Nuova ondata di proteste in Medio Oriente. Dalla Libia, al Sudan, all’Iraq, fino alla Tunisia che negli ultimi giorni sta rivivendo i tragici giorni del 2010 quando a dare inizio alla “Rivoluzione dei Gelsomini” fu Mohamed Bouazizi suicidatosi dandosi fuoco per i maltrattamenti subiti dalla polizia. Così – dopo la morte del reporter Abdelrazzak Zorgui, suicidatosi nello stesso modo alla vigilia di Natale per protesta contro le dure condizioni di vita del paese – altri due episodi simili hanno riempito le cronache. L’ultimo ieri, quando un ragazzo di 24 anni, ha tentato di suicidarsi dandosi anche lui fuoco davanti alla sua abitazione. Il giovane è stato soccorso da parenti e vicini che sono riusciti a spegnere le fiamme e lo hanno poi trasportato all’ospedale in gravi condizioni. Non si tratterebbe in questo caso di un’emulazione del gesto di Zorgui, la cui immolazione ha innescato un’ondata di proteste in diverse città. Per la morte del reporter il gip del tribunale di Kasserine intanto ha disposto la custodia cautelare del 18enne arrestato nei giorni scorsi. Il giovane, accusato di omicidio premeditato, ha dato due versioni discordanti nell’interrogatorio. Resta il fatto che poco prima della sua morte, Zorgui ha pubblicato un video in cui si lamentava della disoccupazione e della povertà, e affermava che dandosi fuoco avrebbe “avviato una rivoluzione”. Ieri è arrivato anche l’appello del presidente Beji Caid Essebi al primo ministro Youssef Chahed, al presidente dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo, Mohamed Ennaceur, i rappresentanti dei sindacati e i leader dei partiti che appoggiano il governo, affinché “prendano decisioni coraggiose e audaci per ridare speranze ai tunisini, preservare il processo democratico e proteggere il paese dai pericoli che ha di fronte avendo come unica preoccupazione l’interesse supremo del suo popolo”. Il presidente ha sottolineato la “necessità di mantenere il dialogo tra tutte le parti sulla base, mettendo da parte i calcoli politici, e di trovare soluzioni radicali in grado di superare l’attuale crisi”.
All’alba sparisce Imre Nagy. Orbán fa rimuovere la statua dell’eroe nazionale di Budapest
L’avevano più volte bollato come “il peggiore tra i comunisti”, quindi non ha colto del tutto di sorpresa la rimozione della statua dell’eroe nazionale della rivolta ungherese del 1956, Imre Nagy, dalla piazza del Parlamento di Budapest. Un gesto che di in genere viene riservato a dittatori e repressori, come altrettanto generalmente a rimuovere questo tipo di statue è il popolo oppresso, non certo il premier di una popolazione liberata e libera. Ma tant’è. Dall’alba di ieri e quasi in segreto, Imre Nagy è scomparso alla vista dei passanti. Lui, accusato dagli esponenti del governo di Viktor Orbán di essere un collaboratore del Kgb sovietico durante lo stalinismo, mentre nella memoria storica Nagy, condannato a morte e giustiziato il 16 giugno del 1958, è un martire della rivolta contro l’oppressione sovietica. Al posto della statua sarà ricostruito un monumento dell’epoca antecedente alla seconda guerra mondiale consacrato alle vittime del “terrore rosso” del 1919. Il cambiamento simbolico della statua rientra nella lotta culturale e identitaria portata avanti dal governo Orbán contro i valori del liberalismo e della sinistra ungherese. “Orbán ha allontanato l’università Ceu (quella di George Soros), i tribunali imparziali, oggi il monumento di Imre Nagy, e quando sarai tu il prossimo?” chiede in una nota di protesta il partito democratico, all’opposizione.
Soldato dell’Armata Russa durante la prima guerra mondiale, tornato in patria e poi esiliato in Urss per la messa al bando del Partito comunista ungherese, Nagy torna a Budapest nel ‘44 ed è nominato ministro dell’Agricoltura. Critico nei confronti del partito, scelto poi per guidare il governo di Nuovo Corso nel ‘55 è costretto a dimettersi ed espulso dal partito. Finché nel ‘56 non torna a capo della rivolta che chiede il multipartitismo e l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia. E quando i sovietici invadono Budapest con circa 200 mila uomini e 4 mila carri armati, il 4 novembre 1956, Nagy si rifugia nell’ambasciata jugoslava, dove gli è stata offerta protezione. Il 22 viene indotto a consegnarsi alle autorità comuniste con la promessa scritta che sarebbe potuto tornare a casa. Ma, non appena uscito, Nagy e i suoi collaboratori vengono arrestati e condannati a morte.
Assad entra a Manbij e irrita la Turchia. Mosca in difficoltà tra le pretese dei due alleati
Il primo effetto concreto dopo l’annuncio di Donald Trump di ritirare le truppe Usa dalla Siria si è avuto ieri. Dopo l’appello dei curdi dell’Ypg a prendere il controllo di Manbij, in modo da proteggerla dalla minaccia turca, l’esercito siriano è entrato in città. “Le Forze Armate siriane garantiranno la sicurezza della popolazione di tutta la zona” si legge in una nota. “L’esercito sottolinea gli sforzi concertati per mandar via gli invasori e gli occupanti dal suolo siriano”. Manbij è un punto nevralgico della partita a scacchi che si gioca tra la Turchia, i Curdi e la Siria. Collocata a nord-est, è prossima al confine con la Turchia e permette di controllare la fascia di territorio che viene rivendicata dal popolo curdo. La mossa di Assad giunge dopo il dispiegamento delle forze militari turche verso l’area anch’esso dovuto all’annuncio del ritiro americano.
La Turchia ha reagito in modo ambivalente. Se da un lato il ministero della Difesa turco ha immediatamente affermato che le milizie curde dell’Ypg “non hanno alcuna autorità per invitare altri elementi nelle zone sotto il loro controllo”, Erdogan ha invece dichiarato che la Turchia “non avrà più motivo di intervenire militarmente a Manbij, una volta che le organizzazioni terroristiche avranno lasciata la città”. La mossa di Trump costringerà ora la Turchia a scegliere se continuare con la politica di riavvicinamento alla Russia oppure ritornare stabilmente nelle alleanze occidentali. Ieri Mosca, principale alleato di Assad, ha salutato molto positivamente l’entrata a Manbij annunciando per gennaio un vertice dei leader di Russia, Iran e Turchia per discutere del conflitto siriano.
Guerra di muri: Putin ce l’ha più lungo Sessanta km al confine con la Crimea
Filo spinato, chiodi e viti. Ieri l’ultimo bullone è stato montato nell’istmo di Perekop e in Europa è tornata una nuova cortina di ferro. È lunga sessanta chilometri, raggiunge i due metri d’altezza: la Crimea è ora ufficialmente sigillata lungo tutta la striscia di terra che prima univa, e adesso separa, la terraferma ucraina e la penisola annessa alla Federazione russa nel 2014. La recinzione sembra un ritorno al passato, ma nella sua versione rivisitata dall’alta tecnologia: la nuova politica di guerra tra Russia e Ucraina è fatta di acciaio e cemento, centinaia di sensori radio, radar incastrati tra un palo e l’altro, telecamere con visore notturno di ultima generazione che sorvegliano l’unica via di accesso verso Sebastopoli.
Se Kiev ha alzato le sue recinzioni al confine orientale a Chernihiv e Kharkiv, in tempi record, come quelli registrati per la costruzione del ponte di Kerch, Mosca ha alzato la sua barriera in poco più di un anno. È costata duecento milioni di rubli, cioè quasi tre milioni di dollari e ora “il lavoro è finito”, il confine blindato: lo annuncia l’Fsb, servizi di sicurezza russi. Sorvegliata dai caccia del Cremlino, i Sukoi 27 e 30, che partono dalla base aerea di Balbek, la recinzione è stata costruita per “prevenire attacchi e attraversamento di sabotatori e gruppi di ricognizione ucraini”, dice l’Fsb, ma anche per “arrestare al confine il contrabbando di armi, alcol e tabacco”, prodotti che finiscono al mercato nero, unico settore fiorente dell’economia ucraina, in crisi dall’inizio del conflitto nel 2014. Per Efim Fix, vice presidente del Parlamento di Crimea, la barriera serve per arginare “il comportamento squilibrato delle autorità ucraine contro i civili, contro i radicali e i pazzi trucchi di Kiev”. Il ministro degli Esteri Serghey Lavrov promette che Mosca “non andrà in guerra contro il regime ucraino”, ma dichiara che Kiev “pianifica una nuova provocazione al confine con la Crimea nei giorni in cui scadranno i termini della legge marziale”. Se il Cremlino sostiene, la Rada ringhia. “La verità e la legge sono con noi, l’Ucraina non rinuncerà al Mar Nero”, Kiev non ha intenzione di abbandonare quella striscia di terra verso il mare, dice il presidente ucraino Petro Poroshenko, che ha dichiarato ieri la fine della legge marziale dichiarata a novembre, dopo l’incidente tra le navi ucraine e russe nel mare d’Azov. Per Yuri Hrymchak, ministro dei “territori temporaneamente occupati”, – definizione con cui Kiev si riferisce alla Crimea e alle repubbliche autoproclamate di Donetzk e Lugansk –, “la barriera non cambia lo status della penisola”.
L’Europa richiama all’ordine. La cancelliera Merkel e il presidente Macron, in una dichiarazione congiunta, hanno richiesto una descalation della tensione, il libero passaggio delle navi nello stretto di Kerch, la liberazione dei 24 marinai ucraini, ancora prigionieri di Mosca, e il rispetto dell’ennesima tregua dichiarata: nei territori dell’est è stato promesso il silenzio dei fucili per le festività del Natale ortodosso del prossimo 7 gennaio. Dal 1989 al 2019: trent’anni. Qualche giorno prima che inizi l’anno che ne segnerà l’anniversario tondo della caduta, una nuova cortina torna in Europa, a dividere due stati che per quasi un secolo solo stati un solo paese. Due nazioni che avevano in comune lingua, cultura e passato, ora solo un filo di ferro, migliaia di morti e un futuro chissà.
Armi italiane, anche Conte promette di intervenire
“Costi quel che costi” L’accertamento della verità sul caso Khashoggi non ha prezzo per il presidente del Consiglio che ieri, nella conferenza stampa di fine anno, ha risposto anche a domande sui rapporti con l’Arabia Saudita e sul suo impegno in Yemen effettuato anche con bombe fabbricate in Italia.
“Confermo – ha detto Conte – che è in agenda una riflessione su questo tema, stiamo valutando quali conseguenze potrebbero esserci. Tra breve trarremo le conclusioni”.
Le dichiarazioni del presidente del Consiglio fanno il paio con quelle della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, che poche settimane fa, faceva sapere di aver chiesto “un resoconto dell’export, o del transito di bombe o altri armamenti dall’Italia all’Arabia Saudita”. La questione, però, è ormai ampiamente risaputa. Le bombe in questione si producono a Domusnovas, in Sardegna, da parte della Rwm – filiale italiana dell’azienda tedesca di armamenti Rheinmetall. L’Italia esporta direttamente in Arabia Saudita una quota minima della propria produzione (che nel 2017 ammontava a circa 10 miliardi): poco più di 51 milioni di euro. Ma una parte delle sue esportazioni europee, ad esempio, quelle in Gran Bretagna, poi finiscono comunque a Riad che è il secondo acquirente mondiale di armi con il 10% della componente globale (secondo lo Stockolm Institute). I dati quindi sono ormai sul tavolo, le prese di posizione anche. Mancano solo le decisioni. La Germania, ad esempio, non solo ha sospeso le vendite all’Arabia Saudita ma dovrà ora sostenere il ricorso della Bdsv, l’associazione delle imprese della difesa. Quindi si può fare.
Yemen, miracolo Onu: una flebile tregua (grazie a Khashoggi)
Una delle poche notizie internazionali positive, almeno parzialmente, di questo scampolo di 2018 arriva dal paese dove è in corso la più grave catastrofe umanitaria della storia contemporanea, lo Yemen. Al termine del terzo anno di guerra civile, fomentata dalle potenze locali arcinemiche, Arabia Saudita e Iran, la tregua nel porto di Hodeidah tra le forze di sicurezza del presidente sunnita Mansur Hadi e la milizia dei ribelli sciiti Houthi sembra tenere. La tregua era stata annunciata all’inizio di dicembre dopo una settimana di negoziati in Svezia, i primi tra le due parti dal 2016.
Grazie all’ostinazione mostrata agli ultimi negoziati dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffith, nel porto di Hodeidah potranno di nuovo arrivare gli aiuti internazionali per alimentare e curare i civili di tutto il paese dove non si trova più né cibo né acqua potabile. Scuole e ospedali sono stati oggetto di frequenti bombardamenti della coalizione a guida saudita o sono stati usati per scopi militari, negando ai bambini l’accesso al diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Tutto ciò ha moltiplicato le sofferenze dei 24 milioni di abitanti. Finora la guerra ha provocato almeno 10 mila vittime, due terzi dei quali civili, tra i quali 2400 minori, e 60 mila feriti. Tra le cause dei decessi, oltre ai bombardamenti, svettano la fame e le epidemie di colera. Il governo – riconosciuto dall’Onu e sostenuto da Riad assieme agli Stati Uniti – traslocato con il presidente nella città meridionale di Aden dopo la conquista della capitale Saa’na e della fascia occidentale nel 2015 da parte dei ribelli sostenuti dall’Iran – ha anche annunciato che da gennaio riprenderà a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici della città portuale. Tre giorni fa una commissione Onu incaricata di monitorare il cessate il fuoco ad Hodeidah ha tenuto il suo primo incontro con i rappresentanti dei contendenti all’interno della città portuale. “La squadra guidata dal generale olandese in pensione Patrick Cammaert discuterà del cessate il fuoco e del ritiro in due fasi dai porti di Hodeidah, Ras Issa e Al Saqef” ha detto un funzionario dell’esecutivo di Aden. Secondo un funzionario della coalizione araba, i ribelli Houthi dovranno ritirarsi dai tre porti entro la mezzanotte del 31 dicembre. La seconda fase sarà il ritiro completo di tutte le forze filo-governative e ribelli della città di Hodeidah, da completare entro la mezzanotte del 7 gennaio.
Gli Houthi però hanno smentito. “La consegna dei tre porti principali non fa parte dell’accordo di Stoccolma – ha dichiarato il vice-governatore di Hodeidah, nominato dalle milizie sciite, Abdul Jabbar Jarmuzi – che riguarda solo il cessate il fuoco a Hodeidah”.
La coalizione araba ha dichiarato 4 giorni fa al quotidiano The National che 10 soldati pro-governativi sono stati uccisi e che i ribelli hanno violato la tregua 183 volte da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco. Va tuttavia ricordato che se è vero che sono stati gli Houthi armati da Teheran e dagli hezbollah libanesi a sovvertire l’ordine costituito attraverso la presa di Saa’na, è altrettanto vero che il presidente eletto Hadi ha potuto rientrare nel paese e reinsediarsi ad Aden grazie alle armi dell’Arabia Saudita acquistate dagli Usa e da alcuni paesi europei (tra cui l’Italia). Washington inoltre ha provveduto all’addestramento e al rifornimento in volo dei jet militari sauditi.
La situazione però è mutata dopo l’ammissione arrivata da Riad del raccapricciante omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi perpetrato da membri della sicurezza vicini al principe ereditario Mohammed bin Salman. Una rivelazione che ha costretto anche gli alleati di sempre ad allentare, si vedrà per quanto, i legami con la casa reale saudita. Nonostante il parere contrario di Donald Trump, il 28 novembre scorso, il Senato Usa ha approvato una mozione per porre fine al sostegno alla coalizione a guida saudita nello Yemen. Se oggi si riesce a intravedere una, seppur debole, luce in fondo al tunnel yemenita, non è dovuta certo alla buona volontà dei contendenti ma, almeno una volta dopo tanti fallimenti, agli sforzi dell’Onu e all’isolamento diplomatico dei sauditi.
Bannon si prende la Certosa e il paese scende in piazza
La certosa di Trisulti diventa la “Certosa di Bannon”. E gli abitanti organizzano una marcia di protesta. A Collepardo, in provincia di Frosinone, c’è un’aggiudicazione che proprio non è andata giù alla popolazione locale. Sotto la precedente gestione di Dario Franceschini, il Ministero dei Beni culturali aveva dato in concessione il monumento alla fondazione Dignitatis Humanae Institute (DHI), presieduta da Benjamin Harnwell e di cui è mecenate Steve Bannon, lo stratega che ha permesso l’ascesa di Trump alla Casa Bianca ed è considerato uno degli ideologhi del sovranismo anche in Europa. Per i prossimi 19 anni (ad un affitto di 100mila euro l’anno) il monastero che si trova nei boschi degli stupendi Monti Ernici potrebbe diventare il luogo delle attività culturali di Bannon. Per questo gli abitanti di Collepardo hanno organizzato una marcia per oggi che partirà da Collepardo e percorrerà i 5 chilometri verso Trisulti: “Un cammino per presidiare con la nostra presenza un luogo e dire con forza che nessuno potrà mai toglierci il diritto di erigerci a custodi di un simbolo dal profondo significato”.
Morandi, demolizione al via a gennaio. E Autostrade compra terreni nell’area sottostante
A gennaio il ponte in pezzi. “Tra la seconda e la terza settimana di gennaio inizieremo a vedere pezzi di ponte venire giù. Per ora i lavori stanno procedendo senza ostacoli”. Il sindaco di Genova, Marco Bucci, fa il punto sulla situazione del ponte Morandi, tra demolizione e ricostruzione. E fissa le prime date: entro un paio di settimane cominceranno a vedersi gli effetti della demolizione. Si partirà dal moncone ovest. Forse perché tecnicamente più semplice – non ci sono sotto le case – ma anche perché gli accertamenti dei periti del tribunale riguardano la porzione est. Si partirà dal pilone 8, verso Savona, che sarà smontato utilizzando una gru con bracci lunghi 120 metri. Poi toccherà agli altri piloni a Ponente, fino al 2 e all’1 che saranno fatti saltare in aria. Poi si passerà a Levante, ai due piloni rimasti in piedi dopo il crollo del 9. In questo caso si opererà mediante “implosione” delle strutture che incombono sulle case degli sfollati. Il piano prevede cinque mesi di lavori, 24 ore al giorno, per sette giorni la settimana.
Entro il 31 dicembre dovrà essere pronto il contratto con le imprese coinvolte nei lavori. In queste ore è previsto un incontro tra il pool che si occupa dello smantellamento e la cordata Salini Impregilo-Fincantieri che lavorerà alla costruzione per capire se sia possibile arrivare a un unico contratto per tutti i cantieri. Spiega Bucci: “Stiamo percorrendo questa strada e sono fiducioso di arrivare al risultato”.
Ma quando i genovesi potranno passare sul nuovo ponte? Una previsione è arrivata ieri da Giuseppe Conte: “Probabilmente non vedremo scorrere entro la fine del 2019 le automobili”, ma “confido che entro la fine del 2019 vedremo già la nuova architettura”, ha dichiarato il premier senza specificare che cosa intenda per “nuova architettura”.
Intanto Aspi, società del gruppo Autostrade, ha acquistato alcuni terreni nell’area sottostante il ponte (erano proprietà di sei imprese). Bucci non si è detto preoccupato: “Questo rende più facile il nostro lavoro perché avremo un solo interlocutore per acquisizioni ed espropri”.
Cognomi egiziani troppo lunghi, gli impiegati dell’anagrafe rinviano tutti all’ufficio centrale
Fare la carta di identità agli egiziani era impossibile. Inutile rivolgersi a quelli sportelli, bisognava andare da un’altra parte, a quasi tre chilometri di distanza. Per questo all’ingresso dell’anagrafe della Circoscrizione 6 di Torino, in via Leoncavallo 17, c’era un cartello – rimosso ieri – che invitava i cittadini arrivati dall’Egitto a richiedere il documento di identità all’anagrafe centrale. Nessuna storia di discriminazione, ma ordinario malfunzionamento di un settore alle prese con carenza di personale e difficoltà con il rilascio delle carte d’identità elettroniche, con disservizi e disagi tali che la procura ha avviato un’inchiesta sulla base di alcuni esposti.
Per quale motivo era stato fatto quel cartello? Il programma informatico per la scrittura delle carte d’identità non ha abbastanza spazi per contenere la serie di nomi, cognome e patronimico tipica degli egiziani Il problema è “la lunghezza dei caratteri di nome e cognome sono troppo lunghi (sic) per l’attuale programma computerizzato”, come si legge sul foglio. Per scrivere sulla carte d’identità bisogna quindi ricorrere ai vecchi metodi: “Deve essere scritta con la macchina da scrivere”. Però quella dell’ufficio di via Leoncavallo “al momento è guasta”, ragione per cui bisognava andare lì dove è ancora in funzione, cioè all’anagrafe centrale. A questo problema era stata trovata una soluzione, ma il cartello – che dopo la pubblicazione su TorinoToday.it ha suscitato l’ironie degli internauti – era rimasto lì. “Ho scritto all’assessore all’Innovazione Paola Pisano e a quello alle Pari opportunità Marco Giusta – spiega Carlotta Salerno, presidente della Circoscrizione 6 –. Questo cartello è uno scivolone, ma è soprattutto simbolo dell’affanno dei dipendenti. Lavorano in un ufficio di frontiera, molti utenti sono stranieri e anziani, e sono rimasti senza un responsabile, andato in pensione a ottobre”.
Pedofilo ucciso, due in carcere Indagato il padre della vittima che si impiccò nel 2008 a 15 anni
Due uomini sono stati arrestati per l’omicidio di Giuseppe Matarazzo, 45 anni, ex pastore, condannato a 11 anni e sei mesi per pedofilia e ucciso a colpi di pistola lo scorso 19 luglio a Frasso Telesino (Benevento), un mese dopo essere uscito dal carcere. Ma è solo l’inizio. Il procuratore di Benevento Aldo Policastro, ieri mattina, l’ha detto a chiare lettere: “Le indagini vanno avanti alla ricerca di un eventuale intermediario e dei mandanti, da individuarsi nell’ambito familiare della ragazzina”. Risulta infatti indagato a piede libero il padre della 15enne vittima del pedofilo che, il 6 gennaio 2008, si impiccò a un albero vicino casa per la vergogna. Anche sua sorella era stata abusata. L’ex pastore, all’epoca 35enne, aveva ammesso i rapporti con la ragazzina di cui parlava come se si trattasse di una normale relazione tra adulti. Poi la condanna, il carcere fino alla liberazione anticipata il 16 giugno scorso e, poco più di un mese dopo, cinque colpi di pistola mentre tornava a casa. Una vendetta dopo dieci anni.
Ai due presunti esecutori materiali, il 55enne Giuseppe Massaro di Sant’Agata de’ Goti (Benevento) e il 30enne Generoso Nasta, 30 anni di San Felice a Cancello (Caserta), i carabinieri sono arrivati grazie a una pistola, una 357 Magnum sequestrata qualche mese fa a Massaro per asserite irregolarità della matricola e alle successive intercettazioni. Il sequestro dell’arma, legalmente detenuta, l’aveva particolarmente turbato: “Non credo che i carabinieri arrivino a me ma se arrivano a me sono spacciato”, diceva a un certo punto Massaro al telefono con un familiare. È stata riscontrata la presenza della sua Fiat Croma sul luogo dell’agguato ed è stato individuato anche Nasta. Peraltro i carabinieri hanno inoltre notato i due, disoccupati che abitualmente svolgono lavori saltuari, negli ultimi tempi sembravano passarsela un po’ meglio. La Procura ipotizza un compenso nell’ordine di qualche migliaio di euro. Non ci sono apparenti legami tra i presunti esecutori e il padre delle giovani abusate. Si cerca un possibile terzo partecipante all’agguato e un intermediario.