Come il Candide di Voltaire che crede di vivere nel migliore dei mondi possibili, Giuseppe Conte è il presidente del Consiglio in quello che lui ritiene essere il “migliore dei governi possibili”. Mi è venuta in mente questa immagine di Conte-Candido per le sue dichiarazioni durante la conferenza stampa. Con un ottimismo che fa parte del ruolo, il premier ha rivendicato le cose fatte e ricordato quelle che si faranno.Certo, di fronte ai cronisti a Palazzo Chigi non ha detto niente di nuovo, ma lo ha detto bene, comportandosi come un “democristiano inconsapevole”. Non si sbilancia né da una parte né dall’altra, è equilibrato e indefinibile. Non lo si può davvero classificare politicamente. E questa è la sua cifra nel fare politica, che gli consente di evitare strumentalizzazioni. Così ha ribaltato le prime valutazioni dei giorni del suo insediamento, quando veniva deriso perché sembrava destinato a essere il vice dei suoi vice-premier. Invece ora è lui che può rivendicare i risultati del negoziato con l’Unione europea sulla manovra di bilancio: e dire che Salvini e Di Maio lo avevano mandato avanti per far ricadere sulle sue spalle le conseguenze di un eventuale insuccesso. Ma credo che l’autentico atto di coraggio del presidente Conte sia stato dichiarare la propria fede nei colori giallorossi della Roma, visti i tempi che corrono…
Conte fa il “populista” e gode: “I sondaggi restano buoni”
Giuseppe Conte non è Luigi Di Maio, neanche un po’. Perché lui è il presidente del Consiglio ma anche l’avvocato del popolo e allora, nella sua prima conferenza di fine anno, può dire quello che il suo vice non dice da parecchio, ossia rivendicare “la natura populista di questo governo”. Ma soprattutto Conte ha un frasario che Di Maio non ha. Così ecco i termini legulei per spiegare che “l’amalgama tra il giallo e verde”, ossia tra M5S e Lega, funziona che è una meraviglia, e che tanto farà “questo che non è l’esecutivo delle lobby”. Grazie anche alla manovra che “non è stata scritta da Bruxelles”. Però tra un modus operandi e un in medio tempore Conte si mostra anche umano.
Quindi infila qualche lapsus, ribadisce che è romanista, e butta la palla in tribuna. Sul Tav, ad esempio. E sul condono, tema che lo irrita, tanto che alza la voce. Frammenti da una conferenza di circa tre ore nella sala polifunzionale della presidenza del Consiglio, quella dove l’allora ministro del Lavoro Elsa Fornero pianse annunciando la sua riforma delle pensioni. Sette anni dopo, ecco il premier del governo che vuole superare la legge Fornero. L’uomo che si muove in base al contratto di governo, che per lui è la chiave di “un’esperienza che cambierà la politica”. Perché si sente forte Conte: “Manteniamo gli impegni presi nero su bianco, e se i sondaggi a distanza di mesi ci danno ancora molto apprezzati è dovuto a questa coerenza”. Però ci sono pure i nodi.
Per esempio gli chiedono come farà a trovare 23 miliardi nel 2020 per impedire che scattino le clausole per l’aumento dell’Iva e lui schiva: “Non va trascurato che in pochi mesi abbiamo dovuto recuperare 12,5 miliardi per neutralizzare l’incremento dell’imposta. Continueremo nel 2020 e 2021 e ci impegniamo a impedire l’incremento dell’Iva”. E comunque lui è fiducioso: “Non è possibile che non si realizzi una crescita robusta”. Anche grazie alla manovra che “è quella che abbiamo sempre voluto”. E che, ripete, non è farina del sacco dei commissari europei: “Non l’hanno scritta a New York, pardon a Bruxelles” dice per due volte, e al secondo errore ride. Ma l’essenziale è che “i commissari non sono mai entrati nel merito dei punti qualificanti della nostra legge di Bilancio”, ossia reddito di cittadinanza e quota 100, perché “la discussione ha riguardato solo i saldi finali”.
Piovono domande sul taglio dei finanziamenti all’editoria. E le risposte sono un po’ così: “Bisogna sacrificarsi un po’ tutti quanti, ingegnatevi nel trovare risorse alternative”. Evoca un tavolo apposito, il premier. Gli domandano della norma sugli appalti, che permetterà ai sindaci di affidare in via diretta, cioè senza gara, lavori fino a 150 mila euro. E si scalda: “Ne rivendico l’efficacia, gli appalti con le attuali norme sono fermi e allora come si cresce? In attesa della riforma del codice degli appalti, che faremo in pochi mesi, andiamo così. Con l’Anticorruzione chi violerà la legge subirà il carcere vero”. Poi arriva il Tav, perché gli rammentano che il verdetto sull’analisi costi-benefici doveva arrivare entro la fine dell’anno. Il premier si infastidisce. E prima promette (“Andremo a vedere sul territorio, sono come San Tommaso”) poi allunga i tempi: “Faremo di tutto per comunicare l’esito dei lavori prima delle elezioni europee, nell’arco di pochi mesi cercheremo di trarre le conseguenze”.
Ma va davvero tutto bene, ossia è intoccabile il contratto di governo? Conte apre a modifiche, come Matteo Salvini: “La possibilità di un tagliando non è da escludere, per vedere cosa si può fare meglio e introdurre nuove misure”. Quindi gli citano Papa Francesco sui migranti. E il premier va di excusatio non petita: “Non credo che io o il governo abbiamo accusato i migranti di tutti i mali, spesso sono le vere vittime: bisogna rafforzare i corridoi umanitari per farli venire in Italia”. Certo, chiede anche scusa Conte. Per l’aumento dell’Ires per le associazioni non profit (“Mi assumo la responsabilità dell’errore”) e in parte per la manovra approvata a colpi di fiducia: “Non è la situazione ideale”.
Però alla fine si arrabbia. E la miccia è il fisco, per cui minuti prima aveva promesso una riforma, anche con pene più severe per gli evasori. Ma Il Fatto insiste, ricordando il condono e la latitanza della lotta agli evasori dall’agenda. Ergo, il quesito è se il promesso decreto chiamato manette agli evasori vedrà mai la luce, visto anche il muro della Lega a provvedimenti del genere. Conte strabuzza gli occhi: “Non è vero che abbiamo fatto condoni a destra e a manca, ma definizioni agevolate per permettere di ripartire da zero. Non abbiamo introdotto nuove cause di non punibilità”. Cita numeri, casi.
E conclude: “Un’istanza del genere non è nelle corde del vicepremier Salvini, non è nella sensibilità della Lega. Lei pensa che vogliano l’elusione fiscale? Sta facendo un torto al Carroccio”. Auguri, presidente.
I Conte senza l’oste
Giacobino. “(Conte) amico del popolo. Come Marat” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 21.5).
Maggiordomo comunista. “Vogliono rifilarci un altro premier di sinistra”, “Mattarella non digerisce il premier maggiordomo” (Libero, 22.5).
Falsario/1. “Il falso Conte”, “E sul premier in pectore c’è pure l’ombra di Stamina”, “un falsario” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 23.5).
Falsario/2. “Un laureato così non lo merita neppure l’Italia” (Vittorio Feltri, Libero, 23.5).
Marcio. “Mattarella sceglie la mela guasta, Conte premierino” (Renato Farina, Libero, 24.5).
Figuraccia. “Il professor Conte non ha alcuna esperienza di amministrazione. Niente, nada, nothing, nichts, rien. E come lo facciamo esordire? Al ponte di comando di un Paese occidentale, mentre il mare internazionale è agitato. È come se la Marina militare affidasse la portaerei Cavour a un caporale degli alpini… Si può fare, ma è da incoscienti… Nel mondo quello che sta accadendo in Italia viene forse classificato nella (fastidiosa) categoria del pittoresco. Ma in Europa vedono tutto, e capiscono abbastanza bene” (Beppe Severgnini, Corriere, 27.5).
Somaro. “È scivolato sulle parole come uno studentello impreparato” (Sebastiano Messina, Repubblica, 7.6).
Ignoto 1. “Ci sono due domande che le sei delegazioni in arrivo in Canada per il G7 si stanno ponendo… Due quesiti banali, quasi elementari… ‘Chi è Giuseppe Conte?’ e ‘quanto durerà questo governo?’. Due interrogativi che… esprimono la situazione di difficoltà diplomatica in cui è precipitata l’Italia nelle ultime due settimane” (Claudio Tito, Repubblica, 8.6).
Tutor.“Non si sa bene se sghignazzare o preoccuparsi quando il presidente Conte, nel mentre sta per essere fatto fesso dall’ormai proverbiale microfono traditore, si china verso Di Maio per chiedergli: posso dire la tal cosa? E quello risponde rapido, con la manina sulla bocca: no… Un formidabile saggio di come non solo egli sia sprovvisto della Grazia di Stato, ma anche dei guai che possono derivargliene nel caso in cui non abbia il tuo (sic) tutore al suo fianco” (Luca Bottura, Repubblica, 8.6).
Comparsa. “Conte alla prova G7. L’Italia ora rischia un ruolo da comparsa” (Repubblica, 8.6).
Zelig. “Il Conte Zelig. Il presidente esecutore. Il premier fantasma. L’uomo invisibile. Pinocchio tra il Gatto Di Maio e la Volpe Salvini. Il primo presidente del Consiglio di cui non si conosce un’idea…” (l’Espresso, 10.6).
Non conta. “Conte sta dimostrando di non contare niente” (Filippo Facci, Lib, 13.6).
Carneade. “Un Carneade disponibile a declassare il proprio ruolo da guida della politica nazionale a mero esecutore del programma” (Livio Caputo, Gior, 14.6).
Chi? “Conte chi? Un italiano su 3 non sa chi è il premier” (Renato Mannheimer, Gior, 24.6).
Pollo. “Ufficiale: Conte è un pollo. Si è fatto infinocchiare” (Feltri, Lib, 30.6).
Gassoso. “L’inesistenza di Conte, il premier ‘gassoso’ sparito da ogni radar. Fagocitato dai vice, vive ‘con la fede nella causa’ come il personaggio di Calvino” (Gior, 8.7).
Burattino. “Conte è un gentile e ben rappresentato burattino, i cui fili sono mossi dai due burattinai che se lo sono inventato” (Eugenio Scalfari, Rep, 8.7).
Non c’è. “Da quanto abbiamo visto nel primo mese, il vero presidente del Consiglio è stato Salvini; ora è in atto un tentativo di recupero da parte di Di Maio… Governare così è molto difficile. E a Conte non ci resta che lanciare un appello: se ci sei batti un colpo” (Luciano Fontana, Cor, 9.7).
Imbroglione. “C’è un Conte che finge di essere capo del governo… un penoso dire e non dire, per dichiarare sempre il totale accordo con Salvini e Di Maio… È un mix di imbroglio e incompetenza, per servire il Di Maio così come il Salvini” (Emanuele Macaluso, Il Dubbio, 11.7).
Servo. “Conte servo di tre padroni. Il presidente del Consiglio supera Arlecchino. Dopo Salvini e Di Maio, anche Mattarella dà ordini al professore-scolaro” (Renato Farina, Lib, 14.7).
Burattino e pupazzo. “Conte, il burattino che non riesce a diventare Pinocchio… Non vanno liquidate con le risate le ricorrenti piccole-grandi truffe curriculari del premier Conte che accademicamente è una figura ben più drammatica che ridicola… Quando accettò di fare il premier per procura capimmo che sarebbe stato il pupazzo di Di Maio&Salvini, il vice dei due vice… Forse si sente anche lui una finzione giuridica dell’Italia a 5 stelle, l’Agilulfo di Calvino, che non era un cavaliere ma una lucida armatura vuota… Insomma Conte è il ‘Quo vado’ di Zalone: cerca ancora il posto fisso” (Francesco Merlo, Rep, 12.9).
Inesistente. “Conte non esiste, ecco perché piace… Non decide nulla” (Denise Pardo, Espr, 16.9).
Barone. “Più barone che Conte” (Espr, 23.9).
Azzeccagarbugli. “Il premier si ritaglia un nuovo ruolo: da avvocato degli italiani ad azzeccagarbugli nazionale” (Mario Calabresi, Rep, 23.9).
Vicecasalino. “Tra Conte e Casalino il vero uomo forte non è il presidente ma il suo portavoce” (Sebastiano Messina, Rep, 23.9).
Suddito. “Apocalisse di un premier. L’immagine di Conte svela una sudditanza totale” (Espr, 30.9).
Badoglio. “Conte-Badoglio, l’armistizio lo rovinerà. Dovrà vestire i panni del Maresciallo per chiudere la guerra con l’Ue aperta da Salvini e Di Maio. I due leader lo immoleranno” (Augusto Minzolini, Gior, 5.12).
Zerbino. “E ora pure Conte bacia la pantofola della Merkel” (Lib, 19.6).
Non è pirla. “Notiziona: Conte non è un pirla. Putin e Trump lo sostengono. Incredibile: mentre l’Ue ci bastona, nel mondo pesiamo più che mai. E perciò il premier è oggetto di corteggiamento, come ieri al Cremlino” (Farina, Lib, 25.10).
È un tappetino. “Conte tappetino della Merkel. Altro che ‘cambiamento’. Si sdraia davanti alla cancelliera sperando di ottenere qualche favore” (Lib, 15.12).
Protagonista. “Conte prova a uscire dall’ombra. Il nuovo protagonismo per smarcarsi dai vicepremier Di Maio e Salvini” (Stam, 9.8).
Decide lui. “Conte sotto attacco per le nomine: ascolto tutti, ma poi decido io” (Cor, 17.9).
Comanda lui. “Conte frena Lega e M5S: ‘Basta liti con Bruxelles, ho paura per lo spread’” (Stam, 25.10).
Oscura tutti. “Conte oscura i due vice. Il premier si è preso in silenzio lo scettro del comando. E Casaleggio punta sul suo bis. A Bruxelles è visto come l’unico esponente del governo con cui ragionare” (Gior, 4.12).
Ah no, è oscurato. “Salvini fa fuori Di Maio e Conte” (Gior, 10.12).
Rioscura Salvini. “Conte taglia Salvini. Il premier pronto a sacrificare la riforma delle pensioni” (Gior, 11.12).
Tratta lui. “Salvini e Di Maio mettono Tria all’angolo. Sarà il premier Conte a trattare con l’Ue” (Stam, 3.12).
Trattano loro. “Deficit, Conte nella morsa dei vice. Cerca altri 3 miliardi, ma Salvini e Di Maio non vogliono” (Stam, 18.12).
Ci salva lui. “L’Europa ha fatto scattare i salvavita. A Bruxelles ha negoziato Giuseppe Conte. Una rivincita dei tecnici contro l’arroganza gialloverde” (Rep, 20.12).
Ha vinto lui. “‘Fattore Conte’: lo stile del compromesso. Novello Sancho Panza tra i due leader-Don Chisciotte ha saputo approfittare del sostegno di Mattarella e Draghi. I contatti con Juncker e la tela con l’Europa. Monti lo omaggia: ‘Sei stato bravissimo’” (Mario Ajello, il Messaggero, 20.12).
Il più saggio. “Il premier Conte da presunto burattino a saggio politico” (Caputo, Gior, 23.12).
Il più popolare. “L’indice di gradimento per Giuseppe Conte rimane alto, 60%, superando Renzi e Berlusconi alla stessa distanza dall’insediamento” (Nando Pagnoncelli, sondaggio Ipsos-Corriere della sera, 27.12).
Ecco, cari “colleghi”: non avrete un tantino esagerato?
Era tutto un altro Gipi: le storie semplici e arrabbiate prima del successo
Gianni Pacinotti, Gipi, è nato a Pisa nel 1963. Il suo primo libro importante, Esterno Notte, esce nel 2003, quando lui ha già 40 anni, il successo vero arriva cinque anni dopo, con LMVDM, La mia vita disegnata male. E prima? Certo, sapevamo che Gipi aveva lavorato per varie riviste, ma non aveva lasciato tracce memorabili e, soprattutto, quelle riviste erano ormai quasi introvabili e dunque praticamente nessuno dei suoi estimatori contemporanei aveva letto quella produzione delle origini. Gli editor di Coconino hanno recuperato storie, strisce, disegni ora raccolti nel volume Boschi mai visti. Con la sua matura consapevolezza di oggi, Gipi scrive un’introduzione che offre la perfetta chiave di lettura di queste storie, storielle, provocazioni, pubblicate soprattutto su Blue, una storica rivista erotica, ma anche su Cuore. Sono fumetti che parlano di “rabbia e povertà”, che raccontano un mondo in bianco e nero, buoni (i poveri, i provinciali) contro i cattivi (i potenti, i ricchi, quelli delle grandi città). Niente dubbi, niente domande. L’erotismo non è quello scanzonato di Andrea Pazienza, per dire, ma è anch’esso una declinazione di un odio di classe che all’epoca, metà anni Novanta, soffocava anche il talento dell’allora quasi giovane fumettista. Poi Gipi ha imparato a scavarsi dentro, ha scritto e disegnato fumetti violenti in un senso diverso, perché brutalmente onesti, che paiono strappati dalle sue viscere per quanto sono personali e sofferti. Il tratto essenziale, la capacità di creare tensione narrativa con un semplice sfondo già si intravedono nella raccolta di racconti. Però manca la sofferenza, manca tutto quello che ha reso Gipi un grande fumettista. E, alla fine, è proprio nella distanza tra quella produzione e gli splendidi libri di oggi che si misura il talento dell’autore.
Tornano “le Cronache di Narnia” illustrate
I ragazzi amano immedesimarsinei protagonisti di storie fantastiche, soprattutto quando i personaggi di quelle avventure sono loro coetanei. Dopo il successo dei romanzi e dei film che hanno catturato anche i più grandi, Le Cronache di Narnia di C. S. Lewis tornano in libreria rivolti ai più piccoli: i ragazzi dai 9 ai 13 anni, l’età in cui l’occhio della mente rende nitido l’immaginario e l’animo sobbalza al ritmo delle emozioni dei loro eroi.
Mondadori pubblica la saga che ha reso famoso lo scrittore irlandese nella collana Oscar Bestsellers suddividendola in sette libri che cominciano con Il nipote del mago per arrivare a L’ultima battaglia. In realtà il libro che apre la collana fu uno degli ultimi a essere scritto da Lewis (mentre il primo è stato Il leone, la strega e l’armadio), ma è cronologicamente precedente alle avventure di Peter, Susan, Lucy ed Edmond e rappresenta la creazione del mondo fantastico di Narnia. Ogni libro è arricchito con illustrazioni delle tavole originali che l’artista inglese Pauline Baynes – la più importante e famosa ad aver decorato la saga di Lewis – eseguì per la casa editrice francese Gallimard. Mentre aggiornata è la traduzione, curata per questa edizione dallo scrittore di fantascienza e fantasy Giuseppe Lippi, scomparso il 15 dicembre scorso.
Ennio Calabria “Verso il tempo dell’essere”
A volte succede. È raro. Ma succede. Mentre di solito siamo preda di mostre mediocri, dove ad attrarre è più il nome altisonante (quasi sempre straniero) piuttosto che la qualità delle opere esposte, accade al contrario di trovare (finalmente) una personale importante dedicata a un artista italiano, vivente, e in uno spazio museale ampio e ben organizzato (Museo di palazzo Cipolla, a Roma).
Al centro c’è Ennio Calabria, nato a Tripoli, ma da sempre a Roma, nella sua storia esposizioni alla Biennale e alla Quadriennale, e una capacità rara di immergersi nell’attuale senza perdere di vista una proiezione non semplicemente onirica, ma sintesi di ragionamento e sensibilità. Perché di solito la vulgata dà l’artista sopra le nuvole, concentrato altrove, sensibile alle sensazioni soggettive, le impressioni diventano gesti, i pensieri delle previsioni frutto di intuizioni. Per fortuna non è sempre e solo così.
Calabria è un artista per il quale la storia del Paese ha spesso coinciso con la sua visione, e se da una parte è un pregio (vista la qualità della ricerca), troppo di frequente lo ha schiacciato alla mera interpretazione sociale e politica, sottovalutando la sua portata creativa. Scrive Ennio Calabria nel 1986: “L’opera d’arte è simile a un ‘fatto’, cela nel proprio mistero un groviglio eterogeneo di livelli e di culture come i ‘fatti’ quando accadono. L’opera, allorché è, produce nuove associazioni conoscitive, in quanto più che commentare l’esistente aggiunge a esse appunto ‘un fatto altro’. Dunque l’opera d’arte nasce sempre un attimo prima della propria teoria. Il territorio sul quale essa si sviluppa è quello degli ‘accadimenti’, delle contraddizioni che emergono, malgrado le intenzioni mentre si persegue un’ideologia”.
Accadimenti, contraddizioni, intenzioni, ideologia, parole e concetti presenti sempre dentro le oltre 80 opere esposte, dalle prime del 1958 fino alle realizzazioni più recenti, dove si scopre un artista mai prono alle mode, mai sedotto dalle soluzioni semplici o semplificate, ma propenso a ribaltare la sua tavolozza e le presunte certezze verso una ricerca continua e sorprendente, sempre senza troppi ostacoli tra occhio e mente.
Esattamente come nella parte finale della mostra, dove Ennio Calabria si confronta con se stesso attraverso una serie di autoritratti, non compiacenti. Diretti. Lucidi. In alcuni casi lividi. E non è una questione di semplice correttezza con l’altrui, ma il desiderio di scavare anche a costo di svelare atavici timori.
Quant’è cattiva Glasgow nel 1973, tra boss “ricchioni” e poliziotti corrotti
Periferia di Roma? La Gomorra di Scampia? Leggiamo: “Fece finta di non vedere gli sguardi bellicosi di due bambini sui dieci anni seduti su un muretto, i cappucci della giacca a vento tirati su, che si stavano scambiando un sacchetto di patatine pieno di colla. Le recinzioni dei giardini erano state abbattute o fatte a pezzi molto tempo prima. Il marciapiede e i giardini erano diventati un’unica indistinguibile scia di carrozzine rotte, cassonetti rovesciati, più qualche frigo abbandonato qua e là”. Qualche riga avanti c’è persino “una sportina di plastica con dentro un feto abortito”.
Degrado, violenza, crimine, droga, alcol, corruzione. È la Glasgow del 1973. Tutto nel mese di gennaio, ché Alan Parks scriverà altri undici noir dedicati ai mesi dell’anno. Glasgow è brutta e cattiva, parola del poliziotto autoctono Harry McCoy, un ispettore trentenne sfondato dalle birre e dal dolore. Cresciuto abbandonato – papà alcolista e mamma andata via – ha come amico uno spietato boss della città, Stevie Cooper. Il giorno di Capodanno, McCoy viene “convocato” in carcere da un altro boss, Howie Nairn (“Non riesco a credere che Howie Nairn fosse un ricchione”) che gli rivela una dritta: una certa Lorna verrà ammazzata il giorno dopo. Lorna viene uccisa, il suo assassino si suicida e finanche Howie viene fatto fuori sotto le doccia, in galera. McCoy indaga, si trascina appresso i suoi demoni e rimane intrappolato nel classico gioco più grande di lui. In una città brutta e cattiva i poveri cercano pub sudici e a basso prezzo, i ricchi la lussuria in tutte le sue perversioni. Grande noir scozzese (si chiama “tartan noir”), grande ritmo.
Il tennis è ormai un genere letterario
Facile affermare oggi di seguire il tennis, quando campioni come Roger Federer e Rafael Nadal sono vere e proprie star. Elegante il primo ed energico il secondo, molto si è scritto sulla loro rivalità (fuori dal campo è nota la loro amicizia). Come pure testimonia Borg-McEnroe. Due rivali che hanno fatto la storia del tennis di Stephen Tignor (HarperCollins) – rivali indimenticabili lo furono anche Pete Sampras e Andre Agassi o Monica Seles e Steffi Graf –, sono molte le storie che infuocano questo sport da sempre. Lo narra molto bene, per esempio, Luca Bottazzi che in Tennis. 100 anni di storie (De Vecchi) inizia dal primo tentativo di codifica del gioco di Antonio Scaino nel 1555 (la pallacorda) e il brevetto dell’anglosassone Lawn Tennis che ingloba il Real Tennis. Passando per il primo Wimbledon del 1887 e giungendo alla modernità, quello di Bottazzi è un tentativo di enciclopedia al cuore di questo sport.
Tuttavia, pur nella rivalità, è il precipitato dei singoli campioni ad abbrancare l’attenzione del pubblico: John McPhee in Tennis (Adelphi), tra le file del resoconto punto a punto della storica semifinale di Forest Hills 1968 tra Clark Graebner e Arthur Ashe, traccia il ritratto vivido di Ashe, primo giocatore nero a essere entrato nel ranking della Coppa Davis. Riprova di tale fascinazione ecumenica è il successo ottenuto da Open di Agassi (Einaudi), un grande romanzo americano che usa come addentellato narrativo il tennis e che ha il pregio di varare questa nuova fortunata stagione editoriale di letteratura su questo sport, capace – lo racconta David Foster Wallace in Il tennis come esperienza religiosa (Einaudi) – di fondere la bellezza apollinea del gesto di una volée perfetta con la lordura degli interessi economici, l’impalpabilità del talento contro la forza bruta. Al contrario, un poco deludente è L’uomo che baciava le nuvole, ovvero le “memorie e il diario di guerra” di Roland Garros (66thand2nd), cui è dedicato l’omonimo, famosissimo torneo francese.
Il primo, però, ad aver rintracciato nel tennis una semiotica dell’animo umano è Gianni Clerici: l’ultimo innesco della sua particolare lettura della materia è il raffinatissimo Il tennis nell’arte. Racconti di quadri e sculture dall’antichità a oggi (Mondadori), che incrocia le raffigurazioni artistiche del tennis per mano di Tiepolo, Boccioni, Calder e altri al racconto autobiografico.
Se, però, una tale mitologia è stata possibile, lo si deve a un momento ben preciso in cui il tennis diventa popolare: il secondo dopoguerra. Con particolare arguzia, in Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi) Matteo Codignola rintraccia lì i primi divi, le prime leggende: Bobby Riggs, che giocò indossando un cappotto di cammello, Torben Ulrich, fissato con il suono perfetto che doveva fare la pallina sulle corde, Suzanne Lenglen, che girava accompagnata da mamma e papà e si abbeverava di cognac, tra gli altri. Ma è qui, dietro vezzi, fragilità e divagazioni coltissime, che la raccolta supera i limiti del classico racconto sul tennis – “che non si lascia quasi raccontare”, sostiene l’autore – e lo inquadra brillantemente definendolo “il remake più o meno infinito di se stesso”.
Lillo e Greg: comicità pura grazie a spirito d’osservazione, fantasia e cattiveria
Càpita di rado di entrare in un teatro e cominciare a ridere a crepapelle appena seduti, per non smettere più nemmeno dopo esserne usciti. È quello che accade a chi ha la fortuna di assistere al nuovo varietà di Lillo&Greg Gagmen. I fantastici sketch (al teatro Olimpico di Roma fino al 6 gennaio). Questa comicissima coppia di comici, sulla breccia dai primi anni 90, conserva una freschezza e una capacità di rinnovamento impressionanti, tant’è che non perde mai un colpo. Anzi ne aggiunge continuamente di nuovi. Lo spettacolo attinge dal loro repertorio teatrale, televisivo e radiofonico, ma inserisce molte novità che riescono sempre a sorprendere. A cominciare dall’esilarante canzoncina (i due sono anche cantanti, nel gruppo humour-musicale Latte & i Suoi Derivati, acronimo Lsd) che spiega chi dei due sia Lillo, cioè Pasquale Petrolo, e chi Greg, cioè Claudio Gregori. Strepitosa la parodia del tipico talk show che passa dalle storie drammatiche della tv del dolore alle gag scoreggione del comico di provincia senza soluzione di continuità. O lo sketch demenziale dei supereroi, con l’Uomo Bradipo che non riesce a tenere il ritmo degli altri. O quello sulla setta “Puntina Occhio!”. O la storia dei due uomini che fanno di tutto per vincere la gelosia e la sfiducia verso la propria compagna, anche se ogni evidenza dice che sono cornuti. Puro virtuosismo la scenetta dello psicanalista che diventa paziente del suo paziente, in un continuo e travolgente scambio di ruoli. Tutte dimostrazioni di come basti pochissimo per far ridere: un pizzico di fantasia, di spirito di osservazione e di cattiveria. Ma sono pochissimi a possedere quel pochissimo. E Lillo e Greg, come i comici veri e puri, sono fra questi.
L’amore ai tempi di “Miss Julie”
Lei, quella ricca, è ovviamente progressista e libertaria: può permetterselo; lui, quello povero, è ovviamente reazionario e classista (e maschilista ecc.): non è l’amore ai tempi del sovranismo, o del colera, o delle mele, ma il canovaccio più banale di sempre, costruito su una passione travolgente quanto insensata, sbilanciata, osteggiata…
Dall’impianto non si sottrae After Miss Julie, una pièce del 1995 per la Bbc di Patrick Marber – sceneggiatore già candidato all’Oscar 2005 per Closer –, ora, per la prima volta, allestita in Italia, prodotta dal Parenti di Milano, diretta da Giampiero Solari e interpretata dai bravissimi Roberta Lidia De Stefano, Lino Guanciale e Gabriella Pession, questi ultimi reduci da La Porta Rossa sulla Rai. È merito loro – ottimamente concertati dal regista – se la tragedia funziona, attirando a teatro, grazie alla fama televisiva, molto e caloroso pubblico.
Come lascia intendere il titolo, il dramma è mutuato da La signorina Julie di August Strindberg (del 1888): pur fedele al plot, Marber sposta la storia nell’Inghilterra del 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, e la versione italiana azzarda un ulteriore slittamento a Milano, all’indomani della Liberazione. Protagonista resta Giulia: nobile, pazza con tendenze suicide, che soffre di “mal d’amore” e dà confidenza a tutti, persino all’autista del padre, Gianni, promesso sposo di Cristina, la cuoca.
“I ricchi non dovrebbero abbassarsi mai, perché se si mischiano al volgo diventano volgari”: Giulia, infatti, si dimostra tutto fuorché una “signorina”, impegnata com’è a trasgredire, folleggiare, sbalordire, far mostra di sé e dar spettacolo. Svampita, cresciuta coi nobili ideali dell’emancipazione, della libertà, dell’autodeterminazione femminili, Giulia non si è mai nemmeno emancipata dalla condizione di bambina, figuriamoci il resto: non reggerà allo scontro (non è uno spoiler: va a finire come in Strindberg, ndr) con la cruda realtà, fatta di soldi per mantenersi, di matrimoni (altrui), di obblighi familiari, di malelingue e altre belle cose.
La trama è più che avvincente: dopotutto, si regge su un rapporto sadomaso o servo-padrone, che dir si voglia. Impeccabile è poi la costruzione – scuola inglese – di Marber, sia per i dialoghi sia per il ritmo. Eppure, è proprio a lui, l’autore quasi premio Oscar, a cui tocca fare le pulci: perché trasporre la vicenda nel Novecento, tanto lontano da noi quanto l’Ottocento di Strindberg? Tanto valeva, forse, lasciarla lì, oppure trovare un conflitto sociale più attuale rispetto a quello tra un’aristocratica e un autista del dopoguerra. L’adattamento italiano dell’adattamento britannico allunga ulteriormente il brodo, e così lo spessore etico-politico del dramma – la lotta di classe, l’emancipazione femminile e blablabla – si perde. Alla fine, resta solo un fogliettone sentimentale, molto godibile e pruriginoso.
Civitavecchia, Teatro Traiano, 5-6 gennaio; Gallarate, Teatro delle Arti, 8-9 gennaio; Casale Monferrato, Teatro Municipale, 10-11 gennaio; Sanremo, Teatro del Casinò, 12 gennaio; Busto Arsizio, Teatro Manzoni, 13 gennaio