Solo una mandrakata salverà Capannelle Nel 2019 l’ippodromo rischia la chiusura

Il 2019 a Roma si apre nel segno dell’incertezza per gli amanti dell’ippica. Dal 1° gennaio i gestori dell’ippodromo di Capannelle potrebbero restituire al Campidoglio, proprietario dell’impianto, le chiavi della struttura. La Capitale rimarrebbe così momentaneamente priva di un’arena per le corse di galoppo e trotto. La disputa nasce dalla lunga e complessa operazione di valorizzazione del patrimonio comunale, che da anni – già a partire dalle giunte di Gianni Alemanno e Ignazio Marino passando per il commissario Francesco Paolo Tronca – vede il Campidoglio alla ricerca di un reddito a tariffe di mercato dalle sue proprietà: dagli immobili utilizzati da enti e associazioni alle case di edilizia popolare fino appunto agli impianti sportivi. Il nodo è la differenza tra il canone attualmente pagato dalla società concessionaria, la HippoGroup, che gestisce corse e scommesse, e la richiesta dal Comune.

A Capannelle si corre a cavallo sin dalla prima metà dell’Ottocento, quando l’area era campagna solcata dalla via Appia e dall’acquedotto Claudio e sir Lord George Stanhope organizzava nella zona battute di caccia alla volpe. Nel 1881 venne aperto il primo ippodromo, poi ricostruito nel 1926 nella sua fisionomia attuale, con le tribune in stile liberty. Con gli anni il nome del quartiere è diventato sinonimo di corse dei cavalli, scommesse e aspetti retrò del mondo dell’ippica. Anche il cinema se ne è servito, tanto che uno degli sgangherati ladri de I soliti ignoti capolavoro di Mario Monicelli, era soprannominato Capannellein ricordo del suo vecchio mestiere di fantino. Dal 2013 la concessionaria versa al Campidoglio 66 mila euro l’anno per la struttura, dove si svolgono mediamente 90 giornate di gare di galoppo e 80 di trotto. Perché la crisi dell’ippica nel 2013 ha già portato alla chiusura dell’ippodromo di Tor di Valle, destinato ad essere demolito per fare posto allo stadio dell’As Roma se il progetto resisterà anche alle indagini sul costruttore Luca Parnasi. La concessione è scaduta e la società opera in proroga, ma con il nuovo piano regolatore degli impianti sportivi il Comune chiede 2,4 milioni l’anno. “Per i nostri bilanci è impossibile pagare una cifra del genere, se il Comune ci chiede 2,4 milioni di euro noi ci vedremo costretti a portare i libri in tribunale. Tra dipendenti, part time e personale delle scuderie a Capannelle lavorano circa 450/500 persone”, racconta Elio Pautasso, direttore generale di HippoGroup. “Se il Comune confermerà la sua richiesta – prosegue – non potremo che chiudere e riconsegnare le chiavi”. Il Campidoglio predica calma. L’assessore allo Sport Daniele Frongia ribadisce: “Nessuna intenzione di chiudere l’impianto, nessuna richiesta di riconsegna della struttura, le gare ippiche possono regolarmente svolgersi per gennaio e febbraio 2019, l’amministrazione sta lavorando perché le attività sportive non vengano sospese. Siamo dalla parte dell’ippica e dei lavoratori dell’ippodromo”. Circola l’ipotesi di una gestione ponte affidata al Campidoglio in attesa di una gara.Il rischio di uno stallo resta. Servirebbe “una mandrakata”, di quelle architettate da Gigi Proietti in Febbre da cavallo, film cult di Steno sugli scommettitori dell’ippica.

La Rai blocca lo spot sui risarcimenti contestato dai medici

La pubblicità di una società privata, trasmessa in prima serata anche dalla Rai, sui risarcimenti per presunti errori sanitari negli ospedali. E le immediate polemiche, da parte dei medici e non solo, con la decisione della tv di Stato di sospendere lo spot. Nel filmato sotto accusa Enrica Bonaccorti afferma: “A tutti può capitare di sbagliare, anche agli ospedali. E in questi casi tutti hanno diritto a un giusto risarcimento. Se pensi di aver avuto un danno chiama Obiettivo Risarcimento”, che tutela le presunte vittime della malasanità. Durissima la reazione della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo): secondo il presidente Filippo Anelli “dovrebbe prevalere l’interesse pubblico, lo Stato dovrebbe tutelare la più grande azienda italiana, il Servizio sanitario nazionale produce salute. Siamo indignati”. Così la Rai ha deciso di “sottoporre lo spot all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (Iap) per una sua opportuna valutazione. Fino al termine del processo, la messa in onda sarà sospesa”. Soddisfatto Pierluigi Marini, presidente dell’Associazione Chirurghi ospedalieri: “Apprezziamo la scelta della Rai, pensiamo sia opportuno anche un intervento del ministro della Salute, Giulia Grillo”.

“Mai avuto documenti di copertura”. Ma i Bruzzese vogliono restare a Pesaro

Il Servizio centrale di protezione da ieri ha iniziato ufficialmente l’indagine interna per verificare se vi siano state falle nella tutela di Marcello Bruzzese – fratello di Girolamo, collaboratore di giustizia – ucciso da due killer a Pesaro nel pomeriggio di Natale. Alla riunione ha partecipato il sottosegretario del ministero dell’Interno Luigi Gaetti. Il contenuto di questo primo incontro è rimasto riservato, anche perché sull’omicidio sono tuttora in corso le indagini. Sembra ormai certo – ma non è chiaro il perché – che Marcello Bruzzese non avesse a disposizione documenti di copertura. Suo fratello, come rivelato ieri dal Fatto, ne aveva fatto richiesta in un colloquio investigativo, dinanzi alla Direzione nazionale antimafia, nel 2011. Richiesta che, secondo le testimonianze raccolte dal Fatto, sarebbe stata poi regolarmente inoltrata al Servizio centrale di protezione.

La vittima aveva commesso qualche imprudenza nel gestire la riservatezza dell’identità, come aver affisso il suo cognome sul citofono, o aver effettuato acquisti a proprio nome. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini due giorni fa ha spiegato che aveva anche fatto richiesta di uscire dal programma di protezione. È comunque ancora presto per stabilire se la falla che ha portato i killer a individuare il domicilio di Marcello Bruzzese sia nell’assenza dei documenti di copertura, nella frequenza con cui era stata disposta la sua sorveglianza – di tipo dinamico, non una scorta – o in qualche sua imprudenza. Di certo c’è solo che Marcello Bruzzese era stato affidato alla tutela dello Stato e che i killer l’hanno trovato e ammazzato sotto casa.

Suo fratello Girolamo – lo ha scritto ieri Il Resto del Carlino – ha nel frattempo fatto una richiesta precisa: vuol restare a Pesaro. Mercoledì s’è presentato al comando della polizia municipale chiedendo di parlare con il sindaco Matteo Ricci. Il sindaco però ha preferito non incontrare il collaboratore di giustizia e ha deciso di informare immediatamente la Procura e il Comitato per l’ordine e la sicurezza. La stessa richiesta – ovvero di restare a Pesaro – sarebbe stata avanzata anche dalla vedova di Marcello Bruzzese che, sempre secondo Il Resto del Carlino, avrebbe chiesto di non essere trasferita. Decisione che non spetta al sindaco di Pesaro ma al ministero dell’Interno.

Pentiti, testimoni, magistrati: “Noi, abbandonati dallo Stato”

Si fa presto a dire denuncia, indaga, combatti per la verità e la giustizia, passa con lo Stato, se poi lo Stato si arrende e ti dimentica. Le cronache sono piene di queste storie. Cittadini, imprenditori, magistrati, che non hanno avuto paura di stare dalla parte giusta. Ma che al dunque si sono ritrovati soli. Senza protezione. Senza scorta. In qualche caso senza un futuro.

Luigi Coppola è uno di loro. Rivenditore di auto a Boscoreale (Napoli), negli anni 90 Coppola si ritrovò per caso al centro di una guerra tra i clan Pesacane e Cesarano che avevano messo gli occhi sulla sua attività e facevano a gara a chi doveva estorcergli la maggiore quantità di denaro. La sua odissea iniziò il giorno in cui gli sfondarono i cancelli e lo derubarono di sette auto di lusso. Una era riservata al cognato di un boss. Per coprire il danno senza venir meno alle pretese della camorra, Coppola precipitò in un gorgo di assegni post datati e prestiti a usura. Quando si ritrova i camorristi in casa a minacciare la moglie, Coppola decide che la misura è colma e va in caserma a denunciare. Il processo si concluderà con 32 condanne, di cui 23 per associazione mafiosa. Lui entra nel programma dei testimoni di giustizia. Lo mandano a vegetare in Piemonte, 1900 euro al mese senza far nulla, nomi falsi inventati all’ultimo minuto. Poi nelle Marche e in Veneto. Nel 2004, a processo ancora in corso, gli revocano il programma di protezione.

Lui scompare e non testimonia al processo. Glielo riattivano. Poi la commissione ritiene di nuovo che non siano le condizioni per proseguirlo e scatta una nuova revoca. Con un provvedimento che pare un ossimoro: il pericolo è cessato, ma si diffida a tornare al paese d’origine perché correrebbe gravi rischi per la sua incolumità. Lui ci è tornato lo stesso. Ma non è riuscito a ripartire, è stato isolato. Da presidente di una associazione antiracket si è poi battuto per equiparare i diritti dei testimoni di giustizia a quelli delle vittime di mafia e terrorismo e pochi giorni fa ha commentato così l’omicidio di ‘ndrangheta a Pesaro: “Lo Stato spreme i testimoni e poi li abbandona, il servizio centrale di protezione così come è non serve a niente”.

C’è poi la storia di Mario Nero, ex allevatore di cani, testimone di giustizia chiave nel processo per l’omicidio del costruttore foggiano Giovanni Panunzio, avvenuto il 6 novembre 1992. Un omicidio della Sacra Corona Unita. Nero vide in faccia il killer, corse in Questura a riconoscerlo tra mille foto segnaletiche, e la sua vita è diventata una odissea: ha avuto casa in Romania ed ha cambiato 13 località e residenze durante questi anni. I figli della prima moglie gli hanno tolto la parola, la famiglia originaria lo ha allontanato. Lo hanno considerato “un infame”. A settembre ha raccontato di nuovo le sue peripezie durante una conferenza a Foggia. “Credevo di diventare un simbolo positivo, ma invece sono stato un caso negativo. Lo Stato non ci aspettava in quell’epoca. Siamo stati trattati peggio degli animali. Neanche a saper dare i documenti. Una volta sono stati 7 ore per accertare chi fossi io. Oggi per fortuna c’è una legge per noi”. Nero è stato scaricato più volte dallo Stato ma non si è mai pentito di aver testimoniato e gira l’Italia invitando a fare altrettanto: “Non girate la testa dall’altra parte”.

Maurizio Abbatino era un “cattivo” che decise di fare il grande passo e schierarsi con lo Stato dopo l’omicidio del fratello. Era uno dei boss della banda della Magliana. Il “Freddo” di Romanzo Criminale. È stato ammesso nel programma di protezione nel 1993. Grazie alle sue dichiarazioni sono finiti in carcere i suoi ex sodali tra cui l’ex Nar Massimo Carminati. Ma da due anni Abbatino vive senza scorta e senza tutela, provvedimento confermato dal Tar nel luglio scorso. Ha perso pure l’identità di copertura e forse la voglia di curarsi dalla malattia che lo tormenta da trent’anni. “Trent’anni che non commetto un reato, mi dicono che posso reinserirmi, cercarmi un lavoro e affittarmi una casa, tutto ovviamente col nome di Maurizio Abbatino, 63 anni, ex boss ai domiciliari per malattia. La verità è che sono stato scaricato da uno Stato che non ha rispettato i patti”, dice il Freddo, l’unico che sta scontando la pena per l’associazione mafiosa, pur avendola decapitata, perché rinunciò all’appello. E starà ai domiciliari sino al 2032.

Chiudiamo l’elenco dei ‘traditi’ dallo Stato con un ex magistrato condannato a morte dalla mafia. Da qualche mese l’ex pm della Trattativa Antonio Ingroia vive senza scorta, revocata pure la tutela mobile, e così i ladri sono entrati in casa sua. Tra le singolari argomentazioni alla base del provvedimento di revoca c’è anche quella del mancato rinnovo dell’incarico di amministratore di una spa della Regione Sicilia. Un paio di righe di una nota della Prefettura di Roma che lasciano l’amaro in bocca della sensazione che, se fosse diventato un burocrate della politica, Ingroia un’auto blu e un agente al fianco ce l’avrebbe ancora.

Due o tre iniziative che l’ultrà Salvini potrebbe imporre

“L’Europa, insomma, dovrebbe prendere atto e coscienza di essere diventata l’America dell’Africa”.

(da “Immigrazione – Cambiare tutto” di Stefano Allievi – Laterza, 2018 – pag. 13)

 

Perfino il vicepremier Matteo Salvini, da accanito tifoso del Milan, converrà sul fatto che gli ululati denigratori con cui mercoledì scorso a San Siro gli ultrà interisti hanno bersagliato il difensore nero del Napoli Kalidou Koulibaly, facendolo innervosire fino all’espulsione e favorendo così la vittoria in extremis della loro squadra, costituiscono una deprecabile manifestazione di razzismo. E come tale, vanno condannati e sanzionati anche più severamente di quanto abbia ritenuto il questore di Milano, proponendo di vietare le trasferte ai tifosi neroazzurri fino al termine del campionato e di chiudere la curva dell’Inter fino al 31 marzo.

Non basta, evidentemente, l’annuncio della “linea dura” da parte della Federcalcio che s’è affrettata a comunicare che l’arbitro Mazzoleni ha rispettato il regolamento e che oggi la serie A giocherà ugualmente, infliggendo all’Inter due turni casalinghi a porte chiuse. Tantomeno può bastare perché un ultrà interista ha perso la vita negli scontri fra le opposte tifoserie prima di quella maledetta partita, a riprova del clima di violenza che l’ha circondata e che ormai assedia gli stadi. Se non sono state sufficienti queste circostanze per interrompere l’incontro, allora è proprio necessaria quella “inversione di rotta” auspicata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti.

Oltre a essere uno spettacolo sportivo, il calcio – si sa – è anche un fenomeno mediatico. Nel senso che rappresenta modelli di comportamento, positivi o negativi, in campo e fuori: modelli che vengono poi amplificati dai mass media, e in modo particolare dalla televisione, inoculando nel bene o nel male processi di assuefazione e di emulazione. E per dimostrare la sua rilevanza sociale, basterebbe citare le risorse umane ed economiche che lo Stato impiega per assicurare lo svolgimento delle partite e l’ordine negli stadi: dalla mobilitazione della forza pubblica fino all’organizzazione dei trasporti pubblici.

C’è da confidare perciò che il ministro Salvini, deciso a trasferire gli oneri della sicurezza alle società calcistiche, imprima ora l’inversione di rotta. Magari evitando di incontrare a San Siro il capo degli ultrà milanisti, pluri-condannato per spaccio di droga e per rissa, con il rischio di accreditarne (involontariamente) la popolarità e il “potere”. Ma soprattutto combattendo nei fatti la violenza che dilaga all’interno e all’esterno degli stadi: per esempio, imponendo per motivi di ordine pubblico che le partite più “calde” vengano disputate a mezzogiorno – come avviene in Gran Bretagna – piuttosto che di sera a uso e consumo della tv. O anche disponendo l’intervento dei responsabili della sicurezza negli stadi, per interrompere il gioco in caso di cori razzisti dopo il primo o al massimo dopo il secondo richiamo. O ancora, obbligando le società a installare telecamere di sorveglianza in tutte le tribune, per individuare i responsabili e perseguirli.

Ma, più in generale, si tratta di contrastare la xenofobia sradicando il clima sociale d’intolleranza e di odio contro gli immigrati: altrimenti, è fatale che il tifo degeneri nel razzismo. Koulibaly è un cittadino francese, naturalizzato senegalese dal 2015; è un ottimo calciatore e nel match di San Siro è stato anche il migliore in campo fino al momento dell’espulsione. Ma il “selvaggio” non è lui, i selvaggi sono quelli che gli ululano contro per il colore della pelle.

La solitudine di noi vecchi sotto le feste

Nei giorni che precedono immediatamente il Natale cominci a ricevere telefonate di persone che non frequenti più da tantissimo tempo. E la litania prosegue fino a Capodanno. Degli auguri hanno solo la forma, in realtà sono solo una delle manifestazioni di quella solitudine che assale alla gola noi vecchi sotto le Feste.

Quella solitudine c’è sempre, ma qui si fa più acuta e dolorosa. Con una velocità vertiginosa ti vengono incontro i tempi in cui eri bambino e il Natale era una Festa, ricevere i regali un’affascinante sorpresa e ti agguantano anche i Natali in cui eri tu ad avere i bambini, e la tua famiglia, di cui eri diventato il capo, non era una famiglia ma un clan, con i genitori, i nonni, gli zii, la zia rimasta nubile, le sorelle, i fratelli, i cugini, con le loro fidanzate o compagne o mogli con i propri figli e magari già con i figli dei loro figli. Adesso quel clan si è smembrato così come si è smembrata la tua vita. Molti amici sono morti. Lì per lì non te ne sei quasi accorto, erano casi isolati. Ora è come essere su un campo di battaglia senza nemmeno la battaglia.

Terribile non è solo l’ira del mansueto, lo è anche la solitudine del vecchio. D’ordine diverso sono la solitudine del giovane e del vecchio. Quella del giovane è una scelta, può interromperla in qualsiasi momento, quella del vecchio è coatta, una prigione, un buio sforato solo da qualche, rara, ‘bocca di lupo’.

Da vecchi avviene una cosa sorprendente, all’apparenza. Le giornate sembrano lunghissime perché sei molto meno o per nulla impegnato (“E adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo”, questo è il vero senso di quella pensione tanto agognata da molti). Inoltre dormi molto meno. Di quelle ore che un tempo ti sarebbero state così preziose ora non sai che fare.

Mi ricordo il raccapricciante racconto di un vecchio amico di mio padre il quale, intendo mio padre, era morto, per sua fortuna, una ventina di anni prima. Era stato Direttore, oggi nella contrazione orwelliana delle sigle si direbbe AD o CO, di una banca di media importanza, un uomo molto attivo.

Adesso si svegliava all’alba e passava quattro ore, ansiose e inoperose, in attesa dell’apertura della Biblioteca, alle otto del mattino. Qui, con l’inutile e patetica voracità di Bouvard e Pécuchet, si gettava a leggere di tutto, anche, anzi soprattutto, cose di cui non gli era mai importato nulla, tanto per “ammazzare il tempo” pur essendo ben consapevole, perché era un uomo intelligente e sensibile, che era il tempo ad ammazzar lui.

Al contrario, in vecchiaia, se i giorni sono lenti, gli anni passano fulminei, senza nemmeno che te ne accorga. “Come, è già di nuovo Natale? Ma non era stato ieri?”. Pensate a un mese di vacanza. La prima settimana passa lenta, la seconda un po’ più veloce, la terza rapidissima, la quarta è appena cominciata che è già finita. Così è il Tempo nella vita dell’uomo.

Quanti secoli ci abbiamo messo per uscire dall’infanzia? La giovinezza, pur essendo oggettivamente più lunga (i Latini la fissavano dai 14 ai 45 anni) corre più veloce. La maturità che, sempre per i Latini, arrivava a sessant’anni, dopo di che cominciava l’atra senectus, è ancora più rapida.

In vecchiaia il Tempo, questo padrone inesorabile delle nostre vite, precipita, cade a vite come un aereo cui abbiano impiombato un’ala. E mentre spegni l’ultima candelina dell’ultimo albero di Natale ti chiedi, rassegnato più che sgomento, se ci sarà un’altra volta.

Soprintendenze: Si cambia. Era ora

Qualche giorno fa è girata voce che il ministro per i Beni Culturali, Alberto Bonisoli, intendesse riparare i guasti più rovinosi della cosiddetta “riforma Franceschini” ricreando le Soprintendenze territoriali specializzate (archeologia in testa) e mandando in soffitta le Soprintendenze Uniche create senza alcuna consultazione di veri esperti. Subito alcuni “soldatini” dell’ex ministro, fra i primi il premiato Giuliano Volpe e il solito Andrea Carandini hanno emesso un comunicato nel quale chiedevano allarmati a Bonisoli di soprassedere perché tutto stava andando per il meglio… Discorso tragicomico, poiché si sa che le cose vanno di peste.

Al documentino di difesa ufficiale e al suo esiguo drappello di firmatari sta rispondendo a valanga un esercito di archeologi militanti o provenienti da una dura esperienza pluriennale “sul campo”: in testa tre ex direttori generali alle Antichità, Luigi Malnati, Stefano De Caro, primo italiano a dirigere l’Iccrom (Unesco), Anna Maria Reggiani, nonché i protagonisti di grandi stagioni dell’archeologia a cominciare da Adriano La Regina, in Molise e poi a Roma e da Piero Guzzo in Puglia e altrove. Le adesioni continuano a fioccare, ma l’altro giorno erano già più di 280, con molti funzionari in carica, non più spaventati dai “bavagli” ricattatori.

Una delle decisioni più cervellotiche della “Riforma Franceschini” era consistita nel tagliare il cordone ombelicale che da sempre lega, storicamente, i Musei al loro territorio. Tanto più quelli archeologici ovviamente nutriti (lo capisce pure un bambino) degli apporti continui degli scavi e delle scoperte dell’archeologia preventiva nelle città. Con reperti che, separati di netto i Musei dal territorio, rimangono in una sorta di terra di nessuno, coi Musei “congelati” – come denuncia l’appello di Malnati, De Caro, Reggiani, La Regina, Guzzo ed altri – da una parte, e dall’altra le Soprintendenze impossibilitate a collocarli. Tanto più che a dirigere lo splendido Museo della Magna Grecia di Taranto è stata mandata, chissà perché, una archeologa medioevale e a guidare il mirabile Museo greco-romano di Napoli è stato spedito un etruscologo, per giunta dalla più che modesta bibliografia.

Nel documento si denunciano con molta chiarezza tante altre storture scriteriate: le attuali Soprintendenze uniche “hanno un’estensione superprovinciale, mentre le Soprintendenze archeologiche soppresse avevano quasi sempre una estensione regionale” e quindi c’è stato una autentica bassa macelleria “di uffici, strutture organizzative e scientifiche (…), di biblioteche, laboratori, archivi, depositi”.

Nella mente di Franceschini e dei suoi collaboratori era tassativo separare la tutela (lasciata alle Soprintendenze) dalla valorizzazione turistico-commerciale (affidata ai Musei e ai loro Poli). Indebolendo di fatto la prima. “La sottovalutazione delle competenze scientifiche in materia archeologica – prosegue il documento degli archeologi – ha già provocato la diminuzione statistica degli scavi di archeologia preventiva” calcolabile addirittura in un 45-55 %. Un massacro.

Ovviamente lo scollamento degli organismi di tutela dai musei e dai parchi archeologici ha creato confusioni e carenze riducendo la tutela “ad un puro esercizio burocratico finalizzato al mero rilascio di pareri secondo la prevalente prassi del settore architettonico-paesaggistico” creando un ammasso di inciampi e di problemi. Altro che semplificazione. Senza contare l’accresciuta difficoltà di rapporti con tanti Musei che sono, specie al Centro-Nord, Civici.

Del resto, basta studiare un po’ di storia della tutela. Nel 1923 il governo fascista aveva accorpato la rete delle Soprintendenze – che era stata creata agli inizi del ’900 da personaggi come Corrado Ricci – ma quindici anni più tardi Giuseppe Bottai, assistito dal giovane Giulio Carlo Argan (sorvegliato a vista dall’OVRA per le proprie amicizie antifasciste), liquidò seccamente quella riforma sbagliata, ridando funzioni e meriti alle competenze specializzate (archeologia, monumenti e gallerie) e aumentandole da 28 a 58. Le Soprintendenze cosiddette “miste” erano l’eccezione.

I maggiori archeologi e soprintendenti chiedono di: 1) ripristinare le Soprintendenze archeologiche autonome, per tutela, ricerca e valorizzazione e la Direzione generale archeologia quale organismo di coordinamento; 2) riaccorpare i Musei alle Soprintendenze; 3) effettuare concorsi pubblici veri e non “selezioni”.

Siamo seri, finalmente.

Mail Box

 

Questa finanziaria pasticciata è un mezzo flop del governo

Passato il Natale a mente serena vorrei tornare sull’approvazione della manovra in Senato. Che il governo si sia comportato bene con l’Ue, difendendo la filosofia della manovra e aggiustando qualche numerino, è sotto gli occhi di tutti, ma non dell’opposizione prevenuta e preconcetta. Mettere la fiducia sul maxi-emendamento per approvare la manovra in Parlamento non è una novità, avendolo fatto sempre tutti i governi precedenti, data la importanza di approvare entro il 31.12 la legge di Bilancio. Che, però, lo stesso governo riuscisse a creare un grande casino sul testo del maxi-emendamento, che non si è riusciti a presentare in tempo all’esame del Senato, non era facile prevederlo. E, allora, per insegnare a lorsignori che si deve essere obbligati solo alla verità e non ad altri padroni, non v’è dubbio che il governo su questo punto abbia fatto flop, non riuscendo neppure a dare una spiegazione accettabile sull’increscioso contrattempo. Tuttavia, gli isterismi post approvazione da parte dell’opposizione sono da considerare decisamente eccessivi.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Per la stampa doppiopesista ci sono diversi tipi di insulti

Premesso che, quanto accaduto mercoledì sera dentro e fuori lo stadio Meazza è, oltre che deplorevole, da condannare sotto ogni aspetto, quello che più mi lascia esterrefatto è l’ipocrisia della stampa sportiva. Più di un mese fa allo Juventus Stadium di Torino si verificava una cosa analoga, ovvero i tifosi bianconeri insultavano per tutti i 90 minuti l’allenatore del Manchester United José Mourinho con ogni epiteto, ma il giorno dopo sui quotidiani sportivi si parlava esclusivamente del gesto dell’allenatore che si portava la mano all’orecchio come un gesto provocatorio, rimarcando che, essendo lui un professionista che guadagna con questo sport, doveva accettare quanto dagli spalti gli vomitavano addosso. Quella stessa stampa, il giorno dopo Inter-Napoli condannava il pubblico che ha accompagnato per buona parte della partita con “Buuuh!” il giocatore della squadra partenopea Koulibaly. Questa è la morale ipocrita di una stampa che vuole far credere di essere super partes nel divulgare il valore sportivo oltre che quello umano, ma fa distinzione fra chi dice “sei un figlio di…” e i razzisti. Il razzista è un elemento pericoloso e da estirpare politicamente. Ma è pericolosa anche la distinzione della stampa sportiva dei due episodi. Questa vicenda comunque ha preso tale risonanza mediatica perché c’è scappato il morto.

Stefano Dominici

 

Anno nuovo, vita nuova: spero anche per Piombino

Tra poco sarà un nuovo anno. E come al solito sarà pieno di buoni propositi. Spero cominci, in particolare per il mio territorio di Piombino, una nuova fase di rilancio. I nodi da sciogliere sono due: il lavoro con le fabbriche e il caso della discarica che sta preoccupando giustamente la cittadinanza con un forte impatto ambientale. Sono sicuro che Piombino con tutte le forze positive possa ritrovare una nuova fase di aria nuova e di non avere paura del cambiamento in varie forme.

Massimo Aurioso

 

Grazie alla buona politica risale la fiducia degli italiani

Nonostante il malcontento provocato dalla crisi economica e dai vincoli capestro dell’Unione europea, è tuttavia aumentata la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche che vengono così rafforzate, grazie alle misure adottate dall’attuale governo. Il che dimostra quanto sia assurda e infondata l’accusa di fascismo rivolta alle forze politiche che sostengono l’esecutivo. Mussolini, aveva indirizzato il malcontento contro le istituzioni liberali per scardinarle. Berlusconi e Renzi, invece, hanno provato con le loro controriforme a manomettere la Costituzione del ‘48 ritenendola non più in grado di rispondere ai diktat della finanza creativa. Avrebbero potuto così dispiegare appieno tutto il proprio potenziale taumaturgico, ma i pacchi sono tornati al mittente.

Maurizio Burattini

 

A Pesaro la mafia uccide anche d’inverno. E lo Stato?

La ‘ndrangheta uccide anche d’inverno, come è successo a Pesaro. Alla perdita di una vita umana, si sovrappone il duro colpo inferto alla credibilità dello Stato nell’offrire protezione. Un punto centrale della lotta alle mafie, che sembra invece aver perso priorità nella nuova gestione del Ministero dell’Interno. Così si minaccia la riduzione di scorte, si attenuano le precauzioni, fino a scoprire che tutta la protezione di cui godeva la vittima di Pesaro era un sussidio e la speranza che nessuno dei suoi nemici lo trovasse, benché il suo cognome fosse sul citofono. Errori del genere sono gravissimi e dovrebbero portare a dimissioni eccellenti. Ma la politica spesso non ha il coraggio di rifiutare – salvo rare eccezioni – i voti in odor di “coppola”.

Massimo Marnetto

 

I NOSTRI ERRORI

Per un errore redazionale il professor Marco Ponti è stato indicato come presidente e socio di minoranza di Bridges Research che invece è un’associazione non profit di ricerca. La società di consulenza in cui Ponti ha quei ruoli si chiama invece Trt Srl. Ce ne scusiamo.

FQ

La Scientifica ne denuncia la falsità, ma gli esperti (indipendenti) la smentiscono

Gentile Travaglio, conviene avvisare il comm. prof. T. Montanari, storico dell’arte moderna, che, dell’infelice cosiddetto Konvolut pseudoartemidoreo, esiste UNA SOLA FOTO (non “le foto” come egli scrive sul “Fatto” di giovedì). Il negativo mai si vide. Che si tratti di fotomontaggio è documentato in numerose pubblicazioni. Bastò alla Scientifica, per dimostrarlo, rintracciare la data di produzione della carta fotografica. Saluti papirologici.

Luciano Canfora

 

Gentile Canfora, illustre Cavaliere di gran croce dell’ordine equestre di Sant’Agata della Repubblica di San Marino, la sua ironia sui miei titoli merita una risposta. Quello di “commendatore” è arrivato in seguito all’inchiesta (quella assai seria) che salvò la Biblioteca dei Girolamini dal saccheggio partendo dalla mia denuncia. Lei ha usato una procura per denunciare la falsità di un papiro: “Indovina la differenza”, diceva la “Settimana enigmistica”. Ma in ogni caso si informi: magari un qualche cavalierato del Cairo le spetta.

Quanto all’essere professore di storia dell’arte moderna: è lo stesso titolo che secondo lei abiliterebbe i colleghi Ottani e Calvesi a pronunciarsi sulla falsità del papiro. Invece nel mio caso diventa un demerito: riconosco l’elasticità creativa con cui alcuni scrivono i giudizi dei concorsi a cattedra.

Quanto alla foto (ha ragione, è una sola) per la falsità si sono espressi (con argomenti tra loro inconciliabili, peraltro) gli esponenti del gabinetto della polizia scientifica Abruzzo-Marche, e solo nelle “numerose pubblicazioni” controllate esplicitamente da lei. Per l’autenticità, invece, studiosi indipendenti italiani e tedeschi: esperti di fotografia, filologi, membri della polizia scientifica tedesca.

Mi chiedo perché, quando lei scrive, dimentichi sempre di citare le opinioni contrarie alla sua. Non le pare che questa imbarazzante abitudine getti discredito sull’intera comunità scientifica? Purtroppo il problema è più serio. Nel suo libro su Gramsci e Sraffa del 2017, per esempio, Giancarlo De Vivo documenta che “Canfora ha commesso un doppio falso”, citando un testo in modo alterato. Un vero falso: non come il falso falso del papiro.

Insomma, ho capito molto tempo fa che leggere Canfora è utile solo per capire Canfora, una materia che, disgraziatamente, trovo assai poco interessante.

Tomaso Montanari

Detenuto muore: disposta l’autopsia. Disordini in carcere

La procura di Lucca, col sostituto Enrico Mariotti, ha aperto un’inchiesta sulle tensioni avvenute nel carcere cittadino nelle ultime 48 ore dopo la morte – il 26 dicembre scorso – probabilmente per cause naturali, di un detenuto italiano.

Il magistrato nell’ambito delle indagini ha disposto l’autopsia proprio per dirimere subito la questione della causa della morte. È stata richiesta l’acquisizione dei rapporti e dei verbali della polizia penitenziaria sui fatti.

Dopo la morte del cinquantenne, i detenuti della terza sezione – secondo la ricostruzione dei sindacati di polizia penitenziaria – hanno iniziato ad inveire e a sbattere pentolame sulle inferriate mentre all’interno della stessa sezione si verificavano colluttazioni – poi proseguite anche nel cortile del carcere – tra gli stessi detenuti e per le quali alcuni sono dovuti ricorrere alle cure del personale medico.

I sindacati lamentano ancora carenze di personale e chiedono al governo di “affrontare con la massima urgenza l’insostenibile condizione del lavoro nelle carceri italiane”.