Misure cautelari confermate per Pittella e Oliverio

Il Tribunale del riesame di Potenza ha confermato il divieto di dimora nel capoluogo lucano per Marcello Pittella (Pd, nella foto), sospeso dalla carica di presidente della Giunta regionale della Basilicata, in seguito all’inchiesta sulla sanità lucana della Procura di Matera. Decisione che lo rende ancora incandidabile per un eventuale secondo mandato. Il 24 settembre, gli arresti domiciliari erano stati modificati dal gip nel divieto di dimora a Potenza. Il 26 novembre la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio la precedente decisione del Riesame, che aveva confermato gli arresti domiciliari. Confermato dal Tribunale del riesame di Catanzaro, invece, l’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore, a carico del presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio. Gli viene contestato, in particolare, il reato di abuso d’ufficio in relazione a due appalti gestiti dalla Regione per la realizzazione della sciovia di Lorica e dell’aviosuperficie di Scalea, affidati entrambi all’impresa di costruzioni “Barbieri srl”. Per il titolare dell’impresa, Giorgio Ottavio Barbieri, coinvolto nella stessa inchiesta, è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Barbieri è ritenuto vicino alla cosca di ‘ndrangheta dei Muto di Cetraro.

Il pd Marattin, bel difensore dell’onore di Maria Elena

Durante la notte tra giovedì e venerdì, in Commissione Bilancio, a Montecitorio, è quasi venuto alle mani con Leonardo Donno (M5s). Ieri ha replicato in Aula: la sua corsa verso il sottosegretario, Nicola Molteni, è stata fermata dai commessi. Alla sua prima legislatura, nel curriculum un incarico da consulente per l’economia sia di Matteo Renzi sia di Paolo Gentiloni, non è chiaro se Luigi Marattin sia un astro nascente o un astro cadente. Occhio blu, ciuffo sfrontato, prima infanzia al sud (è nato a Napoli nel ‘79), formazione a Ferrara (dove è stato pure Assessore) è di certo un falco renziano. Uno dei fedelissimi dell’ex segretario in cerca di collocazione. Tanto è vero che non si è schierato al congresso. Martina è per animi più moderati, l’operazione di Giachetti è ambigua.

Nel frattempo, si accompagna con Pier Carlo Padoan, in versione sobria. In versione ultrà, invece, fa da scorta a Maria Elena Boschi. D’altra parte, lui è il capogruppo Pd in Commissione Bilancio, lei ne fa parte. La dinamica ricorda quella dei primi tempi del renzismo, l’inizio della scorsa legislatura, quando era Matteo Richetti che guidava la non ancora ministra in commissione Affari Costituzionali. Nella “Bilancio” lei si fa notare per i toni particolarmente accesi. Donno l’ha apostrofata l’altra notte “Stai calma”. Abbastanza per far scattare Marattin. Un sodalizio: lui spesso l’accompagna pure nelle ospitate tv. Insieme i due si sono dati anche alle dirette Facebook: sono apparsi con Giachetti per spiegare la manovra giovedì sera. Nei rumors degli ultimi mesi, lui era entrato nel toto nomi per la corsa alla segreteria del Pd: veniva dato come candidato della Boschi. Non se n’è fatto nulla. Peraltro la sua popolarità nel gruppo del Pd alla Camera non è al massimo: l’ambiente non è dei migliori e nei suoi confronti c’è una certa insofferenza. “Se la tira troppo”, lo spiegano, alla romana.

Pure la “badante”: “Lascio Forza Italia”

Magari lui nemmeno lo sospetta. Ma chissà che faccia avrebbe fatto se l’ex Cav avesse potuto sentirla l’altro giorno mentre ad un gruppo di colleghi parlamentari confidava l’intenzione di voler lasciare il partito: Mariarosaria Rossi, a cui qualche anno fa le malelingue avevano affibbiato il soprannome di “badante” di Silvio Berlusconi, è stanca di fare sconti a Matteo Salvini. Che si ricorda di essere socio della coalizione di centrodestra solo quando gli fa comodo. E che nel governo gialloverde invece pare trovarsi bene, eccome. La senatrice, già tesoriera e maggiorente di Forza Italia, medita insomma di togliere le tende per altri lidi. Magari, almeno provvisoriamente, per approdare al gruppo misto del Senato. Poi si vedrà.

Quel che è certo è che nelle ore dell’attesa (infinita) delle ultime limature al maxiemendamento alla manovra, la senatrice si è messa a parlare di sé e del suo futuro politico. In una prospettiva impensabile neppure all’epoca della sua destituzione dalla posizione più ambita in Forza Italia, e cioè al fianco di Berlusconi. Dal ruolo di zarina incontrastata era stata disarcionata per ordine – si disse – della figlia dell’ex Cav, Marina subito dopo il malore accusato nel 2016 a causa dell’ennesimo appuntamento elettorale ad alto impatto fisico per il leader forzista. Per lei, che fino ad allora ne aveva curato l’agenda, aveva significato l’esilio da corte. Riconquistata con tenacia e grazie all’amicizia con Francesca Pascale che le ha di nuovo spalancato le porte delle dimore berlusconiane che per qualche tempo le sono state precluse.

Ma la Rossi, nemmeno nel periodo dell’esilio, mai aveva minacciato di andarsene. Si era invece adattata, nonostante lo stop brusco e evidente imposto alla sua carriera che dal 2008 era stata folgorante: Berlusconi l’aveva prima voluta in Parlamento, poi le aveva fatto scalare le gerarchie azzurre fino a ricoprire nel 2014 l’incarico di commissario straordinario del partito. Ma soprattutto l’aveva scelta come assistente tuttofare: la sua ombra in ogni uscita pubblica e in tutti appuntamenti privati. Comprese le famose cene di Arcore che tanti guai giudiziari hanno portato all’ex Cav e pure a lei che vi partecipava.

E allora quel “penso di lasciare Forza Italia” pronunciato da Mariarosaria Rossi l’altro giorno, è stata una bomba che ha lasciato di stucco chi l’ascoltava. Liberando la fantasia del capannello di parlamentari assortiti che non potevano credere alle loro orecchie: l’idea che una con la sua storia mediti di abbandonare Forza Italia non solo pare il termometro delle condizioni di salute assai precarie del partito, oggi affidato a Licia Ronzulli che proprio della Rossi ha preso il posto. Ma che la rottura del sodalizio politico possa aprire ben altri scenari.

Che ne sarà dei segreti di cui finora è stata custode gelosa se davvero abbandonerà Forza Italia? È presto per dirlo. Non rimane che restare alla finestra per capire se alle intenzioni seguiranno anche i fatti. E se la rottura politica avrà delle altre implicazioni magari sul fronte giudiziario: a gennaio riprenderà il processo Ruby ter in cui è imputata per falsa testimonianza insieme ad altri, tra cui alcune olgettine e lo stesso Berlusconi. La senatrice sta trattando per offrire risarcimenti alle tre ragazze che non si sono “accodate” alla tesi delle “cene eleganti” di Arcore. Con che risultati ancora non è dato sapere.

“Ma quale Macron, Renzi non va da nessuna parte”

Bruno Tabacci, sguardo acceso e ironia luciferina, intercettato in un corridoio di Montecitorio: “Ma cosa vuole da me? Renzi s’è rovinato con le sue mani. Si è andato a impapocchiare da solo con quel referendum. Le pare che debba salvarlo io?”. L’eterno Tabacci sta per inaugurare il 27esimo anno in Parlamento, il 48esimo nelle istituzioni: è a due passi dalle nozze d’oro con la politica. Non ha intenzione di infilarsi nell’avventura macroniana del fu Rottamatore, in uscita dal Pd. “Fare un partito con Renzi – insiste – sarebbe una cosa poco seria”.

Perché, onorevole?

Io sono un liberaldemocratico. Già nel 2014 lanciai una lista insieme ai montiani di Scelta Civica per sostenere Guy Verhofstadt: siamo nella famiglia dell’Alde, la liberaldemocrazia europea.

E con ciò?

Renzi ha avuto l’idea – mi permetta di dire: piuttosto avventata – di portare il Pd nei socialisti europei. Noi siamo proprio dall’altra parte.

Ma non c’è bisogno di un fronte unico contro l’orda barbarica sovranista?

Non saprei. La Lega e Fratelli d’Italia sono sovranisti, i 5Stelle invece non si capisce bene: un po’ socialisti, un po’ populisti, un po’ fascisti. E comunque per le elezioni europee Salvini e Di Maio faranno campagna l’uno contro l’altro. E noi di +Europa dovremmo farla con i renziani?

Dopo le Europee, invece?

Io mi auguro che il Pd non completi il suo processo di autodistruzione. L’ho visto con i miei occhi cosa succede quando si fa una scissione: ricordo quando facemmo l’Api con Rutelli. C’erano grandi ambizioni, e invece… ma dove va Renzi da solo? Suvvia, dove va? Io resto con +Europa.

Se lo figurava da giovane democristiano che sarebbe finito con quella mangiapreti di Emma Bonino?

Condividiamo la stessa visione liberaldemocratica delle istituzioni. Io sono un cattolico molto più che adulto e la Bonino non è integralista. Abbiamo fatto una campagna per i migranti con la Casa della Carità di don Colmegna, mio grande amico e forse mio grande elettore. E poi ricordi, un gigante democristiano come Giovanni Marcora diceva questo: “Qualche volta la domenica vado a messa… poi però il lunedì raduno i preti, e allora comando io”.

E poi senza di lei i Radicali non si sarebbero nemmeno presentati il 4 marzo.

Io glielo dissi già a ottobre dell’anno scorso, a Emma, che con quella legge elettorale non ce l’avrebbero fatta a raccogliere le firme. Lei era convinta di sì, poi a fine dicembre mi ha dovuto richiamare…

E invece il suo amico Giuliano Pisapia? Dovevate rifare la sinistra insieme…

Ero quasi riuscito a portarlo dalla Bonino, volevamo fare un grande campo progressista dai Radicali fino a Bersani, quello sì che avrebbe preso almeno il 6%. Invece gli amici di Mdp si sono impuntati e Giuliano s’è stufato. Felici loro…

Ha litigato con Bersani?

Con D’Alema. Ora Pisapia viaggia per il mondo.

Lei invece, sempre qui.

Guardi, questa volta ormai ero convinto fosse finita… se non fosse stato per Emma. Il Pd, con la sua grande vocazione maggioritaria, sospetto sia stato un po’ miope: nel mio collegio milanese +Europa il 4 marzo ha preso l’11%.

Dentro +Europa c’è ancora il mitico Michele Pisacane?

(Mastelliano, poi “responsabile” berlusconiano, infine “pisapiano”. Campione di preferenze ad Agerola, Napoli)

Michele ha fatto un’altra scelta. La moglie si è candidata a livello locale con la destra.

E Angelo Sanza?

(Fuoriclasse Dc, poi in Forza Italia, deputato dal ‘72 al 2006, sottosegretario con Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Goria e De Mita. Molti processi, zero condanne)

Angelo è una delle persone più generose che conosco. Sta dando un grande contributo a +Europa.

Dove si compra l’amalgama?

È stato quasi all’inizio che il premier Giuseppe Conte ha evocato con enfasi la fatidica amalgama. In questo caso, ovviamente, riferita fideisticamente alla coesione della sua maggioranza populista o gialloverde. C’è amalgama, ha detto gonfiando il petto il professore sconosciuto ai più fino a sei mesi fa. Il problema, però, è atavico: dove si acquista questa benedetta amalgama, che secondo il vocabolario della Treccani significa “unione o miscuglio di cose diverse” oppure ancora “mescolanza” e “impasto”?

Ad aiutare Conte deve essere stato un controverso precedente in materia, nel senso che la paternità della frase è tuttora attribuita a due memorabili figure del calcio meridionale. Due presidenti: Antonio Sibilia dell’Avellino e Angelo Massimino del Catania, che oggi non ci sono più. Assumendo la versione più probabile, quella catanese, un giorno a Massimino dissero: “Al Catania manca l’amalgama”. Lui rispose: “Amalgama? Ditemi dove gioca che lo compro”. Ecco, diciamo che Conte è stato più fortunato di Massimino o Sibilia. Durante lo shopping natalizio deve aver trovato un negozio o una bottega dove ha comprato l’amalgama e oggi la ostenta fieramente alla pubblica opinione. Tav? Tap? Condono? Nessun problema: c’è l’amalgama.

La Consulta deciderà mercoledì 9 gennaio sul ricorso del Pd

Non bisogneràaspettare molto per sapere se il ricorso depositato ieri mattina presso la cancelleria della Corte costituzionale dal capogruppo del Pd in Senato Andrea Marcucci (a nome anche di altri 36 senatori dem) ha speranze di inceppare il cammino della legge di Bilancio che la maggioranza sta per approvare definitivamente alla Camera. Ieri pomeriggio, infatti, il presidente della Consulta Giorgio Lattanzi ha disposto che l’ammissibilità del conflitto di attribuzione sia trattata nella camera di consiglio del 9 gennaio 2019 e ha nominato come relatrice della causa la vicepresidente della Corte, la professoressa Marta Cartabia. In sostanza, Marcucci e gli altri senatori democratici chiedono che la Corte costituzionale dichiari illegittimo l’iter con cui governo e maggioranza hanno garantito il passaggio della manovra a Palazzo Madama, dove il maxiemendamento con pesanti modifiche al testo arrivato dalla Camera (quello che recepiva “l’accordo” con l’Ue) è stato depositato in Aula poco prima del voto, senza che il Senato abbia in sostanza potuto anche solo prenderne visione con calma o discuterlo.

Il duello governo-sindacati sulle pensioni

L’uscita è infelice, anche perchè arriva in concomitanza con i presidi realizzati ieri in tutta italia e davanti Montecitorio dai sindacati dei pensionati. “Neppure l’avaro di Molière forse si accorgerebbe di qualche euro al mese in meno”, ha ironizzato il premier Giuseppe Conte, prima di attaccare la protesta: “Scendono in campo, ma li ricordo silenti per la legge Fornero”, ha detto rivolto a Cgil, Cisl e Uil, pronti una mobilitazione nazionale contro la manovra.

La gaffe ha provocato la risposta furente delle sigle. “Si tagli il suo stipendio”, ha attaccato il leader dello Spi Cgil Ivan Pedretti. La rabbia è comprensibile: la categoria è dal 2011 – regnante Mario Monti – il bancomat dei governi. Quello gialloverde ci ha messo del suo.

Conte parla di “un meccanismo raffreddato progressivamente” e di un contributo “quasi impercettibile” per le pensioni più basse, nato dalla decisione di prorogare per altri 3 anni il blocco delle rivalutazioni all’inflazione degli assegni oltre i 1500 euro lordi mensili (3 volte il trattamento minimo). Il blocco funziona per fasce (sono 6), si va dalla rivalutazione al 97% per gli assegni tra 3 e 4 volte il minimo al 77% tra 4 e 5 volte fino al 40% oltre i 9 (4.500 euro).

Il meccanismo è “raffreddato” nel senso che dal 2019 doveva terminare il blocco deciso nel 2013 dal governo Letta, e prorogato da Renzi e Gentiloni, per passare a un meccanismo con sole due fasce (90% fino ai 2.500 euro e 75% oltre) e con la minor rivalutazione limitata alla sola parte eccedente i 1.500 euro e non su tutto l’assegno, come previsto dalla norma Letta e da quella del governo Conte.

Rispetto al blocco deciso nel 2013, quello che partirà nel 2019 sarà, per così dire, più favorevole per le pensioni fino a duemila euro lordi mensili. Qui la perdita per i pensionati si aggira (dati Spi Cgil) sui 4 euro in 3 anni e sale a 211 oltre i 2.500 euro e a 600 oltre i 3mila euro. Rispetto a quello che sarebbe scattato nel 2019 senza interventi, il nuovo blocco è nel complesso assai più penalizzante per gli assegni oltre i 2.500 euro mensili lordi.

Dal 2012 a oggi queste misure hanno garantito introiti miliardari allo Stato a danno dei pensionati. Il “salva Italia” di Monti e Fornero bloccò del tutto la rivalutazione oltre i 1.500 euro per due anni. La norma fu bocciata nel 2015 dalla Consulta. Il governo Renzi restituì ai danneggiati (5,5 milioni di persone) solo 2,2 miliardi, in media il 12% di quanto perso con una misura che ha fatto risparmiare al governo 9 miliardi (16 contando il danno futuro, visto che l’assegno su cui viene calcolata la rivalutazione si abbassa). Renzi lo ribattezzò, senza sprezzo del ridicolo, “bonus Poletti”. Il blocco deciso da Letta ha tolto ai pensionati altri 2 miliardi, più o meno i risparmi stimati dalla misura attuale. Il “bancomat pensioni” è valso oltre 20 miliardi.

Al premier sfugge la speranza del rimpasto, ma Di Maio (per ora) è contrario e si irrita

Quella mezza ammissione è un problema. E infatti a conferenza finita da Palazzo Chigi smentiscono e precisano, mentre ai piani alti del M5S mettono il broncio. Naturale, leggendo il Giuseppe Conte che ieri non ha chiuso a un rimpasto di governo: “È un discorso che un po’ esula dalla sensibilità del presidente del Consiglio. Maturerà nel caso in seno a una delle forze politiche, se dovesse esserci l’esigenza la valuteremo se e quando si porrà il problema nel massimo della razionalità”.

Certo, poi ha anche aggiunto che “siamo nel periodo ipotetico del terzo, quarto grado”. Ma quelle sillabe molto leguleie, riportano a galla chiacchiere e veleni che circolano da settimane. Perché il maltempo stabile nei sondaggi e i mal di pancia di tanti parlamentari, furibondi con quei “ministri e sottosegretari che non rispondono al telefono”, avevano portato molti a invocare cambi nella squadra.

Un’idea a cui Conte, raccontano, non è pregiudizialmente contrario. Anzi. Ma Luigi Di Maio, il capo politico, per ora non ne vuole sapere e con lui i maggiorenti del Movimento: “Almeno fino alle Europee non si può toccare nulla, la fase è troppo delicata”, è il ragionamento. Così da Chigi si affrettano a giurare: “L’ipotesi di un rimpasto è del tutto irrealistica”. Anche se le lamentele su tre o quattro sottosegretari sono fortissime e se, dalla pancia del M5S, tira vento contrario contro almeno tre ministri: il responsabile delle Infrastrutture Danilo Toninelli e la ministra della Salute Giulia Grillo, dimaiani di ferro. E contro il ministro alla Cultura Alberto Bonisoli. Per adesso, tutti schermati dal capo politico.

Comunque il tema si porrà dopo le elezioni di maggio, se la Lega dovesse sfondare il 30 per cento e lasciarsi molto dietro il M5S.

A quel punto,riconoscono i grillini, Salvini chiederebbe più peso nell’esecutivo e punterebbe innanzitutto al ministero di Toninelli, assai ghiotto per il Carroccio. Ma anche il dicastero della Salute è nelle mire dei leghisti, che promuoverebbero nel caso il sottosegretario Luca Coletto, già assessore in Veneto. “Se dovesse servire Luigi difenderà Giulia e Danilo” dicono dai 5Stelle. Attenti, al vento.

@lucadecarolis

Il “Sig. Nessuno” ora è popolare. Resterà almeno un altro anno

È passato dall’essere un “signor Nessuno” a meritare un giudizio pienamente sufficiente: tanto più che, per alcuni sondaggi, al momento è il politico più popolare. Gli italiani lo considerano “meno pupazzo” rispetto ai primi giorni di governo e ha sorpreso in positivo anche chi è fuori dall’Italia, forse visto che le aspettative di partenza erano basse. In questi mesi l’ho visto ritagliarsi più spazi di autonomia da Salvini e Di Maio, ma è illusorio pensare che potrà prendere decisioni da solo. Certo è un po’ “noioso”, alla maniera istituzionale (stile Gentiloni e Letta), ma non fa troppe gaffe ed è bravo nella comunicazione perché lascia che siano i due azionisti di maggioranza dell’esecutivo a spararla grossa, ad essere controversi, mentre lui si sforza di fare l’equilibrista: da equilibrista ha agito durante la trattativa con l’Europa, tenendo uniti i gialloverdi; lo stesso ha fatto ieri in conferenza stampa, nonostante sia più vicino al Movimento 5 Stelle – infatti ha affermato che il reddito di cittadinanza è stato un fattore nel fargli accettare di salire a Palazzo Chigi, come nei primi giorni ha rivendicato la bontà del populismo – ha pure difeso la Lega da chi la accusa di razzismo. Penso che rimarrà al suo posto almeno un altro anno.

Una sorta di “dottor Sottile 2”, ma non ha alcuna dote da leader

Lo sono andata a sentire a Plazzo Chigi e ha parlato per tre ore declinando tutti i verbi al futuro, non ha espresso posizioni originali né affrontato le contraddizioni. Più che avvocato del popolo è l’avvocato del governo – soprattutto dei Cinquestelle – perché tranne che sui tagli al volontariato ha difeso tutto quello che hanno fatto. E ha fatto bene a difendere il Reddito di cittadinanza, ma se davvero la riforma privilegia solo alcune fasce, va per aria. Sul taglio dei fondi per l’editoria ha detto semplicemente “faremo un tavolo di lavoro…”. Ha usato il futuro perché ha l’ottimismo dell’avvocato, di chi deve seguire una famiglia con un due figli un po’ litigiosi così per calmare le acque minimizza i problemi e massimizza i risultati raggiunti. È una sorta di dottor Sottile 2, anche se Giuliano Amato era più complesso. Ma ha le sue doti, è uno stacanovista, è garbato. Qualità politiche che spesso significano una lunga carriera. Infatti nella trattativa con Bruxelles è stato bravo. Apprezzo le sue doti e il suo ruolo perché siamo in una situazione strana e senza di lui sarebbe stata ancora più complicata. Il suo ruolo è quello di un esecutore “tecnico” del contratto di governo, e non potrebbe essere altrimenti perché nei suoi due vicepremier c’è tanta leadership che lui passa in secondo piano. Ma è proprio grazie a lui, che parla sempre con tutti, che si evitano gli strappi.