Giuseppe Conte
Categoria: Sliding doors
Voto: 7
Nel Paese che ha inventato il professionismo della politica (un nome per tutti: Pier Ferdinando Casini, alla sua decima legislatura), il primo giugno scorso rappresenta uno choc senza precedenti: quel giorno al Quirinale giura da presidente del Consiglio il cittadino Giuseppe Conte, senza alcun passato politico. Conte, chi era costui? A metà tra il Peter Sellers di “Oltre il giardino” e il più modesto Claudio Bisio di “Benvenuto Presidente!”, Conte è un avvocato scelto dai gialloverdi per guidare l’esecutivo. L’inizio è tosto, da comparsa stretta tra i due vicepremier Di Maio e Salvini, non senza gaffe, ma oggi il suo indice di gradimento è stabile al sessanta per cento.
Matteo Salvini
Categoria: Agit-prop
Voto: 5
Il Voto al Capitano va scisso in due. Nel senso che c’è il Salvini nuovo leader del centrodestra e il Salvini di governo. Per quanto riguarda il primo, all’altro Matteo va senza dubbio riconosciuto il merito di aver archiviato la tirannia berlusconiana nel campo conservatore e postfiniano.
La successione è avvenuta
col sangue delle urne e non per cooptazione, come spesso insegna la storia. E questo Salvini si prende oggettivamente 8. Poi c’è il ministro dell’Interno manifestamente razzista, ossessionato dai social, che attacca i magistrati, sputtana le operazioni di polizia e ne combina una al giorno, senza risultati concreti. Qui il voto è 2. La media è quindi 5.
Luigi Di Maio
Categoria: Incompiuti
Voto: 5
È stato il protagonista perdente della crisi più pazza della storia repubblicana, cominciata il 5 marzo e terminata con il giuramento del governo Conte, il primo giugno: in quegli 88 giorni Luigi De Maio non è mai riuscito a far prevalere sulla Lega salviniana la forza del M5S, pur contando sul doppio dei voti. Doveva fare il premier
e invece il capo politico del Movimento è diventato vice-Conte e non è andato oltre l’improvvido balcone per festeggiare l’abolizione della povertà. Governare è un’arte
e Di Maio sinora è stato
un apprendista senza appeal, scontrandosi con il realismo del potere. Da qui alle Europee,
il 26 maggio, si gioca gran parte
del suo destino.
Paolo Savona
Categoria: Falso allarme
Voto: N. P.
Per impedire la sua nomina a ministro dell’Economia, il Quirinale
ha condotto una guerra preventiva dipingendo questo economista ottuagenario, già parte dell’establishment, come il temuto Cigno Nero dell’uscita dall’euro. Retrocesso agli Affari europei, Paolo Savona ha poi assunto una posizione responsabile, chiamiamola così, senza minacciare nulla.
La sua presenza tra i dieci volti dell’anno riassume tutto il sovranismo che doveva scassare l’Ue e imporre un nuovo ordine: da Borghi a Bagnai passando per Rinaldi.
Laura Castelli
Categoria: Asinerie
Voto: 3
Le stagioni politiche della Seconda Repubblica hanno avuto tutte i loro dilettanti allo sbaraglio, tra gaffe e asinerie.
È una parabola che va dal primo berlusconismo al tardo-renzismo e adesso investe pure il populismo gialloverde.
E a immolarsi senza vergogna e imbarazzi è la No Tav Laura Castelli, sottosegretaria all’Economia. L’elenco dei suoi strafalcioni, dopo appena sei mesi, è già consistente e dimostra che anche la democrazia diretta ha i suoi limiti. Non sempre uno vale uno quando si tratta di competenze specifiche. C’è chi vale di meno.
Katia Tarasconi
Categoria: La Verità
Voto: 10
Si Chiama Katia Tarasconi, è consigliere regionale in Emilia-Romagna e all’assemblea nazionale del Pd, a novembre, ha tenuto uno storico intervento, applaudito idealmente dai milioni di ex elettori dem. Titolo: “Ritiratevi tutti”. E poi: “Anche se l’elettorato cominciasse a vedere il governo gialloverde per quello che è, con le sue promesse irrealizzabili, siete davvero sicuri che sarà pronto a votare il Pd un’altra volta? Io purtroppo no”. Ergo: “A nessuno là fuori interessa chi sta con o contro Renzi, Franceschini, Martina, Zingaretti, Minniti. Ritiratevi tutti”. Perfetto.
Viola Carofalo
Categoria: Comunisti
Voto: 7
Tutto è nato in un ex ospedale psichiatrico nel cuore di Napoli. È lì, all’ex Opg “Je so’ pazzo”, che è stata “costruita” l’unica sigla davvero nuova della sinistra italiana alle Politiche di marzo: Pap. Ovvero Potere al Popolo. Linea antiliberista, anticapitalista, antirazzista, comunista, femminista, meridionalista.
In altri termini: onestà, uguaglianza, collettivo. Per gli osservatori borghesi, Potere al Popolo è il populismo di sinistra all’italiana. Portavoce di Pap è la napoletana Viola Carofalo, filosofa e precaria. Nei sondaggi sono al 2,5 per cento.
Sergio Mattarella
Categoria: Realisti
Voto: 6
Nell’anno segnato dalla svolta anti-Sistema delle elezioni politiche del 4 marzo, il dc di sinistra Sergio Mattarella è stato il primo capo dello Stato ad affrontare le consultazioni senza avere un partito di riferimento (nel suo caso il Pd) con cui formare il governo. E così il presidente-arbitro “homeless” ha dovuto allargare il perimetro della prassi del Quirinale con varie sperimentazioni, compresa l’incredibile pantomima dell’incarico a Carlo Cottarelli. Poi, una volta sbloccato il tentativo Conte, ha innestato nell’esecutivo una diarchia gradualista, Tria all’Economia e Moavero Milanesi agli Esteri, che alla fine ha convertito lo stesso premier alla realpolitik europeista.
Nicola Zingaretti
Categoria: Renzexit
Voto: 5
Detto che al momento il congresso del Pd è ripiegato in una discussione surreale sugli equilibri interni tra capicorrente e sulla comica fuoriuscita dal renzismo, Nicola Zingaretti potrebbe essere l’unico segretario in grado di gestire un partito non più a vocazione maggioritaria e costretto dalla realtà a dialogare con le altre forze.
In primis, il M5S. Il governatore del Lazio però tentenna, incline ai tatticismi per non scontentare nessuno dei suoi variegati e male assortiti grandi elettori. Servirebbe il contrario, invece: coraggio, chiarezza, rinnovamento vero (Franceschini permettendo). Di questo passo la traversata nel deserto sarà lunghissima.
Matteo Renzi
Categoria: Strafottenti
Voto: 3
L’anno che sta finendo passerà alla storia come quello della più catastrofica sconfitta del centrosinistra italiano, con un Pd ridotto al 18 per cento che poi era la stessa percentuale dei Ds al momento della fusione fredda con la Margherita. Il generale di questa Waterloo è noto a tutti: Matteo Renzi. È lui che ha completato la mutazione genetica del Pd: scomparsa definitiva della questione morale; gestionismo; cinismo; familismo e clientelismo; l’ansia da legittimazione nei confronti di salotti e poteri forti; l’abbandono elettorale
di ceti medi e nuovi proletari. Renzi forse farà un partitino centrista alla Macron, per il momento è ancora il tappo letale del Pd.