Donald Trump
Categoria: Solitario
Voto: 5
Il presidente si è messo contro tutti e tutto. Contro il multilateralismo facendo saltare il documento comune al G7 in Canada, poi al vertice Opec e annacquando quello del G20. Ha preservato un rapporto con la Cina, la superpotenza più temuta, anche se ha mantenuto i dazi. Sul fronte interno ha perso una quantità indicibile di ministri, ultimo James Mattis che ha contestato il ritiro dalla Siria e dall’Afghanistan. Ha visto arrestato il suo avvocato per il Russiagate, ha perso la maggioranza alla Camera. Però al momento non ha uno sfidante e le presidenziali potrebbe vincerle o perderle da solo. Anche perché l’economia cresce e alla fine sarà questo il dato decisivo.
Xi Jinping
Categoria: Eterno
Voto: 7
È forse il leader dell’anno. Tutti lo cercano, tutti hanno bisogno dei capitali cinesi, sia sotto forma di prestiti che di investimenti. Xi Jinping potrebbe essere l’uomo che in Cina costituisce la prima svolta dopo 40 anni dell’era aperta da Deng Xiaoping, l’era del mercato e delle riforme in senso capitalistico. Jinping è il leader che sta cercando di proseguire sulla via delle riforme ma, come ha confermato il suo discorso che commemorava Xiaoping, recuperando centralità dello Stato e decisionismo. Da qui l’abolizione del limite ai due mandati presidenziali. Un segnale che la leadership cinese si prepara a tempi problematici, non più in linea con il poderoso sviluppo degli ultimi decenni.
Emmanuel Macron
Categoria: Senza gilet
Voto: 4
L’anno peggiore. Tra i leader occidentali non c’è chi abbia avuto un’annata più negativa di Emmanuel Macron, il presidente francese che nel 2017 sembrava avere il sole in tasca e che in poco più di un anno è divenuto il presidente forse più odiato dai francesi. Nessun risultato significativo sul fronte economico, una effettiva impasse per quanto riguarda la politica europea, dove lo storico asse franco-tedesco fa fatica a tessere la sua tela, il movimento dei Gilet gialli lo ha fatto precipitare nei consensi e nell’immagine. Per recuperare, Macron ha dovuto dare indicazione di sforare la soglia del 3% dei Trattati, ma non è detto che possa bastargli. Anche il caso Benalla lo mette a rischio.
Jair Bolsonaro
Categoria: Reazionario
Voto:4
Il Brasile ha forse il governo più a destra del pianeta. Gli attacchi espliciti e spavaldi di Jair Bolsonaro, che ha vinto le elezioni in novembre, contro i “comunisti”, le donne, i gay, la Foresta Amazzonica e l’amore per i militari e per il periodo d’oro della dittatura, getta il Paese in una prospettiva cupa. Bolsonaro gestisce questo programma reazionario in simbiosi con un liberismo alla Milton Friedman. Un mix micidiale. E i rapporti con Steve Bannon e quella che è considerata l’Internazionale sovranista ne fanno una pedina di un progetto più ampio.
Kim Jong-un
Categoria: Redivivo
Voto: 6
L’anno di Kim Jong-un è cominciato con il discorso di apertura alla Corea del Sud fino alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali in cui i due Paesi hanno marciato fianco a fianco. Da lì si passa poi al fatto più rilevante, la stretta di mano con Donald Trump nell’incontro del 12 giugno, preceduta da quella con il presidente sud-coreano. Fatti politici probabilmente dettati dalle difficoltà interne della Corea del Nord che, tramite la sorella di Kim Jong-un, ha ventilato l’ipotesi della riunificazione della penisola. E allora si tratterebbe di fatti storici.
Angela Merkel
Categoria: Tramonto
Voto: 6
La regina d’Europa si prepara a uscire di scena. Il 2018 è stato l’anno delle sconfitte elettorali, prima in Baviera e poi in Assia. Risultati che hanno registrato chiaramente la fine di un ciclo storico. Presidente della Cdu dal 2000, Merkel ha annunciato che non si ricandiderà alla Cancelleria e nel novembre 2018 ha lasciato la presidenza del partito a Anngret Kramp-Karrenbauer. A incalzarla è soprattutto la destra dell’Afd che contesta l’Unione europea. Lei si prepara forse a un incarico comunitario, ma la politica continentale non le gira più attorno.
Amlo
Categoria: Populismo
Voto: 7
Il 1º dicembre, il giorno del suo insediamento alla presidenza del Messico, è stato un evento. Andrés Manuel Lopez Obrador è definito un populista, e in parte è così. Ma “Amlo” è anche un prodotto della sinistra messicana e il suo programma elettorale, al momento, sarebbe una rivoluzione rispetto al secolare governo del Pri. Controllo dei mercati, ruolo dello Stato e soprattutto “onestà” e lotta alla corruzione. Amlo è in controtendenza rispetto ai fallimenti in Venezuela e Argentina. Spetta a lui riscattare il populismo sudamericano.
Theresa May
Categoria: Pasticci
Voto: 5
What a mess. “Che casino” è l’unica espressione colorita appropriata per definire la gestione della Brexit da parte dei Theresa May. Conquistato il governo sull’onda del successo del “leave” al referendum del 2016, May non è riuscita a portare il suo partito, i Tories, compatto al risultato finale: il via libera all’accordo siglato con l’Unione europea. La premier inglese ha certamente superato con abilità la trappola della sfiducia, vincendo la conta interna, ma il centinaio di parlamentari conservatori che le hanno votato contro non depongono per un buon risultato sul voto che si terrà in gennaio. Abile combattente, poco capace di gestire la politica inglese, a cominciare dal caso irlandese.
Khalifa Belqasim Haftar
Categoria: Uomo forte
Voto: 7
Fino a quest’anno era uno dei “signori della guerra” libica. Khalifa Haftar, generale della vecchia guardia di Gheddafi, fuggito negli Stati Uniti e da lì rientrato in Libia, è divenuto “l’uomo forte” della Cirenaica, la zona orientale del Paese, avverso agli islamici che governano Tripoli con Fayez Serraj e per questo sostenuto dall’Egitto, dalla Francia e soprattutto dalla Russia. Nel giro di un anno, però, Haftar è divenuto un protagonista della crisi libica sia per volere di Macron sia per la svolta italiana passata dal totale sostegno al governo di Tripoli a una linea di maggiore equidistanza tra i principali contendenti dello scontro. E il suo nome è divenuto sempre più conosciuto.
Mohammad Bin Salman
Categoria: Mandante
Voto: 1
Il fantasma Khashoggi perseguiterà a lungo Mohammed bin Salman (Mbs), il principe ereditario saudita che si prepara a divenire re del ricchissimo Paese arabo. Il corrispondente del “Washington Post”, ucciso nella sede dell’ambasciata a Istanbul, ha squarciato il velo su una monarchia tra le più oscure dell’area mediorientale ma che, invece, grazie all’alleanza con gli Usa recita la parte della “luce” contro il “buio” rappresentato dall’Iran. Per ragioni bieche di commercio del petrolio e per ruolo geopolitico di contrasto all’Iran e alla Turchia, Mbs è il partner obbligato dell’occidente che forse dimenticherà Khashoggi. Ma nessuno potrà più dire che non sapeva.