Pacino ritrova “Shakespeare” diretto da Radford

L’iperattivo Claude Lelouch, 81 anni, ha convinto Jean-Louis Trintignant a posticipare l’annunciato addio alle scene e a interpretare insieme ad Anouk Aimée (87 anni lui, 86 lei) The Most Beautiful Years, capitolo conclusivo delle vicende sentimentali dell’ex pilota Jean-Louis e dell’ex segretaria di edizione Anne al centro 52 anni fa del celeberrimo Un uomo, una donna, Oscar per il miglior film straniero e Palma d’oro a Cannes, cui fece seguito nel 1986 Un uomo, una donna venti anni dopo. Ambientato a Deauville, in altre zone della Normandia e a Parigi, il nuovo film in uscita a maggio prevede anche un breve ruolo per Monica Bellucci.

Il 12 dicembre sono iniziate a Londra le riprese di Cats, adattamento per il cinema del musical del 1981 di Andrew Lloyd Webber su testi di T.S. Eliot, rivelatosi uno dei più grandi successi di tutti i tempi nel mondo per longevità, spettatori e incassi. Diretto da Tom Hooper (Il discorso del Re, The Danish Girl) il film è interpretato tra gli altri da Jennifer Hudson, Ian McKellen, Idris Elba e Judi Dench, e verrà lanciato da Universal Pictures nel dicembre del 2019.

A 14 anni da Il mercante di Venezia Al Pacino tornerà a recitare per Michael Radford, il regista inglese de Il postino, e il produttore Barry Navid in un nuovo adattamento cinematografico di Re Lear che segnerà un’ulteriore e importante tappa delle sue appassionate riflessioni e riletture delle pagine di Shakespeare.

Susanna Nicchiarelli dirigerà per Vivo film e Rai Cinema Miss Marx, la storia della figlia più giovane di Karl Marx, Eleanor. Brillante, colta, libera e appassionata fu una delle prime donne ad avvicinare i temi del femminismo e del socialismo incarnando le contraddizioni di un’epoca in bilico tra ragione e sentimento, sottomissione ed emancipazione.

In Francia “Il gioco delle coppie” viene meglio

Non è quel che sembra, Il gioco delle coppie non è l’esordio alla regia di Marco Predolin. Grazie a Dio. Scempiaggine escogitata dal distributore I Wonder Pictures, traduce per l’Italia il signor film di un signore regista, Doubles Vies (Doppie vite, titolo originale francese), ossia Non Fiction (titolo internazionale), di Olivier Assayas, l’autore di Clean, Carlos e Personal Shopper.

Che lo si instradi su una nostrana trista reminiscenza televisiva si commenta da solo, ma voi fregatevene e correte a vederlo, perché – presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia, dove forse troppo raffinato per la giuria di Guillermo Del Toro, è rimasto inopinatamente a bocca asciutta – è uno dei film migliori del 2018, e merita un felice anno nuovo in sala. Se ai suoi massimi il nostro comparto ha saputo partorire Perfetti sconosciuti, i francesi, via il regista e sceneggiatore Assayas, sono capaci di un “analogo” che risolve a proprio favore per Ko tecnico-poetico qualsiasi confronto: Non Fiction noi italiani non lo sappiamo scrivere, non lo sappiamo girare, né abbiamo gli attori per interpretarlo. Detto senza acrimonia, i primi ad andarselo a vedere dovrebbero essere proprio i nostri cineasti.

A incarnare il fertile però aporico dissidio tra il Vecchio mondo di libri e analogico e il Nuovo mondo di ebook e digitale sono uomini e donne, mogli, mariti e amanti che Assayas lega, slega, sbroglia e intrica come fossero matasse di intelligenze, aneliti e rancori, ed è Commedia Umana ai suoi vertici. Sicché facciamo la conoscenza di Alain (Guillaume Canet, lo trovate sul dizionario alla voce “fico”), raffinato editore di successo; la moglie attrice Selena (Juliette Binoche), passata dal teatro alla fiction con qualche rammarico; Leonard (Vincent Macaigne, un istrione fuoriclasse già nel gioiello C’est la vie), scrittore talentuoso e scalcagnato, che fa di vissuto finzione, ovvero di carnet amoroso prosa letteraria, con ovvii strascichi; la moglie Valerie (Nora Hamzawi, brava), che tutto sa ma fa spallucce. A sparigliare il quadrato l’addetta allo sviluppo digitale (Christa Theret) della casa editrice di Alain, il versante cartaceo risponde con Punto finale, il nuovo romanzo di Leonard: dopo l’iniziale rifiuto, Alain lo pubblicherà, e perché?

Fresco e intrigante, sapido e disinvolto, avvertito e disinibito, questa operetta morale si cala con arguzia e gusto tra i gangli intellettuali e i rovelli esistenziali del qui e ora, senza fare la predica, ma prestando l’altra guancia. Non Fiction preserva i libri e brucia le passioni, getta i bytes e nasconde l’algoritmo, perché la verità, ci dice Assayas, non è un codice binario, bensì un approdo dialettico. L’importante non è sciogliere, ma scegliere: all’editoria come alla vita, al tradimento come all’arte. E, se proprio televisione deve essere, c’è chi lascia e chi raddoppia. Da vedere, senza se e senza ma.

Silenzio, c’è Vermeer

Ma, lasciando da parte i buffoni e gli abusivi, si tratta di una presenza o molto specifica (cioè legata al ruolo di ‘esperti’ di un tema di attualità: una mostra, una distruzione, una scoperta, etc. etc.), o connessa al dibattito sullo stato del patrimonio culturale. Molto più raro, anzi rarissimo, è il tentativo di mettere in connessione la ricerca scientifica della storia dell’arte e un discorso rivolto al più largo pubblico. Ma è invece vitale che la ricerca possa essere messa a disposizione di quell’opinione pubblica colta dalla cui esistenza dipende, tra l’altro, la salvezza del patrimonio artistico italiano: che mai – dopo la guerra – è stato in pericolo come oggi, quando una classe politica inconsapevole quanto rapace sta sradicando la storia dell’arte dalle scuole, trasformando i musei in luna park asserviti alla politica, stroncando le strutture che dovrebbero tutelare il territorio. E solo chi da anni frequenta un tema, un artista, un secolo con gli strumenti agguerriti dello specialista può davvero raccontarlo a tutti gli altri in un modo ‘semplice’. Perché solo la chiarezza di idee porta alla chiarezza delle parole.

È per questo che non potrei parlare per ore di Giotto o Picasso in tv: semplicemente non ne sarei capace. Ho invece provato a farlo sul ‘mio’ Seicento, grazie a Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, e al suo modo di intendere il concetto di ‘servizio pubblico’: ed è così che sono nate le otto puntate della Libertà di Bernini (2015), le dodici della Vera natura di Caravaggio (2016-2017) e ora le quattro dei Silenzi di Vermeer, cui ne seguiranno a febbraio altre quattro su Velázquez (tutte con la regia sapiente di Criscenti).

Credo sia stata la prima volta che nella televisione italiana si sono dedicate a singoli artisti intere serie: una scelta che permette di recuperare la venerabile formula della monografia d’artista. La qualità della fotografia, l’indugio su ogni singola opera (e nel caso della scultura anche sul contesto), la lettura critica completa della bibliografia e la sua restituzione (seppur necessariamente parziale e filtrata dal giudizio dell’autore) sono i punti cardine di questo progetto che appare agli antipodi del ricco mainstream in fatto di arte (per tacere delle prove imbarazzanti che un ex protagonista della politica ci sta offrendo), e che esce fin qui premiato dagli ascolti (in relazione alla sede, ovviamente). Il progetto tiene conto del fatto che la fruizione solo in piccola parte sarà quella tradizionalmente televisiva (prima visione e poi repliche), ma avverrà soprattutto sulla rete, grazie al sito Raiplay che consente di vedere, rivedere, antologizzare, saltare o al contrario vedere tutto di fila. Una modalità che ha più a che fare con il rapporto attivo che si ingaggia con un libro che non con la passività imposta dalla televisione di un tempo.

Se la scelta di Bernini sgorgava direttamente dalla mia ventennale ricerca, e quella di Caravaggio dal desiderio di ‘disturbare’ la narrazione dominante su un feticcio che si avvia a fare la fine di Leonardo o Van Gogh (divorati vivi da un marketing svuotante) la decisione di presentare agli spettatori italiani Vermeer e Velázquez nasce dall’attualità più pressante.

In un momento di ripiegamento culturale avvilente, in cui la parola d’ordine è ‘prima gli italiani’ e in cui l’Europa è un cumulo di macerie culturali e politiche, è forse utile allargare la focale.

Johannes Vermeer (1632- 1675) è un artista vissuto sempre nella sua piccola Delft: nel cuore di una giovanissima Repubblica ‘democratica’, le Province Unite olandesi, che stava al centro di una straordinaria rete di commerci globali che congiungevano il Brasile all’Africa alla Cina e al Giappone (su questo si può leggere lo splendido libro scritto da uno storico dell’economia canadese che studia la Cina: Timothy Brook, Il cappello di Vermeer, Einaudi).

Il nostro pittore era un cattolico in un paese protestante in lotta mortale contro la cattolicissima Spagna. Un pittore che doveva sopravvivere in un piccolo paese capace di produrre in un secolo qualcosa come nove milioni di quadri: e infatti Johannes morì povero e pieno di debiti. Un pittore che venne probabilmente mai in Italia ma la cui opera non sarebbe neppure concepibile senza la rivoluzione di Caravaggio.

Un pittore del silenzio, capace di chiudere come in lucide gocce d’ambra scene di interno nelle quali apparentemente non succede nulla: ma in cui l’incidenza della luce su oggetti, volti e vestiti svela il mondo interiore dei protagonisti. Protagoniste, in verità: Vermeer è un pittore di donne, di figure femminili cui viene conferita una dignità e un’autonomia morale ed esistenziale prima impensabili.

Basterebbero questi pochissimi tratti a far capire l’alterità della pittura, e della stessa condizione umana, di Vermeer rispetto all’Italia di oggi e alla nostra storia dell’arte, trionfalmente legata al potere monocratico: e forse abbiamo proprio bisogno di spalancare le finestre su forme, pensieri, situazioni radicalmente altre da noi, rispondendo a questa imbambolata autarchia con l’invito a conoscere e ad amare ciò che è diverso, eppure capace di parlare di noi.

“Dicono che cercasse la luce”, scriveva di Vermeer Giuseppe Ungaretti (introducendo, nel 1967, il volume a lui dedicato da quel grande progetto culturale che sono stati i Classici dell’arte della Rizzoli): la scommessa è che un po’ di quella luce riesca a filtrare in qualche casa italiana. Perfino attraverso lo schermo della televisione.

Tra i tre litiganti vince Arbore

 

Venier/D’Urso

Categoria:

Derby

Voto: 8 (diviso 2)

Nella domenica pomeriggio orfana del calcio, l’unico derby si gioca tra Mara Venier e Barbara D’Urso (Rai1 e Canale5).
Derby del gossip, volano gli stracci sporchi, c’è sfiga per te in diretta, in esclusiva. Vip di serie B a frotte, ma non mancano le prime file: Matteo Salvini a “Buona domenica” e non alla Prima della Scala, dice tutto sulla nostra classe dirigente.
Derby anche di ascolti, testa a testa, si vince per una extension in più; tutta la settimana è un beccarsi, rintuzzarsi, meditare vendetta. Ed è questo l’asso nella manica delle signore della domenica. Avere o essere il trash? Tutt’e due. È la differenziata, bellezza.

 

Fazio/Giletti

Categoria:

Posticipo

Voto: 5 (a testa)

Altro picco (si fa per dire) del palinsesto è il posticipo domenicale: da quel che resta della politica – il nazional-chic di Fabio Fazio – a quel che resta del rotocalco, il telesovranismo di Massimo Giletti.
“Che tempo che fa” (Rai1) schiera Carlo Cottarelli; l’ex Commissario alla spending review, alla corte dell’uomo più pagato della televisione italiana, spiega pacatamente perché i giallo-verdi ci stanno mandando in rovina.
“L’Arena” (La7) del “Gillet jaune” risponde con il panettiere Mauro in collegamento dal forno perché non può andare in pensione e Nunzia De Girolamo versione opinionista: il talk show del cambiamento.

 

Renzo Arbore

Categoria: Guarda… Stupisci

Voto: 20 (’a Festa)

No, non è la BBC, e si vede. È l’educational show firmato Renzo Arbore, l’unico a non avere mai abbandonato la Rai, l’unico inventore di format rimasto su piazza, l’unico a guardare al passato con la nostalgia del futuro.
Si tratta di raccontare ai millennials che cosa si sono persi negli anni d’oro dell’intrattenimento, e oggi possono recuperare con una gag e con un clic. L’anno scorso il pretesto fu il trentennale di “Indietro tutta”, quest’anno la canzone napoletana e dintorni di “Guarda… Stupisci” (Rai2), con cui Arbore ha sciolto il sangue di San Gennaro conservato nelle Teche Rai. Auditel, tu mi capisci: guarda, stupisci!

 

Alberto Angela

Categoria: Uomo dell’anno

Voto: 7+

Parli di Michelangelo o di Cleopatra (Ra1, Rai3), fa il pieno di ascolti e manda in estasi i social.
Francesco ammansì il lupo di Gubbio, Alberto Angela addomestica i troll; prodigio degno di “Kazzenger”. Non dice nulla di nuovo, però ammalia con i suoi modi di Cicerone galante, le pause sapienti, l’incedere col favore delle tenebre. I droni, la luna e tu: Angela è l’uomo più imitato della Tv, quasi un modello di buongoverno, da ultimo ci ha provato Matteo Renzi.
Attento, Aberto: prima o poi ti candidano alle primarie.

 

Il falò

Categoria: Reality

Voto: 3 (Lui, lei, l’altro)

Deve essere l’evoluzione della specie. Dopo il “Falò delle Vanità”, il Falò di Confronto, momento topico di “Temptation Island”: le coppie coatte che hanno scelto di tradirsi si guardano negli occhi tra i fatui bagliori delle fiamme e la luce rossa delle telecamere. I nomi già dicono tutto: Lara, Michael, Giada, Oronzo, Ursula, Sossio… nemmeno i fotoromanzi “Lancio” avevano osato tanto. “Esperimento sociologico”, dice il conduttore Filippo Bisciglia, ed è vero. Può un reality fare un falò di ogni buongusto? Può.

L’eterno ritorno di Bruce e John

 

Springsteen on Broadway

Categoria: Album-evento

Voto: 10

Una chitarra, un pianoforte. La scena spoglia di un teatro da meno di mille posti nel cuore di New York, la città-mondo dove ognuno ritrova qualcosa di sé. Un uomo per più di un anno resta lì ad affabulare. Sera dopo sera, ripropone un corpo a corpo con la propria storia fino a scoprire l’anima nascosta dell’America, con il monologo a far da contrappunto alle canzoni. Così, l’autoanalisi del Boss si trasforma in un esercizio di redenzione collettiva. Nel Paese in cui Trump telefona ai bambini per dire che Babbo Natale non esiste, Springsteen ci fa ancora credere nel potere salvifico del rock’n’roll.

 

John Coltrane

Categoria: La riscoperta

Voto: 9

Il 6 marzo 1963 il leggendario quartetto di John Coltrane (con McCoy Tyler, Jimmy Garrison, Elvin Jones) è impegnato in una session allo studio Van Gelder del New Jersey. Il suono che ne scaturisce possiede una grazia miracolosa, nella stagione di transizione in cui Coltrane porta il sax dalle terre sicure del bebop alle acque inesplorate del free jazz. Ma la Impulse, per far spazio negli archivi, cancellò i nastri. Per buona sorte, John ne consegnò una copia alla moglie Naima. Oggi la meraviglia di “Both directions at once: the lost album” riaffiora intatta. Tra ballad e inediti, un reperto prezioso come un testo shakespeariano che si temeva perduto.

 

Kendrick Lamar

Categoria: Colonna sonora

Voto: 8

Prima di morire, un gigante come David Bowie ammetteva che il suo punto di riferimento nella scena musicale contemporanea fosse Kendrick Lamar. Il rapper californiano, capace in passato di album-chiave come “DAMN” e “To pimp a butterfly”, continua a spostare in avanti i confini del genere nella colonna sonora del kolossal Marvel “Black Panther” (un plot di conflitti futuribili per ribadire la supremazia della razza nera). Lamar fa gravitare attorno a sé ospiti extralusso come The Weeknd, Khalid e James Blake. Risplende la voce di SZA in una tessitura ultrapop che trascende e reinventa il trip-hop.

 

Greta Van Fleet

Categoria: Rivelazione

Voto: 7,5

Le cassandre che vaticinano sulla morte del rock dovranno zittirsi. Questa band del Michigan a conduzione “familiare” (tre dei quattro membri sono i fratelli Kiszka) merita la pletora di candidature ai Grammy per “When the curtain falls”, nel solco dell’hard tracciato mezzo secolo fa dai Led Zeppelin. E, al di là dei paragoni improponibili, il falsetto di Joshua può ricordare la “canna” formidabile di Robert Plant. Passatismo? In un panorama di gruppi esangui, i Greta tengono alta la fiaccola dei ribaldi.

 

Anastasio

Categoria: L’emergente

Voto: 7

Neanche il tempo di trionfare a X-Factor, e il giovane “trap-autore” sorrentino era già incappato nella prima imboscata social. Il fuoco di fila sui suoi vecchi like pro-Matteo Salvini e CasaPound non può indurre l’asfittica filiera pop italiana a rinunciare alla scommessa su Anastasio. I trapper tricolore vanno per filastrocche insulse, lui svuota e riempie di nuovi colori i classici di De Gregori. E il titolo del suo inedito-bomba, “La fine del mondo”, non sembra lontano dalla realtà delle cose.

 

La Merkel verso la pensione, Xi Jinping si mette al centro

 

Donald Trump

Categoria: Solitario

Voto: 5

Il presidente si è messo contro tutti e tutto. Contro il multilateralismo facendo saltare il documento comune al G7 in Canada, poi al vertice Opec e annacquando quello del G20. Ha preservato un rapporto con la Cina, la superpotenza più temuta, anche se ha mantenuto i dazi. Sul fronte interno ha perso una quantità indicibile di ministri, ultimo James Mattis che ha contestato il ritiro dalla Siria e dall’Afghanistan. Ha visto arrestato il suo avvocato per il Russiagate, ha perso la maggioranza alla Camera. Però al momento non ha uno sfidante e le presidenziali potrebbe vincerle o perderle da solo. Anche perché l’economia cresce e alla fine sarà questo il dato decisivo.

 

Xi Jinping

Categoria: Eterno

Voto: 7

È forse il leader dell’anno. Tutti lo cercano, tutti hanno bisogno dei capitali cinesi, sia sotto forma di prestiti che di investimenti. Xi Jinping potrebbe essere l’uomo che in Cina costituisce la prima svolta dopo 40 anni dell’era aperta da Deng Xiaoping, l’era del mercato e delle riforme in senso capitalistico. Jinping è il leader che sta cercando di proseguire sulla via delle riforme ma, come ha confermato il suo discorso che commemorava Xiaoping, recuperando centralità dello Stato e decisionismo. Da qui l’abolizione del limite ai due mandati presidenziali. Un segnale che la leadership cinese si prepara a tempi problematici, non più in linea con il poderoso sviluppo degli ultimi decenni.

 

Emmanuel Macron

Categoria: Senza gilet

Voto: 4

L’anno peggiore. Tra i leader occidentali non c’è chi abbia avuto un’annata più negativa di Emmanuel Macron, il presidente francese che nel 2017 sembrava avere il sole in tasca e che in poco più di un anno è divenuto il presidente forse più odiato dai francesi. Nessun risultato significativo sul fronte economico, una effettiva impasse per quanto riguarda la politica europea, dove lo storico asse franco-tedesco fa fatica a tessere la sua tela, il movimento dei Gilet gialli lo ha fatto precipitare nei consensi e nell’immagine. Per recuperare, Macron ha dovuto dare indicazione di sforare la soglia del 3% dei Trattati, ma non è detto che possa bastargli. Anche il caso Benalla lo mette a rischio.

 

Jair Bolsonaro

Categoria: Reazionario

Voto:4

Il Brasile ha forse il governo più a destra del pianeta. Gli attacchi espliciti e spavaldi di Jair Bolsonaro, che ha vinto le elezioni in novembre, contro i “comunisti”, le donne, i gay, la Foresta Amazzonica e l’amore per i militari e per il periodo d’oro della dittatura, getta il Paese in una prospettiva cupa. Bolsonaro gestisce questo programma reazionario in simbiosi con un liberismo alla Milton Friedman. Un mix micidiale. E i rapporti con Steve Bannon e quella che è considerata l’Internazionale sovranista ne fanno una pedina di un progetto più ampio.

 

Kim Jong-un

Categoria: Redivivo

Voto: 6

L’anno di Kim Jong-un è cominciato con il discorso di apertura alla Corea del Sud fino alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali in cui i due Paesi hanno marciato fianco a fianco. Da lì si passa poi al fatto più rilevante, la stretta di mano con Donald Trump nell’incontro del 12 giugno, preceduta da quella con il presidente sud-coreano. Fatti politici probabilmente dettati dalle difficoltà interne della Corea del Nord che, tramite la sorella di Kim Jong-un, ha ventilato l’ipotesi della riunificazione della penisola. E allora si tratterebbe di fatti storici.

 

Angela Merkel

Categoria: Tramonto

Voto: 6

La regina d’Europa si prepara a uscire di scena. Il 2018 è stato l’anno delle sconfitte elettorali, prima in Baviera e poi in Assia. Risultati che hanno registrato chiaramente la fine di un ciclo storico. Presidente della Cdu dal 2000, Merkel ha annunciato che non si ricandiderà alla Cancelleria e nel novembre 2018 ha lasciato la presidenza del partito a Anngret Kramp-Karrenbauer. A incalzarla è soprattutto la destra dell’Afd che contesta l’Unione europea. Lei si prepara forse a un incarico comunitario, ma la politica continentale non le gira più attorno.

 

Amlo

Categoria: Populismo

Voto: 7

Il 1º dicembre, il giorno del suo insediamento alla presidenza del Messico, è stato un evento. Andrés Manuel Lopez Obrador è definito un populista, e in parte è così. Ma “Amlo” è anche un prodotto della sinistra messicana e il suo programma elettorale, al momento, sarebbe una rivoluzione rispetto al secolare governo del Pri. Controllo dei mercati, ruolo dello Stato e soprattutto “onestà” e lotta alla corruzione. Amlo è in controtendenza rispetto ai fallimenti in Venezuela e Argentina. Spetta a lui riscattare il populismo sudamericano.

 

Theresa May

Categoria: Pasticci

Voto: 5

What a mess. “Che casino” è l’unica espressione colorita appropriata per definire la gestione della Brexit da parte dei Theresa May. Conquistato il governo sull’onda del successo del “leave” al referendum del 2016, May non è riuscita a portare il suo partito, i Tories, compatto al risultato finale: il via libera all’accordo siglato con l’Unione europea. La premier inglese ha certamente superato con abilità la trappola della sfiducia, vincendo la conta interna, ma il centinaio di parlamentari conservatori che le hanno votato contro non depongono per un buon risultato sul voto che si terrà in gennaio. Abile combattente, poco capace di gestire la politica inglese, a cominciare dal caso irlandese.

 

Khalifa Belqasim Haftar

Categoria: Uomo forte

Voto: 7

Fino a quest’anno era uno dei “signori della guerra” libica. Khalifa Haftar, generale della vecchia guardia di Gheddafi, fuggito negli Stati Uniti e da lì rientrato in Libia, è divenuto “l’uomo forte” della Cirenaica, la zona orientale del Paese, avverso agli islamici che governano Tripoli con Fayez Serraj e per questo sostenuto dall’Egitto, dalla Francia e soprattutto dalla Russia. Nel giro di un anno, però, Haftar è divenuto un protagonista della crisi libica sia per volere di Macron sia per la svolta italiana passata dal totale sostegno al governo di Tripoli a una linea di maggiore equidistanza tra i principali contendenti dello scontro. E il suo nome è divenuto sempre più conosciuto.

 

Mohammad Bin Salman

Categoria: Mandante

Voto: 1

Il fantasma Khashoggi perseguiterà a lungo Mohammed bin Salman (Mbs), il principe ereditario saudita che si prepara a divenire re del ricchissimo Paese arabo. Il corrispondente del “Washington Post”, ucciso nella sede dell’ambasciata a Istanbul, ha squarciato il velo su una monarchia tra le più oscure dell’area mediorientale ma che, invece, grazie all’alleanza con gli Usa recita la parte della “luce” contro il “buio” rappresentato dall’Iran. Per ragioni bieche di commercio del petrolio e per ruolo geopolitico di contrasto all’Iran e alla Turchia, Mbs è il partner obbligato dell’occidente che forse dimenticherà Khashoggi. Ma nessuno potrà più dire che non sapeva.

 

 

Wwf: “Con la caccia alle balene Tokyo calpesta gli accordi internazionali”

La recente decisione del Giappone di ritirarsi dalla commissione baleniera internazionale e riprendere la caccia alle balene “è estremamente grave”: così il Wwf lancia l’allarme. “Quel Paese, di fatto, calpesta gli accordi internazionali finalizzati alla gestione e alla conservazione delle balene nel mondo”, oltretutto in un momento in cui l’intera specie è “drammaticamente minacciata dalle attività umane fra cui la pesca accidentale, il soffocamento causato da reti fantasma, le collisioni con le navi, il rumore, l’inquinamento, la grande quantità di plastica che invade gli oceani e i pericolosi cambiamenti climatici”.

Scarcerata Amal, attivista e moglie del consulente della famiglia Regeni

“L’amore vince… qualche volta”. Mohamed Lofty, consulente legale egiziano della famiglia di Giulio Regeni – il ricercatore friulano torturato a morte in Egitto a inizio 2016 – ha postato una foto abbracciato alla moglie, l’attivista per i diritti umani Amal Fahty, tornata finalmente a casa. La scarcerazione di Amal – in custodia cautelare in carcere dal maggio scorso per “appartenenza a un gruppo terrorista” – era stata decisa il 18 dicembre dalla Corte d’assise del Cairo. Amal era stata arrestata dopo un fermo che aveva riguardato per qualche ora anche il marito, Mohamed Lotfy, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf).

Marta Bosquet, la ballerina di flamenco che sdogana l’estrema destra in Spagna

È sua la mano che ha stretto il patto tra il suo partito, il movimento populista di destra Ciudadanos e i Popolari e che ieri ha dato vita al nuovo parlamento andaluso, quello della “svolta storica”, sancita dell’ingresso dell’ultra-destra di Vox nelle istituzioni spagnole. “Oggi torniamo a vedere una foto in bianco in nero, con il ritorno dell’estrema destra” di cui Pp e Ciudadanos “si rendono responsabili”, twittano dall’account nazionale i socialisti, scalzati dalla regione rossa dopo 36 anni.

Una laurea in diritto e uno studio a suo nome, Marta Bosquet – che di secondo cognome fa Aznar, come l’ex premier spagnolo di destra –, eletta presidente del parlamento di Andalusia con 59 voti tra cui quelli di Vox, si vanta delle sue doti di ballerina di flamenco. Storica la frase con cui rispose in un alterco alla già presidente Susana Díaz: “Come flamenca lei non mi batte”. E infatti, eccola. Nel 2007 inizia la militanza in Gial – il partito costola del Pp in Andalusia – prescelta nel 2011 per ricucire con i popolari, passa nel 2013 nel movimento dei cittadini per tornare negli ultimi giorni a vestire l’arzigogolato abito di mediatrice, lei, braccio destro del leader Juan Marín. Anche per questo non sfugge al segretario nazionale di Ciudadanos Albert Rivera, che la annovera nella breve rosa di fedeli. I tempi sono maturi, il movimento può iniziare a stendere i primi passi da solo, senza che a tenere il ritmo siano né i socialisti, né i popolari. Questa prima presidenza e questa prima presidente potrebbero essere solo l’assaggio – chissà – di un futuro governo nazionale a guida arancione che inglobi i Popolari di Pablo Casado e i sovranisti di Santiago Abascal (Vox). Il premier Pedro Sánchez per ora non cede alle tanto evocate elezioni anticipate e gli ultimi sondaggi gli danno ragione. Se è vero poi che la sconfitta andalusa deve molto allo spauracchio dell’indipendentismo catalano – contro cui Sánchez non si è mostrato duro – agli spagnoli non è sfuggito il colpo incassato dall’esecutivo con il voto del governo catalano al bilancio nel consiglio dei ministri della settimana scorsa a Barcellona. Alla neo-presidente ora il compito di dare vita al governo andaluso in cui Vox vuole stendere un passo. Si vedrà chi conduce.

Un passaporto diplomatico in aiuto agli affari di Benalla

La quarta puntata dell’affaire Benalla. L’ex capo di gabinetto aggiunto del presidente della Repubblica, accusato di “violenze volontarie” contro i manifestanti dei cortei del 1 maggio, aveva messo in imbarazzo Emmanuel Macron per il suo viaggio in Ciad a distanza ravvicinata con quello presidenziale. Dopo la puntualizzazione dell’Eliseo, che ha precisato di non avere niente a che fare con l’ex responsabile della sicurezza, e la replica dell’interessato, attento a tutelare i propri affari, il quotidiano online Mediapart rivela che Alexander Benalla ha viaggiato con un passaporto diplomatico rilasciato il 24 maggio 2018, tre settimane dopo i fatti del 1 maggio che gli sono costati il posto, non senza la pressione della stampa, all’Eliseo.

“Il passaporto porta il numero 17CD09254 – scrive Mediapart – ed è valido fino al 19 settembre 2022. Su una pagina si legge la frase simbolo dei passaporti diplomatici: “Noi, ministro degli Affari esteri, chiediamo alle autorità civili e militari della Repubblica francese e preghiamo le autorità dei Paesi amici e alleati di lasciare passare liberamente il titolare del presente passaporto e di prestargli aiuto e protezione”. Facile immaginare che in qualsiasi Paese Benalla si sia presentato negli ultimi mesi – e come vedremo fra poco, si tratta di numerosi viaggi – abbia potuto esercitare un’attività diplomatico-affaristica molto preziosa. Il ministero degli Esteri ha precisato ieri pomeriggio di aver richiesto la restituzione del passaporto già a luglio e ora valuterà possibili iniziative giudiziarie. Ma perché il passaporto non è stato ritirato dopo i fatti del 1 maggio? A questa domanda Quai d’Orsay non ha voluto rispondere.

Da chiedersi anche perché una figura le cui funzioni erano quelle di addetto alla sicurezza del presidente avrebbe dovuto viaggiare con un passaporto diplomatico. La domanda è tanto più pregnante se si osserva la lista dei viaggi compiuti da Benalla subito dopo la sua uscita dall’Eliseo, “licenziato” a seguito delle violenze del 1 maggio. Oltre a quelli compiuti a Londra, per incontrare Alexander Djouhri, braccio destro di Nicolas Sarkozy e anch’egli, come l’ex presidente, implicato nello scandalo dei fondi libici e quello in Ciad compiuto circa due settimane prima della visita ufficiale di Emmanuel Macron il 22 dicembre, il quotidiano Le Monde ha svelato gli altri movimenti dell’ex guardia privata.

A inizio dicembre, Benalla si è quindi recato in Ciad, ricevuto dal presidente della Repubblica, Idriss Deby e da qui si è recato a Istanbul. A pagare le spese di viaggio è stato un uomo d’affari franco-israeliano, Philippe Hababou Solomon, già consigliere speciale dell’ex presidente del Sudafrica Jacob Zuma. Lo scorso ottobre i due hanno effettuato un altro viaggio in Congo-Brazaville, Paese amico della Francia e governato dal dittatore Denis Sassou-Nguesso che ha ricevuto i due ospiti nella residenza presidenziale con tutti gli onori e i comfort. Anche in Camerun, Benalla è stato ricevuto dal presidente, Paul Biya, che guida il Paese da 36 anni e che sembra si sia lagnato della freddezza ricevuta dai consiglieri diplomatici di Emmanuel Macron. Sia in Ciad che in Camerun, l’oggetto della visita è stato, riporta Le Monde, la vendita di uniformi militari da parte di una società tessile sudanese, nonché degli affari di una joint venture tra Qatar e Turchia. Un tour affaristico, supportato dalla diplomazia sia pure sotto mentite spoglie. Sempre che le precisazioni dell’Eliseo siano vere e che tra Macron e Benalla i rapporti si siano davvero interrotti.