Il terremoto ha i suoi Ultras

Irina Fanaloff, ucraina di Kiev, è residente a Roma, scrive nel suo profilo Facebook a poche ore dal terremoto siciliano: “Per le prossime scosse, speriamo cadano tutti i ripetitori delle compagnie telefoniche, devono morire chiedendo aiuto, sti fetosi”. Fetosi è un lemma davvero grazioso, empatico, da slang. Brava Irina, ci sei piaciuta. E non hai sbagliato un congiuntivo, chapeau. Infatti aggiunge, cinguettando: “Adesso capisco perché tra Napoli e Catania c’è il gemellaggio. Se i miei calcoli sono giusti, tocca a Napoli, terremoto dove sei?”. Uno solo ride. Faccia da emoticon. O da qualcos’altro. 43 commenti sotto. Irina sei una star.

Sabrina Saby Candolfi. No, lei non mostra informazioni personali sul suo profilo Facebook, soltanto unghie lunghissime (quanta pazienza, immaginiamo, per averle così), e poi Saby, il suo secondo nome, un diminutivo che ci colpisce, esotico, non certo da telenovelas. Scrive, incorniciata da lunghi riccioli impregnati di gel o di imperscrutabile materia collosa (spereremmo non di derivazione umana e meridionale, tipo: pelle bollita di uno di Trapani o di Nicosia, no pare sia solo gel), comunque ecco lei scrive: “Per il cenone di Capodanno abbiamo siciliani arrostiti!”. Faccina che ride. Evviva. Da morir dal ridere. Concedeteci l’estensione “morir dal ridere”. Marco Perlini: attenzione. Ha un’espressione seria, gravosa, l’avatar è autorevole, sigaretta tra le labbra, se la vista non ci inganna. Sissignore. Scrive: “Terremoto ed eruzione vulcanica in Sicilia. Chiamasi selezione naturale”. Marco Perlini ci rende insicuri. La sua conoscenza da trattato antropologico, da filosofia etica, da critica della ragion pura, ci disorienta. E la foto del suo profilo non fa che aumentare il nostro sgomento. Lo sguardo (lo sguardo?). Sì, dovrebbe averlo.

Pensa: selezione naturale. Chi l’avrebbe detto? Quale testa di zucca marcia sarebbe arrivata a congetturare con tale profondità? No, lui, no, lui sa. Achille Tallone (che carino, Achille Tallone o viceversa, come ti chiami: Erminio?) si butta sul sicuro, è un po’ simpatico e anche indignato: “Non è giusto prendersi gioco dei siciliani”. No, Achille, infatti. Achille Tallone prosegue: “Se durante il terremoto non ci sono state vittime. Auspichiamoci scosse più forti”. Sai che è un’idea? Perché no? Chiamalo scemo.

E c’è Francesca Furingo. Tutto in lei suggerisce un basso profilo, un metodo dimesso, malgrado la foto di copertina con i suoi polpacci grumosi sul tavolo. Ma magari non è lei. La foto dell’avatar è misteriosa, sapete, come il water dietro una tenda e poi è un fantasmagorico bagno turco e nessuno ha tirato lo sciacquone. Ma questo non importa, il punto è essere un bagno turco mantenendo un basso profilo o un profilo misterioso come il water dietro una tenda o cose così. E comunque Francesca (Franci Furingo, perdonaci il vezzeggiativo, nda) tirerà lo sciacquone? Lo farai? Per noi? Sai che su Facebook i cattivi odori non arrivano? Ma sai – Francy – che anche i cattivi odori sono testardi, certe volte, e arrivano lo stesso?

Francy scrive: “Stoppate i post sul terremoto, ragazzi! Riprendete a Capodanno con quelli sui napoletani. Grazie, per la collaborazione!”. Assolutamente, promesso, stoppiamo. Per noi è molto importante il punto esclamativo alla fine. Quando sono più di uno sono molto divertenti, Francy. La foto di copertina – dicevamo – è interessante, indossi un cappellino nero. Sotto c’è la testa? Sì? Sul serio? Non è fantastico?

Noi, dalla redazione, vi auguriamo tutte le emoticon del mondo, davvero. Auguri eh.

“A Rigopiano fatte sparire le richieste d’aiuto: depistaggio”

Richieste di aiuto scomparse, brogliacci nascosti, si infittisce la rete di sospetti e accuse che avvolge la tragedia dell’hotel Rigopiano, in cui il 18 gennaio del 2017 persero la vita 29 persone sotto una valanga che spazzò via la struttura. La Procura di Pescara ha aperto un nuovo fascicolo di indagine e ha notificato sette avvisi di garanzia a carico del personale della Prefettura di Pescara, tra cui l’ex prefetto Francesco Provolo, i due viceprefetti distaccati Salvatore Angieri e Sergio Mazzia, e i dirigenti Ida De Cesaris, Giancarlo Verzella, Giulia Pontrandolfo e Daniela Acquaviva.

Il reato che viene loro contestato è quello di frode in processo penale e depistaggio. I sette sono accusati di aver occultato alla Squadra Mobile di Pescara il brogliaccio delle segnalazioni del giorno della strage, per nascondere così la chiamata di aiuto fatta in mattinata dal cameriere Gabriele D’Angelo (poi deceduto sotto le macerie dell’albergo) al Centro coordinamento soccorsi.

“Sono Gabriele D’Angelo, chiamo dall’hotel Rigopiano. Ci sono 45 persone, compresi 5 bambini, isolati dalla neve. Mandate al più presto una turbina a liberare la strada”. Sono le 11.38 quando, più o meno con queste parole, il cameriere di Penne contatta la Prefettura di Pescara. La telefonata, durata 230 secondi, non viene registrata ma agli inquirenti la racconta la funzionaria che ha risposto. Si tratta di una richiesta di aiuto che Gabriele tenta dopo aver chiamato alle 10 il Centro operativo comunale di Penne chiedendo l’evacuazione dell’hotel, e dopo una serie di altre telefonate che tra una scossa di terremoto e l’altra continua a fare alla fidanzata e agli amici della Croce Rossa di Penne, dove era volontario, per sollecitare l’arrivo di mezzi per liberare ospiti e lavoratori.

Le sue richieste cadono nel vuoto, ma quella alla Prefettura viene addirittura cancellata. Del numero di cellulare di Gabriele non c’è traccia sui documenti che i poliziotti della Mobile sono andati a prendere in Prefettura. A mettere gli investigatori sulla pista giusta c’è, agli atti della prima indagine (quella che ha portato ai 25 indagati) una telefonata tra i carabinieri e la Prefettura delle ore 18.09 del giorno della tragedia, almeno un’ora e venti dopo la valanga. A rispondere all’operatore del 112 di Pescara è la funzionaria della Prefettura Daniela Acquaviva, balzata a suo tempo alle cronache per la frase “la mamma degli imbecilli è sempre incinta”, la quale afferma che l’intervento su Rigopiano “era stato fatto in mattinata” riferendosi alla telefonata di D’Angelo. “L’hotel Rigopiano è già stato fatto questa mattina. C’erano dei problemi. Sono stati raggiunti e sta tutto apposto”, dice la Acquaviva al carabiniere, il quale a sua volta chiede cosa sia stato fatto, perché a lui il signor Quintino Marcella aveva detto “È crollato l’hotel”. “Eh, sì questa mattina”, è la risposta della Acquaviva, e il carabiniere all’oscuro di tutto ribatte “Ah, ma sto deficiente mi ha fatto spaventare. Mi ha detto, guardi è crollato l’hotel Rigopiano e ci sono delle persone dentro”.

Koulibaly squalificato per due giornate: il Napoli fa ricorso

Un’ingenuità pagata a caro prezzo, una reazione agli ululati che lo avevano perseguitato per tutta la partita: per questo il Napoli ha deciso di far ricorso contro la squalifica di due giornate di Kalidou Koulibaly. Il difensore era stato espulso durante Inter-Napoli dall’arbitro Mazzoleni per aver applaudito platealmente dopo la prima ammonizione ricevuta per un fallo su Politano: gesto polemico, rosso inappuntabile a termini di regolamento. Ma né il direttore di gara, né tantomeno il giudice sportivo hanno tenuto in alcun conto il fatto che il giocatore potesse essere innervosito dai cori da cui era stato bersagliato. Così la società di Aurelio De Laurentiis “dopo attente valutazioni” presenterà ricorso: l’obiettivo è quello di dimezzare la sanzione, appellandosi in particolar modo al contesto in cui è avvenuta l’espulsione, un clima di tensione scatenato dai cori e dai buu razzisti. Oltre che per Koulibaly, il club partenopeo dovrebbe far ricorso anche per Lorenzo Insigne, pure lui squalificato per due turni, ma per il fallo di reazione nei minuti finali contro l’interista Keita.

Malagò: “Il Daspo non basta più, serve il modello Thatcher”

“Tolleranza zero contro i violenti, serve una legge che vada oltre il concetto di Daspo”. Giovanni Malagò, presidente del Coni, auspica un intervento duro del governo e soprattutto innovativo, visto che i provvedimenti restrittivi già varati negli ultimi anni non sembrano essere riusciti ad arginare il fenomeno della violenza dei tifosi, dentro ma soprattutto subito fuori gli stadi.

“Il modello – spiega – è quello dell’Inghilterra e della Thatcher, bisogna avere il coraggio di chiudere con un certo tipo di elasticità, disponibilità.” Il n. 1 dello sport italiano, che di recente è stato anche commissario della Lega Serie A, si dice sconvolto per quanto accaduto fuori da San Siro prima della partita Inter-Napoli, proprio nella sera di Santo Stefano in cui si tornava a giocare a distanza di quasi mezzo secolo. “Ormai è evidente che fuori dallo stadio c’è una dinamica che non si riesce a fermare”, evidenzia, sottolineando anche “il danno di immagine” causato dai violenti nel primo Boxing Day della serie A dopo tantissimi anni. “Tutto questo non fa che depauperare il prodotto”.

La linea soft del Capitano e gli esempi virtuosi

Il peggior ministro dell’Interno della storia repubblicana adesso ha avuto la tragicomica idea di convocare un tavolo al Viminale per una nuova operazione propagandistica battezzata “Stadi sicuri”. “Populismo da stadio”, l’ha chiamato ieri La Stampa

ché a questo tavolo sono stati invitati anche gli ultras, poi “corretti” ieri dall’ineffabile duo Salvini & Giorgetti” in “gruppi riconosciuti” oppure “tifoserie perbene”. Siamo ben oltre il ridicolo, se non fosse che la situazione è drammaticamente seria.

Il nerissimo boxing day del calcio italiano, dalla violenza al razzismo, avrebbe potuto rappresentare l’occasione ideale per praticare quella “tolleranza zero” invocata da più parti contro gli ultras. Invece, coerentemente con la sua cordiale stretta di mano all’ultrà milanista spacciatore, Salvini va nella direzione contraria, fondamentalmente per lasciare le cose così come sono e non toccare privilegi (e reati) di questi gruppi. Qualcosa che assomiglia alla linea Agnelli della Juventus che scende a patti coi suoi violenti Drughi (vedi il recente Report di Raitre).

La verità è che, come disse Capello quando stava al Real Madrid, comandano gli ultras e in Italia solo due presidenti hanno osato sfidare il potere di ricatto di queste tifoserie: Claudio Lotito della Lazio (almeno fino al 2016) e Aurelio De Laurentiis del Napoli. Esempi “privati” di tolleranza zero che hanno influito non poco a formare un’immagine brutta e cattiva dei due presidenti. Epperò non ci sono alternative. Altro che dialogo. Come ha ricordato ieri Massimiliano Gallo sul Napolista, quotidiano online, 30 anni fa gli inglesi sradicarono la violenza con la linea dura e repressiva della Thatcher. Un’altra destra, non populista o sovranista.

“L’assalto ultrà era guidato dai francesi”. Tra gli arrestati fascisti di Lealtà e Azione

Due motorini. Fanno avanti e indietro lungo via Novara. Osservano il traffico verso lo stadio. Quando agganciano la fila dei van degli ultras del Napoli chiamano con il cellulare. Sono circa le 19 del 26 dicembre. È il segnale che il gruppo degli interisti attendeva. Poco dopo è guerriglia. In questi minuti i tifosi del Napoli, già segnalati alla polizia al casello di Melegnano, stanno per essere agganciati da una volante. Non ci sarà tempo. Gli scontri scoppiano prima, alle 19.20. Il manipolo dei cento, composto da milanesi, varesotti e francesi del Nizza, attende la chiamata nel parchetto di via Zoia. Sono lì dalle 18.30. Alcuni sono passati prima al Baretto davanti allo stadio. Qui ci sono i capi della curva Nord. Tra loro personaggi legati a movimenti neonazisti e a trafficanti dell’ex Jugoslavia. Nessuno, però, si muoverà dal Baretto. Alle 19.23 la prima chiamata alla polizia la fa un residente di via Zoia. Alle 19.27 gli scontri cessano. Venti minuti dopo arriva il reparto Mobile. Gli ultras dell’Inter, alcuni feriti, scappano a bordo delle auto lasciate al parchetto.

L’azione è premeditata. La regia però pare più in mano agli ultras francesi del Nizza. Questa un’ipotesi valutata ieri. E legata agli scontri con i napoletani del luglio 2015 fuori dall’Allianz Riviera di Nizza. Ancora prima nel 2013 fu guerriglia durante Marsiglia-Napoli di Champions. A far da collante il gemellaggio con la curva dell’Inter. Un testimone sentito dalla Digos sembra confermare. “Durante gli incidenti due persone guidavano il gruppo impartendo ordini in francese e in italiano. Uno aveva un passamontagna che lasciava scoperti gli occhi”. Un altro testimone spiega la logistica di via Zoia: “Alle 19.20 ho visto una quarantina di persone che parlavano ad alta veloce nel parchetto. Poi notavamo il gruppo che si dirigeva in via Novara, erano tutti armati di spranghe”. Gli scontri durano sette minuti. Daniele Belardinelli, il capo dei Blood & Honour del Varese, sarà travolto subito da un Suv. Un altro testimone: “Dopo qualche minuto il gruppo ripiegava in via Zoia, alcuni dirigendosi verso il parco del Fanciullo. Qui notavo che quattro persone trasportavano un individuo con i pantaloni stracciati urlando: ha le gambe rotte! Il ferito veniva caricato su un’auto che partiva a forte velocità”.

La persona è Dedè Belardinelli, che morirà poco dopo all’ospedale San Carlo. L’ultras del Varese viene investito appena il gruppo occupa via Novara. Colpito da un Suv nero che scarta di lato rispetto alla coda creata dagli scontri. Una ricostruzione confermata da un video e dalla testimonianza di uno dei nove indagati. Si tratta di Flavio B. classe 2000, legato alla curva Nord ma anche a quella dell’Hockey Milano dove di recente si sono infiltrati personaggi vicini al gruppo neofascista di Lealtà e azione. Gruppo al quale Flavio B è legato. Come lui Francesco Baj, classe ‘87, arrestato per gli scontri assieme a Simone Tira e Luca Da Ros. Baj, collocato dalla Digos all’interno del gruppo degli Irriducibili dell’Inter, viene citato in una annotazione sulla curva dell’Hockey Milano. Collegato a doppio filo a Lealtà e azione di cui è un dirigente.

Nella lista ci sono anche altri 25 nomi di interisti con la passione per l’estrema destra, che frequentano il palazzetto del ghiaccio e alcuni, in precedenza, quello dell’Armani di basket. Tra questi, secondo la polizia, i fratelli Liburdi (non coinvolti nei fatti del 26), figure di spicco di Lealtà e azione ripresi in un documentario di SkyTg24 sull’estrema destra milanese. Con loro compare Baj che gestisce la cascina Sant’Ambrogio a Rosate. Nel luglio del 2016 negli spazi di questo agriturismo si è svolta la Festa del sole, raduno neofascista organizzato da Lealtà e azione, volto “presentabile” del movimento Hammerskin. Molti di loro erano presenti anche nel gruppo dei cento che il 26 dicembre ha accesso la guerriglia contro i napoletani.

La dottrina juventina: “L’insulto territoriale? Catartico, tollerabile”

Gli insulti razzisti? Sono catartici. I tifosi che offendono? Inutile sanzionarli. Punire i club? La gente non capirebbe. Il rimedio? La tolleranza. Per quanto incredibili, sono le conclusioni della ricerca “Colour? What colour? Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”, presentata nell’autunno del 2015 dalla Juventus nella sede parigina dell’Unesco, di cui il club di Andrea Agnelli è partner in tema, appunto, di lotta al razzismo. “Interessante da leggere” ma “ampiamente ignorato da molti!”, si lamentava ieri il numero uno bianconero.

Il ponderoso studio (84 pagine), tuttora in rete, a pagina 73 affronta il problema delle sanzioni. “Un approccio pragmatico – si legge – suggerisce che l’insulto collettivo basato sull’origine territoriale sia difficilmente sradicabile con l’applicazione di veti e sanzioni. Secondo il timore espresso da un noto esperto, i tifosi non capiranno e diventeranno meno ricettivi sulla necessità di disciplinarsi nell’uso di un vocabolario discriminatorio, sessista o razzista. In conclusione, la decisione più saggia sulla discriminazione territoriale consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico (…). Le sanzioni collettive non sono ammesse nei sistemi giudiziari ed educativi delle democrazie progredite. È quindi difficile capire perché dovrebbero rivelarsi efficaci nel mondo del calcio”.

E insomma, il club italiano più in auge si raccomanda affinché l’insulto razziale o discriminatorio – definito “catartico”, e cioè, da vocabolario, liberatorio e purificatore – non venga punito: i tifosi non capirebbero. All’indomani dell’ennesimo morto ammazzato fuori da uno stadio e dell’ennesima partita insozzata da insulti razzisti verso un calciatore di colore (Koulibaly del Napoli), questo è lo stato del carrozzone del calcio italico. La cui locomotiva, per l’appunto la Juventus, si è appena vista squalificare, per la cronaca, 25 ragazzini dell’Under 15 che a giugno, dopo aver battuto il Napoli, intonarono e diffusero in rete il coro “Abbiamo un sogno nel cuore: Napoli usa il sapone”; il club che due mesi fa presentò ricorso contro la millesima squalifica inflitta alla sua curva per gli insulti razzisti rivolti (indovinate?) a Koulibaly, spiegando che il comportamento dei tifosi, per quanto “indifendibile”, era dopotutto quello di tutte le tifoserie. Che motivo c’era di adottare sanzioni? Risultato: punizione raddoppiata.

“Ennesima multa alla Juventus per cori razzisti: la prossima volta sarà squalifica del campo”. Sapete a quando risale questo titolo? Al campionato 2011-2012 (otto stagioni fa) ed è il titolo del sito bianconero “Jmanìa” dopo un Juventus-Inter in cui due giocatori di colore dell’Inter vennero bersagliati da cori e insulti razzisti: il giudice sportivo di allora, Tosel, diede alla Juve 25.000 euro di multa e la diffida del campo. Succedeva tremila giorni or sono, eppure oggi siamo ancora punto e a capo nonostante la Juventus abbia nel frattempo battuto tutti i record di sanzioni (generalmente ridicole) in tema discriminazione, stravincendo per otto anni anche la classifica degli “insulti catartici”, torneo – va detto – più combattuto di quello delle squadre in campo. Siamo la vergogna d’Europa, ma l’importante è continuare a far finta di niente.

Salvini contro i suoi prefetti: “Sbagliato chiudere le curve”

Con chi ce l’ha Matteo Salvini? Per caso col giudice sportivo della Serie A, che ha appena squalificato San Siro per i prossimi due turni? Forse col prefetto di Milano, secondo cui l’Inter “non giocherà una partita con tutto il suo pubblico fino a metà febbraio”, o col prefetto di Firenze che ha vietato la trasferta ai tifosi nerazurri in occasione della partita di oggi contro l’Empoli? O magari addirittura col premier Conte, che auspica “un segnale forte”, una “pausa?”. Non si sa, ma per il ministro dell’Interno “chiudere gli stadi e vietare le trasferte condanna i tifosi veri ed è la risposta sbagliata”.

La morte di Davide Belardinelli, l’ultrà ucciso prima di Inter-Napoli, ha riaperto la questione stadi. Le idee su come risolverla sono però un po’ diverse. La reazione immediata è stata durissima: l’Inter ha già preso una prima stangata (dalla giustizia sportiva, per i cori razzisti a Koulibaly) e ne aspetta un’altra ancora più pesante per gli scontri; le mosse di Prefettura e Osservatorio lasciavano presagire una nuova ondata di chiusure o divieti. Lo stesso sottosegretario Giorgetti lo auspicava, spiegando che “i morti, le aggressioni dovrebbero indurre la Figc alla chiusura degli stadi più che sospendere le partite”. Mentre la macchina del Viminale si muoveva in una direzione, però, dall’alto arrivano indicazioni opposte. “I delinquenti che a due chilometri dallo stadio si sono presi a mazzate a Milano e vanno in giro col coltello in tasca non sono tifosi: non vanno confusi con i milioni di tifosi che hanno diritto di seguire le partite della squadra del cuore”, ha detto Salvini.

La dissonanza fra le parole del ministro e i primissimi provvedimenti non è passata inosservata nemmeno negli ambienti ministeriali. Il titolare del Viminale ha evidentemente in testa un percorso diverso dalla chiusura (già intrapreso in passato dopo episodi simili, ad esempio la morte di Ciro Esposito nel 2014). E per i suoi uffici, dalle Prefetture allo stesso Osservatorio nazionale per le manifestazioni sportive (l’organo che si occupa di valutare il rischio delle partite) sarà difficile non tenere conto dell’input.

Detto che non è questa la risposta giusta, resta da capire quale. L’obiettivo dichiarato è prevenire gli scontri, colpire solo i malviventi, non penalizzare i tifosi che allo stadio vanno per divertirsi: più facile a dirsi che a farsi. Anche perché una serie di misure per inasprire le pene (come il prolungamento del Daspo e l’introduzione dell’arresto in flagranza differita) sono già state introdotte nel 2014 dal governo Renzi, con risultati solo parzialmente positivi. Il 7 gennaio partirà il nuovo tavolo “stadi sicuri”, col coinvolgimento di calciatori, allenatori, arbitri, tifosi: una sorta di “osservatorio” allargato per capire dove e come intervenire: più dialogo con tutti, insomma, anche con gli stessi tifosi.

Qualcosa è già stato fatto: nel decreto immigrazione è stata alzata la tassa (tra il 5 e il 10% dei ricavi da biglietti) che i club di Serie A dovranno pagare per garantire la sicurezza in occasione delle partite. Qualcos’altro è allo studio: si pensa a un ritocco normativo proprio sul ruolo degli steward pagati dalle società (più potere sul modello inglese, magari raggio d’azione ampliato fuori dallo stadio) e sull’arresto in flagranza differita (arco temporale superiore alle 48 ore). Nel frattempo come soluzione tampone il sottosegretario Giorgetti ha proposto di giocare le partite “a rischio” in orario diurno: alla luce del sole i controlli sono più semplici, ma bisognerà convincere le pay-tv padrone dei calendari (per cui un derby alle 12.30 o alle 15 invece che in notturna è un danno economico non indifferente).

Servirà tempo per la “cura Salvini”, fino ad allora resta probabile il ricorso a provvedimenti preventivi (o punitivi). Certo, qualcuno potrebbe anche mettere in dubbio l’autorevolezza di un ministro dell’Interno che giusto un paio di settimane fa si faceva fotografare con orgoglio insieme a Luca Lucci, capo ultrà del Milan, fresco di patteggiamento a un anno e mezzo per droga e con 3 daspo alle spalle. Ieri l’ha fatto ad esempio l’ex premier Matteo Renzi: “Non è credibile quando parla di sicurezza”. Non è l’unico precedente nel passato del leader leghista: il classico coro “senti che puzza scappano i cani, stanno arrivando i napoletani”, che oggi viene quotidianamente sanzionato come “discriminazione territoriale”, lui alla festa di Pontida nel 2009 lo cantava a squarciagola, birra in mano. Proprio come un ultrà.

Freud da incubo, meglio Goldoni

Quattro ore e passa di recita per stravolgere l’“Orestea” di Eschilo e demolire duemila e passa anni di paradigma (tragico) occidentale: forse bastava un tweet, tanto l’operazione è uscita comunque incompleta, farraginosa, cerebrale e spocchiosa. Firmata dall’incensato ensemble degli Anagoor – che quest’anno ha ricevuto anche il Leone d’Argento –, la trilogia (“Agamennone”, “Schiavi”, “Conversio”) è una miscellanea eterogenea di monologhi e spiegazioni, per non dire lezioni, dalla filosofia all’etnografia.

La produzione maiuscola del Piccolo 2018 è stata “Freud o l’interpretazione dei sogni”, pièce monstre fin dalla gestazione: il testo di Stefano Massini, infatti, è tratto dal suo romanzo “L’interpretatore dei sogni” (ispirato a Freud) e, a sua volta, è stato ridotto e adattato dal regista Federico Tiezzi insieme con Fabrizio Sinisi. Alla fine, il canovaccio è stato dirottato in chiave metateatrale, in una riflessione sull’arte chiamata drammatica, aleatoria e numinosa quanto i sogni dello psicoanalista: un accostamento forse ovvio che, però, ha salvato in toto l’operazione da sbadiglio.

 

Orestea

Categoria: Spiegoni filosofici

Voto: 4

 

Freud o…

Categoria: Edipo a Cologno

Voto: 5

La critica, più o meno all’unanimità, ha deciso: “La cupa” di Mimmo Borrelli (qui in veste di autore, adattatore, arrangiatore, regista, interprete) è il migliore spettacolo dell’anno, pur lungo, prolisso, lavico e magmatico, ovvero di difficile intelligibilità. Sfrondando i 15 mila versi originali, Borrelli ha condensato in due parti e tre ore di recita la “fabbula di un omo che divinne un albero”: tale Innocente Crescenzo, che torna al paese natale “come un Oreste, non per uccidere il padre, ma per riconoscerlo e farsi riconoscere”. Colta e dal sapore antico, la tragedia resta comunque contemporanea, cucendo insieme miti classici e cronache dell’altro ieri, simboli cristiani ed echi shakespeariani.

 

La cupa

Categoria: Vedi Napoli
e poi muori

Voto: 7

 

Autobio-grafia erotica

Categoria: Da camera (da letto)

Voto: 8

Tratta dal quasi omonimo romanzo di Domenico Starnone (Einaudi, 2011), “Autobiografia Erotica” è la perla più preziosa e pudica del 2018, nonostante parli di sveltine, “cazzo” e “fessa”. Prodotta da Silvio Orlando, diretta da Andrea De Rosa e interpretata dai bravissimi Vanessa Scalera e Pier Giorgio Bellocchio, la pièce è solo in apparenza sessual-sentimentale, in realtà è un giallo, e pure una tragedia, “à la Edipo”. I protagonisti si ritrovano dopo vent’anni dal loro primo (e ultimo) amplesso, ma non c’è nulla di pornografico: in scena solo un tavolo, un piazzato di luci, due sedie, due attori, molte parole, nessuna a vanvera.

 

Arlecchino

Categoria: After Strehler

Voto: 8

Valerio Binasco è riuscito nella titanica impresa: sbrinare dal freezer “Arlecchino servitore di due padroni”, congelato, mummificato, canonizzato da oltre 70 anni di allestimenti strehleriani. Da questo mostro sacro della scena nostrana (sopravvissuto persino a Strehler e ai suoi interpreti e ancora in replica), il regista – prodotto dallo Stabile di Torino – ne ha tratto una spassosissima, antiretorica, per nulla intellettualoide “commedia all’italiana”, interpretata da un cast di raro affiatamento e intelligenza, guidato dal capocomico-mattatore Natalino Balasso. Si ride molto, ma il fondo è nerissimo, in linea col proverbiale ”umor nero” di Carlo Goldoni.

Netflix batte tutti, da B. alle Pantere

 

Sulla mia pelle

Categoria: Impegnato

Voto: 9

“Sulla mia pelle” è stato l’unico titolo italiano dell’anno a trascendere il grande, e piccolo, schermo per farsi fenomeno sociopolitico, dibattito cultural-giudiziario, querelle theatrical-streaming.
“Il film sul caso Cucchi”, nella vulgata comune, ha un regista che ha raffreddato la materia, Alessio Cremonini, e un protagonista che anima e corpo s’è (s)fatto Stefano Cucchi, e Cristo, Alessandro Borghi.
Un realizzato ritorno al futuro, “Sulla mia pelle”: ha saputo risuscitare la tradizione civile del nostro cinema e tracciare il sentiero dell’avvenire, con la concomitante uscita in sala e su Netflix il 12 settembre scorso. Apripista.

 

Loro 1 & 2

Categoria: Smorza Italia

Voto: 8 (4 + 4)

L’annuncio del film di Paolo Sorrentino sul “Divo” Silvio monopolizzò la Mostra di Venezia nel 2016, ma la montagna ha finito per partorire due topolini, “Loro 1 & Loro 2”.
Non preso da Cannes, non ricompensato dagli spettatori, il dittico è l’unica vittoria arrisa a Berlusconi nell’anno, complice un palese complesso d’inferiorità dietro la macchina da presa. Toni Servillo più maschera che performance, a convincere è Elena Sofia Ricci (Veronica Lario), ma ormai poco importa: dopo aver fatto in grande (Andreotti, Berlusconi, il Papa), Paolo deve decidere che fare da grande. E tornare a essere “l’uomo in più”.

 

Roma

Categoria: #Oscars-SoMexican

Voto: 7

Per “Roma” la statuetta agli Oscar 2019 è data per certa, ma dipende quale: “solo” quella del miglior film in lingua straniera o quella del miglior film tout court?
Netflix ha gettato il portafogli oltre l’ostacolo, Alfonso Cuarón ha fatto il resto: Leone d’Oro all’ultima Mostra di Venezia, premi critici e plauso pubblico, il suo memoir fascinoso e laccato sarà il cavallo di Troia del servizio streaming nella fortezza dell’Academy? Ha tutto da perdere, ma ha già vinto molto: dato a Cannes, approdato a Venezia per l’ostracismo francese a Netflix, tutti ne parlano, ma si può parlare di capolavoro? No, troppo bello per essere vero.

 

Black Panther

Categoria: Nero più nero

Voto: 6

Black Lives Matter, e poteva Hollywood non declinare in chiave supereroica? Ci pensa la Marvel, che ha dedicato alla Pantera Nera (Chadwick Boseman) di “Captain America: Civil War” lo spin-off per la regia di un fracassone Ryan Coogler: roboante, tagliato con l’accetta, ma difficilmente criticabile, s’intende, per meriti extra-cinematografici. In America il senso di colpa bianco e l’orgoglio nero hanno fatto gridare al miracolo, agli Oscar 2019 può mettere in bacheca qualcosa, ma è meglio Bagheera.

 

Suspiria

Categoria: A pieni polmoni

Voto: 5

Voleva farlo a ogni costo e l’ha fatto, il remake del classico horror di Dario Argento “Suspiria”. Ma per Luca Guadagnino si è rivelato più una prova di coraggio, e un attestato di potenza, che altro: uscito dalla Mostra di Venezia con “zero tituli”, tenuto a galla dalla critica, mortificato al botteghino americano (neanche due milioni e mezzo di dollari d’incasso) e snobbato dai Golden Globes, arriva nelle nostre sale il 1° gennaio.
Per Guadagnino è già domani: una serie in Italia, il sequel di “Call Me By Your Name” da venire.