Montecitorio e presidente di un partito con i vertici azzerati, in attesa di congresso, si danno alla prova megafono. “Non si sente niente. Certo che stiamo messi bene se non ci possiamo neanche permettere un’amplificazione”: il commento dalla piazza più che un mugugno è una battuta. D’altra parte, al presidio contro la manovra sono arrivate sì e no 300 persone. Ma la mobilitazione è un obbligo. Se è stanco, pazienza. Almeno c’è il sole. Passano Luca Lotti, Paolo Gentiloni, Andrea Orlando, altri parlamentari. Poi i candidati al congresso, Maurizio Martina, Francesco Boccia, Roberto Giachetti, scortato dalla premiata ditta Anna Ascani e Luciano Nobili, Dario Corallo.

Nicola Zingaretti manda un messaggio, ma non si fa vedere. Assente pure Matteo Renzi: pare che sia in giro per il mondo, di certo non è nelle sue corde animare un’iniziativa così. L’atmosfera più che carica è disorientata, sembra mancare la ragione sociale della partecipazione. Così accade che Emanuele Fiano, protagonista delle botte alla Camera venerdì, venga accolto con un “Menaje ancora”. Confusioni democratiche. Tra una bandiera del Pd e una dell’Europa, appaiono i cartelli con l’hashtag #manovracontroilpopolo. Non c’è colonna sonora. Così qualcuno riempie il vuoto con le strofe di Bella Ciao. Coretto breve e non proprio convinto: più che una scelta, un riflesso obbligato. Nel frattempo, Luigi Marattin si diffonde in spiegazioni economiche a chiunque gliele chieda. Appare Stefano Ceccanti, nel ruolo di protagonista del ricorso alla Consulta contro il metodo di approvazione della legge di bilancio in Senato: si chiede un intervento nel nome della Costituzione più bella del mondo, proprio quella che molti dei senatori firmatari volevano cambiare.

Tra gli assenti, Marco Minniti e Carlo Calenda, entrambi bloccati dal mal di schiena. Convergenze. Il primo si è ritirato dalla corsa alla segreteria dem, il secondo sta ancora valutando se lanciare la sua lista alle Europee. Pur nel comizio di fine d’anno, l’incognita numero uno resta quella sulle mosse del convitato di pietra, ovvero Renzi. Il quale a Calenda ha assicurato che non farà una sua lista per le elezioni di maggio (come pure aveva ventilato), né si candiderà. Resta cerchiato il mese di gennaio per capire se è davvero così. Sandro Gozi sta lavorando al movimento europeo e Ivan Scalfarotto ai comitati civici. Tutti pronti a partire, se l’ex premier si decide. Lui ha pure ricevuto una (semi) offerta di correre da capolista per il Pd, ma pare non sia intenzionato. “Matteo sta valutando tutti i piani possibili”, dice chi lo conosce bene. Nel frattempo, il trio Lotti, Antonello Giacomelli e Lorenzo Guerini lavora per far vincere il congresso a Martina. E per condizionarlo il più possibile: già si cerca un eventuale vice segretario tra i renzian-lottiani, al posto di Matteo Richetti. Per loro, il futuro del Pd dipende dalle Europee: sotto il 20% sono pronti a dichiarare fallito il partito e a organizzarsi diversamente. Chiunque sia diventato segretario. Stanno cercando di convincere Renzi che anche a lui conviene aspettare fino a quel momento per uscire. L’attesa non è mai stata il forte di Matteo, ma i suoi sondaggi non sono il massimo. Chi vivrà vedrà. Nel frattempo, il presidio si scioglie. Parentesi finita, voce “mobilitazione di piazza” spuntata. Più o meno.

Pedaggi autostrade, Mit studia il blocco rincari per Aspi e A24

“Si respira aria di ottimismo per una sterilizzazione ormai giudicata certa degli aumenti delle tariffe su gran parte della rete autostradale. In particolare, il blocco riguarderà anche Aspi e Strada dei Parchi (A24-A25)”. Il comunicato arriva dal ministero dei Trasporti che è quasi certo di ottenere lo stop al rincaro dei pedaggi autostradali che dovrebbe scattare, come ogni anno, a partire dal primo gennaio. Ad aver innescato la mediazione tra il Mit e le concessionarie autostradali è stata un’inchiesta pubblicata dal Fatto Quotidiano la scorsa settimana in cui si dava conto, nonostante il crollo del ponte Morandi a Genova, dell’aumento ottenuto da Autostrade per l’Italia. Più basso di quello del 2018 (1,51 per cento), ma comunque quasi pari alle richieste avanzate al ministero dei Trasporti: 0,81 per cento a fronte dello 0,86 domandato. Ora, però, riferisce il Mit, oltre al blocco di Aspi e Strada dei Parchi (da confermare), c’è anche l’impegno degli altri gestori a ritocchi minimi, che “saranno d’ora in poi valutati in modo più puntuale (sul singolo anno anziché ogni 5 anni) nel rapporto tra tariffe, andamento dei prezzi e investimenti”.

“Non è imparziale”. Il Pd contro Fico. Lui: “Garante di tutti”

Tra accuse, gilet azzurri indossati in Aula e urla, la discussione sulla legge di Bilancio finisce come era iniziata il giorno prima: le opposizioni attaccano Lega e M5s per l’iter che ha portato all’approvazione e per i contenuti, il governo tira dritto e incassa la fiducia. Ma non senza che il Pd alla Camera sia tornato a puntare il dito contro il presidente Roberto Fico (M5S) accusandolo di “imparzialità”.

A scatenare la bagarre in aula da parte del Pd sono diversi passaggi dell’intervento di Teresa Manzo di M5S. “Tutti hanno diritto di fare il proprio intervento come voi avete fatto il vostro”, interviene Fico richiamando all’ordine i dem. “Quando qualcuno ci offende, lei ha il compito di fermarlo. Lei permette che il M5S ci insulti senza dire nulla dicendo che siamo dei truffatori, inficiando la sua imparzialità”, replica Emanuele Fiano (Pd) al presidente della Camera Fico.

“Io sono completamente imparziale, conosco benissimo il senso e l’importanza di questo ruolo”, risponde a sua volta Fico che spiega: “Guarderò il resoconto stenografico e valuterò. Non c’è dubbio che se ci sono offese, vanno censurate”.

Manovra Pro&Contro: Più continuità con il passato di quanto dica lo show in aula

Entro oggi, ultimo giorno utile prima del cosiddetto “esercizio provvisorio”, il governo gialloverde dovrebbe portare a casa la sua prima manovra di finanza pubblica: intanto, ieri sera, la legge di Bilancio ha avuto il voto di fiducia (327 a favore, 228 contro) della Camera fra i “gilet azzurri” del gruppo di Forza Italia (“Crozza Italia”, “i Puffi”, irridono i grillini; “ridicoli”, dicono i leghisti) con relativa sospensione della seduta, i toni stentorei del Pd di cui ha fatto le spese pure il presidente di Montecitorio Roberto Fico (“lei non è più una figura di garanzia: lascia che ci insultino”). Non manca nemmeno il mini-Aventino per i 4 di +Europa, che annunciano che oggi non parteciperanno al voto finale, e la citazione dei fratelli Cervi contro il rischio di “democrazia autoritaria” da parte di LeU. Alla fine, comunque, la manovra ottiene la fiducia: in queste pagine c’è una descrizione delle misure principali.

In termini generali, però, questa legge di bilancio non è dissimile da quelle dei governi Renzi: lascia il deficit per l’anno prossimo più o meno invariato (per la precisione uno 0,1 in più) attorno al 2% come pure il cosiddetto “avanzo primario”, cioè la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi sul debito (2,5% nel 2018 contro il 2,3% previsto nel 2019). In sostanza si tratta di una legge di bilancio solo marginalmente espansiva – vale a dire che “aiuta” poco la crescita – al contrario della prima versione. Le stime di aumento del Pil sono dunque più contenute (+1 anziché 1,5%). Peraltro, siccome a Bruxelles non si fidano, il governo italiano ha accettato pure di congelare due miliardi fino a settembre per vedere come va: se le stime dovessero risultare ottimistiche, allora quei fondi non verranno spesi nel 2019 (e ci rimetteranno settori come università e ricerca), azzerando persino la pur blanda natura espansiva della manovra.

La tesi del governo, però, è che non c’è stato alcun cedimento all’Ue, ma anzi un’abile trattativa per evitare di rispettare gli impegni presi da Gentiloni & C. (deficit all’1,2% nel 2019) che avrebbero spinto l’Italia, già in rallentamento, in una pesante recessione. Non si sa come sarebbe andata proponendo il 2% subito, ma di sicuro la manovra che esce dal Parlamento è in contraddizione con un principio enunciato persino nel “contratto” Lega-M5S: la stabilizzazione del debito pubblico deve avvenire attraverso la crescita, non con manovre di consolidamento fiscale che si sono già rivelate dannose anche a quel fine.

Il primo bilancio gialloverde, invece, non sfida più l’assetto ideologico del Fiscal compact, ma cerca di sopravvivere al suo interno con la flessibilità gentilmente concessa dall’Ue. Se ricorda il modus operandi di Renzi è perché è uguale: un pareggio tra i deliri austeriani di Palazzo Berlaymont e i sogni romani di un’altra Europa. Ed è uguale anche il modo in cui l’accordo sulla flessibilità per il 2019 è stato scaricato sugli anni successivi: il percorso verso il pareggio di bilancio viene sì rallentato, ma rilevanti misure di spesa pluriennali come reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni (valutate circa 16 miliardi l’anno a regime e, soprattutto la seconda, indigeste all’Ue) sono di fatto coperte con (recessivi) aumenti automatici di imposte per 23 miliardi nel 2020 e 28 l’anno successivo. Di fatto, ha spiegato l’Ufficio parlamentare di bilancio, senza quegli aumenti di gettito – che però il governo ha già escluso – il disavanzo per il 2020-21 sarebbe fin d’ora al 3% del Pil. Insomma, a essere buoni un bilancio bloccato, senza spazi per reagire ad eventuali choc negativi in futuro, eventualità niente affatto esclusa.

La scommessa è che la Commissione che uscirà dalle Europee di maggio sia più conciliante con l’Italia: tutto può essere, ma se dio non gioca a dadi con l’universo, i governo non dovrebbero farlo coi bilanci.

 

Pressioni fiscale in salita
Più tasse su banche e imprese e la mina delle imposte locali

La pressione fiscale in rapporto al Pil sale nel triennio. Lo ha certificato – in una prima analisi – l’Ufficio parlamentare di bilancio: dal 42% si passa al 42,4 l’anno prossimo, poi al 42,8 e infine al 42,5% nel 2021. Se si analizzano le singole voci, però, si scopre che la gran parte degli aumenti è dovuta al condono (6,2 miliardi), alla norma che coinvolge banche e assicurazioni (5,5 miliardi) e alle imposte su giochi e tabacchi. Problematico potrebbe essere invece l’aumento di tassazione per le imprese dovuta all’addio a due regimi agevolati (Iri e Ace). Arriva anche la web tax. Al netto dei possibili aumenti Iva da 23 e 28 miliardi tra 2020 e 2021, la vera mina fiscale della manovra è lo sblocco dopo tre anni delle tasse locali (dall’Irpef all’Imu fino alla tariffa sui rifiuti): arriva mentre la manovra non ristora del tutto i Comuni dei fondi sottratti dalle finanziarie precedenti. In sostanza, ai sindaci manca circa un miliardo e il governo concede loro di prenderli, se vogliono, dai loro cittadini.

 

Il nodo Investimenti
Spese ridotte o “rinviate”, penalizzato soprattutto il Sud

La manovra doveva rilanciare la crescita con gli investimenti pubblici. Questi, secondo i piani, dovrebbero crescere di 3,5 miliardi nel 2019 per arrivare a 15 nel triennio (divisi in due fondi: Pa centrale ed enti territoriali); soldi per dissesto idrogeologico, infrastrutture, edilizia ecc. Alle Regioni viene tolto il taglio 2020 del governo Renzi e ai Comuni data la possibilità di spendere gli avanzi di bilancio per investimenti (ma lamentano mancati rimborsi per 1 miliardo). Dopo l’intesa con l’Ue, però, sono stati rinviati ad anni futuri molti contributi agli investimenti (Fs, co-finanziamento dei fondi Ue, fondo di sviluppo e coesione ecc.) che penalizzano il Sud. Nel 2019, secondo l’Upb, il risultato è che si passa “da una maggiore spesa di 1,4 miliardi a un calo di 1 miliardo”. Nel 2020-21 va molto meglio (+12 miliardi). Nascono due strutture per aiutare le amministrazioni a progettare e realizzare le opere. Per sveltirle, viene tolto per un anno l’obbligo di gara per appalti sotto i 150mila euro.

 

Statali
Rinnovi scarsi. Più assunzioni ma tutto è rimandato al 2020

Il bilancio è in chiaroscuro. Da un lato il governo stanzia 1 miliardo per assunzioni stabili nella Pa. A questi si aggiungo circa 20 mila assunzioni nel triennio. Le più rilevanti sono: 4mila nei centri per l’impiego; altrettanti nell’amministrazione giudiziaria (magistrati, agenti penitenziari etc.); 755 agli Interni; 420 al ministero dell’Ambiente; 6.150 per le forze di polizia e 1500 per i vigili del fuoco; 1.000 tra i ricercatori universitari. Per risparmiare risorse, però, il governo ha anche bloccato l’entrata in servizio per i neoassunti nella Pa centrale (comprese agenzie fiscali, Inps, Inail e Università) fino a settembre 2019. In questo modo ha rinviato le assunzioni al 2020, con ritmo che risulterà dimezzato rispetto ai piani iniziali (nei prossimi 4 anni andranno in congedo oltre 400 mila statali). La situazione peggiore è nella Sanità, dove la stretta sulle assunzioni permane. Per il rinnovo contrattuale, invece, vengono stanziati solo 4,3 miliardi in tre anni: 20 euro mensili in più in busta paga.

 

Reddito di cittadinanza
Ci sono oltre 7 miliardi pronti, però ora serve il decreto legge

Il negoziato con la Commissione europea ha comportato un taglio di 2 miliardi alle risorse per il reddito di cittadinanza che però restano comunque ingenti a 7,1 miliardi di euro per il 2019, 8,055 per il 2020, 8,317 per il 2021. Una parte di queste risorse deve finanziare le 4.000 assunzioni necessarie a far funzionare le politiche attive del lavoro, tra centri per l’impiego e l’agenzia Anpal. Per come è costruito il fondo, se avanzassero soldi dalla riforma delle pensioni di quota 100 (4 miliardi nel 2019), potrebbero essere usate per finanziare il reddito. La cifra complessiva è molto più bassa di quella promessa dai Cinque Stelle in campagna elettorale – 15 miliardi – ma superiore a quella che era disponibile per il Rei (reddito di inclusione, 3 miliardi). Bisognerà attendere però metà gennaio per il decreto legge che stabilirà come questi miliardi verranno impiegati e come funzionerà il reddito che dovrà partire prima delle elezioni europee di maggio. E la fretta di solito è pericolosa.

 

Previdenza
Quota 100 ad aprile, ma scatta il blocco della rivalutazione

La mini riforma della Fornero (“Quota 100”, tra età anagrafica e contributi) sarà triennale. La platea potenziale è di 315 mila persone (123mila nella Pa). Si uscirà con finestre temporali: ad aprile per i privati e, forse, a giugno per gli statali. Vengono prorogate anche l’Ape sociale e l’Opzione donna. Sulla previdenza il governo fa però anche cassa. Due miliardi con la proroga del blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni oltre i 1.522 euro lordi al mese (3 volte il minimo), che sono il 58% del totale, con sei fasce di tagli: l’adeguamento sarà al 97% per quelle tra 3 e 4 volte il minimo; al 77% tra 4 e 5 volte il minimo; al 52% tra 5 e 6 volte fino al 40% di recupero sopra 9 volte il minimo. La perdita in tre anni sarà: 211 euro per pensioni da 2.500 euro lordi; 538 per assegni da 3 mila euro, 700 tra 3.500 e 4 mila. Vale invece 240 milioni il taglio quinquennale alle “pensioni di platino” (sic) sopra i 100 mila euro (26 mila persone): dal 15% fino a 130 mila euro al 40% per la parte eccedente i 500 mila.

 

Fisco modello Lega
Condono furbetto e flat tax: una manna per le partite Iva

Decisamente è la manovra delle partite Iva, vasto mondo di professionisti e pmi da sempre bacino elettorale della Lega. Il Carroccio ottiene un taglio di tasse per partite Iva individuali da 4,8 miliardi nel triennio. Come? Allargando a 65 mila euro di reddito la tassazione forfettaria al 15% (tra 65 e 100 mila euro viene invece tassato l’intero reddito al 20%). L’Irpef, insomma, viene ulteriormente smontata. La Lega ottiene anche il “saldo e stralcio” delle cartelle tra il 2000 e il 2017 per chi è “in grave e comprovata situazione di difficoltà economica” calcolata in base all’Indicatore della situazione economica equivalente. Riguarda persone fisiche e ditte individuali. Potranno essere estinti i debiti per omessi versamenti di tasse e contributi Inps pagando il 16% con Isee sotto 8.500 euro, il 20% con Isee fino a 12.500 euro e 35% con Isee oltre i 12.500 euro e fino a 20mila euro. Problema: non c’è un tetto massimo dei debiti sanabili. Così potrà essere usato anche da finti poveri che hanno redditi nascosti o intestati a prestanome.

 

Il mondo del credito
Soldi ai truffati di Etruria & C. (a rischio Ue) e la “salva-Bcc”

Arrivano soldi e nuove regole per i rimborsi dei 300mila piccoli risparmiatori coinvolti nel crac delle banche (da Etruria alle 2 venete). Lo stanziamento è di 525 milioni l’anno fino al 2021 e potranno reclamare ristoro azionisti e detentori di bond subordinati (per i primi il rimborso è al 30%, per i secondi al 95% entro i 100mila euro) che siano persone fisiche o piccole imprese con fatturato fino a 2 milioni. Non c’è più il divieto di fare causa agli istituti se si accetta l’indennizzo, ma i problemi potrebbero arrivare dalla Ue: anche se si fa riferimento a vendita “scorretta” di strumenti finanziari, in realtà si rimborserà chiunque rientri nei parametri senza accertare il “misselling”, caso per caso (si aggira, insomma, il bail-in). In materia di credito, poi, nella manovra c’è la norma per evitare il buco da 2,6 miliardi nei bilanci delle holding a cui si stanno (obbligatoriamente) iscrivendo le Banche di credito cooperativo e la possibilità per i piccoli istituti di applicare i principi contabili nazionali anziché quelli Irs (scudo anti-spread).

 

I punti controversi
Fondi all’editoria, professioni sanitarie e l’Ires sul no profit

Fondi progressivamente ridotti (-20% della differenza tra l’importo spettante e 500 mila euro nel 2019, -50% per il 2020 e – 75% per il 2021) fino all’abolizione totale nel 2022: ecco la strada verso l’azzeramento delle sovvenzioni all’editoria voluto dai 5Stelle. Per il premier Conte è “un sacrificio per sollecitare gli editori a stare sul mercato”; per Fnsi “la morte del pluralismo”. Prorogata di soli 6 mesi la convenzione con Radio Radicale (che rischia di chiudere). Polemiche pure per la deroga per l’iscrizione all’ordine da parte dei professionisti sanitari (fisioterapisti, tecnici o ostetriche) senza titoli che abbiano lavorato, nell’arco di 10 anni, almeno 36 mesi. “20 mila persone non finiranno in strada”, ha detto il ministro Grillo. Marcia indietro del governo, con tanto di scuse, per il raddoppio dal 12 al 24% dell’aliquota Ires per il non profit. La norma sarà cambiata a gennaio: oltre a colpire la Chiesa (graziata sull’Imu), avrebbe penalizzato le attività di volontariato e di assistenza.

 

Direttiva Bolkestein e dismissioni
Salvi gli stabilimenti balneari. Immobili in vendita dopo aprile

Il dimagrimento della manovra, richiesto da Bruxelles, passa anche per l’escamotage contabile delle maxi dismissioni immobiliari: vale 950 milioni di euro nel 2019 e altri 300 nel biennio 2020-2021. I dettagli arriveranno a fine aprile, quando sarà approvato il decreto per il piano di cessione dei beni dello Stato, della Difesa (come le caserme in disuso) e delle altre pubbliche amministrazioni per i quali sarà possibile il cambio di destinazione d’uso degli immobili e degli interventi edilizi di valorizzazione (per i Verdi un norma che “devasta i centri urbani”). La Lega ha invece ottenuto il blocco degli effetti della direttiva Bolkestein fino al 2034 per i titolari degli stabilimenti balneari (occupano il 60% delle coste, a fronte di soli 103 milioni di introiti per lo Stato dai canoni di concessione): non si vedranno messe al bando le licenze. A escludere dalla Bolkestein gli ambulanti del commercio (oltre 190mila imprese, 11 miliardi di fatturato) è stato M5s. Pronta la procedura di infrazione Ue.

 

Tutti i bonus
Confermati gli aiuti alle famiglie, da marzo gli incentivi per le auto

Nel pacchetto destinato alle famiglie ci sono l’aumento del bonus nido da 1.000 a 1.500 euro e l’allungamento da 4 a 5 giorni del congedo per i neo papà. Le mamme potranno restare al lavoro fino al parto, se la salute lo consente. L’unica novità è lo stanziamento di un milione di euro per l’acquisto dei seggiolini auto anti-abbandono e il fondo da 5 milioni per i disabili. Confermato anche il bonus bebè, inserito nel dl fiscale. Sul fronte casa prorogate tutte le detrazioni – dal 50% al 65% – per il recupero del patrimonio edilizio, l’acquisto di mobili ed elettrodomestici, la realizzazione straordinaria di giardini e gli interventi di risparmio energetico (ecobonus). Mentre, dopo la retromarcia del governo sull’ecotassa anche per le Panda, da marzo 2019 scattano gli incentivi (fino a 6mila euro e con rottamazione) per le auto più ecologiche e il “malus” fino a 2.500 euro per quelle inquinanti.

Strategia della pensione

Noi fortunati che abbiamo seguito in tv il cosiddetto dibattito parlamentare sulla manovra di bilancio abbiamo attraversato un’ampia gamma di sentimenti contrastanti. L’invidia per l’atletica prestanza di Emanuele Fiano, che balza felino verso i banchi del governo, si divincola dal placcaggio rugbistico dei colleghi, offre il petto seminudo alla pugna contro gli odiati sovranisti e infine aggira la barriera dei commessi col lancio liftato di un dossier che centra in pieno volto il sottosegretario Garavaglia. L’entusiasmo per l’intrepido Michele Anzaldi, ieri epuratore e fucilatore di chiunque si permettesse di non beatificare Renzi nella Rai tutta renziana e oggi inconsolabile per la fine del pluralismo in viale Mazzini. L’idolatria per Filippo Sensi, che fino all’altroieri diramava le veline di Renzi & Gentiloni e ora lacrima come una vite tagliata per il taglio dei fondi pubblici a giornali e Radio Radicale, scambiandoli per “pluralismo”. La gioia per Giachetti e Fiano che accusano Fico di parzialità perché non silenzia la pentastellata Manzo che accusa imprecisate opposizioni di aver favorito i truffatori delle banche, ma poi tacciono quando le pidine Serracchiani e Bruno Bossio danno della truffatrice alla Manzo. L’ammirazione per i trafelati scopritori della centralità del Parlamento, o di quel che ne resta dopo il loro passaggio, le loro leggi incostituzionali, le loro mozioni sulla nipote di Mubarak, i loro canguri e ghigliottine, le loro destituzioni di dissidenti, le loro compravendite di parlamentari, i loro decreti senza necessità né urgenza, le loro fiducie smodate (107 solo nella scorsa legislatura), i loro salvataggi impunitari di fior di delinquenti. Il rimpianto per l’assenza in Parlamento di misure d’ordine pubblico, tipo il Daspo, già previste nelle ben più educate curve degli stadi. E infine una grande empatia per la sofferenza di Graziano Delrio e Maria Elena Boschi dinanzi alle sorti degli adorati pensionati, scippati dalla manovra giallo-verde.

Delrio li chiama tutti in piazza, la Boschi trattiene a stento le lacrime: “La legge di Bilancio taglia tutte le pensioni, non solo quelle d’oro o di platino. Conte dovrebbe pulirsi la bocca quando attacca i pensionati”. In effetti la famiglia Boschi per i pensionati ha fatto molto, forse troppo. Il pensiero corre al pensionato Luigi D’Angelo, che il 28 novembre 2015 si impiccò a Civitavecchia perché aveva appena perso i risparmi di una vita: 100mila euro affidati a Etruria, dopo che il governo Renzi-Boschi aveva azzerato dal giorno alla notte, col cosiddetto dl Salva-banche, il valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate.

Del resto il Pd, per i pensionati, ha sempre avuto un occhio di riguardo. Tipo quando votò il blocco dell’indicizzazione delle pensioni, senza la piena rivalutazione per l’inflazione, ininterrottamente dal 2011 a oggi. Vediamo nel dettaglio cosa votarono gli attuali paladini dei pensionati. Tra 2012 e 2013, col blocco totale per le pensioni superiori a tre volte il minimo (dai 1500 euro in su), chi prendeva ogni mese 1600 euro lordi ne perdeva 500-600 l’anno; chi percepiva 2100 euro ne perdeva 1500; chi aveva 2600 euro ne perdeva 1800. Nel 2015 la Consulta bocciò la legge in quanto incostituzionale e ordinò al governo di restituire la refurtiva. Intanto, ai 5,5 milioni di pensionati, erano stati rapinati 8-9 miliardi di euro. Ma Renzi ne rimborsò appena 2,2 (che secondo l’Upb corrispondeva ad appena il 12% medio delle perdite di ogni pensionato) ed ebbe pure la spudoratezza di chiamare quella mancia “bonus Poletti”: come se quello non fosse un furto con destrezza, ma addirittura un gentile omaggio. Intanto nel 2014 il governo Letta aveva fatto altri danni: un sistema di perequazioni in cinque fasce, che lasciava quasi intatta la rivalutazione delle le pensioni fino al quadruplo della minima, mentre la tagliava del 25% la rivalutazione per quelle sopra i 2000 euro lordi e del 50% oltre i 2500. I governi Renzi e Gentiloni prorogarono quel blocco fino al 1° gennaio 2019, lasciando la patata bollente ai successori.

Secondo la Uil, la mancata perequazione delle pensioni fra il 2011 e il 2018, votata da centrodestra e centrosinistra (Monti e Letta) e poi dal solo centrosinistra (Renzi e Gentiloni) è costata 79 euro al mese e 1000 all’anno a ciascun pensionato da 1500 euro mensili. Chi invece percepiva 1900 euro al mese nel 2011 ha perso 1500 euro lordi, pari a una intera mensilità netta. Che fa ora il governo Conte sulle pensioni? Tre cose. Abbrevia l’età pensionabile per chi vuole ritirarsi prima (quota 100). Aumenta le minime fino a 780 euro per chi non ha altri redditi (pensione di cittadinanza). E “raffredda” il blocco delle indicizzazioni varato da Letta, Renzi e Gentiloni, rendendolo un po’ meno penalizzante per le pensioni più basse e lasciandolo pressoché inalterato sopra ai 3mila euro. La battuta di Conte (“Non se ne accorgerebbe nemmeno l’Avaro di Molière”), per quanto infelice, rende l’idea. Rivalutazione quasi totale, senza blocchi, per le pensioni fino al quadruplo della minima (cioè fino a 2030 euro mensili lordi). E sacrifici graduali per le pensioni più alte. La Cgil stima che chi intasca 2030 euro al mese perderà 1 euro nel 2019, 1 euro nel 2020 e 2 euro nel 2021. Chi supera i 2537 euro al mese, dovrà rinunciare a 70 euro l’anno (meno di 7 euro al mese). Chi supera i 3mila euro al mese, “restituirà” circa 180 euro all’anno (15 euro al mese). E così via a salire, con prelievi più sostanziosi per i pensionati d’oro (già toccati dal contributo di solidarietà). Anche così si finanzieranno il reddito di cittadinanza e quota 100. Si chiama “redistribuzione della ricchezza” e un tempo era una battaglia della sinistra. Infatti ora, sulle barricate, ci sono Forza Italia e il Pd.

Ceronetti, una sterminata cultura insieme a una terribile intelligenza

Dal 13 settembre ho ripreso in mano tutte le opere di Guido Ceronetti, fra gli orgogli della mia biblioteca. Quella di Ceronetti è stata la perdita poetica più illustre del declinante anno. Ho ripreso, dico, quelle che da tempo non rileggevo: ché le traduzioni di Catullo, dei Salmi e di Qohélet (lo scettico Ecclesiaste) non mi abbandonano mai. Già esse ne renderebbero grande il nome. Solo l’unione di una sterminata cultura e di una terribile intelligenza, insieme con il talento poetico, poteva consentire il ritorno della pregnanza dei testi, che la tradizione classica addolcisce. Catullo è tenero, appassionato, ma anche violento e scommatico, oltre che sublimemente dotto. Lo stile di Ceronetti pare “attualizzarlo”, in realtà ne ripristina l’essenza. Quanto alle preghiere del Salterio, la versione dall’originale ebraico, spazzando duemila anni d’una pur irrinunciabile tradizione liturgica, fa intravvedere una religione barbara, feroce, esclusiva: con un fondamento materiale che spaventa.

Ceronetti era molto complesso. A veder la sua faccia, l’antiquato basco sempre a tre quarti, parrebbe un travet torinese, di quelli immortalati da La donna della domenica di Fruttero e Lucentini. Qualcosa di ossessivamente torinese era in lui: e lo si vede da come, rifacendo il Viaggio in Italia di Piovene, trasforma una libera e aerea narrazione nell’elenco geniale di mille minuzie nelle più umili e nascoste “pensioni” della nostra provincia. Non esistono più: e un artista ne ha salvato la memoria. L’altra faccia di Guido era il predicatore alto. S’era scelto la figura di colui che predica al deserto, inascoltato nella sua condanna di una modernità da lui identificata col male in quanto distruggitrice della stessa memoria. La sua avversione per tale modernità ha il tono del profetismo biblico: egli è l’Isaia e il Geremia dei tempi nostri. Ma con una rifinitura stilistica impareggiabile. Il suo concentrarsi sul mondo biblico come fonte di ogni sapienza è, peraltro, l’unico suo limite. A me piace assai più quando scrive di Virgilio, di Leopardi, di Mallarmé: allora diventa un profeta del vero. Ai miei vent’anni, la sua interpretazione del Secondo Libro dell’Eneide me l’ha rivelato. Sotto un altro rispetto, Ceronetti è un moralista, nel senso del grande Seicento. I suoi aforismi sono degni di La Rochefoucauld, Lichtenberg e Nietzsche. Chi non lo conoscesse, potrebbe incominciare da un aureo, brevissimo libello pubblicato nel 2016 dalla Adelphi, Per non dimenticare la memoria.

Ho verso di lui un immenso debito. Quando ci fu lo sbarco sulla luna, non avevo compiuto diciannove anni. Ero un ragazzo come quasi tutti, animato da un generico conformismo di sinistra. L’anno dopo, Ceronetti pubblica il folgorante saggio Difesa della luna. E altri argomenti di miseria terrestre. Lo lessi sgomento. Dunque non è vero che il progresso tecnologico sia la stessa cosa che un destino di felicità? Dunque la Natura, sfregiata, si vendica?

Poi in Aquilegia imparai il senso della pietà verso la stessa Natura, e incominciai a comprendere che cosa di terribile sia la sofferenza degli animali, sottoposti alla vivisezione, agli esperimenti farmacologici. E Ceronetti m’introdusse a Leopardi, come non erano riusciti gli studi accademici. Non l’ho più lasciato. Oggi credo che la mia migliore qualità sia il possesso del dubbio, del ripensare il già pensato, del revocare quanto ho affermato anche solo da poco. Questo lo debbo a lui. Erede anche dei filosofi antichi da lui avversati, insegna che la certezza non esiste, che la conoscenza è illusione.

 

Serenissima straniera: parla solo in lingua inglese e tedesca

Saggezza straniera in Laguna. Le due mostre attualmente ospitate dai Musei Civici di Piazza San Marco provengono entrambe dall’estero, e hanno l’una un titolo inglese e l’altra un catalogo solo in tedesco; attecchiscono però su un terreno più fertile e “glocal”. Gli ultimi giorni di Bisanzio è allestita (fino al 5 marzo presso la Biblioteca Marciana) dal Museo Diocesano di Frisinga in Baviera, e ripercorre il viaggio in Europa col quale tra il 1399 e il 1403 l’imperatore d’Oriente Manuele II Paleologo, scampato a un furioso assedio dei Turchi, cercò di tessere alleanze in funzione anti-ottomana, per esempio donando a Gian Galeazzo Visconti duca di Milano una bella icona della Vergine “Speranza dei disperati” (poi finita proprio al duomo di Frisinga) e al monastero francese di St. Denis un prezioso codice miniato dello pseudo-Dionigi Areopagita (ora al Louvre).

Nella mostra, in cui perfino il video introduttivo è solo in tedesco (!), si vedono questi e altri oggetti che illustrano i rapporti fra Bisanzio e l’Occidente fino ai tempi del celebre cardinale greco Bessarione, il quale scrisse un elogio funebre di Manuele II (ne è esposto l’autografo), e nel 1468 legò alla Serenissima i propri codici, nucleo originario della stessa Biblioteca Marciana.

Come segnala laconicamente uno dei pannelli, l’attualità di Manuele II, imperatore abile e istruito, sta nella citazione dai suoi Dialoghi con un Persiano (scritti negli anni ’90 del XIV secolo) all’interno del controverso discorso di papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona nel settembre 2006. Il passo incriminato riguarda l’alterità di fondo tra la parola di Cristo e il messaggio di Maometto, dipinto come “cattivo e disumano”: “Il suo ordine di diffondere la fede tramite la spada” cozzerebbe contro il principio di ragione, viceversa sempre seguito e tutelato dalla fede cristiana. I visitatori più avvertiti ricorderanno che le reazioni al discorso di Ratisbona furono all’epoca così negative da alimentare un grave scontro diplomatico e culturale a livello planetario (dure anche le parole dell’allora cardinal Bergoglio). Con piena ragione, se è vero che i Dialoghi di Manuele II mirano a difendere l’assoluta superiorità della fede cristiana, riducendo l’interlocutore musulmano a un dotto sparring-partner, e proseguendo una tradizione di polemica anti-islamica non solo bizantina ma anche occidentale (il Contra legem Saracenorum di Ricoldo di Monte Croce, tradotto in greco da Demetrio Cidone).

Oggi, quando l’Europa è agitata da un ripiegamento identitario che – a cominciare dai Paesi dell’Est – assume volentieri tratti di difesa confessionale, avrebbe giovato una riflessione sulla retorica del Cristianesimo cattolico e ortodosso alla vigilia della caduta di Bisanzio del 1453. Ma forse non era possibile chiedere tanto a una mostra organizzata (che coincidenza!) da quella stessa diocesi di Frisinga in cui il giovane Joseph Ratzinger studiò teologia e fu ordinato sacerdote nel 1951.

Ancora di Quattrocento e di libri, e in particolare della transizione dal manoscritto alla stampa nella seconda metà del XV secolo, parla la seconda mostra (Printing Revolution, al Museo Correr fino al 30 aprile), che presenta i primi risultati di una ricerca dell’Università di Oxford su provenienza, circolazione e fortuna dei libri stampati in Europa entro il 1499, i cosiddetti incunaboli. Se la selezione dei libri esposti ha purtroppo fini essenzialmente decorativi, l’ausilio di ottimi video consente al visitatore di scoprire la progressiva diffusione delle stamperie nell’intera Europa dal 1455 in poi, la distribuzione dei tipografi nei singoli sestieri di Venezia (diventata ben presto centro europeo della stampa), gli aspetti commerciali della vendita dei libri e il loro impatto sui processi di istruzione. Si tratta insomma di un’introduzione didattica al fenomeno fondata meno su singoli aspetti tecnici o filologici e più sullo studio dei big data (il progetto, che coinvolge molte biblioteche europee, ha per ora studiato 50mila dei quasi 500mila incunaboli conservati).

Anche qui l’aria straniera porta qualche semplificazione-civetta (“I bestseller del Quattrocento”, “L’Amazon del Rinascimento”, “Libri come tutorial”), ma pazienza. Frequenti però i cenni al parallelo con l’odierna rivoluzione digitale, che richiama quella della stampa in quanto interviene sull’ampiezza del pubblico, sui rapporti economici legati alla circolazione dei testi, sul policentrismo e il controllo delle informazioni etc. È un confronto più volte avviato dagli studiosi (già nelle ultime edizioni del libro di Elizabeth Eisenstein che dà il titolo alla mostra), ma che qui rimane limitato a singoli slogan, per lo più scritti su pannelli gialli dall’ominoso titolo “Think!” (pink? positive?): starà ai visitatori problematizzare meglio, a fronte delle analogie, le discontinuità sostanziali tra il medium digitale e quello cartaceo, diverse modalità di fruizione, nuove (e incerte) modalità di conservazione dei testi, incomparabile rapidità e pervasività del mutamento.

Addio Oz, soldato “di amore e di tenebra”

Si scelse un cognome impegnativo il giovane Amos, ancora 15enne, quando decise di disfarsi di Klausner, nome con cui era nato da una famiglia di sionisti di destra fuggiti dall’Europa più buia dell’antisemitismo: “Oz” in ebraico vuol dire “forza”, e per noi il nome di un grande scrittore, scomparso ieri all’età di 79 anni dopo una lunga malattia. A 13 anni perse l’adorata madre Fania, morta suicida: una ferita mai rimarginata, raccontata in quello che è certamente il suo capolavoro, Una storia di amore e di tenebra (tradotto in italiano per Feltrinelli da Elena Loewenthal, come la maggior parte delle sue opere sia di narrativa che di saggistica). Scelse la via del kibbutz, dove guidava il trattore e serviva a mensa e dove incontrò la moglie Nili da cui ebbe due figli.

Si laureò in lettere e filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme, la città protagonista dei suoi racconti, e poi si specializzò ad Oxford; nel 1968 pubblicò il romanzo che gli avrebbe dato fama internazionale, Michael mio. Fu soldato dell’esercito israeliano durante la Guerra dei sei giorni e durante la Guerra del Kippur, ma non scrisse mai un romanzo di guerra, come nota Susanna Nirenstein in un affettuoso ricordo sul sito di Repubblica, perché gli era difficile “parlare o scrivere di un campo di battaglia”. L’indicibile non si può spiegare: “Non credo che potrei comunicare quest’esperienza a qualcuno che non l’ha vissuta. Lo scontro consiste soprattutto in un orribile odore. Non è immaginabile. Un misto di gomma, metallo, carni umane che bruciano. E merda. Qualsiasi descrizione non dia conto di quel fetore e della paura non serve a niente. Io non posso”. Aderì al movimento “Pace ora”, insieme ad Abraham Yehoshua e David Grossman, altre due grandi voci della letteratura israeliana contemporanea.

Sulla scrivania teneva due penne, una politica che impugnava quando si “arrabbiava, ma tanto e davvero”, una naturalmente da narratore: “Quando ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quando anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca”, ha scritto in Una storia di amore e di tenebra. Oltre alla vasta opera letteraria (in cui non mancano titoli per ragazzi – Soumchi, Una pantera in cantina – e una favola, D’un tratto nel folto del bosco) Oz lascia un importante contributo al dibattito pubblico. E non solo sulla questione israelo-palestinese, di cui si è occupato con numerosi saggi e interventi sulla stampa internazionale. Fermo sostenitore della soluzione dei due Stati, rifiutava lo stato binazionale perché “non occorre ricordare cosa è capitato nella ex Jugoslavia. Basti vedere gli eventi del Medio Oriente negli ultimi anni. Iraq, Siria, Libano, Afghanistan, con le minoranze discriminate, se non derubate e massacrate.

Oggi è difficile essere minoranza sotto una maggioranza musulmana, con i fanatici che dettano la politica”. La lotta al fanatismo è un tema ricorrente, sin da Contro i fanatismi (2004) fino al più recente Cari fanatici (2017). In una delle ultime interviste al Corriere aveva dichiarato: “Più di tutti temo i fanatici, che purtroppo da noi sono di casa, compresi gli ebrei. Ci sono certi operatori umanitari delle Ong europee che sono più fanatici degli stessi estremisti arabi. I fanatici sono dovunque, dannosi per tutti, che parlino in nome di Dio o delle diete vegetariane. Con loro non si ragiona. L’ho scritto anche in Cari fanatici, che vorrei fosse letto come una sorta di mio testamento politico”.

Amos Oz ha vinto importantissimi premi (tra cui il Premio Principe de Asturias de Las Letras, il Premio Primo Levi e il Premio Heinrich Heine nel 2008, il Premio Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013), eppure, candidato più volte, non ha mai vinto il Nobel. Lo scorso giugno a Taormina (dove aveva ricevuto il Taobuk Award for Literary Excellence insieme a Elizabeth Strout) disse che “mentre si scrive è come essere nella condizione di una donna incinta e una donna in attesa di partorire non dovrebbe mai essere sottoposta ai raggi X”: stava lavorando a un libro, che speriamo tanto di poter leggere.