Tra barconi e balconi, l’anno del premier venuto dal nulla

 

Giuseppe Conte

Categoria: Sliding doors

Voto: 7

Nel Paese che ha inventato il professionismo della politica (un nome per tutti: Pier Ferdinando Casini, alla sua decima legislatura), il primo giugno scorso rappresenta uno choc senza precedenti: quel giorno al Quirinale giura da presidente del Consiglio il cittadino Giuseppe Conte, senza alcun passato politico. Conte, chi era costui? A metà tra il Peter Sellers di “Oltre il giardino” e il più modesto Claudio Bisio di “Benvenuto Presidente!”, Conte è un avvocato scelto dai gialloverdi per guidare l’esecutivo. L’inizio è tosto, da comparsa stretta tra i due vicepremier Di Maio e Salvini, non senza gaffe, ma oggi il suo indice di gradimento è stabile al sessanta per cento.

 

Matteo Salvini

Categoria: Agit-prop

Voto: 5

Il Voto al Capitano va scisso in due. Nel senso che c’è il Salvini nuovo leader del centrodestra e il Salvini di governo. Per quanto riguarda il primo, all’altro Matteo va senza dubbio riconosciuto il merito di aver archiviato la tirannia berlusconiana nel campo conservatore e postfiniano.
La successione è avvenuta
col sangue delle urne e non per cooptazione, come spesso insegna la storia. E questo Salvini si prende oggettivamente 8. Poi c’è il ministro dell’Interno manifestamente razzista, ossessionato dai social, che attacca i magistrati, sputtana le operazioni di polizia e ne combina una al giorno, senza risultati concreti. Qui il voto è 2. La media è quindi 5.

 

Luigi Di Maio

Categoria: Incompiuti

Voto: 5

È stato il protagonista perdente della crisi più pazza della storia repubblicana, cominciata il 5 marzo e terminata con il giuramento del governo Conte, il primo giugno: in quegli 88 giorni Luigi De Maio non è mai riuscito a far prevalere sulla Lega salviniana la forza del M5S, pur contando sul doppio dei voti. Doveva fare il premier
e invece il capo politico del Movimento è diventato vice-Conte e non è andato oltre l’improvvido balcone per festeggiare l’abolizione della povertà. Governare è un’arte
e Di Maio sinora è stato
un apprendista senza appeal, scontrandosi con il realismo del potere. Da qui alle Europee,
il 26 maggio, si gioca gran parte
del suo destino.

 

Paolo Savona

Categoria: Falso allarme

Voto: N. P.

Per impedire la sua nomina a ministro dell’Economia, il Quirinale
ha condotto una guerra preventiva dipingendo questo economista ottuagenario, già parte dell’establishment, come il temuto Cigno Nero dell’uscita dall’euro. Retrocesso agli Affari europei, Paolo Savona ha poi assunto una posizione responsabile, chiamiamola così, senza minacciare nulla.
La sua presenza tra i dieci volti dell’anno riassume tutto il sovranismo che doveva scassare l’Ue e imporre un nuovo ordine: da Borghi a Bagnai passando per Rinaldi.

 

Laura Castelli

Categoria: Asinerie

Voto: 3

Le stagioni politiche della Seconda Repubblica hanno avuto tutte i loro dilettanti allo sbaraglio, tra gaffe e asinerie.
È una parabola che va dal primo berlusconismo al tardo-renzismo e adesso investe pure il populismo gialloverde.
E a immolarsi senza vergogna e imbarazzi è la No Tav Laura Castelli, sottosegretaria all’Economia. L’elenco dei suoi strafalcioni, dopo appena sei mesi, è già consistente e dimostra che anche la democrazia diretta ha i suoi limiti. Non sempre uno vale uno quando si tratta di competenze specifiche. C’è chi vale di meno.

 

Katia Tarasconi

Categoria: La Verità

Voto: 10

Si Chiama Katia Tarasconi, è consigliere regionale in Emilia-Romagna e all’assemblea nazionale del Pd, a novembre, ha tenuto uno storico intervento, applaudito idealmente dai milioni di ex elettori dem. Titolo: “Ritiratevi tutti”. E poi: “Anche se l’elettorato cominciasse a vedere il governo gialloverde per quello che è, con le sue promesse irrealizzabili, siete davvero sicuri che sarà pronto a votare il Pd un’altra volta? Io purtroppo no”. Ergo: “A nessuno là fuori interessa chi sta con o contro Renzi, Franceschini, Martina, Zingaretti, Minniti. Ritiratevi tutti”. Perfetto.

 

Viola Carofalo

Categoria: Comunisti

Voto: 7

Tutto è nato in un ex ospedale psichiatrico nel cuore di Napoli. È lì, all’ex Opg “Je so’ pazzo”, che è stata “costruita” l’unica sigla davvero nuova della sinistra italiana alle Politiche di marzo: Pap. Ovvero Potere al Popolo. Linea antiliberista, anticapitalista, antirazzista, comunista, femminista, meridionalista.
In altri termini: onestà, uguaglianza, collettivo. Per gli osservatori borghesi, Potere al Popolo è il populismo di sinistra all’italiana. Portavoce di Pap è la napoletana Viola Carofalo, filosofa e precaria. Nei sondaggi sono al 2,5 per cento.

 

Sergio Mattarella

Categoria: Realisti

Voto: 6

Nell’anno segnato dalla svolta anti-Sistema delle elezioni politiche del 4 marzo, il dc di sinistra Sergio Mattarella è stato il primo capo dello Stato ad affrontare le consultazioni senza avere un partito di riferimento (nel suo caso il Pd) con cui formare il governo. E così il presidente-arbitro “homeless” ha dovuto allargare il perimetro della prassi del Quirinale con varie sperimentazioni, compresa l’incredibile pantomima dell’incarico a Carlo Cottarelli. Poi, una volta sbloccato il tentativo Conte, ha innestato nell’esecutivo una diarchia gradualista, Tria all’Economia e Moavero Milanesi agli Esteri, che alla fine ha convertito lo stesso premier alla realpolitik europeista.

 

Nicola Zingaretti

Categoria: Renzexit

Voto: 5

Detto che al momento il congresso del Pd è ripiegato in una discussione surreale sugli equilibri interni tra capicorrente e sulla comica fuoriuscita dal renzismo, Nicola Zingaretti potrebbe essere l’unico segretario in grado di gestire un partito non più a vocazione maggioritaria e costretto dalla realtà a dialogare con le altre forze.
In primis, il M5S. Il governatore del Lazio però tentenna, incline ai tatticismi per non scontentare nessuno dei suoi variegati e male assortiti grandi elettori. Servirebbe il contrario, invece: coraggio, chiarezza, rinnovamento vero (Franceschini permettendo). Di questo passo la traversata nel deserto sarà lunghissima.

 

Matteo Renzi

Categoria: Strafottenti

Voto: 3

L’anno che sta finendo passerà alla storia come quello della più catastrofica sconfitta del centrosinistra italiano, con un Pd ridotto al 18 per cento che poi era la stessa percentuale dei Ds al momento della fusione fredda con la Margherita. Il generale di questa Waterloo è noto a tutti: Matteo Renzi. È lui che ha completato la mutazione genetica del Pd: scomparsa definitiva della questione morale; gestionismo; cinismo; familismo e clientelismo; l’ansia da legittimazione nei confronti di salotti e poteri forti; l’abbandono elettorale
di ceti medi e nuovi proletari. Renzi forse farà un partitino centrista alla Macron, per il momento è ancora il tappo letale del Pd.

Borse, l’anno nero dei listini: Milano terzultima in Europa

Da Tokyo all’Europa, quello dei mercati finanziari è stato un 2018 a due facce. Molto positiva la prima metà dell’anno, sulla spinta dei record macinati da Wall Street. Da incubo gli ultimi mesi, con gli investitori sempre più spaventati dalle incognite su dazi e Brexit, ma anche per lo scontro tra l’Italia e Bruxelles, per la fine del Quantitative easing della Bce (Banca centrale europea), per la guerra tra il presidente Usa, Donald Trump, e la Fed e, infine, per il rallentamento globale dell’economia. Piazza Affari ha lottato per non finire ultima in Europa. A oggi vale 543 miliardi di euro, ma di miliardi in 12 mesi ne ha bruciati ben 100. Il listino milanese ha chiuso il 2018 male ma in vantaggio rispetto alla blasonata Francoforte (-18,26%) e ad Atene (-24,74%), fanalino di coda del Continente, ma c’è chi ha fatto meglio. Lisbona è la migliore (-8,23%) davanti a Zurigo (-10,15%) e Stoccolma (-10,67%). Anche Amsterdam (-11,09%), Parigi (-11,93%) e Londra (-12,41%) hanno superato Piazza Affari, a differenza di Bruxelles (-19,33%) e Vienna (-19,72%), poco omogenea per capitalizzazione. Londra, Parigi, Madrid, Lisbona e Dublino saranno aperte anche il 31 dicembre, ma è difficile che cambi l’attuale classifica.

“Tav, gli esperti dell’analisi costi-benefici andavano scelti con maggior equilibrio”

Il “Fatto Quotidiano” del 28 dicembre ha pubblicato un articolo del prof. Marco Ponti, presentandolo come replica ad un mio intervento sull’Huffington Post riguardante la Commissione incaricata dell’ennesimo ricalcolo costi-benefici del TAV.

Prendo atto delle precisazioni del prof. Ponti. Osservo peraltro che rimane sospeso l’interrogativo di fondo che avevo posto. Interrogativo rivolto, prima ancora che al prof. Ponti, al Ministro responsabile Danilo Toninelli: vero destinatario del mio intervento come risulta chiaramente sin dal titolo di Huffington a lui esplicitamente dedicato. L’interrogativo riguardava e riguarda il rispetto dei “parametri propri di una Commissione d’indagine ‘terza’, che ontologicamente presuppone spazio paritetico e confronto equilibrato fra le diverse opinioni”. Dunque ho posto, e ripropongo, un problema non di merito ma esclusivamente di metodo. Tant’è che concludevo il mio intervento segnalando al Ministro Toninelli di aver scelto “una strada accidentata in punto credibilità degli sbocchi” dei lavori della Commissione: “Quali che siano i risultati“.

Il cavillo dimenticato che può dimezzare il regalo ai Benetton

Come se niente fosse Autostrade per l’Italia (Aspi) pretende i soliti aumenti tariffari di fine anno e fa pure ricorso al Tar della Liguria lamentando l’esclusione dai lavori per la demolizione e la ricostruzione del ponte di Genova. La società dei Benetton si comporta, insomma, come se la tragedia di agosto fosse un trascurabile incidente di percorso e la conseguente revoca della concessione un’eventualità più che remota.

Il Fatto ha scoperto, invece, che la revoca ai Benetton può essere, almeno sul versante dei costi, assai meno gravosa di quanto era stato calcolato fino a oggi. Non 20 miliardi di euro che lo Stato riteneva di dover sborsare nel rispetto della Convenzione voluta il 12 ottobre 2007 dall’allora ministro dei Trasporti, Antonio Di Pietro. Ma 10 miliardi, cioè gli 11 miliardi di investimenti effettuati e ancora non ammortizzati da Aspi sui circa 3 mila chilometri della rete gestita, meno il 10% di penale prevista dalla stessa Convenzione nel caso di “grave inadempienza” da parte del concessionario.

Per i Benetton la grave inadempienza più evidente è proprio il crollo del ponte Morandi di Genova e ad essa si era riferito il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, subito dopo la sciagura quando aveva espresso la volontà di revocare la concessione.

C’è un atto ufficiale e importante finora inspiegabilmente ignorato che può rendere molto meno costoso il percorso di revoca. È una delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), la numero 133 del 29 novembre 2007, che prende in esame la Convenzione tra la Satap dei Gavio, l’altro grande concessionario autostradale italiano, e l’Anas, l’ente pubblico delle strade che allora aveva ancora il compito di vigilanza sulle autostrade. Ai Gavio nel frattempo era stato applicato proprio lo stesso identico tipo di Convenzione adottato per Autostrade per l’Italia e quindi per estensione l’atto del Cipe riguarda necessariamente anche la società dei Benetton.

Il Comitato interministeriale boccia senza appello l’articolo 9 della Convenzione e in particolare il comma 3, quello che regola la decadenza della concessione ed è uno straordinario regalo ai concessionari perché fa lievitare in modo spropositato l’importo che lo Stato deve pagare in caso di revoca. Il comma 3 dice che lo Stato deve sborsare “un importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione… sino alla scadenza della concessione”. Che nel caso dei Benetton è fissata nel 2038, cioè ancora 20 anni di pedaggi che spingono il costo della revoca fino a 20 miliardi di euro. Il Comitato interministeriale è categorico: l’articolo 9 comma 3 “va sostituito” con un nuovo testo in cui il regalo ai concessionari è cancellato.

Con la sua delibera il Cipe aveva in pratica ripreso l’autorevole indicazione espressa 9 giorni prima (20 novembre 2007) dal Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio. Il quale esaminando lo schema di Convenzione Anas-Autostrade per l’Italia era arrivato a una conclusione identica: l’articolo 9 e il comma 3 vanno “espunti”. I ministri dei Trasporti e dell’Economia e tutti gli alti dirigenti dei due ministeri che si sono succeduti da allora fino a oggi hanno però fatto finta di niente. La Convenzione con i Benetton e i Gavio è stata adottata con il trucco incorporato e non è mai stata modificata negli anni successivi quando se ne è presentata l’occasione.

È stata in pratica organizzata una congiura del silenzio tutt’oggi rispettata a cui ha aderito la politica e l’alta burocrazia statale. La delibera Cipe del 2007 è stata ratificata ad aprile 2008, ma inspiegabilmente le Convenzioni capestro Benetton e Gavio non sono state corrette. Due mesi dopo, nuovo governo Berlusconi appena insediato, sono state perfino blindate con una legge. Negli anni successivi sono state ribadite in ogni occasione. Il giorno prima del Natale 2013, per esempio, il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi ha sottoscritto il primo Atto aggiuntivo alla Convenzione Autostrade 2007. Il 31 dicembre il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni lo ha approvato bruciando le tappe. Appena 7 giorni per esaminare la più grande concessione autostradale mondiale ed evadere una pratica che di solito richiede mesi. Poteva essere l’occasione di rimediare. Non lo fecero, forse per non rovinare le vacanze ai Benetton.

 

Business, venture capital e know-how “Troppi inglesismi”

Troppi commi e troppo termini inglesi che pregiudicano la chiarezza e la “navigabilità” del provvedimento al punto da rendere opportuna, in sede di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, l’apposizione di sintetiche note a margine “stampate in modo caratteristico, che indichino in modo sommario il contenuto dei singoli commi o di gruppi di essi”. Questo il parere del Comitato per la legislazione della Camera in relazione alla legge di bilancio 2019, vale a dire l’organo di Montecitorio – composto da dieci deputati e presieduto attualmente da Fabiana Dadone (M5s) – chiamato a esaminare la qualità della legislazione. E quello che ne è emerso è chiaro: nelle tre pagine fitte di annotazioni e richieste di chiarimenti viene bocciata l’opportunità di utilizzare nel testo della legge di bilancio termini stranieri. Quelli finiti sotto la lente critica d’ingrandimento sono svariati: da venture capital a governance, passando per business angel, cloud computing, know-how e caregiver. Ma compaiono anche 9 “errori blu”. Viene ad esempio notato che il comma 455 finanzia per il 2019 con 56,1 milioni il fondo per l’assistenza a persone con disabilità grave prive del sostegno familiare ma quei fondi erano già stati stanziati.

Birre, api, funghi e pesca la “politichetta” nel bilancio

È un paradosso. In una manovra quasi mai discussa dal Parlamento c’è una pioggia di micro-norme. Molte mance, ma anche decine di misure settoriali in violazione della riforma del bilancio del 2016 che impone una manovra solo “tabellare”. E invece, come sempre, ecco l’assalto alla diligenza (vale, calcola il Sole 24 Ore, 280 milioni). Con una differenza: vista la mordacchia parlamentare, stavolta a fare la “politichetta” ci ha pensato soprattutto il governo.

Cultura. Inserita in extremis nel maxi-emendamento la dote biennale da 120 mila euro per la Fondazione Ugo Spirito per digitalizzare le opere del filosofo e quelle dello storico del fascismo Renzo De Felice. La Fondazione ha già ottenuto 38mila euro dal ministero dei Beni culturali per il triennio 2018-2020. Grazie all’ex ministro Lorenzin (Misto) la minoranza italiana in Slovenia e Croazia ottiene 1 milione di euro. Confermati i 100mila euro strappati da Rampelli (Fdi) in favore del Museo della civiltà istriana e dell’Archivio storico di Fiume. Ennesima iniezione di liquidità, da 12,5 milioni, per risanare i debiti delle fondazioni lirico-sinfoniche in perenne perdita. Un milione va per festival, cori e bande e 3,5 milioni alle arti applicate come moda, design e grafica. Alla piattaforma italiana del fosforo destinati 200 mila euro. Niente Normale bis: a Napoli arriva la Scuola superiore meridionale con 8 milioni nel 2019. Al Centro nazionale di adroterapia oncologica vanno 5 milioni nel 2019. Tra le tante celebrazioni, trova posto sempre in extremis anche quella per Nilde Iotti: si festeggeranno i 20 anni dalla morte (e non 30 come scritto nel comma) e i 100 dalla nascita con 200mila euro per i prossimi due anni. Non è scritto chi se ne occuperà, ma il colpaccio l’ha fatto il forzista Raffaele Fantetti, eletto all’estero, che si batte per un “Comitato per la tutela e la promozione della ristorazione italiana nel mondo”: ha fatto avere al Comitato Atlantico 150.000 euro per assicurare la presenza dell’Italia nell’Associazione.

Consulenze e assunzioni Con 2,7 milioni di euro, il ministero dell’Economia pagherà 20 incarichi di consulenza sulla programmazione pubblica. Ci costeranno meno – 150.000 euro – quelle ottenute per il piano di dismissioni degli immobili. L’Accademia della crusca ottiene un segretario amministrativo (stipendio da 236 mila euro lordi). Assunzioni straordinarie anche all’Accademia nazionale dei Lincei: il leghista Massimiliano Romeo ha fatto stanziare quasi 10 milioni per il prossimo triennio, mentre alla Fondazione “I Lincei per la scuola” vanno 250 mila euro.

Ricerca Luca Ciriani (FdI) fa incrementare di 300mila euro il contributo per il Programma internazionale di allenamento sportivo “Special Olympics italia” per persone con disabilità intellettiva. Senza un padre certo, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap ottiene 400.000 euro, mentre la Fondazione Italiana per la ricerca sulle Malattie del Pancreas ne prende 500mila. Arrivano altri 3 milioni di euro (dal 2019 al 2021) per la Biblioteca italiana per ciechi Regina Margherita di Monza su iniziativa del forzista Andrea Mandelli, ex consigliere comunale di Monza. Salvato con 3 milioni l’Istituto europeo per la ricerca sul cervello fondato da Montalcini.

Cielo, terra e mare Sotto la voce “Imposta prodotti non legnosi” il leghista Giorgio Maria Bergesio, attivo da sempre nell’industria agroalimentare, tra cui la sua, ha fatto tagliare l’Iva per chi coltiva funghi e tartufi, introducendo una tassa forfait di 100 euro per chi li raccoglie. Sforbiciata del 40% anche per l’accisa per i birrifici artigianali grazie al pressing M5s-Lega. Poi due milioni vanno a favore dell’apicoltura. E cinque in due anni per la nascita del Catasto frutticolo nazionale. Il pescatore professionista, comandante del motopeschereccio Savonarola, Lorenzo Viviani (Lega) fa rifinanziare l’indennità nei periodi di fermo obbligatorio; gli apicoltori conquistano 1 milione di euro, mentre M5S strappa per Taranto 3 milioni per la nascita del Tecnopolo Mediterraneo.

Innovazione e media Su iniziativa dei 5 Stelle arriva il fondo da 45 milioni in tre anni che il Mise userà per lo sviluppo del blockchain (settore in cui opera anche la Casaleggio associati). Alla difesa cibernetica vanno 3 milioni.

Infrastrutture Il biellese Gilberto Pichetto, coordinatore piemontese di Forza Italia, ottiene 5 milioni di euro per l’elettrificazione dei 50 km della linea ferroviaria Biella-Novara. Successo calabrese per gli aeroporti: dopo la dote di 35 milioni ottenuta dal forzista reggino Cannizzaro per lo scalo di Reggio Calabria, si aggiungono 3 milioni di euro per quello di Crotone. Non si può lamentare il Comune di Firenze: in extremis stanziati 4,7 milioni per i lavori della sede della Società Alighieri.

Sceneggiata a Montecitorio la manovra passa domani

Momenti di situazionismo assoluto a Montecitorio: opposizioni che urlano, piddini che caricano verso i banchi del governo, un voluminoso fascicolo che viene lanciato in faccia al leghista Massimo Garavaglia. E in cima a tutto questo, il leggendario onorevole Carlo Fatuzzo inizia a sventolare una bandiera del (suo) partito pensionati. I commessi gliela levano, qualche secondo dopo ne tira fuori un’altra. Sguardi attoniti.

È in questo clima che si consumano i pochi brandelli di dibattito alla Camera sulla legge di bilancio. Il governo – si sapeva – ha posto la questione di fiducia. Sarà votata questa sera, a partire dalle 18 e 30, per appello nominale. Poi saranno esaminati i 244 ordini del giorno presentati sul testo, fino a mezzanotte. L’ultimo atto domani mattina: si inizia alle 9 e si prosegue fino al voto finale, appena in tempo per portare il testo al Quirinale ed evitare l’esercizio provvisorio.

È il giorno della prima vera contestazione nei confronti del presidente della Camera, il grillino Roberto Fico. Pd e Forza Italia entrano a Montecitorio con il dente avvelenato perché nella notte la commissione Bilancio ha inviato la manovra all’aula ignorando i 350 emendamenti. La richiesta è di votare la sospensione dei lavori e la convocazione di una conferenza dei capigruppo che scandisca i tempi dell’esame del testo. Fico entra nel momento di massima tensione al posto della vicepresidente Mara Carfagna. Prova a parlare sopra le urla delle opposizioni, che pretendono il voto: i banchi della maggioranza sono quasi vuoti, i gialloverdi potrebbero finire sotto, e sarebbe uno schiaffo.

Fico decide una via di mezzo: concede la sospensione dei lavori per dieci minuti e la convocazione della capigruppo “come richiesto dalle opposizioni”, ma senza alcuna votazione (e quindi senza smacco per Lega e 5Stelle). Poi stabilisce: “Posso aumentare i tempi degli interventi, ma nella consapevolezza che il 31 dicembre si avvicina e che questa legge di Bilancio non può per me arrivare al presidente della Repubblica il primo gennaio”. Per Pd e Forza Italia è una scelta politica, che tradisce un’istituzione – la presidenza della Camera – che deve restare neutrale.

Nel frattempo è successo il putiferio. Su tutti, l’antifascista dem Emanuele Fiano che parte a testa bassa con il collega Enrico Borghi verso i banchi del governo. Spinte, urla, fogli che volano: Fiano lancia il fascicolo con gli emendamenti della manovra in faccia al malcapitato Garavaglia. Più tardi sfiorano la rissa Luigi Marattin del Pd e il leghista Nicola Molteni.

La partita sulla manovra per i dem non finisce domani: proseguirà alla Corte costituzionale. L’hanno annunciato Andrea Marcucci e Matteo Orfini: “Abbiamo depositato un ricorso, ci appelliamo alla Corte per ristabilire le regole essenziali di questa democrazia”.

Catania, il governo dichiara l’emergenza e stanzia 10 milioni

“Risposta immediata per #Catania” twitta il presidente del consiglio Giuseppe Conte dopo che il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per un anno e stanziato 10 milioni di euro per il terremoto che ha colpito l’area del catanese in seguito all’eruzione dell’Etna. I fondi sono destinati alle attività di soccorso e assistenza delle popolazioni colpite dal sisma. Dalla Protezione civile arriva un’ordinanza che consente di accedere fino a un tetto massimo di 25.000 euro per intervenire sulle case che non hanno riportato danni gravi per le famiglie sgomberate dall’abitazione principale. L’ordinanza firmata dal capo della Protezione civile Angelo Borrelli è la prima di questo tipo prima nella storia degli interventi emergenziali. Intanto il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci comunica che il ministero dell’Istruzione ha stanziato 20 milioni di euro per l’edilizia scolastica e parla di maggior prevenzione: “Serve uno strumento che si chiama zonizzazione, che consente un esame geologico dei territori. Entro 4 mesi contiamo di poter rivedere quella mappa elaborata nel 2003 e confermata nel 2004″.

Martinelli, fratello ironico e un po’ folle dagli scoop su Moro alla tempesta P2

Ci sono giornalisti che di fronte alle cosiddette verità ufficiali non smettono di chiedersi: ma sarà vero? E mentre cercano l’ago nel pagliaio, vagliando documenti e testimonianze, diventano intrattabili, concentrati come sono sull’obiettivo, agitati da una febbre interiore. Questo è stato Roberto Martinelli. Era il mio capo al Corriere della Sera, e se ho imparato qualcosa del mestiere lo devo soprattutto a lui. Nei 55 giorni seguiti al sequestro di Aldo Moro, Roberto mise a segno, tra gli altri, due colpi sensazionali. Fu il primo a scoprire il diversivo nascosto dietro la parola Gradoli. Che non era il nome del paese non lontano da Roma, che aveva messo totalmente fuori strada gli inquirenti (su falsa soffiata delle Br o di qualche corpo deviato), bensì l’indicazione di una strada e di un appartamento, covo ormai freddo, dei terroristi dove probabilmente lo statista dc era stato nascosto per qualche giorno. Ma è sulla presunta seduta spiritica raccontata da Romano Prodi (e all’origine dell’imbroglio Gradoli) che Martinelli diede il meglio di sé. Una storia così incredibile e ancora più incredibile che qualcuno potesse crederci. Armò, armammo, un tale casino che dopo le inchieste del Corriere (poi raccolte in un libro: Il delitto Moro che scrivemmo insieme), la magistratura e la commissione parlamentare dovettero indagare a fondo arrivando a una verità completamente diversa: quella che non faceva dormire Roberto. Oltre che riconosciuto principe della cronaca giudiziaria, Martinelli fu una delle colonne del giornale durante la travagliata direzione di Alberto Cavallari quando, sommerso dai debiti e minato dallo scandalo P2, il Corriere rischiò la chiusura. Da vicedirettore fu l’uomo del buon senso, il punto di riferimento autorevole e indiscusso dell’intera redazione. Sotto la sua guida è maturata una generazione di eccellenti cronisti, una squadra che ha generato poi direttori di grandi quotidiani e inviati davvero speciali. Roberto è stato un collega allegro, ironico, di una simpatia contagiosa. E anche un po’ folle come tutti i giornalisti straordinari. Per molti di noi è stato e resta un fratello. Ci ha lasciato la notte scorsa. Grazie amico mio.

Tutti indossano la Protezione civile (e il precursore è B.)

Matteo Salvini, si sa, indossa di tutto: felpe della polizia, dei carabinieri, dei vigili, dell’esercito… Luigi Di Maio non poteva evidentemente essere da meno: in visita a Catania ferita dal terremoto, il ministro dei 5Stelle ha sfoggiato caschetto e giacca col logo della Protezione civile. Non sono mancate le polemiche. Tra tutte quella di Guido Bertolaso, che di quel dipartimento è stato per anni dominus

assoluto, e l’altro giorno ha scritto una lettera di lamentele al Corriere della Sera

: “Da inventore di quel logo chiedo al signor Di Maio di togliersi subito quella maglia, per favore”. Quello che Bertolaso e altri paiono ignorare è che il vezzo dei potenti di andare sui luoghi delle tragedie con gli stessi vestiti di chi sta scavando tra le macerie – discutibile – è prassi consolidata ormai da molto tempo. Il precursore è stato Silvio Berlusconi all’Aquila nel 2009 (e indossava il giacchetto della Protezione civile proprio accanto a Bertolaso), l’imitatore è Matteo Renzi nel 2016 ad Amatrice (di Salvini è persino inutile dire). Di Maio prosegue nel solco. Negli abiti, nessun cambiamento.